Questo non è mai stato veramente un blog per parlare di scuola, nel senso di commentare leggi, editti, prevaricazioni da parte dei politici, strategie didattiche, eventi di interesse scolastico.
Era una piccola finestra da cui potevate spiare situazioni e scenette in alcune delle mie classi. Senz'altro era un punto di vista personale, e in quanto tale poteva risultare adorabile o detestabile, dipendeva da chi si metteva a leggerlo.
Attraverso lo stesso buco nel muro avete spiato la sala prof, i corridoi, i temibili portali verso altre dimensioni che si aprivano nel parcheggio. Avete capito benissimo che lo stanzino del caffè è come l'ascensore di Grey's Anatomy. E ci sono stanze di cui non ho mai parlato, come l'aula di musica, dove si sono consumate scene di intrighi politici, violenza e seduzione degne di Game of Thrones.
Poi avete letto molto, moltissimo di me su queste pagine. Ma assolutamente non tutto.
Adesso è veramente tantissimo che scrivo di rado, e non nomino che di striscio gli alunni e i colleghi, tanto che alcune figure indimenticabili e alcuni momenti epici sono completamente sfuggiti al vostro sguardo. Il tempo era troppo poco. Le ferite troppo recenti. Vi basti sapere che sono arrivate fino al Dio provveditore le sciabolate velenose che mi sono scambiata con quell'infima, volgare ed ignorante creatura che prima ci dirigeva. Ho sudato sette camicie per mantenere il posto che per la TERZA volta hanno cercato di farmi saltare, e stavolta ho rovesciato il banco in testa a chi si fingeva mero esecutore di burocrazia, scomodando sindacati, dividendo la scuola in fazioni e soprattutto strombazzando a voce ALTISSIMA che io sapevo PER CHI e PERCHÉ volevano schiodarmi dalla mia cattedra. È stato tanto difficile che solo da poco ho smesso di avere paura e agitarmi.
Adesso la preside C. è lontana, la DSGA non mi rivolge più la parola fingendo che io sia una macchia sul tappeto, ma io circolo per i miei corridoi senza più guardarmi alle spalle. Alcuni colleghi, tra cui il Magnifico, il Genuino, la Spessa, Into the wild, sono arrivati dopo e non capiscono i non detti. Quelli che li sanno si mantengono neutrali (il Gigante), stanno a prudente distanza (il Troll), o solidarizzano (la Pallida, la Brava Crista). La Preside Chic ha cercato di insinuare la sua voce in una questione che mi riguardava e ha preso una portata in faccia: sulla porta c'era scritto "oltre questa linea siete in territorio di Castagna, adeguatevi". Se lo è tenuto per detto. Poi credo di non esserle antipatica. Ma francamente, direbbe qualcuno, me ne infischio.
Comunque tutto questo preambolo era per dire che di scuola, proprio di scuola in generale, bisogna tornare a parlarne, dopo dieci anni di ruolo e soprattutto dopo le ultime due terze. Perché ci sono delle cose che una volta funzionavano, ma ora non funzionano più. E ci sono delle novità nelle materie, nel modo di lavorare, nella posizione del governo, nelle didattiche, nel contorno che tanto influenza la scuola. E ci sono consapevolezze nuove che vengono a me dall'esperienza, dagli scorni con i colleghi di materie simili, dall'arrivo di colleghi più giovani, da tanti diversi stimoli che ho ricevuto, o che mi sono cercata, in tempi recenti.
È il momento di tirare un bel bilancio e riscrivere i comandamenti interiori che ogni professionista si pone come guida.
domenica 23 aprile 2017
sabato 15 aprile 2017
Vacanze di Pasqua, day two and three: fiducia e scossoni
Le cinque di pomeriggio, quando lui non c'è, sono l'ora dell'attacco d'ansia. Perfino adesso che tante cose sono cambiate. Ne farei a meno, ma pazienza, me lo tengo per me, so esattamente che sparirà non appena un breve ritornello al pianoforte annuncerà il suo messaggio WhatsApp. L'ansia si trasformerà in bisogno di muoversi e riorganizzare casa, cena, etc. E poi sentirò il familiare frullo d'ali nel petto quando lui metterà le chiavi nella porta.
Se guardo a questi giorni di vacanza, comunque, non posso lamentarmi. Dopo la prima sera con le amiche anti-MIUR, ho passato una buona mezza giornata sui miei monti.
L'antica Dolomite proiettata per caso in mezzo alle Alpi Cozie mi guardava impassibile, coperta di neve su tutto un lato, mentre facevo yoga su un prato e ascoltavo il vento sibilare tra gli abeti.
Anche stavolta rivedendo il paesaggio e sentendone i profumi ho preso congedo da mio padre, ho preso congedo anche dal mio cane, che tanto amava la montagna, ho preso congedo da quella che ero io prima come ormai faccio ogni singolo minuto. Ma ho anche ritrovato le mie basi: nell'attimo esatto in cui lui è arrivato in paese e, scorgendomi seduta sul muretto col sole sui capelli, mi ha sorriso.
Poi c'è stata una normale mattina a casa, di quelle col bucato, la colazione fatta con calma e qualche pagina sugli apparati del corpo umano da far studiare alla Princi. E poi ho aspettato un'ora con lui per dei raggi in un centro analisi, e poi abbiamo visto una casa. Da fuori. Forse una casa per noi, forse soltanto un miraggio mio: ma lui era al mio fianco e questa è l'unica cosa che importa.
Oggi l'ho fatta vedere alla Princi e ne ho avuto una pessima reazione, completata immediatamente dalla richiesta di dormire dal fidanzato. Risposta, ovviamente, no. Come sempre quando si nota che qualcosa tra me e l'Uomo potrebbe rimettersi a funzionare, lei deve dare uno scossone, non sia mai che ci dimentichiamo che lei esista e ricominciamo a fare la coppietta...
Molti sono i pensieri che mi sono passati per la testa in queste ore, da molti sono estremamente rattristata. Ha ragione Cavallino a dire che non mi capisce, non so più nemmeno io che persona sono, in effetti. Ho trovato pace solo sul tappetino dello yoga, dove credo che dovrei rimanere ore e ore, anzi finito di scrivere ci tornerò.
Ma ieri sera da Guru Cri abbiamo estratto come al solito le nostre carte, all'inizio della lezione e poi alla fine. Ame all'inizio è uscita la parola fiducia, e la frase che c'era scritta sotto diceva testualmente: "non resistere a ciò che è in arrivo per te". Alla fine della lezione, con un altro mazzo di carte in inglese la parola uscita è stata trust. Ho pensato che non solo devo averla, questa fiducia, ma devo riuscire a manifestarla. Per questo oggi ho portato la Princi a vedere dal di fuori la casa che forse andremo a vedere anche dall'interno. Forse ho sbagliato.
Gli altri non riescono a vedere le cose da dove le vedo io, nessuno ci riesce. Senz'altro non ci riescono i più direttamente coinvolti, e nemmeno i più lontani. In pratica sono sola con i miei miraggi, con le mie speranze, con la fiducia che ci sto mettendo e da sola devo gestire gli scossoni. Ok, comunque avere visto l'ultima puntata della prima stagione di The leftovers non aiuta, sarò scema che mi causo del dolore così.
Ma sono le cinque, sta per finire la partita a Genova e tra poco mi scriverà, posso farcela anche oggi, direi.
Se guardo a questi giorni di vacanza, comunque, non posso lamentarmi. Dopo la prima sera con le amiche anti-MIUR, ho passato una buona mezza giornata sui miei monti.
L'antica Dolomite proiettata per caso in mezzo alle Alpi Cozie mi guardava impassibile, coperta di neve su tutto un lato, mentre facevo yoga su un prato e ascoltavo il vento sibilare tra gli abeti.
Anche stavolta rivedendo il paesaggio e sentendone i profumi ho preso congedo da mio padre, ho preso congedo anche dal mio cane, che tanto amava la montagna, ho preso congedo da quella che ero io prima come ormai faccio ogni singolo minuto. Ma ho anche ritrovato le mie basi: nell'attimo esatto in cui lui è arrivato in paese e, scorgendomi seduta sul muretto col sole sui capelli, mi ha sorriso.
Poi c'è stata una normale mattina a casa, di quelle col bucato, la colazione fatta con calma e qualche pagina sugli apparati del corpo umano da far studiare alla Princi. E poi ho aspettato un'ora con lui per dei raggi in un centro analisi, e poi abbiamo visto una casa. Da fuori. Forse una casa per noi, forse soltanto un miraggio mio: ma lui era al mio fianco e questa è l'unica cosa che importa.
Oggi l'ho fatta vedere alla Princi e ne ho avuto una pessima reazione, completata immediatamente dalla richiesta di dormire dal fidanzato. Risposta, ovviamente, no. Come sempre quando si nota che qualcosa tra me e l'Uomo potrebbe rimettersi a funzionare, lei deve dare uno scossone, non sia mai che ci dimentichiamo che lei esista e ricominciamo a fare la coppietta...
Molti sono i pensieri che mi sono passati per la testa in queste ore, da molti sono estremamente rattristata. Ha ragione Cavallino a dire che non mi capisce, non so più nemmeno io che persona sono, in effetti. Ho trovato pace solo sul tappetino dello yoga, dove credo che dovrei rimanere ore e ore, anzi finito di scrivere ci tornerò.
Ma ieri sera da Guru Cri abbiamo estratto come al solito le nostre carte, all'inizio della lezione e poi alla fine. Ame all'inizio è uscita la parola fiducia, e la frase che c'era scritta sotto diceva testualmente: "non resistere a ciò che è in arrivo per te". Alla fine della lezione, con un altro mazzo di carte in inglese la parola uscita è stata trust. Ho pensato che non solo devo averla, questa fiducia, ma devo riuscire a manifestarla. Per questo oggi ho portato la Princi a vedere dal di fuori la casa che forse andremo a vedere anche dall'interno. Forse ho sbagliato.
Gli altri non riescono a vedere le cose da dove le vedo io, nessuno ci riesce. Senz'altro non ci riescono i più direttamente coinvolti, e nemmeno i più lontani. In pratica sono sola con i miei miraggi, con le mie speranze, con la fiducia che ci sto mettendo e da sola devo gestire gli scossoni. Ok, comunque avere visto l'ultima puntata della prima stagione di The leftovers non aiuta, sarò scema che mi causo del dolore così.
Ma sono le cinque, sta per finire la partita a Genova e tra poco mi scriverà, posso farcela anche oggi, direi.
giovedì 13 aprile 2017
Vacanze di Pasqua day one: trova le differenze
Sì beh, praticamente sta finendo l'anno, qua.
Stamattina ho aperto gli occhi e mi sono sentita come in uno di quei cartoon in cui al personaggio arriva in testa un pianoforte dal terzo piano di un palazzo. Baaaam, l'angoscia.
È che non so da dove iniziare. Potrei scendere dal letto e farmi la tinta. Oppure andare in ufficio e smistare e correggere pacchi di prove. Oppure fare yoga. Oppure uscire a camminare. Oppure starmene a letto. Oppure piangere. Ma anche ridere di gusto, come ieri sera alla cena con le colleghe. Con la Pallida, la Bottadicoca e la Caramella abbiamo un sodalizio bellissimo che riesce addirittura a vincere la nostra proverbiale resistenza a uscire. La Pallida si schioda da sotto il plaid, lascia il suo bellissimo fidanzato Bovaro sul divano e esce in jeans strappati, la Bottadicoca si schioda dal marito Pallalpiede e dal figlio-cozza e esce in giacca e ombretto perlato, la Caramella mette uno dei suoi leggendari vestitini e avvisa i suoi figli che non ci sarà, poi guarda meglio: non ci sono nemmeno loro.
La più difficile da schiodare da casa, anche se in tacco sette, ovviamente sono io, se c'è l'Uomo. E sono anche quella che rischia di mollare una cena sul più bello perché quella testa di travertino della Princi litiga col Tipello Tenero e scende dalla sua auto di notte in posti improbabili, rifiutandosi di risalirci. Ieri sera si è fatta venire a prendere dal padre della sua migliore amica, visto che l'Uomo era a Genova e io lontana da Asti ben 15 chilometri, e non mi ha nemmeno avvisato perché non voleva disturbare la mia serata fuori. Infatti mi ha chiamato il Tipello stesso preoccupatissimo e molto avvilito. Io l'ho raggiunta a casa e le ho detto che il numero di girarsi e andarsene in piena notte, per cortesia, lo faccia quando avrà la patente e una macchina.
Comunque, tra molte traversie, appunto ieri sera si è fatta vita. E ci voleva, cazzo se ci voleva dopo le placche in gola, la zia in ospedale, le molte settimane di lavoro senza orari per coprire colleghi assenti, e questa botta di caldo che ci ha tutti fiaccati e stravolti anzitempo. Però poi stamattina mi sveglio con un senso di fastidio e realizzo subito il perché: girandomi per abbracciare l'Uomo trovo il comodino, non sono nella mia metà di letto, cazzo che casino c'è in questa stanza, che ore sono? Merda, le sei meno venti, e ora che faccio di me stessa nelle 12 ore che mi separano da lui? E mi piombano addosso come macigni tutti i pensieri, che ultimamente hanno il vizio di ripresentarsi in ordine sparso ma di riguardare gli ultimi tre anni interi, come se qualcuno avesse scritto un Bignami di quanto accaduto e poi avesse staccato tutte le pagine e le avesse mischiate ottenendone un mazzo di carte. Mentre guido verso la scuola, ascoltando gli Skunk Anansie, il banco decide quali carte devo guardare, e io tiro dei bilanci sulla mia vita sentimentale che spesso mi lasciano, più che triste, allibita.
Oggi mi é uscita una mano particolarmente sfortunata. Ma è normale, perché se lui non c'è è tutto difficile, e me ne accorgo meglio di prima visto che lui c'è molto di più. Perché adesso la coperta, anche se è cortissima, abbiamo imparato a tirarla fino a coprire le dita dei piedi, e mi sono abituata a questo tepore, alle sue mani che la notte mi trovano, alle sue assenze punteggiate di messaggi WhatsApp, a non controllare ossessivamente gli accessi sul telefono e ad aspettare da due a quarantotto ore per avere la risposta vera alle mie proposte, che molto più spesso del previsto è un sì, basta che io non mi agiti mentre aspetto.
Mi sono abituata anche a molto altro. E non è sempre cosa buona, comunque era evidentemente cosa necessaria. Sto. Come dicevamo tre anni fa con la Frenci: "E quindi?" "Quindi niente...sto". Come ho risposto al Magnifico quella terrificante volta in cui mi ha chiuso nello stanzino del caffè: "Come stai, tu?" "Sto."
Che non è mentire. Mentire sarebbe dire "Bene".
Non è neanche rispondere. Non esiste quasi più nessuno a cui io risponda davvero quel che penso, a meno che non sia mio amico da oltre vent'anni o che non sia laureato in psicologia e seduto dietro una scrivania. Faccio all'incirca tre eccezioni l'anno, via messaggio, rispondendo qualcosa di molto vicino al vero quando arrivano segnali dai pianeti distanti su cui viaggia, lontanissimo da qui, la creatura venuta dallo spazio. Lascia il tempo che trova e non toglie più il sonno ed il fiato, ma è ancora piacevole, meglio senz'altro che incontrarsi per caso e vedere il rimpianto per tutti gli errori fatti passare negli occhi di entrambi.
Potrei, in effetti, sedermi sul bagnasciuga e lasciare che queste onde che non fanno male ogni tanto mi tocchino, che il sale si incrosti sulla pelle, che il sole tramonti e sorga, senza troppa agitazione. La verità è che funziona tutto molto bene finché lavoriamo, ma le vacanze mi fanno un po' paura. Non so mai se l'Uomo voglia passarle con me. Poi mi abituo allo stare senza fretta dei giorni di ferie, ma soprattutto dell'Uomo che non scappa più, e allora tornare al lavoro mi pesa orribilmente. Di fondo, il punto è che ho disimparato a guardare in prospettiva: ogni giorno è un universo in cui può succedere di tutto, ormai ne sono assolutamente certa, però questo modo di vedere, che mi ha permesso di non morire, è anche limitante, a volte francamente spaventoso, come oggi. Oggi che è ferie ma io non ho qui lui, e quindi sto come se fossi in piedi nel parcheggio di Scuolina Rosa, altro posto evidentemente maledetto dagli dèi, e non sapessi se sto entrando a far lezione o uscendo per andare a casa.
Da qualche parte bisognerà cominciare, anche oggi. E intanto nella mia testa si smazzano le carte con tutti i fotogrammi di situazioni e persone degli ultimi anni, e poi mi guardo come sono ora, e penso: trova le differenze.
Stamattina ho aperto gli occhi e mi sono sentita come in uno di quei cartoon in cui al personaggio arriva in testa un pianoforte dal terzo piano di un palazzo. Baaaam, l'angoscia.
È che non so da dove iniziare. Potrei scendere dal letto e farmi la tinta. Oppure andare in ufficio e smistare e correggere pacchi di prove. Oppure fare yoga. Oppure uscire a camminare. Oppure starmene a letto. Oppure piangere. Ma anche ridere di gusto, come ieri sera alla cena con le colleghe. Con la Pallida, la Bottadicoca e la Caramella abbiamo un sodalizio bellissimo che riesce addirittura a vincere la nostra proverbiale resistenza a uscire. La Pallida si schioda da sotto il plaid, lascia il suo bellissimo fidanzato Bovaro sul divano e esce in jeans strappati, la Bottadicoca si schioda dal marito Pallalpiede e dal figlio-cozza e esce in giacca e ombretto perlato, la Caramella mette uno dei suoi leggendari vestitini e avvisa i suoi figli che non ci sarà, poi guarda meglio: non ci sono nemmeno loro.
La più difficile da schiodare da casa, anche se in tacco sette, ovviamente sono io, se c'è l'Uomo. E sono anche quella che rischia di mollare una cena sul più bello perché quella testa di travertino della Princi litiga col Tipello Tenero e scende dalla sua auto di notte in posti improbabili, rifiutandosi di risalirci. Ieri sera si è fatta venire a prendere dal padre della sua migliore amica, visto che l'Uomo era a Genova e io lontana da Asti ben 15 chilometri, e non mi ha nemmeno avvisato perché non voleva disturbare la mia serata fuori. Infatti mi ha chiamato il Tipello stesso preoccupatissimo e molto avvilito. Io l'ho raggiunta a casa e le ho detto che il numero di girarsi e andarsene in piena notte, per cortesia, lo faccia quando avrà la patente e una macchina.
Comunque, tra molte traversie, appunto ieri sera si è fatta vita. E ci voleva, cazzo se ci voleva dopo le placche in gola, la zia in ospedale, le molte settimane di lavoro senza orari per coprire colleghi assenti, e questa botta di caldo che ci ha tutti fiaccati e stravolti anzitempo. Però poi stamattina mi sveglio con un senso di fastidio e realizzo subito il perché: girandomi per abbracciare l'Uomo trovo il comodino, non sono nella mia metà di letto, cazzo che casino c'è in questa stanza, che ore sono? Merda, le sei meno venti, e ora che faccio di me stessa nelle 12 ore che mi separano da lui? E mi piombano addosso come macigni tutti i pensieri, che ultimamente hanno il vizio di ripresentarsi in ordine sparso ma di riguardare gli ultimi tre anni interi, come se qualcuno avesse scritto un Bignami di quanto accaduto e poi avesse staccato tutte le pagine e le avesse mischiate ottenendone un mazzo di carte. Mentre guido verso la scuola, ascoltando gli Skunk Anansie, il banco decide quali carte devo guardare, e io tiro dei bilanci sulla mia vita sentimentale che spesso mi lasciano, più che triste, allibita.
Oggi mi é uscita una mano particolarmente sfortunata. Ma è normale, perché se lui non c'è è tutto difficile, e me ne accorgo meglio di prima visto che lui c'è molto di più. Perché adesso la coperta, anche se è cortissima, abbiamo imparato a tirarla fino a coprire le dita dei piedi, e mi sono abituata a questo tepore, alle sue mani che la notte mi trovano, alle sue assenze punteggiate di messaggi WhatsApp, a non controllare ossessivamente gli accessi sul telefono e ad aspettare da due a quarantotto ore per avere la risposta vera alle mie proposte, che molto più spesso del previsto è un sì, basta che io non mi agiti mentre aspetto.
Mi sono abituata anche a molto altro. E non è sempre cosa buona, comunque era evidentemente cosa necessaria. Sto. Come dicevamo tre anni fa con la Frenci: "E quindi?" "Quindi niente...sto". Come ho risposto al Magnifico quella terrificante volta in cui mi ha chiuso nello stanzino del caffè: "Come stai, tu?" "Sto."
Che non è mentire. Mentire sarebbe dire "Bene".
Non è neanche rispondere. Non esiste quasi più nessuno a cui io risponda davvero quel che penso, a meno che non sia mio amico da oltre vent'anni o che non sia laureato in psicologia e seduto dietro una scrivania. Faccio all'incirca tre eccezioni l'anno, via messaggio, rispondendo qualcosa di molto vicino al vero quando arrivano segnali dai pianeti distanti su cui viaggia, lontanissimo da qui, la creatura venuta dallo spazio. Lascia il tempo che trova e non toglie più il sonno ed il fiato, ma è ancora piacevole, meglio senz'altro che incontrarsi per caso e vedere il rimpianto per tutti gli errori fatti passare negli occhi di entrambi.
Potrei, in effetti, sedermi sul bagnasciuga e lasciare che queste onde che non fanno male ogni tanto mi tocchino, che il sale si incrosti sulla pelle, che il sole tramonti e sorga, senza troppa agitazione. La verità è che funziona tutto molto bene finché lavoriamo, ma le vacanze mi fanno un po' paura. Non so mai se l'Uomo voglia passarle con me. Poi mi abituo allo stare senza fretta dei giorni di ferie, ma soprattutto dell'Uomo che non scappa più, e allora tornare al lavoro mi pesa orribilmente. Di fondo, il punto è che ho disimparato a guardare in prospettiva: ogni giorno è un universo in cui può succedere di tutto, ormai ne sono assolutamente certa, però questo modo di vedere, che mi ha permesso di non morire, è anche limitante, a volte francamente spaventoso, come oggi. Oggi che è ferie ma io non ho qui lui, e quindi sto come se fossi in piedi nel parcheggio di Scuolina Rosa, altro posto evidentemente maledetto dagli dèi, e non sapessi se sto entrando a far lezione o uscendo per andare a casa.
Da qualche parte bisognerà cominciare, anche oggi. E intanto nella mia testa si smazzano le carte con tutti i fotogrammi di situazioni e persone degli ultimi anni, e poi mi guardo come sono ora, e penso: trova le differenze.
martedì 4 aprile 2017
Ci vorrebbe un amico
Prendete una professoressa, giovane q.b., brava q.b., stronza q.b.
Mettetela nella stessa scuola per dieci anni, facendole mantenere il diritto di cattedra grazie a una normalissima e assolutamente legittima ascesa lungo la graduatoria, sudata il giusto. Ma facendole, in modo del tutto inconsapevole e involontario, pestare la coda a un gruppetto di persone che contava su appoggi politici e scambi di favori, e che aveva promesso proprio quella stessa cattedra alla figlia di qualcuno di importante.
Aggiungete una famiglia complicata, molti, molti, molti chilometri, una crisi coniugale coi fiocchi, una figlia adolescente in affido, un alieno seduttore e devastatore di professoresse, la morte improvvisa di un'amica, e dieci anni, appunto, di sbattimento per guadagnarsi una nicchia nella suddetta scuola.
Condite con l'ambizione, probabilmente cretina e ingiustificata, di diventare vicepreside.
Poi uccidete la suddetta professoressa, il 23 maggio del 2015. E se proprio volete fare un figurone coi vostri ospiti, levatele il gatto e il cane per raggiunti limiti di età e salute, e una simbiosi col cugino che, distorta quanto si voglia, l'aveva però mantenuta per un po' in grado di funzionare, a livelli almeno minimi.
Ecco cosa avrete davanti circa due anni dopo la morte della professoressa. Un blog abbandonato a se stesso. Due terze portate all'esame malamente, col programma che fa acqua da tutte le parti e pacchi di prove archiviati dopo una correzione sommaria. Un diploma di maestra di yoga che mantiene debolmente attive le funzioni vitali di una specie di vegetale. Una geisha che fa il pane o la pasta fresca alle cinque e quarantacinque di mattina e non dice più, da mesi, quel che preferirebbe tra uscire e stare a casa, tra guardare un film d'amore e una serie horror, tra andare in montagna e fare una gita al centro commerciale, perché la cosa importante è finalmente diventata solo una, e le priorità, tutte le priorità, anche quelle relative al lavoro ed alla figlia, si sono riscritte in ordine diverso, categorico e chiarissimo.
Improvvisamente si è colto il perché di una sottomissione femminile alla quale per decenni si era opposta una resistenza ideologica, caratteriale e addirittura fisica. Non che nella sottomissione stia la felicità. Ma non è neppure che ci stia l'infelicità. O forse a una morta basta di meno che a una viva. O forse sublimare l'amore per un uomo al punto di incenerirsi permette di rinascere con le ali, come la fenice, come Daenerys Targaryen dal rogo del suo khal. E guardare le cose dall'alto, da molto distante.
Forse.
Fatto sta che devo ancora raccontarvi l'Annus Horribilis di Scuolina Rosa. E questo anno successivo, che per tutto l'istituto è un anno di convalescenza e forse ripresa, pur con qualche sbalzo subitaneo di temperatura e pressione.
Fatto sta, inoltre, che talvolta alla professoressa morta servirebbe scendere dal drago con cui sorvola i cieli e tornare alla semplicità dei pomeriggi in cui scriveva il suo blog. O a riposare distesa sotto gli alberi, nel venticello fresco dell'estate in montagna. O semplicemente fare una chiacchierata con un amico, ma dovrebbe essere un amico nuovo, qualcuno che non la conosce ma a volte la indovina, che a volte si può rimbeccare perché sbaglia nel tentare di inquadrarla, ma abbastanza interessato a conoscerla davvero da fermarsi e insistere: dimmi cosa non ho capito. Abbastanza indipendente, poi, da non lasciarsi etichettare con una definizione, abbastanza paziente da aspettare che lei capisca. E superi la confusione dettata dalle di lui innegabili attrattive fisiche, dal fatto che non fa amicizia con un maschio da mille anni, dal fatto che sul lavoro non sappia mai se ci si può fidare.
Incontrare una persona così non poteva che terrorizzare una poveretta consumata dallo stress post traumatico. Ma incontrarlo cinque giorni su sette per mesi, lavorare per forza di cose nella stessa stanza, alla fin fine, ha permesso di scoprire una nuova dimensione del rapporto con un essere umano di sesso maschile e di aspetto attraente. La dimensione di un rapporto con un essere umano, appunto. Adesso la professoressa morta è contenta di non aver seguito il consiglio delle blogamiche, benintenzionate peraltro, in quanto consce della sua situazione di vita apparente, e di non essere saltata addosso al Magnifico. Una volta stabilito che persino nelle ristrette dimensioni del fatidico stanzino del caffè, che già fu galeotto tre anni fa, l'Uomo non viene oltraggiato né tradito, la povera fenice spennacchiata ogni tanto va ad appollaiarsi all'ombra di questo amichevole, flessuoso salice piangente e sta un po' lì, pare con reciproco beneficio.
Ce n'è stato abbastanza per sudare di spavento. Ma adesso si capisce che in questo strano mondo parallelo, dove i morti e i vivi camminano vicini, la fiducia non è assente e il finale non è scontato.
Non è un cattivo bilancio. Da morti si vedono più cose, dicevo appunto sopra. E la curiosità di imparare, anche se io sono Penelope, ce l'ho forte quanto Ulisse.
Che, tra parentesi, ora vado a svegliare. A Itaca è ora del caffé.
Mettetela nella stessa scuola per dieci anni, facendole mantenere il diritto di cattedra grazie a una normalissima e assolutamente legittima ascesa lungo la graduatoria, sudata il giusto. Ma facendole, in modo del tutto inconsapevole e involontario, pestare la coda a un gruppetto di persone che contava su appoggi politici e scambi di favori, e che aveva promesso proprio quella stessa cattedra alla figlia di qualcuno di importante.
Aggiungete una famiglia complicata, molti, molti, molti chilometri, una crisi coniugale coi fiocchi, una figlia adolescente in affido, un alieno seduttore e devastatore di professoresse, la morte improvvisa di un'amica, e dieci anni, appunto, di sbattimento per guadagnarsi una nicchia nella suddetta scuola.
Condite con l'ambizione, probabilmente cretina e ingiustificata, di diventare vicepreside.
Poi uccidete la suddetta professoressa, il 23 maggio del 2015. E se proprio volete fare un figurone coi vostri ospiti, levatele il gatto e il cane per raggiunti limiti di età e salute, e una simbiosi col cugino che, distorta quanto si voglia, l'aveva però mantenuta per un po' in grado di funzionare, a livelli almeno minimi.
Ecco cosa avrete davanti circa due anni dopo la morte della professoressa. Un blog abbandonato a se stesso. Due terze portate all'esame malamente, col programma che fa acqua da tutte le parti e pacchi di prove archiviati dopo una correzione sommaria. Un diploma di maestra di yoga che mantiene debolmente attive le funzioni vitali di una specie di vegetale. Una geisha che fa il pane o la pasta fresca alle cinque e quarantacinque di mattina e non dice più, da mesi, quel che preferirebbe tra uscire e stare a casa, tra guardare un film d'amore e una serie horror, tra andare in montagna e fare una gita al centro commerciale, perché la cosa importante è finalmente diventata solo una, e le priorità, tutte le priorità, anche quelle relative al lavoro ed alla figlia, si sono riscritte in ordine diverso, categorico e chiarissimo.
Improvvisamente si è colto il perché di una sottomissione femminile alla quale per decenni si era opposta una resistenza ideologica, caratteriale e addirittura fisica. Non che nella sottomissione stia la felicità. Ma non è neppure che ci stia l'infelicità. O forse a una morta basta di meno che a una viva. O forse sublimare l'amore per un uomo al punto di incenerirsi permette di rinascere con le ali, come la fenice, come Daenerys Targaryen dal rogo del suo khal. E guardare le cose dall'alto, da molto distante.
Forse.
Fatto sta che devo ancora raccontarvi l'Annus Horribilis di Scuolina Rosa. E questo anno successivo, che per tutto l'istituto è un anno di convalescenza e forse ripresa, pur con qualche sbalzo subitaneo di temperatura e pressione.
Fatto sta, inoltre, che talvolta alla professoressa morta servirebbe scendere dal drago con cui sorvola i cieli e tornare alla semplicità dei pomeriggi in cui scriveva il suo blog. O a riposare distesa sotto gli alberi, nel venticello fresco dell'estate in montagna. O semplicemente fare una chiacchierata con un amico, ma dovrebbe essere un amico nuovo, qualcuno che non la conosce ma a volte la indovina, che a volte si può rimbeccare perché sbaglia nel tentare di inquadrarla, ma abbastanza interessato a conoscerla davvero da fermarsi e insistere: dimmi cosa non ho capito. Abbastanza indipendente, poi, da non lasciarsi etichettare con una definizione, abbastanza paziente da aspettare che lei capisca. E superi la confusione dettata dalle di lui innegabili attrattive fisiche, dal fatto che non fa amicizia con un maschio da mille anni, dal fatto che sul lavoro non sappia mai se ci si può fidare.
Incontrare una persona così non poteva che terrorizzare una poveretta consumata dallo stress post traumatico. Ma incontrarlo cinque giorni su sette per mesi, lavorare per forza di cose nella stessa stanza, alla fin fine, ha permesso di scoprire una nuova dimensione del rapporto con un essere umano di sesso maschile e di aspetto attraente. La dimensione di un rapporto con un essere umano, appunto. Adesso la professoressa morta è contenta di non aver seguito il consiglio delle blogamiche, benintenzionate peraltro, in quanto consce della sua situazione di vita apparente, e di non essere saltata addosso al Magnifico. Una volta stabilito che persino nelle ristrette dimensioni del fatidico stanzino del caffè, che già fu galeotto tre anni fa, l'Uomo non viene oltraggiato né tradito, la povera fenice spennacchiata ogni tanto va ad appollaiarsi all'ombra di questo amichevole, flessuoso salice piangente e sta un po' lì, pare con reciproco beneficio.
Ce n'è stato abbastanza per sudare di spavento. Ma adesso si capisce che in questo strano mondo parallelo, dove i morti e i vivi camminano vicini, la fiducia non è assente e il finale non è scontato.
Non è un cattivo bilancio. Da morti si vedono più cose, dicevo appunto sopra. E la curiosità di imparare, anche se io sono Penelope, ce l'ho forte quanto Ulisse.
Che, tra parentesi, ora vado a svegliare. A Itaca è ora del caffé.
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