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giovedì 2 aprile 2026

Dodici martedì - Il primo

L'altro giorno ho fatto i biglietti per l'Acquario di Genova, per tutta la famiglia. Infatti dobbiamo portare il fidanzato BP, mi correggo, il marito BP di mia figlia, e sua madre, a visitare l'Acquario, che non hanno mai visto. Buon peso, al pranzo di compleanno del BP se ne parlava e si sono aggiunti a questa iniziativa anche il mio consuocero e il cognato di mia figlia, e per il pranzo che precederà la visita si è candidata anche la Mater. Mentre facevo il biglietto, ho visto che era possibile fare un abbonamento da 10 ingressi, e per un attimo sono stata tentata, non tanto perché io conti di vedere dieci volte di fila l'Acquario (in realtà, sì. Se vivessi a Genova lo farei), ma perché volevo dare a me stessa una riga di scadenze. Mi ero fatta l'idea che avrei potuto andare 10 volte all'Acquario e, ogni volta, documentare come stavo. Perché, ultimamente, non sono stata bene. Non sono stata bene né di fisico né di testa. Soprattutto la seconda. Per il fisico, sto prendendo un sacco di pastiglie, e ricominciando a fare movimento, e cercando di capire come non crollare sotto il peso delle grane gigantesche di Scuola Vintage, delle quali poi parlerò. Per la testa, invece, devo applicare la mia solita, potentissima, disciplina mentale, la stessa che ho applicato quando venivo bullizzata alle medie, la stessa che ho applicato quando dovevo recuperare dopo l'anoressia, la stessa che ho dovuto applicare in altri momenti della mia vita per non impazzire e per cercare di dare a me stessa un certo tono nella vita sociale, anche se dentro ero a pezzi. Come dicevo a Grande Pagliaccio, che mi ascolta sempre sfogarmi al telefono, le prossime settimane della mia vita saranno disciplina, autoregolazione, movimento fisico, ripetitività: un notevole tentativo di non mollare, che, in questo periodo, è proprio strettamente legato alle mie condizioni psicologiche, più che a roba che accade al di fuori. Si dà il caso che, nel frattempo, una delle grandi sacerdotesse di robe stregonesche che io frequento abbia dato inizio ad un corso di shiatsu. Le lezioni si svolgono a Paesone Elegante, che trovasi a circa mezz'ora da Paesino da Cartolina, passando per boschi e colline. Ho deciso quindi che, anche se il corso si fa la sera di un giorno feriale, avrei partecipato. Questo perché, dopo 4 diplomi, sono finalmente abbastanza convinta di avere un futuro all'interno di una serie di discipline, tra cui lo yoga, che permetteranno alla mia persona di sopravvivere a molte cose brutte, una delle quali potrebbe essere, se va tutto bene, il pensionamento, che è ancora lontano; ma ce ne potrebbero essere molto altre, prima, di ben peggiori. Quindi mi sono decisa a iscrivermi al corso e così mi sono ritrovata con 12 scadenze, 12 martedì, che mi permetteranno di fare il punto una volta a settimana. Come dicevo agli amici stasera, mentre partivo, la cosa preoccupante di questo corso non è tanto che finisca alle 22:30 a Paesone Elegante, ma che io poi debba attraversare una delle zone boschive più fuori dal tempo che conosco, per arrivare a Paesino da Cartolina. Ero preoccupata di incontrare lo yeti, il sasquatch, il chupacabras, e tutte quelle bestie che tendenzialmente girano di notte di martedì, dopo una certa ora, quando non passa più nessuno. Confermo che stanotte, al ritorno, la mia era l'unica macchina che si aggirasse in quei paraggi, però ho visto soltanto una grossa volpe, per questa volta. Pertanto, primo martedì, avvistamenti: 1, non incredibile. Primo martedì, stato mentale: oggi abbastanza bene. La cosa di scrivere una volta a settimana ha come primissimo motore quello della ripetitività e della disciplina, ma il secondo motore è quello di ricominciare a scrivere, cosa che, mi sono detta, devo assolutamente fare. L'ho detto anche alla Fata Bionda, dalla quale sono tornata perché gli attacchi di panico che ho avuto tra dicembre e marzo sono stati talmente potenti che, ho deciso, non ce la potevo fare da sola. Anche se in questi anni ho imparato a navigare in mezzo alle onde alte, e adesso me la cavo piuttosto bene a tenere il timone. Pare che me lo riconoscano pure gli altri, perché ogni 5 minuti c'è qualcuno che viene a sfogarsi di qualcosa che lo ha stressato. Questo comporta che io, a volte, al sabato non tiri fuori la testa da sotto un cuscino per l'intero pomeriggio, perché comunque assorbire tutta questa negatività non è a costo zero. Ultimamente ridevo tanto e chiedevo aiuto poco. Troppo poco.

domenica 27 aprile 2025

Come una danza

Oggi sono passata con l'auto sotto il liceo torinese dove ho insegnato per un anno, mentre ci sposavamo e ci trasferivamo in Piemonte. Ancora sento i miei passi giovani e felici nel cortile, l'aria incommensurabilmente gelida delle mattine d'inverno, il sapore delle verdure del baretto all'angolo, il tepore del sole sulle panchine davanti al Conservatorio. Ne ho viste, da allora. Vent'anni di roba. Quest'anno, di scuola ho parlato pochissimo. Sta quasi per finire e io appena ora mi sento di sciogliere la prognosi, e dire che forse è andato bene. Mi sono tenuta indietro (quasi) sempre su (quasi) tutto. Ai consigli ho sempre aperto bocca e, qua e là, ho appoggiato con decisione delle critiche, molto meno delle proposte. Per quelle, c'è la collega Sole di Sicilia, lei ogni tre sere mi manda un vocale che comincia con: "Ma senti, ho avuto un'idea" e mi trascina in improbabili avventure in cui lei interpreta l'impavido cavaliere dal sangue bollente e io il vecchio feudatario appesantito, che ne ha viste troppe per entusiasmarsi ogni volta. Sono due anni che siamo in questo sodalizio e praticamente ci muoviamo come un corpo e un'anima, laddove io sono il corpo pieno di acciacchi e lei lo spiritello scoppiettante. Se tutti a Caltagirone sono come lei, deve essere un posto bellissimo. Io e Sole lavoriamo insieme nella foresta di Sherwood, cioè, nascoste in fondo a un corridoio dove nessuno ci vede e ci controlla, abbiamo una tana nel bosco dove, già lo scorso anno, con alcuni meravigliosi colleghi di sostegno, come lo Sconvolto e la Bambolasexy, ma anche con il collega di lettere Fumato e il collega di musica Ridge Forrester, ci nascondevamo per rubare ai ricchi e donare ai poveri. I ricchi sono la dirigente, il vice, il temibile dipartimento di matematica, di cui peraltro la piccola ma inarrestabile Sole fa parte, e le sezioni A e C sempre privilegiate. Come era assolutamente ovvio io sono tornata al mio stato naturale, che è quello di insegnante della sezione B, chiaramente delle tre la messa peggio. I poveri sono in generale gli alunni, in particolare quelli della B, gli alfabetizzandi, e noi stessi prof di Sherwood, considerati impresentabili per motivi diversi che spaziano dal carattere di merda (io) all'aspetto esteriore troppo appariscente (la Bambolasexy) o troppo trasandato (lo Sconvolto), fino alla tendenza a ficcarsi platealmente in casini sessuali e sentimentali (il Fumato). Ridge (che peraltro, essendo Ridge, ne combina parecchie anche lui con le colleghe) e Sole sono la facciata rispettabile e interagiscono in modo costruttivo con la dirigenza, lui perché, la prima volta che la preside gli ha pestato un callo, le è andato dritto dritto a fare il mazzo, senza alzare la voce né scomporre un muscolo del suo viso perfetto, lei perché è umile ed educata ma ha la resistenza e la determinazione di un mulo degli alpini nella prima guerra mondiale. Questa era la formazione dello scorso anno, almeno. Quest'anno, a Sherwood sono entrate la Prima e l'Alta, come prof di sostegno, mentre la Bambolasexy è finita in un brutto, brutto, brutto posto: a lavorare per la preside C. Lo Sconvolto, che è solo apparentemente sconvolto e trasandato, in realtà è un ottimo papà, un bravo collega, un atleta penso valido e credo anche un lucido politico, e forse per queste cose tutte insieme sembra sempre in debito di giorni di sonno, è sempre al mio fianco, siamo molto molto amici, perché abbiamo in comune anche un retroterra genovese. Poi quest'anno di colleghi di sostegno ne abbiamo addirittura quattro, su quella classe. Del quarto dico tra poco. È un anno in cui la neuropsichiatria, dopo essersi fatta pregare in aramaico e sanscrito per circa settanta mesi, ci sta elargendo certificazioni e diagnosi al ritmo di una alla settimana. Le prime erano arrivate già cariche di esigenze educative speciali, e ne abbiamo fatte emergere almeno altrettante, per cui è stato un continuo elaborare pdp e fare programmi differenziati e appoggiarsi a docenti di sostegno per questo e quell'altro. Azzoppati, letteralmente, dal fatto che la nostra temibile Robocop, la responsabile del sostegno, si è rovinata un ginocchio sciando e poi è rimasta scossa e meno sul pezzo del solito per parecchie settimane. Adesso si è ripresa, intervenendo di nuovo in modo efficace, dopo che Brooke (ve lo immaginate, vero, perché si chiama così?) è scoppiata a piangere di fronte a una classe che la stava prevaricando e Cicciobello ha confessato di avere sintomi di palese ansia ogni volta che becca una supplenza in I B. Cosa che, essendo l'alunno per cui è stato assunto un desaparecido, gli capita spesso. Comunque io quest'anno, fuori da Sherwood, ho tanti colleghi di sostegno per ogni classe: in una prima, quella disastrata, il sergente F., Cicciobello e Brooke; nell'altra Robocop, Cicciobello, Brooke e l'ultimo arrivato, le cui ore sono state spalmate anche sulla foresta di Sherwood. L'ultimo arrivato, che potremmo chiamare in molti modi dato che ancora non lo conosciamo abbastanza, è con noi da soli due mesi. È stato reclutato per l'ultima diagnosi arrivata, di una ragazzina che tra le molte cose sembra soffra di hikikomori, e infatti la ragazzina non c'è mai e lui aiuta gli altri. Un bel mattino, di fronte al mio solito posto in sala prof, sta seduto un ragazzo castano rosso con gli occhi blu, visino da quindicenne, che si presenta, con sicurezza ma senza spavalderia, con una bella stretta di mano sana, non fintamente ferma da pnl, nè fintamente delicata da "sono più forte io ma non voglio spaventarti, bionda". Scopro di averlo come collega nella prima bella e nella foresta di Sherwood, ovviamente è giovanissimo e ha poca esperienza a scuola, ma ha già sulla schiena 10 anni di lavoro come allenatore di calciatori più piccoli dei nostri alunni. Altrettanto ovviamente, come si desume dalla tuta, dalla postura e dai bicipiti, è un collega di educazione motoria. Il suo arrivo non passa inosservato. Al termine del suo primo giorno, incontro sulle scale le ragazzine di Sherwood con gli occhi a forma di stelline e una, con sorriso estatico, esala: "Prof... lo sposerei domani!!!". Capisco, anche io a tredici anni ci sarei rimasta stecchita. Per fortuna, dopo qualche settimana il giovanotto a sua volta capisce che deve secretare il profilo Instagram, dove sono pubblicamente accessibili i video in cui fa crossfit a torso nudo. Questo dopo che, non fatico a immaginare, si sono sprecati i dm e i commenti delle ragazzine di tutta la scuola e dopo che io stessa, un mattino presto, quando in sala prof non c'era ancora nessun altro, ho detto a Sole di Sicilia: "Adesso ti faccio vedere una cosa, e dopo che l'avrai vista non potrai più smettere di vederla". In realtà, il Rossino, chiamiamolo così, per me ha una serie di attrattive che vanno al di là della prestanza fisica. Me ne rendo conto il secondo giorno in cui lavoriamo insieme, quando, senza preavviso, la sua voce pacata si trasforma in un temibile tuono e, con brevità e autorevolezza inequivocabilmente militari, rimette seduto, muto e dritto come un fuso, uno dei più pestiferi di Sherwood. Cado immediatamente ai suoi piedi, sollevata come un naufrago quando vede la nave che arriva, all'idea di non dover sempre essere io la castigamatti. Tra l'altro, il Rossino non ne abusa, di questa dote, che mi piace molto più dei suoi già bellissimi bicipiti. Rifarà solo altre due o tre volte lo stesso numero anche nella Prima Bella, dove imperversano Apocalisse, il Ciclope e l'Uomo Nero (sì, quest'anno ne ho uno che mi ha fatto rimpiangere di aver già usato il nomignolo Satana, ma forse Apocalisse è più adatto, visto che da solo vale quanto i quattro cavalieri biblici). Efficacia garantita. Sollievo, ogni volta più profondo, della qui scrivente, che inizia da poco a fidarsi di nuovo degli esseri umani. Istintivamente, chiedo agli altri colleghi di Sherwood il permesso di inserirlo nella chat privata e segreta in cui comunichiamo noi della foresta, e a breve mi convinco di aver fatto molto bene, anche perché il ragazzo è davvero tagliato per questo mestiere, anche se da grande vuol fare altro, peccato. Instauriamo un'amicizia lavorativamente solida e umanamente improbabile, quando chiacchieriamo in sala prof sembriamo la leonessa stanca che scaccia le mosche con la coda e il giovane ghepardo che riposa ma sta all'erta, monitorando la savana. Ogni tanto mi manda un gradevole vocale, con fortissimo accento delle campagne locali e un'allegra erre arrotata, in cui condivide osservazioni intelligenti sulle classi. Ritemprata da questa fresca presenza e dalla sensazione di poter ancora comunicare con qualcuno nato dopo il 1995, oltre che dalla consapevolezza che l'anno sia quasi finito e non sia stato poi così male, mi vedo attraversare il mese di aprile con una strana leggerezza. Tanto fa la Prima Bella: ho di nuovo voglia di sperimentare, giocare con le parole, canticchiare filastrocche in rima, inventare metodi. Questo, nonostante i tre soggetti difficili di cui sopra, e fin dal primo o secondo giorno di scuola, quando la stessa bambina di dimensioni assolutamente lillipuziane ha risposto alla mia richiesta "Fatemi il nome di un cantante o di un gruppo musicale che potremmo definire un mito" con "I Queen", e alla domanda "Un libro che avete letto e vi è piaciuto tantissimo?" con "Il giardino segreto". Game, set, match. Sebbene l'anno si sia poi rivelato più faticoso della maggior parte degli anni della mia carriera, proprio in senso della quantità esorbitante di casini legati ai vari casi umani, la prima buona vibrazione, che non arrivava solo da Lilliput ma da tutta la classe, si è mantenuta nel tempo. Giovedì questo mi sono vista, in una delle ore che condivido col Rossino, in cui la Prima Bella stava svolgendo un tema: passavamo entrambi da un banco all'altro, a rispondere, sgridare, incoraggiare, fare cancellature, fornire traduzioni, e mi muovevo sentendomi senza peso, senza sforzo, come in una danza spontanea, senza controllare cosa facesse o dove fosse il collega, senza il pensiero di essere controllata io che tante volte negli ultimi anni ha inquinato il mio benessere. La sera dello stesso giorno, ho visto un video in cui un uomo faceva giocare una di quelle spettacolari gru africane dalle penne colorate. L'animale saltava letteralmente di gioia e spalancava le lunghe ali, zampettando, in movimenti tra l'aggraziato e l'allampanato, trasmettendo un senso di piacere senza ombre, e io ho capito che mi voglio sentire così, che ho tutto il diritto di lavorare così, che ci sono riuscita, a essere di nuovo felice, perfino nel posto dove mi avevano ridotta a pensare di mollare tutto. La foto di fine anno di questa volta avrà lo stesso sorriso di quella del primo anno trascorso a Scuola Vintage, o forse, addirittura, una luce più chiara.

domenica 20 aprile 2025

I mostri che amiamo

Rivoli, qualche anno fa. Durante un pranzo in cui parliamo di figli, dico qualcosa di non facile sulla Princi (mi ricordo perfettamente cosa, non è che mi vergogno, è che sarebbe lunga la premessa per spiegarlo). Del resto, la Princi non era per un cazzo un personaggino facile, in quel periodo, anzi non lo era mai stata, lo sarebbe se mai diventata un bel po' dopo. Cavallino mi si mangia cruda: che non mi fido di mia figlia e che glielo trasmetto, che non potrà mai sentirsi amata, così, etc. La Tipa cerca di intervenire in modo pacato, ma Cavallino è lanciata in corsa e a un certo punto mi dà, cito testualmente, della "pazza bipolare". Sorvolo, chiaramente, sul periodo molto duro che Cavallino stessa stava attraversando, e che rendeva talvolta l'avere a che fare con lei un'esperienza simile a quella di tirarsi nella vasca da bagno la stufetta accesa. Comunque io vedo tutto bianco accecante per un istante, in tre millesimi di secondo valuto da qualche parte dentro di me se rispondere con una cosa che la distruggerebbe davvero, decido di non volerlo fare, negli stessi millesimi di secondo decido anche che non vomiterò in mezzo al tavolo quello che ho appena mangiato, e scoppio in lacrime. Vado fino al bagno del ristorante. Ho le orecchie che mi fischiano, il petto trafitto dal dolore, gli occhi che scoppiano, non respiro. Mi appoggio al lavandino. Poi alzo gli occhi e mi guardo. Nello specchio non c'è Castagna come la conoscevo prima. C'è una valchiria con gli occhi fermissimi. Improvvisamente, da un posto calmo e silenzioso, dentro di me, sotto tutto quel sangue che bolle di rabbia e delusione, esce una voce che dice: "Ma siccome tu sai bene che ha torto, adesso ti calmi e non dai spazio al male che ti ha fatto." La valchiria nello specchio respira, prima a strappi poi bene, profondamente. La nuova Castagna che non sapeva di esistere si sciacqua la faccia e torna al tavolo. Non sarà comunque facile riportare Cavallino al lavoro. La porto io con la mia auto, piangendo silenziosamente al volante, ma non mi spiego, non chiedo, non discuto. Vorrei che mi chiedesse scusa, e so che non lo farà. Per fortuna, la Tipa può uscire dall'ufficio e stare un po' sulle scale esterne con me, quindi la raggiungo dopo. È una giornata tiepida e parliamo un po', torniamo sull'argomento e lei cerca di dirmi con dolcezza che Cavallino parlava perché la Princi merita un'opinione migliore di sè, almeno proiettata su di lei dalle altre persone. Sento distintamente ancora adesso la curva della lacrima che mi cola sulla guancia destra mentre le rispondo: "E se invece la Princi non potesse mai essere a posto, se fosse danneggiata per sempre, ma io lo sapessi, non mi facessi illusioni e la amassi proprio così com'è? E se fosse così anche per l'Uomo?" Quel giorno nasce una nuova persona nella mia vita. Quel giorno nello specchio prendo coscienza di aver raggiunto uno stato di indipendenza mai visto, quella frase sulle scale mi permette di smettere per sempre di vergognarmi di me stessa o delle mie scelte. Da quel momento non è più stato importante che gli altri capissero. Era chiaro a me, il perché delle mie cose, e tanto mi poteva bastare. La questione di quanto sia una brava persona mio marito, di quanto possa superare i suoi traumi e diventare sana e corretta la mia adorata bambina, in quel pomeriggio a Rivoli smette di esistere ai miei occhi, e nel frattempo mi assolvo anche io, almeno in parte, di essere il mostro che ho sempre saputo di essere. Che non è nè pazzo nè bipolare, è solo strano, diverso, ferito, incontentabile, come tutti i mostri. Siamo una famiglia di mostri, come Carletto, l'Uomo Lupo, Frank e Dracula nel cartone animato che guardavamo da piccoli. Menomale che ci siamo trovati. Col passare del tempo, mi accorgo che molte cose nella mia vita stanno prendendo la stessa piega: prendiamo Scuola Vintage. Sono al quinto anno lì dentro e vedo con chiarezza quanto violento e contorto sia il girone infernale in cui sono andata a ficcarmi, per scappare al piatto e stagnante mondo delle campagne. Ma, ehi: non toccatemi i miei adolescenti disadattati e i loro stramaledetti compiti fatti col culo e scritti in stampatello storto. Non toccatemi la profonda amicizia che germoglia nel disagio, fisico e psicologico, tra colleghi marci di insoddisfazione e passione malata per la cazzo di missione nel cuore del Terzo Mondo in cui siamo finiti. È una scuola di mostri. Non a caso le persone belle dentro con cui ho condiviso questi ultimi due anni hanno creato un gruppo Whatsapp per farci coraggio e lo hanno battezzato Freak Show. E senza ali e senza rete voleremo via. Tiè. E oggi pensavo a questa casa. Questa casa che, cito Grande Pagliaccio, "è come un secondo figlio". Cazzo, qui ogni giorno va a merda qualcosa, quando non è un muro è un tubo, quando non è un insetto che non dovrebbe esserci è un gatto che vomita su qualcosa che è difficile ripulire, quando non è il bucato che non asciuga è il falegname che non può venire perché ha la sciatica. Si sono ammalati Ulisse, Telemaco e soprattutto la maestosa Penelope, i nostri meravigliosi ulivi. Io insisto nel cercare di guarirli con parole, fondi di caffè, carezze sulle foglie, senza roba chimica. Coi cespi di rosmarino, che sembravano morti, ha funzionato. È la casa dei mostri, questa primavera le processionarie non ci danno tregua su finestre e muri e entrano anche in casa, l'anno scorso era l'invasione dei lombrichi, ieri ho sollevato una cuccia dei gatti che si era inzuppata di pioggia in giardino e, sotto, la scena era quella famosa di Indiana Jones, "cos'è questo rumore? sembra di camminare sui biscotti!". Eppure, ho sempre meno voglia di uscire. Quando parcheggio l'auto qua sotto, tutto il mio essere si ferma per un attimo e dentro di me, ma a volte anche nella mia bocca, si sente il suono "Aaahhhh" dato dal senso di assurdo sollievo che mi dà aver riguadagnato la base un'altra volta. La mia casa dei mostri, delle streghe e della gioia. La mia nave che solca le colline con la pioggia o il sole, il porto, la caverna dove non possono entrare i predatori, la nostra isola privata. Posso aver sbagliato tante cose. Anche tutte. Chi se ne frega. Non ho sbagliato nel volere che la mia vita fosse mia, anche quando gli altri non la capivano. Ho attirato persone come me, alunni così animali così, case così. "Pentita?" ha chiesto l'Orsone, anni fa. "No." Poi, forse, sì. Pentita anche mille volte, perché la vita mi ha rotto troppe ossa, ma tornata indietro mai. Il paese dei mostri mi interessa, mi affascina, mi colma. È casa mia. È la mia montagna maledetta da scalare fino in cima. Quel bagno, quello specchio, a Rivoli. Quella lacrima sulla guancia destra, mentre soffia un po' di vento. Era il giorno in cui nascevo, e ho la fortuna di potermelo ricordare.

sabato 28 dicembre 2024

La pillola dell'eterna giovinezza e la grande bestia nera

La scorsa estate, in preda a un imbarazzante sfogo a puntini e a una manifestazione incredibile di dermografismo, mi presento dalla mia ginecologa con l'aria di una che ha perso le speranze. Mi hanno visitato tre medici e nessuno mi ha saputo risolvere il problema, poi arriva lei con la sua voce calda e le sue spiegazioni pacate e mi considera nell'insieme. Ho un problemino di stress non indifferente e una micosi diffusa. Mi risolve la parte da gestire coi farmaci. I puntini spariscono pian piano, il dermografismo si ripresenta in due occasioni: quando, a settembre, per una settimana intera nessuno mi dice che classi mi daranno, e quando, a dicembre, al corso di sviluppo personale coll'Imperatore dei Paraculi parliamo del rapporto con mia madre. Nel primo caso dura una settimana circa e sparisce IN UNA NOTTE dopo che mi hanno dato l'orario dell'anno. Nel secondo caso dura poche ore, comunque prendo nota che sta diventando un potente indicatore di situazioni nelle quali mi sento orribilmente impotente. Nella stessa occasione in cui mi risolve il problema dermatologico, la ginecologa prende finalmente sul serio anche le mie lamentazioni sulla situazione di perimenopausa in cui mi aggiro disagiata da un paio d'anni e, invece delle erbe poco significative che mi aveva dato la prima volta, mi prescrive un fantastico ormone sostitutivo per tre mesi, "poi se non ti sei regolarizzata torni e te lo faccio continuare". Io prendo religiosamente il mio ormoncino, che in capo a tre settimane viene ribattezzato la pillola dell'eterna giovinezza, perchè: - sono piena di energie - mi vedo bellissima - mi sono scomparsi gonfiori e fastidi vari - il ciclo è regolare - il cervello mi funziona a mille - sono persino di buon umore. Unico neo, essendo ringiovanita, ho perso l'unico vantaggio della perimenopausa, che era dormire come un ghiro per più ore possibili, senza mai svegliarmi, il che, per una che dorme poco e male da quando era una bambina piccola, è una cosa così insperata che ormai credevo sarei morta senza sperimentarla. A conti fatti, alla prossima reincarnazione, un po' di quiete di notte sarebbe stata la prima cosa che avrei chiesto, ero disposta a darne via parecchie altre. Invece, devastata dal ciclo irregolare, dormivo con un abbandono da neonati. La pillola della giovinezza questo me lo porta via, ricomincio a svegliarmi alle 4 di mattina e a circolare per casa come il fantasma di Canterville alle ore più disparate. Ma poco importa, perchè di giorno sto bene. Poi finiscono i tre mesi di cura. Il ciclo sembra stabilizzato, quindi non torno dalla dottoressa. Ricomincio a dormire bene. Prendo altro peso. Mi riempio di dolori articolari. Mi addormento di giorno, continuamente, anche al volante. Diventa obbligatorio, durante gli spostamenti, fermarsi nelle piazzole e negli autogrill per un pisolino, che una volta durava 10 minuti, adesso ne dura 25 o anche di più. Mi sento pesante, gonfia, stufa di tutto, perdo la pazienza, mi annoio. Va bene, mi dico. Sono stati due anni pienissimi, mi sono stancata, gli ormoni, i casini sul lavoro, etc. Ma in fondo, mi dico anche, siamo qui insieme, nella casa più bella del mondo, abbiamo un sacco di progetti, la figlia a sua volta con il maritino nuovo di zecca sta facendo ragionamenti di case lavoro figli e altre robe a lungo termine, la situazione lavorativa si è ristabilita all'85% (su questo bisognerà dire, è una riflessione lunga, che può diventare anche ampia, sui modelli di lavoro in team che non funzionano, o non funzionano più, ai nostri giorni). La famiglia, con la grave eccezione della Suocera Bio, tiene botta. Il resto va o, per dirla coi Liguri giustamente pessimisti, lo facciamo andare. Eppure. Sento un basso suono gutturale che mi accompagna, avverto un odore di umido, sporco, vecchio. Me ne accorgo perchè da un paio di mesi non ho voglia di rispondere ai vocali, non ho voglia di organizzare uscite (se non con Red e El), mi sembra tutto difficile a parte tornare a casa e mettermi in pigiama, perdermi davanti a mille puntate di Homeland e addormentarmi ogni volta che c'è un dialogo di più di quattro battute. Non riesco a leggere un libro, non mi trucco quasi, ho un problema abbastanza serio ad un piede per cui non posso mettere scarpe particolarmente femminili e mi abbasso fino ad andare a scuola con le scarpe da ginnastica, cosa che mi uccide il personaggio costruito con tanta fatica che era ormai la mia seconda natura, e mi deprime moltissimo. Sottovaluto il problema: quante volte sono già venuta fuori da momenti ben più di merda? So bene cosa ci vuole, la disciplina, la routine sana, gli amici, il riposo, dei progetti da seguire, qualche paletto piantato bene. Ma una parte di me l'ha vista, la bestia, la grande bestia nera. Alle botte d'ansia siamo abituati, all'attacco di panico improvviso con fame d'aria e tremori siamo già in grado di mettere una pezza, ma quando diventano sempre più frequenti è pesante, e poi c'è lei. Acquattata sotto il letto, buia, pesante, con quell'odore rancido. Mi pesa addosso mentre guardo tramonti incantevoli, appena mi siedo in sala professori un attimo da sola, mentre aspetto che bolla l'acqua della pasta. Sapere che passerà non serve a niente, la bestia mangia la speranza, mangia il futuro e se ne frega del passato, mi blocca in questo eterno presente infelice. Inghiotte lentamente, come una pozza di sabbie mobili, le stelle che brillano qua e là nel buio, come i momenti con la Princi o qualche risata di cuore fatta con l'Uomo, con gli amici, coi colleghi. La parte peggiore è che questo animale è stato alle mie calcagna in altri momenti della vita, ma la mia quotidianità non era questa, allora: non avevo figli e non dovevo occuparmi di molto se non di andare a lavorare (cosa che mi riesce comunque ancora bene) e di sopravvivere un po'; certo, questo se non consideriamo il danno che facevo alle relazioni con gli altri che convivevano con il fantasma della me a cui volevano bene. Grande Pagliaccio, in qualità di amico trentennale, sta cercando di dirmi che mi devo fermare, come io ho detto a lui, con un tono reso quasi isterico dalla preoccupazione, un giorno d'estate di un anno e mezzo fa, quando la fidanzata Erszebet Bathory lo stava sbattendo su e giù come uno straccio della polvere, il lavoro gli andava storto e io avevo paura che morisse d'infarto. Ma la mia vita al momento ha una velocità che non saprei come ridurre. Negli ultimi 5 anni ho lavorato in tre ambiti diversi, da 4 anni insegno in un contesto sociale estremo, negli ultimi 3 ho aggiunto un'altra città alle mie peregrinazioni settimanali, da 2 anni e mezzo abbiamo cambiato casa e, non bastasse, nell'ultimo anno siamo stati anche senza una base in Liguria, dove però abbiamo continuato ad andare per gestire la famiglia. In più, a me è venuta una forma di orrore all'idea di rallentare, di dire di no all'amica che ha bisogno di sfogarsi, di rimandare gli impegni, forse perchè la persona che sono diventata non è germogliata da sola ma è stata frutto di un lavoro duro e impegnativo negli ultimi anni e non esiste, dopo tutta questa fatica, tornare al punto di partenza. Quindi siamo qui, nella Casa dei Sogni baciata dal sole invernale: io, l'Uomo, le gatte, e la grande bestia nera. Oddio: forse dovremmo conteggiare anche la monumentale angoscia che accompagna l'Uomo, ma quella, tutto sommato, ormai fa parte dell'arredamento, anche perchè a mille profferte e proposte per trovare soluzioni lui si è sempre sottratto, e poi ultimamente ruggiva meno forte, forse è per questo che io ho percepito il respiro pesante della mia bestia, perchè la sua occupava almeno apparentemente meno spazio. Non so. Cioè, so. So che non devo mollare, so anche che, se è destino che molli, mi verrà qualcosa che mi bloccherà al palo costringendomi a mollare, almeno in parte, almeno per un po'. So che come è arrivata se ne andrà, solo che la durata in passato era di minimo due anni e io, adesso, non so se ce li ho, due anni da buttare in un pozzo. Diciamo che a gennaio vado di nuovo dalla ginecologa e glielo racconto. Diciamo che una cosa che mi ha fatto felice è stata trovare una piscina bella lunga utilizzabile anche d'inverno, per cui appena mi passa l'influenza ci tornerò. Diciamo che posso ricominciare a insegnare yoga e anche iniziare un altro corso da allieva. Diciamo che so come si fa. Diciamo che non ho voglia di perdere tempo a far finta di non saperlo. Per cui al mattino scavalco la bestia e vado, anche se lei fa quel suono basso e dolente. Un bel giorno, semplicemente, scenderò in cucina, farò colazione, mi preparerò per la scuola, e ad un certo punto delle cose che sto facendo mi renderò conto che la bestia non mi ha seguito.

domenica 25 agosto 2024

Fantasmi e disagi

Ieri, mentre mi trascinavo con un attacco di sciatica aspettando che tornasse l'Uomo per farmi massaggiare la chiappa con la pomata antinfiammatoria, mi è saltato all'occhio un parallelismo. Rewind al 2020, settembre. In mezzo alla pandemia, mi è arrivato il trasferimento da Scuolina Rosa a Scuola Vintage. Arrivo il primo giorno, e il Vicepreside Faina mi fa personalmente fare il giro della scuola, un veloce (troppo veloce) briefing sul registro elettronico, complicatissimo rispetto a quello che usavo prima, e, pronti via, mi lascia in sala prof, dicendomi di scegliermi un cassetto. Alzo gli occhi: la cassettiera di metallo l'ha disegnata lo scenografo di Avatar, per arrivare all'ultima fila in alto devi essere un supereroe della Marvel. Esclamo: "Ma giocate tutti a basket, qui a Scuola Vintage?" e vengo oltrepassata da un sorridentissimo Orsone, che con un gesto privo di sforzo deposita, chilometri sopra la mia testa, i moduli del suo libro di scienze nel cassetto col suo nome: "Infatti io mi sono scelto un posto bello in su, senza dover chiedere". Mi accomodo qualche piano sotto di lui, perché la sua presenza mi rassicura, e la visione del suo braccio che mi scavalca mentre sto frugando nel disordine del mio cassetto diventa, da quel momento, parte del mio quotidiano. Vado in bagno, attraversando intere nazioni: i corridoi sono lunghi come piste nel Kalahari e il bagno dei professori è uno solo, nel senso di uno, per uomini e donne, senza antibagno, senza finestre, senza ventola, buio, grigio e polveroso. Attraversando i corridoi trovo i bidelli intenti svogliatamente a spostare di qua e di là le frange, spingendo quelle che palesemente sono carte di merendina dell'ultimo intervallo svoltosi lì, NEL FEBBRAIO PRECEDENTE. Due giorni dopo, cercando materiale nell'armadio dei libri di testo, trovo inequivocabili cacche di roditori. Menomale che la scuola è piena zeppa di dispenser con amuchina in gel, mentre vado a chiamare i collaboratori ne bevo uno e me ne verso addosso tre. Il ratto verrà avvelenato con esche e rinvenuto cadavere sotto una scrivania, dal bidello Gargantua, a metà della settimana. Nel frattempo ho più volte stracciato mentalmente la presa di servizio e mi sono chiesta se, facendo 12 km in ginocchio sull'asfalto della statale nella Valle delle Meraviglie e flagellandomi nel frattempo la schiena con punte di metallo, avrei potuto farmi riammettere nella mia scuolina scintillante, luminosa, in mezzo al verde, coi pavimenti così puliti da poterci mangiare e le poltrone in sala prof. I primi mesi a Scuola Vintage sono un incubo cognitivo. Tutti hanno la mascherina, molti parlano con la r moscia, la r blesa, la r francese, la evve, molti parlano veloce con accenti smozzicati di posti vari d'Italia, per non parlare degli alunni e dei genitori che provengono da quattro continenti, hanno nomi dalla pronuncia incredibile traslitterati con fantasia da impiegati dell'anagrafe, e in alcuni casi parlano l'italiano così poco che non sai se hanno capito quando fanno cenno di sì con la testa. Solo molto tempo dopo mi renderò conto che in quei primi mesi ero preda, tra le altre cose, del rallentamento cognitivo dovuto ai postumi del Covid, e la memoria a breve termine era indebolita di brutto. Insomma, il disagio. In mezzo al quale disagio, peraltro, ho passato mesi di meravigliosa realizzazione professionale e qua e là vero e proprio successo, e mi sono legata in modo malato alla luce che taglia in due i corridoi coi finestroni settecenteschi, al suono assordante delle campane della cattedrale che interrompe le lezioni, e a tutto il resto. Questo, prima che andasse tutto veramente molto male e l'Inquisizione mi scoprisse. Ma questa è un'altra storia. Il parallelo arriva da un altro settore della mia vita. Nel febbraio del 2021, per puro caso, inciampiamo nel cartello "vendesi" affisso sul cancello della Casa dei Sogni. Se c'è una cosa che il Covid ha insegnato a tutti, è che rinunciare a qualcosa in attesa del momento migliore per averla è una vaccata: e poi È il momento migliore, io ho appena portato la famiglia in salvo da una causa, iniziata 11 anni prima, per sbloccare la casa di villeggiatura del bisnonno, e l'ho venduta da un mese, i soldi sono ancora lì. Conto fino a tre: le tre volte in cui l'Uomo pronuncia la frase "hai sentito l'immobiliare?". Alla terza, è fatta. Nel luglio del 2022 ci trasferiamo nella casa a Paesino da Cartolina. La signora che ce la vende, oltre a fare un caffè strepitoso, ci ha consegnato un gioiello con il prato perfetto, i rampicanti profumati, la cantina asciutta, non proprio per un sacchetto di monetine ma neppure per un rene. Gli uccellini cantano in giardino. Il sole tramonta dietro le montagne con effetti di luce ogni sera diversi, che farebbero impazzire Monet. Fast forward a qualche mese dopo: il geometra, che mi sta facendo il progetto per trasformare la rimessa nella cucina della mia vita, viene a trovarmi una mattina con espressione molto preoccupata. Proprietari, immobiliare e notaio potrebbero essere portati di peso in tribunale, l'atto stracciato, io risarcita profumatamente. C'è da sanare di tutto e di più. "È sicura che non vuole procedere? Guardi che non sono pochi soldi". Io non ho bisogno di girarmi a guardare il pettirosso che zampetta sul prato, nè di consultare la famiglia: "Non voglio cause, grane e mal di pancia su questa casa." "Ma guardi che la causa è già vinta, sono in torto marcio." "Lo so. Sono io che non voglio andare in causa." Paghiamo la sanatoria, perdiamo mesi tra urbanistica e paesaggistica per i permessi, partono i lavori. 2024: non abbiamo finito di ammobiliare, non abbiamo finito di isolare il muro del salotto, la cantina si è allagata più volte, la facciata è da rifare, il giardino è in malora, il cancello pedonale va cambiato, si sono rotte due persiane, va rifatta la copertura del garage, una delle gatte è stata investita da un'auto, ogni singolo giorno è una lotta contro artropodi, invertebrati, creature mai viste, ancora qualche giorno fa un vermino apparentemente innocuo che strisciava su un muro esterno mi ha lasciato un segno su un braccio come quello di una medusa. Aggiungiamoci che: il marito deve montare il secondo comodino da due anni; ci sono scatole ovunque; ho sviluppato un attaccamento morboso per la cucina nuova e mi sorprendo a mormorare giaculatorie senza senso mentre pulisco il piano fornelli per la terza volta in un giorno. I vicini hanno iniziato a criticare non troppo velatamente il disordine del giardino e mi sono trovata un avviso del servizio postale che ci sgrida perché la pioggia e il sole hanno cancellato i nomi sulla cassetta delle lettere. Non ho la scusa del brain fog da Covid: è che non abbiamo mai avuto da gestire una casa così. Semplicemente, non siamo capaci. Mi sento come quando, sul lavoro, alla terza volta che qualcuno mi dava un'indicazione condita di nomi strani da dentro una mascherina, fingevo di aver capito e poi mi comportavo come se fossi finita in mezzo agli Inuit e, non capendo un cazzo della loro lingua,cercavo di agire per imitazione. Sono passati alcuni mesi sia dal trasloco dei mobili che dal matrimonio di nostra figlia, non ho scuse: devo montare in sella e domare questo cavallo. Qui l'Inquisizione, quantomeno, non dovrebbe trovarmi. Speriamo di trovare un modus vivendi, prima che la casa decida di caderci addosso. Anche da qui, comunque, è chiaro che non ce ne andremo. Finalmente, da qualche anno, si è palesato a cosa fosse destinato a servire il carattere di merda che mi contraddistingueva già all'asilo.

sabato 17 agosto 2024

Cose del nostro lavoro che richiedono flessibilità

Questo che inizia per me è il ventitreesimo anno del mio mestiere. Negli scorsi mesi, a campione: Cavallino ha cambiato lavoro e luogo geografico di lavoro due volte, Red si è licenziata ed è partita per Santiago, la Princi ha ripreso a lavorare cambiando settore, il Giovane Marito (già Fidanzato BP) è diventato responsabile della sua agenzia, l'Uomo ha valutato il distacco parziale delle ore su compiti dirigenziali. Per dire che, senza dubbio, nella vita la situazione lavorativa può cambiare. In vari modi e varie volte. Diciamo però anche una cosa, proprio specifica del mio mestiere, di cui forse in passato mi accorgevo meno, perché ero più giovane, perché ero io "quella nuova", oppure perché non lavoravo in un contesto così estremo. Io adesso a settembre torno al lavoro dopo quelle che sono state - le ferie più sudate della mia vita - le ferie più sfruttate della mia vita - le prime ferie di cui non ho passato nemneno un minuto a programmare il lavoro futuro - le uniche ferie da quando lavoro che assolutamente non mi sono bastate. (Sì lo so, lo so, lo so. Risparmiatemi la tirata sulla statale di merda, dopo questo anno i famosi tre mesi di ferie, che comunque non sono tre, per la prima volta li ho blindati in modo che non potessero essere disturbati da nessuno e ne avrei voluto ancora, e non me ne devo vergognare, si chiama esaurimento nervoso, non fancazzismo). Torno al lavoro e: non so quali classi avrò. Non so quali sezioni avrò. Non so quali alunni (e nazionalità, con annessi problemi linguistico-culturali) mi troverò davanti. Non conosco, probabilmente, almeno il 60 per cento delle famiglie con cui dovrò relazionarmi. Non so che incarichi mi daranno oltre alle ore di lezione. Non so con quali colleghi di ruolo lavorerò. Non so quali colleghi supplenti potranno tornare e se lavoreremo insieme. Non so a chi dovrò rispondere come coordinatore di dipartimento e di classe. Non so chi arriverà sulle cattedre scoperte. Non so quali casi particolari avrò in classe e quali insegnanti di sostegno saranno assegnati ad essi. Non so il mio orario. Non so il pomeriggio occupato dalle lezioni (ma quello me lo immagino, sarà il venerdì ovviamente, se resto sul tempo prolungato). Non so dove dovrò spostare le mie cose. Non so se sarò nel corridoio a 50 gradi di temperatura o in quello a 18. O in entrambi. Cose che so: ho due cassetti, uno abusivo. Credo che mangerò allo stesso baretto e che farò lo stesso abbonamento annuale al parcheggio in zona Ovest. Ho alcuni colleghi coi quali potrei lavorare anche in un campo base ai piedi del Karakorum, dopo un terremoto e sotto i bombardamenti, e riusciremmo a ridere e a litigare per chi paga il caffè. Ne ho altri da cui guardarmi le spalle anche se devo fare solo tre fotocopie. Ho la sindrome di Stoccolma, altrimenti avrei chiesto il trasferimento. Inizierò a svegliarmi alle 4 per l'ansia il 31 agosto. Arriverò a casa troppo stanca per parlare, cucinare o fare una telefonata a partire dal 12 o 13 di settembre. Inizierò con la tachipirina a colazione intorno ai primi di ottobre. Parlerò tre lingue. Dirò a qualche alunno nuovo e spaventato che sto studiando l'arabo. Studierò ogni mattina un outfit che mi faccia sentire bene. Sorriderò molto. Anche, e soprattutto, a chi mi ha mandato in burn out e mi vedrà risalire in sella con lo stesso movimento naturale di sempre. Sarò felice apposta.

mercoledì 14 agosto 2024

Della serie

Questa, con una delle poche persone che ancora leggono, ormai quasi la sola che commenta, e una tra quelle che vale sempre la pena leggere e a cui vale sempre la pena rispondere, non è una querelle. In effetti, anche se mi perdo un po' tra gli esempi e vengo colta da un'impressione di erbe raccolte a fascio tra diversi generi di (più che giustificato e anzi doveroso) rancore, credo che io e Pellegrina stiamo entrambe riconoscendo la stessa cosa. Che ci vuole un enorme sforzo CULTURALE e non solo economico, politico, logistico, urbanistico, legislativo, per evitare che tra patriarchi, capitalisti, poveracci, gente di ogni mondo e in ogni condizione, si instaurino e si perpetuino le parti meno sane, più ferali e più retrograde, delle diverse tradizioni. E prevalga altro, quello che comunque esiste, io forse lo vedo grazie al mestiere che faccio. La scuola ci può salvare? Ah, non si sa, ma io ho il gigantesco privilegio di essere in un ambiente in cui ci si prova duro, ci si prova ogni giorno, tutti. C'è un particolare però che mi ha dato un fastidio atroce. I saperi di serie A e di serie B. Potrei scrivere ore per rispondere. Non spreco neanche una frase, chi legge può cercar di frugare nei propri ricordi o parlare con gente varia, coetanei,figli, figli di amici, nipotini, e chiedere cosa è rimasto di quel che hanno imparato alle medie dal professore più impattante. E poi tacere e ruminare sulla risposta per qualche mesetto. Ma quale serie, Pellegrina. Ma quale serie.

martedì 21 maggio 2024

Risposta dovuta da tempo

Sono rimasta lontana dal blog per un po', per evitare la risposta al lungo commento di Pellegrina al mio ultimo post. Risposta che sentivo di voler dare, ma che volevo dare con cognizione, calma e tempo. Non capisco perché scrivendo dal telefono non padroneggio la spaziatura tra paragrafi e gli a capo, ma tanto fa. Oggi sono tornata sul blog per dire dei grandi cambiamenti in arrivo, e spero di non dare con ciò adito ad altri commenti di difficile gestione, cioè, per carità, se Pellegrina o chiunque altro vuol commentare che mi LAMENTO di aver paura di stare per trasferirmi in un posto incantevole, essendo una ragazzetta viziata con le paturnie, faccia pure, non credo di restarci particolarmente scossa. Io stessa mi sono chiesta se avesse senso sentirmi come mi sento, e se non dovessi semplicemente scrollare via le esitazioni. Ma credo di aver espresso il fatto di stare per entrare nella seconda parte della mia vita, più che di essermi lamentata, e di aver riconosciuto un lavoro di smontaggio progressivo dei pensieri negativi che faccio da anni su me stessa, più che la metratura di un'abitazione. Credo anche di aver scritto per alcune amiche che non sanno ancora, alla mia età, dirsi che si meritano davvero le cose che hanno raggiunto dopo anni a impegnarsi e a rinunciare, e che impegno, rinuncia, merito non siano legati al saldo complessivo di un conto bancario, ma a come ognuno affronta la vita là dove si trova. Quindi. Partiamo dalla decenza che "dovremmo" insegnare "anche a scuola". E dalla violenza e dal patriarcato che regnano nelle famiglie di origine straniera, che "potrebbe servire ammettere". Mmm. Come te lo spiego, Pell, che ci lavoriamo tutti i giorni del calendario scolastico, sulla decenza, e la decenza è anche non masticare il chewing gum a bocca aperta e sbadigliare sonoramente davanti al docente e non presentarsi ogni giorno senza libro e con un mucchio di fogli a caso invece che coi quaderni, e in queste cose, almeno dove lavoro io, non ci sono fattori di genere, etnia, credo religioso o strato sociale che tengano, perché la maleducazione è onnipervasiva? Io vent'anni fa a una seconda media mi ricordo di aver spiegato chi fosse e cosa avesse scritto la monaca Roswitha, e ricordo la vocina che dentro la mia testa diceva: beh ma non starai esagerando? mica devono sapere cose che tu hai studiato all'università... Oggi un terzo della lezione, in prima, seconda e terza, ha come contenuto "stai su con la testa" e "finché non avete tutti davanti almeno un libro in due, non posso iniziare la lezione". Oltre a "no, non puoi autorizzarti da solo a non partecipare al progetto, sei minorenne" (giuro che uno recentemente mi ha risposto "eh sì, e allora cosa vuol dire" scuotendo la testa come a intendere: ma tu guarda 'sta poveretta). Nel frattempo, la poveretta pensa che il fatto che alcuni di questi zoticoni siano seduti lì significa, indipendentemente di nuovo da genere etnia e credo, che 1) sono vivi e a scuola ed è già tanto (ovviamente l'unico suicidio di dodicenne, accertato, di cui io sia a conoscenza diretta, era di pelle bianca, di famiglia presente e in scuola dei quartieri belli, ma ho visto altre morti e saputo di altri rischi), 2) non stanno spacciando, finché sono qui (e se controlliamo bene i bagni), 3) più ce li lavoriamo più siamo sicuri che il giorno che hanno un problema serio lo sapremo e potremo intervenire, con psicologi polizia e servizi sociali e (dettaglio) se lo facciamo e se ci danno retta li metteranno al sicuro e (come per mia figlia) questo significherà essere portati via dal mattino alla sera da famiglia, amici, prof, scuola e città e noi prof in molti casi non riusciremo mai più a sapere come è andata a finire, 4) ah, già, sì, devo andare avanti con il programma. Sul pezzo successivo, che riporto qua sotto per eventuale ulteriore dibattito: "Perché va bene tutto, la funzione dell’insegnante, la solidarietà, il paracattolicesimo, il buddismo e quel che ognuno s’inventa per parare la miseria quotidiana e la propria infelicità. Ma la cecità con cui abbiamo, socialmente, santificato « il migrante » con annessi e connessi più o meno « culturali » semplicemente perché ci serviva per opporsi a « ilrazzista » con urla scandalizzate, in una bega tra bianchi-europei-italici-integrati che non teneva conto della realtà di vita concreta né della mentalità di chi veniva a vivere qui, ha impedito e impedisce tuttora di prendere in considerazione sul serio e di riconoscere problematiche e stile di relazioni che rischiano di alimentare ancora di più ostilità, ghettizzazione, povertà e fratture sociali lungo le barriere etniche peggiorando la vita di tutti coloro che non hanno abbastanza soldi da rinchiudersi in enclave protette. Cioè della maggioranza della popolazione. Se non abbiamo la forza morale di riconoscerlo e di assumerne le conseguenze in modo attivo, continueremo a usare queste persone per sentirci santi e per definire chi si oppone alla loro presenza come i diavoli, senza realmente affrontare i nodi vieppiù urgenti della convivenza. Ma tanto è un discorso inutile, quando i santi sono sempre troppo certi di essere tali." ...capisco l'intento di critica politica e sociale, condivido il punto che non è tanto la differenza etnica ma la sempre crescente povertà economica di strati sempre più larghi della popolazione che rende la situazione insostenibile, sommata inoltre alla povertà culturale e a quella educativa e politica che sono trasversali, ma ti chiedo, Pellegrina, e giuro che ho aspettato tanto per poterti parlare come con un'amica, in un confronto su posizioni diverse: ma ti senti come parli? Santificare il migrante? Sentirsi santi? Usare le persone per definire santi e diavoli? Partendo tu stessa, tra l'altro, dal fatto di essere infastiditi dal gesto ribelle, maleducato e illegale di fumare sui mezzi pubblici dei ragazzi stranieri, come una piccoloborghese qualunque col golfino beige? Sai cara, anni fa avrei risposto di getto e molto diversamente. Invece, poiché sono una volpe col pelo già un po' grigio, e poiché da 4 anni lavoro in mezzo al crogiolo di un centro storico pieno di microcriminalità, ho pensato tanto, e ho elaborato diverse riflessioni sul santificare i migranti e sul sentirsi la buona dama bianca che civilizza i piccoli selvaggi. E mi serve rifletterci, senza dubbio, tutti i giorni. A te servirebbe leggerti un po' di cose che scrivono i ragazzi, sentirli parlare, vedere le facce dei miei colleghi alle cinque di pomeriggio (ma certe settimane anche il martedì alle 8 è abbastanza) dopo essere stati a prendere decisioni tremende, che poco hanno a che fare con i quattro di matematica o la monaca Roswitha. E aver avuto le ultime disposizioni dall'alto, che legano ulteriormente mani e piedi al tempo da dedicare al fare cultura, al generare sapere, bellezza,conoscenza, consapevolezza dentro a vite già segnate dalla nascita. E allora vedresti, presumo con una certa chiarezza, che, altro che paracattolicesimo, altro che buddhismo, altro che missione civilizzatrice, l'unica cosa ormai santificabile, e in questo mondo sbagliato, è 'sto gran cazzo. Ma sul serio. Aspetto tue. Se ci metterai un po', capirò.

Per davvero

Non c'è un modo di dirlo che non mi faccia impressione. È arrivato il momento. Abbiamo la lavatrice, il frigorifero grande, la cucina, anzi, due cucine, che verranno entrambe allacciate a gas e corrente entro la fine della settimana. Il weekend scorso abbiamo parlato di trasferire su le gatte appena finito questo allacciamento, perché dovrebbero smettere di girarci per casa uomini che lavorano o consegnano pezzi a tutte le ore. E se trasferiamo su le gatte, quella a Paesino da Cartolina diventa casa. Mi aspettavo di avere un gran magone, dato che la casa che lasciamo è quella in cui ho trascorso più anni di fila in tutta la mia vita. Ci sono entrata da sposina e ne vengo via ora che nostra figlia è sposata. Ci abbiamo passato tanti momenti importanti. E infatti ce l'ho, il magone. Molto forte. Ma soprattutto ho paura, e questo non me lo aspettavo. Ho paura di non essere all'altezza della vita che voglio fare. Ho paura della routine (che poi, vorrei sapere quale, routine. Sono 23 anni che viviamo come dei disadattati nomadi senza pace, e ci abbiamo pure cresciuto una figlia, cinque gatti, un cane, sbattendo a destra e a manca, macinando chilometri, dormendo in giro, vedendoci di corsa in città diverse, gestendo, negli ultimi anni, sei lavori in due, insomma: "noi, cose semplici, mai" è il motto sullo stemma di famiglia). Ho paura che, alla fine del trasloco di mobili e cose che arrivano da tre appartamenti ed un ufficio, non ci sia più spazio per vivere. Che gli scatoloni da svuotare non finiscano mai, che tra 10 anni ci siano ancora dei quadri da appendere (e questa non è tanto una paura, quanto una dolorosa consapevolezza). Ho paura di aver trovato il Posto, ho paura che sia davvero il posto giusto per lui oltre che per me, ho un'assurda, gigantesca, stupida paura che questo colpo di testa fatto tre anni fa sia la mia Città di Smeraldo, la torre dell'Infanta Imperatrice, la mia Camelot, che il viaggio arrivi a una destinazione adulta e definitiva. Ho paura che, dopo questo, niente sarà più grande come questo. Stupido, vero? Ma è così. Come le prime volte che ho visitato e fotografato la casa dei miei sogni, col cielo azzurro smaltato e una gloria di montagne bianche e blu laggiù in fondo, c'è una piccola, ignorante, danneggiata parte di me che pensa di non meritarselo. E adesso, dopo due anni che ci viviamo, sa esattamente cosa vuol dire svegliarsi lì con la nebbia come un tappeto ai piedi, sentire infinite voci di uccelli che punteggiano le notti estive, convivere con la prepotenza delle piante e degli animali che da fuori entrano dentro e danno vita, colore, sangue e profumo alla casa. E ancora non capisce che è giusto così. Ma soprattutto, ancora adesso, quella parte di me che è eternamente in punizione e in difetto e in dubbio non se lo sa dire a voce alta, anche se lo sanno tutti, che comprare la casa dei sogni non ha fatto felice solo una persona. Che dentro al sogno ci è venuto ad abitare anche lui. E che quindi, come tutti i posti dove c'è lui, quella sarà casa, e tutto il resto saranno solo luoghi.

domenica 3 marzo 2024

La critica della ragion pratica

"Il ministro ha detto che vuol fare le classi separate per gli stranieri."

Sono scoppiati a ridere.

E io, di nuovo, ho pensato: a posto così. 


[Non volevo dirlo in classe, ma la collega ha postato la citazione di Valditara sulla chat docenti nell'attimo in cui abbassavo gli occhi sul telefono per andare al registro elettronico e fare l'appello. La mia lingua è andata da sola.

Dopo, ho spiegato che normalmente noi non facciamo politica in classe, che, certo, spieghiamo la storia,  le interpretazioni letterarie e culturali dei fatti, parliamo di legalità e di diritti e di Costituzione. Ma che non è nostro compito dire a dei quattordicenni come devono pensarla, bensì dare loro gli strumenti per sapere come la pensano (e saperlo dire). Mi guardavano, presissimi. Qualcuno sorrideva.

Mi spiace per quelli che parlano di scuola senza entrare mai in un'aula. Davanti a occhi come quelli, a quel silenzio, a quell'attenzione, in quei momenti in cui si sente il rumore del  germoglio del pensiero che fa capolino dalla terra, il senso della decenza, se non ce l'hai, ti viene.]