Io me lo ricordo, di avere collegato le incredibili, bellissime strutture triangolari sotto cui passavamo ogni venerdì e ogni domenica all'immagine sul pacchetto dei ciungai preferiti di mia madre, che ce li aveva sempre in borsa, probabilmente per non fumare, o per non mangiare. Mi ricordo di avere chiesto qualcosa su questo collegamento, e di aver sentito mia madre rispondere dal sedile davanti che il ponte disegnato sul pacchetto non era quello, ma quello in America. Comunque per spiegare a chiunque, genovese o frequentatore occasionale di Genova, di che viadotto si parlasse quando si parlava di quello sul Polcevera, tutti noi dicevamo "il ponte di Brooklyn" e la gente capiva, anche se ci era passata una volta sola.
Molti anni dopo, quando da Genova Ovest imboccavo lo svincolo e mi immettevo sul ponte, non mi lasciavo alle spalle solo il centro, ma anche tutta la mia vita di albarina, per correre tra le braccia del mio amore in quel di Sestri. Facevo solo quel tratto, Genova Ovest - Genova Aeroporto, che praticamente coincide quasi per intero col ponte, ma intanto ogni volta smettevo di essere figlia, ragazza, studentessa, man mano diventavo adulta, donna, moglie.
Mia figlia, che non ha mai vissuto a Genova, quando percorrevamo il ponte in arrivo dal Piemonte cambiava posizione sul sedile, come me, e come me prendeva un respiro, perché il ponte voleva dire essere arrivati.
Credo che dovrò andare a guardare coi miei occhi le macerie, il moncone, per rendermi conto che non c'è davvero più. E' inconcepibile. Come era inconcepibile guardare due, tre vigili del fuoco alla volta arrampicarsi con movimenti che sembravano lentissimi sulle gigantesche porzioni di cemento, come formichine disorientate. Come è inconcepibile che qualcuno sia sopravvissuto, che qualcuno sia volato giù e si sia polverizzato senza il tempo di formulare un pensiero, che qualcuno sia rimasto ore vivo e ferito, in mezzo a quella specie di mostruosa torre di cubi buttati giù dalla manata di un bambino smisurato. Come è inconcepibile che la gente domani, ai funerali, non prenda a sassate gli stronzi che pontificano, che parlano di soldi e che rimpallano le responsabilità. Come è inconcepibile che non ci mettano in fila tutti i pompieri, i medici, i sommozzatori, i poliziotti, gli infermieri, i vari membri dei reparti speciali, che in queste ore hanno fatto le veci di Dio, il quale, come è evidente, non esiste o se esiste è girato di là, per permetterci di abbracciarli tutti uno per uno, di dire grazie, cazzo sì persino gli sbirri, anche se forse solo per stavolta, vorrei abbracciare, solo per non essersi messi a correre lontano inorriditi e avere avuto il fegato e lo stomaco di rimanere lì a lavorare in quell'apocalisse. Come è inconcepibile che non lo ricostruiscano lì, il ponte.
Se fosse per me, idealmente, lo ricostruirei davvero proprio lì. Nello stesso punto, con un progetto migliore, facendo venire, cazzo ne so, l'architetto giapponese che se ne capisce di antisismica e di strutture che sfidano la gravità, molto simile esteticamente però. Vietato ai mezzi pesanti. E colorato. Costruito coi nostri soldi, coi soldi della gente, da non dover dire grazie a nessuno, che si fottano i politici e i Benetton e tutti i palazzinari che se la ridono quando crolla qualcosa in Italia. Un ponte su cui ogni Genovese possa scoppiare in lacrime di tristezza e di orgoglio la prima volta che ci passa. Un ponte per la gente, perché i Genovesi se lo meritano. I Genovesi come quello che ha portato, alle tre e mezza di mattina, la focaccia a quanti scavavano e rimuovevano blocchi di calcestruzzo e indagavano con le sonde nelle voragini. Un ristoratore di Albaro, c'è scritto, quindi uno che avrebbe potuto portare qualsiasi cosa, della pasta, dei dolci, un intero menu, e invece ha portato otto teglie di focaccia profumata, perché quello che bisognava nutrire non era il corpo, era il senso di appartenenza, la simpatia, la condivisione, che uno che ha vissuto a Genova può identificare al primo colpo in una striscia di focaccia tiepida, unta il giusto, salata il giusto, morbida il giusto, sbocconcellata in piedi sorridendo. Quando l'Uomo mi ha fatto vedere questo tweet, eravamo in mezzo a un reparto dell'Ikea a Collegno, ma mi sembrava di sentire l'odore della nostra focaccia, e di vedere nella luce dei fari delle ruspe l'espressione di gioia sul viso delle persone accaldate e stanche.
Noi intanto eravamo alle prese con diverse cose nostre, minori per impatto ma molto serie da dove le vedo io. Mentre ancora il camioncino verde del Basko stava lì fermo, sopra quell'orrendo trampolino di asfalto a strapiombo sulla morte, io e mia madre, in montagna, aspettavamo in silenzio, con tutto il paese, l'arrivo del carro funebre che portava alla chiesetta un uomo da tutti molto amato e con tutti molto affettuoso. Aveva una trentina d'anni quando ho iniziato, col gruppo di amici di allora, a cenare nella sua pizzeria l'ultima sera prima delle partenze di fine vacanza, e neanche sessanta ora che gestiva un ristorante prestigioso, dal clima accogliente, dove il rapporto coi clienti era tutto basato sulla sua cortesia e il suo modo di fare accattivante. Uno di quei posti dove la gente andava con regolarità a festeggiare compleanni e anniversari sapendo di avere la giusta atmosfera, anche noi ci abbiamo fatto il settantesimo della Mater. Da tempo, l'Uomo aveva legato con lui e anche col fratello, nel cui bar andavamo a esercitare il nostro inglese, guardare il campionato britannico e sorseggiare strepitosi Irish coffee.
Non credevo di piangere, invece l'ho fatto, perchè quando ho visto arrivare la bara mi ha colpito un dettaglio, i fiori. Che da lontano sembravano, per forma e colore, un mazzo di erbe di prato, di quelle che crescono lì intorno e profumano il paese fin nel suo centro. Infatti, visti da vicino, erano fiori coltivati, ma comprendevano margheritoni bianchi e tanti, tanti fiori di cardo. Il nostro amico era inglese, non scozzese, quindi il cardo poteva voler significare solo una cosa, non il richiamo alla terra natia, ma l'omaggio alla montagna tanto amata. Ho pianto. Perché io capivo molto bene cosa legava al paese il nostro amico nato oltre la Manica, e perché ero sicura di non essere la sola a notarlo. L'Uomo è arrivato in ritardo, mia madre lo guardava abbastanza in cagnesco perché sa quanto sono stanca e triste di passare le estati così, e guardava me pensosamente. Lui la bara l'ha vista quando ci è ripassata davanti, perché la chiesa e il sagrato erano stracolmi, e noi la messa in due lingue l'abbiamo intuita vagamente, dai gracidii dell'altoparlante che arrivavano fin sulla piazzetta. E ha detto: "Che bei fiori…" In quel momento avrei voluto dire a mia madre: "Ecco, lo vedi perché? Perché sono ancora con lui, perché alla fine è solo con lui che posso voler stare tutta la vita? Perché lui vede le cose che vedo io." Non avevo dubbi su quel che intendesse con "che belli", ma poi ce lo siamo anche spiegati, quando siamo rimasti soli. Era appunto quel che avevo pensato io. Che poi, nella mia mente, qualche ora dopo ho collegato la bellezza ruvida del cardo alla focaccia delle tre di notte ai piedi del disastro, al sorriso della mia gente coraggiosa, al ricoprirsi di spine per andare avanti, al mettere fuori un fiore tutto spettinato e strano mentre si resiste al vento.
sabato 18 agosto 2018
venerdì 17 agosto 2018
lunedì 6 agosto 2018
Affronto agosto ardendo
(Avevo dimenticato, nella lista dei motivi per cui odio l'agosto in città, una cosa ovvia. Tu aspetti per ore il buio per trovare pace ai capogiri da caldo e addormentarti in una parvenza di respiro, ma con le finestre aperte tutto quel che succede in strada ti succede in camera. Bambini e annesse madri. Cani. L'altra notte un regolamento di conti tra due gatti è andato avanti venticinque minuti. Motori. Frenate. Sirene. Risate. Risse. Gente che tromba nel palazzo di fronte. La discoteca delle piscine in lontananza. Solo che non puoi accendere la luce e concentrarti su un bel romanzo, perché date le temperature tropicali dalla finestra entrerebbe di tutto, le zanzare le metcalfe le coccinelle i condor i boa constrictor le scimmie urlatrici o, somma ansia, uno dei robusti pipistrelli che pattugliano i cieli con impegno, passando a volo radente lungo il tuo terrazzo.Così finisce che esci tu, con un pc con lo schermo illuminato al minimo, e ti dedichi alle tue riflessioni e a esercizi letterari. L'ultima estate che ha fatto così caldo, ho portato avanti il romanzo che sto scrivendo da nove anni fin quasi a finirlo. Ma senza finirlo.)
Cose che comunque, poveretta, mi sforzo lo stesso di portare avanti in queste settimane, fingendo di farcela
1. Il corso di perfezionamento da 1500 ore in Letterature comparate. Sì, ok, faccio poche pagine al giorno, a volte, ma in campagna, in montagna, e l'altro giorno che faceva 39 gradi e sono fuggita verso un paese dotato di panchine all'ombra, ho dato ottime botte alle dispense. Anche perché sono interessantissime: non tanto per una loro reale qualità intrinseca, ma perché il mio cervello viene stimolato a RICORDARE. Non a imparare cose nuove: a ricordare il culo nerissimo che mi sono fatta al liceo e all'università, quando quella roba lì era il mio pane quotidiano. Guarda!!! Bachtin! Oooh, la Weltanschauung! Naaa, lo strutturalismo, ma dai, ma non era morto? E guarda com'è cresciuta la teoria del romanzo!!! Insomma, sembro una lontana cugina che a un matrimonio rivede amici e parenti di una vita di moooooolto tempo fa. E poi non c'è solo il ricordare. C'è un sano indignarsi. Cazzo: ma possibile che con tutto il tempo libero che hai tu non abbia mai studiato i preromantici inglesi, che sono pazzeschi? Perché non hai tutta l'opera di Blake, che era un genio? Perché di Balzac, che leggevi in francese, ricordi solo che i testi sono bellissimi, ma non sapresti riassumere una trama, eh? E Pirandello: quand'è l'ultima volta che hai visto una pièce di Pirandello a teatro, sentiamo. E poi, scusa, oh, ma tu da bambina, pur di andare a letto con un romanzo, hai letto tutto Liala, i libri per ragazzi degli anni Trenta, l'intero Don Chisciotte che è una delle cose più pesanti che ricordi (ah no: i più pesanti sono e restano i Russi dell'Ottocento. Mai resistito, ho finito solo la stramaledetta Anna Karenina perché ero obbligata), ti sei addormentata a un terzo del Robinson Crusoe, e invece mai che tu abbia letto Moby Dick? Ma non ti vergogni? ma la pianti di crederti gnagna perché a otto anni hai letto per la prima volta Jane Eyre e l'hai pure apprezzato? perché non ti rendi conto che se vai avanti così morirai senza aver mai letto la Recherche, Paradise Lost, e migliaia di altri meravigliosi capolavori? Perché ti sei accontentata di finire la Montagna incantata senza capirne il senso? Allora? Ma ce l'hai un po' di decenza? Insomma, grazie a Dio otto dispense che, accademicamente parlando, non sono granchè, mi hanno fatto l'effetto di riportare in vita delle aree cerebrali che erano state atrofizzate, non tanto da altri passatempi, ma soprattutto dal ripetere all'infinito sempre gli stessi autori, le stesse opere, le stesse frasi… allora ragazzi non voglio sentirmi dire tre cose, che Leopardi era triste perché era brutto, che Silvia era la sua ragazza e che lo Zibaldone era il suo diario, e tu, dammi subito quel temperino, guarda che sto spiegando, cosa giochi; okay per la prossima volta leggetevi questo, e se sento qualcuno dire che questa guerra è scoppiata per motivi di fede religiosa lo passo per le armi senza processo, attenti bene che vi do quattro se non avete ancora capito che le guerre scoppiano per un unico motivo; quindi dicevamo, come si chiamava realmente l'Innominato e cosa sappiamo di lui, la monaca di Monza è un personaggio storico o una creazione di Manzoni, e quella di fra Cristoforo è una storia vera? Che cosa vuol dire bravo in spagnolo? Da cui una serie di ottimi propositi sulle letture che farò, o rifarò, appena possibile.
2. La forma fisica. Anche se lo sforzo di andare a camminare, sia pure in piena notte, è allucinante, con queste temperature, e di fare yoga, braccia e addominali non si parla, rimarrei incollata al pavimento dal mio stesso sudore.
3. La dieta, o meglio i dodici passi, dato che davvero mi sono tolta un bel po' di caffè, ma l'ho fatto in contemporanea con il togliermi quasi del tutto i farinacei raffinati e i dolci, ragion per cui invece di venirmi, come temevo, atroci emicranie da assenza di caffeina, mi vengono crisi notturne di disperazione in cui prego per un pezzo di cioccolata, anche sciolta, anche incollata sul fondo del bidone della rumenta, anche già succhiata da qualcun altro. Ma le domino abbastanza. Abbastanza male. Per fortuna mi vengono la sera e i supermarket sono chiusi.
4. Il guardaroba. I capsule wardrobes di The Vivienne Files e di Kiss My Tulle hanno fatto il miracolo. Ora ho l'armadio che funziona, gli abbinamenti pronti, posso prepararmi alla velocità della luce a colpo sicuro. Fare le valigie per ovunque o avere tre outfit diversi in macchina (scuola-yoga-serata di rappresentanza, di solito) senza dover ripassare da casa per un accessorio. E addirittura tenere in ordine i vestiti.
5. Il tenersi decentemente a livello di salute.
6. L'usare riguardo. A me stessa, prima di tutto. E alle piccole cose preziose, che sono tante.
7. Fare la mamma.
8. Fare la moglie.
9. Sperare (vedasi successivo elenco)
10. Sorridere. Ho persino riso, ieri. Di niente, solo perché ero felice che l'Uomo mi avesse telefonato.
1. Il corso di perfezionamento da 1500 ore in Letterature comparate. Sì, ok, faccio poche pagine al giorno, a volte, ma in campagna, in montagna, e l'altro giorno che faceva 39 gradi e sono fuggita verso un paese dotato di panchine all'ombra, ho dato ottime botte alle dispense. Anche perché sono interessantissime: non tanto per una loro reale qualità intrinseca, ma perché il mio cervello viene stimolato a RICORDARE. Non a imparare cose nuove: a ricordare il culo nerissimo che mi sono fatta al liceo e all'università, quando quella roba lì era il mio pane quotidiano. Guarda!!! Bachtin! Oooh, la Weltanschauung! Naaa, lo strutturalismo, ma dai, ma non era morto? E guarda com'è cresciuta la teoria del romanzo!!! Insomma, sembro una lontana cugina che a un matrimonio rivede amici e parenti di una vita di moooooolto tempo fa. E poi non c'è solo il ricordare. C'è un sano indignarsi. Cazzo: ma possibile che con tutto il tempo libero che hai tu non abbia mai studiato i preromantici inglesi, che sono pazzeschi? Perché non hai tutta l'opera di Blake, che era un genio? Perché di Balzac, che leggevi in francese, ricordi solo che i testi sono bellissimi, ma non sapresti riassumere una trama, eh? E Pirandello: quand'è l'ultima volta che hai visto una pièce di Pirandello a teatro, sentiamo. E poi, scusa, oh, ma tu da bambina, pur di andare a letto con un romanzo, hai letto tutto Liala, i libri per ragazzi degli anni Trenta, l'intero Don Chisciotte che è una delle cose più pesanti che ricordi (ah no: i più pesanti sono e restano i Russi dell'Ottocento. Mai resistito, ho finito solo la stramaledetta Anna Karenina perché ero obbligata), ti sei addormentata a un terzo del Robinson Crusoe, e invece mai che tu abbia letto Moby Dick? Ma non ti vergogni? ma la pianti di crederti gnagna perché a otto anni hai letto per la prima volta Jane Eyre e l'hai pure apprezzato? perché non ti rendi conto che se vai avanti così morirai senza aver mai letto la Recherche, Paradise Lost, e migliaia di altri meravigliosi capolavori? Perché ti sei accontentata di finire la Montagna incantata senza capirne il senso? Allora? Ma ce l'hai un po' di decenza? Insomma, grazie a Dio otto dispense che, accademicamente parlando, non sono granchè, mi hanno fatto l'effetto di riportare in vita delle aree cerebrali che erano state atrofizzate, non tanto da altri passatempi, ma soprattutto dal ripetere all'infinito sempre gli stessi autori, le stesse opere, le stesse frasi… allora ragazzi non voglio sentirmi dire tre cose, che Leopardi era triste perché era brutto, che Silvia era la sua ragazza e che lo Zibaldone era il suo diario, e tu, dammi subito quel temperino, guarda che sto spiegando, cosa giochi; okay per la prossima volta leggetevi questo, e se sento qualcuno dire che questa guerra è scoppiata per motivi di fede religiosa lo passo per le armi senza processo, attenti bene che vi do quattro se non avete ancora capito che le guerre scoppiano per un unico motivo; quindi dicevamo, come si chiamava realmente l'Innominato e cosa sappiamo di lui, la monaca di Monza è un personaggio storico o una creazione di Manzoni, e quella di fra Cristoforo è una storia vera? Che cosa vuol dire bravo in spagnolo? Da cui una serie di ottimi propositi sulle letture che farò, o rifarò, appena possibile.
2. La forma fisica. Anche se lo sforzo di andare a camminare, sia pure in piena notte, è allucinante, con queste temperature, e di fare yoga, braccia e addominali non si parla, rimarrei incollata al pavimento dal mio stesso sudore.
3. La dieta, o meglio i dodici passi, dato che davvero mi sono tolta un bel po' di caffè, ma l'ho fatto in contemporanea con il togliermi quasi del tutto i farinacei raffinati e i dolci, ragion per cui invece di venirmi, come temevo, atroci emicranie da assenza di caffeina, mi vengono crisi notturne di disperazione in cui prego per un pezzo di cioccolata, anche sciolta, anche incollata sul fondo del bidone della rumenta, anche già succhiata da qualcun altro. Ma le domino abbastanza. Abbastanza male. Per fortuna mi vengono la sera e i supermarket sono chiusi.
4. Il guardaroba. I capsule wardrobes di The Vivienne Files e di Kiss My Tulle hanno fatto il miracolo. Ora ho l'armadio che funziona, gli abbinamenti pronti, posso prepararmi alla velocità della luce a colpo sicuro. Fare le valigie per ovunque o avere tre outfit diversi in macchina (scuola-yoga-serata di rappresentanza, di solito) senza dover ripassare da casa per un accessorio. E addirittura tenere in ordine i vestiti.
5. Il tenersi decentemente a livello di salute.
6. L'usare riguardo. A me stessa, prima di tutto. E alle piccole cose preziose, che sono tante.
7. Fare la mamma.
8. Fare la moglie.
9. Sperare (vedasi successivo elenco)
10. Sorridere. Ho persino riso, ieri. Di niente, solo perché ero felice che l'Uomo mi avesse telefonato.
giovedì 2 agosto 2018
Agosto, aiuto, ardo
Motivi per cui odio l'estate, soprattutto se devo passarla in città*
1. Non c'è nessun reale motivo per cui io debba passare l'estate in città. Solo paturnie familiari.
2. D'estate in città puzza tutto. I piatti appena finisci di usarli. Gli scarichi della doccia. La maglietta che ti sei messa due ore fa. La macchina. La spazzatura. Le altre persone. La campagna. Il torrente. Tutto. Che schifo.
3. Mia madre tende allo sclero.
4. Io tendo allo sclero.
5. L'Uomo tende allo sclero peggio del solito, anche se per lui il picco è sempre il mese di dicembre.
6. Le persone guidano male, rallentate, troppo nervose.
7. I gatti perdono pelo ovunque anche tre minuti dopo averli spazzolati.
8. La gente pensa che gli insegnanti non abbiano da fare un cazzo e quindi pretende da te che tu faccia di tutto, sorridendo, con 37 gradi all'ombra e il 107% di umidità. Ah no, calma: quello te lo chiedono anche d'inverno, "tanto mezza giornata sei libera, no?"
9. Tu in effetti sai di dover usare i giorni estivi per toglierti cose che d'inverno non riesci a fare. Quindi ti metti in macchina sotto il sole e vai e vieni per l'Italia (questo, onestamente, da qualche anno, usando tecniche di autodifesa, guardie del corpo e rottweiler ben addestrati a puntare alle arterie, siamo riusciti a ridurlo di parecchio. Comunque ho smesso io e ha cominciato l'Uomo. Non c'è fine al disagio.)
10. Hai mille magnifici programmi di cose che vuoi riuscire a portare a termine, ne cominci otto su dieci, andrà di culo se ne finirai una.
11. I camionisti in autostrada di giorno feriale, i turisti di giorno festivo.
12. I malati di mente per strada, i capricci dei bambini accaldati, l'isterismo delle madri sfinite.
13. L'aria condizionata dell'Esselunga, impostata su sette gradi e mezzo quando fuori ce ne sono 36, cosicché la gente batte i denti e viene presa da coliche addominali spasmodiche mentre sceglie la
verdura.
14. I negozi e gli uffici dove l'aria condizionata non c'è e bisogna aspettare in fila in stanze soffocanti.
15. La mia reazione viscerale di marcescenza fisica e psicologica a qualsiasi temperatura sopra i 29 gradi.
*Io odierei l'estate anche se la passassi un hotel 5 stelle superior servita e riverita di tutto punto nel posto più bello del mondo, solo per i punti 3, 4, 5 e 15.**
**Anche eliminando gli scleri di terzi, che sono causa del punto 4, basterebbe il solo punto 15. Io odio il caldo, quindi odio l'estate, le primavere afose e le settimane in cui ottobre pensa di essere luglio. Senza appello.
Mezzi, strumenti e dispositivi grazie ai quali negli anni scorsi è stato possibile sopravvivere all'estate che, comunque, disgraziatamente non è possibile eliminare
1. Il Polase. Mano santa (ma oltre i 37 gradi non basta).
2. Le tapparelle. Chiuse ermeticamente dopo le 10 di mattina. Riaperte dopo le 10 di sera.
3. Le serie tv.
4. Il ventilatore, i cubetti di ghiaccio, litri d'acqua, un po' di frutta ma non troppa perché pure quella puzza, d'estate.
5. I giochi online. Se sono riuscita a tenere sotto controllo il mal di denti con un po' di coins e una piattaforma di giochi a tempo, vuol dire che il mio cervello quando è preso da quelli si isola dal mio corpo, figuriamoci dal mondo esterno. I maestri di meditazione lo fanno chiudendo gli occhi. Io non sono un maestro di meditazione.
6. Vivere in mutande.
7. Farsi ogni tanto un bel pianto isterico da sola accucciata dentro la doccia. Poi aprire la doccia e lavare via tutto.
8. Il calendario che si avvicina lentissimo ma inesorabile all'autunno.
9. Fingere di non avere caldo fuori, ridere scherzare e agitare i lembi del vestitino leggero, mentre conti i minuti che ti separano dal mandare a fare in culo tutti e chiuderti in casa per mettere in pratica i punti 2,3,5, 6 e 7.
10. Spegnere il telefono ogni tanto. Sissignore. Arrivo a questi punti di odio per i miei simili.
11. Quei dieci minuti al mattino in cui apri le finestre e la città non puzza ancora.
12. Il pensiero che poi quando l'estate finisce ci mette almeno nove mesi a tornare. Ah no, questo era valido fino agli anni Novanta. Ora ce ne mette sei scarsi. Comunque fino a prova contraria a gennaio non fa mai trenta gradi. Da cui il dedicare tempo e energie a sferruzzare sciarpe, guanti e gilet, mentre visualizzo foreste boreali, banchise polari, rifugi di montagna seppelliti dalla neve, castagne arrosto e cani da slitta.
13. Fare giochi sul pc ambientati in luoghi ricoperti di neve e ghiaccio, dove i nemici da sconfiggere sono gli yeti. Decorare la casa della bestiola online come se fosse autunno e cadessero le foglie. Insomma, scegliersi una vita virtuale in un mondo in cui l'estate non c'è. E passarci più tempo possibile.
Motivi per cui anche d'estate non si può mollare il colpo, mandare a fare in culo tutti, e nascondersi per settanta giorni consecutivi in una baita isolata a milleottocento metri slm
1. Ho una figlia.
2. Ho una figlia.
3. Ho una figlia. Me lo devo ripetere tre volte per non fuggire a gambe levate.
4. Ho un marito.
5. Ho un marito. Provo a ripetermelo la seconda volta, ma potrebbe non servire, perché magari sono già fuggita alla prima.
6. A settembre si torna a scuola, quindi non posso andare a cercare lavoro a Edimburgo e non tornare mai più (ma potrei sempre fare un trimestre da consulente esterno in un istituto superiore in Cile, sulle Ande, eh, per carità, e bello in alto, per tenermi impegnata il cervello nel lavoro).
7. Devo fingere di divertirmi e fare cose belle perché gli altri (leggi: la Mater e la commercialista Squalo Con Le Perle) non pensino che posso essere torturata tutta l'estate da impegni di soldi, avvocati, inquilini, etc, perché tanto non faccio niente.
8. Mi faccio un culo così tutto il santo anno per dimostrare di essere maturata e avere superato me stessa in tante cose, devo solo resistere all'istinto di omicidio-suicidio per quei dieci giorni di agosto (ah no, quello era valido negli anni Novanta, adesso parliamo di sessantacinque giorni di afa mortale sparsi tra maggio e settembre in modo del tutto imprevedibile, quindi non serve nemmeno prenotarsi le ferie)
9. Ce l'ho fatta in momenti peggiori. Ma questa motivazione sta diventando fioca, perché adesso ne avrei anche un po' le palle piene, di momenti brutti da confrontare con momenti peggiori.
Seguono:
Cose che comunque, poveretta, mi sforzo lo stesso di portare avanti in queste settimane, fingendo di farcela
Aspettative, più e meno sensate, che coltivo in queste settimane, fingendo di farcela
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