Daisypath Friendship tickers
Daisypath Anniversary tickers

sabato 20 agosto 2016

Il qui e ora

Agosto duemilasedici è varie cose.

Per esempio, piombare in cortile nel sole di mezzogiorno con la maglietta in mano, una delle due mani con cui reggo il cane che sta avendo una crisi epilettica e mi sta mordendo, e finire di vestirmi quando sono già al volante.

Per esempio, aspettare quattro ore per l'antitetanica in un'astanteria, a pochi metri dalla persona che mi ha quasi distrutto la vita, e non scrivergli nessun sms, non chiedere né a lui né all'Uomo né alla Princi di raggiungermi, ma stare lì buona e tranquilla in mezzo agli sconosciuti, a chiedermi placida che cazzo, che cazzo mai ne sto facendo di me stessa qui e ora, che cos'è, come si chiama una fase come questa, che vita è.

Per esempio, yoga da sola in mezzo agli abeti che cantano al vento.

Per esempio, una panchina in centro in piena notte, chiedere alla Fraulein che parla del suo unico grande amore andato via: "Non hai pensato che saresti morta?". E sentirsi rispondere: "Ma si muore. Qualcosa muore."

Per esempio, una camerata coi letti a castello, sentire il peso leggerissimo di Grace che si muove appena sul materasso sopra il mio, il parlottare di Bunny che non cambia mai posizione tutta la notte, e il rigirarsi penoso, identico al mio, della Folletta che prende sonno solo verso l'alba. Cioè quando io decido di rinunciarci.

Per esempio, la mia mano tra i capelli dell'Uomo, la sera che disperata gli dico: "È tutto il giorno che non so dove mettermi, dimmi cosa devo fare, dove devo nascondermi, fai quello che devi ma io devo fare spazio!". Subito fraintende: "Ma io non ho bisogno di spazio!" "No, IO, io ho bisogno di spazio!!!" E allora capisce e mi abbraccia. La mia mano passa tra i suoi ricci e ci sono le due battute che da due anni io spero di sentire esattamente così: io che dico "adesso te ne vai via?" e lui che risponde "ma no che non vado via, sto qua".
Poi se ne andrà, non quella sera, ma se ne andrà. Lasciandomi a pensare che con cinque frasi come queste avremmo potuto risolvere tutto, due anni fa.

Per esempio, il prato a Paesino col Castello Distrutto, con tutte quelle nuvole sopra che cambiano colore e i lampi laggiù in fondo. Diversi uomini single che baccagliano diverse donne in varia misura sposate, ma le baccagliano in modo educato e simpatico, e pensare: ero stata altrettanto bene la sera prima solo con le Ananda Amiche, senza baccagli, e guarda guarda che stile Grace, la bellissima, che diventa la Regina dei Ghiacci senza perdere un filo di eleganza. Prendere nota, che può servire. Persino a me, pare.

Per esempio, il vestitino nero scollato coi fiorellini fucsia e rosa. Le espadrillas color corda. Il nuovo taglio che si arriccia da solo con la pioggia o l'acqua delle terme, e sentire lui che dice che gli piace.

Per esempio, la vasca idromassaggio all'aperto solo per noi due.

Per esempio, stamattina che ci siamo riaddormentati e poi svegliati che pioveva sul tetto in lamiera della casa in montagna, e avere la sensazione che anche a lui dispiacesse andare via.

Per esempio, la nazionale maschile di pallavolo che batte i campioni del mondo, e ci spiace tanto per quel grandissimo pezzo di gnocco, da sala centrale del Museo dei Bonazzi, che è Matt Anderson, ma è stata una partita da infarto e siamo troppo contenti.

Per esempio, sentirsi dire che non siamo riusciti ad andare ad Annecy perché il cane non sta bene, ma ci andremo tra quindici giorni, e che abbiamo perso la mostra di Salgado a Genova e a Lubiana ma potremmo andarla a vedere a Girona, e che è saltata la serata di yoga più aperitivo a bordo piscina ma "stiamo a casa e ci scassiamo di serie tv".

Per esempio, sentirgli usare il plurale. E il futuro.

Per esempio, succhiare ogni istante di bello, ogni molecola di profumo, ogni millimetro di strada. E far durare un mese cinque giorni e mezzo di montagna. Sapendo che tutto potrebbe scoppiare in un attimo come una bolla di sapone, o essere un sogno, o non voler dire niente. O, comunque, finire. Ma essere lì. Esserci. Sentire le cellule pulsare. Non so chi sono, non so chi sarò domani, è meglio se non penso a tutto quello che sono stata e ancora meglio se non cerco di ricordare quello che credevo che sarei diventata, ma sto bene, qui. Ora. Con te.









domenica 7 agosto 2016

Zone d'ombra: alcune delle cose che non vi ho raccontato - Inferni, mani e raggi di luce

Quando è morto mio padre in realtà non era così buio. Sì, era dicembre e stavamo tutto il giorno in quella stanzina piccola con la luce del letto d'ospedale e le persiane chiuse, ma io non ricordo un buio interiore.
Ricordo le sue mani calde, ricordo il silenzio, i grani della mala che mi scorrevano tra le dita. Ricordo che spesso guardavo oltre le antine sollevate per metà e vedevo la collina verde, i giardini e gli orticelli terrazzati alla genovese, dei gatti. Era l'attesa di qualcosa di doloroso, ma anche il tempo necessario per permettere il passaggio da una zona d'ombra ad una di luce, ad una di pace.

Anche quando è morta la Compagna Collega c'era luce. Per un motivo misterioso erano i primi di aprile ma erano già fioriti i papaveri, e c'era un bellissimo sole caldo anche al suo funerale, con la piazza del paese ammutolita dallo choc.

C'era luce, una luce argentata, anche quell'altro giorno sulla stessa piazza, sotto una pioggerella leggera, quel pomeriggio famoso in cui non avrei mai dovuto voltarmi, ma l'ho fatto.

Ecco, per un po' nella primavera del 2014 ho creduto di aver trovato della luce, e invece stavo perdendo la vista. Certo c'era un raggio splendente di vita nei suoi occhi scuri, c'era la luce arruffata di una corsa tra i rami del bosco nelle onde dei miei capelli sciolti. Ma intanto l'ombra si addensava sempre più scura, nelle liti furibonde e negli occhi tormentati dell'Uomo.

Di lì a poco l'ombra aveva iniziato a mangiare tutto: le notti passate a rigirarsi sul divano, le camminate in montagna, le molte lavatrici stese al vento della valle, e poi soprattutto il ritorno a casa. L'ombra si è mangiata il Natale, si è mangiata il compleanno dell'Uomo, si è mangiata la casa in montagna, la casa in campagna, il divano del salotto su cui tutti e tre ci avvinghiavamo per vedere la tv. Si è mangiata i pranzi, le cene, i percorsi in macchina. Si è mangiata le domeniche mattina.  E ha iniziato a mangiare i lunedì, i mercoledì e i venerdì, le molte ore senza accessi su WhatsApp.

Poi l'ombra si è mangiata il resto del 2015 in un colpo solo, e intanto si estendeva. La salute iniziava a fare cilecca, il lavoro ha cominciato a ritorcersi contro, le notti erano sempre più lunghe e i pentolini messi a scaldare sul fornelletto elettrico dell'ufficio aumentavano. Scomparivano le lacrime, ormai, asciugate dal terrore. Il buco al centro del petto marciva in silenzio senza più nemmeno sanguinare.

Il terrore era nero, era nero come l'inferno. L'inferno non ha il fuoco: l'inferno non è un posto con i diavoli, nell'inferno non ci sono urla.

L'unico  rumore che si sente nell'inferno è quello del cucchiaino posato sul piattino della tazza da caffè al mattino da sola. Le uniche luci dell'inferno sono vetrine natalizie. L'unico fuoco dell'inferno è quello che rompe le ossa dal di dentro, carbonizzandone il midollo, alle due e mezza di notte quando non c'è nessuno. L'unico colore dell'inferno è quello dello sfondo di WhatsApp.

In questi giorni in alta montagna con le Ragazze dello Yoga, anche dette le Ananda Amiche, ho fatto diversamente da quel che avrei creduto. Non volevo dire niente, volevo che il mio gruppo di studio dello yoga forse un posto nel quale non potevo sbroccare, non potevo cadere, non potevo lacerarmi. Ma il primo giorno a tavola è esplosa Folletta. Folletta che come me ha perso il padre due anni e mezzo fa.  Folletta che come me a 40 anni si è trovata di fronte a una vita da riscrivere da zero.
Eravamo arrivate da tre ore e già si era capito che sotto un cielo così pieno di stelle, in mezzo ai monti con i crinali così puliti, era inevitabile dirsi la verità. Quando sei sdraiato a pancia in giù tra le stelle alpine, sei talmente al di sopra della vita di ogni giorno che è come vederla sorvolando le montagne col deltaplano. E contemporaneamente lo zaino pesa così tanto di tutti i fardelli, i muscoli dolgono così tanto di tutta la fatica, che è inevitabile cercare di alleggerire il peso se sei con gente di cui ti fidi. E io delle Ragazze dello Yoga mi fido eccome.

Questa parte ve la dovevo raccontare, e forse riesco a raccontarvela proprio ora che ne ho parlato con loro. Ora che ho dormito in quota svegliandomi ogni mattina con un panorama più incredibile. Senza di lui ma, eccezionalmente, non senza me stessa.

La realtà è che quello che è successo non si può davvero raccontare, né a voi né a nessuno. Si può ricominciare a parlare adesso, ma soltanto perché il buio più nero ha lasciato spazio ad un'oscurità diversa. La paura di perdere la strada è ancora molto concreta. Ma intanto sono passati alcuni raggi: velocissime stelle cadenti, asteroidi infuocati di una luce fredda, tiepide comete. E in tutto questo  infinito silenzio ho visto comparire delle mani che pian piano stanno arrivando. Contro uno sfondo scuro ora vedo le mani di Bunny che accende un incenso in mezzo al prato, vedo le mie mani che piegano i vestiti da mettere via  per il viaggio più importante della mia vita. Ma sarei ancora completamente cieca se non sentissi nel buio anche le sue mani che si avvicinano nottetempo, mentre io immobile ne studio il tocco leggero, come se non lo conoscessi da così tanti anni.

E stamattina pensavo a mio padre in quella stanza dalle persiane abbassate, pensavo alla luce invisibile, alla corrente calda che scorreva tra quelle dita.

Ho capito che tutto questo lago buio ormai l'ho attraversato. Sull'altra sponda ho lasciato la presa salda di mio padre e quella delicata di un'entità venuta da troppo lontano, mentre l'Uomo, per tenermi, mi feriva. Mi sono lasciata colare giù nel profondo, dove non si vedeva niente. E adesso vedo di nuovo la superficie e sul bordo trovo queste mani. Di nuovo le mie, di nuovo le sue. Le mani che amo da sempre. Le mani di chi sa suonare tutte le mie corde.

Allora posso parlare, ora che dell'ossigeno entra di nuovo nei polmoni, bruciandone le pareti disabituate al respiro, avide di sangue fresco. Posso di nuovo dire che esisto.