sabato 25 giugno 2016
Io. E lei.
- Scusa? Ragazza, scusa?
Sobbalza leggermente, riappoggiando sullo scaffale il barattolo di salsa che stava toccando.
-Sì? Mi dica?
- Sei la nuova prof di sostegno della scuola?
- Sì. E lei è la mamma di...?
- Di... No, guarda, io non ti fermavo per quello.
Sbatte le ciglia struccate su due occhi verdi privi di sospetto.
- Mi dica pure.
- Sei la moglie del nuovo professore di italiano, quello che è arrivato da Genova. Giusto?
Si illumina come un faro.
- Sì... Sono sua moglie, ma - ride, - da una settimana!
- Che bel sorriso che hai.
- Ma scusi, come fa a conoscermi?
- E no, è che... Niente. Sai, è un paese piccolo.
Rinnova il sorriso, fresco, innocente.
- Oh lasci stare, io che vengo da una città non me ne capacito...ora faccio la spesa qui, ma poi devo andare a Bosco delle Fate, ha presente?
- Sì. E bellissima quella mansardina.
Mi distraggo, i miei occhi bruciano, vagano sugli scaffali pieni di confezioni colorate. Ricordo bene quella piccola stanza buia, con le stelle che spiavano dal lucernario.
- Come dice, scusi? - scatta lei, immobilizzandosi.
- Si sentono solo i cavalli nel prato, la notte.
- Ma lei come fa a sapere dove... Ma lei CHI É , scusi?
Torno al presente. La guardo con decisione.
- Senti. Se ti dicessi che un giorno sarai di nuovo su questa piazza con lui, ma le persone stenteranno a riconoscerti? E lui, lui non lo conoscerà solo la gente della scuola? Lo conosceranno fino a Roma.
- Senta...
- Guarda, non chiedermi perchè lo so, ma quella sera dalla pizzeria con le porte spalancate sentirai "Mrs Robinson", ti ricorderai di me e ti dispiacerà di aver sbagliato.
- Ma perché? Chi è lei? Cosa sa?
- So che allora non avrai più questo sorriso.
- Senta, adesso l'ho lasciata parlare abbastanza. Ora mi lasci andare.
- Certo. Ma mi spiace.
- Ma di cosa? La smetta.
- Per carità non ci sarà più solo lui, eh, nella tua vita. Avrai il tuo lavoro e una figlia che vi aspetta a casa e quella sera ti faranno male le gambe, piene di acido lattico, dopo sette ore di yoga praticato a livello professionistico. Avrai quattro persone stipendiate per lavorare per te e un sacco di affari da trattare. Sarai forte e molto, molto più calma di adesso. Ma sarai sola.
I suoi occhi mandano lampi verdi, è furente.
- Ma cosa sta blaterando!!!
Faccio per allontanarmi, ma è caduta nel vischio adesso. Mi segue:
- Però lei, che evidentemente sa qualcosa, mi deve dire di mia figlia. A parte il fatto che mai e poi mai vorremmo un figlio solo. Gli assomiglierà?
- No. E nemmeno a te.
Me ne vado. Pago la roba nel mio carrello. Quella che ho finto di prendere, per seguirla tra i corridoi stretti del minimarket.
Mentre sollevo i sacchetti dal bancone metallico della cassa, me la trovo piantata davanti.
- Si sbaglia. E quella sera sentirà uno strano profumo di dolce speziato, e saprà che ho ragione.
Se ne va con le sue Superga bianche e le spalle che tremano.
Fa più freddo di quel che sarebbe sensato in una serata di metà giugno. Lui ha solo la camicia. Io ho le gambe dolenti e mi proteggo collo e spalle con una sciarpa, temendo il mal di gola estivo. La gente sciama per la strada, esce dalla fila alla cassa coi tagliandini per la cena, ciondola sulla piazza dove il gruppo prova i microfoni per la serata.
Mentre intervista le autorità, gli artisti e i produttori di eccellenze enogastronomiche presenti, io mi devo muovere, per sciogliere i muscoli bollenti e per resistere all'umidità che sale dai campi.
Molti negozi sono dove li ricordavo, ma non riesco a riconoscere neanche una faccia. Mi sento come se mi avessero riportato in un villaggio nella giungla dopo avermi educata per anni nella Parigi o nella Londra del secondo Ottocento. Appartengo a questo posto, ma non assomiglio per niente a quella che ero l'ultima volta che sono stata qui.
Però è bello. C'è un clima di festa. Lui mi sorride da dietro il vetro della postazione radio. Da un locale sulle mura arriva altra musica. D'istinto, canticchio anche io. Gli faccio cenno che farò un giro. Nella strada principale ci sono i banchetti, c'è troppa gente, decido di svoltare verso i baluardi. Supero un banco dove preparano uno strano dolce ungherese dal profumo accattivante.
Molta meno gente, appena dietro la prima fila di case. Cammino sui baluardi, cercando la via da cui lasciavamo Paesone Sfigato, per andare a Bosco delle Fate. Non mi oriento. Realizzo a fatica di essere dal lato sbagliato del paese. Intanto dal verde tutto intorno sale un freddo che quasi mi paralizza. Torno verso la piazza. Per un attimo, prima di svoltare un angolo, sono sola.
È allora che la vedo. Si volta lentamente. Ha ancora la gonna di jeans e le Superga bianche. Rabbrividisce, è senza giacca. È vestita in modo adatto a quell'assolato primo pomeriggio di ottobre di tanti anni fa. Ha gli occhi rossi, ha pianto. Ma è determinata.
- Vedi che mi hai pensato - mi sputa in faccia.
- Sì. Mi manchi tanto.
- Sei qui con lui?
- Sì. Avevo ragione, nessuno mi riconosce. E non sorrido come te allora.
- Ah, avevi ragione? Fammi capire: siete qui insieme?
- Sì.
- No, non lo siete. Menti.
- Sì, che lo siamo. Mi sorride come allora.
- Ma non lo sa. O non vuole saperlo.
- Può darsi. Ma a me non importa. Siamo qui insieme, me lo ha proposto lui, e io non voglio essere da un'altra parte, anche se non dormo più abbracciata con lui nella mansarda, e non porto più le Superga bianche, come te. E la sai un'altra cosa? Nostra figlia ci assomiglia. Tantissimo.
- Lo vedi che avevi torto, quel giorno al supermercato?
sabato 4 giugno 2016
Camminare sul fondo in attesa del sole
Succede che prometto a mia madre di tenerle la gatta se va via per una gozzoviglia di crittografie, rebus e sciarade. Tanto mia madre all'ultimo annulla sempre.
E invece parte.
Così io mi ritrovo a dormire nel letto che fu di mio padre, nella stanza che fu di mia nonna, col computer che fu del mio ragazzo, sotto i quadri che furono in casa delle mie zie. Straniamento. Senso di precarietà fra diversi mondi, dei quali molti sono stati casa mia.
Idee confuse.
Beh. Un anno fa a quest'ora ero sicuramente messa peggio, dai.
O no? Beh, sì. Dipende un po' tutto da domani, diciamo. E da dopodomani. E dal resto della mia vita, niente di cui agitarsi, tutto molto lineare, ma scherzi.
Dicevo, le idee sono molto, molto mischiate. Le sensazioni no, sono chiarissime. Anzi, a forza di sfrondare, amputare, rimpicciolire tutto quello che era quell'altra, quella che è morta a 39 anni, le sensazioni sono rimaste poche, ma fortissime ed evidenti.
Io so chi sono. Solo che non mi posso ancora permettere di esserlo.
Va pur detto che un pezzetto di me è rinato a Valloncello Silente, al buio sotto chilometri quadrati di cielo stellato, un pezzo di me è sopravvissuto grazie ai vari trilli dei messaggi di whatsapp delle mie persone, un pezzo di me è sepolto alla Madonna della Neve, un altro è rimasto schiacciato sulla statale, qualcosa di me sta su solo di facciata, per carità sembro la Creatura di Frankenstein, sono tutta cucita.
Sono talmente assuefatta al silenzio, alla solitudine e al dolore che, in questi giorni così simili alla normalità, ho le vertigini. Come uno che non ha più un organo malato e si sveglia la mattina pensando: eccomi, ora mi occupo di te, e poi si ricorda che quel pezzo non ce lo ha più. Come quando è morto mio padre e non c'è più stato da preoccuparsi di lui che era malato. Un vuoto così strano.
Oggi, in una specie di ritiro, con dozzine di fogli da smistare, in questa casa non mia di cui osservo i dettagli noti come fossero flashback di vite precedenti, ho perso diverse volte il senso del luogo e del tempo. Per essere in centro Genova è silenziosissimo, qui, ma ci sono stati tutto il giorno dei gabbiani assordanti, eppure il mare non si vede, non si sente, in questa Carignano che sembra da sempre un antichissimo paese dell'entroterra. Il sole non si è mai visto perché pioveva senza pause, e coi vetri opachi una strana traccia della luminosità esterna ingannava gli orologi.
Ho cercato di non proiettarmi solo su domani, sul rientro a casa, ma non riuscivo a stare qui nel presente: la cena, i registri da chiudere, le ricerche da vistare. Per centrarmi sulla realtà ho ripensato alla sua voce al telefono, alle foto che mi ha mandato, ai messaggi. Lui c'è. Esiste veramente. Il cuore fa delle acrobazie, delle risate isteriche, violente, al pensiero, perché questo sono io adesso: calma come una lady esteriormente, e dentro folle, folle di dolore amore gelosia gioia speranza terrore.
Nemmeno riesco a dire a qualcuno che proprio ora rischio di più, che non sarebbe, no no, il caso di lasciarmi sola con questi pensieri, che ora sì che vedo, come illuminato dai riflettori, l'abisso dove ho camminato per un anno al buio, e tutti i mostri che ci vivevano dentro.
Ma in tutto questo c'è qualcosa, o meglio, qualcuno, che non si è perso. Qualcuno che esiste nelle ore subito prima dell'alba. E che si ricorda tutto. Anche della ragazza castana morta a 39 anni. Una me che non ha più un corpo, fatta solo di luce, di anima, di gioia, che nel sonno, o nel sogno (al mattino non lo so più, perché lei con l'alba torna a nascondersi, nel comodino, in una parete, come le fate), lo abbraccia stretto, tutta arrembata a lui, a cucchiaio, o culo contro culo, come dormivamo d'inverno, e lo ama si spoglia lo spoglia gli sussurra. Stanotte a manate generose lui si prendeva il giusto sotto la maglietta e lei, che guarda caso indossava una t-shirt bianca di lui, sapeva con certezza di essere e di essere sentita e vista bellissima, aveva dimenticato gli anni le rughe le cicatrici il dolore la paura di dire la cosa sbagliata le occhiaie gli spasmi, e rideva, eterna, immortale, per sempre sua. E stanotte era per forza solo l'anima, perché lui era a 100 km. Ma era più reale di qualsiasi altra cosa accaduta durante la settimana.
E questa gioia no, non sfugge al controllo come quella di quando lui telefona, di quando lui c'è. Questa gioia è calma, è sicura. È davvero qualcuno che vede, fuori dal marasma di emozioni che mi porto dentro io. Qualcuno che ha aspettato dentro una parete, sotto a un comodino, perché sapeva.
Ci sono amori che si sanno. Da subito.
E invece parte.
Così io mi ritrovo a dormire nel letto che fu di mio padre, nella stanza che fu di mia nonna, col computer che fu del mio ragazzo, sotto i quadri che furono in casa delle mie zie. Straniamento. Senso di precarietà fra diversi mondi, dei quali molti sono stati casa mia.
Idee confuse.
Beh. Un anno fa a quest'ora ero sicuramente messa peggio, dai.
O no? Beh, sì. Dipende un po' tutto da domani, diciamo. E da dopodomani. E dal resto della mia vita, niente di cui agitarsi, tutto molto lineare, ma scherzi.
Dicevo, le idee sono molto, molto mischiate. Le sensazioni no, sono chiarissime. Anzi, a forza di sfrondare, amputare, rimpicciolire tutto quello che era quell'altra, quella che è morta a 39 anni, le sensazioni sono rimaste poche, ma fortissime ed evidenti.
Io so chi sono. Solo che non mi posso ancora permettere di esserlo.
Va pur detto che un pezzetto di me è rinato a Valloncello Silente, al buio sotto chilometri quadrati di cielo stellato, un pezzo di me è sopravvissuto grazie ai vari trilli dei messaggi di whatsapp delle mie persone, un pezzo di me è sepolto alla Madonna della Neve, un altro è rimasto schiacciato sulla statale, qualcosa di me sta su solo di facciata, per carità sembro la Creatura di Frankenstein, sono tutta cucita.
Sono talmente assuefatta al silenzio, alla solitudine e al dolore che, in questi giorni così simili alla normalità, ho le vertigini. Come uno che non ha più un organo malato e si sveglia la mattina pensando: eccomi, ora mi occupo di te, e poi si ricorda che quel pezzo non ce lo ha più. Come quando è morto mio padre e non c'è più stato da preoccuparsi di lui che era malato. Un vuoto così strano.
Oggi, in una specie di ritiro, con dozzine di fogli da smistare, in questa casa non mia di cui osservo i dettagli noti come fossero flashback di vite precedenti, ho perso diverse volte il senso del luogo e del tempo. Per essere in centro Genova è silenziosissimo, qui, ma ci sono stati tutto il giorno dei gabbiani assordanti, eppure il mare non si vede, non si sente, in questa Carignano che sembra da sempre un antichissimo paese dell'entroterra. Il sole non si è mai visto perché pioveva senza pause, e coi vetri opachi una strana traccia della luminosità esterna ingannava gli orologi.
Ho cercato di non proiettarmi solo su domani, sul rientro a casa, ma non riuscivo a stare qui nel presente: la cena, i registri da chiudere, le ricerche da vistare. Per centrarmi sulla realtà ho ripensato alla sua voce al telefono, alle foto che mi ha mandato, ai messaggi. Lui c'è. Esiste veramente. Il cuore fa delle acrobazie, delle risate isteriche, violente, al pensiero, perché questo sono io adesso: calma come una lady esteriormente, e dentro folle, folle di dolore amore gelosia gioia speranza terrore.
Nemmeno riesco a dire a qualcuno che proprio ora rischio di più, che non sarebbe, no no, il caso di lasciarmi sola con questi pensieri, che ora sì che vedo, come illuminato dai riflettori, l'abisso dove ho camminato per un anno al buio, e tutti i mostri che ci vivevano dentro.
Ma in tutto questo c'è qualcosa, o meglio, qualcuno, che non si è perso. Qualcuno che esiste nelle ore subito prima dell'alba. E che si ricorda tutto. Anche della ragazza castana morta a 39 anni. Una me che non ha più un corpo, fatta solo di luce, di anima, di gioia, che nel sonno, o nel sogno (al mattino non lo so più, perché lei con l'alba torna a nascondersi, nel comodino, in una parete, come le fate), lo abbraccia stretto, tutta arrembata a lui, a cucchiaio, o culo contro culo, come dormivamo d'inverno, e lo ama si spoglia lo spoglia gli sussurra. Stanotte a manate generose lui si prendeva il giusto sotto la maglietta e lei, che guarda caso indossava una t-shirt bianca di lui, sapeva con certezza di essere e di essere sentita e vista bellissima, aveva dimenticato gli anni le rughe le cicatrici il dolore la paura di dire la cosa sbagliata le occhiaie gli spasmi, e rideva, eterna, immortale, per sempre sua. E stanotte era per forza solo l'anima, perché lui era a 100 km. Ma era più reale di qualsiasi altra cosa accaduta durante la settimana.
E questa gioia no, non sfugge al controllo come quella di quando lui telefona, di quando lui c'è. Questa gioia è calma, è sicura. È davvero qualcuno che vede, fuori dal marasma di emozioni che mi porto dentro io. Qualcuno che ha aspettato dentro una parete, sotto a un comodino, perché sapeva.
Ci sono amori che si sanno. Da subito.
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