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lunedì 31 dicembre 2012

auleintempesta featuring Mila Spicola, di nuovo

...questa prima o poi devo incontrarla di persona.

"C’è una prof di cui vorrei raccontarvi, ma lei mi ha fatto giurare che non lo avrei fatto. C’è un nome che vorrei fare per il mio pantheon del 2012 ma ogni promessa è un debito. Ho tentato di scrivere di qualcun altro, mia cara prof, ti giuro, ma non ci riesco. Mi tocca raccontarla lo stesso questa storia, senza fare nomi. La prof in questione mi direbbe che metto troppi punti, è una prof d’italiano.




E’ la storia normale di una persona non normale. Non vi dico la città, potrebbe essere Napoli, potrebbe essere Reggio Calabria, Catania, o Palermo, di certo è una periferia. La prof senza nome insegna in una normale scuola a rischio di periferia. Scuola periodicamente soggetta a normali atti di vandalismo e a normali cortei di autorità e tv che arrivano a solidarizzare, a impegnarsi, a promettere. Una periferia di cui conosciamo croste e scritte sui muri macinati dall’incuria, in cui la cura maggiore dell’uomo è posta nell’erosione voluta delle cose tangibili per riempire di fatti il vuoto di bisogni immateriali che non riescono a identificare.



Me li immagino di notte i ragazzi senza direzioni che grattano sui muri, che picconano, che ammassano rifiuti e gli danno fuoco, che saltano muri possibili perché quelli invisibili sono troppo alti per loro. E poi mi arrivano le telefonate della prof nei normali lunedì in cui si ritrovano per l’ennesima volta con la segreteria all’aria, i pc rovesciati a terra e i vetri frantumati. La normalità non è retorica e ci ritroviamo, dopo aver bestemmiato contro nessuno, io e la mia amica prof, fuori dalla scuola, osservando come le “grattate” riguardino pure quel catorcio di macchina che si ritrova. Averne una nuova o più accettabile? Tempo una settimana finisce rigata, con gli specchietti laterali distrutti e attaccati con lo scotch da imballaggio. “Cazzo, ma unt’affrunti a caminari cu sta cosa?” “Cu parlò m’affumò, talìati u to motirino”.



Prof che scherzano e intorno c’è lo scenario di CinicoTv. Chi ce lo doveva dire di finirci dentro per intero? Ma no, nessun lamento. E’ la normalità e questa prof ci sta benissimo. Così bene che quest’anno è entrata di ruolo in un bel liceo del centro e ha rifiutato. Vuoi mettere il divertimento di stare qua? Che non sai mai che accade? Pensa la noia di stare in un liceo a vita. “Tu sei pazza”. E’ pazza, come tutte le persone che si ostinano a fare il proprio dovere in modo regolare nel paese dell’irregolare e delle deroghe.



No, non vi racconto di lei, ho promesso, ma di normali commozioni. Grondanti di tenerezza da far schifo a me per prima. E invece non c’è niente di retorico, è la normalità. Che una prof si commuova per i temi che legge scritti dai suoi alunni, per i pensieri troppo grandi di ragazzi così piccoli, per le piccole opere d’arte disegnate o gli sgorbietti con dedica e te li scambi come le figurine, specialmente quando arrivano dal figliol prodigo. Quello che era andato via e te lo sei visto tornare una mattina.



“Guarda, guarda, leggi qua “io un giorno andrò via per ritornare””e non partono mai “Tu guarda questo quanto è bravo… Non imbrocca un verbo ma guarda che bella mano”.



Ce l’ho, ce l’ho, mi manca. Quello col padre in carcere? Ce l’ho. Quello che viene a scuola in pigiama e si riaddormenta sul banco? Ce l’ho. Quello che ti salta giù dalle finestre? Ce l’ho. Quella brava che sembra che frequenti un college? Ce l’ho. La madre dell’alunno che si presenta con la scopa in mano fuori dai cancelli perché te le vuol dare e non potendo entrare si scatena col cofano? Ce l’ho. E il fidanzato di quella della 3G che si pianta alla finestra e le manda baci da fuori e le lancia baci perugina e tu stancamente al bidello “maniscalco senta me lo allontana da fuori”? Ce l’ho. E l’alunno che ti ha aggredita? Ce l’ho. E la varicella a 42 anni e il morbillo a 44? Se vabbè. Giuro. Ce l’ho. Ce l’ho.



E quello che dice “basta con questa retorica delle scuole a rischio?” Cavolo, ne ho tre, no..forse di più.. E quello che si sente uno strafigo pazzesco nel dirti “sì, ma i prof di oggi, ai miei tempi…”? E il ministro che viene a visitare la scuola dopo l’atto vandalico, regala una targa al preside e una medaglietta al primo della scuola e però ti taglia il fondo di funzionamento d’istituto e non ci son soldi per i supplenti e dunque quel giorno la 3G entra a 2° ora e Mannino la prima ora se la passa a tirar pietre da fuori a quelli della 2F che gli hanno detto “troia tua madre”? E che fai? Lo sospendi così continua a tirar pietre da fuori? Te lo tieni in classe. Ce l’ho. Ce l’ho. E il prof che arriva e ti dice “ma siete pazzi?” rimane 15 giorni e se ne va? E quello che fa più danni che altro? Ce l’ho. Dai, qualche testa di cazzo c’è, normale statistica.



E ridiamo, eccome se ridiamo. E ci incazziamo. Eccome se ci incazziamo.



Mi manca. Andiamo alle figurine che mancano. Mi manca il fatto che altri pensino sia anormale. Il fatto che tutti pensino che siano cose eccezionali e dunque possono commuoversene per una frazione di secondo e poi tornare a non far nulla. Mi manca, cioè constato che, se il valore di un prof debba “essere misurato con le performance e i risultati degli alunni” (virgoletto perché son contraria), questa prof di cui non faccio il nome, sarebbe tra le peggiori, come i suoi ragazzi. E invece, nel nostro capovolto mondo normale delle scuole di periferia, è la migliore. Senza retorica, senza slogan, senza miserie e senza sorprese. Con un po’ di buona normalità mettiamoci d’ impegno e capovolgiamo l’Italia."



Mila Spicola



articolo pubblicato su L’Unità in edicola il 30 dicembre 2012

Proposito per il 2013

Beh, quest'anno è facile:

FARE A TUTTI I COSTI IN MODO CHE NON SIA COME IL 2012.

Ed è anche l'augurio che vi faccio. Un 2013 che ci faccia dimenticare il 2012. No, dico, persino la Montalcini non è riuscita a sopravvivere al 2012 (ma Berlusconi sì, maledizione). Chiudiamola lì con quest'anno di merda.

Più seriamente, ho il proposito di riprendere davvero con lo yoga, ho già iniziato e sto francamente bene quando mi ci dedico. Poi ho sei miliardi di altri progetti, ma anche le spalle larghe per sopportare che anche stavolta non ne vada in porto neanche uno, tanto oramai c'abbiam fatto il callo. L'importante è provarci, anche quest'anno.

venerdì 28 dicembre 2012

Ma chiediamoci un momento

Scena: una tranquilla piazzetta di paese, nelle Langhe, circa le sei di sera. Pavè illuminato dalle luci dei negozi, tra cui quelle di una bella pasticceria nella quale siedono a sorseggiare caffè Castagna, l'Uomo e AB.

All'improvviso AB e Castagna, che sono rivolti verso la strada, vedono due che se le danno di santa ragione. AB scatta per andare a separarli, seguito a ruota dall'Uomo e, buona ultima, da Castagna che, non intendendo buttarsi in mezzo a due uomini grandi e grossi che si menano e a altri due che cercano di fermarli, si mette quantomeno a gridare.

Alla frase "ora chiamo i carabinieri e ti denuncio" il bestione più giovane, che aveva sbattuto in terra l'altro e gli stava cioccando dei cartoni secchi sulla faccia, salta in macchina e sparisce sgommando. AB si è tolto gli occhiali per non farseli rompere, Castagna è cieca anche con e comunque non ha avuto la prontezza, l'Uomo invece prende per fortuna la targa. Dopodichè, tra sedie del dehors e un sacchetto di ghiaccio fornito dalla pasticceria, si contano i danni aspettando i carabinieri.

Ricostruzione dell'accaduto:
Tizio 1 (il bestione più giovane) esce dal Bancomat, sale in auto, fa seccamente retromarcia per uscire dal parcheggio e quasi prende Tizio 2, che sta passando lungo le macchine, e che gli grida di stare attento. Tizio 1 gli risponde con un titolo. Tizsio 2, a cui non piace essere sfanculato quando ha ragione, gli molla una manata sul vetro della macchina. Tizio 1 scende e gli salta addosso, si spintonano per un breve istante, se ne assestano un paio reciprocamente, poi mentre accorrono AB, Uomo e Castagna, Tizio 1, che è più forte, sbatte a terra Tizio 2, gli monta sopra e cerca di massacrarlo, salvo scappare, come quel senzapalle che è realmente, alla frase "ti denuncio" (che immagino non senta per la prima volta).

Bilancio:
Tizio 2 si rialza con una spalla quasi certamente lussata, visto che non alza il braccio, e la faccia gonfia, sputa un pezzo di un dente davanti e straparla per cinque minuti buoni uggiolando di dolore, assistito dall'Uomo. Poi lo si fa sedere, gli si dà il ghiaccio, intervengono una signora che afferma di essere stata al Bancomat subito dopo Tizio 1 e che le telecamere lo hanno per forza ripreso, la mamma di AB che è uscita dalla pasticceria e infine una volante con la giovane e cazzutissima marescialla dei carramba locali, che prende nota di tutto e gli consiglia di farsi venire a prendere da qualcuno e andare a farsi refertare i pezzi mancanti.

Ma chiediamoci un momento una cosa. In macchina con Tizio 1 c'era una ragazza. Che in tutto questo se ne è stata serenamente seduta al suo posto, finchè il bestione non è risalito in auto ed è ripartito incenerendo le gomme sul selciato. Io è da ieri che mi chiedo che CAZZO di persona è una che sta con un violento del genere. E' assolutamente chiaro che la tipella in questione non riteneva semplicemente che il suo masculo fosse stressato da una difficile giornata di lavoro e stesse perciò reagendo in un modo a lui inusuale. Infatti non è scesa nè si è affacciata a dirgli, poniamo, "maddai Maicol checcazzo fai, su!" ma se ne è stata dove deve starsene una che o è convinta che lui faccia benissimo a far così o tace perchè altrimenti ne prende una saccata pure lei.

E io sono qui che mi chiedo, ma veramente.

  



giovedì 27 dicembre 2012

Di Natali alternativi e tubini neri

Poiché comunque, appunto, dicevamo, la vita deve andare avanti e bisogna combattere per quel che si ama, dopo due post uno più tenebroso dell’altro dovuti alle solite questioni familiari (leggi: mio padre è uscito dall’ospedale a maggio, non è più stato purtroppo quello di prima, e ancora a dicembre stiamo a discutere su come accudirlo) e a svariati effetti collaterali delle suddette (leggi: richiamo informale a spicciarmi con il lavoro, by preside C., e grane coniugali dovute all‘essere sempre sull‘orlo di un‘emergenza familiare), ora vi dico alcune cose del più e del meno su questo Natale.

- Inaugurata nel 2012 la pazzesca innovazione “Natale ognun per sé”, scopriamo che entrambe le coppie di suoceri dicono con tono rilassatissimo che sono molto contenti di essere loro due soli. Due sono a Milano a prepararsi pranzetto, altri due sono a passeggiare col Mostro Bavoso Numero Tre sulla spiaggia a Cogoleto, e nessuno si lamenta. Buono a sapersi. In effetti anche noi, sebbene accerchiati da tentativi di sabotaggio, siamo soddisfatti del nostro primo Natale in pantofole.

- Ho fatto l’albero, ebbene sì, e acceso le candele e messo la tovaglia nuova e, udite, addirittura prodotto un dolce. E fatto una maratona Ocean’s Eleven, Twelve e Thirteen, in tre giorni. Sul divano, sotto la stessa coperta, e a nanna presto.

- Non ho comprato neanche un regalo. Neanche uno, perché quelli dell’Uomo e di Sanguedelmiosangue sono regali di compleanno, quindi non contano come Natale.

- Ho mangiato dolci a ruota libera per tutta l’ultima settimana regolandomi solo con la mia personale voglia, e penso di essere pronta per il secondo round di dieta Dukan, anche perché se vedo intorno a me ancora qualcosa che contiene panna vado in choc anafilattico, anche senza mangiarlo.

- Stasera, invece di agitarmi e infastidirmi come in genere faccio per un impegno di rappresentanza, all’ultimo minuto ho buttato addosso il solito tubino nero con colletto e risvolti delle maniche bianchi, un etto abbondante di rimmel, il cappottino rosso e un tacco gestibile, e così piazzata ho debuttato neL locale (articolo determinativo perché è l’unica discoteca in centro città, quindi un posto dove puoi incontrare chiunque tra i 15 e i 60 a fare serata) dove avevamo pronti divanetto riservato, coppa di frutta in ghiaccio e champagne per brindare con i ragazzi che lavorano per il nostro cinema. Ho così scoperto che posso stare in una discoteca con musica live senza ballare, senza annoiarmi, senza sentirmi troppo vecchia, troppo giovane, troppo o male scosciata, troppo o mal vestita, o in genere fuori posto, come temevo, essendo io una grandissima sostenitrice delle più democratiche feste di paese o meglio ancora discoteche in spiaggia, e abbastanza allergica invece alle serate in scosciato nero dopo i venticinque anni. Verificato che tra me e la ragazzina c’è la debita differenza, ma non per forza a mio totale svantaggio, e soprattutto che c’è differenza, e evidente, e menomale, tra me e la strappona, rientro rassicurata all’ovile.

- Ah, ancora una cosa: volevo farvi gli auguri in modo non tradizionale e per sdrammatizzare ho cercato dei Santa Klaus un po’ divertenti. Speravo proprio di trovare qualcosa che ci facesse ridere senza scadere nel pessimo gusto, beh… non avete idea di cosa mi sono tirata addosso, credo che verrò tormentata in eterno da pop up di siti porno, lesbo, gay, di zozzerie a tre, a sei, allo zoo… tutte svolte rigorosamente con cappellino rosso bordato di pelliccia bianca. Perciò ripiego su un più sicuro, anche se abusatissimo:


BUONE FESTE!!! e ricordate, a Natale, c'è chi aspetta i regali sotto l'albero, c'è chi li porta giù dal camino, ma senza sei renne che si fanno un culo così niente di tutto questo sarebbe possibile.




martedì 25 dicembre 2012

La misura dell'amore

Quella del terzo commento al post precedente è mia madre. Che, almeno in questo caso, misura l'amore con la sofferenza. Oh sì, senza dubbio anche la sofferenza c'entra con l'amare. E non è che lo abbia scoperto quest'anno, no, lo sapevo da tempo.

Ma, porca di quella miseria, trentasette anni sono troppo pochi per decidere che ormai la tua vita sarà una merda e pazienza. Ma sono anche troppi per pensare: va beh, resisto ancora un po' e poi passa.

Conosco gente che a quaranta non ci è mai arrivata, o che appena svoltato l'angolo ha trovato brutte sorprese. Non posso sapere se io sono tra quelli che hanno staccato il biglietto della lotteria con scritto "cancro fulminante" o quello con scritto "longevità", ma so che non ho più vent'anni, che sono responsabile io della qualità della mia vita finchè ce n'è, e che non voglio vivere sotto scacco. Non voglio obbligare mio marito a convivere con un fantasma, che rimanda in eterno tutte le cose belle e importanti che volevamo fare insieme, perchè ha sempre bisogno di tempo per correre altrove, o di tempo per riprendersi dopo mille corse. Non voglio passare la mattina di Natale a discutere al telefono, ma non perchè è Natale: perchè ho già discusso fino alla nausea delle stesse cose.

Certo che amando si soffre. Ma amando si ride, amando ci si fa coraggio, amando si dona, amando si lotta, amando si scherza, amando si respira. Io so amare, e voglio farlo a modo mio, perchè un giorno le persone che ho amato sappiano di essere state amate da me e non da un'altra. Sono le persone che mi avevano scelto per come sapevo voler bene io, non possono ritrovarsi con in mano un pugno di vermi, una merce avariata. Io a queste persone devo garantire che quando vengono alla cattedra, che quando arrivano a casa, che quando mi telefonano, trovino me, se è me che cercano, non un'ombra, non una tigre incattivita dai ricatti, non una persona spenta e rassegnata, che predica un certo tipo di comportamento e poi si rende ogni giorno amaramente conto che, nella pratica, col comportarsi meglio che poteva è riuscita solo a passare per fessa.

Non sono stanca di combattere. Ho appena iniziato, invece. Ma non ho più forze da disperdere per battaglie che non sono le mie. Ho una vita da mandare avanti, qua. Non voglio mai più sentire che i genitori si sono lamentati di come lavoro, nè vedere sulla faccia di mio marito l'espressione di esasperazione di uno che sta per gettare la spugna dopo avermi spiegato mille volte che le soluzioni esistono. La misura del mio amore non si ridurrà a un aspetto solo, ma se proprio dovesse, non voglio che sia per ridursi a calcolare quanto dolore posso reggere. Se proprio, sarà a quanto coraggio posso sfoderare per difendere ciò che amo.












lunedì 24 dicembre 2012

Il male

Il male non è la vecchiaia, non è la malattia, non è la stanchezza, non è la fatica, non è litigare.

Il male non è la pelle che cede, gli odori, i bucati, le parole ripetute, le stesse domande otto volte di fila.

Il male non è la paura.

Il male non è nemmeno la solitudine.

Il male è un gorgo buio in cui gli appigli, fatti di fango, uno per uno si sfaldano in mano.

Il male è quando guardo il cellulare, so che dovrei fare qualche telefonata di auguri, che dovrei chiamare per ringraziare di un regalo, che dovrei almeno farmi viva con la Zia Buona per tenerle compagnia con due parole, e mi rendo conto di non avere la forza di entrare in contatto con una persona normale, una che vive fuori dall'incubo, perchè questo potrebbe farmi crollare.

Il male è quando mio marito per l'ennesima volta rinuncia a un suo programma e mi dice "non ti preoccupare, pensa a riposarti".

Il male è quando non ho il coraggio di dire come siamo messi realmente.

Il male è quando mi nego una pausa perchè, se mi prendessi una vera pausa, poi non vorrei più tornare indietro.

Il male è che nel centro del disastro la forza di risucchio sia tale che l'intelligenza cede, e si lascia avvitare in un moto perpetuo intorno a questioni che, in fondo, non c'entrano.

Il male è che le soluzioni sono sotto gli occhi di tutti, e passare per pazzi perchè non le abbiamo messe in pratica.

Il male è che non c'è una soluzione che non sia dolorosa, e che deve per forza essere colpa di qualcuno.

Il male è che nessuno uscirà da questa cosa senza essere stato molte volte sconfitto e ferito.

Il male è che non ci sarà pace neanche dopo.

Il male è che tutti possano mantenere la loro identità e il loro carattere, mentre io per riuscire a tenere la testa fuori e non affogare devo snaturarmi completamente.

Il male è che se potessi esprimere un solo desiderio vorrei che una delle mie amiche si sedesse a un tavolo di cucina con me e mi dicesse che si ricorda chi sono, perchè io non lo so più.




sabato 22 dicembre 2012

Sogni di una scorbutica

Qualche giorno fa, la mia vita, che sotto le feste tocca come sempre pericolose punte di asocialità, è stata momentaneamente rischiarata da una visione paradisiaca. Io e l’Uomo, la mattina di Natale, che ci svegliamo in casa NOSTRA e non dobbiamo andare DA NESSUNO.

Non ve la faccio lunga perché, di anno in anno, le mie lagne natalizie le avete già sentite tutte.

Quest’anno AVREBBE ANCHE POTUTO essere diverso. Con la notizia, veramente bella, che il 25 ognuno si sarebbe fatto i fatti suoi, risparmiandoci così peregrinazioni e altre ordalie, ho avuto un momento di entusiasmo.

Ho persino comprato degli addobbi: gli altri anni avevo completamente rinunciato ad addobbare la casa, tanto eravamo sempre fuori e poi, con due gatti, qualsiasi pallina, nastro, lucetta, decorazione di fiori si traduce in un disastro, da riordinare rientrando a casa la sera. Però candele, angioletti che ruotano mossi dall’aria calda del lumino, fiocchi colorati sull’albero, quelli, se mai mi lasciassero un po’ in pace a casa mia, potrei metterli, soprattutto perchè potrei sorvegliarli a vista.

Poi stamattina ho fatto la lista delle cose da fare, degli appuntamenti che abbiamo, dei regali (avevo detto che non ne avremmo fatti, per un discorso di soldi: pagare l’IMU di tutta la famiglia ha prosciugato i conti. Poi però l’Uomo ne ha comprati tre. Quindi, se fai il regalo a tre persone, automaticamente lo fai anche alle altre venti. Cazzo. Non sono capace di regalare una saponetta o un paio di presine, è contro la mia etica. Devo mettermi DI NUOVO a pensare a qualcosa di decente per ogni membro della famiglia. E ciò mi devasta.)

Finita la lista, abbiamo scaglionato le cose da fare in ordine di urgenza. Scoprendo così che, almeno per quanto riguarda me e i miei, devo fare tutto oggi, perché da domani siamo in ballo con le visite di auguri. Ovvero, che l’unica cosa che ci ho guadagnato, inseguendo il miraggio di non passare il Natale in macchina, è che ho due giorni di meno rispetto agli altri anni per fare le cose.

Non c’è soluzione. Non finirà mai. Dovrò aspettare di essere una vecchietta dimenticata in un ospizio. E le infermiere si domanderanno come mai, in un periodo in cui tra i pazienti aumentano le crisi depressive, i tentativi di suicidio, i deliri mistici, quella della stanza 16 invece canticchia, sfoggia un largo sorriso sdentato ma soddisfatto, e si raggomitola in poltrona con un libro, o un lavoro a maglia, o anche semplicemente con il mento sulla mano, a guardare il cielo invernale fuori dalla finestra e pensare ai cazzi suoi.

 

venerdì 21 dicembre 2012

Le 11 e 11

Non so quale tra i tanti fake sui Maya e il loro calendario sosteneva che l'ora precisa della fine del mondo fosse alle 11.11 di stamattina (ma su che fuso? quello del Messico? baaah.)

Comunque, a Scuolina Rosa di Paesino di Sogno, alle 11.10 di stamattina, Dylan Mc Kay si è messo a correre per l'aula computer dove io, imperterrita di fronte ai meteoriti e alle vacanze di Natale, stavo facendo fare la ricerca a coppie suli parchi naturali in Francia, Inghilterra e Irlanda.
"SONO LE UNDICI E DIECI SONO LE UNDICI E DIECI TRA UN MINUTO FINISCE IL MONDOOOOOOOOOOOOOOO"
E io, senza alzare la voce: "Dylan, tra un minuto, se non la smetti, la sola cosa che finisce è lo spazio bianco sulla pagina del tuo diario."

Appena pochi secondi dopo, a Paesino a Punta, dove insegna l'Uomo, sono le undici e tredici e qualcuno dice:
"Prof! Non siamo morti!"
Breve pausa. Poi, l'Uomo:
"Tu dici? A giudicare dall'odore, io invece direi di sì. E da un pezzo."

E' stato bello ritrovarsi a pranzo per raccontarsi di quanto siamo carogne.

giovedì 20 dicembre 2012

Se per caso i Maya ci avessero visto lungo


Cinque cose del più e del meno che rimpiangerò

- aver convissuto per circa vent’anni con la colite nervosa, quando bastava dire un bel “ma andate tutti a fare in culo” per farsela passare
- non aver passato almeno altri due anni a Edimburgo
- non aver fatto in tempo a prendere la seconda laurea
- non essere mai riuscita a mantenere una dieta con un po’ di costanza
- non aver mai fatto la crema del Ringo. Eh. Ognuno ha le sue fantasie erotiche. Io ho il Ringo, e non me ne sono mai vergognata. Tanto si sa che poi nella vita sono una persona seria. 

Cinque cose del più e del meno (ma neanche tanto) per cui valeva la pena vivere

- ogni singolo minuto passato a insegnare
- lo sguardo di Sanguedelmiosangue
- quella mattina in cui, vestita, acconciata e truccata da sposa, sono rimasta un quarto d’ora sola in casa, e allora ho steso il bucato sul terrazzo, da cui vedevo un pezzettino di mare
- tutti i miei gatti e l’unico cane
- il pettorale destro di mio marito, che è quello su cui dormo


Potrei dire cose molto più profonde, è evidente, ma… non ci penso nemmeno.
Tanto lo sapete benissimo che il 22 ci svegliamo e abbiamo le stesse identiche grane di oggi.

Nel caso, comunque, siamo appena un po' più precisi.
Ci sono un mucchio di persone a cui avrei dovuto dire (o dire più spesso):

- grazie
- sì
- no
- vaffanculo.

Ce ne sono un limitato numero cui avrei dovuto dire:

- scusa (perché, solitamente, lo dico. Se ho capito di aver sbagliato lo dico, ma a volte sono tanarda)

Ce ne sono pochissime (due, forse tre) a cui avrei dovuto dire, almeno una volta:

- ti amo

Ce ne sono tante (per mia grande fortuna) con cui le parole

- non servono
- non sarebbero mai abbastanza.

lunedì 17 dicembre 2012

Prevedibilità e non dei ragazzini di tredici anni

Ad alcuni puoi leggere attraverso, come fossero figli tuoi, forse anche di più, anzi.


Stamattina, dopo dieci lunghissimi giorni di assenza, il primo saluto che ho ricevuto è stato un gesto tanto misurato quanto affettuoso, una specie di goffo sventolio della mano tenuta attaccata al corpo, mentre una buffa figura smilza, tutta storta, era in attesa davanti alla segreteria.

“Ciao, Atreiu, cosa fai? Chiami per farti venire a prendere proprio ora che sono tornata io?”

Lentiggini, sguardo indicibile tra l’eternamente stravolto e il contento di vedermi: “Eh…”

Io, sorridendo:“Ma stai male, cos’hai?” (e, senza neanche toccarlo, sapevo che non aveva la febbre. Né mal di stomaco, perché nelle sue varie sfumature di pallore ormai distinguo tutte le infinitesimali differenze)

Lentiggini, ciglia basse, espressione sofferta: “Sono mooolto raffreddato…”

Io, classificandomi per il campionato europeo di occhi dolci: “Oh ma dai, adesso io faccio Dante… Non vuoi seguire un po‘ di Dante?”

“Sì. Sì, per Dante mi fermo.”

Io (la peggio zoccola): “Solo se te la senti, eh.”

Lui, convinto: “Sì, sì, Dante lo voglio seguire.”

Coerentemente, alla fine delle mie due ore chiede di telefonare a casa.

Io (finta distratta) “Aha, ma… che lezioni avresti adesso?”

“Inglese e musica.”

Inglese, umm. Spero non ci sia una verifica.

“E non ce la fai a finire la mattinata, ormai che ci sei?”

I cuccioli al canile. Tutti i cuccioli di tutti i canili del mondo, in un solo sguardo di sofferenza, il disgraziato.

“Eh sono taaanto raffreddato, però.”

“Ma non hai febbre.”

Si sta già allontanando verso il corridoio:

“Mi sono fermato solo perché c’era Dante, prof.”

“E’ così che si conquistano le professoresse di italiano, di solito. Vai, va’.”



Altri sono una sorpresa non quantificabile ogni volta.

Dato che, dopo aver appeso all’albero maestro Dylan e Huck, abbiamo guadagnato un comportamento un po’ più calmo da parte dell’intera classe, adesso li sto mettendo di fronte a progetti che richiedono una certa fiducia e serenità. Tipo l’ora di lettura individuale silenziosa, che ai tempi d’oro, con la III B 2006/2007, si faceva comodamente accucciati in posizione del sarto sui cuscini appositi, o anche sdraiati come dei califfi, e in auditorium. Visti gli sguardi affascinati quando avevo spiegato questa cosa, avevo deciso, già prima dell’assenza per malattia, che era venuto il momento di aprire alla seconda le porte della biblioteca privata custodita nell’armadietto di terza. Oggi, nell’ultima mezz’ora, metto su tre banchi uniti i libri disponibili, modello bancarella sul Lungosenna, e li lascio frugare contenti.

Man mano, passano a farsi registrare i prestiti. Chi finisce, si porta il libro a posto come un piccolo tesoro e si mette a leggere in un silenzio innaturale. Tutto senza che io abbia detto niente.

Microlord arriva con “L’occhio del lupo” di Pennac e afferma: “Finalmente ho trovato quel che fa per me”. Mi sovviene che il bimbo ha la passione dei lupi. Dylan prende un manualetto scritto da un prof, intitolato “Uscirne vivi”, di consigli sulla sopravvivenza alle vicissitudini scolastiche. La mia marocchina dislessica che ha la fissa di salvare gli orfani (quella che, nella casa dei sogni, voleva “una stanza per i bambini che non hanno una famiglia”) prende Torey Hayden, non so se riuscirà a leggerlo, ma non le dico di no. Olivia prende “Gridare amore dal centro del mondo”, io esito un attimo ricordandomi che c’è una scena di sesso breve ma descritta senza molti giri di parole, poi mi ricordo che la mamma di Olivia, una travolgente signora cubana, mi ha detto che la bambina sa tutto dell’HIV e della prevenzione perché le ha spiegato tutto lei, “perché a questa età debono ssapere le cosse”. Le dò il libro.

Poi arriva Momo.

Con “Siddhartha“.

lo so che non è adatto per le medie. Ma ogni insegnante aspetta, come la cometa, l’alunno di quattordici anni che può fare cose che gli altri coetanei non possono fare. E ogni tanto passa, come la cometa. E io voglio essere lì quando passa.

Gli dico cautelosamente che è molto bello ma un po’ difficile. Di riportarlo, se lo trova pesante. Annuisce.

Dopo tre minuti torna.

“C’è una parola che non capisco.”

Io mi aspetto qualcosa tipo: bramino, nirvana, etc.

La parola è: pirandelliano.

Ha iniziato dalla prefazione.

Gli spiego che pirandelliano si riferisce a un autore che non abbiamo ancora studiato. Però gli faccio anche vedere che il romanzo comincia una dozzina di pagine dopo. Siccome dopo ciò non s’è ancora mosso dalla cattedra e mi sta guardando con quegli occhi così neri, e così certi che io possegga la risposta a ogni domanda, riprendo la frase della prefazione e spiego che il critico definisce pirandelliano il titolo del romanzo perchè Pirandello si occupava dell‘uomo che non conosce la sua vera identità, Siddhartha vuol dire colui che cerca l‘illuminazione, e si presuppone che tutti noi, come diceva Pirandello appunto, siamo in cerca di qualcosa che non troviamo, che ci manca. Pare soddisfatto, e se ne va. Io resto lì senza fiato e, ci fosse un altro adulto nella stanza, mi girerei per trovare nei suoi occhi conferma che lo ha visto anche lui. Ma sono l’unico essere umano sopra i quindici anni nell’aula, gli under fifteen che mi circondano non si sono accorti di niente, e resto così, basita, incerta se ho sognato. Ora, può darsi che me lo riporti tra due giorni, dicendo che è difficile e non gli piace. Ma non ne sono mica tanto sicura.





martedì 11 dicembre 2012

Catatonico nostalgico cazzeggiante

Cataaatoniaaaa... (da cantarsi sulle note di "Amado mio", come in quella scena stupenda de "La meglio gioventù" in cui cantano "anaatomiaaa")

Riassumiamo: mercoledì arrivando a casa mi sento male. Male proprio da accasciarmi. Mi butto in letto. Giovedì mi fanno male anche i pensieri. Venerdì sto meglio. Sabato così così. Da domenica, 'nammerda. Oggi fa martedì, io sono addirittura sotto antibiotico (bisogna conoscermi per capire l'addirittura) e sto una chiavica.

Risultato pratico: i gatti e il cane hanno ingaggiato una gara a chi schiaccia la dormita più profonda. In due metri per due ci sono quattro corpi inerti, il mio e i loro tre, e sarebbe difficile dire chi è più raggomitolato. Sembriamo il risultato di un attacco coi gas nervini.

L'Uomo sta facendo il possibile, l'impossibile e il miracoloso per sostituirmi sul campo, ma fino a ieri ho gestito tutto dal mio letto di dolore, via cellulare e internet. Oggi non ci provo nemmeno, anche perchè sono quasi afona. Quindi via libera al cazzeggio online, per studiare e correggere ho troppo mal di testa. Volevo anche dirvi che, arrivata al blog di Gwyneth Paltrow, ho avuto un sussulto di dignità in cui ho detto no, dai, devo riscuotermi, ora mi alzo. Sono andata fino in cucina. Ho spostato due piatti. Poi sono tornata a letto. Niente blog della Guìnete, ma la pagina FB di Malek Farhat, che mi ha appena attaccato come un virus un'exalunna di indicibile buon gusto, non posso esimermi dal guardarla. Anzi, ve la consiglio. Così voi signore quando non sapete cosa fare restate incantate dagli abbinamenti. Tipo, ditemi che effetto vi fa una cosa come questa:


Fuori dalla porta, posso sentirle, ci sono tutte le grane in agguato, sul pianerottolo: ringhiano e si spintonano, mi aspettano per saltarmi al collo appena metterò fuori la punta di un piede.

A me comunque l'unica cosa che dispiace davvero è che dovevo spiegare Paolo e Francesca ai miei ragazzi, se lo fa un/una supplente mi incazzo, ma spero che ieri, che c'era Dante alla terza ora, non fossero ancora coperti da un esterno. Sì sì lo sto dicendo, sono così egoista che spero restino indietro, quelli di seconda, e anche quelli di terza, dove stavo crogiolandomi, in colpelvole ritardo, sul Romanticismo foscoliano.

Di notte sogno gli occhi pieni di acume di Momo Docteur mentre il suo bellissimo cervellino poliglotta si fa strada nelle finezze lessicali della Commedia. Cioè. Ho una classe seconda media che non dirà mai "oggi c'è Divina?" ma dice correttamente "la Commedia è costituita da tre cantiche..." e, anzi, una frangia di spettacolosi insiste per chiamarla Comedìa, dopo che gli ho spiegato che così è più vicino all'italiano di Dante e anche all'etimologia greca.

Spiegando il congiuntivo, mi è scappata una lezione di analisi del periodo sulle ipotetiche. Non hanno fatto una piega.

Che voglia di guarire, e uscire sul pianerottolo dando un calcio in bocca alle grane ringhianti che mi aspettano, scavalcarle tutte e correre nella mia scuolina in mezzo alla valle gelata.

lunedì 10 dicembre 2012

I capricci di madame


 "E' una bibliografia relativa a Erodoto, in particolare ti devi leggere il libro II delle "Storie", paragrafi 1-98, guardare l'introduzione ed il commento a questo testo fatti da Lloyd, su un'edizione del testo delle Storie della Fond. Valla, del 1989, che penso troverai alla Berio o in universitaria (o sul precedente del 1976 ma in inglese, 'scia perdere), poi ti devi leggere la seconda parte del cap I di Le mirage égyptien (te lo leggo io, dato che è in francese?) di Froidefond, il testo di Dorati e quello di Thomas (che è in inglese). Non perdere la calma, si può fare. Questa è quella che io chiamo una bibliografia cazzuta, ma cose del genere erano il mio pane quotidiano quando lavoravo per Bertini."

Questa la mia risposta a un messaggio allarmato del cugino SDMS, il quale ha appena ricevuto un'enigmatica e-mail dalla docente di Storia greca, relativamente alla tesina su Erodoto che deve scrivere.

Il problema è che, mentre lui faticava a decifrare il bibliografese, io, alla lettura di:
Biblio: Hdt II (limitatamente alla parte descrittiva di usi e costumi, 1-98);
vd. introduzione e commento di A.L. LLoyd, in Erodoto, Le Storie, Libro II,
Milano Fondazione Valla, 1989; dello stesso Lloyd esiste una versione più
estesa e ricca di note esegetiche: Herodotus Book II. Introduction, “ EPRO” 43,
Leiden 1975; Commentary I, Leiden 1976); in generale, vd. Chr. Froidefond, Le
mirage égyptien, Aix-en-Provence 1971 (in partic. parte II, cap. I) ; M.
Dorati, Le «Storie» di Erodoto: etnografia e racconto (Pisa/Roma 2000); R.
Thomas, Herodotus in Context: Ethnography, Science, and the Art of Persuasion
(Cambridge 2000)
ho reagito all'incirca come Jamie Lee Curtis quando Kevin Kline le parla in spagnolo in quel vecchio film.
 
E questo, unito al fatto che, al messaggino "che studi di bello?" che le ho mandato, la dottoranda, pardon, la cultrice di materia Noisette ha risposto "questioni di sociologia della letteratura: evoluzione del sistema letterario, pubblico borghese, realismo..." e io sono andata in cucina, correndo, a staccarmi un pezzo di nocciolato dal volume preoccupante, mi dice che sarebbe davvero venuto il momento di riorganizzare le mie priorità.
 
Non dico l'anno sabbatico, addirittura, ma qualche pomeriggio di solitario e intenso godimento in una biblioteca, o un bel convegno, neh.
 
 
 
 

    domenica 9 dicembre 2012

    E intanto

    Con 426 voti favorevoli e 88 contrari, la Camera ha votato la fiducia poosta dal Governo sulla legge di stabilità. Approvati anche articoli aggiuntivi. I provvedimenti più importanti: 24 ore, DSGA, scuole non statali, compensi commissari concorso docenti, ferie precari.
    Nell'attesa di analizzare il testo definitivo approvato dalla Camera, proviamo a ricapitolare i provvedimenti che riguardano la scuola.
    24 ore, cioè comma 42 dell’articolo 3: stralciato
    La parte relativa all'aumento dell'orario lavorativo da 18 a 24 ore senza aumento retributivo è stato soppresso.
    In alternativa i fondi saranno reperiti nella seguente modalità:
    • 1,8 milioni dal taglio dei distacchi sindacali e dei comandi dei docenti del personale scolastico al ministero e ad altri enti;
    • 6 milioni dalla dismissione immobile di piazzale Kennedy, a Roma, utilizzato come sede del ministero dell'Università prima dell'accorpamento con il ministero dell'Istruzione
    • 20 milioni dai tagli per i bandi dei fondi First e Trin
    • 30 milioni di tagli sul progetto Smart City nel centro nord;
    • 47,5 milioni dal fondo per il miglioramento dell'offerta formativa "senza pregiudicare l'offerta";

    • e ulteriori maggiori risorse da un fondo alimentato nel passato dagli accantonamenti di risorse raccolte con vecchi tagli. (circa 80milioni)

    Prevista anche una clausola di salvaguardia che scatterà se gli obiettivi di risparmio non saranno raggiunti.
    Assistenti che sostituiscono i DSGA
    Restano i commi 32 e 33 che prevede una decurtazione dell'indennità di vacanza rispetto a quella attualmente prevista.
    Commissioni esaminatrici per il concorso
    Qui abbiamo delle novità. Infatti, sebbene la retribuzione resta invariata rispetto a quella per il concorso a dirigente. Ma è notizia di ieri di una apertura per l'esonero.
    Ferie per i docenti precari
    Confermata la disposizione secondo la quale i docenti con contratto al 30 giugno supplenza breve dovranno usufruire dei giorni di ferie nei periodi di sospensione delle lezioni. Qualora non sia possibile fruire di tutti i giorni a disposizione, dovrà essere retribuita la differenza spettante tra i giorni maturati e goduti

    Inserito anche un emendamento che riguarda il finanziamento delle scuole non statali
    Si tratta di 223 milioni di euro che andranno ai nidi e scuole dell'infanzia comunali. Come specificato dal Partito Democratico in occasione dell'accoglimento dell'emendamento.

    Si tratta di una veloce carrellata per far il punto della situazione.
    Il testo passa al Senato, dove verrà posta la fiducia. Difficilmente ci saranno ulteriori modifiche.

    (Fonte: orizzontescuola)

    venerdì 7 dicembre 2012

    Solitamente non mi sbottono

    ...però questi pomeriggi qua, in cui lui sta via tante ore, sono quelli in cui mi manca l'aria. Sarebbe lunga da spiegare, e questa non è la sede, certo il nostro non è un matrimonio facile, ci sono troppe cose che dovrebbero andare a posto, eccetera. Ma a dodici anni dai nostri primi momenti insieme sono ancora innamorata come un'idiota, ecco, l'ho detto, e pensare che quasi me ne vergogno, che sono talmente stronza e orgogliosa da restare convinta che sia il mio punto debole.

    E' solo che no, non l'avevo scritto qua, perchè qualcuno che legge e che io stimo ha trovato che Hastiwood ci riduce due deficienti abbagliati dal jet set, qualcun altro ha criticato il fatto che io scrivessi solo di begli uomini fascinosi, qualcuno pensa che io dovrei concentrarmi sulla vita reale e fare altro, qualcuno invece pensa che io potrei mollare le mie aule piene di problemi e le mie sveglie alle 5.45 e non fare altro. Ma in realtà, il festival è qualcosa che io e lui, anche se io non c'entro e ci voglio entrare il meno possibile, facciamo insieme. E quando siamo a cena con gente che ci conosce da poco, ci succede ancora adesso di sentirci dire che siamo una bella coppia, quindi, anche se a me a volte sembra impossibile, vuol dire che questa è tuttora la prima cosa che si nota di noi, e tra l'altro in un momento non esattamente gioioso della nostra convivenza. Il festival, dato che è un periodo dell'anno in cui facciamo praticamente tutta la vita sociale che non abbiamo negli altri undici mesi, sta diventando interessante per questi commenti che raccogliamo tra una cena e l'altra, da gente che non ha motivo di farli, che anzi, a volte, vede la mia espressione provata e si scusa di essersi permessa di parlare.

    Infatti non è detto che io la prenda bene, ultimamente, quando qualcuno mi fa notare che siamo visibilmente legatissimi. A volte piangerei, chiedendomi cosa e quanto ho dovuto spendere per questo. A volte mi sento come se mi avessero dato una medaglia al valore. Non mi capita mai di pensare quanto sono fortunata, so di essermi sudata ogni millimetro di questa strada, so di aver fuso quasi completamente il motore negli ultimi anni perchè comunque sia lo sforzo non basta mai, mai, la tranquillità in questa storia è un miraggio, è un'allucinazione, non esiste.

    Però poi succede che, a distanza di pochi giorni, raccolgo due diversi input: un amico che mi dice "tu sai di avere un marito, sì? Perchè lui lo sa di avere una moglie. Ti guarda dall'altra parte della sala e dice là c'è mia moglie, tutto contento", e io rossa così non ci diventavo da quando avevo tredici anni, credo; e l'altra sera questo, che mi ha sconvolto.

    Perciò oggi, che è venerdì e sono sola, invece di essere come vorrei essere sempre, e cioè abbarbicata a lui sul divano, senza cellulari che suonano, senza e-mail, senza Skype che trilla, senza nient'altro che lui e fuori dalla finestra il buio e quest'aria di neve, è uno di quei momenti in cui me lo dico, che sono fortunata, che questo colpo di fulmine irrimediabile capitato, fuori da ogni previsione, per due frasi dette a una lezione di storia, merita tutta la mia energia, tutto quel che posso dare, che se un giorno sarà il momento di lasciare di nuovo tutto quello a cui sono abituata e partire per un'altra avventura lo farò, brontolando e strillando con lui come al solito, ma lo farò, ma che mai da me non fia diviso, mai mai mai. Mai.

    giovedì 6 dicembre 2012

    Varie

     


    1)

    Semina un pensiero e nascerà un'azione;
    semina un'azione e nascerà un'abitudine;
    semina un'abitudine e nascerà un carattere;
    semina un carattere e nascerà un destino.
     

     Anguttara Nikaya
     
     
    Mi pare una bella cosa da pensare per un insegnante.


    2)

    Sono sconvolta dalle notizie che arrivano da Parigi, dall'amatissimo Queen Father. Menomale che Daddy è tornato a casa sano e salvo. Comunque tra la cugina di mio padre, Daddy, e la povera ragazza di Roma morta d'infarto a 34 anni, mi sta venendo la paranoia degli attacchi di cuore, che era una delle poche ansie che francamente finora non mi facevo.

    3)

    Perchè non riesco a disattivare il grassetto?

    4)

    Sono a casa malata: a giudicare dal dolore veramente forte in gola, e da alcuni altri dettagli che non vi piacerebbe leggere, sto per morire di difterite, come in un romanzo di Louisa May Alcott. Stanotte alle due e quaranta mi sono alzata in preda al panico, perchè deglutire, respirare e tossire erano tre cose che assolutamente non mi riuscivano. Mi sono curata rantolando un po' in bagno e poi tranquillizzandomi col mio sistema migliore, un libro sullo yoga. E andando a dormire in cameretta da sola, perchè mi ero già svegliata tre o quattro volte a causa dei gemiti che io stessa emettevo nel sonno. Non che l'Uomo si sia mai girato per vedere se stavo agonizzando. Lui pearaltro, da quando è finito il festival, sta in piedi per miracolo.

    5)

    Essendo io a casa malata, oggi ho lavorato talmente tanto che alle tre e mezza mi sono detta: fossi furba, invece che in mutua saresti a lavorare, sai come ti staresti riposando. Di tutto, ho fatto, persino cucire, col filo nero, un orlo di raso nero a uno scialle da sera di cachemire nero, rischiando di perdere definitivamente la mezza diottria rimastami.

    6)

    Il trionfatore assoluto di Asti Film Festival, con tre premi: miglior film, miglior attore e miglior attrice, è stato "L'ultimo terrestre". Ora, se avete un periodo buio e complesso, non guardatelo. Se però potete prendervi un weekend per pensare, mandate a letto i bambini, e gustatevelo: è un capolavoro. Io, che in un periodo buio e complesso ci sono dal novembre 2010, l'ho visto quindici giorni fa e ci sto pensando ancora adesso.
     

    martedì 4 dicembre 2012

    Begli incontri

    Psicologa del consultorio: “Quindi, noi strutturiamo il lavoro in due incontri, il primo lo faccio io da sola ed ha una durata di un’ora e mezza, massimo due. Voi che orario fate?”

    Castagna: “Otto - tredici e trenta.”

    PdC: “In ore di sessanta minuti?”

    Castagna (con sopracciglio divertito): “No, di cinquantacinque. Quindi sono sei unità orarie al mattino, perciò, se sono tre terze potrebbe fare due ore, due ore e due ore.”

    PdC (seccata): “Beh no, un momento, tutte nella stessa mattina?”

    Castagna: “Ah non so, io lo dicevo per lei, visto che mi dice che non avete molta disponibilità per spostarvi dall‘ASL, almeno così riducevate le uscite.”

    PdC (sostenuta): “E però insomma, sono sei ore, voglio dire, seguire dei lavori di gruppo, no, io penso anche alla nostra salute mentale. No no, bisogna che io faccia due classi una mattina e la terza un altro giorno.”

    Primo piano di Castagna (occhi verdi fissi sulla psicologa, con palpebra immobile)

    PdC: “Vediamo la disponibilità sulle singole classi, per prevedere i giorni utili.”

    Il Troll: “Sì, guardi, per facilitare le cose e non dover fare tanti scambi d‘ora coi colleghi, io per esempio con la III B ho tre ore di seguito il giovedì. O altrimenti, ho le prime due al martedì.”

    PdC: “Ah però io alle otto non posso esserci, perché noi comunque dobbiamo prima passare di qui, comunque.”

    Castagna (rivolge un pensiero all’incubo dell’ora di timbratura del cartellino che ha condiviso con sua madre, dipendente ASL, per diciassette anni, e infatti tace e guarda il tavolo)

    Bionda Svampita: “Ah quindi lei dice magari meglio partire dalle nove? Bene, allora guardi, nella III A io il mercoledì ho le ultime due ore, se magari…” (e forse voleva dire qualcosa sul fatto di fare prima le ore dal Troll o da Castagna e passare in coda nella sua classe, ma non ci arriva)

    PdC (espressione crucciata): “Mm. Sì… ma magari le ultime due ore, i ragazzi, voglio dire, l’attenzione potrebbe essere minore…”

    Castagna (incolla gli occhi alla faccia della psicologa, palpebra fissa, sopracciglia in posizioni acrobatiche, labbra strette a fessura, ostilità visibile in tutto l’atteggiamento del corpo, e, mentre mentalmente ripassa i molti colloqui con psicologi, psicoanalisti e psicoterapeuti della sua esistenza, gioisce con ferocia di sapere che la psicologa, per mestiere, sa perfettamente cosa lei stia trasmettendo in questo momento. Le pare quasi di vedere le lettere luminose e colorate che si disegnano in stampatello nell’aria sopra il tavolo: M, A, V, A, I, A, F,,,)



    Ma forse non dovevo essere così negativa. Quanto meno, costei non sarà una di quelli che sostengono che fare lezione agli adolescenti per un’intera mattinata non è un vero lavoro.

    Oh, sì, in effetti questo proprio mi consola.

    lunedì 3 dicembre 2012

    Il bello del festival - un post (quasi) serio

    Dialogo immaginario

    L'Uomo: "Il bello del festival, alla fine, sono gli amici. E le belle persone."
    Castagna: "Il bello del festival è che quando si sono accorti che eravamo lì a sbatterci con un terzo in meno del budget promesso ci hanno dato tutti una mano, e con grande eleganza."
    L'Uomo: "Il bello del festival è che il giorno dopo mi si riempie il cellulare di messaggi di gente che ringrazia e dice che tornerà."
    Castagna: "Il bello del festival sono i dolci di Andrea Bosca."
    La Tipa: "E Andrea Bosca."
    Noisette: "E gli addominali di Simone Gandolfo."
    Il Benzina: "Il bello del festival è Serena Rossi."
    L'Uomo: "Il bello del festival è che se un giorno andiamo a Roma, con tutti quelli che ci hanno invitato a casa loro possiamo fermarci un anno girando da uno all'altro."
    Castagna: "Il bello del festival è che la gente è contenta di vedere dei bei film, e che i documentari sono interessantissimi."
    L'Uomo: "Il bello del festival è che la gente si fida di noi perchè teniamo fede alle promesse."
    Castagna: "Il bello del festival è che quando è arrivato Fantastichini a fargli accoglienza c'ero solo io."
    L'Uomo: "Il bello del festival è Fantastichini."
    Noisette: "E gli addominali di Gandolfo."
    La Tipa: "E lo smalto dorato."
    Noisette: "E la borsa da tremila euro di Camilla."
    Castagna: "E che dal Blago ci sentiamo ormai a casa."
    La Tipa: "Il bello del festival è che ci mettiamo un po' gnocche."
    Benzina: "Il bello del festival è che ho conosciuto, fotografato e portato in giro un sacco di gente famosa, tipo, dai come si chiama quello che ha fatto quella serie, dai, quello alto che c'era su Rai Tre..."
    Castagna: "Il bello del festival è Nocella che fa l'imitazione di Giancarlo Giannini."
    L'Uomo: "Il bello del festival è che i bambini almeno a cena sono stati bravissimi."
    Castagna: "Il bello del festival è che posso giocare a fare la flower designer."
    Noisette: "Il bello del festival è che il Benzina dorme tre ore per notte per selezionare all'alba le foto fatte il giorno prima. Il brutto è che se non gli mettete una luce decente sul palco poi bestemmia con me perchè sono venute scure."
    Castagna: "Il bello del festival è stato stare nel corridoietto fuori dal rinfresco a morire dal ridere coi racconti inediti sull'Africa."
    Noisette: "Il bello del festival è stato zittirsi all'improvviso al passaggio di Argentero."
    Castagna: "Il bello del festival è che uno come Ragusa, che in tv sembra brutto e antipatico, da vicino è veramente fascinoso, e tra l'altro è una persona simpaticissima."
    La Tipa: "Sì, è molto british, molto Rupert Everett, insomma."
    Noisette: "E però sai che cosa ti dico? Che anche i pettorali, di Gandolfo..."

    Il bello del festival sono state, come in tantissime altre cose belle della mia vita, le mie amiche, che sono venute con me nel mondo dorato del cinema, e il fatto che abbiamo ridacchiato tutta la sera come ragazzine.

    venerdì 30 novembre 2012

    Il Bello del Festival - post per sole donne

    Siamo in pieno festival, qua.

    Il mio contributo quest'anno è davvero esiguo, consiste quasi esclusivamente nel far preparare i mazzi di fiori per gli eventi cui partecipano attrici, registe o cantanti.
    E' ufficiale che in questo sono veramente brava. Sono tornata al mio primo amore, la fiorista di piazza del Palio da cui ci siamo serviti all'inizio, e ormai mi aggiro per il suo chiosco scegliendomi fiori e foglie da sola. Le sedute di composizione floreale durano dai trenta ai sessanta minuti, e sono i momenti migliori della mia settimana, da qualche tempo.
    Mi sto specializzando nel personalizzare al massimo i mazzi, visto anche che alcune delle persone le conoscevo già, stavolta.
    Oggi ne ho fatti fare tre: anthurium, bacche, rose bianche e foglie verde scuro per lei

    tra l'altro,che vestito ha in questa foto??? non è magnifico???
     
    lilium arancio, un ramo di bambù, rose arancio scuro e gerbere gialle per lei
     
    e fresie rosa pallido, lilium bianco, lisianthus rosa scuro, rose bianco-verdi e gerbere rosa chiaro per lei
     
    Ogni volta penso di essere l'unica che ci fa caso, tranne magari qualche spettatrice attenta, però è una cosa talmente gratificante che non riesce a fregarmene niente, anche se mi metto a pensare che poi il mazzo resta dimenticato al ristorante, viene mollato in albergo o buttato nel cestino.

    Questo, e le osservazioni sociologiche, sono quel che da un anno all'altro mi resta del festival, oltre a un manipolo di persone gradevoli con cui si rimane magari in contatto e ci si incontra qua e là. Per esempio lui:
    Lui e mio marito sono diventati così amici che l'ingombrante, rumoroso, imbarazzante (e bravissimo) attore pare abbia detto all'Uomo: "Senti, il biglietto di ritorno non me lo fare. Non c'ho un cazzo da fare, non parto, sto un po' lì con te."

    Però ora devo mettere qui un discorso che, agli uomini, non è che darà fastidio, ma semplicemente non credo interesserà. Forse neanche alle donne. Forse ai gay. Non so. Comunque, siete i benvenuti se volete leggerlo, ma cercate di non inacidirvi come il latte cagliato, perchè vi ho avvisati.

    Devo parlare degli uomini, degli uomini BELLI, che ho conosciuto in questi due anni, e del loro effetto su una che, nella vita, cieca non lo è mai stata, lesbica nemmeno, e però, lo giuro, è fedele e solitamente abbastanza composta nelle sue manifestazioni, oltre ad avere l'insopprimibile necessità di stare con un uomo che sia in grado di parlare, ragionare e mettersi in discussione e non solo di fottere (cit. da innominabile trilogia di moda) e di mostrare muscoli o sfoderare sorrisi.

    Solitamente in questo ambiente si incontrano uomini che contano molto sul fascino e l'eloquio, l'intelligenza, lo spirito. E già è un bene: diciamo che, per i pensieri di bassa carnalità, se proprio dovessi scegliermi uno spettacolo di mio gusto andrei a sedermi sui bordi di un campo di atletica, non in un teatro.

    Fascino a parte (io sul fascino sono veramente molto di manica larga, per me un uomo con un certo tipo di voce, di gesti, di espressioni sul viso, può avere dei difetti estetici anche VERAMENTE gravi ma risultare gradevole, interessante ed eccitante quanto e più di un Adone), parliamo proprio del canone visivo del bello strettamente detto.

    In due anni e rotti di eventi cinematografici e teatrali, di situazioni in cui vedi da vicino gente che normalmente vedresti su uno schermo o dalla ventesima fila di una platea, abbiamo scoperto l'esistenza delle seguenti tipologie maschili, classificate in base alla reazione che suscitano:

    a) il Bello proprio, cioè quello che è veramente piacevole da guardare sia sullo schermo che dal vivo. La reazione di Castagna è: "Eh, è bello sì", o anche "E' meglio così nature che al cinema", però con una certa compostezza: sono quei tipi con cui, una volta che gli hai dato una bella guardata, puoi chiacchierare amabilmente tutta la sera senza mai dire "ho portato un cocomero" (cit. da pietra miliare del cinema adolescenziale dei tardi anni Ottanta). Esempio, lui:
     
    è bello come sembra, e la bionda delle fresie e dei lisianthus è sua moglie. Niente male da vedere insieme, sono anche alti come dei cestisti, tutti e due
     
    b) l'Ormonale, anche detto "toglietemelo di qui prima che mi saltino i bottoni della camicetta". Avrei un esempio lampante da offrirvi, ma non posso fare nomi nè mettervi foto, perchè è proprio di qui e lo incontrerò altre seimila volte. Peraltro è antipatico, pieno di sè e neanche tanto bravo a recitare. Ma, come dire, trasuda sesso, anche a pensare continuamente che è poco socievole e vanesio. La reazione di Castagna è: guarda dall'altra parte o per terra o sul soffitto o nel piatto per tutta la sera e cerca di allontanarsi prima che può. Castagna detesta quando la sua corteccia cerebrale le dice che si tratta una persona con cui non potrebbe resistere a parlare per più di tre frasi e, invece, la parte più primitiva del suo cervello le proietta scene wet'n'hot sul lobo frontale.

    c) il Capolavoro o Opera d'Arte, ovvero quel tipo di figura che, sì, se lo vedi da vicino dici "è un bel ragazzo, ma mi immaginavo meglio" e poi invece ci parli per un quarto d'ora e ti accorgi che, nell'insieme, è dotato di una serie di dettagli così perfetti che non ti stancheresti mai di studiarlo, di rimirarlo, di girargli intorno come al David di Michelangelo o all'Hermes di Prassitele; insomma, un vero e proprio quadro d'autore. La reazione di Castagna è: per i primi dieci minuti, data l'assenza di adrenalina e altri ormoni in circolo, non si rende conto di cosa sta contemplando, poi si accorge di aver perso da tempo il filo del discorso, annuisce, dice "ho portato un cocomero", sorride e, per non sbagliare, si riduce al mutismo ammirato, come davanti a un Botticelli. Esperienza bellissima e molto spirituale, come regolarmente mi succede con lui (anche lui è di qui, e ormai è un amico dell'Uomo quindi lo vedo spesso, ma dato che non dico niente di imbarazzante posso rivelare di chi parlo):
     
     
    Oggi, però, ho conosciuto un uomo che ha spazzato via qualsiasi altra categoria, per cui non so se sia un unicum o se sia il primo di altri, so solo che le ginocchia non mi si erano mai piegate così per un puro fatto visivo. Ho seri problemi a scegliere una foto perchè non ce ne sono che possano rendere l'idea, veramente.

    Lui:
     
     
    Ecco, chiariamo. Io, prima di incontrarlo, avevo presente che aveva fatto il modello, lo trovavo anche dotato di un modo di fare simpatico, e pensavo fosse francamente fico. Cioè, fico nel senso della definizione a) o magari, a conoscerlo, b).

    Non ero preparata al fatto che tutti gli uomini presenti, tra cui almeno due ho sempre considerato molto attraenti, venissero completamente CANCELLATI dallo sbarco sul pianeta di questo rappresentante di un'altra razza. Un'Apocalisse.

    E (è qui che il post è veramente per sole donne, perchè non so se un maschio capirebbe) sono sicura: non di istinto sessuale nè di contemplazione estetica si è trattato. Perchè la mia reazione è stata: groppo in gola e lacrime agli occhi. Non sto scherzando. Sapete che cosa, incredibilmente, ho pensato, anzi, che cosa ha pensato una Castagna di, non lo so, otto o nove anni, nascosta dentro di me, di cui non sospettavo neanche l'esistenza?

    "Oh... mio... Dio... IL PRINCIPE AZZURRO!!!"

    Che era un archetipo che, femminista come sono, nemmeno sapevo di possedere.

    mercoledì 28 novembre 2012

    Potrei

    Potrei raccontarvi del collegio docenti straordinario, dei provvedimenti che abbiamo preso e di come sono naufragati quasi subito nella melma del quotidiano, nelle piccinerie.

    Potrei dirvi che ho un critico cinematografico che mi dorme in ufficio, nel divano-letto Ikea, tra le lenzuola color tortora e le federe beige (colpa di SDMS) sempre Ikea.

    Potrei dirvi che ieri sera ho vissuto un momento di intensa gloria mangiandomi un amministratore di condominio praticamente crudo.

    Potrei dirvi che il Bufalo si è fracassato la caviglia così male che ne ha per tre mesi e gli faremo, dalla settimana prossima, l'istruzione domiciliare, mentre lui sta nel suo letto con la zampona rotta con chiodi e viti sospesa in aria.

    Potrei dirvi che Occhioni è enorme, letargica e sempre molto pallida.

    Potrei narrarvi le ultime di Quello Stronzo di Sostegno, della C., della BN.

    Potrei dirvi delle facce visibilmente consolate dei gatti e del cane quando hanno capito che oggi tutti e due eravamo tornati a casa per la pausa pranzo, dopo giorni in cui stavano da soli anche quindici ore.

    Potrei raccontarvi la storia di una mamma di cinque figli e nonna di quattro nipoti, che oggi è andata via e ha lasciato uno di quei buchi che non si possono immaginare, se lo sento io da qua dopo anni che non la vedo.

    Potrei.  

    Invece vado a dormire, ma siccome vi voglio bene, vi lascio con questa.

    L'altro giorno ho fatto un cambio di posti e messo Pocahontas nella seconda fila di centro. Lui si è alzato per correre nella fila verso la finestra, a spostare sedie e zaini. Io lo guardavo esterrefatta: "ma che fai?" "Umm, no, niente, aiuto Topoloso a spostarsi, è mio amico". Topoloso sorrideva con espressione topolosa, ma anche con sopracciglio divertito. In effetti lui non stava aiutando il suo amico con la roba che aveva sul banco (e perchè avrebbe dovuto, visto che Topoloso non è focomelico ed è in piena salute?), ma aveva sollevato lo zaino di Pocahontas e glielo stava trasportando nel nuovo posto, che è proprio dietro al suo.
    Oggi, dopo averlo richiamato varie volte perchè si girava, ho scoperto una cosa IN.CRE.DI.BI.LE. Che proprio non so se una roba paragonabile mi ricapiterà mai, ma mai ma mai ma mai, in tremila anni di esperienza coi ragazzini delle medie. Siccome non può stare eternamente spalle alla cattedra, si è organizzato. Si è portato da casa uno specchietto, per guardarla dal banco davanti senza voltarsi.   

    Ragazzi: Atreiu è innamorato.

    sabato 24 novembre 2012

    Il sabato prima della tempesta

    Ultimo giorno di calma prima del tuffo nella tregenda dell'ultima settimana.

    Annoterei qui che da quando il festival è iniziato non ho più studiato una riga, ho corretto pochissimo, ho lasciato di nuovo indietro i pagamenti delle bollette, ho lasciato accumulare conti, documenti e altri papiri e pergamene, ho raggiunto i 5 gg consecutivi a pane e formaggio (in varie forme eh: pane e formaggio propriamente detti, crackers e spalmabile, toast con sottiletta, tortino di formaggi...) pagandoli con un mal di stomaco atavico, ho rimandato, spostato e delegato impegni e, per concludere, lottato con botte di stanchezza insensate alle ore più incredibili del giorno (tipo addormentarmi, con la roba sul fuoco, alle 13,40).

    Lasciamo stare la solitudine pressochè totale dal lunedì al venerdì e le crisi maniaco-depressive del mercoledì sera (SDMS è un santo).

    Oggi mi aggiro per casa malinconica, consapevole che la prossima volta che avrò tempo per fare le MIE cose con calma sarà martedì 4 dicembre. E neanche sul serio, perchè quel giorno andrò a parlare con le strafottutissime psicologhe del maledetto consultorio, a proposito della mia alunna incinta (zero veleno...).  

    Bah. Poi, ha detto, ci dedichiamo a noi due, ai nostri progetti. Intanto oggi mi ha chiesto se ero triste e io gli ho detto di sì, che sarò triste tutta la settimana, fino a sabato quando arriva Argentero. Si è offeso.

    Che poi a me, Luca Argentero, onestamente. Magari Filippo Nigro sì, ma boh. Sono troppo stanca, demoralizzata e consapevole che il sabato sta finendo. Voglio la mia casa in montagna, i miei gomitoli, un tè caldo e i dolcetti. Voglio mio marito e non quel tizio indaffarato e sempre al telefono che mi gira per casa. E voglio mio cugino, i libri di storia e farmi una panciata di risate.

    giovedì 22 novembre 2012

    Rosa

    A E. e L. che, nella mia carriera, sono stati i primi. Di una ho già parlato qui, dell'altro ho perso ogni traccia, ma spero stia bene.

    A M., che non avendo affatto la bellezza dalla sua, ha però scelto di essere un attivista del movimento GLBT, di organizzare serate, parate, eventi e si è creato un suo ruolo sociale.

    A M., F. e F., che hanno gridato ai compagni di classe che nessuno può dire a un altro che lo ammazzerebbe per i suoi gusti in fatto di partner.

    A F. che è morto solo, imbottito di barbiturici, in una casa vuota.

    A A. che diceva "no, dai, poverini".

    A quel ragazzo coi capelli lunghissimi e le mani nervose, quella volta sull'autobus, e alle amiche con cui viaggiava.

    A D., per la sua bella voce, per quella volta che ha cantato per noi un pezzo d'opera sul treno, per quella volta che è venuto a scuola vestito di nero perchè era morto Nureyev. Ma molto di più per quando l'ho incontrato di nuovo e l'ho visto finalmente felice, col suo profumo di colonia costosa, il cappotto lungo, la sciarpa elegantissima, ad attendere qualcuno fuori dal conservatorio.    

    Ai primi (e per ora unici) ragazzi che ho visto baciarsi su una panchina di Roma, e anche io, allora, coi miei compagni di classe, li ho spiati un po' schifata e ho ridacchiato.

    A quella bellissima ragazza che non ricordo come si chiamasse e alla sua compagna, quel settembre a Urbino.

    A tutti i miei alunni di ieri, di oggi e di domani che cercheranno la loro collocazione in un mondo ancora  troppo lento, ipocrita e ostile.

    Stasera il rosa è per voi.

    Per tutti quelli che a quindici anni non sono finiti su quelle rotaie dove anche tu, tesoro mio, avresti potuto finire. Per quelli che invece non ce l'hanno fatta. E per quelli che li hanno perseguitati, che trovino un barlume di rimorso, di comprensione e di coscienza.  


      

     

    martedì 20 novembre 2012

    Ve la faccio breve

    Sono cresciuta nell'età dorata delle soap operas. Sentieri, Dallas, Quando si ama, Dinasty, Capitol, Santa Barbara. Quando ero una ragazzina, con mia mamma facevamo un gioco divertentissimo una volta la settimana, quando usciva la guida tv: leggevamo i resoconti delle intricate vicende delle varie famiglie delle soap, che, per necessità editoriali, suonavano all'incirca così:

    Shana rivela a Tess di essere ancora innamorata di Todd, che è tornato con Becky, ma ha sposato segretamente Brenda, che aspetta un figlio da lui. Bradley si risveglia dal coma e Peggy Sue è al suo fianco, mentre Paula, che è in Europa, non sa dell'incidente. Josh rivela a Ron di essere il padre naturale di Jared: sconvolto, Ron affronta Jill.

    Contavamo quanti nomi riuscivano a farci stare in sette otto righe di riassunto, e quale soap vinceva per numero di personaggi coi nomi cretini.

    Ecco, ora provo a riassumervi così la giornata di oggi, ma per forza di cose non mi bastano sette otto righe.

    Il Gigante rivela a Huck e Dylan che sono stati sospesi. La madre di Fiona l'Orchetta dice a Castagna che Muy Lejos prende in giro Fiona, che è tesa perchè ha un problemino al seno. Castagna sgrida Muy Lejos, che nega. James Dean viene sgamato a fumare nei bagni, e Castagna consiglia al Peruano di smettere di frequentare James. Telefona in lacrime la madre di Huck. Microlord si affetta un pollice con il cutter. Castagna rinuncia alle sue ultime due ore buche per fare delle attività personalizzate con Occhioni, che ormai è al settimo mese. Frattanto, una scossa di terremoto mette in agitazione il sindaco di Paesino di Sogno, che scende a scuola, spingendo il Gigante a fare un giro delle classi per ricordare le procedure d'emergenza. Dopo pranzo arriva la madre di Huck e si riuniscono Compagna Collega, Grande Puffo, Orsetto Lavatore e Castagna per un cazzione di gruppo, mentre lei piange e si dispera. Nel frattempo, in palestra il Bufalo si sloga malamente una caviglia. All'intervallo delle sedici, Atreiu dà un calcio in zona reni a Huck, che lo prendeva in giro da settimane. La C. dà mandato a Castagna di dare una nota rossa sul registro a entrambi. Mentre si svolge l'ultima lezione, in cui l'intera seconda è affiancata agli otto di terza che sono a scuola per il recupero di italiano, Winnie Pooh esclama una bella parolaccia e prende una nota.

    In tutto questo vorrei solo dire che se, alle cinque meno cinque, quando ormai all'agognata fuga verso casa mancava solo un quarto d'ora, fosse anche entrato un pazzo armato e ci avesse sequestrato tutti dentro la scuola, io avrei probabilmente detto, con tono pacato: "Ah, eccola, aspettavamo giusto lei."

    domenica 18 novembre 2012

    Nuova collezione inverno 2013

    "Caratteristiche geografiche ed economiche del Mare del Nord."
    "Caratteristica geografica: l'arcipelago è circondato dal mare."
    (...Monsieur de la Palisse)

    "I rilievi nelle coste sono i fiordi: insenature di vento e ghiaccio che scavano."
    (...lirica norrena)

    "La chiesa anglicana è stata fondata da Enrico VIII nel milleottocento. E' divisa in chiesa cattolica e ortodossa."
    (...quando si dice che l'ora di religione è facoltativa, non dovrebbe significare per forza che è inutile)

    "Stati appartenenti al Commonwealth: Canada, Papua Nuova Guinea, Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa e le Bahamas." Sul margine del foglio: "Norvegia: no scherzo"
    (...humour britannico)

    Vi abbiamo presentato la nuova collezione Atreiu 2013.



    giovedì 15 novembre 2012

    Non calcolabile

    Huck Finn, il primo a essere immolato sull'ara delle letture mattutine, ha fatto una fatica boia a non piangere.
    Sappiamo bene che non esiste un professore così tremendo da riuscire a far piangere Huck davanti ai suoi compagni; se esistesse, sarebbe un vero bastardo a cercare di ottenere questo risultato.
    In compenso, quando lo porto fuori dall'aula, gli dedico due minuti, e non c'è nessun altro in giro, piange, e come. Da spezzare il cuore a Satana, piange.
    Cazzo.

    Oggi alla prima ora grammatica, e gli ho fatto fare un esercizio da posto, col voto. Ci abbiamo messo venti minuti per costringerlo a leggere comprensibilmente le frasi, completarle correttamente e spiegarmi perchè le aveva svolte così. La classe assisteva, mezzo divertita mezzo terrorizzata, a quest'ordalia.
    Alla fine:
    "Che voto ti daresti?"
    "Cinque."
    "Perchè?"
    "Perchè non avevo voglia."
    "Ma scusa, le frasi le hai fatte giuste. Ne hai sbagliata una. Ci hai messo troppo tempo, quindi potrebbe essere un sei e mezzo, un sette, per il CONTENUTO dell'esercizio. E invece, per COME lo hai fatto, quanto potresti prendere?"
    "Ah, beh, quattro."
    "Quant'è la media tra sette e quattro?"
    "Cinque e mezzo."
    "Bene, è il voto che prendi."

    Ma non era finita. Dopo c'era Latino. Lui, di nuovo, alla cattedra.
    "Scrivi i casi, nell'ordine."
    Non li sapeva. Dopo averglieli fatti scrivere: "Ripeti i casi, nell'ordine, dando le spalle alla lavagna."
    "Nominativo. Dativo."
    "No."
    Sorrisino, come a dire: beh, ovvio. Ora mi mandi a posto?
    Da posto, qualcuno degli altri: posso venire io?
    Implacabile, io: "Girati, guardali, rileggili."
    Lo fa.
    "Rigirati, ripetili."
    E così anche per i complementi corrispondenti ai casi, e per la prima declinazione, singolare e plurale.
    Ci abbiamo messo altri venti minuti, la classe visibilmente scossa da questo repentino mutamento del mio metodo di lavoro.
    Pensavano fosse un gioco, quando, a forza di "girati, controlla, rigirati, ripeti", Huck ha cominciato a sorridere. Ma non sorrideva per quello.

    Ma che ne sanno, la Aprea, Profumo, i commentatori sui giornali, di come si sente un insegnante in certi momenti.

    Le letture del mattino della prof Castagna

    Arriva, saluta, posa la borsa, dà un'occhiata malevola alla classe, ne rimanda a posto un paio che si sono già attaccati come zecche alla cattedra, compila il registro, poi si fa consegnare un diario. Il primo è stato quello di Huck Finn, poi quelli di Dylan McKay e Bambino di Formaggio.

    E, dalle otto e cinque alle otto e quindici, c'è la lectio del mattino.

    Legge, con tono monocorde, volutamente basso, con occasionali alzate di sopracciglia, ma senza sollevare quasi mai lo sguardo, tutte le note. Quelle sul diario e quelle sul registro.

    disturbanonhailmaterialesialzarispondeall'insegnantechelorimproveradisturbanonha svoltoilcompitodisturbalanciaunoggettodiceparolaccefagestiosceniallacompagna

    Legge le date, delle note.

    ottoottobrenoveottobredodiciottobre
    ildiciassetteottobreten'hodataunaioel'oradoponehaipresaun'altradalcollega

    Non sgrida, non batte la mano sulla cattedra, non fulmina con lo sguardo.

    Lascia che a parlare siano i fatti. 

    Poi fa lezione.
    E finalmente non deve più richiamare nessuno, o, se lo fa, lo fa con un'occhiata, un cenno.

    Doveva esistere un qualcosa che riducesse a un comportamento minimamente decente la II A.



    auleintempesta featuring Daniela Albano, Giovanna Gradi, Savina Missio, Silvia Tisa,

    Lettere del 15 novembre pubblicate su "La Stampa"


    Non ho sottolineato niente, perchè sottolineo tutto.
    1) Fare l’insegnante è diverso da tutto

    Credo che la mia professione sia diversa dalle altre perché non lavoro ad ore. Entro in classe e faccio lezione: ho davanti un pubblico esigente, spesso svogliato, a volte difficile e provocatorio. Non basta avere un registro e un libro in mano. Quando suona la campanella e si chiude la porta, comincia lo spettacolo. Le nozioni devono passare attraverso l’interesse. Tutto concorre: la voce, i gesti, il linguaggio. L’attenzione è totale: gli occhi degli allievi, se letti nel modo opportuno, sono libri aperti e il docente deve continuamente interagire. Un’ora frontale può essere infinita o brevissima. Lo ricordo come allieva, lo verifico ogni giorno come insegnante. Qualcuno disse che i giovani non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere e io credo che la scuola sia fondamentalmente lasciare il segno, formare, appassionare. Non è questione di ore. Vorrei che un giorno un ministro si interessasse a formare una classe docente che sapesse essere veramente «docente», che, colta, consapevole e orgogliosa del suo ruolo, motivata e brillante fosse in grado di trasmettere quella cultura che fa di un allievo un uomo responsabile e preparato. Ma le riforme, da quando sono a scuola (e sono tanti e tanti anni) si muovono tutte per il risparmio e per Innovare formalità burocratiche e pseudo-didattiche. Si cambiano i nomi alle cose, si compilano moduli, ci si interessa della valutazione, dei progetti, dell’orientamento e ci si dimentica della funzione più importante dell’insegnante. Poveri ragazzi ! cinque ore in classe con docenti, a volte incapaci, spesso annoiati, quasi sempre demotivati. È qui che nasce l’esigenza di una vera riforma. Le ore dei docenti devono essere faticosissime, perché il docente deve essere in grado di guadagnarsi l’attenzione e poi la stima e poi l’applauso della platea più esigente al mondo. Tutti ricordiamo un professore, nella nostra storia scolastica, quello che ci incantava. Riportare l’attenzione alla figura docente, alla sua funzione primaria e fondamentale. Un docente non è «bravo» perché è nella commissione, fa progetti, si occupa dei laboratori, un docente è «bravo» quando fa scuola. Formare insegnanti così è difficile e forse non interessa. Più facile avere dei posteggiatori-baby sitter, sottopagati, burocrati allineati, impiegati modello e ubbidienti, e giovani annoiati, ignoranti e disimpegnati. E insegnanti così possono lavorare 18, 24, 36 ore.
    Giovanna Gradi

    2) Ma quanto è lontana la Germania

    I colleghi tedeschi, di noi insegnanti italiani, dice guadagnino il 50% (ma in Europa anche l’80% e il 99%) in più di noi a fronte di un numero maggiore di ore che lei quantifica con il numero di 100. Forse la sorprenderemmo dicendole che anche noi italici facciamo in forma invisibile quelle stesse 100 ore in più che non si svolgono nelle aule. Loro utilizzando spazi, riscaldamento, energia elettrica, attrezzature, computer e uffici messi a disposizione dalle istituzioni scolastiche; noi con un sistema misto, dividendoci tra attività pomeridiane che si svolgono a scuola e altre a casa con libri e attrezzature da noi pagate. Almeno 100 nell’edificio scolastico lavorando in dipartimenti, curando la programmazione, scrivendo verbali, confrontandoci nelle ore buche, ascoltando e parlando con le famiglie, orientando e ri-orientando, facendo esami a luglio e a settembre, riunendoci in consigli e collegi; e poi - sorpresa - almeno 100 ore davanti a ragazzi che «entrano» ogni giorno nelle nostre abitazioni prendendo via via le sembianze di un compito in classe da correggere, di una simulazione di prova d’esame da preparare, di uno studio da masticare ben bene per renderlo digeribile al singolo concreto alunno. 100 ore a passeggio con loro portandoli realmente in uscita didattica o in viaggio di istruzione. 100 ore informandoci, aggiornandoci e venendo «formati» sugli argomenti più disparati dalla sicurezza alla didattica. Davvero il governo e l’opinione pubblica vogliono vedere solo le 18 ore settimanali che si svolgono dentro un’aula? Iniziamo a ragionare su quelle quindi, e sul loro peso specifico. Qual è il peso in termini di fatica, sforzo, logoramento, che grava su ogni singola nostra ora? Qual è il livello di attenzione vigile che ci è richiesto per ogni nostra ora volta a contenere, istruire, valutare e persino educare un numero considerevole di allievi? Qual è il peso specifico e con quale bilancia lo vogliamo pesare? E dire che le 18 sono solo la punta emergente di quell’iceberg che non vorremmo assolutamente finisse con lo sciogliersi: permettere che curiamo la qualità del nostro insegnamento, puntare e sostenere la crescita e l’eccellenza della nostra preparazione, riconoscere la fatica e la dignità del nostro lavoro, vuol dire fare un buon investimento sul futuro, dimostrare cioè di avere a cuore la formazione dei giovani, perché realmente desideriamo - così io penso - farli diventare 100 volte migliori di ognuno di noi.
    Savina Missio, Torino

    3) La scuola che vorrei anche se non c’è

    Da insegnante motivata e che crede nel valore sociale del proprio lavoro condivido la analisi del dottor Gavosto, pubblicata su «La Stampa» giornale, e quindi la necessità di modificare radicalmente il lavoro dei docenti mettendo nelle condizioni di lavorare al meglio coloro che svolgono il mestiere con dedizione. Anche io preferirei poter accedere ad un aggiornamento costante, durante l’orario di lavoro, avere mezzi e spazi per condividere didattica e innovazione con i colleghi, avere uno stipendio adeguato alla mia qualifica professionale. Ma la realtà scolastica oggi è tutt’altra cosa. Lavoro in una delle scuole considerate tra le eccellenze piemontesi, i docenti (circa 130) hanno a disposizione una sala insegnanti con 4 grossi tavoli, 4 computer ed un paio di cassetti 40x15. Immagina lei 100 persone stipate a lavorare in questo spazio? Se devo stare a scuola 40 ore avrei bisogno di un ufficio, magari in condivisione con altri docenti, ma dotato di una scrivania con cassetti, un numero di computer sufficienti per permettere a più persone di lavorare contemporaneamente, stampanti, fotocopiatrici, scaffali per riporre libri e materiale didattico. Senza contare spazi per corsi di formazione/aggiornamento, strumenti per la didattica nelle classi che superino la cara vecchia lavagna in ardesia e l’elenco potrebbe essere ancora lungo. Tutto questo però presupporrebbe una classe dirigente lungimirante e di larghe vedute in grado di capire, in un momento di grandi difficoltà economiche e sociali, quali sono i capitoli di spesa su cui tagliare e quali quelli su cui investire. Cosa interessa ai cittadini italiani? Arrivare velocemente a Lione o avere una scuola pubblica funzionante ed efficiente?
    Daniela Albano

    4) La grande paura di noi precari

    Sono una precaria di 44 anni, plurilaureata che da quasi 17 anni mette insieme lavoro e famiglia e si sposta su e giù per la provincia pur di lavorare. Aumentare l’orario di lavoro avrebbe significato risolvere definitivamente il problema del precariato «spazzandoci» via. Se la scuola funziona è anche grazie a noi, che viviamo di precarietà, che riceviamo in ritardo gli stipendi, che d’estate abbiamo solo il sussidio di disoccupazione ma che ogni giorno ricominciamo sempre con l’entusiasmo e l’amore per il nostro lavoro. Invito solo a riflettere su ciò che sarebbe accaduto se decine di migliaia di docenti come me avessero perso il lavoro: forse anche in quel caso si sarebbe potuto parlare di occasione perduta...
    Silvia Tisa

    lunedì 12 novembre 2012

    Guerra fredda. Ma neanche tanto


    Se una cosa si chiama contributo facoltativo per le spese scolastiche, io mi rifiuto di dire ai ragazzi che DEVONO portare i soldi (tra l'altro, da 5 euro siamo passati a 10 negli ultimi due anni). O peggio, di dettare l'avviso con la scadenza della raccolta TOGLIENDO APPOSITAMENTE la parola facoltativo dal testo.

    Cose che invece la Bestia Nera fa regolarmente.

    Io sono contrarissima a chiedere soldi alle famiglie per cose come fotocopie, toner, gessetti etc.
    Un conto è far pagare la fotocopia allo stordito di turno che s'è scordato il libro. Questo ha valore educativo, perchè i libri, che i genitori hanno pagato, devono arrivare a scuola il giorno giusto per essere usati, e poi evita che a inizio lezione si perdano sempre cinque minuti buoni ad aspettare che gli storditi si facciano fare la copia.
    Invece, quando sono incaricata di dire alle famiglie o ai ragazzi che ci aspettiamo un aiuto, sottolineo sempre che sono a disagio nel chiederlo, perchè in una scuola PUBBLICA le nostre necessità sono (sarebbero, dovrebbero essere, parrebbe giusto che fossero) GIA' pagate dalle tasse.

    Comunque, quando portano pecunia, io raccolgo. Se non portano, io non insisto. Alla scadenza, consegno alla Bestia Nera, che, come è logico data la sua natura luciferina, ha SEMPRE a che fare con TUTTO quello che riguarda i marenghi, i talleri e i dobloni nella scuola, dalla mensa all'assicurazione.

    Sono caduta dal pero quando stavolta la BN ha voluto I NOMI di chi aveva versato. Le ho fatto notare che io non me li ero nemmeno scritti, come avrei invece fatto in caso di contributo obbligatorio (per esempio per i soldi dell'assicurazione), perchè allora avrei dovuto chiederli e richiederli, sincerandomi che ciascuno avesse versato il dovuto.

    Poi le ho detto che me li sarei scritti e, a raccolta finita, glieli avrei dati. Sperando non me li domandasse più.

    Quando mi è tornata sotto, poco prima della scadenza prevista, le ho chiesto PERCHE', se trattasi di contributo facoltativo che va ridistribuito sulla totalità dei ragazzi, dobbiamo sapere chi ha versato e chi no: “Mica promuoviamo o bocciamo in base a questo, no?”
    No, però per esempio a chi li ha versati possiamo far fare le fotocopie gratis, gli altri invece se le pagano.”
    Ma scusa, le fotocopie, abbiamo stabilito, sono a pagamento per tutti, infatti quelli che ne hanno bisogno se le pagano già.”
    Non ribatte.

    Poi io venerdì 9/11 (raccolta contributo facoltativo conclusasi il giorno 31/10), sto a casa per malattia.

    E lei che fa, la brutta adoratrice di Mammona?

    Sì.

    Lo fa.

    Va in terza (dove non ha materie, né coordina, né niente) e si fa dare i nomi di chi ha versato. Che, se me li avesse chiesti a fine raccolta, io le avrei comunque dato, pur malvolentieri.

    Siccome sono pochi, fa il mazzo per mezz'ora a tutta la classe.

    Sì.

    Lo ha fatto.

    E sapete cosa dice? Che, la fotocopiatrice scordiamocela pure, ma inoltre non avranno più accesso ai computer, alla LIM, etc etc perchè non contribuiscono alle spese della scuola.

    A questo punto, stamattina, di fronte alle rimostranze della classe, io spiego i due punti di vista.

    Il suo: che è un'orrenda succhiasangue di destra, che sotto sotto non vede l'ora di lavorare in una scuola privatizzata e, possibilmente, anche di stretta ortodossia papalina che non ce la facciamo più perchè lo stato, il comune etc ci danno sempre meno.

    Il mio: che la mia collega è un'orrenda succhiasangue di destra che sotto sotto non vede l'ora di lavorare in una scuola privatizzata e, possibilmente, anche di stretta ortodossia papalina che il servizio pubblico è pubblico, è vero che siamo in difficoltà, ma finchè c'è un centesimo viene diviso tra tutti e poi, quando non ci sarà più neanche quel centesimo, resteremo tutti senza e tu querida presencia, comandante Che Guevara...

    Giuro sulla mia vita alla III C che, finchè io sono presente nella scuola bandiera rossa sventolerà loro avranno esattamente tutto quello che hanno gli altri, a parte pagarsi le fotocopie quando si scordano il libro a casa.

    E faccio notare (ad alta voce, non lo faccio mai davanti alle classi, ma cazzo, stavolta per farmi stare zitta ci sarebbe voluto un elettrochoc che mi mandasse al tappeto per il resto della settimana) che la collega è veramente in gamba a scegliere il giorno in cui io non ci sono, per venire a fare la strategia del terrore in mezzo ai miei studenti.

    Non so. A volte, quando per un po' va tutto bene, mi dico che sono io che sono rancorosa e mi lego le cose al dito, che forse questa rivalità sotterranea costante è un parto della mia fantasia bolscevica e dei miei tragici trascorsi con il cattolicesimo. Poi no, poi vedo con chiarezza, e mi domando cosa crede di ottenere, la creatura delle tenebre, con queste sue simpatiche manovrine. Il mio trasferimento? E io invece, più fa così, più mi abbarbico, e cresco, e mi infiltro, come un cazzo di tumore comunista.

    Balliamoci sopra.