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martedì 30 dicembre 2014

L'inevitabile post di fine anno

Non ci si salva... persino io sono coinvolta nell'orrido cliché.

È inevitabile spararsi il bilancio di fine anno.

Del resto questo 2014 è stato un anno senza precedenti, né avrà mai succedanei. Direi che merita di spenderci qualche parola.

Bene,sarò breve.

Sto come Dresda dopo i bombardamenti. Ma anche così, devo dirlo, quest'anno sono molte di più le cose che ho costruito che quelle che ho distrutto.

Ho sofferto tanto. Ho rischiato tutto. Ho vissuto a mille ogni singolo giorno. Ho amato senza limiti.

Sono andata a chiudere l'anno (stasera, perché il Capodanno, lo sapete, io lo odio) sulle mura di Paesino di Sogno. Il castello, il presepe, l'albero e la chiesa illuminati. Il cielo nero e gelido pieno di stelle bianchissime. Un gran silenzio.

Un grande, grande, generoso silenzio.

venerdì 26 dicembre 2014

Morning has broken

L'Uomo e la Princi dormono. Castagna veglia, complice il sugo rigorosamente non sgrassato del favoloso manzo in umido alla romana del consorte. Che un po', alle quattro e mezza di mattina, torna alla ribalta. Troppo impegnativo per il mio pancino quasi vegetariano. Oggi brodino, neh.

Non lo so se è andata bene.
A tratti, siamo stati un po' tristi, un po' in ansia e un po' scazzati. In altri momenti siamo stati sereni e allegri.
Però siamo stati insieme tutto il giorno. Il che è bello da matti.

Oggi l'Uomo compie gli anni, la Princi vuole cominciare i compiti delle vacanze e Castagna, visto che era in piedi alle cinque, si è sparata una ventina di livelli di un nuovo gioco di gestione tempi.

Fuori c'è tutto gelato. Domani danno neve. Qui siamo al sicuro, per un breve istante. Vorrei fermare il tempo, ma non si può.




martedì 23 dicembre 2014

La faccia di culo impunita che ti viene con gli anni

A 40, tu non hai diritto di farmi stare male.


A 40, ma io sono una brava persona.


A 40, col culo che mi faccio non potete dirmi niente.


A 40, non lo so se è bello, ma è mio e guai chi me lo tocca.


A 40, Katniss Everdeen.


Buon Natale, Susibita. E a tutti voi. 

mercoledì 17 dicembre 2014

Epifanie

Poiché certe cose le puoi fare solo con alcune classi, finisce che ti accorgi di che classe hai davanti dai testi opzionali che scegli. Shakespeare l'ho fatto recitare solo solo alla terza di Bel Ragazzo Pacato e Enfant Terrible, ho dettato "Ti amo" di Stefano Benni solo alla terza di Piccola Dorrit e dell'Incontenibile, spiegato le Operette morali solo a quelli dello scorso anno, un'altra, la mia prima terza a Scuolina Rosa, l'ho portata a vedere Pirandello, con una sola seconda sono arrivata fino in cima al Paradiso dantesco.
Non stiamo a dire dei film. Ken Loach scomodato una singola volta per i miei indimenticati di III B, perché dovevo farlo vedere a Giovane Lupo. "Il nome della rosa" solo per Punta di Diamante. Eccetera.

"Il colombre" con relativo riassunto, dopo aver fatto "Frankenstein" e visto "Frozen river", può voler dire solo una cosa. Per questa terza io ho preso una vera e propria cotta.

Oggi tra l'altro ho avuto alcune epifanie.

1) Di' loro che possono barare, e staranno alle regole

Ho chiesto di riassumere il racconto. Solitamente lo faccio fare in classe, ma per un'improvvisa ispirazione ho detto: "Potete cercare un riassunto pronto su Internet, tanto lo so che lo fate. Ma se scegliete di copiare dalla rete, semplicemente ditemelo e mettete in calce il nome del sito."

Risultato? Praticamente tutti hanno fatto da soli. Sandra Bullock ha preso da studenti.it e era un testo ben scritto, ma troppo lungo. Vento del Nord ha esordito con: "Il mio è di Yahoo! Answer, e fa schifo".
Abbiamo analizzato gli errori. Un bel lavoro. Poi ne abbiamo letti tre o quattro originali. E Sgamo ha presentato, in sei righe scritte tutte storte, il Riassunto con la R maiuscola. Sfrondando ogni dettaglio pratico e centrando i concetti.

2) Quando c'è il coup de foudre, non c'è niente da fare

Perfetto è una parola che nel mio dizionario a scuola non esiste. Ma è uscita da sola dalle mie labbra, e solo dopo mi son resa conto che forse dire a Sgamo che il suo riassunto era perfetto poteva costituire un danno.
Sgamo scrive il mio nome sulla condensa dei vetri in mezzo ai cuori e annusa il suo libro dopo avermelo prestato per sentire il mio profumo. Lo fa platealmente, tipo presa per il culo, ma comunque il suo scanzonato modo di stalkerarmi ha un che di inquietante, perché quando poi gli faccio mezzo complimento, o lo sgrido male, vedo passare cose sincere nei suoi occhi. Capita, coi ragazzi della sua età. Di sicuro ha bisogno che ci interessiamo di lui e di essere preso per i neuroni, anche se ce li ha aggrovigliati in modo disordinato con gli ormoni.

Stamattina al mio commento sul suo lavoro credo che abbia sputato il cuore sul banco. Non lo so, perché non l'ho guardato. Ma poi ho cambiato posto per far fare una cosa alla lavagna, mi sono andata a sedere in fondo all'aula e lui ha spostato la sedia accanto alla mia: "noo prof mi metto lì voglio starle vicino". Nel frattempo Svacco prendeva il mio posto in cattedra, insieme a Svampo. Io li ho lasciati fare perché erano stati bravissimi per tutta l'ora di storia E per tutta quella di letteratura. Comunque mi aspettavo che Sgamo mi desse come al solito il tormento a commentare tutto, una volta seduto al mio fianco. Invece era zitto e fermo come un monaco zen.
Il potere di un aggettivo.

3) E se fosse che certi testi li scelgo anche in base a cose mie?

" Poi secondo me quella di Stefano Roi non è stata una vita sprecata. Se mai, una vita fraintesa. Ma se lui avesse voluto avrebbe potuto stare lontano dal mare. Invece continuava a tornarci, a sentire 'la tentazione dell'abisso'. È  che aveva visto il suo destino, e dopo non poteva più farne a meno."
Cazzo. A volte quando spiego mi faccio degli autogoal.

lunedì 15 dicembre 2014

Di me

Ho fatto un viaggio all'indietro nel blog, a partire da un post pescato a caso.

Se qualcuno (evidentemente costretto con la forza, o spinto da una coazione malata, a frequentare pagine web che trova irritanti) si lamenta OGGI dell'autocompiacimento nella scrittura, dovrebbe leggersi quel che io e le varie blogamiche scrivevamo anni fa.
Il blog, evidentemente, era un luogo ed un modo per prenderci, ed essere prese, molto sul serio.
A me senz'altro è servito almeno a due cose: a uscire da un brutto pozzo, e a crescere come persona.
Non rinnego nulla delle riflessioni che ci siamo scambiate all'epoca. Tra l'altro, ho trovato un post del 2010 su “L'amore sbagliato”, che in alcuni punti ricalca esattamente quel che avevo scritto un'ora prima, questa sera, rispondendo a un commento. Mi sono anche riletta alcune cosucce, di Mamma Cattiva e altre, sul tema del tradimento e su quello della maternità. Trovando tra i post e i commenti parole, loro e anche mie, di grande lucidità, coraggio e – permettetemi, valutare testi è il mio lavoro – stile.

Eppure, è come leggere di un'altra persona, di un'altra vita. Sono passati solo quattro anni. E alcune scosse sismiche di magnitudo intorno a 7.

Ero l'equivalente di una ragazzina. Sognavo, scrivevo. Seghe mentali una via l'altra, dettagli, ricordi, analisi di sentimenti. Forse, tra quattro anni, rileggere le pagine scritte in questi mesi mi farà lo stesso effetto, non lo so. Per me comunque scrivere di me è stato utile e importante. Da cui la necessità di continuare, di studiare le trasformazioni, tenendone traccia qui.

Di certo nella mia vita da allora è entrata, a spada sguainata, la concretezza. Ha fatto piazza pulita di tanti rami secchi e poi mi ha lasciata lì, a guardare mezza foresta rasa al suolo e pensare cosa costruire adesso con tutta quella legna.

Da quando ho aperto il blog, così, solo a guardare cosa c'è scritto sulla carta, sono diventata diverse cose che prima non ero: titolare della mia cattedra, buddhista, madre, orfana, fedifraga. Sono diventata me, me Castagna, una me che prima c'era, ma era legata al pensiero che di lei avevano gli altri e non aveva le gambe per camminare sola. Quello che ho messo su in questi ultimi anni è una me molto più me. Che sarebbe me anche se le togliessero molte cose che ha e persone che frequenta. Alla fin fine, negli ultimi anni la vita mi ha spogliato, per sempre o temporaneamente, di così tanto, che mi sono vista abbastanza chiaramente come sarei se non avessi niente di quel che ho sempre avuto. E il buco nero, quello in cui non voglio nemmeno guardare, è come e cosa sarei se non avessi due certezze: il mio lavoro e l'Uomo.

Ma la vita, ad ogni buon conto, mi ha preso la testa e mi ha schiacciato la faccia contro il finestrino, e mi ha fatto vedere anche eventualità che non avevo mai contemplato di attraversare. Perchè mi restassero bene impresse. Ed è giusto. Perchè devo sapere. Perchè devo sforzarmi di capire. Perchè Ulisse voleva sentirlo, il canto delle sirene, voleva essere uno tra quelli che potevano raccontare com'era. Perchè il viaggio ha i suoi rischi, ma se non ti sposti non scopri, non impari.

Pochi giorni fa ho scritto che per l'estate prossima voglio essere un'altra. Ma stasera penso di essere GIA' il tipo di altra che intendevo. Pensavo che ci sarebbero voluti mesi, ma no. Perchè ieri è successa una cosa e io, con tutti i crampi di dolore atroce di cui mi lamento, di fronte alla nuova lezione invece di sbarellare ho capito. Ho capito tutto quel che c'era da capire. E dove credevo che avrei trovato un altro magnifico inferno, o un altro tossico sprazzo di paradiso, invece c'è la solida terra, quella su cui vado a correre.

Lui è successo veramente, lui è realtà, è concretezza, come la terra. Lui esiste, non è stato un “Amore sbagliato” chiuso in una scatola segreta; lui è un pezzo della mia storia e io lo sono della sua, adesso. Ma esisto anche io, e non mi dimentico di esistere per lui, né per nessuno.

E per questo scrivo di me. E vado a correre.

giovedì 11 dicembre 2014

Ultime dal fronte

Il blog a me fa bene.
Anche con gli inevitabili fastidi dell'uscire per strada e esporsi a incontrare gente stupida. La stragrande maggioranza delle persone che ho scoperto esistere grazie  al blog vale la pena.

Sanguedelmiosangue: Com'è la nuova supplente di sostegno?
Io: Eeh.
SDMS: La spolperanno?
Io: Credo che dopo averla dilaniata bolliranno le ossa per staccarne la carne rimasta, e poi le tritureranno.

Ieri dodici ore a scuola. No lo giuro 12.
Alle sette e venti io e Botta di Coca avevamo finito, e stavamo lì a perdere tempo con un gruppetto di alunni di terza. Ridendo come fossimo in vacanza. Botta di Coca, è inutile, mi sta veramente simpatica.



Alle 22,30 in pieno festival io preparo la prova di Geografia generale nel foyer del teatro, e sono felice, per un attimo neanche tanto breve.

lunedì 8 dicembre 2014

Questa parte della mia vita si potrebbe chiamare: crampi

Siamo a dicembre e fa un caldo strano, ci sono foglie e fiori e funghi e rami bagnati mentre corro lungo la recinzione dell'ospedale.
Il muscolo che mi sono strappata anni fa chiede di non esagerare
(Che razza di persona sono Cos'ho fatto cosa TI ho fatto Perché mi hai cercata PERCHÉ)
La schiena è fluida e calda dopo la ripresa dello yoga, il cuore ho deciso io che ce la fa se sto un po' attenta al potassio, il respiro lo alleno man mano
(Non posso stare ancora COSÌ dopo tanto tempo non posso stare ancora così per tanto tempo)
L'importante è non incontrare nessuno. Non per la tuta di mio marito o i capelli impazziti. Non per il fiatone e le guance rosse. Per la frase "Va tutto bene?" che ispiro alla gente ultimamente. Gente che non sa un cazzo. Gente per cui io sono la première dame di Hastiwood, la prof Castagna o la mamma affidataria in piena fioritura
(Maledizione devi smetterla di mancarmi devi smetterla VATTENE dai miei pensieri lasciami vivere)
cioè quel che appunto ero prima di questa catastrofe e quel che sarò forse ancora, non che del festival possa mai fottermene qualcosa anzi se mai meno che degli altri anni, ma dell'Uomo sì che me ne importa ancora e piango
(Ma mai come ho pianto quel giorno sotto il castello medievale quando avrei dovuto aprirmi la testa con un'ascia e lobotomizzare SUBITO quella parte di me che pensava quel che pensava)
e cerco di sorridere e di parlare e di farlo parlare e di ascoltare e di salvarci contro ogni previsione e di non lasciare che il dolore apra nuovi tagli
(Ero già tutta tagliata quando tu alle spalle mi guardavi e voltandomi ho preso in piena faccia il tuo sorriso e una manata di sale grosso un dolore così accecante che mi ha liberato i centri del piacere)
né in me né in lui perché mi dispiace davvero, mi dispiace
(Sii felice sii felice per sempre ogni tanto ripensaci ma sii felice che almeno tu te lo meriti e quando tutto ti farà un male porco come a me adesso resterò almeno io ancora da qualche parte nel mondo ad augurarti del bene)
Anche quest'anno mi dicono che non è possibile essere esonerati dal Natale ma io cerco di farmelo piacere
Cercherò di farmi piacere l'inverno anche se per la prima volta nella mia vita volevo l'estate
Mi farò il fiato a correre e i muscoli elastici a curare le sequenze yoga e respirerò e starò in cucina e verrà la primavera e per l'estate prossima voglio essere davvero un'altra
(Ed è grazie a te ed è anche per te e non dovrai saperlo mai ma se mi incontri voglio che tu te ne accorga voglio che TUTTI se ne accorgano Cristo che male non posso restare la stessa dopo tutto questo dolore e infatti sono già cambiata e voglio andare avanti voglio correre voglio correre ma tu LASCIAMI VOGLIO DIMENTICARE TUTTO VATTENE)

venerdì 28 novembre 2014

"Prof, ha tradito la B?"

Ieri vado a prendere la figlia e la trovo con Elfetto Femminista. Ebbene sì, la mia prediletta, litigiosa, indipendente, sarcastica alunna di tanti anni fa. Che oggi è fiera della scuola e del lavoro che fa, e di essere un membro attivo dello sportello studenti. E adesso, nello sportello ci s'è infilata la Princi: attirata dal concetto di sportello, ma anche dalle barbute grazie di tale Orso Gentile. Che le manda su Whatsapp canzoni deliziose, in cui si dice che, a eventuale suo cenno, correrebbe a salvarla e proteggerla, asciugherebbe ogni sua lacrima da qui all'eternità, etc etc. ("Ma gli hai risposto?" "No!" "Sei una brutta persona, lo sai?")
Però, la brutta persona allo sportello ci va, e religiosamente.
Orso Gentile, essendo stato presente il primo giorno che la responsabile dello sportello ha intervistato la Princi sulla sua storia, mi ha adottato prima di conoscermi. L'altro giorno io faccio squillare il telefono della Princi perché all'appuntamento non la trovo, lei è nel bar lì vicino, e dice: "Uh, devo andare, c'è mia mamma." Lui: "Tua mamma quella... lei?" "Sì, certo!" "Allora vengo anch'io, devo conoscerla."
E per l'ennesima volta mi ritrovo di fronte un bestione più alto di me, dalla stretta di mano sicura e dal sorriso smagliante. Dovete sapere che, da quando la Princi frequenta le superiori in un istituto dove ci sono termoidraulici, meccanici ed elettrotecnici, io non posso più attraversare il centro senza essere investita da un'ondata di sorrisi e cenni di saluto provenienti da marcantoni di vario colore, prevalentemente nordafricani, tutti invariabilmente giganteschi (anche a mia figlia piacciono solo gli uomini alti) e, a questa stagione, poiché imbacuccati di sciarpe piumini e berrettoni, ancora più titanici che d'estate. Perché, non so se sia il discorso dell'affidamento, ma pare che tutti sti diciasset-diciot-diciannovenni, maschi e femmine, ci tengano tantissimo a conoscere i genitori della loro nuova amica. Io non mi ricordo di essere stata altrettanto socievole con gli adulti, quando ero una diciassettenne. Loro tutti a farmi sorrisi fotonici e stringermi la mano. Poi mi è anche venuto il pensiero, alla quarantesima manona virile, che molti di loro cerchino di ingraziarsi mammina per arrivare alla Principessa. Orso Gentile, in tal caso, ha fatto parecchio punteggio con me, perché scambia anche volentieri due parole e fa oggettivamente sdraiare dal ridere, anche a conoscerlo da tre minuti.

Ieri quindi arrivo, intravedo la mia polpettina dal berrettino di lana nera, laggiù, e, come lei si sposta per venirmi incontro, si muovono anche gli altri: Elfetto, Orso, più diverse appendici in divisa da tamarri.
Ci facciamo come al solito due risate appoggiati alla mia macchina, e viene fuori che io ora insegno nella C.
Elfetto, un po' risentita: "Prof, ha tradito la B?"
"Beh, le ho provate tutte, A, B, C, ma alla fine io nella C voglio stare."
Orso Gentile si informa del perché.
"Perché sai com'è l'alfabeto? A, B, C. Arrivati alla C, gli alunni sono... come dire... la C non è un posto per gente che ama vincere facile. A me piace."

E infatti la C è sempre quel che è. Adorabile terza non esclusa.
Ieri festa per salutare la collega Pianista, di sostegno, che se ne va a casa col suo pancino ormai bello tondo. Torte, dolci, bibite, pupazzetti di peluche, regalini, ricordi fotografici non autorizzati di cui uno, gigantesco, con tutta la classe, preso da uno Svacco insolitamente scattante, che è salito su una sedia posta sopra ad un banco, prima che io facessi in tempo ad accorgermene.
Poi due ore di Storia. Al termine delle quali Svacco deve copiarmi per punizione tre pagine, per oggi. Scatto, due. E Svampo, quattro.
Lo so cosa volete sapere: ma Sgamo no, non ha preso la punizione. Ha preso direttamente quattro di Storia.
Puccettosi finchè volete, ma quando è l'ora di basta, basta.

Peraltro stamattina Svacco mi aspettava in corridoio, smagliante, coi suoi occhi verdi come una primavera della Transilvania e il quadernone, tutto distrutto nella copertina ma ordinatissimo all'interno, con le pagine copiate. "E sa che copiando ho anche imparato un sacco di cose?"
In classe, Scatto arriva con due pagine che sembrano scritte da uno che dondolasse sul quaderno stando appeso al soffitto per le caviglie. E Svampo non solo ha le quattro pagine ben ricopiate, ma lo interrogo di Promessi Sposi e la sa. La sa bene. Sceglie persino le parole.
Sgamo ascolta dal corridoio, dove è stato sbattuto perché non si riusciva a placarlo. Ogni tanto alza la mano e risponde al posto degli interrogati, col vocione che rimbomba, per il resto del tempo dichiara il suo amore alle bidelle. Tutte e tre. Lui è così. Stamattina la Botta di Coca mi diceva:"Sai, in terza ho finito di spiegare la riproduzione, la fecondazione e il parto" ("Sei una donna coraggiosa", ho commentato io) "e Sgamo era tutto esaltato e andava dicendo che lui è lo spermatozoo vincente. Inutile spiegargli che tutti noi siamo spermatozoi vincenti. Sosteneva di essere stato il più veloce."



mercoledì 19 novembre 2014

Inaspettati viaggi, vedi che nella vita non sai mai

Prendiamo un mercoledì, ma di trent'anni fa.

Ci sono una bambina e una donna.
La bambina è incazzata nera perché la mamma le ha fatto tagliare i suoi lunghi e bellissimi capelli castani alla maschietta. Poi è sfigata, e poi è imbranata, e poi è anche con lo scazzo perché deve andare a danza.
La donna è alta, con i capelli lunghi lunghi lunghi tirati su in una crocchia, e ha le parole incrociate in borsa, perchè starà fuori dalla sala di danza tutta l'ora e mezza che ci vorrà, perché è più semplice che andare e tornare dal teatro a casa, e perché la bambina è imparanoiata, ha l'ansia dell'abbandono.
E ogni tanto, d'accordo con la severissima maestra Rossana, che tutte le volte la guarda schifata, la bambina durante l'ora di danza andrà ad aprire la porticina che dà sul teatro, e la donna sarà lì seduta con la schiena ben dritta, a portata d'occhio: la volta che non ce la trovasse, scoppierebbe la tragedia, e poi magari, povera santa, era solo nell'atrio che si faceva fare un caffè, o in bagno. Ma la donna, 99 volte su 100, c'è. La saluta. La bimba la guarda, annuisce, e saperla lì le permette di tornare all'odiata sbarra senza impanicarsi.
Dopo, la donna porterà la bambina a prendere una bella cioccolata calda. E poi a casa a fare i compiti.

Prendiamo un mercoledì, ma della settimana prossima.

Ci saranno un donna e una vecchietta.
La donna avrà i capelli lunghi e una borsa con il lavoro a maglia e un sorriso felice sulla faccia.
La vecchietta avrà i capelli candidi lunghi lunghi legati in una coda o in una treccia come una nativa americana, e si muoverà piano piano con un girello, o verrà spinta in sedia a rotelle.
La donna arriverà dal corridoio, vedrà la vecchietta illuminarsi in viso quando entrerà nella stanza, e la riempirà di baci. E poi cercheranno un posto dove sedersi, nella nuova casa, quella a tre minuti di macchina, finalmente, da casa della donna. E la donna tirerà fuori il lavoro a maglia o una rivista o degli oggetti da guardare con la vecchietta, oppure non farà niente di tutto questo, perché parleranno e si terranno le mani, perché una ravvierà i capelli all'altra e si sorrideranno. Forse berranno anche la cioccolata calda.
Poi la donna saluterà la vecchietta e andrà a casa a far fare i compiti a sua figlia.

Certe cose, tra zia e nipote, non cambiano mai. E di sicuro il fatto che fuori dalla finestra la zia non veda più il mare, ma la neve, sarà secondario rispetto al fatto che i suoi occhi si tuffino ancora nei miei con la stessa gioia.


lunedì 17 novembre 2014

Allora è vero che si sopravvive sempre

In condizioni normali, stamattina avrei dovuto svegliarmi animata da un gigantesco senso di gratitudine.

Sabato mattina, a Genova, ero proprio nel posto sbagliato al momento sbagliato. Mi sono ritrovata immersa nell'acqua con la macchina: dietro di me chiudevano le strade, ma quelle davanti erano già allagate. Ero appena passata sul Polcevera, che di solito è così



solo che, all'altezza del ponte che ho percorso io, sabato il torrente si presentava così



e non mi facevo molte illusioni su cosa stesse per succedere.

Quando mi sono resa conto di avere l'acqua alta tutto intorno ero su una rotonda, tra l'altro in discesa, proprio alla fine di questo ponte. La spia della batteria ha cominciato a accendersi e spegnersi. In pochi istanti il mio cervello ha cercato di pensare cosa avrei potuto fare, se fossi scesa dall'auto ferma e proprio in quella fosse arrivata un'ondata dal Polcevera. So di nuotare bene, ma parliamo di un'ondata di fango piena di detriti, e io ero tra i piloni della ferrovia e la cancellata di un parco. Ho valutato per un istante le mie chances di arrivare alla cancellata e arrampicarmici sopra. Piangevo. Ho chiuso gli occhi e premuto l'acceleratore.

Per fortuna la mia povera baracchetta coreana, con la forza della disperazione, ha fatto ancora quei cinquanta metri. Poi c'erano due possibilità: continuare sulla stessa strada, sempre in sessanta centimetri di acqua fangosa, o buttarsi a sinistra in un'altra via, sulla corsia degli autobus, quella tremenda con le telecamere, che ti fa perdere mille punti di patente. Inutile dire che a quel punto, se fosse stato un vicolo strettissimo contromano, con un TIR che mi veniva incontro, l'avrei imboccato lo stesso, e credo che io e la povera baracca saremmo riuscite a spingere indietro il TIR di diversi metri, con la forza di un animale terrorizzato.  

Insomma, al sicuro, in un modo o nell'altro ci sono arrivata. Non nascondo che ci sono voluti una lunga seduta in bagno, una doccia calda rassicurante, un'ora di cugino accudente, le pastiglie per lo stomaco, il tè zuccherato e otto ore avvolta in una coperta per calmarmi.

Poi ho approfittato delle successive 24 ore di sole per venire a casa.

Dove, già che ero sopravvissuta a un'alluvione, ho creduto fosse buona cosa cospargermi di benzina e darmi fuoco. Perché ovviamente una risposta bella definitiva dal mio, come dire, chiamiamolo tranquillamente stupendo problema dagli occhi di velluto scuro, non si era ancora avuta, anzi, anche se sempre (o quasi sempre?) per iniziativa mia, lo ammetto, c'erano ancora (di nuovo?) scambi (tentativi di scambio?) di messaggi (anche telepatici?). D'altra parte, quando una persona te la sogni di notte poi è difficile che di giorno tu non le pensi, e se le pensi continuamente, prima o poi una cazzata la fai. Beh io ne ho fatte diverse, da quando siamo rientrati dalle ferie.

Insomma, ve la faccio breve, stamattina ho avuto quasi contemporaneamente la risposta finale dal rapitore alieno, ovviamente negativa, e l'ennesimo tragico scontro con l'Uomo. Con il quale, essendo oltretutto in aria di festival, la situazione è pesante, sempre (ancora? di nuovo?) molto pesante. Ma stamattina abbiamo sfondato il record assoluto di velocità della nostra intera storia, iniziando a litigare tra il suono della sveglia e il gesto di accendere la luce. La Princi è stata svegliata dai miei singhiozzi. Poi io l'ho portata a scuola, ho apertoWhatsapp e ho dato il colpo di grazia alla mia giornata facendomi dire bene in faccia quel che sospettavo da tempo e che avevo finto di non capire, perché una spera sempre che sia un problema di comunicazione linguistica tra terrestre insicura e alieno fin troppo paraculo.

Prima delle otto e mezza quindi avevo già ottenuto ustioni di terzo grado sul 60% del corpo, e a casa, dopo il lavoro, mi aspettava la continuazione del disastro familiare.

Ma poi ho preso l'agenda per cercare di fare qualcosa di utile del mio devastatissimo pomeriggio.

E dall'agenda è scivolato fuori questo.

martedì 4 novembre 2014

La gente banalizza


Domenica scorsa la Tipa ha avuto uno di quei momenti stupendi, la gioia di ogni moglie figlia e madre, in cui pensi: “O li ammazzo tutti, o muoio io”. Non so se lei la metta esattamente in questi termini, ma di certo non ne poteva più.
Per pura combinazione ha incocciato una domenica in cui io ero rientrata prima dalle mie rogne genovesi.
Allora alla sera è spuntata da me e ce ne siamo andate a cena io e lei, in una strana situazione rovesciata: di solito lei è la madre di famiglia con tutto sotto controllo e io sono la nomade sciroccata sempre in tragedia per qualcosa, stavolta lei, pur sempre molto carina e ben tenuta, era struccata e con lo scazzo, io invece sono uscita con un bel sorriso sereno, lasciando due piccole teglie di pizza fatta in casa pronte da infornare e una famiglia più o meno ridotta alla normalità.

La conversazione, a tavola, mentre io cercavo la morte per agnolotto ai tre arrosti, ad un certo punto si è volta verso alcuni concetti interessanti, che vorrei qui condividere.

Prima di tutto (questo, per la verità, è uno sviluppo successivo che, nel mio foro interiore, ho dato ai discorsi, tramite attente riflessioni notturne) ci giunge dal cielo una consapevolezza.

Non sono io che ho la crisi degli anta.
Sono gli altri che non riescono ad adattarsi ad avere a che fare con una persona che, finalmente, sa chi è e cosa vuole. In crisi ci vanno loro, non io che all'improvviso, pur sul mio mare agitato, vedo l'orizzonte con chiarezza.
In crisi ci va mia madre che non sa più come ricattarmi. In crisi ci va mio marito che non sa più come maneggiare le mie sicurezze. In crisi ci vanno i colleghi che non possono più trattarmi come la più giovane.

Di pari passo con questa rivendicazione di raggiunta età della ragione e, soprattutto, della facoltà decisionale, con la Tipa abbiamo fatto un discorso.
Il discorso potrebbe essere argomento di una nutrita serie di brevi articoli, intitolata: “La gente banalizza”.

Benedetta la mia educazione stracattolica e repressiva, io milioni di volte mi sono ritrovata nelle condizioni di subordinazione in cui davo ragione agli altri e pensavo di essere io quella che doveva migliorare, o recuperare. Ma adesso guardo la mia vita e mi rendo conto che faccio molte cose, produco, combatto, e nessuno può permettersi di dirmi chi devo essere. Però vedo anche un'altra cosa. La maggior parte della gente non ti dice cosa devi fare perchè si sente superiore, perchè è cattiva o perchè ama esercitare potere. La maggior parte della gente, semplicemente, non capisce un cazzo. Vive ad un livello di profondità diverso e con un'assoluta incapacità di empatia nei confronti delle sensazioni e dei sentimenti altrui. Il che, pensandoci, deve essere come stare dieci mesi l'anno in vacanza in Polinesia francese. Palme, spiagge, bungalow col tetto di paglia e non un problema al mondo.

Posso portare esempi fino a cadere morta, e starei ancora scrivendo.


I medici

I medici che non si rendono conto che tu non sei un chirurgo. Ti chiedono di tenere fermo il cane mentre gli spremono del pus fuori da un occhio, e ridacchiano se svieni. Ti chiedono di stare ore in piedi schiacciato tra le barelle in una corsia di ospedale che puzza di vomito, piscio e medicinali, e poi si meravigliano se non mangi. Ti chiedono di indossare degli occhiali che ti fanno venire il capogiro e la nausea e di “fare un po' di sforzo” per abituarti, poi ti sgridano se non li porti. Ma belli miei. Se io devo uscire, guidare, portare mia figlia a scuola, controllare i quaderni dei ragazzi, tenere d'occhio venti persone contemporaneamente, scrivere al computer, a mano e alla lavagna, poi saltare in auto e correre per cento chilometri a fare mille cose in un'altra città, e poi ritornare su e magari fare dei lavori di casa che prevedono di piegarsi, non posso avere nausea fino a piangere, e capogiro fino a dover stare sdraiata ferma con gli occhi chiusi, tutto il giorno per un numero imprecisato di giorni. E il punto non è che io devo fare un po' di sforzo, è che tu devi darmi una strategia che mi corregga la vista gradualmente, senza rovinarmi la vita. Perchè la mia vita non ha la minima possibilità di fermarsi dieci giorni per la mia vista, e tu questa cosa, nell'essere il mio oculista, devi considerarla.

Quelli che ti danno un appuntamento

Guardi, io esco dal lavoro alle 13, 30, e sono fuori Asti. Non posso essere da Lei nel primo pomeriggio.”
Bene, allora possiamo vederci da me per le tre, okay?”
Ma brutto stronzo di un avvocato / notaio / immobiliarista / inquilino / specialista / operaio / impiegato. Se t'ho detto che alle 13,30 esco dal lavoro a cento chilometri da te, di giorno feriale, con i camion in autostrada, il traffico della città, etc etc, come cazzo pretendi che io sia lì alle tre? Lo sai che io non posso andarmene finchè non suona la campanella, non è che se ho un impegno esco un po' prima del solito, semplicemente interrompendo il lavoro e schiacciando il tasto “salva in bozze” sul computer? Lo sai che per essere a un appuntamento alle quattro a Genova io devo saltare pasto o mangiare in macchina, sulle ginocchia, perchè se passo da casa o entro in un locale dove devo aspettare non ce la faccio? E che l'autostrada, il meteo e il traffico non li governo io? E che per correre dietro a tutti voi bastardi, che pranzate sotto l'ufficio all'ora che volete, io da anni non posso permettermi di rimanere con la macchina in riparazione per un giorno, senza avere un attacco di panico e litigare con qualche membro della famiglia che non si rende conto della situazione?

I commentatori delle altrui vite sentimentali

Fase 1
Mi sono impelagata con un tipo. Più giovane, molto bello e che appena parla mi fa perdere completamente il controllo. Non so assolutamente cosa farci.”
Il sogno di ogni quarantenne!!! E chissà a letto com'è!!!”
Il sogno di chi??? Prenderti una sbandata mentre sei sposata con un uomo che ami? Incasinarti con una persona al di fuori del matrimonio, mentre hai una figlia adolescente che viene da una famiglia sfasciata? Ritrovarti con le responsabilità di una donna adulta e gli ormoni di una ventenne, a non dormire di notte perchè ti bolle il sangue, a non riuscire a concentrarti su niente di giorno perchè hai il cuore a pezzi???
Ma è una tragedia, non è un sogno!!! Ma dove cazzo vivete? A Centovetrine?

Fase 2
E così se n'è andato e io, è inutile che faccia finta di vergognarmi, sto malissimo.”
Ma va beh, tanto cosa t'aspettavi, al massimo era una bella scopata.”
Una bella scopata??? Cristo, come fai a non capire che io non sono mai stata il tipo da belle scopate e basta? E secondo te starei qui a demolirmi di incubi la notte, se si fosse trattato di 'una bella scopata'?
Comunque, ora che sai cosa vuoi, guarda che il mondo è pieno di begli uomini giovani e disponibili.”
E io che devo fare? Mettermi su un marciapiede e aspettare che uno di loro accosti e mi tiri su? Che cazzo significa? Che cosa risolve nel mio matrimonio, mettermi su piazza? Che cosa risolve nel mio stare male per non poter avere una persona, sostituirla con un'altra? Ma di che parliamo, di un paio di mocassini, di uno spazzolino da denti? Ma che cazzo di relazioni avete con gli altri esseri umani, voi?

Fase 3
E adesso che hai provato questa cosa, con tuo marito? Vi separate?”
Ho mai parlato di separarmi a causa di una sbandata? Ho mai detto 'oh che bello, Mister Bella Scopata (?!) mi ha dato le chiavi del portone, ora so che fuori c'è un vasto mondo di Begli Scopatori (?!) e non vedo l'ora di uscire da qui'?
Oh ma fatevi furbi. Esistono persone che, pur nella più nera tempesta, i punti di riferimento se li ricordano. Non è che farsi travolgere da un'emozione inaspettata possa formattare l'hard disk. E poi: potrei benissimo separarmi, senz'altro per motivi ben più gravi di una storia extraconiugale nemmeno portata fino in fondo, ma non è fisicamente possibile che qualcuno veramente creda che separarsi da un uomo (che, tra l'altro, continui ad amare anche quando va tutto malissimo) significhi “allora bene, domani alle 17 firmo la separazione consensuale, poi vado dall'estetista e ci vediamo alle sette per un aperitivo in centro, porta il tuo collega, quello carino”.

I commentatori dell'adozione / dell'affidamento

...no, questi ve li risparmio. Molti discorsi che ho sentito offenderebbero l'intelligenza di un organismo monocellulare. Poi per carità, quasi tutti sono animati dalle migliori intenzioni, quando parlano, e non è che sia un argomento banale, me ne rendo conto. E di recente, essendoci ormai dentro fino al collo, in realtà sentiamo sempre più spesso “come siete coraggiosi” come chiosa ultima della situazione. Che vorrei tanto sapere che significa, applicato alla vita quotidiana.Salvo poi trovare la coda in fondo allo scorpione, quando la Princi ci fa sputare sangue e gli altri commentano “beh ma del resto non è sul serio vostra figlia, voglio dire, non vi viene mai da chiedervi chi ve l'ha fatto fare?”.
Eh beh, grazie, ora che mi hai detto questa perla mi sento senz'altro sollevata. 

Morale. La gente è ingenua, nella migliore delle ipotesi, perchè parla di cose che non conosce. Stupida, in molte situazioni, perchè apre la bocca anche se non ha niente da dire. Cattiva, solo raramente.
Ma di certo un privilegio dei quarantenni è poter comunque perseverare per la propria strada, e anche, ormai, dire a chiunque: “Ehm, no guarda, qua tu non hai capito, adesso ti spiego una cosa.”
E l'altra sera, parlando di tali situazioni con la Tipa, mi sono accorta, ce ne fosse ancora stato bisogno, che io appartengo alla categoria di quei quarantenni che non solo perseverano, ma ti mettono anche di fronte alla necessità di capire che non tutti ragionano allo stesso modo.
Perchè, non pare, ma saperlo arricchisce, e molto. Non risolve un cazzo dei problemi che si hanno, ma permette di vedere molto più in profondità. E secondo me, anche quando la vita fa schifo, vale la pena guardarla. La propria, e quella degli altri.




mercoledì 22 ottobre 2014

Swarovski

Quel cristallo Swarovski che ti avevano regalato: lo guardavi ogni mattina al risveglio, fedele, sul tavolino. Tornavi a casa, e la luce del pomeriggio lo faceva scintillare di sette colori. Era lì per te, quando volevi posare gli occhi su qualcosa di bello.

L'hai urtato con l'orlo di una giacca, una sola volta, e la magia è finita. Hai preso scopa e paletta e mentre spazzavi via le briciole iridescenti di un piccolo, inutile sogno, hai pensato che lo avevi sempre saputo, che non era eterno. E ti sei accorta di essere più vecchia della ragazzina che aveva ricevuto in dono il cristallo anni prima: ormai capace di relativizzare, di assorbire le delusioni, di accettare, in nome di un gradino di consapevolezza in più.

Nella mia vita nascosta tra le colline, da anni ormai c'erano delle certezze, dei perni su cui giravano le giornate: quelle di sole, quelle di neve, quelle piene di fatica e incertezza, quelle gloriose di grandi soddisfazioni. C'erano persone che, a incontrarle un attimo in un corridoio, o all'incrocio, o sulla piazzetta del paese, mi riempivano gli occhi di luce, e credevo che sarebbe stato per sempre così.

Poi un giorno lo Swarovski è caduto. Da un comodino basso, con un urto prevedibile. Crash.
Una frazione di secondo, e non c'era più.

Il 2014 è una caduta continua di cristalli che, solo ora, vedo così fragili.

Il giorno in cui l'amica che in sala prof da anni chiacchierava con me di Genova, di politica e di cani e gatti raccolti per strada ha detto "non sto mica bene": e non sapevo che era l'ultima volta che la vedevo.

Il giorno in cui Bel Ragazzo Pacato è venuto a trovarmi durante l'intervallo del pomeriggio: e ho realizzato che non parlavo più con un ragazzino impacciato, che non mi guardava più come un adolescente affettuoso, che io stessa a questo punto stavo guardando un uomo, e che qualcosa di dolce e innocente, dopo quei silenzi e mezzi sorrisi imbarazzati, era finito e non sarebbe ricominciato.

Il giorno in cui Giovane Lupo è partito per cercare lavoro all'estero, e io l'ho saputo da un tag in una foto di terzi su Facebook: e non è che non abbia capito come mai non è venuto di persona a salutare, perché lo so che si vergogna di non aver studiato e di non aver trovato lavoro, perché lo sappiamo tutti e due che sarebbe stato difficile salutarsi senza farsi venire il magone, perché lo sa che ho paura per lui, come ne ho sempre avuta, e che ho anche questa cieca, folle speranza che una volta per tutte ce la faccia a salvarsi. Ma, ora che il suo aereo è decollato, il cielo sopra Paesino di Sogno è più vuoto, io sono un po' più vecchia e un po' più sola, e ho paura di perderli tutti uno dopo l'altro.

Passando davanti alla solita pizzeria all'angolo della strada, ho visto la Mia Cocca che lavorava. Ho pensato che per adesso lei è ancora lì, a scintillare, con il suo sorriso pieno di luce, l'affetto di sempre negli occhi, che hanno lo stesso identico colore dei miei. Che quando esco da scuola posso trovarla sulla porta del locale,  o seduta sulla panca fuori, e lei, sua madre e sua sorella mi saluteranno sempre con lo stesso calore. Eppure la prima ad andarsene avrebbe potuto essere lei, quando due anni fa, appena maggiorenne, ha fatto il numero di mollare scuola e famiglia e andare a vivere con il primo tamarro che sembrava darle un'idea di partenza per la vita da grandi. Poi lui stava a casa a cazzeggiare con il computer e il telefonino, e lei doveva pulire cessi per dargli da mangiare, e beh, dopo qualche mese s'è data della scema da sola ed è tornata a casa. Ricordo che con Bel Ragazzo, allora ancora in zona alunno, mentre lei era via per questo colpo di testa, avevamo commentato "se non resta incinta, non c'è niente di irreparabile, dopo tutto". Con lo stesso tono, un po' preoccupato ma non giudicante, con cui io e la Mia Cocca, tante altre volte, avevamo parlato di Giovane Lupo, del suo futuro incerto e delle sue discutibili compagnie. E ugualmente io e Giovane Lupo, al festival dell'anno scorso, avevamo parlato di Bel Ragazzo e della sua incrollabile monogamia, persino un po' eccessiva per uno della sua età.

Ragazzi. Ex alunni. Amici. Belle persone. Anime gemelle di età diverse dalla mia. Sono cresciuti insieme, sotto il mio naso, all'ombra della Scuolina Rosa, sbracciandosi a salutare quando mi vedevano passare in auto, e facendomi il dono inestimabile della loro confidenza. E ora vanno ognuno per la sua strada di uomo e di donna, mentre io resto, e ogni mattina prendo la curva della strada e alzo gli occhi verso il campanile, con lo stesso gesto da anni.

Mi sento come se voltassi gli occhi verso il tavolino, per abitudine, senza nemmeno esserne conscia, alla ricerca dei colori confortanti del mio Swarovski attraversato dal sole, e ricordassi che non c'è più, e che è giusto così, che le cose fragili e bellissime non possono e non devono durare in eterno. Quel che deve durare è la rifrazione dell'arcobaleno, quella che splende nello sguardo che poso sulle cose. Perché io ho visto il cristallo puro, dove altri hanno visto solo tre ragazzi di paese, ognuno a suo modo incasinato, e loro hanno visto l'arcobaleno, dove gli altri hanno visto solo una prof delle medie con la testa tra le nuvole.




Buoni propositi

Vi devo raccontare
- del primo scontro a fuoco dell'annata 2014/2015, ovviamente scatenato da me che mi sono mossa in modalità elefante e ho impattato male con Bottadicoca (se devi litigare con qualcuno, scegli qualcuno con cui puoi farlo in modo spettacolare)
- del mio alunno nero nero solo solo triste triste zitto zitto
- di gente che arriva e gente che se ne va, e di me che resto lì.

E' giusto un promemoria, sono giornate troppo piene. Non riesco a fermarmi, tanto ho corso. E non vedo termine alle corse né ora né dopo. Forse per il 28, 29 di dicembre.

Fino a noi

Ha attraversato il deserto a piedi.
E' alto, secco e legnoso come un albero bruciato.
Non ha ancora compiuto quindici anni.
Per questo è qui, e non con gli altri. E' il più piccolo del gruppo. E' solo.

Sto guardando un pezzo terribile della storia del XXI secolo, arrivato fino a noi, in un paesino della Valle delle Meraviglie. Non è il primo rifugiato che incontro, ma sicuramente è il più giovane. E il primo con cui avrò a che fare di persona.

Scusate se ve lo dico così come mi viene. Cercate di capire. Lo so che a Lampedusa e in parecchi altri posti lo sapevano da una vita. Ma io lavoro in mezzo alle colline in Piemonte.

La prima cosa che ho pensato guardando Wanaagsan è: DIO, ALLORA ESISTONO VERAMENTE.

Non sono solo un'immagine bidimensionale alla tv. Questo qua è vero. Ce l'ha davvero, la storia addosso. Ed è una storia di cui, anche fosse solo uno, solo lui, con quel buio negli occhi alla sua età, ci dovremmo vergognare tutti.


sabato 11 ottobre 2014

Errata corrige

La vittima dell'alluvione non era un ragazzo di ventiquattro anni, come indicato subito dall'ANSA, ma un infermiere di 57.


Ah beh allora.







Io però a fare il conto delle vittime aspetterei i prossimi due mesi. C'è gente che aveva già perso tutto nel 2011. Sono quelle cose per cui bisogna vedere anche il numero di suicidi.


venerdì 10 ottobre 2014

Del mese di ottobre

Non riesco a sentirmi giù quanto dovrei essere.

Perché la terza fa gli scompleanni. Perché sono rimasti in sella tutti i colleghi precari nominati fino ad avente diritto e ieri a scuola c'erano persone sorridenti e un clima di allegria. Perché ho visto il coraggio composto con cui la Stepford Wife l'altroieri ha salutato i ragazzi della sua prima, dicendo che non sapeva se sarebbe stata ancora la loro prof, e anche l'ostinazione speranzosa con cui la Pianista ha preparato il lavoro per lo Stondaio a cui fa sostegno, volendo fermamente credere che sarebbe rimasta al suo posto, e comunque facendo bene il suo lavoro fino all'ultimo. Perché il Borbone Gentiluomo ha lasciato la cattedra intera a Prof Ragazzina (che non è affatto ragazzina, ma è più precaria di lui che le è passato davanti arrivando dal Sud: e qua i Savoia avrebbero sicuramente preferito che sbarcasse un aereo di contagiati dall'Ebola..) e tenuto le ore spezzate tra Scuolina Rosa e Scuolina Bianca. Perché il Gigante può dire quel che vuole, ma la scuola, amministrata da lui e autogestita da noi, funziona. Perché ieri ero scazzata e stanca per questioni di famiglia e a un certo punto ho mandato la Princi a spasso con il Bellissimo Berbero, che è il titolare attuale, e me ne sono andata a camminare nei boschi. Perché la mamma di Atreiu, quella di Huck Finn e quella di Winnie Pooh quando mi vedono mi abbracciano. Tutte le volte. E avendo tutte e tre il figlio minore a scuola da noi, anche se non nella mia classe, ci vediamo spesso.

Poi però non riesco nemmeno a essere su quanto vorrei essere.

Perché la mia città d'origine è di nuovo sott'acqua, e chissà chi era quel ragazzo intrappolato in un sottopasso in due metri d'acqua fangosa, chissà se era andato a lavorare, a bere una birra con un amico o a fare l'amore con la sua tipa, chissà dove abitava. Perché ci sono i fiori vicino alla statale, e Edoardo non corre più in moto, e anche se non era un mio alunno io non me lo levo più dalla testa. Perché ci sono troppe altre cose che nella mia testa non dovrebbero esserci e invece ci sono e tormentano i miei sogni. Perché mia zia si è fratturata proprio quando dovevo portarmela qua, e adesso per sessanta giorni siamo in un altro reparto ancora: e ci saranno cose logistiche da sistemare e per sistemarle quel che pesa vorrei tanto che fossero i chilometri e la fatica, invece sono come sempre le ansie, e nemmeno le mie, quelle degli altri. Perché il gatto ha qualcosa che non va e io non lo porto dal veterinario per paura di sentirmi dire quel che non mi voglio sentir dire, cioè che è vecchio e che si sta ammalando. Perchè i debiti sono tanti, le entrate sono ridotte, e le cose da comprare non finiscono mai. Perché quando mi lamento poi mi vergogno perché penso a tutto quello che ho di meraviglioso, e guardo la Princi e i suoi amici, e guardo i miei gagnetti di seconda e i miei Bufalotti di terza e mi viene da ridere.

Perchè è ottobre e a ottobre vorrei avere il tempo di raccogliere i pezzi, benedire e salutare ciò che si allontana, accogliere e coccolare ciò che arriva, e a volte, semplicemente, dormire.

mercoledì 1 ottobre 2014

Un antichissimo gioco

La situazione di triangolazione Bottadicoca – Sgamo – Castagna si complica visibilmente di giorno in giorno.

Oggi è stata una giornata in cui il mio mestiere e quello dell'archeologo che spolvera sassi con la pazienza di Giobbe mostravano poche differenze.
Voglio dire, fai lezione in seconda sul Cid Campeador e vorresti dettare e parlare con il tuo solito entusiasmo ma devi risolvere mille belinate pratiche: e non ho il testo e non ho gli appunti e non va bene la fotocopia e la fotocopiatrice è rotta e la stampante non funziona e l'assistente comunale e la collega di sostegno vanno resettate e messe al lavoro ogni giorno come se fosse il primo e quello che non ha capito e quella che è indietro e quello che non ha il quaderno e il vicepreside che entra e quello che doveva portare la nota firmata e quella che deve andare in bagno.

Ma dopo la quarta ora (miraggio di ora buca, in cui mi avanzava eccezionalmente il tempo di chiacchierare con Bottadicoca, il Beneducato, che è uno dei due nuovi di matematica, e Stepford Wife, una delle due nuove di Lettere) la vita s'è fatta più interessante.

D'improvviso la Bottadicoca si mette a ululare. Di nuovo a proposito di Sgamo. Ma non che finirà al riformatorio e che è un maleducato etc: tutt'altro.
Ulula di piacere. Sta battendo la mano su un compito scritto.
“Ma... ma... ma GUARDA cos'ha fatto questo quaaaaaa!!! Guarda! Qui c'era un procedimento che non aveva studiato, e è arrivato al risultato da solo, per tutt'altra strada, da solo ti dico, guarda che ragionamento... Beneducato vieni qui che tu sai di cosa parlo, guarda, GUARDA che roba, questo è... è... ERANO ANNI CHE NON VEDEVO UNA COSA DEL GENERE!!!”
Io sorrido.

Poi me ne vado in terza, dove per il momento sono solo passata a restituire gli ultimi quaderni delle vacanze, e mi metto a interrogare di Geografia. Finita l'interrogazione devo spiegare, c'è un po' di agitazione in classe al rientro dall'intervallo, aspetto che si calmino per partire, ma appena apro bocca vengo interrotta. Si alza un braccio lunghissimo nell'angolo in fondo, e Sgamo mi fa: “Prof, deve mettermi la nota.”
“Perchè?” mi allarmo io. Ma non vedo niente, solo che sta finendo di masticare uno snack.
“Perchè non ho fatto i compiti delle vacanze.”
In effetti lui è l'unico, a parte il suo compagno con il sostegno, che non ha nemmeno fatto finta di aver lasciato a casa i quaderni. Non li ha fatti, punto, e me lo ha detto. Solo che ora siamo al primo di ottobre e lui vuole la nota.
“E vuoi che ti metta la nota?”
“Sì.”
“Perchè vuoi la nota, Sgamo?”
“Perchè è stato un errore non fare i compiti delle vacanze.”
“Sì. Parlerò coi genitori di tutto, anche dei compiti delle vacanze, per questo li ho controllati. Ma ho già detto che è una scelta vostra, esercitarvi di meno nelle vacanze. Invece da adesso prenderete note se non fate i compiti che assegno io.”
Insiste, spiazzato.
Io colgo l'occasione per fare la mossa d'apertura di un antichissimo gioco, che probabilmente hanno giocato già gli australopitechi, maschi con femmine, genitori con figli, capi con subalterni. So cosa devo fare.
“Ti piacerebbe, adesso, che ti dessi una nota. Ma io non te la metto. Problema tuo.”

Il risultato è di gran lunga più spettacolare del previsto.
Intanto, comincio a spiegare e Sgamo trova la scusa di sedersi vicino ad un compagno che è senza libro per passare in prima fila.
Poi, inizia:
“Posso leggere io, prof?”
“Posso andare io a mostrare sulla cartina?”
“Posso rispondere io?”
Quando per la terza volta dico di no, Sgamo arriva, lo giuro, al “la prego, prof”.
Mi giro con aria interrogativa.
“Per favore, devo farmi perdonare.”
Lo lascio un momento a sfrigolare sotto il mio sguardo pensoso.
“Sarai perdonato quando prenderai nove di Storia, Sgamo.”
“Perfetto. Quando mi interroga?”
“Ahahah. Tu non crederai mica che io i nove di Storia li dia via come confetti, vero?”
Si zittisce. Ma s'è anche calmato.
Finisco la lezione e ce ne andiamo.

Eh sì, beh, anche io erano anni che non vedevo una cosa del genere. So esattamente chi mi ricorda. Vediamo se qualcuno dei lettori di vecchia data indovina.

martedì 30 settembre 2014

La terza C e gli scompleanni

Tutto cominciò sottoponendo alla classe un problema.
Mia figlia ha appena iniziato le superiori e la professoressa di Psicologia, alla prima lezione, ha assegnato un compito, quello di portare ciascuno alcuni oggetti che lo rappresentino, che abbiano significato per lui.”
La terza:
Che bello prof, lo facciamo anche noi?”
Aspettate un attimo. Allora, mia figlia ovviamente viene a casa tutta contenta, sceglie gli oggetti, e il peluche, e la sua foto da piccola, e gli orecchini che le ho regalato per il compleanno, e il biglietto del concerto di Giorgia... Ma, quando è arrivata a scuola, solo lei e la sua compagna di banco avevano fatto il compito. Gli altri non avevano portato niente.”
Al che, discutiamo dei motivi per cui una classe si rifiuti in massa di fare un compito sicuramente non pesante e anche carino. Poi assegno io un lavoro: “Immedesimatevi in uno di questi ragazzi che non aveva voglia di fare il compito, e scrivetemi un testo di quindici venti righe per spiegare cosa pensasse.”
Un attimo di pausa.
E gli oggetti quando li portiamo?”
Eh? Ma io non vi ho chiesto di farlo.”
Ma noi li portiamo lo stesso.”

Così l'altra mattina entro in classe e sul banco di Giudiziosa c'è seduto un coniglio di peluche bianco e rosa.
Cosa ci fa lì quel coniglio? Aaah, gli oggetti personali?”
Detto fatto, da sotto i banchi saltano fuori libri, joystick, iPod, cartoline, matite, diari, pupazzi, due canne da pesca (due canne da pesca? Sì: il Pagliuzza e Svacco passano le domeniche sul torrentello, zitti e buoni ad aspettare le carpe. “Ma posso fare una domanda? Avete le cuffie nelle orecchie, mentre aspettate che abbocchino?” “No.” “Cioè state fermi su un sasso in silenzio?” “Sì.” “Non ce la faccio a immaginarvi.”)
Giudiziosa ha portato, tra le altre cose, un mestolo di legno consumato dall'uso.
Io ho la passione della cucina, prof, da quando avevo cinque anni.”

La mattina dopo, arrivo e sempre lei mi chiede molto educatamente:
Le va bene se verso la fine dell'ora ci prendiamo cinque minuti per mangiare una torta?”
Certo, di chi è il compleanno?”
Di nessuno. Ma veramente le torte sono due, abbiamo fatto una gara io e Scatto.”
Ah, e come mai?”
Così, perchè ieri le ho parlato della mia passione per la cucina, e ho deciso di portarle una torta da assaggiare, poi ci siamo sentiti su Whatsapp con Scatto e ha detto che ne faceva una anche lui.”
Morale, mi sbafo due ottimi quadratini di soffice torta da colazione fatta in casa, una tutta al cioccolato e l'altra mezzo e mezzo.

Stamattina invece arrivo alla prima ora e mi sento dire:
Prof, vuol fare colazione adesso o più tardi?”
Torta di nuovo?”
TRE torte, prof!”
Ma oggi festeggiamo qualcosa?”
No!!!”

Così è nato lo scompleanno.

Oggi Giudiziosa si è schierata con la torta di carote, Frecciolina con la crostata alla crema di limone, e Scatto con un'altra torta morbida, ma stavolta nell'impasto c'era la Nutella, ed era una cosa da ululato.
La collega di sostegno, la Pianista, che è tornata da noi con un pancino di pochi mesi, titubava.
No è che il medico ha detto che sto prendendo troppo peso...”
La Pianista pesa, da incinta, due terzi di me. Ma nessuno forza una donna in gravidanza a mangiare. Poi però siamo lì che ci lecchiamo i baffi con tanto entusiasmo che la vediamo tentata:
Tu dici che è tutto cotto e che posso fidarmi?”
Ma sì, guarda, non so come si fa la crema di limone, ma le altre due sicuramente in forno ci sono state tutte intere, poi è roba fatta in casa, non penso sia pericolosa...”
Si lancia vogliosa sulla torta di carote e poi, con aria appagata, ci si beve sopra il tè della macchinetta, mentre io con un caffè tento malamente di mandare giù la botta di calorie che ho preso assaggiando tutti e tre i capolavori.
Fuori pioviggina e fa caldo: invece che in cattedra, adesso me ne starei volentieri su un divanetto, coi calzerotti ai piedi, la pancia piena di roba buona e una vaga sonnolenza, a chiacchierare con questa misteriosa, affascinante nuova classe. 

Peraltro non posso farlo: sono la coordinatrice e ho delle responsabilità. Vi anticipo solo che la Bottadicoca è passata da “Sono una bella classe, ma vanno svegliati un po', motivati, accolti, sono spenti, dobbiamo scuoterli!” a “Non gliene frega niente! Io spiego e questi mi guardano con aria di sufficienza! Sanno tutto loro, si credono furbi, sono MALEDUCATI! Sgamo, Svacco, Scatto e Svampo sono indecenti! Sgamo guarda che è uno che se lo fermano i carabinieri va dentro per oltraggio a pubblico ufficiale, è strafottente, mi tratta come una sua pari, a quello gli va bene se non finisce in carcere minorile!!!” e altro rumore indistinto a volume altissimo, con gesticolazioni scomposte e anatemi, piaghe della Bibbia, predizioni di sventura e minacce di devastazione.

Oh: voi non potete capire quanto gongolavo io, con la pancia piena di torta deliziosa, dopo tre ore di lezione che non mi erano pesate per niente, una e mezza delle quali passata a spiegare l'evoluzionismo, partendo, sulla LIM, da una lezione universitaria in inglese che ho ascoltato sabato su Internet e gli ho riportato paro paro oggi traducendogliene dei pezzi interi. E quelli ci stavano eh. Poi ho dato cinque note per compito non svolto, per carità. E non mi faccio illusioni: domani devo iniziare a interrogare di Geografia e so già che troverò degli abissi insondabili di impreparazione in alcuni. Però stamattina, prima di abbuffarci di torta, discutevamo di scoperte sul genoma umano pubblicate nel 2010 sulla base dello studio di una falange fossilizzata trovata in una grotta della Russia orientale: mica pizza e fichi, noialtri, i maleducati.
 
Comunque, quando s'è depositato il polverone sollevato dalla Bottadicoca in piena crisi professionale, ho chiamato da parte Sgamo. Sgamo, lo avete già capito, è l'amore a prima vista di quest'anno, nonché la mia missione nella vita dei prossimi nove mesi. E' uno di quelli che alla seconda lezione mi fanno sentire l'imperativo categorico di portarli dal "non c'ho sbatti di studiare" a un sudato e stragodutissimo nove di Storia.
Oggi non gli ho detto che ho questo obiettivo, e nemmeno che è molto intelligente (lo sa) ma dovrebbe applicarsi (lo sa) o che non deve comportarsi da genio irrequieto con me e da stronzo annoiato con la Bottadicoca (sa anche questo): gli ho spaccato gelidamente un mazzo così sul fatto che i MIEI alunni si DISTINGUONO per la buona educazione e che io NON VOGLIO PIU' SENTIRE discorsi su suoi comportamenti meno che corretti. Ho detto che ho chiarito alla collega, dato che è nuova, che da noi è prassi comune convocare serenamente i genitori alla prima esigenza di parlare, senza bisogno di avvisare il Consiglio di Classe o il dirigente, e che quindi non ci saremmo fatti scrupolo. Ho visto qualcosa nella sua espressione e non era paura, né inquietudine. Datemi retta, poi vi dirò se ho indovinato, ma ormai di esperienza ne ho un po' e quel che è passato nei suoi occhi per una frazione di secondo era: "lasci perdere, non serve a un cazzo". Vedremo poi se significa "a loro non frega niente di me", oppure altro. Comunque non ha fiatato, e quando è uscito dalla sala professori ho distintamente sentito un "grazie".
Non credo di aver vinto alcuna guerra con questo giovane personaggio, magari solo la prima piccola battaglia. Ma comunque quando sono arrivata a casa ero gasata e, lo so sono una brutta persona e una grandissima stronza presuntuosa, ma a voi lo posso dire, vedere la Bottadicoca incazzarsi, in mezzo ai suoi cestini di muffin alla Wisteria Lane, mi aveva messo di un umore spaziale.
Penso che con questa classe festeggeremo molti altri scompleanni.
 
 
 
 
 






























giovedì 25 settembre 2014

Affetto


Questo, gentili lettori, è il primo post di auleintempesta scritto da smartphone.

Che non mi si dica poi che quelle di Lettere etc etc.
Sarà magari un po' breve perché impazzisco ancora a usare la tastiera touch.

Era per dirvi due cose sulla terza.
Che le teste di serie essendo quattro, e due, chiaramente, essendo Sgamo e Svacco, adesso mi corre l'obbligo di ribattezzare Robin Goodfellow e Er Piotta. In taI modo avremo, nella fila di fondo:
Sgamo, alto e dinoccolato, sempre storto ma molto attento,
Svacco, il biondo senza vertebre  che riesce a sembrare sdraiato anche quando cammina,
e Scatto, il folletto tutto nervi e occhioni che ridono;
davanti invece, beato nella sua ignoranza piena di gioia, Svampo.

Mi. Fanno. Impazzire.
Mi diverto come una ragazzina.

Oggi Giudiziosa e Scatto hanno portato due torte e si sono sfidati a gara. Pareggio: erano entrambe buonissime.

Ma il punto è che sono svegli. Imparano velocissimi. Fanno casino, ma poi li vedi che ascoltano avidi e senti quel magnifico suono di rotelle che girano.

Dal fondo dell' aula, mentre raccolgo le mie cose per andare via, il vocione di Sgamo, che non studia niente ma è sempre il primo a rispondere giusto:
«Prof, le voglio bene.»
«Aspetta che ti abbia interrogato di Storia.»

martedì 23 settembre 2014

La collega nuova

Il primo giorno di scuola, nelle classi campeggiano sopra le lavagne delle allegre lettere di carta, colorate a pennarello di colori sgargianti, in varie fantasie.
BENVENUTI, recitano le lettere in prima.
BENTORNATI, in seconda.
BUON INIZIO, in terza.

Castagna: "Che carino, chi l'ha fatto?"
La classe: "La prof di mate!!!" in coro, entusiasti.
Castagna: "La prof di...? Oh. Oh ma che idea gentile."

Viene fuori che la nuova collega ha messo i figli con pennarelli etc a preparare le letterine.
Inoltre, passando nelle classi dopo di lei, si trovano sulla lavagna, i primi giorni, accattivanti giochini di logica, problem solving, indovinelli.
"Ci ha fatto giocare!!!" esclamano, con gli occhi iniettati di fanatismo, i più piccoli.

Umm.
La Castagna viene punta da un attimo di gelosia, diciamo un po' come se fosse a cena con l'Uomo dopo una giornata intera passata a depilarsi farsi maschere mettersi in tiro etc e al tavolo a fianco venisse a sedersi, anche struccata, Penelope Cruz.
Poi riflette che avere una collega brava è comunque un vantaggio, vuoi mettere con quel coglione avariato che ci è capitato l'anno scorso dopo la morte della Compagna, e si dice che non è il caso di mettersi a fare la reginetta scalzata dal trono, mica siamo in una puntata di O.C.

Peraltro, la nuova collega arriva, obiettivamente, ovunque.
Il terzo giorno: "Perché da me facevamo un bellissimo progetto di educazione all'affettività etc etc e venivano tre volte dal consultorio, sai potremmo coordinarlo con Educazione Fisica e Italiano, no? Chiamiamo, facciamo richiesta? Chiami tu? Chiamo io?"
Il quinto giorno sta già calcolando con Castagna come rivoluzionare i banchi in terza C: "No no Pagliuzza deve stare davanti, guarda sempre fuori dalla finestra, si distrae, e questa bambina non sta mai con nessuno, e questo ragazzo dove lo mettiamo che è così alto? Ti va bene? Li sposto io? Li sposti tu?"
Il sesto sta imperversando sulle diagnosi di DSA: "Eh ma questa è del 2009, bisogna rivederla, chiamiamo i genitori o direttamente la neuropsichiatria? Come funziona?"
Tutte cose sane, belle e vere. E' che la collega, diciamo, è un filino in botta di coca. Parla a mille parole al secondo, di dieci cose, e ascolta poco, anche se non si può dire che pesti i calli a nessuno, io sono la coordinatrice in terza, e in terza lei fa correttamente capo a me.
Il decimo giorno mi presta un libro. Che mi aveva catechizzato a leggere il giorno prima, parlandomi del fatto che la terza va scossa, va svegliata, va messa in moto. In effetti ha ragione, sulla terza, ed il libro era interessante, era Serra, "Gli sdraiati". Diciamo che avere la collega di Matematica che mi presta un libro, dopo aver discusso con me di titoli da dare da leggere ai ragazzi, ed essersi mostrata aggiornata e all'altezza, mi scuote abbastanza.

Un po' affascinata, un po' divertita, attendo di vedere se si smorzerà, il suo entusiasmo iniziale, ma penso di no, da cose che colgo nei discorsi a proposito della sua vita fuori: e la figlia che sta a Milano da sola a dodici anni perché balla alla Scala, e loro che leggono i classici della letteratura per ragazzi insieme, e gli sport del figlio, e questo e quello: insomma, Bree Van De Kamp con il cestino di muffin fatti in casa, bordato di nastri. Non è gnocca, solo, è normale. Però insomma, tende un attimo al perfezionismo. E' oggettivamente simpatica, Bottadicoca, a parte essere appunto un po' sopra le righe.

Castagna, come sapete, quest'anno è partita motivata, anche perché seppellirsi nel lavoro, stare con la Princi e studiare sono le sole cose che le alleviano la confusione mentale e sentimentale dell'ultimo periodo. Peraltro, dopo due settimane, con la zia ricoverata in reparto lazzaretto, la madre che sclera, la badante che impazza, tutte le cose da fare dietro alla Princi e i discorsi da sviscerare con l'Uomo, le magnifiche tentazioni di farsi del male cosmico che talvolta le levano ancora il sonno dopo tutto questo tempo, e la commercialista rientrata dalle ferie come una tigre che ha saltato pasto per giorni, diciamo che il ritmo della ripresa ora va assestandosi sulla velocità di crociera.

Così stamattina sono lì con una pilazza di compiti delle vacanze vistati, il telefono che mi ricorda ogni dieci minuti con un fastidioso tictac che devo riprovare a chiamare l'assistente sociale per inserire la Zia Buona in casa di riposo, una prova di geografia appena stampata, il dettato da preparare, una barretta di cioccolato e un insopprimibile desiderio di dormire, magari dopo una bella trombata (oui, et bien? era quello cui stavo pensando), o almeno almeno di sopperire alla stanchezza con un'accoppiata tossica di caffè e nicotina.
Entra come una palla di cannone la collega in sala prof. Ne approfitto per restituirle il libro e lei, in un nanosecondo, fa l'analisi del capitolo che le è piaciuto di più, io rispondo a tono (la descrizione del negozio di felpe firmate a Milano è a tutti gli effetti un capolavoro), lei riparte. Sparisce all'orizzonte in una nuvola di parole.

Più tardi, mentre Castagna supplica il caffè moscio della macchinetta di entrare in circolo e farla funzionare, e si rassegna a tirare le righe divisorie sul registro cartaceo autoprodotto, visto che non c'è più tempo per iniziare altri lavori grossi, ripiove la Bottadicoca in sala prof e stavolta ha lo smalto leggermente appannato.
"Di' un po', ma stamattina ho interrogato Sgamo e Svacco, sai che voti ho dato? Quattro al cinque e quattro, Sgamo aveva studiato tutta l'ora prima sulle ginocchia ma non la sapeva, Svacco è stato zitto: zitto ti dico, non-una-parola. E di là in seconda, c'era da recuperare il debito di Scienze, e il Bambino più Grasso e Nocciolina erano assenti, tutti e due."
Occhio verde di Castagna che, dalle profondità del suo rimuginare, la considera bonariamente.
"Così non ci siamo eh. Non ci siamo."

Cara collega.
Tu sei una ventata di energia, ci servivi. Ma sappi che non è che qua le cose non si facciano (vedi educazione sessuale): si fanno come si riesce. Spesso si riesce male. Perché si sprofonda in queste resistenze dei ragazzi, dei colleghi, dei dirigenti, dei genitori. Poi io mi tiro le mie soddisfazioni lo stesso, eh. Ma i muffin fatti in casa, il nastro intorno al cesto, non so se funzioneranno, qua. E' più discorso di acqua che scava la roccia.

Di mio, io a Sgamo la prima nota sul diario gliel'avevo messa venerdì all'ultima ora.
Senza alzare la voce, ma avvisandolo che se mi prende per i fondelli si caccia in guai grossi. Veda lui, scemo non lo è.
Come disse una volta la preside precedente, azzeccandoci proprio: "Non sono qua per essere amata."

Sia messo a verbale che venerdì, comunque, all'uscita è venuto a trovarci Atreiu. Sempre più diafano e sempre più magro e sempre col capello da gentiluomo scapigliato, con una piega della bocca più decisa e un sorriso trionfante dopo la sua prima settimana al liceo classico: e mi ha afferrata per una spalla e abbracciata stretta in mezzo al flusso di alunni di terza che mi scorrevano intorno.
"Ti piace il liceo?"
"Sì, i professori sono bravissimi, le ore di greco poi mi volano, non me ne accorgo nemmeno."
Splendeva di orgoglio come l'elmo corrusco di Ettore. Ma mai quanto me, che ero addirittura senza parole. Il povero ragnetto sconsolato di tre anni fa. Eccolo lì, che torna scuotendosi di dosso la polvere del campo di battaglia, poi fa una faccia buffa però, e confessa: "Mi manca tantissimo la scuola" guardando con genuino affetto le mura che ci circondano.

Mi volto, c'è il Gigante che arriva con un'altra classe, e lo vede nella mischia, e si illumina. Mi faccio da parte e sorrido.

Domattina a Sgamo gliene dico quattro io. E anche a Svacco.






















lunedì 22 settembre 2014

Set me free


Oggi guidavo con la Princi al mio fianco, verso casa, dopo un weekend di molti chilometri, molto verde, molti ricordi della mia famiglia.

Siamo tornati a Via del Golf, a fare colazione a Paesino Incantevole, a fare la spesa a Paesino Verde, seppellito nell'umidità peggio ancora dell'ultima volta. Stavolta niente passeggiate alle sette di mattina, né bagni di sole sulla sdraietta in giardino, ma nemmeno un mazzo così a pulire, stavolta avevo i compiti delle vacanze delle classi da visionare, avevo i compiti di mate della Princi da seguire, avevo i tagli profondi di un altro, forse di un ultimo, sterile e doloroso scambio di messaggi da sanare.

Il mio atteggiamento nei confronti della vita campestre è stato molto meno aggressivo della volta scorsa. Stamattina ho fatto la doccia con un ragno, e senza fare tante storie: “Oh, ciao. Spero che tu sappia nuotare.” Ho battezzato Natasha la biscetta marrone che vive in giardino, e ogni tanto guizza sulle scale. Di solito, dopo che sono passati l'Uomo e la Princi, e prima che passi io in fila indiana dietro di loro. Forse sa che i serpenti a me piacciono. In ogni caso è innocua. E poi non saprei come fare a liberarmene.

Poi appunto, rientrando, ascoltavo la musica con la Princi, un auricolare lei, uno io. E nel cielo ho visto alzarsi uno stormo in migrazione. E ho pensato che è autunno, ormai.

E' l'autunno dell'unica estate che non avrei voluto che finisse. E' autunno e l'aria la sera è fresca, e viene buio alle otto, e adesso tutto quel che resta è andare avanti piano, piano piano, fino al cuore dell'inverno, fino alla mattina in cui non mi sveglierò più con sollievo perchè ho superato, un'altra volta, l'incubo delle ore di buio, e perchè mancano per fortuna molte ore al momento di chiudere di nuovo gli occhi e sognarlo, sognarlo fino ad aver paura di dire il suo nome ad alta voce nel sonno, sognarlo seduto vicino al mio letto che sorride con quella sua espressione, attenta e stranamente dolce nel suo essere non coinvolta. Quella mattina arriverà. Ci vorrà tempo, ma arriverà.

Per il momento l'unica cosa che ho pensato, però, è che ormai è autunno e non si sa come io possa essere rimasta ferma a quel giorno di primavera, con l'aria ancora fredda che mi accapponava la pelle sulle braccia nude, anche se c'era il sole, mentre lo ascoltavo parlare.

Devo muovermi, devo andare avanti. Finora ho puntato a sopravvivere. Ma intorno a me non è cambiata solo la stagione. E' cambiata la Princi, è cambiato l'Uomo, sono cambiati alcuni presupposti. Solo io sto ancora lì nel brivido del vento di primavera, con in mano lo stesso caffè che non riesco a bere.

Devo togliermi da lì. Io non ho mai potuto né voluto imprigionarlo e adesso non posso stare a guardare le sue ombre cinesi sulle chat di notte, né il suo riflesso nell'aria di giorno. Perciò prenderò quello di cui dispongo, fosse anche solo una lima per unghie, e inizierò a segare le catene che mi tengono ancorata al rettangolo di terra su cui poggiavano i nostri piedi quel pomeriggio. Ci metterò il tempo che ci devo mettere. Sarebbe più facile se sapessi dove vado, certo. Comunque non resterò lì.



venerdì 19 settembre 2014

L'erba voglio

Adesso, la sera indosso il bite. Azzurrino e ingombrante. Ma utile, anche se la notte poi a un certo punto si perde sotto il cuscino.
E' che mettermelo, e poi magari scordare che l'ho indossato e dire cose tipo "shcusha domani a xhe hora essshhhi?" all'Uomo o "'l'hai shpentho il shellularhe?" alla Princi, mi fa sentire una ragazzina con l'apparecchio. E mi fa allegria.

Perché ci ho rinunciato. Più le mie amiche mi mettono in guardia, più le cose intorno a me si fanno pericolanti e complesse, più io semplifico.

Le parole le ascolto, i dubbi mi vengono, le domande me le faccio. Piango quando meno me lo aspetto. L'altro giorno ho mollato un pugno sulla scrivania della Psicofata.
Ma poi sopravvivo, e sorrido. Come un'idiota. Col bite celestino in bocca.

Mi metto il vestito più corto che ho per andare in ospedale da mia zia, non per fare la scema coi medici, ma solo perché nel loculo dove l'hanno spostata il sole picchia tutto il pomeriggio e perché poi quando torno a casa devo lavare tutto, essendoci in reparto ben due infezioni gravi che circolano. Meglio un singolo vestitino leggero che asciuga subito, piuttosto che  due o tre pezzi.
Poi esco dall'ospedale per andare a comprarle il gelato panna e amarene e mi godo il sole sulle gambe.

Cerco ogni possibile tipo di conforto e non mi nego niente. Mi prendo tutto quello che posso.
Dico chiaro cosa voglio. Se l'Uomo non mi ascolta, glielo ripeto. Se il fato non mi ascolta, riprovo.

E' che voglio troppe cose diverse e le voglio tutte con un desiderio bruciante, un amore privo di logica e un istinto certo di non poter essere sopito. Sto cambiando e non ho intenzione di
reprimermi finchè non ho capito dove vado, a cosa portano queste ore di veglia nella notte.

Oggi poi.
Oggi sono andata a scuola e dovevo digerire una di quelle notizie che ti fanno desiderare la lobotomia immediata appena le incameri nel tuo incredulo comprendonio.
L'ennesimo incidente, sempre nello stesso punto della statale. Ma finire sotto un pullman di linea a diciassette anni, quando nelle foto su Facebook c'è quel sorriso, ci sono quelle braccia teneramente strette intorno alla fidanzatina, quell'espressione indifesa... Io ricordo di lui solo il bambinetto con gli occhi chiari che a volte ho visto per mano alla mia alunna, tanto tempo fa. Oggi ho cercato le sue foto e riconosciuto i lineamenti, lo sguardo. Due giorni fa era il re del mondo in sella alla sua moto.
Oggi i suoi amici si mettono d'accordo per vedersi in un parcheggio e portargli un fiore da lasciare su un guardrail. Sulla strada ha già piovuto e i segni non si vedono più.

E io vado a scuola: e li guardo uno per uno. E non mi sta bene il pensiero che si alzino dai banchi, escano un giorno mentre sono belli e forti e cazzari e affetti da ridarella congenita, e magari il giorno dopo qualcuno di loro possa non tornare. Anche il meno spiritoso, il più rompicoglioni, il più anonimo tra loro, quello che conosco da dieci giorni e di cui ancora non ho memorizzato il nome, sembra un tesoro inestimabile stamattina. Mi metto in cattedra e spiego la questione operaia, i fattori del clima, il romanzo di fantascienza. E intanto li guardo e sento la mia voce farsi più calda. Li avvolgo nelle mie parole come se fossero uno scudo. Consapevole che non serve a niente, che il fascino della velocità, la convinzione di essere immortali sono connaturati all'età più bella della vita, e che in qualche orribile ingiusto modo è anche sano che sia così. 

In sala professori sul muro c'è la foto della Compagna Collega. Hanno disfatto il piccolo altarino alla memoria che si ergeva nell'atrio, riposto la coppa vinta dai ragazzi al torneo che le hanno intitolato, tolto la roba dal suo cassetto. Ma la foto è stata appesa lì, sopra i computer. Esattamente di fronte alla sedia su cui mi siedo io da anni quando metto in ordine il registro. E' impossibile spiegare che senso di presenza, di speranza, addirittura di felicità mi dia alzare gli occhi e trovarla lì, eppure come sia ancora atroce il dolore di non poter più parlare con lei, sentire la sua voce, vederla ridere.

Poi vado a prendere la Princi e, mentre penso a lei che mi aspetta sotto la pioggerella, mi sento sopraffatta fino a farmi venire le lacrime per quanto sono fortunata. Mi sembra così gigantesco che adesso ci lascino in pace e finalmente siamo noi tre senza comunità, senza servizi sociali, senza rotture di palle.

Poi passa da casa l'Uomo, e dopo pranzo ci assopiamo abbracciati per pochi minuti. E nel sonno lo stringo forte come ultimamente mi capita di fare, e sì, sogno ancora l'altro, ma intanto so, anche dormendo, intorno a chi sto tenendo le braccia, e non riesco a pentirmi di sognare uno e tenere l'altro così vicino, è tutto più forte di me, tutto irrinunciabile: chi di voi sa cosa si prova? solo io su tutto il pianeta? no, non credo. Ma anche fosse, è quel che ora provo, e tutto questo è essere vivi. E io voglio sentirmi così: con le emozioni che mi attraversano una dopo l'altra come grandi onde oppure, in una giornata come oggi, con la pelle che formicola appena, ma costantemente, per il passaggio di troppa vita, di troppa morte, di troppo amore, di troppo desiderio, di troppo dolore, tutto che mi passa a fianco, intorno, attraverso.

Le braccia spalancate di mia zia che mi saluta dal suo letto bianco.
Le risate dei ragazzi.
I fiori sulla statale.
Il pallino verde della chat che si illumina.
Il coraggio di ricominciare anche oggi.
Le piccole cose che rendono pieno di bellezza ogni istante in cui non mento a me stessa.

L'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re.

Ma sono riuscita finalmente, in quattro mesi e mezzo, a riassumere in un senso compiuto quel che è successo, a trovare il perché. E ora comunque vada la freccia è scoccata e vuole volare.