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mercoledì 12 dicembre 2018

Dieci Natali su auleintempesta




2009

Otto anni fa il Natale, per mia sfiga, ha smesso di funzionare per me. Ho fatto del mio meglio per esserci per gli altri. Nei successivi sette sono scomparse delle persone: alcune portate via dalla Signora in Nero, altre andate via con le loro gambe, perchè i soldi sono più importanti della famiglia. Io ero al mio posto e ci sono rimasta, anche quando non ne avevo proprio voglia,sono riuscita a esserci tutti gli anni tranne uno. 

Non è colpa mia se di passione, nel volgere del tempo, ce ne ho potuta mettere sempre meno. 

Ma se quest'anno pesa a tutti, se quest'anno siete tutti un po' più disillusi, un po' più disincantati o un po' più vecchi, e nessuno ha voglia di festeggiare niente, non potete contare su di me per metterci l'ipocrisia di un entusiasmo che non esiste. 

Che Dio mi strafulmini se l'anno prossimo mi faccio fregare di nuovo. 

Il Natale sarà anche tante cose, ma non dovrebbe essere obbligatorio. 
Tanto meno doloroso e ingiusto, come sarà oggi per qualcuno.
Tanto meno litigioso.
Tanto meno finto.

2010

Pochi giorni prima scrivevo:


E mandare tutti affanculo, diventare fondamentalista islamica invece che buddhista non violenta, no??? 
Non avevo tutti i torti a essere preoccupata, ad agosto, se non sono bastati cinque mesi di preparazione a scongiurare l'ennesimo Natale in macchina e/o con corse da fare tra una casa e l'altra in mezzo Nord Italia. 

Poi in realtà il Natale 2010 è stato il primo della nuova serie: tra le cose che ho elencato come buone, figurano al primo posto la totale assenza di riferimenti religiosi, e guardate i due successivi.



2. Prepararci il pranzetto di Natale io e l'Uomo soli soletti nella nostra casa di Asti 

3. Restarsene in pigiama fino alle tre di pomeriggio

Il 2011 è l'anno in cui mi procuro uno strappo muscolare alle 12 della mattina di Natale, spostando molto opportunamente l'asse dei discorsi che mi coinvolgono da adozione adozione adozione a mettici del ghiaccio - no mettici la borsa dell'acqua calda.

 2012:

Non c’è soluzione. Non finirà mai. Dovrò aspettare di essere una vecchietta dimenticata in un ospizio.


Questo Natale 2012 evidentemente lo patisco parecchio, anche se poi col marito cerco di godermelo: in realtà il 2012 è stato l'anno in cui abbiamo iniziato a scricchiolare come coppia, ma io non l'ho percepito, cretina.

Il Natale 2013 AVREBBE DOVUTO ESSERE il primo con la Princi. La Princi il 16 dicembre è scappata di casa. Il cane aveva un tumore. Mio padre era in fin di vita. Ok, lasciamo stare il Natale 2013. Non conta. Non si può calcolare.

2014

Questo sì che lo contiamo. È il primo tutti e tre insieme. E anche l'ultimo. La mattina dopo, profeticamente, scrivo:

Fuori c'è tutto gelato. Domani danno neve. Qui siamo al sicuro, per un breve istante. Vorrei fermare il tempo, ma non si può.

2015


Buio. Dolore. Dolore. DOLORE.

2016

Non c'è piu Bontcho. Non c'è più la De. C'è una gattina color panna, ancora terrorizzata. C'è l'Uomo che dorme di nuovo a casa. Natale è rotto in mille pezzi. Ma c'è.

Con una madre ex cattolica buddhista, una figlia ex musulmana che segue religione, un padre afflitto e scoglionato del Natale, forse l'unica era non addobbare niente. Ma se l'anno scorso Castagna si è fatta un pomeriggio in ufficio a ruscellare lacrime sull'albero di Natale tutto argento e bianco che aveva messo su per l'Uomo, e in casa non ha messo niente per esplicita richiesta della Princi, quest'anno con mano un po' meno titubante se la sente di fare un micropresepe di statuine di tagua assai equa e solidale in cucina, dove lo vedono tutti, ed un altro privato, con cinque statuine in ceramica dell'Esselunga e un Buddha, sul tavolinetto della stanza matrimoniale, dove lo vedono solo lei e l'Uomo. Niente albero perchè quello andava fatto in ufficio, ma tra esame di yoga, gatto nuovo, festival e influenza il tempo è mancato. Si userà come scusa il fatto che, con un cucciolo di sei mesi in casa, è già tanto se non avviene il kidnapping di Gesù Bambino (già accaduto una volta, in casa degli Psicozii), figuriamoci le palline i festoni e le lucette. Lei dentro di sé comunque ha festeggiato solo il solstizio d'inverno, sforzandosi con tutta l'anima di teletrasportarsi a Stonehenge. 

2017

Piazza pulita di uomini e donne che portano disagio nelle nostre vite. Lui a casa, anche se fuori succede ancora di più, e di peggio: del resto, io sono molto più a casa di lui, ma è iniziato un processo irreversibile che sta modificando le carte in tavola, anche indipendentemente da cosa faccia lui.

Ancora grande confusione. Troppe domande. Troppi silenzi.

L'Uomo sceglie la notte tra Natale e il suo compleanno per avere un incidente con  la macchina. Toccando, direi, il fondo del suo viaggio agli inferi. Il giorno dopo però inizia la sua risalita, forse. Io sono ancora lì al suo fianco, lo guardo. E intanto riscopro la fede nei miracoli. Ma che fatica.

2018

Ed eccoci. Nonostante una sequenza preoccupante di Natali vissuti malissimo, questo chissà perché mi ispira fiducia. Forse perché per fortuna ormai del Natale non frega veramente più un cazzo a nessuno, e io me lo immagino alla stregua di un collegio docenti o un impegno col notaio, qualcosa che ti impegna per un pomeriggio e via. Non gradevole ma nemmeno troppo pesante. Almeno spero. Sono a anni luce dal fottermene anche tanto cosi di come andrà, e sono confortata dal fatto che anche gli altri non ne parlano e non si agitano. Nemmeno mia madre. Oh, poi magari finisce in tragedia. Solo che non credo sia significativo, ormai, se la tragedia capita il 25/12 o un qualsiasi altro giorno dell'anno. Da un lato, siamo attrezzati per la tragedia, qua. Dall'altro, sinceramente, una parte di me sa che il 2019 sarà l'anno di chiusura dei conti, quindi il Natale 2018 poco importa, importa molto di più aver mantenuto il proposito formulato a gennaio 2018: prendere quel che mi spetta in cambio di quanto ho dato. Che lentamente è diventato: prendo ciò che è già mio, perché me lo sono sudato e me lo merito. 

lunedì 26 novembre 2018

La madeleine che non bisognerebbe mai mordere

Breve premessa.
Quello che dicono delle dipendenze è assolutamente vero. Più assumi una sostanza più ne vorresti, se ne fai a meno per un po' poi ne puoi fare a meno anche a lungo.

La Castagna questa roba l'ha riscoperta quest'estate relativamente ai dolci, che peraltro si era già levata con successo a partire da settembre dell'anno prima. Lo step successivo sarebbe stato diminuire il caffè, ma poi la Castagna incontrato l'Orsone e diminuire il caffè è diventata un'opzione assolutamente non compatibile con la vita relazionale, soprattutto verso la fine dell'anno, quando l'unica persona della scuola con cui aveva voglia di relazionarsi a parte la Pallida era lui. Sempre nello stesso periodo alla fine dell'anno scolastico, in cui le cose a scuola andavano di merda,  la Castagna ha ricominciato a mangiare dolci dalla macchinetta, e lì si è fregata anche la parte di disintossicazione che era già stata portata a termine.

Comunque tutto questo era solo per dire che, mentre col caffè penso che dovrò rinunciarci, perché ormai è una condanna aa vita, con i dolci ci sto riprovando, a smettere dico. E visto che ho commesso l'errore di mangiarne di nuovo e faccio molta fatica a togliermeli, sto a lentamente sostituendo i cioccolatini e le merendine della macchinetta con cose più sane.

Per esempio questa sera, dopo cena, ero da sola, ero nervosa, me lo meritavo e allora ho deciso di farmi del pane e miele.

Ho tostato 2 fette di pane del Mulino Bianco nel fornetto e le ho lasciate involontariamente bruciacchiare sul bordo. Poi le ho considerate in modo critico e mi sono chiesta: "Ok, non sono abbastanza bruciate da essere cattive da mangiare, ma lo sono abbastanza da essere cancerogene?"

E a quel punto mi è venuto in mente che per tutta la vita, al mattino, mio padre ha voluto, insieme al caffelatte e a volte a un  frutto, delle sottili striscioline di pane del giorno prima, che mia madre gli metteva in uno scaldabrioche fino a farle un po' abbrustolire. Era il pane della solita panetteria che a me non piaceva assolutamente, un po' crudo, un po' troppo salato e secondo me anche cattivo di sapore, ma al mattino tostato così e con un po' di marmellata faceva la sua porca figura. Pensandoci papà ci spalmava sopra sia il burro che la marmellata. E tra l'altro, prima dello scaldabrioche mia madre aveva una piccola graticola di ferro nero completamente carbonizzata dall'uso, per tostare le famose striscioline. Ora, i miei genitori erano entrambi medici, e non mi risulta affatto che mio padre sia morto di cancro. Di cancro ci è morta invece la zia più giovane, quella che faceva una vita sanissima e faceva sport anche a 70 anni suonati, stava attenta a tutto quello che mangiava e si controllava i valori regolarmente. Cancro del pancreas, quel tipo di diagnosi per la quale bisogna sempre ricordarsi di avere in tasca una capsula di cianuro. Perché semmai un giorno un medico mi dovesse dire che ho un cancro al pancreas, io la inghiottirei nell'ascensore dell'ospedale, piuttosto che stare così, che dover arrivare a casa e dire ai miei cosa li aspetta. Anzi, non nell'ascensore dell'ospedale, nel parcheggio, così non mi trovano in tempo.

Solo che, a parte le tristi riflessioni sulla morte orribile della zia, il pensare alle striscioline di pane di papà col burro e la marmellata, in contemporanea con il profumo delle fette tostate, mi ha dato una mazzata terribile. Come al solito mi sono messa a parlargli. Ti ricordi papà le striscioline di pane col burro e la marmellata al mattino? ti ricordi le fettine d'arancia tagliata sottile con lo zucchero sopra alla sera? Ti ricordi il pisolino in poltrona dopo pranzo? Ti ricordi quando salivo in vespa dietro di te? Ti ricordi papà la cena per i tuoi 80 anni, alla quale mi sono presentata con un vestito di lino color corda senza niente sotto, perché avevo 25 anni, ero bellissima magrissima giovanissima e immensamente felice? Ti ricordi la casa delle bambole? ti ricordi i melograni del giardino? Papà? Ti ricordi?  Mi manchi tanto. E più le cose qui sono difficili, più mi manchi.

Mannaggia al pane tostato.

domenica 25 novembre 2018

Il lazzaretto, un grande albero che non è ancora nato, e il ponte di corda

BastianaBaldassarraBucci si arrotola una ciocca di capelli intorno a un dito e tira con violenza. Si dimentica di scrivere. Si fa male.

L'Infanta Imperatrice mette in bocca tappi, evidenziatori, goniometri, angoli di squadrette. Li mastica fino a spezzarli.

Lo Scassamaroni mima i prodromi di un attacco epilettico. Che potrebbe anche avere, quindi estote parati, in realtà è ansia, oppure noia, perché è gravemente iperattivo, ma bisogna prenderlo sul serio.

Alfred Molina mi comunica serenamente: "Ho di nuovo mal di testa. E mal di pancia."
"Che facciamo, N.? Chiamiamo casa? Ce li teniamo?"
Sa  cosa deve dire, quindi tace. E arranca per arrivare a scrivere alla stessa velocità degli altri.

Sawyer sta con la faccia sul banco. "A., stai male?" Non proferisce suono. "A.???" "Ho sonno, prof." "Basta là però, stai su." "...e mal di pancia." "A., tu non hai mal di pancia. Hai un'ora di grammatica."

Sull'armadietto di classe campeggiano due disegni. Uno, opera della Fatina, raffigura il virus grosso come un bambino che ci siamo presi tutti il primo mese di scuola, io inclusa, e che è stato battezzato Gianpiero. Con la enne. Gianpiero è verde e sorride, emanando cuoricini. L'altro disegno, della BastianaBaldassarraBucci, rappresenta Pablito, un virus viola che invece piange, con l'aria malatissima. Sono le due patologie di cui si può soffrire in prima B. Chi ha preso Giampiero è a scuola e vorrebbe andare a casa. Chi ha preso Pablito è a casa e non può venire a scuola.

Qualche giorno fa, sulla porta, incontro la Yilmaz, la mia nuova collega di matematica simpaticissima e molto in gamba, che mi dice: "Pensavo di far mettere un'acquasantiera qui all'ingresso, per benedire gli infermi". Al che io ricambio, dicendole che avevo pensato di mettere sulla porta un cartello con scritto Sede distaccata Istituto pediatrico Giannina Gaslini.

In consiglio di classe la Yilmaz mi fa morire dal ridere, sostenendo con aria serissima che forse è l'aula che è malsana. Io ribatto: "Ma se quello è il corridoio più luminoso e aerato della scuola!" e lei: "Ho capito, ma la classe sarà costruita su un cimitero indiano, evidentemente."

Intanto a casa il giorno è un silenzio teso, pieno di domande, di pensieri che rimbalzano come piccole cariche di tritolo nel cervello e fanno scoppiare emicranie. È silenziosa anche  la notte, il silenzio è nero e profondo, e però in quel buio siamo aggrappati l'uno all'altro e ci sono le sue mani, il suo respiro, tutti quei sogni colorati ed estremi, sia nell'essere belli che nell'essere spaventosi.

Poi io mi sveglio e penso che non voglio iniziare un'altra parentesi grigia e angosciosa, che voglio che sia già sera per tornare a raggomitolarmi con lui.  E visto che adesso si può, mi impegno a cucire il silenzio e il buio caldo della notte con la notte successiva, costruendo un ponte di corde sopra uno strapiombo, con mille piccole fibre raccolte qua e là. 

Poltrire in letto abbracciati, con le gatte in mezzo e di fianco.  Due ore di guida tra boschi e stradine. Lanciare le castagne ammuffite dal finestrino lungo le prode  boscose, sperando che un giorno almeno alcune diventino alberi. Leggere vecchie lapidi. Scaldare la torta di riso. Far assaggiare alla Princi un formaggio nuovo.

Intreccio le fibre anche quando mi sanguinano le mani. Forse non dovrei. Forse di corda dovrei costruirne solo una, con cui lanciarmi oltre la gola scoscesa, salvarmi arrivando di là senza di lui. O rimanerci impiccata, altra possibilità da tenere presente. Ma al mattino, quando ancora non ho messo giù il primo piede dalla zattera e gli squali sono a distanza di sicurezza, sembra chiaro che quel ponte io vorrei agganciarlo alla parete opposta dell'abisso e percorrerlo con lui.

Da qualche parte nei boschi, tra una chiesa romanica e l'altra, una caldarrosta mancata forse diventerà un grande castagno, perché noi non l'abbiamo voluta buttare via. Io vivo di queste cose, e anche lui.

sabato 24 novembre 2018

Tra parentesi

Signori e signore, benvenuti a una nuova manche di "Chiamiamo le cose col loro nome".

Perché tu lo sai come si chiama questo. 

Lo sai, vero, Castagna? Lo hai già visto. Lo hai vissuto. 

La digestione che va a farsi fottere: sia che mangi sano sia che esageri, sia che tu abbia tutto il tempo e l'agio sia che tu ti nutra seduta in macchina, sia che tu scaldi surgelati o produca manicaretti. 

Quei mal di testa.

Quelle lacrime.

Quelle idee fisse. 

Gli incubi.

Arrivare a casa dopo solo quattro ore di lavoro con una stanchezza smisurata nei muscoli. Metterci un giorno o due a recuperare una tirata di quattro ore in autostrada, o una giornata 8/19 di scuola.

I cambi di programma, perché qualcosa dentro si ribella e ti incolla alla ceramica di un bagno.

E quell'animale che sbatte impazzito contro le costole, all'improvviso, come per uscire.

Okay. Ci sei di nuovo dentro fino al collo. Benissimo. 

Hai delle scusanti, certo. La tua vita si svolge tra parentesi, nell'attesa di qualcosa che ora come ora non sai se avrai. Al palo della famiglia che porti avanti nonostante tutto. Col dubbio che le poche buone idee che hai avuto per te stessa vengano inficiate da una stronzata burocratica. 

Le forze possono mancare, dopo anni di battaglie. Servirebbero, per stare bene, cose così belle e semplici che, a pensarci, piangi il doppio.

Ma adesso hai quasi 43 anni. Una figlia. Quarantacinque alunni. Delle allieve di yoga. Dei colleghi giovani che chiedono dritte. Gente che si aspetta che tu, senza se e senza ma, ce la faccia. E infatti, ce la fai. Ma con una creatura che ti mangia le viscere da dentro. Come allora.

Okay, non è andata come pensavi. Okay, sei diventata quello che sei diventata. Okay, la vita fa vomitare a volte. Okay, intorno a te i quarantenni hanno tutti la stessa faccia: quella di gente che non si è ancora ripresa dal colpo, dopo aver scoperto quanto fossero fragili le basi su cui aveva costruito. Gente che era partita per essere indipendente, forte e felice, e adesso è lì con debiti, figli in braccio, cuori infranti, inganni, compromessi, alimenti da pagare, carriere da reinventare. Gente che adesso lo fa, si reinventa. Ma a che prezzo.

A te e all'Uomo, pensandoci, non è neanche che sia andata davvero male, anzi, dai. Guarda il musino caparbio della Princi, guarda la tovaglia coi girasoli in cucina, guarda il cuore rosso pulsante che lui ti ha appena mandato via WhatsApp, guarda gli amici, guarda la coperta della Nonna Infera distesa sul vostro letto. Guarda quanto amate il vostro lavoro e i vostri hobby e abbi l'onestà di dirlo: conosci un sacco di gente a cui è andata peggio, almeno per ora.

È questo fatto che le prospettive siano così nebulose a farti stare male. La Princi non lo sa. E tu ti domandi se lui invece lo veda, poi ti domandi perché te lo domandi, quando sai benissimo che lui vede tutto.

Okay.

...quindi, adesso?









mercoledì 24 ottobre 2018

L'acqua azzurra di fronte a Nassau

(Grazie mille, collega Perboni. Ho sempre i commenti disattivati. Non so perché.)

La nave pirata è ripartita. L'acqua azzurra di fronte a Nassau è calma e non mostra tracce di imbarcazioni. Ma dalla finestra della sala prof una donna guarda il parcheggio e sa cosa succederà. Non riattraccherà più alla riva verdeggiante, la nave pirata. Ma un cargo si allontanerà verso il continente e a bordo, probabilmente, ci sarà lei.

Castagna guarda la sua scuola. Guarda il corridoio nord, con vista campetto da beach volley e palestra. E statale. E torrente.
Nel corridoio nordest non ci lavora da qualche anno. È felicemente tornata al corridoio di sudovest, luce, alberi fuori dalle finestre, non si vede più il campanile lassù in cima, perché la recinzione del campo sportivo ormai è sovrastata dalle piante.

Castagna guarda il parcheggio nero d'asfalto nuovo, lavato dalla pioggia, sotto nuvole buie, anche se sono le dieci di mattina. Pensa alle volte in cui in quel parcheggio ha alzato gli occhi e li ha messi negli occhi di qualcun altro, quando il parcheggio era polveroso, e il sole batteva. Alle albe che ha fotografato, quando il freddo tagliava a pezzi il piazzale e il cielo era celeste giallo arancio e rosa. Alle borse di libri che ha trasportato attraverso la riva erbosa, bagnandosi i piedi di rugiada.

Pensa ai molti passi che ha fatto verso l'ingresso di una scuola, a partire dal lontano anno Domini MM, e alle volte che ha svuotato i cassetti per andare via e un portone si è chiuso dietro di lei per l'ultima volta.

Piange spesso. Ma probabilmente partirà. La nave salpa in estate, ma i biglietti si fanno in primavera e bisognerà, se si decide, iniziare a fare i bagagli nel cuore dell'inverno, quando ci sarà il rinnovo del consiglio di istituto.

Intanto i segni del dissidio interiore scavano nel quotidiano, e si fanno sentire anche fuori. A Castagna partono degli emboli preoccupanti.

Oggi, dopo essere uscita sfuriando dalla stanza e aver fatto battere in ritirata perfino il Gigante, la Castagna scriveva appunto al Gigante stesso:

"Ciao, senti, come ti avevo detto ho fatto richiesta tramite diario alle famiglie degli alunni di seconda  B di venire al completo alla riunione delle prime, ho bisogno che tutti i genitori sentano come si sta comportando la classe. Stamattina in 50 minuti sono riusciti a farsi sgridare per qualsiasi cosa (v. nota 1), non c'è quasi più modo di tenerli quando non hanno la testa abbassata sul quaderno a scrivere. Non erano  così fuori controllo l'anno scorso (v. nota 2) e ho bisogno che i genitori se ne rendano conto. Approfitto del fatto che devono conoscere i docenti nuovi, anche perché questa è una classe di famiglie che l'anno scorso non si perdevano un'occasione per venire a parlare.
Poi giuro che mi ritiro nelle mie materie e lascio al Genuino il suo posto di coordinatore , anche perché io sono uscita distrutta dalla terza dell'anno scorso e ho davvero bisogno di poter contare su qualcun altro adesso (v. nota 3). Ma così non si lavora più (v. nota 4).

Vedasi, infatti, * asterisco a piè di pagina.


Nota 1
Non credo di aver mai autorizzato un mio alunno a passare il tempo di una lezione di storia a creare coi protocolli una busta di carta, da attaccare tra le gambe di due banchi distinti per usarla come cestino. Ne che lo abbia mai fatto un qualsivoglia mio collega.

Nota 2
Per forza. Perché io, l'Orsone e la Pallida li tenevamo giù con la frusta.

Nota 3
Finché non è arrivata gente a darmi man forte con sincera amicizia e seria collaborazione professionale (la Bottadicoca, la Fraulein, l'Orsone, la Pallida), non mi ero mai accorta di quanto fossi sola in quella scuola. Ora lo so.

Nota 4
E credo che aver lanciato il registro per aria, al minuto 50 della lezione di storia in cui, per la TERZA volta, picchiavo duro per far entrare nelle loro teste la differenza tra monarchia e repubblica, in effetti NON COSI' IMPORTANTE, sia significativo di quanta fatica si faccia a tenerli.



 * asterisco a piè di pagina

Indovinate chi è stato convocato la mattina dopo in presidenza e si è sentito assegnare il coordinamento della seconda.




sabato 6 ottobre 2018

La Regina Matrigna

Essendo temporaneamente priva di connessione Internet su comoda chiavetta, la Castagna ormai detta i suoi post al telefonino quando viaggia. Questo fa sì che molte volte abbia la testa presa dietro alle sue questioni personali familiari sentimentali genitoriali economiche karmiche eccetera eccetera eccetera. O interrompa la dettatura al blog per ascoltare Bryan Adams (sì, che c'è? Allora? Mica obbligo anche voi. Ho una fase regressiva. Sono fatti miei).

Molto più raramente, la Castagna guidando raccoglie le idee relativamente ai ragazzi, che peraltro quest'anno sono molto molto meglio dell'anno scorso.

L'anno scorso, la Castagna, senza l'Orsone, la Pallida, la Fräulein e un po' di coraggio raccattato faticosamente a yoga, e senza il fatto che per fortuna l'Uomo, nel corso dell'anno, diventasse lentamente più presente, non  ce l'avrebbe fatta, sul serio.

La prima erano ventisei scatenati privi di senso e la terza un'altra quasi trentina di anime in pena,  intente a farsi sospendere, a fare le prime roventi esperienze sessuali e a mentire in modo sistematico a tutti i professori inclusa lei. E lei sputava sangue.

Ma quest'anno è partito molto peggio, perché la Castagna non ne aveva più voglia, di lavorare coi colleghi che l'anno scorso le hanno fatto cappotto agli scrutini e stilettata nel cuore agli esami.

I nuovi primini, in realtà, sono bellissimi e le vogliono molto bene. Quelli di seconda sono completamente inselvatichiti, privati della loro trimurti di riferimento, e invano qualcuno invoca la Pallida, ella non torna, e neppure l'Orsone. Bisogna tenersi l'Ottocentesca e il Genuino. E una Castagna inferocita che imperversa, e la sua parola in effetti è la sola legge che in quel Far West della seconda B venga ancora rispettata.

La faglia che separa il corridoio A dal B si è ulteriormente allargata e resa profonda, e la Castagna sente che dopo gli ultimi anni ha davvero visto troppe volte le stesse manovre, perciò si muove avvolta nelle fiamme verdastre della Regina Matrigna e non fa mistero di non avere la minima voglia di avere a che fare con alcuni colleghi. Mentre, tutto sommato, cerca di essere decente coi nuovi arrivati. Ma dentro di sé prepara decisioni drastiche e analizza ogni propria mossa, in modo da non trovare nessuno che si frapponga tra lei ed il suo obiettivo, e cioè essere lasciata in pace nel proprio mestiere e, magari, ogni tanto sentirsi pure dire che il suo contributo fa differenza, visto che, a tirare le somme, la fa.

martedì 25 settembre 2018

Primo giorno d'autunno

Ed arrivo il primo giorno d'autunno, per celebrare il quale giustamente la Castagna si mise in macchina, diretta a Via del Golf 13. C'erano alcuni importanti novità nella sua vita, di cui non si vedeva assolutamente la presenza, ma che avrebbero potuto diventare interessanti a breve. Diciamo che era come avere un giardino seminato di bellissimi fiori e non si vedeva neppure una fogliolina, un germoglio, fare capolino dalla terra, ma ci si credeva, ci si voleva molto credere.

La Castagna, per esempio, stava riflettendo seriamente sul suo futuro a Scuolina Rosa, dopo l'evidente scempio del suo rapporto col Gigante e diverse altre difficoltà, che aveva deciso di essere troppo stufa di affrontare. Alla Castagna non piace perdere e non piace darsi per vinta, è una tenace e lo ha dimostrato in moltissimi campi della sua vita, più di quelli che sembrino a guardare dall'esterno. Spesso è stata confrontata dalla sua famiglia con i suoi fallimenti, o meglio le le sue marce indietro. A casa Castagna, soprattutto il padre sembrava non aver mai iniziato una cosa senza finirla, e il giudizio sui rinunciatari era impietoso. Spettacolare il numero di volte in cui la Mater, negli anni, ha ricordato alla Castagna che non è mai andata a dare l'esame di ammissione alla Normale di Pisa, pur essendosi preparata per mesi. E spettacolare il numero delle volte in cui la Castagna ha alzato gli occhi al soffitto, o fissato un punto a cazzo del pavimento, e alzato un sopracciglio che significava: grazie agli dei che non ci sono andata, pensa tu la mia vita se per disgrazia lo passavo, quell'esame.   Spettacolare anche il numero di volte in cui suo padre si è preoccupato per gli sport che cominciava e non voleva portare avanti, e spettacolare l'impegno che la Castagna ci ha messo in tutti quelli che invece amava, il nuoto, il tennis e lo yoga, in momenti diversi della sua vita.

Quindi a conti fatti, e a dispetto del parere di alcuni,  alla Castagna viene più facile stringere i denti e non mollare, piuttosto che cambiare strada. Se uno conta i grandi passaggi della sua vita è evidente.

Tuttavia bisogna saper perdere, bisogna sapersi allontanare da un campo di battaglia dove non si può ottenere nessun risultato, e bisogna saper dire addio. E forse verrà poi il momento di salutare Scuolina Rosa.

C'è tempo ancora per pensarci, e intanto però la Castagna si sente provare la sua forza e la sua resistenza nel volo, e si domanda dove atterrerà. E intanto escono altre cose dalle profondità della terra, sotto forma di iniziative della Princi, sotto forma di proposte dell'Uomo, sotto forma di cambiamenti della Mater.

La Castagna assiste a tutto questo e sa di aver avuto una parte in ognuno di questi cambiamenti e sviluppi. Forse sta per raccogliere i frutti di un lungo lavoro. Del resto si era parlato del 2018 come dell'anno in cui bisognava lasciar cadere tutto e farsi dare, in cambio della propria fatica, qualche aiuto. E  riscuotere qualche restituzione.



martedì 11 settembre 2018

Rispondendo a Macabea

[Non si sa perché ma dallo smartphone mi è fatto divieto di postare un commento al mio stesso post. E io ho finito la pazienza il 2 settembre duemiladiciassette]

Ordunque, da poco ho fatto una riflessione dovuta alle notevoli sportellate in faccia che ho preso a giugno dai miei colleghi, e a un po' di altre cose. Credo che alle volte, più che andare fisicamente altrove, sia giusto darsi il permesso di andare. Pensare come se.

Alle volte è perché si è già deciso e poi si va veramente. Altre volte è solo per decolpevolizzare un desiderio e vedere come si sta, all'idea. Aiuta a ragionare senza tabù, paturnie, limiti imposti da terzi. Libera le proprie vere direzioni.
Ne parlerò prossimamente per quanto riguarda la mia scuola...

Forza & coraggio Macabea.

Castagna con uno scazzo che, a collegarla a un alternatore, ci illumini mezza Tokyo.

domenica 9 settembre 2018

"È venuta per te"

Il cinque agosto, Madonna della Neve, ben lungi dal contemplare montagne innevate, sono uscita a camminare da sola, verso le dieci di sera, perché aveva fatto un caldo indecente tutto il santo giorno. E ho fatto bene. Per due motivi: uno, dal giorno successivo il caldo sarebbe diventato così atroce che non saremmo più riusciti a muovere un passo che non fosse motivato da esigenze di sopravvivenza. E due, perché sono uscita sola e tornata con un pezzo di me stessa che non sapevo di avere lasciato in giro.

Vagava su un cavalcavia. Miagolava alle persone, alle auto. In parecchi si sono fermati ad osservarla, lei attraversava la strada senza criterio per raggiungerli, poi riprendeva a gironzolare. Le ho parlato. È saltata su una panca in pietra e ci si è seduta, guardandomi senza ostilità. L'ho presa in braccio. Ero a piedi, per cui ci sono voluti tre quarti d'ora, una scatola di cartone della Heineken trovata vicino a un bidone del vetro e centinaia di miagolii per arrivare a casa. Ma non ha tentato di scappare. Dopo un po' ha anche smesso di spuntare dalla scatola e strillarmi in faccia, si è accucciata sul fondo. Era stanca.

Quando siamo entrate nel portone del palazzo ha guardato le scale con evidente interesse e sollievo. Una casa! Ecco!

In bagno, ha sbranato mezza ciotola di croccantini, poi si è ricordata delle buone maniere ed ha iniziato a fare le fusa fortissimo. Un'intera ciotola d'acqua dopo, era pronta per crollare. Ho provato a uscire dal bagno. Negativo. È un contralto, e sa come usare le corde vocali. Mi sono seduta per terra: si è accomodata vicino alla mia coscia, su un asciugamano, e addormentata. Ho tentato di nuovo di uscire, ma che ve lo dico a fare? Alle quattro di mattina mi sono svegliata lì, a pancia in giù con la faccia sulle piastrelle.

Io li ho fatti e messi in giro, i volantini. Era evidentemente il gatto di qualcuno. Ben tenuta, sterilizzata. Ci ha messo due giorni a riprendersi da caldo, stanchezza, fame e sete, ma girava per casa, in macchina e dal veterinario con naturalezza. Mi risulta difficile credere che l'abbiano abbandonata, è chiaro che a casa sua spendevano soldi per lei e nessuno la trattava male. Si sarà persa. O forse è morto qualcuno che le voleva bene, e gli altri partivano per le ferie, e non sapevano che farsene di una stringa di liquirizia malamente spruzzata di giallastro.

È brutta. Magrina, macchiata male.  Tranne quando ti guarda fisso con quegli occhi immensi che brillano come gioielli. Allora tutti restano stregati: ha la regalità di un'imperatrice somala, una sapienza infinita nello sguardo, torna subito alla mente che gli Egizi veneravano i gatti come divinità.

Io ci ho messo meno di mezza giornata a rendermi conto che ha un quoziente intellettivo da paura. Ascolta ogni sillaba che diciamo, e non c'è il minimo dubbio che capisca tutto. Ha intuito in un nanosecondo le dinamiche di potere tra le altre gatte, completamente soggiogato la piccola, che la adora, e con la grande si è comportata con la glaciale sicumera che adoperava Margaret Thatcher nei confronti dei minatori gallesi. Mio marito, avendone considerato l'evidente e imperturbabile indisponibilità a smuoversi o emozionarsi per alcunché che non la riguardi, la chiama amorevolmente Stiky, abbreviazione di Sticazzi. Io le sto ancora cercando un nome, credo si chiami Cathy, ma non ho dubbi che prima o poi mi lascerà lei stessa sul tavolo di cucina un foglio in carta intestata con il suo atto di nascita e le sue generalità.

Non è così importante chiamarla, se non per distinguerla dalle altre due,
ma in tal senso basta dire "la nera".
Del resto, non è che arrivi, se non ne ha voglia, a differenza degli altri due cuccioli di foca batuffolosi che ci seguono ovunque. Ma per me il punto è che non ho mai la sensazione di doverla chiamare, di doverle dire. Lei c'è, lei capisce, lei comunica. La sua presenza è una solida montagna nel mio paesaggio, lo era dopo poche ore dal nostro primo incontro. Credo lo abbiano capito tutti, qualcuno addirittura al telefono, che cosa mi è successo appena ci siamo guardate  negli occhi. "Tienila" mi ha detto gente che non c'entrava niente. "È tua, non puoi darla via" ha detto la Fata Romena appena entrata in casa. "È venuta per te" ha detto Guru Cri.

Non lo so. Io ho amato tutti i miei animali, moltissimo. Non posso prendere un gatto ogni volta che la mia vita attraversa un momento pesante. Ma lei c'è. Io conosco questo senso di presenza indiscutibile, questa pace, l'appianamento di ogni discussione, di ogni resistenza, per averlo provato in campo amoroso con gli esseri umani. Io so di essere veramente innamorata quando un uomo, nella mia vita, semplicemente è, ed io non trovo più una logica alla vita che facevo senza. E conosco questa certezza di poter utilizzare solo un'occhiata per capirsi nel profondo, per averla provata con mio padre e con mia figlia. Quindi, in barba a chi dice "è solo un gatto", o "un altro gatto?", io so che il cinque agosto è stato messo al suo posto un pezzo che mi mancava. E lo sa anche lei.




sabato 8 settembre 2018

Debbo riperderti e non posso

L'autunno è quasi tra noi. Ci si addormenta con lenzuolino, coprilettino leggero e, talvolta, con parecchio Uomo sulla schiena.

Poi ci si gira a pancia in giù, e il sonno diventa profondo. Poi ci si rigira su un fianco, e cominciano gli incubi. Ponti autostradali. Guardrail. Macchine in corsa. Persone della mia vita che se ne sono andate. Nel senso di andate, e io non volevo, quindi quando mi sveglio devo smettere di pensarci. Nel senso di morte, e la devastante telefonata dall'aldilà di mia zia è solo un esempio, quindi quando mi sveglio devo pensare che non ci penso abbastanza.

Si parla nel sonno, si piange. Quattro e mezza, cinque, ci si sveglia con l'angoscia. E l'istinto di fare subito qualcosa che interrompa questo disagio. 

Poi però esco dalla stanza e c'è lui, l'autunno. Vuol dire che, a metter fuori la roba dei gatti, mi accorgo che non soffoco, anzi ci vuole la vestaglia. Un pochino di nebbia e luci dolci. Colazione sul divano. Accettazione faticosa della dura realtà: si comincia fin dall'alba a messaggiare con chi, come me, lotta per dare un senso alla propria esistenza. Questo ha un significato solo: sono entrata in pista anche oggi. Dopo circa un'ora si torna in letto a cercare di ricominciare con un abbraccio, anche oggi. Di lì a poco ci si veste, pettina e prepara, e si va in scena.

Molte mattine guardo il telefono e penso solo: no. Adesso no, non rispondo, non inizio la giornata, non curvo la schiena, oggi no, oggi faccio una follia. Poi la caffettiera, la nebbia, il divano. La strada, la sala prof, la classe.

Qua e là sono affascinata da un dettaglio. La nuova gattina (sì, ora sono tre) che mi si avvicina per una carezza. Lui che mi dice "è il primo giorno di scuola!" e  mi abbraccia. Il colore del cielo. Una voce al telefono. Il profumo di mia figlia.

Più spesso assisto senza commenti al mio vivere nell'acquario, separata da tutto da un vetro spesso. D'autunno è comunque molto meglio, anche così. C'è un inizio, ci sono le foglie, c'è speranza.

Poi però mi chiudo uno sportello di cucina su un dito e avrei voglia di girare sui tacchi e andare via. Stiro una maglietta e piango. Vado al lavoro e conto i giorni che devono passare prima del prossimo weekend via da tutto.

Lo voglio davvero passare, un altro anno così?

No, non credo. 

sabato 18 agosto 2018

Il fiore del cardo

Io me lo ricordo, di avere collegato le incredibili, bellissime strutture triangolari sotto cui passavamo ogni venerdì e ogni domenica all'immagine sul pacchetto dei ciungai preferiti di mia madre, che ce li aveva sempre in borsa, probabilmente per non fumare, o per non mangiare. Mi ricordo di avere chiesto qualcosa su questo collegamento, e di aver sentito mia madre rispondere dal sedile davanti che il ponte disegnato sul pacchetto non era quello, ma quello in America. Comunque per spiegare a chiunque, genovese o frequentatore occasionale di Genova, di che viadotto si parlasse quando si parlava di quello sul Polcevera, tutti noi dicevamo "il ponte di Brooklyn" e la gente capiva, anche se ci era passata una volta sola.

Molti anni dopo, quando da Genova Ovest imboccavo lo svincolo e mi immettevo sul ponte, non mi lasciavo alle spalle solo il centro, ma anche tutta la mia vita di albarina, per correre tra le braccia del mio amore in quel di Sestri. Facevo solo quel tratto, Genova Ovest - Genova Aeroporto, che praticamente coincide quasi per intero col ponte, ma intanto ogni volta smettevo di essere figlia, ragazza, studentessa, man mano diventavo adulta, donna, moglie.

Mia figlia, che non ha mai vissuto a Genova, quando percorrevamo il ponte in arrivo dal Piemonte cambiava posizione sul sedile, come me, e come me prendeva un respiro, perché il ponte voleva dire essere arrivati.

Credo che dovrò andare a guardare coi miei occhi le macerie, il moncone, per rendermi conto che non c'è davvero più. E' inconcepibile. Come era inconcepibile guardare due, tre vigili del fuoco alla volta arrampicarsi con movimenti che sembravano lentissimi sulle gigantesche porzioni di cemento, come formichine disorientate. Come è inconcepibile che qualcuno sia sopravvissuto, che qualcuno sia volato giù e si sia polverizzato senza il tempo di formulare un pensiero, che qualcuno sia rimasto ore vivo e ferito, in mezzo a quella specie di mostruosa torre di cubi buttati giù dalla manata di un bambino smisurato. Come è inconcepibile che la gente domani, ai funerali, non prenda a sassate gli stronzi che pontificano, che parlano di soldi e che rimpallano le responsabilità. Come è inconcepibile che non ci mettano in fila tutti i pompieri, i medici, i sommozzatori, i poliziotti, gli infermieri, i vari membri dei reparti speciali, che in queste ore hanno fatto le veci di Dio, il quale, come è evidente, non esiste o se esiste è girato di là, per permetterci di abbracciarli tutti uno per uno, di dire grazie, cazzo sì persino gli sbirri, anche se forse solo per stavolta, vorrei abbracciare, solo per non essersi messi a correre lontano inorriditi e avere avuto il fegato e lo stomaco di rimanere lì a lavorare in quell'apocalisse. Come è inconcepibile che non lo ricostruiscano lì, il ponte.

Se fosse per me, idealmente, lo ricostruirei davvero proprio lì. Nello stesso punto, con un progetto migliore, facendo venire, cazzo ne so, l'architetto giapponese che se ne capisce di antisismica e di strutture che sfidano la gravità, molto simile esteticamente però. Vietato ai mezzi pesanti. E colorato. Costruito coi nostri soldi, coi soldi della gente, da non dover dire grazie a nessuno, che si fottano i politici e i Benetton e tutti i palazzinari che se la ridono quando crolla qualcosa in Italia. Un ponte su cui ogni Genovese possa scoppiare in lacrime di tristezza e di orgoglio la prima volta che ci passa. Un ponte per la gente, perché i Genovesi se lo meritano. I Genovesi come quello che ha portato, alle tre e mezza di mattina, la focaccia a quanti scavavano e rimuovevano blocchi di calcestruzzo e indagavano con le sonde nelle voragini. Un ristoratore di Albaro, c'è scritto, quindi uno che avrebbe potuto portare qualsiasi cosa, della pasta, dei dolci, un intero menu, e invece ha portato otto teglie di focaccia profumata, perché quello che bisognava nutrire non era il corpo, era il senso di appartenenza, la simpatia, la condivisione, che uno che ha vissuto a Genova può identificare al primo colpo in una striscia di focaccia tiepida, unta il giusto, salata il giusto, morbida il giusto, sbocconcellata in piedi sorridendo. Quando l'Uomo mi ha fatto vedere questo tweet, eravamo in mezzo a un reparto dell'Ikea a Collegno, ma mi sembrava di sentire l'odore della nostra focaccia, e di vedere nella luce dei fari delle ruspe l'espressione di gioia sul viso delle persone accaldate e stanche.

Noi intanto eravamo alle prese con diverse cose nostre, minori per impatto ma molto serie da dove le vedo io. Mentre ancora il camioncino verde del Basko stava lì fermo, sopra quell'orrendo trampolino di asfalto a strapiombo sulla morte, io e mia madre, in montagna, aspettavamo in silenzio, con tutto il paese, l'arrivo del carro funebre che portava alla chiesetta un uomo da tutti molto amato e con tutti molto affettuoso. Aveva una trentina d'anni quando ho iniziato, col gruppo di amici di allora, a cenare nella sua pizzeria l'ultima sera prima delle partenze di fine vacanza, e neanche sessanta ora che gestiva un ristorante prestigioso, dal clima accogliente, dove il rapporto coi clienti era tutto basato sulla sua cortesia e il suo modo di fare accattivante. Uno di quei posti dove la gente andava con regolarità a festeggiare compleanni e anniversari sapendo di avere la giusta atmosfera, anche noi ci abbiamo fatto il settantesimo della Mater. Da tempo, l'Uomo aveva legato con lui e anche col fratello, nel cui bar andavamo a esercitare il nostro inglese, guardare il campionato britannico e sorseggiare strepitosi Irish coffee.

Non credevo di piangere, invece l'ho fatto, perchè quando ho visto arrivare la bara mi ha colpito un dettaglio, i fiori. Che da lontano sembravano, per forma e colore, un mazzo di erbe di prato, di quelle che crescono lì intorno e profumano il paese fin nel suo centro. Infatti, visti da vicino, erano fiori coltivati, ma comprendevano margheritoni bianchi e tanti, tanti fiori di cardo. Il nostro amico era inglese, non scozzese, quindi il cardo poteva voler significare solo una cosa, non il richiamo alla terra natia, ma l'omaggio alla montagna tanto amata. Ho pianto. Perché io capivo molto bene cosa legava al paese il nostro amico nato oltre la Manica, e perché ero sicura di non essere la sola a notarlo. L'Uomo è arrivato in ritardo, mia madre lo guardava abbastanza in cagnesco perché sa quanto sono stanca e triste di passare le estati così, e guardava me pensosamente. Lui la bara l'ha vista quando ci è ripassata davanti, perché la chiesa e il sagrato erano stracolmi, e noi la messa in due lingue l'abbiamo intuita vagamente, dai gracidii dell'altoparlante che arrivavano fin sulla piazzetta. E ha detto: "Che bei fiori…" In quel momento avrei voluto dire a mia madre: "Ecco, lo vedi perché? Perché sono ancora con lui, perché alla fine è solo con lui che posso voler stare tutta la vita? Perché lui vede le cose che vedo io." Non avevo dubbi su quel che intendesse con "che belli", ma poi ce lo siamo anche spiegati, quando siamo rimasti soli. Era appunto quel che avevo pensato io. Che poi, nella mia mente, qualche ora dopo ho collegato la bellezza ruvida del cardo alla focaccia delle tre di notte ai piedi del disastro, al sorriso della mia gente coraggiosa, al ricoprirsi di spine per andare avanti, al mettere fuori un fiore tutto spettinato e strano mentre si resiste al vento.

lunedì 6 agosto 2018

Affronto agosto ardendo

(Avevo dimenticato, nella lista dei motivi per cui odio l'agosto in città, una cosa ovvia. Tu aspetti per ore il buio per trovare pace ai capogiri da caldo e addormentarti in una parvenza di respiro, ma con le finestre aperte tutto quel che succede in strada ti succede in camera. Bambini e annesse madri. Cani. L'altra notte un regolamento di conti tra due gatti è andato avanti venticinque minuti. Motori. Frenate. Sirene. Risate. Risse. Gente che tromba nel palazzo di fronte. La discoteca delle piscine in lontananza. Solo che non puoi accendere la luce e concentrarti su un bel romanzo, perché date le temperature tropicali dalla finestra entrerebbe di tutto, le zanzare le metcalfe le coccinelle i condor i boa constrictor le scimmie urlatrici o, somma ansia, uno dei robusti pipistrelli che pattugliano i cieli con impegno, passando a volo radente lungo il tuo terrazzo.Così finisce che esci tu, con un pc con lo schermo illuminato al minimo, e ti dedichi alle tue riflessioni e a esercizi letterari. L'ultima estate che ha fatto così caldo, ho portato avanti il romanzo che sto scrivendo da nove anni fin quasi a finirlo. Ma senza finirlo.)

Cose che comunque, poveretta, mi sforzo lo stesso di portare avanti in queste settimane, fingendo di farcela 

1. Il corso di perfezionamento da 1500 ore in Letterature comparate. Sì, ok, faccio poche pagine al giorno, a volte, ma in campagna, in montagna, e l'altro giorno che faceva 39 gradi e sono fuggita verso un paese dotato di panchine all'ombra, ho dato ottime botte alle dispense. Anche perché sono interessantissime: non tanto per una loro reale qualità intrinseca, ma perché il mio cervello viene stimolato a RICORDARE. Non a imparare cose nuove: a ricordare il culo nerissimo che mi sono fatta al liceo e all'università, quando quella roba lì era il mio pane quotidiano. Guarda!!! Bachtin! Oooh, la Weltanschauung! Naaa, lo strutturalismo, ma dai, ma non era morto? E guarda com'è cresciuta la teoria del romanzo!!! Insomma, sembro una lontana cugina che a un matrimonio rivede amici e parenti di una vita di moooooolto tempo fa. E poi non c'è solo il ricordare. C'è un sano indignarsi. Cazzo: ma possibile che con tutto il tempo libero che hai tu non abbia mai studiato i preromantici inglesi, che sono pazzeschi? Perché non hai tutta l'opera di Blake, che era un genio? Perché di Balzac, che leggevi in francese, ricordi solo che i testi sono bellissimi, ma non sapresti riassumere una trama, eh? E Pirandello: quand'è l'ultima volta che hai visto una pièce di Pirandello a teatro, sentiamo. E poi, scusa, oh, ma tu da bambina, pur di andare a letto con un romanzo, hai letto tutto Liala, i libri per ragazzi degli anni Trenta, l'intero Don Chisciotte che è una delle cose più pesanti che ricordi (ah no: i più pesanti sono e restano i Russi dell'Ottocento. Mai resistito, ho finito solo la stramaledetta Anna Karenina perché ero obbligata), ti sei addormentata a un terzo del Robinson Crusoe, e invece mai che tu abbia letto Moby Dick? Ma non ti vergogni? ma la pianti di crederti gnagna perché a otto anni hai letto per la prima volta Jane Eyre e l'hai pure apprezzato? perché non ti rendi conto che se vai avanti così morirai senza aver mai letto la Recherche, Paradise Lost, e migliaia di altri meravigliosi capolavori? Perché ti sei accontentata di finire la Montagna incantata senza capirne il senso? Allora? Ma ce l'hai un po' di decenza? Insomma, grazie a Dio otto dispense che, accademicamente parlando, non sono granchè, mi hanno fatto l'effetto di riportare in vita delle aree cerebrali che erano state atrofizzate, non tanto da altri passatempi, ma soprattutto dal ripetere all'infinito sempre gli stessi autori, le stesse opere, le stesse frasi… allora ragazzi non voglio sentirmi dire tre cose, che Leopardi era triste perché era brutto, che Silvia era la sua ragazza e che lo Zibaldone era il suo diario, e tu, dammi subito quel temperino, guarda che sto spiegando, cosa giochi; okay per la prossima volta leggetevi questo, e se sento qualcuno dire che questa guerra è scoppiata per motivi di fede religiosa lo passo per le armi senza processo, attenti bene che vi do quattro se non avete ancora capito che le guerre scoppiano per un unico motivo; quindi dicevamo, come si chiamava realmente l'Innominato e cosa sappiamo di lui, la monaca di Monza è un personaggio storico o una creazione di Manzoni, e quella di fra Cristoforo è una storia vera? Che cosa vuol dire bravo in spagnolo? Da cui una serie di ottimi propositi sulle letture che farò, o rifarò, appena possibile.
2. La forma fisica. Anche se lo sforzo di andare a camminare, sia pure in piena notte, è allucinante, con queste temperature, e di fare yoga, braccia e addominali non si parla, rimarrei incollata al pavimento dal mio stesso sudore.
3. La dieta, o meglio i dodici passi, dato che davvero mi sono tolta un bel po' di caffè, ma l'ho fatto in contemporanea con il togliermi quasi del tutto i farinacei raffinati e i dolci, ragion per cui invece di venirmi, come temevo, atroci emicranie da assenza di caffeina, mi vengono crisi notturne di disperazione in cui prego per un pezzo di cioccolata, anche sciolta, anche incollata sul fondo del bidone della rumenta, anche già succhiata da qualcun altro. Ma le domino abbastanza. Abbastanza male. Per fortuna mi vengono la sera e i supermarket sono chiusi.
4. Il guardaroba. I capsule wardrobes di The Vivienne Files e di Kiss My Tulle hanno fatto il miracolo. Ora ho l'armadio che funziona, gli abbinamenti pronti, posso prepararmi alla velocità della luce a colpo sicuro. Fare le valigie per ovunque o avere tre outfit diversi in macchina (scuola-yoga-serata di rappresentanza, di solito) senza dover ripassare da casa per un accessorio. E addirittura tenere in ordine i vestiti.
5. Il tenersi decentemente a livello di salute.
6. L'usare riguardo. A me stessa, prima di tutto. E alle piccole cose preziose, che sono tante.
7. Fare la mamma.
8. Fare la moglie.
9. Sperare (vedasi successivo elenco)
10. Sorridere. Ho persino riso, ieri. Di niente, solo perché ero felice che l'Uomo mi avesse telefonato.




giovedì 2 agosto 2018

Agosto, aiuto, ardo

Motivi per cui odio l'estate, soprattutto se devo passarla in città* 

1. Non c'è nessun reale motivo per cui io debba passare l'estate in città. Solo paturnie familiari. 
2. D'estate in città puzza tutto. I piatti appena finisci di usarli. Gli scarichi della doccia. La maglietta che ti sei messa due ore fa. La macchina. La spazzatura. Le altre persone. La campagna. Il torrente. Tutto. Che schifo. 
3. Mia madre tende allo sclero. 
4. Io tendo allo sclero.
5. L'Uomo tende allo sclero peggio del solito, anche se per lui il picco è sempre il mese di dicembre. 
6. Le persone guidano male, rallentate, troppo nervose.
7. I gatti perdono pelo ovunque anche tre minuti dopo averli spazzolati.
8. La gente pensa che gli insegnanti non abbiano da fare un cazzo e quindi pretende da te che tu faccia di tutto, sorridendo, con 37 gradi all'ombra e il 107% di umidità. Ah no, calma: quello te lo chiedono anche d'inverno, "tanto mezza giornata sei libera, no?"
9. Tu in effetti sai di dover usare i giorni estivi per toglierti cose che d'inverno non riesci a fare. Quindi ti metti in macchina sotto il sole e vai e vieni per l'Italia (questo, onestamente, da qualche anno, usando tecniche di autodifesa, guardie del corpo e rottweiler ben addestrati a puntare alle arterie, siamo riusciti a ridurlo di parecchio. Comunque ho smesso io e ha cominciato l'Uomo. Non c'è fine al disagio.)
10. Hai mille magnifici programmi di cose che vuoi riuscire a portare a termine, ne cominci otto su dieci, andrà di culo se ne finirai una. 
11. I camionisti in autostrada di giorno feriale, i turisti di giorno festivo.
12. I malati di mente per strada, i capricci dei bambini accaldati, l'isterismo delle madri sfinite. 
13. L'aria condizionata dell'Esselunga, impostata su sette gradi e mezzo quando fuori ce ne sono 36, cosicché la gente batte i denti e viene presa da coliche addominali spasmodiche mentre sceglie la 
verdura. 
14. I negozi e gli uffici dove l'aria condizionata non c'è e bisogna aspettare in fila in stanze soffocanti.
15. La mia reazione viscerale di marcescenza fisica e psicologica a qualsiasi temperatura sopra i 29 gradi. 

*Io odierei l'estate anche se la passassi un hotel 5 stelle superior servita e riverita di tutto punto nel posto più bello del mondo, solo per i punti 3, 4, 5 e 15.**

**Anche eliminando gli scleri di terzi, che sono causa del punto 4, basterebbe il solo punto 15. Io odio il caldo, quindi odio l'estate, le primavere afose e le settimane in cui ottobre pensa di essere luglio. Senza appello. 

Mezzi, strumenti e dispositivi grazie ai quali negli anni scorsi è stato possibile sopravvivere all'estate che, comunque, disgraziatamente non è possibile eliminare

1. Il Polase. Mano santa (ma oltre i 37 gradi non basta).
2. Le tapparelle. Chiuse ermeticamente dopo le 10 di mattina. Riaperte dopo le 10 di sera.
3. Le serie tv. 
4. Il ventilatore, i cubetti di ghiaccio, litri d'acqua, un po' di frutta ma non troppa perché pure quella puzza, d'estate. 
5. I giochi online. Se sono riuscita a tenere sotto controllo il mal di denti con un po' di coins e una piattaforma di giochi a tempo, vuol dire che il mio cervello quando è preso da quelli si isola dal mio corpo, figuriamoci dal mondo esterno. I maestri di meditazione lo fanno chiudendo gli occhi. Io non sono un maestro di meditazione. 
6. Vivere in mutande. 
7. Farsi ogni tanto un bel pianto isterico da sola accucciata dentro la doccia. Poi aprire la doccia e lavare via tutto. 
8. Il calendario che si avvicina lentissimo ma inesorabile all'autunno.
9. Fingere di non avere caldo fuori, ridere scherzare e agitare i lembi del vestitino leggero, mentre conti i minuti che ti separano dal mandare a fare in culo tutti e chiuderti  in casa per mettere in pratica i punti 2,3,5, 6 e 7. 
10. Spegnere il telefono ogni tanto. Sissignore. Arrivo a questi punti di odio per i miei simili. 
11. Quei dieci minuti al mattino in cui apri le finestre e la città non puzza ancora. 
12. Il pensiero che poi quando l'estate finisce ci mette almeno nove mesi a tornare. Ah no, questo era valido fino agli anni Novanta. Ora ce ne mette sei scarsi. Comunque fino a prova contraria a gennaio non fa mai trenta gradi. Da cui il dedicare tempo e energie a sferruzzare sciarpe, guanti e gilet, mentre visualizzo foreste boreali, banchise polari, rifugi di montagna seppelliti dalla neve, castagne arrosto e cani da slitta. 
13. Fare giochi sul pc ambientati in luoghi ricoperti di neve e ghiaccio, dove i nemici da sconfiggere sono gli yeti. Decorare la casa della bestiola online come se fosse autunno e cadessero le foglie. Insomma, scegliersi una vita virtuale in un mondo in cui l'estate non c'è. E passarci più tempo possibile. 

Motivi per cui anche d'estate non si può mollare il colpo, mandare a fare in culo tutti, e nascondersi per settanta giorni consecutivi in una baita isolata a milleottocento metri slm

1. Ho una figlia. 
2. Ho una figlia. 
3. Ho una figlia. Me lo devo ripetere tre volte per non fuggire a gambe levate.
4. Ho un marito. 
5. Ho un marito. Provo a ripetermelo la seconda volta, ma potrebbe non servire, perché magari sono già fuggita alla prima. 
6. A settembre si torna a scuola, quindi non posso andare a cercare lavoro a Edimburgo e non tornare mai più (ma potrei sempre fare un trimestre da consulente esterno in un istituto superiore in Cile, sulle Ande, eh, per carità, e bello in alto, per tenermi impegnata il cervello nel lavoro).
7. Devo fingere di divertirmi e fare cose belle perché gli altri (leggi: la Mater e la commercialista Squalo Con Le Perle) non pensino che posso essere torturata tutta l'estate da impegni di soldi, avvocati, inquilini, etc, perché tanto non faccio niente. 
8. Mi faccio un culo così tutto il santo anno per dimostrare di essere maturata e avere superato me stessa in tante cose, devo solo resistere all'istinto di omicidio-suicidio per quei dieci giorni di agosto (ah no, quello era valido negli anni Novanta, adesso parliamo di sessantacinque giorni di afa mortale sparsi tra maggio e settembre in modo del tutto imprevedibile, quindi non serve nemmeno prenotarsi le ferie) 
9. Ce l'ho fatta in momenti peggiori. Ma questa motivazione sta diventando fioca, perché adesso ne avrei anche un po' le palle piene, di momenti brutti da confrontare con momenti peggiori. 
 

Seguono:
Cose che comunque, poveretta, mi sforzo lo stesso di portare avanti in queste settimane, fingendo di farcela 

Aspettative, più e meno sensate, che coltivo in queste settimane, fingendo di farcela 



sabato 28 luglio 2018

In principio era la confusione... perchè invece adesso no, eh.

Sono tornata oggi da quella che per il momento mi piace considerare la mia ultima vacanza da sola. Non credo ne farò altre. Il posto era bello, per carità. E non è che sia stata via due mesi. Ma insomma, era fuori tempo, fuori luogo. Non dico che non avrei dovuto partire, solo che, probabilmente, non partirò più. Intendo per una vacanza che avrei voluto fare con l'Uomo. Non per un weekend di yoga o un convegno. 

Poi non mi azzardo a farne un proclama. In fondo, stanotte, che c'era l'eclissi di luna, eravamo insieme su una strada buia, in mezzo alla campagna (“C'è odore di piscio di vacca”, dice lui. “E' l'odore del mais. È dolciastro”, dice lei, che lo associa a quella tremenda estate di tre anni fa e alle camminate fatte piangendo), e abbiamo visto una stella cadente. E se circa tre anni fa mi avessero detto: “Tranquilla, che da qui a trentotto mesi sarete insieme a vedere una stella cadente”, come cazzo avrei potuto crederci. Cioè, no, ci credevo, io. Ma ero l'unica, quindi, se tutti ti vengono incontro sull'autostrada, è ragionevole pensare che sia tu ad averla imboccata contromano. L'imbarazzo dei miei amici che mi hanno presa, e ancora mi prendono, per pazza, è quasi bello da vedere, ormai.

Comunque. E' tempo di bilanci, mi sa. Leggevo stasera il libro della Andreozzi sulle donne childfree. Non male, come riflessione, né come indagine sociologica. Un po' contraddittorio qua e là. Pensavo, ma ci penso da giorni, a tutto quanto, a come è iniziato.

Rivedo una tizia castana che non sapeva cosa stava facendo, almeno otto volte su dieci. 
Un ragazzo coi ricci che improvvisava, ma improvvisava da Dio. Ogni suo gesto e ogni sua parola erano quelli del seduttore consumato, del bastardo per cui le donne si dannano l'anima, senza che lui lo fosse mai stato. Dell'eterno fanciullo che però adesso, con questa donna qui, fa sul serio, sul serissimo. Impossibile, almeno per me, resistere a un tale mix di freschezza autentica e contraddizioni. 
Mio marito è tante cose, un uomo intelligente, un leader, un cuore tenero, un tipo in gamba, e tante altre cose, molto meno positive. Io li ho sposati tutti e guai chi me li tocca, tutti questi Uomo. Diciotto anni che pendo dalle sue labbra e mi do, e gli do, e do anche a nostra figlia, il tormento, per conciliare il mio carattere, di merda ma piuttosto compatto e univoco, con tutte le sue facce. Ma se chiudo gli occhi e cerco il PERCHE', dell'inizio quantomeno, ma per essere onesti anche di alcune fasi intermedie, mi ricordo solo che mi ha spianato completamente con il suo fascino. Di fronte a quel sorriso non avevo via di scampo. E non mi stupisce di non essere stata l'unica.

Quella poveretta castana, così, poco dopo aver conosciuto lui, si imbarcava di slancio, correndo su e giù per le scalinate di Genova  e senza sentire la fatica, in una storia che fin da subito era quella di una donna molto più grande, molto meno viziata e molto più scafata. Poverina, la portava avanti, lei, eh. Perdendo pezzi ovunque, ma senza fermarsi mai. E non si parla solo di aver scelto l'Uomo, ma di tutto il resto. Fare la pendolare, migliaia di colazioni, pranzi, cene, notti, viaggi da sola. Non mollare un posto statale di merda. Scrostarsi da una famiglia che non capiva. Il discorso figli, che qui non si apre, come non si apre il discorso soldi. Un passaggio da una chiesa a una filosofia di vita. Case, altre case, alberghi, affitti, il mutuo. Pasticci sentimentali privi di senso, amicizie interrotte, rotture gravi con parenti stretti. Tantissime ore di veglia, a crucciarsi mentre tutti dormivano. Compresa stanotte.

C'è un unico leitmotiv che si ritrova ovunque, se io guardo questa vita. Di entrambi, ma per decenza parlerei solo della mia, che già dell'Uomo mi rendo conto che non so come spiegare i molti mondi, i molti pregi e gli altrettanti difetti, figuriamoci se dopo gli ultimi quattro anni posso decifrare io un bilancio della sua vita. Basta l'evidenza che lo stia facendo lui, che mai come ora sembra volere arrivare a un riassuntivo dei beni e dei mali, alla ricerca di senso.

Comunque il leitmotiv della tizia castana è la confusione. Non il dubbio, no. La confusione. Cioè, tuffarsi di testa e poi non capirci niente, perchè la nuotata non è in piscina, col cloro, senza onde, con le corsie delimitate dai galleggianti, ma in un mare agitato, che senza preavviso è un gorgo, una pozza di petrolio, un uragano, una bonaccia mortifera. E 'sta qui, che nuota, nuota, nuota, tra l'altro nessuno le dice mai dove sarà poi una boa, dove issarsi su un molo a bere e riposare, il salvagente spesso si buca, il sale brucia. Poi nuotando vede anche albe, coralli, delfini, arcobaleni, lune scintillanti, isole felici, creature oltremondane. Ma otto volte su dieci non ha idea di dove stia andando: nuota per nuotare, perchè le piace, è il suo mare, se lo è scelto lei, si è tuffata lei, e soprattutto, se si ferma, annega. 

Questo era vero anni fa ed è vero oggi. 

E c'è un altro leitmotiv, in effetti. Non sono mai annegata.


lunedì 9 luglio 2018

Ma quando viene sera e tornerò da te...

Ce la stiamo mettendo tutta eh, per far diventare quest'estate una robina coi fiocchi.

E il ricorso su bocciatura all'orale.
E il calcolo renale.
E la bidella psichiatrica che deraglia.
E i saluti alla Brava Crista che va in pensione e lascia un buco immenso nell'area scientifico-matematica dell'istituto, ma se è per questo la Fräulein chiede il part time e va a Paesino Azzurro, e siamo a due buchi immensi nell'area scientifico-matematica di Scuolina Rosa.
E quella di lettere e quello annuale di matematica che cercano di non salutarsi troppo poco nell'atrio e di non salutarsi troppo nel parcheggio, diciamo pure di non salutarsi proprio, insomma, dato che  perdere un amico è doloroso. Il suono delle parole "e va beh" che sostituisce molte altre cose che no, da grandi, e da sposati, e da genitori, non si dicono più, anche se sono pulite e innocenti, così come un allegro "ciao!" sostituirebbe eventualmente il corrergli incontro e farsi sollevare in braccio che a me verrebbe istintivo, se mai un giorno dovessimo rivederci. L'ultima volta che ero così contenta di passare il mio tempo con una persona dell'altro sesso, e con tutti i vestiti addosso, avevo quindici anni e un migliore amico che vedevo solo in campagna. Bello scoprire che ci si può sentire così lo stesso a quaranta suonati, meno bello capire che a quaranta suonati non lo si può mica dire. Tranne che con gli occhi.
E le tasse di successione della zia. Pagabili comodamente in giorni sessanta.
E Diddle, l'alunno disabile, in coma farmacologico da quindici giorni, con "più punti lui che io sulla tessera dell'Esselunga" (disse il padre, poverino, nel corridoio della terapia intensiva) e con più infezioni lui che il manuale Merck.
E il ritiro yogico in posto bellissimo, dove il pensiero "cazzo basta sono stanca di vedere posti belli da sola, di non vedere posti belli perché senza di te non ci vado, di parlare con te di andare in posti belli dove poi non andiamo" ha distrutto fin dai primi dieci minuti ogni speranza e di fare yoga decentemente e di godersi la vacanza, sebbene i presupposti per una gradevolissima vacanza in montagna fossero tutti lì a disposizione.
E il fisico che cede sulla strada in salita, che cede nelle posizioni yoga, che arranca in tutto come non faceva più da due anni buoni.

Ma mica ci si arrende eh. Loro due pranzano di là mentre il mio mal di testa da campionato, io e la gatta piccola stiamo raggomitolati sul letto, e io li sento parlare senza distinguere cosa dicono, e i suoni delle loro voci per la miliardesima volta mi dicono dove, dopotutto, voglio essere. Come se non lo sapessi.

Sotto vi metto un po' di foto sparse, memento di questo periodo.
Khaleesi learning to ride dragons

Parlando di giardinaggio 

"Il barone rampante", regalo della Zuccherosa


Perché ti amo


Machiavelli





Eh.



Una bambina, un ragazzino, e l'importanza (presunta) del singolo gesto

Nel settembre del 2015 scrivevo dei nuovi alunni di prima. 
Era stata individuata fin da subito la strappacuore, e in tre anni non è mai cambiata. 

Scrivevo allora: 

E' piccola in modo assurdo. Ha la coda mossa e un po' sfatta, e gli occhi azzurri, ha gli occhiali, ed è tutta un tic nervoso. Hffh hfffh. Tira su col naso. E dicono le maestre che quando è tesa scatta anche con la testa, verso la spalla, da non riuscire a scrivere. Hffh hffh. Me la mangerei di bacioni, di quelli con lo schiocco proprio. Non so ancora come chiamarla, ma ha anche un nome incantevole che più adatto a lei non si potrebbe. Ed è sveglia, sarà nevrotica quanto si vuole, ma fatevelo dire, io e lei insieme faremo grandi cose. Devo trovarle il soprannome più bello e tenero del mondo. Aiutatemi. 

Murasaki suggeri Aspen, il pioppo tremulo. E io subito: 

Murasaki ho trovato. Mimosa. Quella del genere che ritrae le foglie se la tocchi. Grazie!!! Poi è biondina, piccina e vaporosa come un pallino giallo di mimosa. E' perfetto.

Qualche giorno fa Mimosa, acconciatura uscita da un quadro di Botticelli, sandali neri molto fini, vestitino impeccabile a righe, un pallore ottocentesco sul faccino acqua e sapone,  ha sostenuto l'esame orale. Partendo da Geografia: portava una tesina un po' misera  sugli USA e un robusto, e e totalmente autonomo, collegamento con le riserve dei nativi, di cui si era appassionata e occupata da sola, fronteggiando tra l'altro, a scuola, nelle ore di potenziamento, una preoccupante assenza di documentazione in rete sul tema. Invece della solita ricerchina peperepé abbiamo ascoltato un ragionamento, dialogato piacevolmente con me, sull'argomento. Poi lo ha ripreso in inglese. Io ho tentato il colpo e le ho messo davanti i primi versi dei Sepolcri, senza titolo e senza autore. 
"Guarda se puoi commentare questa, altrimenti ho l'alternativa".
Legge i primi versi e si ferma: "Non me la ricordo."
"Sei sicura? Guarda qui: qual fia ristoro a' dì perduti un sasso..."
"Ah!"
E io: "Eh. Vai."
Non la fermava più nessuno, dopo. Sentivo distintamente il mio cuore fare bubum bubum a ogni passaggio. Di un testo che NON aveva davanti. Visto UNA volta sola, nel primo quadrimestre, sulla lavagna elettronica. 
Mi sono ripresa la fotocopia dicendole: "Basta, va bene, l'altra non te la chiedo, mi hai già fatto cappotto."

Alla fine dell'orale, è passata davanti alla mia postazione raccogliendo le sue ricerche, ma le stavano parlando. Ho aspettato che posasse tutto e le ho detto: "Vieni un po' qui che devo fare una cosa". Non so se se lo aspettasse, ma so che se lo sognava da quando avevamo parlato dell'esame in classe. Così, quando mi ha visto alzarmi e tenderle la mano, mi ha restituito la stretta con una forza e una fermezza che da un fringuellino biondo nessuno si attende, zitta, ma con gli occhi pieni di luce. 

Era l'ultima della mattinata. Sono andata via col mio cuore tutto fasciato di cerotti che ancora batteva forte, in mezzo al profumo dei tigli che mi confonde, con il pensiero che tutto quel che fa la differenza, nella mia vita, lo hanno fatto momenti come questo, sia visti dal lato della prof che sta godendosi la soddisfazione per un lavoro ben riuscito, sia visti dal lato dell'alunna che riceve i complimenti per un impegno durato anni di fila, senza mai mollare di tanto così. Noi che amiamo la poesia siamo particolarmente sensibili all'atroce, ottusa inutilità delle parole e dei gesti di ogni giorno, e all'improvviso rivelarsi di ciò che vale la pena, in uno sguardo, in un tono di voce, in un sorriso. Ciò ci fotte. Ma è lo stesso che rende eterne le poesie che leggiamo. È come quando tutti hanno preso bonariamente in giro Quantoso'bono per il tema in cui, per pagine e pagine, esprime il suo mea culpa per essersi comportato per due anni su tre come una merda, e la sua volontà di cambiare, e il suo chiedersi come fare; io l'ho rivisto dopo in corridoio, e gli ho detto solo: "Io ci credo, a quello che hai scritto nel tema. Alcuni hanno pensato che scrivessi per imburrare la commissione... Ma io ci credo." Lui si terrà questa frase. Io mi terrò il suo silenzio. Altre due cose che un giorno, forse, faranno la differenza.  

lunedì 18 giugno 2018

Catarsi. Forse.

Quando una non mette a posto il cassetto per un anno, e viene giugno:


È molto catartico risolvere l'archiviazione delle prove di un intero anno con quattro ore e mezza di solitudine in una stanza con le tapparelle tenute basse. Fine di qualcosa. Preparazione a qualcos'altro.

Sto celebrando il distacco. Da una delle classi più fallimentari della mia intera carriera e da un modello di lavoro che non va più bene per la scuola di adesso, poi ve ne parlerò.
Dal tipo di insegnante che ero prima e che non sarò mai più, per evitare di essere di nuovo "quella che fa vedere che ci patisce" e trasformarmi in "quella che patisci a vederla"... O qualcosa del genere.
Da  3 o 4 persone che ho incontrato in questi anni difficili, ognuna delle quali mi ha lasciato un segno. Non importa se un segno marchiato col fuoco, o lieve e brillante come lucidalabbra.
La quarta persona, che è l'Orsone, spererei di non lasciarla, invece le strade, molto probabilmente, si dividono qui. Perlomeno la sua grande, calma presenza sarà quella che mi ha lasciato il segno migliore e e mi ha permesso di cancellare i segni precedenti, come una materna gomma pane che ci mette pazienza con tutto il mio agitarmi. E basta caffè. Che poi dice che le saltano spesso i nervi, alla Castagna, e invece questi caffè così leggeri, così pieni d'aria pulita, erano la sua ancora in porto.




Sto celebrando le cose che sono andate bene, quelle che sono andate male e la tristezza che c'è stata in mezzo, totale, ma intanto a forza di essere al buio ci si è adattata forse la pupilla e ora si sta, in questo buio, come in una luce. Il più delle volte.

Sto celebrando il distacco da molte paure e l'inizio di qualcosa di nuovo. Di cui non ho idea e la vecchia Castagna, quella con l'ansia, questa cosa l'avrebbe odiata. Questa qui che vede al buio, si è tagliata i capelli e, laddove possibile, ha anche smesso di mentire, no. Tanto, ormai.

mercoledì 6 giugno 2018

Consapevolezza

Sono stanchissima, delusa da tutto e amareggiata perché alla fin fine qualche voto ho dovuto alzarlo persino io, e comunque nella notte le sufficienze sono spuntate come funghi. L'Orsone è incazzato, e ha ragione.

In terza ho chiesto di alzarsi a tutti quelli che ritenevano di avere rischiato o di stare rischiando l'anno.
Si sono alzati esattamente tutti quelli che si meriterebbero di rimanere bocciati: 11 su 12 delle lettere che abbiamo mandato a marzo.

Poi ho anche chiesto di alzarsi a quelli che pensavano di poter fare di più di quello che hanno fatto nel corso di quest'anno.
Si sono alzati tutti tranne due. Ho detto ad una delle due di alzarsi per metà.
E ho fatto sedere altri due. Una era Mimosa.
Le ho chiesto se mi sapeva dire perché si era alzata e lei è scoppiata a piangere e ha detto che di letteratura doveva prendere voti più alti.
Ho risposto che non sempre si può fare l'en plein, e che lei che  deve andare al classico fa bene a chiedersi se ha fatto il massimo, di Italiano.
Non sa che la porto a scrutinio con il 10, ed è l'unica della classe.


lunedì 4 giugno 2018

Checklist di fine anno

Correggere tutte le ricerche in formato cartaceo, ppt, word, mp4, e farlo in modalità "no ma io la prendo bene, sono rilassata, eh, sono solo SETTANTACINQUE".

Demi Moore mi fa una pippa.









Prenotare trapianto di reni: l'amicizia con l'Orsone mi ha ridotto male. D'estate dovrò fronteggiare due tipi di crisi d'astinenza: da caffeina, e da grosso uomo barbuto dalla battuta bastarda. Sarà brutta.

Pensare seriamente a smetterla di mangiare roba che germoglia nelle macchinette automatiche.

Bocciare della gente. In alternativa, non far vedere ai colleghi che mi brucia non bocciare.

Bere alcolici. Non so perché, ne ho voglia. Voglio proprio uscire una sera e farmi un drink. Conto sulla Bottadicoca. Anche se poi finisce alle due di notte con me e lei che strilliamo maledizioni ai mariti sedute nel suo SUV. Sì, ho un'amica bionda che guida un SUV bianco. Pazzesco eh. Lei sa benissimo cosa penso delle bionde col SUV bianco. E ride. Io so cosa pensa lei delle donne disordinate che correggono in ritardo le prove. E rido.

Viaggiare. Cazzo quest'anno voglio muovermi.

Andare a cercare dove cazzo sono finiti gli addominali. Là sotto da qualche parte. Io lo so che ci sono.

Dormire infinite ore tra le braccia dell'Uomo, in mutande.

Mettermi dei vestitini favolosi e dei tacchi da frattura ogni giorno in cui vedo i colleghi ma non ho lezione. Quest'anno mi sono rotta i coglioni di avere solo abbigliamento e scarpe atti a rincorrere i minorenni per i corridoi.

Cucinare qualcosa che non sappia di plastica e non sia precotto.

Camminare ore e ore, tempo permettendo, bevendomi il verde delle colline.







giovedì 31 maggio 2018

Pane amaro e panismo dannunziano

La quantità di merda ingerita per star dietro a questa terza è quasi pari a quella ingerita complessivamente in sette o otto anni di carriera.
Almeno non mi toccasse litigare coi colleghi, ma niente, il calice va bevuto fino in fondo, e io sto letteralmente contando i giorni che mi separano dal non essere più la loro coordinatrice.
Poi guardo le singole facce, e mi dispiace. Perché alcuni mi mancheranno e su altri ho investito talmente tanto che ho davvero paura per loro, per le dentate nel cemento che prenderanno. E in  generale sono la loro prof, niente da dire, il mio impegno è stato sempre quello, la dedizione anche. È che proprio è una classe di cacca, e più conosciamo i primini e le loro iniziative, più ci rendiamo conto che questo gruppo è marcio.

Comunque, saranno caccosi, ma D'Annunzio lo capiscono. Il dionisiaco è loro congeniale. Domani pioverà nel pineto: per ora si è duellato fuori Roma e si è visto il crepuscolo sui colli fiesolani. Il panismo è scontato, in queste giornate in cui il cielo e il nostro umore variano ogni poche ore, piove ma fa caldo, e tutto germoglia e fiorisce, come se la campagna fosse ubriaca. Ci stiamo dentro, insomma.

Stamattina dopo la foto di classe a tema "Happy Days" il collega di religione li ha portati a prendere un gelato. Io li ho visti uscire e mi sono agitata: "ma ce la fate a rientrare per quando suona? Io devo spiegare!" Ha promesso di sì, ed è stato di parola.

Poco più tardi finiva l'ora buca ed ero seduta in sala prof con l'Orsone. L'Orsone, ieri, dopo un prescrutinio che sembrava l'assedio di Stalingrado, mi ha scovato distrutta davanti al pc in un angolino della sala computer, che masticavo amarissimo, e mi ha rivolto la parola piano piano, come se fossi malata: "Cosa fai?" E io con un filino di voce sofferente: "Gli ultimi tre verbali della terza, che dovevi fare tu..." "E perché li fai tu?" Io l'ho guardato con gli occhi vuoti. Da quel momento mi fa da psicologo/appendisfighe/life coach/pietra d'angolo: in corridoio, al bar, nel parcheggio, ci siamo dedicati a ricostruirmi il carattere.
"È che io faccio sempre lo stesso sbaglio, nella vita, in tutti i campi, faccio vedere che ci tengo, e non dovrei." "No, non si deve vedere. Ma poi arrabbiarsi non ha senso." "Ma io sono sempre stata una che si scalda, io sono una passionale, a me manca la gente sanguigna, che si incazza per le cose, che combatte..."

Poi non so cos'altro mi stava dicendo, ma dopo cinquanta minuti di pacate riflessioni sul reagire in un modo o nell'altro, deve aver infilato nel discorso una puttanata adorabile delle sue, perché io sono scoppiata a ridere con le mani in faccia, mi sono ravviata indietro i ricci che ancora ridevo, e dietro di lui, alzando gli occhi, ho visto spuntare le faccette dei ragazzi di terza che, col cono gelato in mano, ci  sorridevano guardandoci da fuori. Quella cosa incredibile che fanno i ragazzi delle medie, quando ti incrociano fuori dalla cattedra, magari nel parcheggio, e, anche se eri nella stessa stanza con loro fino a due ore prima, ti salutano felici come se ritrovassero dopo anni un vecchio amico.

Quantoso'bono era al centro del gruppetto, e per un attimo ho atteso che sul suo viso comparisse, come quasi sempre, la solita espressione da stronzo sbruffone che sta pensando qualcosa di malizioso. Invece ha guardato dentro qualche istante più a lungo degli altri, che già si erano distratti, e poi ha fatto un secondo sorriso sincero, pulito, e ancora più contento di vederci. Gliel'ho ricambiato. Ho fermato il fotogramma nella mia mente e annotato che sarà una cosa che ricorderò, in futuro, di quest'anno. Come la pioggia e il sole che, rincorrendosi, hanno fatto impazzire la campagna.