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venerdì 30 novembre 2012

Il Bello del Festival - post per sole donne

Siamo in pieno festival, qua.

Il mio contributo quest'anno è davvero esiguo, consiste quasi esclusivamente nel far preparare i mazzi di fiori per gli eventi cui partecipano attrici, registe o cantanti.
E' ufficiale che in questo sono veramente brava. Sono tornata al mio primo amore, la fiorista di piazza del Palio da cui ci siamo serviti all'inizio, e ormai mi aggiro per il suo chiosco scegliendomi fiori e foglie da sola. Le sedute di composizione floreale durano dai trenta ai sessanta minuti, e sono i momenti migliori della mia settimana, da qualche tempo.
Mi sto specializzando nel personalizzare al massimo i mazzi, visto anche che alcune delle persone le conoscevo già, stavolta.
Oggi ne ho fatti fare tre: anthurium, bacche, rose bianche e foglie verde scuro per lei

tra l'altro,che vestito ha in questa foto??? non è magnifico???
 
lilium arancio, un ramo di bambù, rose arancio scuro e gerbere gialle per lei
 
e fresie rosa pallido, lilium bianco, lisianthus rosa scuro, rose bianco-verdi e gerbere rosa chiaro per lei
 
Ogni volta penso di essere l'unica che ci fa caso, tranne magari qualche spettatrice attenta, però è una cosa talmente gratificante che non riesce a fregarmene niente, anche se mi metto a pensare che poi il mazzo resta dimenticato al ristorante, viene mollato in albergo o buttato nel cestino.

Questo, e le osservazioni sociologiche, sono quel che da un anno all'altro mi resta del festival, oltre a un manipolo di persone gradevoli con cui si rimane magari in contatto e ci si incontra qua e là. Per esempio lui:
Lui e mio marito sono diventati così amici che l'ingombrante, rumoroso, imbarazzante (e bravissimo) attore pare abbia detto all'Uomo: "Senti, il biglietto di ritorno non me lo fare. Non c'ho un cazzo da fare, non parto, sto un po' lì con te."

Però ora devo mettere qui un discorso che, agli uomini, non è che darà fastidio, ma semplicemente non credo interesserà. Forse neanche alle donne. Forse ai gay. Non so. Comunque, siete i benvenuti se volete leggerlo, ma cercate di non inacidirvi come il latte cagliato, perchè vi ho avvisati.

Devo parlare degli uomini, degli uomini BELLI, che ho conosciuto in questi due anni, e del loro effetto su una che, nella vita, cieca non lo è mai stata, lesbica nemmeno, e però, lo giuro, è fedele e solitamente abbastanza composta nelle sue manifestazioni, oltre ad avere l'insopprimibile necessità di stare con un uomo che sia in grado di parlare, ragionare e mettersi in discussione e non solo di fottere (cit. da innominabile trilogia di moda) e di mostrare muscoli o sfoderare sorrisi.

Solitamente in questo ambiente si incontrano uomini che contano molto sul fascino e l'eloquio, l'intelligenza, lo spirito. E già è un bene: diciamo che, per i pensieri di bassa carnalità, se proprio dovessi scegliermi uno spettacolo di mio gusto andrei a sedermi sui bordi di un campo di atletica, non in un teatro.

Fascino a parte (io sul fascino sono veramente molto di manica larga, per me un uomo con un certo tipo di voce, di gesti, di espressioni sul viso, può avere dei difetti estetici anche VERAMENTE gravi ma risultare gradevole, interessante ed eccitante quanto e più di un Adone), parliamo proprio del canone visivo del bello strettamente detto.

In due anni e rotti di eventi cinematografici e teatrali, di situazioni in cui vedi da vicino gente che normalmente vedresti su uno schermo o dalla ventesima fila di una platea, abbiamo scoperto l'esistenza delle seguenti tipologie maschili, classificate in base alla reazione che suscitano:

a) il Bello proprio, cioè quello che è veramente piacevole da guardare sia sullo schermo che dal vivo. La reazione di Castagna è: "Eh, è bello sì", o anche "E' meglio così nature che al cinema", però con una certa compostezza: sono quei tipi con cui, una volta che gli hai dato una bella guardata, puoi chiacchierare amabilmente tutta la sera senza mai dire "ho portato un cocomero" (cit. da pietra miliare del cinema adolescenziale dei tardi anni Ottanta). Esempio, lui:
 
è bello come sembra, e la bionda delle fresie e dei lisianthus è sua moglie. Niente male da vedere insieme, sono anche alti come dei cestisti, tutti e due
 
b) l'Ormonale, anche detto "toglietemelo di qui prima che mi saltino i bottoni della camicetta". Avrei un esempio lampante da offrirvi, ma non posso fare nomi nè mettervi foto, perchè è proprio di qui e lo incontrerò altre seimila volte. Peraltro è antipatico, pieno di sè e neanche tanto bravo a recitare. Ma, come dire, trasuda sesso, anche a pensare continuamente che è poco socievole e vanesio. La reazione di Castagna è: guarda dall'altra parte o per terra o sul soffitto o nel piatto per tutta la sera e cerca di allontanarsi prima che può. Castagna detesta quando la sua corteccia cerebrale le dice che si tratta una persona con cui non potrebbe resistere a parlare per più di tre frasi e, invece, la parte più primitiva del suo cervello le proietta scene wet'n'hot sul lobo frontale.

c) il Capolavoro o Opera d'Arte, ovvero quel tipo di figura che, sì, se lo vedi da vicino dici "è un bel ragazzo, ma mi immaginavo meglio" e poi invece ci parli per un quarto d'ora e ti accorgi che, nell'insieme, è dotato di una serie di dettagli così perfetti che non ti stancheresti mai di studiarlo, di rimirarlo, di girargli intorno come al David di Michelangelo o all'Hermes di Prassitele; insomma, un vero e proprio quadro d'autore. La reazione di Castagna è: per i primi dieci minuti, data l'assenza di adrenalina e altri ormoni in circolo, non si rende conto di cosa sta contemplando, poi si accorge di aver perso da tempo il filo del discorso, annuisce, dice "ho portato un cocomero", sorride e, per non sbagliare, si riduce al mutismo ammirato, come davanti a un Botticelli. Esperienza bellissima e molto spirituale, come regolarmente mi succede con lui (anche lui è di qui, e ormai è un amico dell'Uomo quindi lo vedo spesso, ma dato che non dico niente di imbarazzante posso rivelare di chi parlo):
 
 
Oggi, però, ho conosciuto un uomo che ha spazzato via qualsiasi altra categoria, per cui non so se sia un unicum o se sia il primo di altri, so solo che le ginocchia non mi si erano mai piegate così per un puro fatto visivo. Ho seri problemi a scegliere una foto perchè non ce ne sono che possano rendere l'idea, veramente.

Lui:
 
 
Ecco, chiariamo. Io, prima di incontrarlo, avevo presente che aveva fatto il modello, lo trovavo anche dotato di un modo di fare simpatico, e pensavo fosse francamente fico. Cioè, fico nel senso della definizione a) o magari, a conoscerlo, b).

Non ero preparata al fatto che tutti gli uomini presenti, tra cui almeno due ho sempre considerato molto attraenti, venissero completamente CANCELLATI dallo sbarco sul pianeta di questo rappresentante di un'altra razza. Un'Apocalisse.

E (è qui che il post è veramente per sole donne, perchè non so se un maschio capirebbe) sono sicura: non di istinto sessuale nè di contemplazione estetica si è trattato. Perchè la mia reazione è stata: groppo in gola e lacrime agli occhi. Non sto scherzando. Sapete che cosa, incredibilmente, ho pensato, anzi, che cosa ha pensato una Castagna di, non lo so, otto o nove anni, nascosta dentro di me, di cui non sospettavo neanche l'esistenza?

"Oh... mio... Dio... IL PRINCIPE AZZURRO!!!"

Che era un archetipo che, femminista come sono, nemmeno sapevo di possedere.

mercoledì 28 novembre 2012

Potrei

Potrei raccontarvi del collegio docenti straordinario, dei provvedimenti che abbiamo preso e di come sono naufragati quasi subito nella melma del quotidiano, nelle piccinerie.

Potrei dirvi che ho un critico cinematografico che mi dorme in ufficio, nel divano-letto Ikea, tra le lenzuola color tortora e le federe beige (colpa di SDMS) sempre Ikea.

Potrei dirvi che ieri sera ho vissuto un momento di intensa gloria mangiandomi un amministratore di condominio praticamente crudo.

Potrei dirvi che il Bufalo si è fracassato la caviglia così male che ne ha per tre mesi e gli faremo, dalla settimana prossima, l'istruzione domiciliare, mentre lui sta nel suo letto con la zampona rotta con chiodi e viti sospesa in aria.

Potrei dirvi che Occhioni è enorme, letargica e sempre molto pallida.

Potrei narrarvi le ultime di Quello Stronzo di Sostegno, della C., della BN.

Potrei dirvi delle facce visibilmente consolate dei gatti e del cane quando hanno capito che oggi tutti e due eravamo tornati a casa per la pausa pranzo, dopo giorni in cui stavano da soli anche quindici ore.

Potrei raccontarvi la storia di una mamma di cinque figli e nonna di quattro nipoti, che oggi è andata via e ha lasciato uno di quei buchi che non si possono immaginare, se lo sento io da qua dopo anni che non la vedo.

Potrei.  

Invece vado a dormire, ma siccome vi voglio bene, vi lascio con questa.

L'altro giorno ho fatto un cambio di posti e messo Pocahontas nella seconda fila di centro. Lui si è alzato per correre nella fila verso la finestra, a spostare sedie e zaini. Io lo guardavo esterrefatta: "ma che fai?" "Umm, no, niente, aiuto Topoloso a spostarsi, è mio amico". Topoloso sorrideva con espressione topolosa, ma anche con sopracciglio divertito. In effetti lui non stava aiutando il suo amico con la roba che aveva sul banco (e perchè avrebbe dovuto, visto che Topoloso non è focomelico ed è in piena salute?), ma aveva sollevato lo zaino di Pocahontas e glielo stava trasportando nel nuovo posto, che è proprio dietro al suo.
Oggi, dopo averlo richiamato varie volte perchè si girava, ho scoperto una cosa IN.CRE.DI.BI.LE. Che proprio non so se una roba paragonabile mi ricapiterà mai, ma mai ma mai ma mai, in tremila anni di esperienza coi ragazzini delle medie. Siccome non può stare eternamente spalle alla cattedra, si è organizzato. Si è portato da casa uno specchietto, per guardarla dal banco davanti senza voltarsi.   

Ragazzi: Atreiu è innamorato.

sabato 24 novembre 2012

Il sabato prima della tempesta

Ultimo giorno di calma prima del tuffo nella tregenda dell'ultima settimana.

Annoterei qui che da quando il festival è iniziato non ho più studiato una riga, ho corretto pochissimo, ho lasciato di nuovo indietro i pagamenti delle bollette, ho lasciato accumulare conti, documenti e altri papiri e pergamene, ho raggiunto i 5 gg consecutivi a pane e formaggio (in varie forme eh: pane e formaggio propriamente detti, crackers e spalmabile, toast con sottiletta, tortino di formaggi...) pagandoli con un mal di stomaco atavico, ho rimandato, spostato e delegato impegni e, per concludere, lottato con botte di stanchezza insensate alle ore più incredibili del giorno (tipo addormentarmi, con la roba sul fuoco, alle 13,40).

Lasciamo stare la solitudine pressochè totale dal lunedì al venerdì e le crisi maniaco-depressive del mercoledì sera (SDMS è un santo).

Oggi mi aggiro per casa malinconica, consapevole che la prossima volta che avrò tempo per fare le MIE cose con calma sarà martedì 4 dicembre. E neanche sul serio, perchè quel giorno andrò a parlare con le strafottutissime psicologhe del maledetto consultorio, a proposito della mia alunna incinta (zero veleno...).  

Bah. Poi, ha detto, ci dedichiamo a noi due, ai nostri progetti. Intanto oggi mi ha chiesto se ero triste e io gli ho detto di sì, che sarò triste tutta la settimana, fino a sabato quando arriva Argentero. Si è offeso.

Che poi a me, Luca Argentero, onestamente. Magari Filippo Nigro sì, ma boh. Sono troppo stanca, demoralizzata e consapevole che il sabato sta finendo. Voglio la mia casa in montagna, i miei gomitoli, un tè caldo e i dolcetti. Voglio mio marito e non quel tizio indaffarato e sempre al telefono che mi gira per casa. E voglio mio cugino, i libri di storia e farmi una panciata di risate.

giovedì 22 novembre 2012

Rosa

A E. e L. che, nella mia carriera, sono stati i primi. Di una ho già parlato qui, dell'altro ho perso ogni traccia, ma spero stia bene.

A M., che non avendo affatto la bellezza dalla sua, ha però scelto di essere un attivista del movimento GLBT, di organizzare serate, parate, eventi e si è creato un suo ruolo sociale.

A M., F. e F., che hanno gridato ai compagni di classe che nessuno può dire a un altro che lo ammazzerebbe per i suoi gusti in fatto di partner.

A F. che è morto solo, imbottito di barbiturici, in una casa vuota.

A A. che diceva "no, dai, poverini".

A quel ragazzo coi capelli lunghissimi e le mani nervose, quella volta sull'autobus, e alle amiche con cui viaggiava.

A D., per la sua bella voce, per quella volta che ha cantato per noi un pezzo d'opera sul treno, per quella volta che è venuto a scuola vestito di nero perchè era morto Nureyev. Ma molto di più per quando l'ho incontrato di nuovo e l'ho visto finalmente felice, col suo profumo di colonia costosa, il cappotto lungo, la sciarpa elegantissima, ad attendere qualcuno fuori dal conservatorio.    

Ai primi (e per ora unici) ragazzi che ho visto baciarsi su una panchina di Roma, e anche io, allora, coi miei compagni di classe, li ho spiati un po' schifata e ho ridacchiato.

A quella bellissima ragazza che non ricordo come si chiamasse e alla sua compagna, quel settembre a Urbino.

A tutti i miei alunni di ieri, di oggi e di domani che cercheranno la loro collocazione in un mondo ancora  troppo lento, ipocrita e ostile.

Stasera il rosa è per voi.

Per tutti quelli che a quindici anni non sono finiti su quelle rotaie dove anche tu, tesoro mio, avresti potuto finire. Per quelli che invece non ce l'hanno fatta. E per quelli che li hanno perseguitati, che trovino un barlume di rimorso, di comprensione e di coscienza.  


  

 

martedì 20 novembre 2012

Ve la faccio breve

Sono cresciuta nell'età dorata delle soap operas. Sentieri, Dallas, Quando si ama, Dinasty, Capitol, Santa Barbara. Quando ero una ragazzina, con mia mamma facevamo un gioco divertentissimo una volta la settimana, quando usciva la guida tv: leggevamo i resoconti delle intricate vicende delle varie famiglie delle soap, che, per necessità editoriali, suonavano all'incirca così:

Shana rivela a Tess di essere ancora innamorata di Todd, che è tornato con Becky, ma ha sposato segretamente Brenda, che aspetta un figlio da lui. Bradley si risveglia dal coma e Peggy Sue è al suo fianco, mentre Paula, che è in Europa, non sa dell'incidente. Josh rivela a Ron di essere il padre naturale di Jared: sconvolto, Ron affronta Jill.

Contavamo quanti nomi riuscivano a farci stare in sette otto righe di riassunto, e quale soap vinceva per numero di personaggi coi nomi cretini.

Ecco, ora provo a riassumervi così la giornata di oggi, ma per forza di cose non mi bastano sette otto righe.

Il Gigante rivela a Huck e Dylan che sono stati sospesi. La madre di Fiona l'Orchetta dice a Castagna che Muy Lejos prende in giro Fiona, che è tesa perchè ha un problemino al seno. Castagna sgrida Muy Lejos, che nega. James Dean viene sgamato a fumare nei bagni, e Castagna consiglia al Peruano di smettere di frequentare James. Telefona in lacrime la madre di Huck. Microlord si affetta un pollice con il cutter. Castagna rinuncia alle sue ultime due ore buche per fare delle attività personalizzate con Occhioni, che ormai è al settimo mese. Frattanto, una scossa di terremoto mette in agitazione il sindaco di Paesino di Sogno, che scende a scuola, spingendo il Gigante a fare un giro delle classi per ricordare le procedure d'emergenza. Dopo pranzo arriva la madre di Huck e si riuniscono Compagna Collega, Grande Puffo, Orsetto Lavatore e Castagna per un cazzione di gruppo, mentre lei piange e si dispera. Nel frattempo, in palestra il Bufalo si sloga malamente una caviglia. All'intervallo delle sedici, Atreiu dà un calcio in zona reni a Huck, che lo prendeva in giro da settimane. La C. dà mandato a Castagna di dare una nota rossa sul registro a entrambi. Mentre si svolge l'ultima lezione, in cui l'intera seconda è affiancata agli otto di terza che sono a scuola per il recupero di italiano, Winnie Pooh esclama una bella parolaccia e prende una nota.

In tutto questo vorrei solo dire che se, alle cinque meno cinque, quando ormai all'agognata fuga verso casa mancava solo un quarto d'ora, fosse anche entrato un pazzo armato e ci avesse sequestrato tutti dentro la scuola, io avrei probabilmente detto, con tono pacato: "Ah, eccola, aspettavamo giusto lei."

domenica 18 novembre 2012

Nuova collezione inverno 2013

"Caratteristiche geografiche ed economiche del Mare del Nord."
"Caratteristica geografica: l'arcipelago è circondato dal mare."
(...Monsieur de la Palisse)

"I rilievi nelle coste sono i fiordi: insenature di vento e ghiaccio che scavano."
(...lirica norrena)

"La chiesa anglicana è stata fondata da Enrico VIII nel milleottocento. E' divisa in chiesa cattolica e ortodossa."
(...quando si dice che l'ora di religione è facoltativa, non dovrebbe significare per forza che è inutile)

"Stati appartenenti al Commonwealth: Canada, Papua Nuova Guinea, Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa e le Bahamas." Sul margine del foglio: "Norvegia: no scherzo"
(...humour britannico)

Vi abbiamo presentato la nuova collezione Atreiu 2013.



giovedì 15 novembre 2012

Non calcolabile

Huck Finn, il primo a essere immolato sull'ara delle letture mattutine, ha fatto una fatica boia a non piangere.
Sappiamo bene che non esiste un professore così tremendo da riuscire a far piangere Huck davanti ai suoi compagni; se esistesse, sarebbe un vero bastardo a cercare di ottenere questo risultato.
In compenso, quando lo porto fuori dall'aula, gli dedico due minuti, e non c'è nessun altro in giro, piange, e come. Da spezzare il cuore a Satana, piange.
Cazzo.

Oggi alla prima ora grammatica, e gli ho fatto fare un esercizio da posto, col voto. Ci abbiamo messo venti minuti per costringerlo a leggere comprensibilmente le frasi, completarle correttamente e spiegarmi perchè le aveva svolte così. La classe assisteva, mezzo divertita mezzo terrorizzata, a quest'ordalia.
Alla fine:
"Che voto ti daresti?"
"Cinque."
"Perchè?"
"Perchè non avevo voglia."
"Ma scusa, le frasi le hai fatte giuste. Ne hai sbagliata una. Ci hai messo troppo tempo, quindi potrebbe essere un sei e mezzo, un sette, per il CONTENUTO dell'esercizio. E invece, per COME lo hai fatto, quanto potresti prendere?"
"Ah, beh, quattro."
"Quant'è la media tra sette e quattro?"
"Cinque e mezzo."
"Bene, è il voto che prendi."

Ma non era finita. Dopo c'era Latino. Lui, di nuovo, alla cattedra.
"Scrivi i casi, nell'ordine."
Non li sapeva. Dopo averglieli fatti scrivere: "Ripeti i casi, nell'ordine, dando le spalle alla lavagna."
"Nominativo. Dativo."
"No."
Sorrisino, come a dire: beh, ovvio. Ora mi mandi a posto?
Da posto, qualcuno degli altri: posso venire io?
Implacabile, io: "Girati, guardali, rileggili."
Lo fa.
"Rigirati, ripetili."
E così anche per i complementi corrispondenti ai casi, e per la prima declinazione, singolare e plurale.
Ci abbiamo messo altri venti minuti, la classe visibilmente scossa da questo repentino mutamento del mio metodo di lavoro.
Pensavano fosse un gioco, quando, a forza di "girati, controlla, rigirati, ripeti", Huck ha cominciato a sorridere. Ma non sorrideva per quello.

Ma che ne sanno, la Aprea, Profumo, i commentatori sui giornali, di come si sente un insegnante in certi momenti.

Le letture del mattino della prof Castagna

Arriva, saluta, posa la borsa, dà un'occhiata malevola alla classe, ne rimanda a posto un paio che si sono già attaccati come zecche alla cattedra, compila il registro, poi si fa consegnare un diario. Il primo è stato quello di Huck Finn, poi quelli di Dylan McKay e Bambino di Formaggio.

E, dalle otto e cinque alle otto e quindici, c'è la lectio del mattino.

Legge, con tono monocorde, volutamente basso, con occasionali alzate di sopracciglia, ma senza sollevare quasi mai lo sguardo, tutte le note. Quelle sul diario e quelle sul registro.

disturbanonhailmaterialesialzarispondeall'insegnantechelorimproveradisturbanonha svoltoilcompitodisturbalanciaunoggettodiceparolaccefagestiosceniallacompagna

Legge le date, delle note.

ottoottobrenoveottobredodiciottobre
ildiciassetteottobreten'hodataunaioel'oradoponehaipresaun'altradalcollega

Non sgrida, non batte la mano sulla cattedra, non fulmina con lo sguardo.

Lascia che a parlare siano i fatti. 

Poi fa lezione.
E finalmente non deve più richiamare nessuno, o, se lo fa, lo fa con un'occhiata, un cenno.

Doveva esistere un qualcosa che riducesse a un comportamento minimamente decente la II A.



auleintempesta featuring Daniela Albano, Giovanna Gradi, Savina Missio, Silvia Tisa,

Lettere del 15 novembre pubblicate su "La Stampa"


Non ho sottolineato niente, perchè sottolineo tutto.
1) Fare l’insegnante è diverso da tutto

Credo che la mia professione sia diversa dalle altre perché non lavoro ad ore. Entro in classe e faccio lezione: ho davanti un pubblico esigente, spesso svogliato, a volte difficile e provocatorio. Non basta avere un registro e un libro in mano. Quando suona la campanella e si chiude la porta, comincia lo spettacolo. Le nozioni devono passare attraverso l’interesse. Tutto concorre: la voce, i gesti, il linguaggio. L’attenzione è totale: gli occhi degli allievi, se letti nel modo opportuno, sono libri aperti e il docente deve continuamente interagire. Un’ora frontale può essere infinita o brevissima. Lo ricordo come allieva, lo verifico ogni giorno come insegnante. Qualcuno disse che i giovani non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere e io credo che la scuola sia fondamentalmente lasciare il segno, formare, appassionare. Non è questione di ore. Vorrei che un giorno un ministro si interessasse a formare una classe docente che sapesse essere veramente «docente», che, colta, consapevole e orgogliosa del suo ruolo, motivata e brillante fosse in grado di trasmettere quella cultura che fa di un allievo un uomo responsabile e preparato. Ma le riforme, da quando sono a scuola (e sono tanti e tanti anni) si muovono tutte per il risparmio e per Innovare formalità burocratiche e pseudo-didattiche. Si cambiano i nomi alle cose, si compilano moduli, ci si interessa della valutazione, dei progetti, dell’orientamento e ci si dimentica della funzione più importante dell’insegnante. Poveri ragazzi ! cinque ore in classe con docenti, a volte incapaci, spesso annoiati, quasi sempre demotivati. È qui che nasce l’esigenza di una vera riforma. Le ore dei docenti devono essere faticosissime, perché il docente deve essere in grado di guadagnarsi l’attenzione e poi la stima e poi l’applauso della platea più esigente al mondo. Tutti ricordiamo un professore, nella nostra storia scolastica, quello che ci incantava. Riportare l’attenzione alla figura docente, alla sua funzione primaria e fondamentale. Un docente non è «bravo» perché è nella commissione, fa progetti, si occupa dei laboratori, un docente è «bravo» quando fa scuola. Formare insegnanti così è difficile e forse non interessa. Più facile avere dei posteggiatori-baby sitter, sottopagati, burocrati allineati, impiegati modello e ubbidienti, e giovani annoiati, ignoranti e disimpegnati. E insegnanti così possono lavorare 18, 24, 36 ore.
Giovanna Gradi

2) Ma quanto è lontana la Germania

I colleghi tedeschi, di noi insegnanti italiani, dice guadagnino il 50% (ma in Europa anche l’80% e il 99%) in più di noi a fronte di un numero maggiore di ore che lei quantifica con il numero di 100. Forse la sorprenderemmo dicendole che anche noi italici facciamo in forma invisibile quelle stesse 100 ore in più che non si svolgono nelle aule. Loro utilizzando spazi, riscaldamento, energia elettrica, attrezzature, computer e uffici messi a disposizione dalle istituzioni scolastiche; noi con un sistema misto, dividendoci tra attività pomeridiane che si svolgono a scuola e altre a casa con libri e attrezzature da noi pagate. Almeno 100 nell’edificio scolastico lavorando in dipartimenti, curando la programmazione, scrivendo verbali, confrontandoci nelle ore buche, ascoltando e parlando con le famiglie, orientando e ri-orientando, facendo esami a luglio e a settembre, riunendoci in consigli e collegi; e poi - sorpresa - almeno 100 ore davanti a ragazzi che «entrano» ogni giorno nelle nostre abitazioni prendendo via via le sembianze di un compito in classe da correggere, di una simulazione di prova d’esame da preparare, di uno studio da masticare ben bene per renderlo digeribile al singolo concreto alunno. 100 ore a passeggio con loro portandoli realmente in uscita didattica o in viaggio di istruzione. 100 ore informandoci, aggiornandoci e venendo «formati» sugli argomenti più disparati dalla sicurezza alla didattica. Davvero il governo e l’opinione pubblica vogliono vedere solo le 18 ore settimanali che si svolgono dentro un’aula? Iniziamo a ragionare su quelle quindi, e sul loro peso specifico. Qual è il peso in termini di fatica, sforzo, logoramento, che grava su ogni singola nostra ora? Qual è il livello di attenzione vigile che ci è richiesto per ogni nostra ora volta a contenere, istruire, valutare e persino educare un numero considerevole di allievi? Qual è il peso specifico e con quale bilancia lo vogliamo pesare? E dire che le 18 sono solo la punta emergente di quell’iceberg che non vorremmo assolutamente finisse con lo sciogliersi: permettere che curiamo la qualità del nostro insegnamento, puntare e sostenere la crescita e l’eccellenza della nostra preparazione, riconoscere la fatica e la dignità del nostro lavoro, vuol dire fare un buon investimento sul futuro, dimostrare cioè di avere a cuore la formazione dei giovani, perché realmente desideriamo - così io penso - farli diventare 100 volte migliori di ognuno di noi.
Savina Missio, Torino

3) La scuola che vorrei anche se non c’è

Da insegnante motivata e che crede nel valore sociale del proprio lavoro condivido la analisi del dottor Gavosto, pubblicata su «La Stampa» giornale, e quindi la necessità di modificare radicalmente il lavoro dei docenti mettendo nelle condizioni di lavorare al meglio coloro che svolgono il mestiere con dedizione. Anche io preferirei poter accedere ad un aggiornamento costante, durante l’orario di lavoro, avere mezzi e spazi per condividere didattica e innovazione con i colleghi, avere uno stipendio adeguato alla mia qualifica professionale. Ma la realtà scolastica oggi è tutt’altra cosa. Lavoro in una delle scuole considerate tra le eccellenze piemontesi, i docenti (circa 130) hanno a disposizione una sala insegnanti con 4 grossi tavoli, 4 computer ed un paio di cassetti 40x15. Immagina lei 100 persone stipate a lavorare in questo spazio? Se devo stare a scuola 40 ore avrei bisogno di un ufficio, magari in condivisione con altri docenti, ma dotato di una scrivania con cassetti, un numero di computer sufficienti per permettere a più persone di lavorare contemporaneamente, stampanti, fotocopiatrici, scaffali per riporre libri e materiale didattico. Senza contare spazi per corsi di formazione/aggiornamento, strumenti per la didattica nelle classi che superino la cara vecchia lavagna in ardesia e l’elenco potrebbe essere ancora lungo. Tutto questo però presupporrebbe una classe dirigente lungimirante e di larghe vedute in grado di capire, in un momento di grandi difficoltà economiche e sociali, quali sono i capitoli di spesa su cui tagliare e quali quelli su cui investire. Cosa interessa ai cittadini italiani? Arrivare velocemente a Lione o avere una scuola pubblica funzionante ed efficiente?
Daniela Albano

4) La grande paura di noi precari

Sono una precaria di 44 anni, plurilaureata che da quasi 17 anni mette insieme lavoro e famiglia e si sposta su e giù per la provincia pur di lavorare. Aumentare l’orario di lavoro avrebbe significato risolvere definitivamente il problema del precariato «spazzandoci» via. Se la scuola funziona è anche grazie a noi, che viviamo di precarietà, che riceviamo in ritardo gli stipendi, che d’estate abbiamo solo il sussidio di disoccupazione ma che ogni giorno ricominciamo sempre con l’entusiasmo e l’amore per il nostro lavoro. Invito solo a riflettere su ciò che sarebbe accaduto se decine di migliaia di docenti come me avessero perso il lavoro: forse anche in quel caso si sarebbe potuto parlare di occasione perduta...
Silvia Tisa

lunedì 12 novembre 2012

Guerra fredda. Ma neanche tanto


Se una cosa si chiama contributo facoltativo per le spese scolastiche, io mi rifiuto di dire ai ragazzi che DEVONO portare i soldi (tra l'altro, da 5 euro siamo passati a 10 negli ultimi due anni). O peggio, di dettare l'avviso con la scadenza della raccolta TOGLIENDO APPOSITAMENTE la parola facoltativo dal testo.

Cose che invece la Bestia Nera fa regolarmente.

Io sono contrarissima a chiedere soldi alle famiglie per cose come fotocopie, toner, gessetti etc.
Un conto è far pagare la fotocopia allo stordito di turno che s'è scordato il libro. Questo ha valore educativo, perchè i libri, che i genitori hanno pagato, devono arrivare a scuola il giorno giusto per essere usati, e poi evita che a inizio lezione si perdano sempre cinque minuti buoni ad aspettare che gli storditi si facciano fare la copia.
Invece, quando sono incaricata di dire alle famiglie o ai ragazzi che ci aspettiamo un aiuto, sottolineo sempre che sono a disagio nel chiederlo, perchè in una scuola PUBBLICA le nostre necessità sono (sarebbero, dovrebbero essere, parrebbe giusto che fossero) GIA' pagate dalle tasse.

Comunque, quando portano pecunia, io raccolgo. Se non portano, io non insisto. Alla scadenza, consegno alla Bestia Nera, che, come è logico data la sua natura luciferina, ha SEMPRE a che fare con TUTTO quello che riguarda i marenghi, i talleri e i dobloni nella scuola, dalla mensa all'assicurazione.

Sono caduta dal pero quando stavolta la BN ha voluto I NOMI di chi aveva versato. Le ho fatto notare che io non me li ero nemmeno scritti, come avrei invece fatto in caso di contributo obbligatorio (per esempio per i soldi dell'assicurazione), perchè allora avrei dovuto chiederli e richiederli, sincerandomi che ciascuno avesse versato il dovuto.

Poi le ho detto che me li sarei scritti e, a raccolta finita, glieli avrei dati. Sperando non me li domandasse più.

Quando mi è tornata sotto, poco prima della scadenza prevista, le ho chiesto PERCHE', se trattasi di contributo facoltativo che va ridistribuito sulla totalità dei ragazzi, dobbiamo sapere chi ha versato e chi no: “Mica promuoviamo o bocciamo in base a questo, no?”
No, però per esempio a chi li ha versati possiamo far fare le fotocopie gratis, gli altri invece se le pagano.”
Ma scusa, le fotocopie, abbiamo stabilito, sono a pagamento per tutti, infatti quelli che ne hanno bisogno se le pagano già.”
Non ribatte.

Poi io venerdì 9/11 (raccolta contributo facoltativo conclusasi il giorno 31/10), sto a casa per malattia.

E lei che fa, la brutta adoratrice di Mammona?

Sì.

Lo fa.

Va in terza (dove non ha materie, né coordina, né niente) e si fa dare i nomi di chi ha versato. Che, se me li avesse chiesti a fine raccolta, io le avrei comunque dato, pur malvolentieri.

Siccome sono pochi, fa il mazzo per mezz'ora a tutta la classe.

Sì.

Lo ha fatto.

E sapete cosa dice? Che, la fotocopiatrice scordiamocela pure, ma inoltre non avranno più accesso ai computer, alla LIM, etc etc perchè non contribuiscono alle spese della scuola.

A questo punto, stamattina, di fronte alle rimostranze della classe, io spiego i due punti di vista.

Il suo: che è un'orrenda succhiasangue di destra, che sotto sotto non vede l'ora di lavorare in una scuola privatizzata e, possibilmente, anche di stretta ortodossia papalina che non ce la facciamo più perchè lo stato, il comune etc ci danno sempre meno.

Il mio: che la mia collega è un'orrenda succhiasangue di destra che sotto sotto non vede l'ora di lavorare in una scuola privatizzata e, possibilmente, anche di stretta ortodossia papalina che il servizio pubblico è pubblico, è vero che siamo in difficoltà, ma finchè c'è un centesimo viene diviso tra tutti e poi, quando non ci sarà più neanche quel centesimo, resteremo tutti senza e tu querida presencia, comandante Che Guevara...

Giuro sulla mia vita alla III C che, finchè io sono presente nella scuola bandiera rossa sventolerà loro avranno esattamente tutto quello che hanno gli altri, a parte pagarsi le fotocopie quando si scordano il libro a casa.

E faccio notare (ad alta voce, non lo faccio mai davanti alle classi, ma cazzo, stavolta per farmi stare zitta ci sarebbe voluto un elettrochoc che mi mandasse al tappeto per il resto della settimana) che la collega è veramente in gamba a scegliere il giorno in cui io non ci sono, per venire a fare la strategia del terrore in mezzo ai miei studenti.

Non so. A volte, quando per un po' va tutto bene, mi dico che sono io che sono rancorosa e mi lego le cose al dito, che forse questa rivalità sotterranea costante è un parto della mia fantasia bolscevica e dei miei tragici trascorsi con il cattolicesimo. Poi no, poi vedo con chiarezza, e mi domando cosa crede di ottenere, la creatura delle tenebre, con queste sue simpatiche manovrine. Il mio trasferimento? E io invece, più fa così, più mi abbarbico, e cresco, e mi infiltro, come un cazzo di tumore comunista.

Balliamoci sopra.

Festivalì, festivalà

Spigolature sul II film festival:

- le attrici non vengono. Ergo, come elegantemente ha detto Movie Man, tanti c e poca f.
La first lady Castagna fa notare che non è lei che fa le convocazioni, è l'Uomo. Quindi i casi sono due, o l'Uomo ha troppa paura di orrende ritorsioni da parte della first lady, o le attrici si spostano meno degli attori.

- Castagna piace un sacco alle lesbiche. Non è una novità, ma siccome nel mondo dello spettacolo la gente è molto libera nel dichiarare i propri gusti, e menomale, talvolta la cosa è esplicita. Molto lusingata, ma di Gassman qua continua a non vedersi neanche l'ombra, e io resto etero, sorry.

- forse ce la faccio a conoscere lui:


- la prima settimana abbiamo avuto 4 serate: lunedì, martedì, mercoledì e giovedì. Sabato l'Uomo è andato a letto alle 21,15 e si è svegliato domenica alle 08,15. Era talmente cotto che non ce la faceva neanche a russare.

- Luciana Littizzetto è più difficile da far spostare (Torino - Asti, 35 minuti) di Benedetto XVI.

- lo staff di quest'anno è spettacolare, meglio di quello dell'anno scorso, poi vi narro.

sabato 10 novembre 2012

Niente 24 ore, allora?

"L'insegnante avrà ancora un ruolo importante nelle relazioni dirette con gli studenti e, quindi, nelle ore di lezione in classe, ma dovrà anche avere una presenza diversa all'interno della scuola."

Parola del ministro Profumo.

Posso dire alcune cose?

"ANCORA"?

"IMPORTANTE"???

"RELAZIONI DIRETTE CON GLI STUDENTI" = "ORE DI LEZIONE IN CLASSE"?

E che si intenderà mai, di grazia, con "PRESENZA DIVERSA"?


Beh, sentite. Io ero qui oggi che correggevo e calendarizzavo lavori. E pensavo che mi rugava di brutto il fatto di dover sospendere tutte le attività aggiuntive per protesta per almeno un mese, fino al voto sulla legge di stabilità; perchè volevo appunto aprire uno sportello pomeridiano fisso.

Gratis, perchè sono scema.

O perlomeno, volevo fare i miei pomeriggi di recupero del disagio, pagati, quelli, perchè la terza ne ha bisogno.

Quindi ora sto pensando che, non so perchè, ho la sensazione che la mia idea di "presenza diversa all'interno della scuola" e quella di Profumo siano differenti, ma finchè lui non dice niente per specificare questa inquietante frase detta in intervista, io la interpreterò, come al solito, a modo mio.


venerdì 9 novembre 2012

Il vecchio Anchise, il piccolo Ascanio. E Creusa

La città è in fiamme: fumo, grida, pianti disperati nel buio, nemici che sfondano le porte, strappano la gente dai letti, non risparmiano nessuno.

Enea ha lottato duramente perchè questo non avvenisse. Enea torna improvvisamente alla coscienza dopo un sonno inquieto, capisce che il peggio è accaduto, imbraccia le armi per un'ultima strenua difesa.

Ma ormai è tardi. I nemici sono dentro, Troia brucia, non resta che una strada: la fuga. La speranza, apparentemente assurda, di ricominciare tutto un po' più lontano, in un posto migliore.

Allora Enea deve preoccuparsi di ciò che ha davvero valore: le persone.

E qui inizia il vero dramma.

Perchè Anchise è già stato bocciato due volte e, se Enea non manda il vigile a prenderlo a casa, continua a non venire a scuola, a ciondolare per il paese, dove girano anche brutti ceffi che aspettano solo di incontrare uno come lui per farne un baby spacciatore. Anchise è seduto in terzo o quarto banco, dove invece di studiare riflette su come scolpire il fisico per essere impeccabile quando, "per sbaglio", si tira su la maglietta insieme al maglione, scompigliando gli ormoni di tutta la fila di sinistra che per un attimo gode della visuale della sua pelle abbronzata; ha due fratelli più grandi, sa che può sfangarla nella vita anche perdendo un anno o due a scuola. Anchise è straniera, e ha capito che non ce la farà mai a imparare decentemente la lingua italiana, e anche se lo fa sarà sempre una piccoletta dalla pelle scura e dal collo corto, che finirà a spaccarsi la schiena come sua madre per mantenere uomini con poca voglia di sbattersi come suo padre e suo fratello, e allora è meglio mettersi le magliette scollate, riempirsi di braccialetti, orecchini e puntate di trasmissioni dementi, e divertirsi sghignazzando finchè si è a scuola, che poi a casa bisogna cucinare, lavare i pavimenti e stirare. Anchise ha già deciso che lei è bella e la famiglia ha una piccola attività, quindi non c'è bisogno di sviluppare molto le doti intellettive, basta mettersi coi ragazzi più carini, girare con le amiche giuste e, per carità, fare attenzione che non si formino quelle odiose doppie punte.

Anchise non cammina da solo in mezzo al fumo e nel buio, bisogna che Enea se lo carichi in spalla, e magari lui protesta pure, gli dice che è meglio passare da un'altra parte, recalcitra o si lamenta.

Poi c'è Ascanio, che invece ha fatto le elementari dalle brave suorine cattoliche le quali, in cambio della retta sostanziosa, gli mettevano sempre voti come "Bravissimo!" "Molto bene!" "10 e lode!" e "Stratosferico!", peccato però che, arrivato alle medie pubbliche, scoprisse di essere l'unico a non saper leggere a voce alta in modo scorrevole, non ce la facesse a finire i dettati perchè per lui sei frasi da scrivere sotto dettatura erano lunghissime, e non avesse il minimo metodo di studio. Ascanio ha i genitori che si sono appena separati, piange, non dorme, è nervoso, la scuola è l'ultima delle sue preoccupazioni, ma al dolore e alla rabbia della sua situazione familiare stanno cominciando ad aggiungersi note sul diario, dimenticanze che gli costano rimproveri, interrogazioni andate male, umiliazione e disagio dove prima si sentiva forte e capace. Ascanio ha un problema di salute, vorrebbe concentrarsi ma non può, vorrebbe non passare le mattine in ospedale a fare controlli e i pomeriggi dalla fisioterapista, vorrebbe venire a scuola e fare le sue cose, compreso studiare, ma anche scambiarsi le figu con gli amici, giocare a calciobalilla, correre fuori in giardino.

Ascanio deve essere preso per mano, deve essere trascinato e indirizzato lungo la strada della fuga, e oltretutto ha paura, singhiozza, e Enea che già ha Anchise in spalla con un braccio deve sollevarlo da terra, stringerselo addosso, continuando a correre.

E così, Creusa deve andare sola. Ma Creusa è in gamba, ha fatto delle buone scuole, prendeva bei voti l'anno scorso, ha la madre maestra che la segue tantissimo. Creusa ha una famiglia serena, Creusa ha tutto il materiale, Creusa è dislessica ma questo non è grave perchè ci sono gli strumenti compensativi, Creusa si comporta bene e non disturba, Creusa se sta assente si copia le parti che si è persa e telefona per i compiti.

Poi succede qualcosa, Creusa inciampa, qualcuno la ferma, qualcosa la ferisce, sbaglia una svolta, trova un ostacolo sulla via più breve. E' buio, c'è il fumo, c'è il fuggi fuggi, Enea arranca più avanti, con Ascanio che piange e Anchise che gli parla concitatamente nelle orecchie, in mezzo alla confusione. Creusa resta sola. Creusa aveva studiato tanto, ma Enea ha preferito interrogare Anchise perchè oggi era l'unico giorno in cui si faceva vedere a scuola, ha preferito far fare un po' di esercizio ad Ascanio che altrimenti resta indietro. Enea non ha visto che a Creusa hanno dato fastidio i commenti feroci di una compagna, perchè era al telefono con l'assistente sociale di Anchise e in classe c'era la bidella. Enea non sapeva che Creusa aveva alzato la mano per chiedere, non per rispondere, e l'ha scavalcata facendo parlare Ascanio, che magari sa solo questa risposta e deve guadagnare autostima.

Arrivato in fondo alla corsa, al sicuro, Enea ha perso Creusa. Creusa di cui tutto lasciava pensare che ce l'avrebbe fatta anche da sola. Creusa che non c'è più. Enea torna, a rischio della vita, a cercarla. Ma è tardi.

 

 

martedì 6 novembre 2012

Un che di mistico

Suona la fine dell'intervallo del pomeriggio. Mi riavvio verso la terza.

Io controllo con aria malevola il Cinghiale, un bestioncello di prima A con il quale ho già avuto da dire nei corridoi. Non è mio alunno, ma è un sorvegliato speciale e lo sa:
"Cinghiale, io ti vedo. Anche quando tu pensi che non ti veda, io in realtà ti sto guardando."
Siamo quasi amici, a forza di alzare il sopracciglio della morte quando lo incontro, perchè regolarmente sta correndo o spintonando o facendo qualcosa di cinghialesco. Di solito lo afferro con uno sguardo critico, lo riduco all'impotenza con una frase tagliente e mi premuro di riaccompagnarlo personalmente sulla porta della sua classe.

Passando davanti alla II A ne butto dentro quattro o cinque che ciondolano in corridoio all'altezza della classe. "E vedete di non prendere la solita nota."
(Perchè sono tre volte che nell'ora di Religione prendono note. Oggi però ne avevano già presa una nell'ora di Francese: notare che era il primo giorno di rientro al lavoro della collega M. dopo l'improvvisa dipartita di sua madre, e avevamo TANTO raccomandato ai ragazzi di II A di non comportarsi come al solito malissimo con lei. Poi per carità: stamattina la lezione di Geografia mi ha preso un po' la mano e ho spiegato la Resistenza in Francia, De Gaulle, Radio Londra, i partigiani nelle nostre valli. Tutti attenti. E poi siamo passati al genere giallo e abbiamo passato mezz'ora a discettare del perchè, da Poe e Conan Doyle ai giorni nostri, dalla centralità del detective si è passati alla centralità del killer, anzi, del serial killer. Intanto avevano appreso affascinati che detective e detector derivano da detegere e che deduzione deriva da deducere. Non volava una mosca. Cioè, sostanzialmente, per tenerli buoni devi alzare l'asticella. Ad altezze da vertigine, qualche volta.)

Me ne vado in terza, finiamo un lavoro, in pochi minuti siamo pronti per trasferirci in aula computer. Riapro la porta e, in corridoio, baciato da un radioso sole autunnale che gli fa i riflessi chiari nei capelli castani, c'è Dylan McKay, appoggiato al muro nel punto dove stanno quelli buttati fuori dall'aula. E, appena si rende conto che lo sto osservando con gli occhi a fessura, si esibisce nel suo miglior sorriso timido - colpevole - sbruffone alla Tom Cruise dei tempi d'oro, mettendo le mani avanti: "No, guardi, posso spiegare."
"Cos'hai fatto?"
"Ho detto una par(sopracciglio mortale della sottoscritta)ABOLA."
Resto interdetta: ovviamente alla seconda sillaba io avevo pensato che la frase, come naturale, fosse "ho detto una parolaccia".
Apro la porta di seconda, c'è il collega che spiega:
"Orsetto Lavatore, scusa: qui fuori c'è Dylan che sostiene che lo hai sbattuto fuori perchè ha detto una parabola."
"E mi parla sopra mentre spiego, sì!"
"Aha. Beh, quando poi cammina anche sulle acque come facciamo?"

Mi giro. Il giovane Messia sta sorridendo trionfante. Stringo gli occhi a fessura. Riprende la faccetta contrita. Mi allontano sdegnosa. Incrocio lo sguardo di un paio di quelli di terza: ammirati dalla faccia di tolla del piccoletto. Siccome ormai gli ho girato le spalle, rido silenziosamente.

La terza cazzeggia, deconcentrata e superficiale. La seconda oscilla tra la miglior soddisfazione intellettuale della mia vita e un incubo di indisciplinati da riformatorio. Fuori l'autunno è incantevole. Io dormo appena mi siedo, ovunque. In classe infatti sto sempre in piedi.






sabato 3 novembre 2012

Due modi di dire


L'altro giorno, mentre aspettavo che arrivasse l'Uomo a Genova per andare a festeggiare i 90 della Zia Buona, avevo la tv accesa e c'era Un medico in famiglia, serie che, da quando la conosco, da un lato mi annoia a morte e dall'altro mi fa francamente ridere, soprattutto perchè Banfi è bravo e Lunetta Savino favolosa. Essendoci appunto una scena con Cettina, mi fermo a guardarla e sento dire da un'altra attrice questa frase:

"Chi nasce muro, tutti gli si appoggiano"

Folgorazione: mi ci devo far fare una maglietta, no, un'intera linea di abbigliamento. E devo regalare capi di questa linea a diverse persone che conosco, tra cui mia madre e diverse delle mie migliori amiche, mio marito, il Gigante, alcuni alunni come Winnie Pooh e molti altri, sia maschi che femmine, che ho conosciuto in passato, blogamiche e blogamici sparsi.

 

Invece ieri sera vedevo con l'Uomo un film sceemo, ma sceemo, scritto maaale, ma maale, dove però, in una scena in cui Jessica Biel doveva partorire e il marito si innervosiva intorno a lei, la ginecologa lo rimetteva al suo posto dicendo che stava violando (o invadendo? o inquinando? non ricordo, ma il concetto era quello) la "zona calma" della moglie.

 

Altra folgorazione: sono il vostro muro, reggo pesi, porto pacchi, mi spacco, mi sbatto, etc: ma quando devo fare una cosa (partorire era un ottimo esempio. Conoscete qualcosa di più importante o di più urgente? ma anche cose minori richiedono sforzo, concentrazione e serenità) la voglio fare senza che nessuno inquini la mia zona calma.

Se per zona calma intendiamo che prima di andare a farmi venire la gastrite dall'avvocato voglio stare un'ora con il cellulare spento, per pranzare senza interruzioni, riposarmi sul divano pittandomi le unghie, leggere un capitolo di un bel libro, benissimo: dall'avvocato ci sto andando io, no? Vi fa comodo che ci vada al posto di qualcun altro? Quindi dovete solo fingere che il mio appuntamento con l'avvocato cominciasse alle due e non alle tre, e vedrete che trovare il mio cellulare staccato non vi darà così fastidio.

Se per zona calma intendiamo che se devo parlare di numeri lo posso fare solo fino alle sei di sera perchè poi la mia intelligenza logico-matematica scarica le batterie, benissimo: dopo le sei di sera farò altro, non conti. L'ufficio chiude, riaprirà domattina (tra l'altro spesso ben prima delle otto, perchè di mattina presto sono molto più intelligente che al pomeriggio). Domattina, state pur sereni, la pilazza di carte con i numeri da studiare sarà ancora lì. Spesso sogno di trovarci sopra una bella vomitata del gatto e poter buttare tutto nella spazzatura. Ma no.

Se per zona calma intendiamo che ci sono 4 giorni di ferie, ci sono quattro giorni di ferie. E punto. Se crolla la palazzina dove possiedo un appartamento, comunque, prima di arrivare a me devono chiamare i pompieri, le ambulanze, la protezione civile, l'importante è che rispondano loro (che, a differenza di me, fanno i turni). Se crolla la palazzina dove abito io, con me dentro, beh, io sono l'ultima cui devono guardare per sapere cosa fare.

Dico questo perchè stamattina SABATO 3 NOVEMBRE a casa dei miei si è presentato un operaio mandato dall'amministratore per verificare una perdita in cantina. Perdita che noi abbiamo segnalato a partire dall'ANNO DEL SIGNORE 2010, due-mila-dieci, capito? e che ha costretto un inquilino di mia madre a portar via le sue cose danneggiate, a restare senza cantina, e noi a chiamare operai i quali, dopo aver riparato al grosso del danno, ci hanno giustamente fatto notare che lo sgocciolamento continuava e dipendeva da quelli di sopra. Quelli di sopra che sono inquilini di una signora che per mesi e mesi non si è lasciata raggiungere. Non vive a Genova, è anziata, è malata. Okay, ma nessuno le ritira le raccomandate? No. Finalmente dopo mille ricerche e dopo molte raccomandate e richieste si identifica un curatore dei beni, che io chiamo personalmente due settimane fa minacciando lui, la signora proprietaria e l'amministratore del condominio di azione legale.

Detto fatto, l'amministratore manda un uomo per sopralluogo. Uomo che arriva di sabato mattina presto, senza telefonare, durante un ponte. Ora, magari si sa che mi padre è anziano e malato e non va più via per il weekend. Ma è comunque un giorno festivo. Scenari che poteva trovare l'operaio arrivando:

- mia madre che dorme (mai fatto in vita sua di dormire di mattina, ma che ne sai tu di che notti si passano con mio padre malato in casa)

- mia madre che accudisce mio padre da sola perchè è sabato e non c'è la donna (e che ne sai tu che mio padre non ha per ora bisogno d'aiuto per lavarsi)

- mia madre che impasta agnolotti per sedici persone perchè visto che c'è ponte ha invitato i parenti a casa (mai fatti manco gli agnolotti a mano, ma che ne sai tu che non abbia appena cominciato a farli, dato che passa i weekend in casa)

- mia madre e mio padre che intrattengono piacevolmente figli, nuore, generi e nipotini venuti appositamente da altre zone d'Italia / d'Europa / del mondo per passare qualche giorno in famiglia (che ne sai tu, appunto)

- varie.

Questo per dire che se non ci facciamo furbi possiamo anche morire, perchè la gente non se ne pone PIU', di problemi sugli altri. Pensa te se uno che per DUE ANNI ha fatto lo gnorri deve mandarmi l'operaio di sabato, in un ponte festivo, perchè, oh ma che sorpresa, abbiamo finalmente pronunciato la parola avvocato. E gli è andata bene. Perchè se invece di presentarsi sulla porta di mia madre si presentava alla mia, prendevo le numerose tegole che l'amministratore da un anno ha lasciato dove sono cadute, più quelle nuove che sono cadute l'altro giorno, e gliele tiravo dietro, una dopo l'altra.

venerdì 2 novembre 2012

Vorrei chiarire un concetto

PONTE: (fig) periodo di vacanza che si ottiene collegando, con uno o più giorni di ferie, una festa infrasettimanale con la domenica precedente o successiva

FESTA: (estens.) vacanza dalla scuola o dal lavoro

VACANZA: sospensione temporanea delle attività negli uffici, nelle scuole, nelle assemblee per ragioni di riposo o per celebrare una ricorrenza; periodo di riposo dalle proprie ordinarie occupazioni; periodo di riposo concesso a chi lavora o studia

Quelli tra voi che ritrovano una minima corrispondenza di queste ore che stanno trascorrendo con una a caso di queste tre definizioni, per cortesia, facciano un passo avanti.

Attenzione: lo so anche io che se hai la sfiga di nascer donna, se sei tra i trenta e i cinquanta e/o se hai dei figli, le giornate di cosiddetta vacanza sono, a volte, più pesanti di quelle lavorative: soprattutto se i figli sono più di uno e piccoli, se hai la fissa di invitare gente a pranzo o di andare a trovare parenti che vivono lontano, se hai insomma già riempito a priori queste ore di libertà con impegni di famiglia che, per piacevoli che siano, comunque risucchieranno energie.

Però io quest’anno riscontro un problema. Un serio problema.

Voglio dire, io avevo ferie, a scuola, per il ponte dei Santi. E pensavo a questo ponte dei Santi come a una terra promessa, dato che il periodino, a scuola (l’ultima è che mi sa che ne ho uno che si droga, se va bene, o che si droga e spaccia, se va male) e tutt’intorno, è un po’ quel che è. [PERIODINO: quantità di tempo, di durata indeterminata da un minimo di un paio di settimane a svariati anni, in cui violente e protratte tempeste di merda si abbattono con regolarità sulla stessa persona, provenendo contemporaneamente da diversi ambiti della sua vita]

Non che non avessi anche io i miei bravi impegnetti di famiglia eh: avevo una ricorrenza seria, la Zia Buona festeggiava i 90 anni, voglio dire, abbiamo anche organizzato torta fiori spumante, poi c’era da passare a casa degli Psicozii perché Sanguedelmiosangue ha pensato bene di ripartire da qua lasciandomi portafoglio con bancomat e documenti, poi naturalmente un salto a gestire cose varie a casa dei miei, dove tra l‘altro è venuto giù a tocchi un altro pezzo di tetto causa tregenda dell‘altra notte…

Però oggi era il venerdì dei Morti, santo e benedetto Iddio, grande e misericordioso Allah, prezioso gioiello del loto della compassione Buddha Shakyamuni, etc, e lavoravano tutti:

- passi per la fiorista, che magari anzi oggi ha ben ragione di tenere aperto (ma è un’inquilina di mia zia e ho dovuto parlarle di questioni condominiali);

- passi per il fruttivendolo, dato che è stato chiuso ieri e lo sarà anche domenica e poi è musulmano, che gliene frega a lui delle feste cattoliche;

- passi per il falegname di fiducia dei miei, che è un artigiano in pensione e lavora quando cazzo gli pare;

- passi per la Fata Pugliese, che ormai è un po’ anche la badante di papà, e menomale che c’è;

- passi per l’uomo delle serrande automatizzate, che non si sa come mai fosse libero, ma magari ha bisogno di lavorare e in fondo veniva solo a fare un sopralluogo;

MA CHE LA COMMERCIALISTA MI CHIAMI DI NUOVO, E, NON TROVANDOMI, ALLE NOVE DI MATTINA CHIAMI MIA MADRE, CHE E’ IN PALESTRA, PER CHIEDERLE DOVE SONO, NO, NON MI STA BENE PORCACCIA LA MISERIACCIA ZOZZA, NON MI STA BENE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Il problema è che non fa più ferie nessuno, perché c’è la crisi. Okay. E inoltre perché siamo entrati nell’ottica che dobbiamo rialzare il Paese, se no la Merkel ci mangia. Okay. E inoltre perché vivo nell’operoso Nord, dove la gente se gli crolla il capannone per il terremoto lavora in strada. Okay. E inoltre perché a forza di avere account di e-mail, telefonini, smartphones e connessioni wireless anche al parcogiochi comunale siamo sempre in grado di lavorare anche dalle località di vacanza, e siamo reperibili dagli altri anche in cima all’Himalaya o nella Fossa delle Marianne. Okay.

Ma santo Gesù. Supponiamo pure che, data l’aria che tira, a qualcuno scazzi che io possa ancora permettermi di andare in montagna e/o addirittura in albergo o in viaggio. A parte che menomale che qualcuno se lo può ancora permettere, così facciamo girare l’economia, vorrei vedere se tutti ci mettessimo a fare il braccino corto sulle ferie come andrebbero avanti quelli del settore turismo. Ma anche ammettendo che viviamo in un Paese ormai ridotto al lumicino e non andiamo più nemmeno a farci uno spuntino al bar all‘angolo: ma se io alle NOVE DI MATTINA di un giorno di ponte volessi a) dormire il sonno del giusto, visto che mi suona la sveglia alle 6 ogni santo giorno feriale
b) farmi una scopata con il legittimo consorte
c) farmi quella maschera al viso e quella ceretta che rimandavo da un po’
d) giocare coi miei figli che non sono a scuola
e) vedere una persona che non vedo mai perché ha orari di lavoro incompatibili coi miei??????????

Poi vorrei che fosse detta, una volta per tutte, al mondo, una cosa che io CREDEVO di aver già accennato abbastanza chiaramente alla Gent.ma Dott.ssa Comm. Lup. Mann. Squalo: però vorrei ribadirla qui con voi, acciocchè non si pensi che io mi lamento tanto per lamentarmi e che in realtà, da brava stataledimerda, non faccio una funchia dalla mattina alla sera.

La commercialista da me vuole molte cose: per carità, mi solleva anche da molti problemi, dato che ora il suo compito è diventato anche quello di amministratrice dei beni immobili della famiglia. Però all’inizio voleva cose normalmente richieste dai commercialisti, come visure catastali, CUD, lettere di accertamenti, contratti di locazione, fatture di spese. Ora che siamo entrati nel ginepraio della Conservatoria dei beni della Repubblica per apportare alcune correzioni a errori di vecchissima data fatti dal catasto, vuole cose come: l’atto di proprietà di un appartamento che fu acquistato da mio bisnonno Nicolò nel 1927; la successione di mio nonno, che morì improvvisamente nel 1948 senza lasciare neanche una riga di testamento, visto che tutto si aspettava fuorchè di morire, essendo piuttosto giovane, in salute e sopravvissuto a due guerre; sapere come facciamo a dimostrare che un appartamento che sta all’11 scala B come Bologna è sempre appartenuto a noi anche se il catasto lo ha catalogato per errore come 11 scala A come Aosta, e quindi è finito nella linea di successione di un’altra famiglia; trovare una soluzione al problema del rinnovo del contratto con un’inquilina che è in una casa di riposo e malata di Alzheimer e il cui figlio vive a Bali (non sto scherzando: a Bali! giuro!!! a Baaaaaliiiii!).

E io corro tra Piemonte e Liguria, cerco, smisto cartellette, rovisto nei mobili polverosi di casa delle Ziette, faccio fotocopie, mando fax, classifico cose, mi scrivo tutto, me lo dimentico, me lo rileggo, lo ripeto, lo ri-ripeto, tranquillizzo mio padre che si arrabbia, tranquillizzo mia madre a cui viene l’ansia, tranquillizzo me stessa a cui viene la gastrite… Ma non lo faccio all’ora che potrebbe parere furba agli altri: perché faccio un altro mestiere, e ho una casa, e ho da fare dell’altro, e ho del tempo che devo passare in autostrada senza schiantarmi in un guardrail, e ho dei momenti in cui se mi metto sui conti o davanti ai documenti resto in stato di morte cerebrale per diversi minuti e poi metto via, consapevole che non so cosa sto leggendo; lo faccio nei momenti liberi, ma non in tutti i momenti libri, solo in quelli in cui posso farlo stando concentrata, capendo cosa leggo. E SOPRATTUTTO, LO FACCIO ANCHE A META’ DI UN PONTE (stamattina sveglia ore 6,20), MA PRETENDO DI METTER VIA I DOCUMENTI CHE TROVO, DI USCIRE A FARE ANCHE ALTRO E DI RIPARLARNE LUNEDI‘.

Si avvisa la spettabile clientela che siamo chiusi fino a domenica sera. Tardi. E che siamo chiusi anche lunedì mattina. Perché vado a lavorare. E lunedì pomeriggio. Perché è UN MESE E MEZZO che devo parlare con la mia psicologa.

E che cazzo. Se rinasco faccio l'amministratore di condominio. Quelli sì, che non si fanno problemi a sparire quando non hanno voglia di lavorare. E non c'è wireless che li raggiunga, loro, i bastardi.