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venerdì 18 agosto 2017

No tenemos miedo (?)

Siamo sedute, io la Caramella e la Pallida, in attesa che la cena ci venga servita dagli undicenni reclutati dalla proloco di uno dei molti paesini della Valle delle Meraviglie. Festicciola locale, sera di giovedì, sfigata, poca gente, ma noi siamo accolte da abbracci e sorrisi di alunni, exalunni, fratelli e genitori dei suddetti. Aspettiamo che arrivi la Bottadicoca.

E la Pallida dice alla Caramella: "ma tuo figlio è a casa, vero?"
"Sì, è arrivato ieri."
"Minchia, menomale, pensa se era ancora là."
E io, bella fresca: "perché?"
"Ma non hai sentito cosa è successo a Barcellona?"

Io dapprima penso a una mia compagna del liceo, che ci vive e lavora, tra l'altro in ospedale. Stasera ho saputo che era in vacanza in Grecia.

Stamattina, parlandone con la Princi, che è preoccupata per sua madre e sua sorella, dato che tra poche ore saranno sul pullman per il Marocco, mi vengono in mente la Diavolessa che va in vacanza lì vicino, la creatura venuta dal lontano pianeta degli sbagli cosmici, che doveva andare a Ibiza, ma non so né quando né come, e insomma, che la Catalogna non è affatto una meta rara dove trascorrere le ferie estive.

Poi oggi butto un occhio alle notizie e resto brasata. Uno dei ragazzi italiani morti, quello che era in vacanza con la fidanzata, cazzo, é bellissimo. Ma non nel senso che faccio delle osservazioni futili, fuori luogo e anche un po' macabre. Nel senso che mi si rovescia lo stomaco: è una bellezza che conosco molto bene. È praticamente la copia senza lentiggini di mio marito quando l'ho visto la prima volta. Talmente uguale che d'istinto controllo la sfumatura di colore degli occhi, ma i suoi non sono di due verdi diversi.

Ci resto colpita. Ma è niente, zero, rispetto a come resto quando vedo le foto degli attentatori. Sono dei bambini. Identici a parecchi miei exalunni, a un fottio di amici di mia figlia. A vedere le quattro foto in fila, ho una sovrapposizione tra le faccette imberbi degli assassini e quelle degli exalunni che mi fanno capannello intorno alle feste di paese. Mi viene lo schifo. Non è giusto. Che muoia un venticinquenne con gli occhi verdi, e che questi qua non stiano alle feste di paese a chiacchierare coi loro ex prof. E che mia figlia mi dica con occhi tristi e tono isterico: "nel Corano c'è scritto da tutte le parti che i buoni musulmani devono essere i primi a portare la pace! Ma perché fanno così???"

giovedì 17 agosto 2017

Siediti sulla sponda del fiume e aspetta

"Se hai un nemico, non ucciderlo. Siediti sulla sponda del fiume e aspetta. Prima o poi vedrai passare il suo cadavere".

Questa utilissima massima (di chi? Confucio? Lao Tzu? Un Coelho di mille anni fa? Se lo cerco in internet troverò stronzate, tipo siti che la attribuiscono a J-Ax, a Rosy Bindi, a Tyrion Lannister? Ormai non mi fido più di nessuno, online e sulla carta stampata), questa utilissima massima, dicevo, me l'ha trasmessa mia madre quando ero piccola. Ed è buffo, perché mia madre, se parliamo di arte della guercra, è ben lontana dal guerriero della luce, dal samurai zen e anche da Kung fu Panda. È una che quando c'è da agire o si blocca o parte in quarta, lascia i segni dei pneumatici fusi sull'asfalto, salvo poi pentirsene spesse volte. Io ero come lei. Peggio anzi: con la sua furia di agire SUBITO unita alla sicumera di mio padre. Salvo poi non essere in gamba come mio padre, e sfracellarmi abbestia.

Ma se guardo la mia vita, mi pare che dai venticinque anni in poi non abbia fatto altro che ripensare a questa massima e sforzarmi di applicarla. Con notevoli scivoloni. Ma con costanza.
Poi beh, sono diventata mamma io. E ho imparato a mordere fortissimo il freno. E poi sono morta. E da morti, si sa, non si ha più fretta.

Sia come sia, Confucio, Lao Coso, il Buddha, insomma, quegli orientali là c'avevano proprio ragione.

Sto qui sulla riva. Fiduciosa. Ho già visto passare cadaveri di gente impensabile. E situazioni incredibili. Quindi credo nella massima di cui sopra. Attendo.

Sulla riva mi sono seduta con un certo agio. Non mi faccio mancare niente. Mi sono arredata il mio nido di ragno con cura meticolosa.

Ci sono ore e ore passate a stendere sul terrazzino, chiacchierate in notturna e gite di sightseeing selvaggio con la Fraulein, degustazioni, yoga, sigarette, maschere per il viso, uno studio sistematico del mio guardaroba con l'aiuto di quella gran figata dei Vivienne Files, se non conoscete digitate immediatamente, ci vediamo tra un mese, quando ne uscirete.

Ci sono pochi ma ottimi romanzi e racconti gialli e un noir angosciante di Patrick McGrath. Non riesco praticamente mai a finire un romanzo, io che da viva non saltavo una riga, però ce l'ho fatta con Camilleri e Manzini, e con qualche racconto.

Si sente l'arrivo dell'autunno, l'odore delle immissioni in ruolo e delle chiamate annuali, e io sono seduta qui à déjeuner sur l'herbe tutta nuda, con lui tutto vestito, e sto sulla sponda fingendo abilmente di aver organizzato un fantastico picnic.

Che poi non so quanto stia davvero fingendo, e quanto sia invece lungimirante nell'aspettare con espressione placida, come la ragazza del quadro, che anche lui si denudi. In fondo lo ha già fatto, ha smesso di fingersi ben nascosto dietro il suo risibile filo d'erba, ed è stato un sollievo. Sono io. È lui. Siamo noi. E ce ne siamo andati a cena in uno dei posti più nostri, quello che abbiamo scelto per dire ai miei che ci sposavamo.

Chi ci capisce è bravo.

Esiste un prato oltre questo fiume, solitario e silenzioso, davanti alla nostra montagna, io e te ci siamo stati insieme, e possiamo tornarci, rimanerci, se lo vogliamo. Esiste un materasso alto e sodo su cui dormire messi a cucchiaio. Esiste cenare con due fette di strudel guardando i monti cambiare colore. Esiste guardarsi negli occhi fino a dove si riesce a scendere, e io l'ho fatto di rado perché era pericoloso, per me che resto presa ogni volta come un pesce all'amo e mi riempio la bocca, lo stomaco, i polmoni di sangue. Ma adesso lo voglio fare molto di più, lo voglio fare continuamente.

Esiste tutto questo, io l'ho appena visto, me lo hai di nuovo fatto vedere tu. E se era un gioco di specchi per farmi rimanere sulla sponda, invece che volare via, non lo so. Forse mi renderò conto che era questo, e arriverà il momento di quel volo solo andata. Io lo so, che può anche andare così.

E quasi sicuramente sarà il B, il piano da attuare, e ci vorrà dell'altra pazienza. Quella cosa che io NON HO, in dotazione, per cui devo rubarla, prenderla a prestito ipotecando il mio vero essere, cercare uno spaccino di quartiere che me ne venda una dose alla volta.

D'altra parte, mi sono preparata tutta la vita per essere all'altezza di non fuggire davanti al dolore. Che senso avrebbe, proprio ora, lasciarsi scivolare nel fiume, e essere io quel cadavere. Che passino pian piano quelli degli altri. Uno alla volta, cortesemente, che devo guardarli bene.



giovedì 3 agosto 2017

Transazione negata

Così può capitare, un giorno d'estate, che dalla fessura del Bancomat non escano più soldi e la carta, strisciata in un negozio di intimo, sia rifiutata dal dispositivo. E guardi partire tua figlia per la sua prima vera vacanza senza genitori, col Tipello, un'altra coppia interetnica, interreligiosa e intercontinentale di amici, e i biglietti del traghetto. Poi a piedi nell'afa di città te ne vai a fare una mini spesa coi punti rimasti da scalare all'Esselunga, e ti senti leggera come un palloncino sospeso a un filo. Il filo è attaccato a una base di piombo che tira verso il centro della terra con prepotenza. Non vai da nessuna parte. Ma sei vuota. E senza peso.

Torni a casa con un pacchetto di caffè. Indossi di nuovo il pigiamino di pochi centimetri quadrati grazie a cui speri di attrarre qualche coccola. Fai yoga sul pavimento del salotto fino a farti dolere ogni fibra. E ti imbarchi sulla nave-letto dove tu e l'Uomo passerete i prossimi giorni, cercando di non sforare dai giga previsti dal piano tariffario e di finire pazientemente le ultime puntate di due serie che non vi sono piaciute molto.

Il quartiere è popolato come al solito, ma passano meno macchine. Le giornate pigramente si srotolano tra pisolini, scambi di messaggi, vagabondaggi su Pinterest e Instagram, piccole medicazioni a piccoli acciacchi, video di yoga, cottura a fuoco lento di verdure e scavo sistematico di barattolini di gelato.

Stai lì e lo ascolti. E ti accorgi di come è tutto diverso adesso. Ora che pian piano vengono fuori le parole, le paure. Una crisi di adolescenza che è durata trent'anni si sta risolvendo, ora che un quarantaduenne si affaccia a prendersi le responsabilità: quali responsabilità? Tutte quelle che toccano tra i trenta e i cinquanta: essere contemporaneamente figli, genitori, lavoratori, coniugi, amanti, fratelli, colleghi, cittadini... Lui ci si affaccia, sembra a volte, con gli occhi di un ventenne stupito che tocchi finalmente a lui. Altre volte sembra schiacciato come un vecchio pieno di magagne dal peso di troppe incombenze che non vede l'ora di passare al prossimo. In mezzo, tu lo sai, c'è l'Uomo generoso e intelligente che hai amato per diciassette anni, quello che ti ha sostenuto e protetto, che ha adottato con te la Princi, ma è confuso, agitato, perso nella nebbia.

Tu al contrario, perchè avevi una famiglia diversa dalla sua, perchè avevi un altro carattere, perchè non sei mai stata piccola, forse, questa fase l'hai già avuta e ti ha incanutito i capelli e distrutto i denti e la tiroide, ma adesso, a quarantun anni, stai da non molto tempo guardando la medaglia dall'altro lato: è inutile che tu ti faccia salire il panico, perchè ormai tutte le grane vengono a te, quindi o stai in panico sempre, o non ci stai mai. Opti da parecchi mesi per la seconda, concedendoti solo alcuni strappi alla regola: quando qualcosa va molto storto con la figlia, o quando capitano tegole tra capo e collo, per esempio che rischia di saltarti la cattedra per la terza volta, o che il cane seduto ai tuoi piedi si ribalta improvvisamente su un lato e si fa venire una crisi epilettica di quattro minuti.

Così ascolti l'Uomo, che fa fatica persino a dire ad alta voce in quanti e quali casini è invischiato al momento. E di alcuni casini non vuoi proprio sapere, tu, con la tua brava sindrome da stress post traumatico, tu che hai vissuto come sotto le bombe per troppi mesi, non hai dormito una notte degna di questo nome per un anno e mezzo e ancora adesso hai gli incubi tutte, tutte le volte. Gente che muore incidenti tragedie violenza dolore. Tutte le sere? Tutte. A volte anche durante il pisolino pomeridiano.

Tranne in questi dieci giorni. Perchè in questi ultimi dieci giorni tra un sogno angosciante e l'altro hai sognato, quattro volte, cose di una bellezza talmente sbalorditiva da lasciarti dolorante tutto il giorno dopo.

La prima volta un paperotto ferito da curare. Di cui ti facevi carico tu, tra altre persone.
Al risveglio hai pensato: guarigione. Ti è già successo anni fa. Era un neonato abbandonato, quella volta. E decidere di prenderlo su significava: ce la faremo.

La seconda volta che eri nuda davanti a lui e ti lasciavi esplorare senza fretta e senza paura.
Al risveglio hai pensato: non ho paura. Poi lui ti ha detto che per parte della notte era stato sul divano, e hai pensato: ma ci sono stata davvero sul divano nuda davanti a lui? E glielo hai chiesto. Ha detto di no e sorrideva.

La terza volta che tornavi, da sola, dopo dieci anni, alla casa dove abitavate all'inizio, e c'erano tutti i tuoi libri che non ricordavi più di avere, anche se la libreria era piena di insetti. C'era una strana luce e andavi sul terrazzo, da cui non si vedeva più solo uno spicchio di mare tra i palazzi, ma un'intera distesa di onde composte e parallele dal colore grigioblu indefinibile, compatta sotto la luce da fine o inizio di tempesta, niente macchine che passavano sulla curva ma un silenzio totale increspato appena dal suono dello sciabordio, e non esisteva più la ringhiera, il terrazzo al quinto piano dava direttamente a strapiombo sull'acqua. Spettacolare. Immenso.
Al risveglio hai pensato: o mio Dio. Perchè quel mare era troppo da reggere. Troppo grandioso. E gli hai raccontato il sogno nei dettagli.

La quarta volta, stanotte, che ritiravate insieme degli esami medici dell'Uomo, e la dottoressa al bancone del ritiro analisi esordiva girando verso di te una striscia bianca con un quadrato rosso luminoso, e dicendo: intanto abbiamo una buona notizia per lei, ed ecco lì, il quadrato rosso voleva dire incinta. Incinta. Incinta. Batticuore. Sorriso sconcertato dell'Uomo. Incinta. Incinta adesso? Mentre va... così? E capivi che però dentro ti stava iniziando a sgorgare la felicità. E andavate via, scossi, ma tu stavi pensando che in qualche modo ce l'avreste fatta.
Al risveglio hai pensato: non posso dirglielo. Invece glielo hai raccontato. Che avevano fatto degli esami a lui, e avevano trovato che eri incinta tu. Ha sorriso con un sopracciglio inarcato. Non gli hai detto cosa avevi pensato nel sogno.

E ora li metti in fila, questi sogni. E pensi che questo bozzolo di lenzuola su cui e sotto cui stai trascorrendo l'intero mese di luglio stia per rompersi e far uscire finalmente una farfalla. E immagini un enorme orologio a pendolo e te che fermi il moto dell'asticella con una mano, supplicando gli dei di negarti la transazione ancora per qualche giorno, per restare qui in questo mondo sospeso, come quel terrazzo senza ringhiera che dava dritto sull'acqua, in questo piccolo spazio dove si parla a bassa voce e si respira lentamente, per non turbare il mistero della trasformazione.