Non torno mai volentieri nel quartiere dove vivevo coi miei genitori. Quel luogo ha smesso di appartenermi molto tempo prima che me ne andassi e mi è pesato gravemente addosso negli anni successivi. Prima di Natale sono capitata giù per un compromesso notarile, sto per vendere la casa dove sono andati a convivere i miei nel '74, quella dove sono nata. Poi sono andata alla ricerca di uno sportello bancomat della mia banca, e per non entrare in centro, nel traffico prenatalizio, sono tornata nella zona dove ho fatto base per vent'anni. La banca è proprio sulla curva che percorrevo a piedi per andare a prendere l'autobus e scendere al liceo, o all'università. Però ci sono arrivata dal lato opposto, dalla Val Bisagno. E, proprio prima dell'incrocio in cui mi dovevo fermare, c'è un posto che ogni volta che lo vedo mi fa sorridere. È su una brutta strada molto trafficata, sotto il megastradone rumoroso che porta all'ospedale. Attraversato quello, ci si addentra nella zona residenziale elegante dove abitavamo all'epoca. Ora nelle vetrine su strada ci sono la sede di un franchising immobiliare e un posto che credo venda pollo fritto. Nell'ultimo periodo in cui ho abitato in quella zona, coi miei e poi da sola, invece, lì c'era un piccolo ristorante pizzeria, che faceva una farinata sopportabile, anche se non buona come quella di altri posti a Genova. Aveva il vantaggio di essere vicinissimo a casa dei miei, ed era anche vicino a dove sono poi andata a stare, per qualche mese, per i fatti miei: altro cantuccio del quartiere in collina (il lato popolare della collina, non quello chic) che guardo con affetto. Di solito passo in auto, gettando uno sguardo alla scalinata che scendevo da casa mia per ricongiungermi con l'arteria di traffico che porta in centro. Ma lì spesso i pensieri sono misti, non sempre del tutto felici, a volte soprattutto malinconici pensieri di confronto tra la ragazza vivace in rosso e grigio, che scendeva le scale correndo per andare incontro al suo futuro luminoso, e la donna stanca e angosciata in rosso e nero che sono adesso, ora che quel futuro è il mio passato.
Invece, quando, ormai di rado, mi capita di passare davanti a quella pizzeria, mi illumino come una stella, ogni volta. Quella brutta strada grigia, quel ristorantino senza pretese, sono stati teatro di un grande cambiamento nella mia vita.
Un pomeriggio ero stata con mia madre a vedere "Billy Elliot", al cinemino d'essai del quartiere. Mia madre, vera interprete del messaggio alleniano de "La rosa purpurea del Cairo", sostiene da sempre che un buon film curi da tanti dispiaceri, e quel giorno mi aveva raccolto, con scopa e paletta, dal pavimento dove ero crollata dopo la rottura con l'Ingegnere, e cercava di sottrarmi agli orrori di un pomeriggio festivo, consapevole che, al termine delle lezioni a frequenza obbligatoria e dello studio frenetico per gli esami della specializzazione, ogni fine settimana poteva essere un buco profondissimo in cui perdermi in un fiume di lacrime. Ma non era l'unica ad essere consapevole che il mio weekend rischiava di essere nero. Lo sapevano i miei amici storici, quelli con cui avevo preparato la tesi che frequentavo ancora, e alcuni aspiranti successori al posto dell'Ingegnere, tra cui due o tre miei compagni di corso. In particolare uno, con gli occhi di due verdi diversi, che, da prima di Natale, era onnipresente nelle mie giornate. Dal fatidico 8 marzo in cui l'Ingegnere mi aveva scaricata, "il collega bello", come lo chiamavano le mie coinquiline, non aveva lasciato passare mezza giornata senza propormi qualcosa per tenermi occupata. Anche quel venerdì ero invitata da lui, per il rientro di Babyface, un altro compagno di corso che suonava in un complesso musicale ed era appena arrivato da una tournée all'estero. Babyface abitava vicino a me, sul lato plebeo della collina. Mi aveva proposto di accompagnarmi lui, mi pare, nel quartiere, lontanissimo dal nostro, in cui abitava da solo, anche lui da pochi mesi, "il collega bello". Avevo declinato. Troppo triste, stanca, e imbarazzata dalla continua insistenza di questo ragazzo bellissimo, che lasciava indietro di varie lunghezze altri pretendenti (a 24, 25 anni ho avuto, in effetti, una breve stagione di gloria in cui avrei potuto addirittura scegliere, tra il mio migliore amico, il mio partner di tirocinio, un trio di altri che studiavano con me, tra cui inizialmente figurava lo stesso Babyface, e questo qui, che mi annodava lo stomaco guardandomi fissa con quelle due iridi diverse, che camminava con me di notte nei vicoli, mi portava in libreria o a fare colazione, mi aspettava ore fuori dalle lezioni, insisteva per darmi passaggi in macchina e mi faceva ascoltare Michael Nyman sull'autoradio fino a ipnotizzarmi, e mi sorrideva sempre, sempre). Ero stata in giro con lui e col mio partner di tirocinio quasi tutta la settimana, e non me la sentivo di dire un altro sì. Avevo bisogno di elaborare la perdita, lo smarrimento, il vuoto, dopo sei anni di rapporto, e soprattutto l'incertezza sul futuro.
Così mi ero smarcata. Ma, al pomeriggio, ero al cinema con mia madre e, davanti a "Billy Elliot", precisamente alla scena in cui il padre e il fratello di Billy sono coinvolti negli scioperi e il padre decide di tornare al lavoro per garantire al figlio minore di poter studiare danza, mi si sono aperte le dighe. Sempre stata una che lacrimava molto, io, ma come quella volta ne annovero poche. Ricordo solo che mia madre continuava a passarmi fazzoletti uno via l'altro, mentre versavo fuori, a spruzzo, come se invece di dotti lacrimali avessi delle arterie maggiori, tutto quel che ancora mi restava da piangere per quel lungo fidanzamento conclusosi così male. All'uscita dalla sala avevo gli occhi gonfi come prugne, la gola che scottava e la testa leggera come un palloncino, barcollavo quasi. Mia madre e mio padre quella sera avevano intenzione di cenare in quel ristorantino sfigato che faceva la farinata decente, e mi ci avevano ovviamente invitata. So di aver iniziato la cena con la schiena curva e i postumi di quel pianto ancora visibili. Poi ad un certo punto mi sono sentita di colpo più leggera. Mi è venuto in mente l'invito del pomeriggio. Mi è venuto in mente che avevo voglia di andarci, forse era la prima volta da giorni che avevo in testa di fare qualcosa di mia iniziativa. Mi sono sentita dire, come se non fossi io che parlavo, a mia madre: "Mi puoi dare la macchina stasera? Quasi quasi ci vado, a casa di C., a salutare quel collega che è rientrato." Ora che ho una figlia quasi della stessa età, so cosa hanno provato i miei genitori in quel momento.
Di quella sera ricordo, più ancora del sorriso dell'Uomo, quello di Babyface. Un sorriso che diceva tante cose: che sapeva di aver involontariamente offerto all'Uomo l'ennesimo pretesto per passare una serata con me, che sapeva di non essere ancora di troppo tra noi due, ma al tempo stesso di reggerci la candela, però ci stava, perché era contento per il suo amico, e per me. Probabilmente avevo scritto in fronte che, dopo mesi di corteggiamento, quella sera era la prima vera possibilità che davo all'Uomo, anche se ero rinata da pochi minuti e non avevo fretta, mi muovevo come quando si impara a camminare, a andare in bici o a nuotare, ancora stupita di riuscirci, non del tutto padrona della tecnica, ma già contenta per quel mondo che intuivo mi si spalancasse davanti. Quando passo vicino al punto in cui allora c'era il ristorantino, sorrido ancora alla creatura nuova che si è alzata da dentro di me, lavata da tutte quelle lacrime, mentre cenavo coi miei, e ha chiesto le chiavi della macchina. Io sono ancora quella ragazza, non sono mai più tornata indietro.
sabato 28 dicembre 2019
lunedì 25 novembre 2019
Tra distruzione e meraviglia
L'Italia si sta sciogliendo sotto litri di pioggia, come una zolletta gigantesca.
La Princi è in fondo in fondo alla Liguria di Ponente, ospite da gente cui abbiamo mandato in omaggio l'ultima annata di produzione di barbera e moscato, ultima nel senso che non lo so se esisteranno ancora le cantine, domani mattina.
Non si sa se da qui a domani esisteranno ancora strade e ferrovie in grado di riportarla a casa, di sicuro comunque nel suo bellissimo campus sulla Dora non ci sarebbe andata, domani.
Sprofondano le strade e cadono le montagne: buon peso, a Città dei Savoia sono anche alle prese con il disinnescare un ordigno sganciato dalla RAF settantacinque anni fa e saltato fuori, settimana scorsa, dal cantiere della metro, proprio dietro a Porta Nuova. Poi dice che era una bella idea mandare la figlia a studiare a Torino.
Ho passato il quarto weekend di fila a correggere prove, anche se ieri sono uscita se Dio vuole quelle 4 o 5 ore, prima a Paesino di Sogno con la Bottadicoca, poi a cena con lo Zio Granduca. Poi oggi, dopo aver visto la fiumana di fango che si è portata via un pezzo di viadotto, non sono più riuscita a concentrarmi su niente.
L'Uomo pesta sui tasti del pc al mio fianco, presissimo dal festival imminente. Io rimugino su tante faccende.
Devo decidere cosa fare di alcune cose e alcune case. Sta diventando impellente partire con alcuni progetti e credo di volermi prima di tutto garantire un grande spazio dove conservare dei mobili, certo sarà da scegliere bene perché sarà a Genova, quindi non deve essere:
- sotto un viadotto
- sotto un muraglione
- lungo un torrente
- troppo vicino al mare
- troppo vicino al monte.
Quindi, o metto i mobili al centro di piazza De Ferrari, o forse il primo posto utile potrebbe essere, che so, verso Piacenza.
Ieri mattina mi sono svegliata e ho confessato all'Uomo di avere, come avrebbe scritto il mai abbastanza pianto Maestro Camilleri, un core d'asino e un core di lione.
Da un lato, sono convinta che se io, cappottino rosso e palle in mano, inizio il Grande Rivoluzionamento delle Case di qui e di giù, la famiglia mi terrà dietro. E una fatidica sera io e l'Uomo ci siederemo nel grande salotto al buio a guardar passare i traghetti illuminati. E dormiremo abbracciati nella stanza in cui la Zia Buona mi raccontava le avventure di Gulliver, e la Zia Bella compariva, col suo passo felino, in mano un piatto con due mele e un coltello, dicendo con voce sorniona: "Picnic di mezzanotte?" La Princi avrà la stanza gigantesca della Zia Bella. Con lo spazio per un matrimoniale, la zona studio E un angolo da mettere a salottino.
E qui, invece, forse troveremo una bella casa con due bagni, una grande cucina e la vista sui monti. Chi lo sa. L'ho sognata tante volte.
Dall'altro lato ho paura, una paura nera, di ficcarmi in una serie di cose di cui devo occuparmi prevalentemente da sola, e soprattutto di essere sola quando il lavoro sarà finito. Per chi, per cosa lo faccio? Con chi? Chi è questo tizio un po' trasandato qui a fianco, che cosa pensa, sarà ancora qui tra due anni, quando presumibilmente si vedranno i risultati di tutta una lunga fatica organizzativa, di tante spese?
E inoltre: ma allora lascio Scuolina Rosa e vado a Scuola Vintage? Davvero? Anche se ci sono gli alberi di melo cotogno e le montagne là in fondo e la cucina, e quel profumo di casa?
E la Princi, va davvero via?
E noi?
E...
...ma ha senso tutto questo, mentre la terra si sfalda?
Ecco, mi sentivo così ieri mattina. E mentre mi preparavo per la giornata, pensavo: te lo dovresti ricordare che, anche se stai lavorando duro per arrivare a un altro livello di evoluzione, tu in realtà sei già morta. Sei morta quasi cinque anni fa e lo sai, solo che per far contenti gli altri ci costruisci sopra una vita, e boh, alla fin fine funziona. Non ti lamenti più. Spesso sei davvero allegra, non è una finta. Quando ti sembra che niente abbia senso, è ovvio, devi sapere come mai sei arrivata qui ora, e a fare cosa. Per tutto il resto del tempo, recitare è diventato quasi come essere. Ce la fai, ormai. E cosa ti ha detto Sua Maestà il Formatore Paraculo (di cui non ho ancora parlato, ma prima o poi vi tocca)? "Adesso non è il momento di mollare, ma di premere sull'acceleratore." Così sono uscita dal bagno convinta di poter iniziare capitoli nuovi, lunghi e faticosi, e determinata a non arrendermi, come al solito.
Mi chiedevo dove prendere le forze, però. Perché va bene, ce la faccio, ma siamo realistici, non si può tirare soltanto carri di pietre, a volte sarebbe bello essere sollevati un po' di peso. Alzati su in un abbraccio forte e felice, di qualcuno che veramente avesse voglia di vederci arrivare. Le amiche, metaforicamente, lo sanno fare, a volte la Princi, a volte, rigorosamente senza toccarmi, lo fa anche mia madre. Ma. Ovviamente, c'è un ma. Perché lui non lo fa più.
Poi all'improvviso un lampo colorato nell'aria, tra me e quel che stavo guardando. Un fotogramma di un istante appena, ma con dentro il profumo violento dell'estate. Fa male e fa bene, è medicina e veleno. In entrambi i casi, è nel mio bicchiere, e io ci bevo, lì.
La Princi è in fondo in fondo alla Liguria di Ponente, ospite da gente cui abbiamo mandato in omaggio l'ultima annata di produzione di barbera e moscato, ultima nel senso che non lo so se esisteranno ancora le cantine, domani mattina.
Non si sa se da qui a domani esisteranno ancora strade e ferrovie in grado di riportarla a casa, di sicuro comunque nel suo bellissimo campus sulla Dora non ci sarebbe andata, domani.
Sprofondano le strade e cadono le montagne: buon peso, a Città dei Savoia sono anche alle prese con il disinnescare un ordigno sganciato dalla RAF settantacinque anni fa e saltato fuori, settimana scorsa, dal cantiere della metro, proprio dietro a Porta Nuova. Poi dice che era una bella idea mandare la figlia a studiare a Torino.
Ho passato il quarto weekend di fila a correggere prove, anche se ieri sono uscita se Dio vuole quelle 4 o 5 ore, prima a Paesino di Sogno con la Bottadicoca, poi a cena con lo Zio Granduca. Poi oggi, dopo aver visto la fiumana di fango che si è portata via un pezzo di viadotto, non sono più riuscita a concentrarmi su niente.
L'Uomo pesta sui tasti del pc al mio fianco, presissimo dal festival imminente. Io rimugino su tante faccende.
Devo decidere cosa fare di alcune cose e alcune case. Sta diventando impellente partire con alcuni progetti e credo di volermi prima di tutto garantire un grande spazio dove conservare dei mobili, certo sarà da scegliere bene perché sarà a Genova, quindi non deve essere:
- sotto un viadotto
- sotto un muraglione
- lungo un torrente
- troppo vicino al mare
- troppo vicino al monte.
Quindi, o metto i mobili al centro di piazza De Ferrari, o forse il primo posto utile potrebbe essere, che so, verso Piacenza.
Ieri mattina mi sono svegliata e ho confessato all'Uomo di avere, come avrebbe scritto il mai abbastanza pianto Maestro Camilleri, un core d'asino e un core di lione.
Da un lato, sono convinta che se io, cappottino rosso e palle in mano, inizio il Grande Rivoluzionamento delle Case di qui e di giù, la famiglia mi terrà dietro. E una fatidica sera io e l'Uomo ci siederemo nel grande salotto al buio a guardar passare i traghetti illuminati. E dormiremo abbracciati nella stanza in cui la Zia Buona mi raccontava le avventure di Gulliver, e la Zia Bella compariva, col suo passo felino, in mano un piatto con due mele e un coltello, dicendo con voce sorniona: "Picnic di mezzanotte?" La Princi avrà la stanza gigantesca della Zia Bella. Con lo spazio per un matrimoniale, la zona studio E un angolo da mettere a salottino.
E qui, invece, forse troveremo una bella casa con due bagni, una grande cucina e la vista sui monti. Chi lo sa. L'ho sognata tante volte.
Dall'altro lato ho paura, una paura nera, di ficcarmi in una serie di cose di cui devo occuparmi prevalentemente da sola, e soprattutto di essere sola quando il lavoro sarà finito. Per chi, per cosa lo faccio? Con chi? Chi è questo tizio un po' trasandato qui a fianco, che cosa pensa, sarà ancora qui tra due anni, quando presumibilmente si vedranno i risultati di tutta una lunga fatica organizzativa, di tante spese?
E inoltre: ma allora lascio Scuolina Rosa e vado a Scuola Vintage? Davvero? Anche se ci sono gli alberi di melo cotogno e le montagne là in fondo e la cucina, e quel profumo di casa?
E la Princi, va davvero via?
E noi?
E...
...ma ha senso tutto questo, mentre la terra si sfalda?
Ecco, mi sentivo così ieri mattina. E mentre mi preparavo per la giornata, pensavo: te lo dovresti ricordare che, anche se stai lavorando duro per arrivare a un altro livello di evoluzione, tu in realtà sei già morta. Sei morta quasi cinque anni fa e lo sai, solo che per far contenti gli altri ci costruisci sopra una vita, e boh, alla fin fine funziona. Non ti lamenti più. Spesso sei davvero allegra, non è una finta. Quando ti sembra che niente abbia senso, è ovvio, devi sapere come mai sei arrivata qui ora, e a fare cosa. Per tutto il resto del tempo, recitare è diventato quasi come essere. Ce la fai, ormai. E cosa ti ha detto Sua Maestà il Formatore Paraculo (di cui non ho ancora parlato, ma prima o poi vi tocca)? "Adesso non è il momento di mollare, ma di premere sull'acceleratore." Così sono uscita dal bagno convinta di poter iniziare capitoli nuovi, lunghi e faticosi, e determinata a non arrendermi, come al solito.
Mi chiedevo dove prendere le forze, però. Perché va bene, ce la faccio, ma siamo realistici, non si può tirare soltanto carri di pietre, a volte sarebbe bello essere sollevati un po' di peso. Alzati su in un abbraccio forte e felice, di qualcuno che veramente avesse voglia di vederci arrivare. Le amiche, metaforicamente, lo sanno fare, a volte la Princi, a volte, rigorosamente senza toccarmi, lo fa anche mia madre. Ma. Ovviamente, c'è un ma. Perché lui non lo fa più.
Poi all'improvviso un lampo colorato nell'aria, tra me e quel che stavo guardando. Un fotogramma di un istante appena, ma con dentro il profumo violento dell'estate. Fa male e fa bene, è medicina e veleno. In entrambi i casi, è nel mio bicchiere, e io ci bevo, lì.
Tanto, io non mi sarei arresa comunque. Che ve lo dico a fare.
lunedì 4 novembre 2019
Cose belle, meno belle, bellissime - 2
La mia famiglia e altri animali
Io invece, come ogni scrittore che si rispetti, e come ogni strega, e come ogni membro della mia famiglia, sono a scrivere, sul divano, con un gatto nero sui piedi.
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| Quasi del tutto nera. Ma non per questo meno malefica |
A proposito di gatti neri. E di gente che scrive e pratica le arti oscure. Sanguedelmiosangue è stato operato, dopo soli sette mesi di angoscia, di un adenoma, che gli hanno estratto dal naso. Quindi potete immaginare dove fosse. Io ho avuto solo due crisi di nervi. Una appena mi è stata riferita la diagnosi, una appena saputo che era in sala operatoria. Sono stata veramente brava. Se calcoliamo che sono due anni e mezzo che il suddetto cugino, forse a causa della merda che letteralmente gli stava crescendo vicino al cervello, ha troncato i rapporti con me. E che io, dopo un certo tot, avevo troppe grane qui per continuare a soffrire anche di quello. Ma non è che non ci pensi. Adesso pare che ci si possano scrivere dei cauti sms in caso di vita o di morte, come dopo la rimozione di un adenoma, e che cazzo. Quindi lo posso dire che questa è una grossa fetta di cose che devo ancora farmi spiegare, che è doloroso, e che quanto sia brutto non parlarsi lo capisco soprattutto dai commenti e dalle rare domande che, con delicatezza da monaco tibetano che prepara un mandala, mi rivolgono ogni tanto mia madre, mia figlia o gli amici. Che mi sottovalutano, data la mia ormai notevolissima capacità di non dare di testa pur essendo in situazioni allucinanti da un pezzo. Comunque, di base, quel che importa è che il pezzo di troppo dell'abbondante cervello di SDMS sia stato rimosso e lui stia bene.
Con la stessa sicumera con cui non muoio di gastrite dietro a certe situazioni, sto attraversando, con mia madre, lo Squalo, il Geometrapiùbravodelmondo, una schiera di avvocati e altri ottimi collaboratori, la vendita dell'unico Bene con la B maiuscola che la mia famiglia mi abbia lasciato in eredità. E che mi costa da anni, in soldi e angosce, quanto un male con la M altrettanto maiuscola. Siamo quasi alla fine e io sono qui che penso a cosa farò o meglio, all'ordine di precedenza delle cose da fare, una volta scambiata quella fucina di disgrazie con un congruo mucchietto di denari. Vorrei tanto poter dire che in cima alla lista sta comprarmi una Fiesta rossa, tutta lucente. O meglio nera. Ma è chiaro che ci sono altre priorità molto più serie. E che la Fiesta, nella mia vita, ci deve passare solo di striscio, poiché essa porta devastazione.
Vorrei anche poter dire che in cima alla lista c'è un bell'appartamento grande per la mia famiglia, ma la famiglia non so se voglia venirci, quindi credo che resteremo nel piccolo e metteremo un po' in ordine qua.
Nel dubbio, ho iniziato a riorganizzare l'ufficio per sbatterci dentro tutte quelle cose che qui non ci stanno più
Frattanto, comunque, abbiamo guadagnato spazio quando la Princi si è tolta dalla testa l'ingombrante massa di treccioline biondo platino con la quale era tornata dalla Spagna. Mi pare non sia l'unico spazio che abbiamo guadagnato, se a colazione l'altro giorno l'Uomo mi dice: "Sarà, ma prima io la sentivo sempre quando rientrava di notte, adesso non mi accorgo più di niente." E io gli dico: "Anch'io dormivo sempre con un orecchio teso, prima. Poi lo guardo e chiedo una precisazione: "Ma dici prima della Spagna?" E lui: "Sì ". Ed è ormai chiaro a tutti che la nostra vita familiare si divide in Prima Della Spagna e Dopo La Spagna. Io sospetto tra l'altro che le conseguenze della Spagna ce le porteremo avanti per moltissimo tempo e potrebbero anche non essere negative, ma forse è prematuro parlarne.
Di sicuro, le premesse erano che la Princi andasse a cacciarsi in un guaio ancora più grosso di quello in cui era a casa, e invece pare che l'unica cosa di imponente che abbia riportato a casa sia la nostalgia per un bellissimo pompiere, laureato e in gamba. Per gli sviluppi staremo a vedere, perché la Castagna ormai ha capito che sugli uomini della figlia non deve fare alcun genere di previsioni, dato che il suo tigresco amor materno la rende inadatta ad essere la suocera di chicchessia, e che spesso il chicchessia portato dalla figlia verso casa è qualcuno dal quale il buon senso consiglia di liberarsi in fretta. Comunque al pompiere carino fuori e intelligente dentro si potrebbe fare un po' di sconto, sì, dai.
La figlia dalla Spagna è tornata sempre molto magra e veramente tanto sbattuta, ma con evidenti risultati in termini di comprensione della vita.
E ora (oggi) mamma Castagna e piccola tigre hanno condiviso un pomeriggio a Torino, che si potrà forse riassumere in una serie di fotogrammi.
La figlia che dice alla madre: "Ti porto in un posto che ti piace" e la fa salire al terzo piano della biblioteca, vista di qua sulla Mole, di là sulla Dora, luce, silenzio, spazio. "Noi studiamo sempre qui" dice. Minchia. Lo stesso punto che avrei scelto io. Questa figlia... questa figlia. ("Una figlia??? UNA FIGLIA!!!", cit., 2013)
Una coccinella sul vetro dell'auto. In novembre. A Torino.
Vanchiglia. Sarà perché ci passa la Dora, quasi con lo stesso suono che ha a Oulx, ma Castagna, che detesta Torino, apprezza Vanchiglia.
"Goodnignt moon" di Shivaree alla radio, in tangenziale.
Lei, la figlia. Lui, il marito al telefono che segue ogni mossa. Forse, distante, anche il pompiere ha saputo della giornata. Lei, la madre, che, a un semaforo di corso Tortona, improvvisamente realizza che sta andando a cercare casa alla figlia, il che significa che la Spagna è finita, ma per parte della settimana la bambina abiterà fuori. Presa dalla trance agonistica e concentrata sull'università, la mamma questo non lo aveva colto. Aveva nebulosamente colto il messaggio dal lato coniugale, "saremo noi due per la maggior parte del tempo". Non aveva colto il fatto di essersi appena riabituata a essere "di nuovo noi tre" e di rischiare di non vedere quasi più il pigiamino rosa aggirarsi per casa alla sera. Si sente, al semaforo di corso Tortona, un suono vischioso. Tipo pugnalata in un organo interno, in alto a sinistra. Cristo, che botta. ("Una figlia??? UNA FIGLIA!!!")
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| Goodnight, moon. |
domenica 27 ottobre 2019
Cose belle, meno belle, bellissime - 1
In II B, la Strana mi recita "Tanto gentile e tanto onesta pare" così bene, ma così bene, ma così bene, che a me viene la pelle d'oca. Prende un 10 e lode e poi viene anche a ripetere la poesia davanti a tutta la terza: "Te la senti?"
"Certo, prof, ma io non li guardo, guardo lei, me lo hanno insegnato al corso di teatro." "Guarda chi vuoi, basta che la reciti come l'hai recitata di là, che va benissimo."
E guarda davvero me, tanto che, quando mi sposto un attimo per chiudere la porta visto che in corridoio c'è rumore, mi rendo conto che non devo lasciare il contatto visivo con lei, altrimenti si impappina. Mi fermo e non la mollo, non si impappina, fa un figurone.
Alla chiusura dell'ultima terzina c'è un secondo di silenzio ammirato da parte della terza B. Poi Strepitoso sfodera il suo miglior sorriso, quello con la combo fossette + alzatina di spalle + arricciatina di naso, e esclama: "Ecco, io l'anno scorso ho preso due!!!" e tutti ridono, e dopo le battono generosamente le mani.
Dal momento che lei ha fatto questo exploit, in II B parliamo della lettura espressiva e della capacità di creare delle sensazioni nel pubblico. Per spiegare loro cosa si intende faccio cercare sulla Lim al mio collega di sostegno un pezzo di una lettura dantesca fatta da Vittorio Gassman. Spiego anche che Vittorio Gassman era persino esagerato, quanto a teatralità... quindi per sdrammatizzare ascoltiamo i brevissimi contributi in cui Vittorio Gassman legge con aria ispirata l'etichetta di un capo delicato, gli ingredienti dei frollini e altre cose buffissime. Vi consiglio di cercarle su Internet perché vi miglioreranno la giornata, in particolare è spettacolare quella in cui legge il cartello dell'oculista.
I ragazzi si sdraiano dal ridere e allora presa dal sacro fuoco metto su anche i brevi sketch su YouTube in cui Nicola Nocella legge i grandi maestri contemporanei (Luciano Ligabue e Tiziano Ferro, cercate pure quelli). Commento del Cinghiale: "No, ma questo è un bomber!"
Da quel momento gli alunni di II B mi chiederanno di andare in bagno soltanto con pause drammatiche e occhio folgorante alla Gassman. Però c'è un momento di intoppo in tutto questo: all'inizio di questa pausa di ilarità, alcuni dei ragazzi sono fuori a fare una prova di grammatica e, quando il collega cerca il video di Nocella che legge Tiziano Ferro, io gli chiedo di far sentire prima un pezzetto della canzone originale e lui sbaglia video. Allora, io sono incartata a cercare di capire come arrivare alla canzone giusta, ma il collega non mi segue; nel frattempo mi si pianta davanti Anna Frank coi suoi occhioni da bambina della comunità e enuncia: "Io sono diversi giorni che ho la diarrea". Al che io le dico "Vai pure, se devi andare in bagno", e lei mi dice: "No, ma io sono diversi giorni che ho la diarrea" e io interdetta: "Ok, se devi uscire vai, non chiedere neanche il permesso" e lei: "No, ma..." e non mi si toglie di davanti. Io cerco di capire, nel frattempo il collega mi parla, nel frattempo la classe che sta perdendo l'attenzione si agita, e in tutto questo sulla mia manica si appoggiano le ditine frenetiche di BastianaBaldassarraBucci e io scatto: "Cosa vuoi?", abbastanza secca. La poverina: "Niente, ho finito la prova", dice lei, e io: "E va bene! Vai a posto" e cerco contemporaneamente di far partire il video giusto per far stare attenti gli altri e di togliere Anna Frank dal centro dell'attenzione, rimandandola prima di tutto nel banco, visto che non deve andare in bagno. Più tardi la prenderò, la porterò fuori e scoprirò che stava cercando di dirmi che le stava venendo un attacco d'ansia, dovuto al fatto che in questo periodo ha paura della scuola. Comunque il video parte, i ragazzi ridono della lettura magistrale di Nicola Nocella e io riesco a fare lezione. Poi poco prima dell'intervallo esco con Anna Frank e parliamo un po'; quando ritorno verso la classe, vedo BastianaBaldassarraBucci che mi viene incontro e rimango esterrefatta: "Scusa, ma tu la prova l'hai finita? Cosa ci fai in giro?"
"Ma prof gliel'ho detto prima..."
E intanto io controllo sulla cattedra: "E dov'è la prova?" BastianaBaldassarraBucci mi guarda con aria stranita e io capisco che non devo MAI, MAI dimenticare quando parlo con lei di aver a che fare con una specie di Rain Man: "Ma non me l'hai consegnata?" La piccola genietta socialmente disfunzionale si blocca, cone sempre quando la becco in fallo, e io realizzo: "L'hai tenuta tu? Ce l'hai sul banco?" "..." "Ma BastianaBaldassarra, ma porcaccia la miseria... Ma io non posso averti lasciato una prova un'ora sotto il banco, con il libro di grammatica e tutto quanto!" singhiozzo esasperata, "adesso te la dovrei annullare, l'hai tenuta quasi un'ora, come faccio a sapere che non hai copiato?" Nel faccino sinceramente mortificato della BBB si disegna con inequjvocabile chiarezza la frase "Tu lo sai che io non ho copiato" e io lo so, a istinto, ma per qualunque altra persona farei così, quindi le dico "Vammi a prendere quella prova", la guardo ed effettivamente c'è soltanto una cancellatura. Allora crollo: "Io... non so cosa fare, guarda, senti oggi sono un po' stanca, facciamo così, la guardo a casa e ci penso, poi ti faccio sapere. " Ma un qualcosa di potentissimo, quella vibrazione che mi dice che a questa che è una MIA alunna posso dirlo, mi spinge a continuare: "Abbi pazienza, mia figlia è tornata da poco dalla Spagna, non dormo più perché ho tantissimi pensieri, tantissime cose da fare, anche di sera tardi. Sono un po' suonata. Anche tu però, santo cielo, dovresti saperlo..." BastianaBaldassarraBucci annuisce con aria un po' contrita e se ne va per il pezzetto dell'intervallo rimanente. PIù tardi sto per uscire dalla classe e le sue ditine nevrotiche sono di nuovo appoggiate al mio avambraccio: "Arrivederci professoressa, e mi scusi tanto per l'equivoco che si è creato." Cosa fai, la mangi di baci?
"Certo, prof, ma io non li guardo, guardo lei, me lo hanno insegnato al corso di teatro." "Guarda chi vuoi, basta che la reciti come l'hai recitata di là, che va benissimo."
E guarda davvero me, tanto che, quando mi sposto un attimo per chiudere la porta visto che in corridoio c'è rumore, mi rendo conto che non devo lasciare il contatto visivo con lei, altrimenti si impappina. Mi fermo e non la mollo, non si impappina, fa un figurone.
Alla chiusura dell'ultima terzina c'è un secondo di silenzio ammirato da parte della terza B. Poi Strepitoso sfodera il suo miglior sorriso, quello con la combo fossette + alzatina di spalle + arricciatina di naso, e esclama: "Ecco, io l'anno scorso ho preso due!!!" e tutti ridono, e dopo le battono generosamente le mani.
Dal momento che lei ha fatto questo exploit, in II B parliamo della lettura espressiva e della capacità di creare delle sensazioni nel pubblico. Per spiegare loro cosa si intende faccio cercare sulla Lim al mio collega di sostegno un pezzo di una lettura dantesca fatta da Vittorio Gassman. Spiego anche che Vittorio Gassman era persino esagerato, quanto a teatralità... quindi per sdrammatizzare ascoltiamo i brevissimi contributi in cui Vittorio Gassman legge con aria ispirata l'etichetta di un capo delicato, gli ingredienti dei frollini e altre cose buffissime. Vi consiglio di cercarle su Internet perché vi miglioreranno la giornata, in particolare è spettacolare quella in cui legge il cartello dell'oculista.
I ragazzi si sdraiano dal ridere e allora presa dal sacro fuoco metto su anche i brevi sketch su YouTube in cui Nicola Nocella legge i grandi maestri contemporanei (Luciano Ligabue e Tiziano Ferro, cercate pure quelli). Commento del Cinghiale: "No, ma questo è un bomber!"
Da quel momento gli alunni di II B mi chiederanno di andare in bagno soltanto con pause drammatiche e occhio folgorante alla Gassman. Però c'è un momento di intoppo in tutto questo: all'inizio di questa pausa di ilarità, alcuni dei ragazzi sono fuori a fare una prova di grammatica e, quando il collega cerca il video di Nocella che legge Tiziano Ferro, io gli chiedo di far sentire prima un pezzetto della canzone originale e lui sbaglia video. Allora, io sono incartata a cercare di capire come arrivare alla canzone giusta, ma il collega non mi segue; nel frattempo mi si pianta davanti Anna Frank coi suoi occhioni da bambina della comunità e enuncia: "Io sono diversi giorni che ho la diarrea". Al che io le dico "Vai pure, se devi andare in bagno", e lei mi dice: "No, ma io sono diversi giorni che ho la diarrea" e io interdetta: "Ok, se devi uscire vai, non chiedere neanche il permesso" e lei: "No, ma..." e non mi si toglie di davanti. Io cerco di capire, nel frattempo il collega mi parla, nel frattempo la classe che sta perdendo l'attenzione si agita, e in tutto questo sulla mia manica si appoggiano le ditine frenetiche di BastianaBaldassarraBucci e io scatto: "Cosa vuoi?", abbastanza secca. La poverina: "Niente, ho finito la prova", dice lei, e io: "E va bene! Vai a posto" e cerco contemporaneamente di far partire il video giusto per far stare attenti gli altri e di togliere Anna Frank dal centro dell'attenzione, rimandandola prima di tutto nel banco, visto che non deve andare in bagno. Più tardi la prenderò, la porterò fuori e scoprirò che stava cercando di dirmi che le stava venendo un attacco d'ansia, dovuto al fatto che in questo periodo ha paura della scuola. Comunque il video parte, i ragazzi ridono della lettura magistrale di Nicola Nocella e io riesco a fare lezione. Poi poco prima dell'intervallo esco con Anna Frank e parliamo un po'; quando ritorno verso la classe, vedo BastianaBaldassarraBucci che mi viene incontro e rimango esterrefatta: "Scusa, ma tu la prova l'hai finita? Cosa ci fai in giro?"
"Ma prof gliel'ho detto prima..."
E intanto io controllo sulla cattedra: "E dov'è la prova?" BastianaBaldassarraBucci mi guarda con aria stranita e io capisco che non devo MAI, MAI dimenticare quando parlo con lei di aver a che fare con una specie di Rain Man: "Ma non me l'hai consegnata?" La piccola genietta socialmente disfunzionale si blocca, cone sempre quando la becco in fallo, e io realizzo: "L'hai tenuta tu? Ce l'hai sul banco?" "..." "Ma BastianaBaldassarra, ma porcaccia la miseria... Ma io non posso averti lasciato una prova un'ora sotto il banco, con il libro di grammatica e tutto quanto!" singhiozzo esasperata, "adesso te la dovrei annullare, l'hai tenuta quasi un'ora, come faccio a sapere che non hai copiato?" Nel faccino sinceramente mortificato della BBB si disegna con inequjvocabile chiarezza la frase "Tu lo sai che io non ho copiato" e io lo so, a istinto, ma per qualunque altra persona farei così, quindi le dico "Vammi a prendere quella prova", la guardo ed effettivamente c'è soltanto una cancellatura. Allora crollo: "Io... non so cosa fare, guarda, senti oggi sono un po' stanca, facciamo così, la guardo a casa e ci penso, poi ti faccio sapere. " Ma un qualcosa di potentissimo, quella vibrazione che mi dice che a questa che è una MIA alunna posso dirlo, mi spinge a continuare: "Abbi pazienza, mia figlia è tornata da poco dalla Spagna, non dormo più perché ho tantissimi pensieri, tantissime cose da fare, anche di sera tardi. Sono un po' suonata. Anche tu però, santo cielo, dovresti saperlo..." BastianaBaldassarraBucci annuisce con aria un po' contrita e se ne va per il pezzetto dell'intervallo rimanente. PIù tardi sto per uscire dalla classe e le sue ditine nevrotiche sono di nuovo appoggiate al mio avambraccio: "Arrivederci professoressa, e mi scusi tanto per l'equivoco che si è creato." Cosa fai, la mangi di baci?
martedì 3 settembre 2019
Distacco e leggerezza
Mi ha scritto alle 3 di notte ma io dormivo. Facciamo progressi. Leggerezza. Non ancora distacco, ma va bene così.
La collega di francese nuova ha i capelli viola. Interamente viola. Avrà passato i 55 e non pare una volpe, ma è gentile. Ovviamente diventa Violette, per noi, e lo rimarrà anche se si colora diversamente.
Ha anche le unghie, viola. E dei monili interessanti. Fuma, quindi passeremo del tempo insieme, se non mi fa incazzare. Magari sarà meglio del previsto. Leggerezza viola, mi è rimasto in mente il suo sorriso timido.
Assemblea di condominio. Potenzialmente sanguinosa, ci stanno facendo i terrazzi e la facciata, siamo invasi dalle polveri, stendiamo in casa, fa caldo, ci sono tre diverse squadre di uomini e manco uno carino che ti spunti all'improvviso davanti mentre pranzi, calandosi da un ponteggio. Vado con la Diavolessa e altre due vicine, decidiamo di muoverci a piedi, ci stipiamo con gli altri nel microstudio della nostra amministratrice, sono presenti 20 proprietari su 24, un record. Nessuno litiga e nessuno grida, alla votazione sulla tinteggiatura siamo d'accordo, tutti. Ho detto tutti. A un'assemblea di condominio. Tanto che quella merda del piano di sotto, che non può più fare il capetto mafioso perché il palazzo si sta riempiendo di famiglie giovani che ragionano con la loro testa, decide di colpo di astenersi, insieme all'unico condomino che gli ha dato delega. Gli ridiamo in faccia. Alla fine la tipa chiede chi si nomina come segretario, si alza la Castagna che finora è stata seduta e ha fatto domande con voce flautata e un po' ingenua, dice che lei volentieri fa da segretaria se prima di stampare e firmare il verbale può leggerlo. La tipa le cede il posto al pc e lei, con occhio di falco, individua che manca la sola puntualizzazione sui lavori richiesta dall'assemblea, cioè che siano considerati facciata anche alcuni pezzi interni dei terrazzi e il portico. Detto fatto, consulta i condomini e con le sue perfide unghiette color geranio digita la frase mancante, poi la rilegge, sempre con voce un po' svagata da donna della domenica. Game, set, match. Ovazione della sala. Peraltro, era andata alla riunione con l'idea che se si fossero lanciate sedie e bestemmie lei sarebbe rimasta nel suo dorato alone di buddhismo, pace e sticazzi. Distacco. Le grane sono altre.
Si è deciso per trasformare uno sgabuzzino dell'ufficio in un mini distacco con una sua funzione. Domani Castagna rilegge bene che colori richiede quella zona dell'appartamento in base al feng shui, poi esce, compra la tinta e i mobili, e si diverte un po'. Poi compra anche le sedie nuove per il salotto di casa, ha deciso. Colore. Leggerezza. Novità. Ha mandato un timido messaggio all'Uomo per dirglielo e lui ha risposto che l'idea gli pareva ottima.
Poi, a casa, a tutti e due saltano i nervi di continuo, tra il caldo, i ponteggi, il disordine perché la Fata è in vacanza, l'alimentazione senza grassi perché entrambi sono a regime. Per non parlare della Princi, che, essendo a 1200 km di distanza, sembra non esserci ma, appena la si nomina, viene fuori che è presente nei pensieri di entrambi con intensità pari alla solita, solo moltiplicata per il numero dei km tra noi e lei, fratto il numero dei messaggi che manda e rimoltiplicato per i giorni che ancora devono passare prima che torni. Però la Castagna si ficca le cuffiette nelle orecchie e ascolta i Radiohead, gli Imagine Dragons, Kim Taylor, Sixto Rodriguez e si calma. Distacco. Dolcezza di allungare un piede e trovare il suo, di respirare sul suo petto, ma distacco.
"Incanto e disperazione" dice la poetessa Wyszlava Szymborska (l'avrò scritto giusto? Sono andata a memoria) per bocca della nuova amica di Castagna, che merita un post tutto suo. "Fra distruzione e meraviglia" dice un verso di Ligabue, che alla Castagna garba un monte, come dicevano i toscani presenti al ritiro di yoga. Tra cui un uomo sulla cinquantina molto bello, di professione astrologo, che le ha detto in faccia, davanti a diverse persone, che tra loro due c'era evidente attrazione per il comune ascendente Luna in Gemelli. E lei non ha fatto una piega, non ha negato,
né si è imbarazzata, né ha sdrammatizzato ridendo, o altro. È stata una parte della conversazione in gruppo come un'altra, e nessuno si è smosso. Tutti adulti, e non più impauriti dalla vita. Seria, consapevole, rispettosa leggerezza. Bella sensazione.
Vediamo cosa viene dopo.
La collega di francese nuova ha i capelli viola. Interamente viola. Avrà passato i 55 e non pare una volpe, ma è gentile. Ovviamente diventa Violette, per noi, e lo rimarrà anche se si colora diversamente.
Ha anche le unghie, viola. E dei monili interessanti. Fuma, quindi passeremo del tempo insieme, se non mi fa incazzare. Magari sarà meglio del previsto. Leggerezza viola, mi è rimasto in mente il suo sorriso timido.
Assemblea di condominio. Potenzialmente sanguinosa, ci stanno facendo i terrazzi e la facciata, siamo invasi dalle polveri, stendiamo in casa, fa caldo, ci sono tre diverse squadre di uomini e manco uno carino che ti spunti all'improvviso davanti mentre pranzi, calandosi da un ponteggio. Vado con la Diavolessa e altre due vicine, decidiamo di muoverci a piedi, ci stipiamo con gli altri nel microstudio della nostra amministratrice, sono presenti 20 proprietari su 24, un record. Nessuno litiga e nessuno grida, alla votazione sulla tinteggiatura siamo d'accordo, tutti. Ho detto tutti. A un'assemblea di condominio. Tanto che quella merda del piano di sotto, che non può più fare il capetto mafioso perché il palazzo si sta riempiendo di famiglie giovani che ragionano con la loro testa, decide di colpo di astenersi, insieme all'unico condomino che gli ha dato delega. Gli ridiamo in faccia. Alla fine la tipa chiede chi si nomina come segretario, si alza la Castagna che finora è stata seduta e ha fatto domande con voce flautata e un po' ingenua, dice che lei volentieri fa da segretaria se prima di stampare e firmare il verbale può leggerlo. La tipa le cede il posto al pc e lei, con occhio di falco, individua che manca la sola puntualizzazione sui lavori richiesta dall'assemblea, cioè che siano considerati facciata anche alcuni pezzi interni dei terrazzi e il portico. Detto fatto, consulta i condomini e con le sue perfide unghiette color geranio digita la frase mancante, poi la rilegge, sempre con voce un po' svagata da donna della domenica. Game, set, match. Ovazione della sala. Peraltro, era andata alla riunione con l'idea che se si fossero lanciate sedie e bestemmie lei sarebbe rimasta nel suo dorato alone di buddhismo, pace e sticazzi. Distacco. Le grane sono altre.
Si è deciso per trasformare uno sgabuzzino dell'ufficio in un mini distacco con una sua funzione. Domani Castagna rilegge bene che colori richiede quella zona dell'appartamento in base al feng shui, poi esce, compra la tinta e i mobili, e si diverte un po'. Poi compra anche le sedie nuove per il salotto di casa, ha deciso. Colore. Leggerezza. Novità. Ha mandato un timido messaggio all'Uomo per dirglielo e lui ha risposto che l'idea gli pareva ottima.
Poi, a casa, a tutti e due saltano i nervi di continuo, tra il caldo, i ponteggi, il disordine perché la Fata è in vacanza, l'alimentazione senza grassi perché entrambi sono a regime. Per non parlare della Princi, che, essendo a 1200 km di distanza, sembra non esserci ma, appena la si nomina, viene fuori che è presente nei pensieri di entrambi con intensità pari alla solita, solo moltiplicata per il numero dei km tra noi e lei, fratto il numero dei messaggi che manda e rimoltiplicato per i giorni che ancora devono passare prima che torni. Però la Castagna si ficca le cuffiette nelle orecchie e ascolta i Radiohead, gli Imagine Dragons, Kim Taylor, Sixto Rodriguez e si calma. Distacco. Dolcezza di allungare un piede e trovare il suo, di respirare sul suo petto, ma distacco.
"Incanto e disperazione" dice la poetessa Wyszlava Szymborska (l'avrò scritto giusto? Sono andata a memoria) per bocca della nuova amica di Castagna, che merita un post tutto suo. "Fra distruzione e meraviglia" dice un verso di Ligabue, che alla Castagna garba un monte, come dicevano i toscani presenti al ritiro di yoga. Tra cui un uomo sulla cinquantina molto bello, di professione astrologo, che le ha detto in faccia, davanti a diverse persone, che tra loro due c'era evidente attrazione per il comune ascendente Luna in Gemelli. E lei non ha fatto una piega, non ha negato,
né si è imbarazzata, né ha sdrammatizzato ridendo, o altro. È stata una parte della conversazione in gruppo come un'altra, e nessuno si è smosso. Tutti adulti, e non più impauriti dalla vita. Seria, consapevole, rispettosa leggerezza. Bella sensazione.
Vediamo cosa viene dopo.
martedì 20 agosto 2019
The big M
Stasera l'amica, mezza collega, Maestrana, parlando del più e del meno dice: "no, bisogna prepararsi, che poi con la menopausa si ingrassa."
"Con la?" chiedo io. "Con...?"
CosacavolostaidicendoWillis?
Vi descrivo prima la scena, poi la sensazione.
Scena: sono seduta in piena luce sotto il porticato del castello a Paesino di Sogno, sì proprio lì, in piena Piazza del Peccato, laddove la sventurata eccetera, laddove ancora un mese fa ho avuto le vertigini nel vedere una ben nota figura stagliarsi sopra tutte le altre in mezzo a una festa, e fermarsi immobile a fissarmi con il bicchiere in mano e quello sguardo pensoso, anche se ne sono uscita in piedi stavolta, con un pezzetto storto di bacio rubato e pochi rimpianti, forse solo quello di non aver preso un tiro dalla sua sigaretta guardandolo con l'aria di dire: peggio per te, cocco.
Sono seduta praticamente sotto i riflettori, rido ad alta voce, sono poco truccata, ho una camicetta scollata senza pietà con il minor numero di bottoni chiusi possibile, un paio di pantaloni morbidi ma tagliati in un modo che secondo me sono proprio fichi, e uno dei tacchi più assassini del mio repertorio, a spillo e luccicante, col piede quasi nudo.
Sto passando una bellissima serata in cui, scoprirò rientrando, non ho sentito la mancanza di nessuno. Perché con questa amica, che strana è strana, ma di recente sta davvero molto meglio di testa, ci sto bene senza un perché. E senza pretese. E sono proprio lì perché me la sento di essere lì, adesso. Rido di cuore e mi sento bene. Finalmente. Succede per brevi sprazzi, ma sempre più spesso.
Così, quando lei nomina the big M, a me vengono gli occhi tondi come quelli di un cartone animato, ma soprattutto una nuvola passa per un attimo davanti al sole di tanta serenità. Cioè. Non è che io pensi ad avere figli (non ho proprio sotterrato il follicolo di guerra, ma, insomma, mi sa che ormai). Non è che io voglia essere forever young, anzi ripeto spesso che sto molto meglio a 40 e oltre che a trentatre, trentacinque e forse anche ventisette, lo dico da quando ne ho fatti 41 e non ho ancora cambiato idea. Non è che io viva col terrore di ingrassare, ma figuriamoci, poi non esiste questa cosa dopo quel che mi è successo nel 2019, e dopo che finalmente ho scoperto che esiste almeno un uomo abile e arruolato, sul pianeta, che alla mia frase "sto molto meglio col mio corpo da quando sono più grossa, mi sento bene" sorride beato e mi guarda come dire "oh Dio, non ci credo, ho trovato il santo Graal, la fenice, l'unicorno: una donna che non spaturnia sulla linea!".
Però... sono qui col mio piede affusolato nelle scarpine gnagne, il seno che mi scoppia via dalla camicetta, i capelli anni Ottanta perché fa umido, questa risata senza peso, questa nuova capacità di incedere per le piazze pericolose a testa alta... insomma, la menopausa non mi pare affatto un concetto che mi riguardi!
Sensazione: ecco, mi sento un po' come quella volta, sotto il campogiochi grande, quando tra una chiacchiera e l'altra la cugina di Musica, allora un'adolescente un po' cavallona, oggi un pezzo di figa che neanche in televisione, ci confessò, a me e Musica, che lei aveva già baciato un ragazzo con la lingua. E io e Musica, prese come larve tra il bozzolo delle medie e lo spiegare le ali del ginnasio, entrambe ci schifammo. Lei insisteva: invece è bello, vedrete che poi. Potrei dirvi esattamente come eravamo vestite, che luce e che temperatura c'erano, e il mio tono di voce mentre, un po' in disparte, dicevo a Musica: non so, a me, sinceramente, il pensiero non è che proprio mi ispiri...
Beh chiaro, ero piccina, non avevo ancora incontrato né quello di Spezia che baciava da Dio, né quello di Roma, che mi faceva così morire che come baciasse neanche lo riesco a ricostruire, perché ricordo solo che perdevo i sensi appena mi si avvicinava. E nessuno degli uomini veramente importanti della mia vita, tra i quali la palma del bacio perfetto va all'Uomo, come sbagliarsi.
Ma per dire che il pensiero della grande M è così remoto da me, adesso, come lo era, allora, quello dei baci veri.
Non so che ne sarà di me, confido nello yoga e nel bere ettolitri d'acqua. Mia madre è stata malissimo. Ma io fisicamente ho preso dalla famiglia di papà.
Comunque, mi resta il dubbio che una cosa come la menopausa possa essere anche solo lontanamente imparentata con me come sono ora, con questa specie di seconda giovinezza che mi sto, in qualche modo stranissimo, godendo adesso, nonostante tutto.
"Con la?" chiedo io. "Con...?"
CosacavolostaidicendoWillis?
Vi descrivo prima la scena, poi la sensazione.
Scena: sono seduta in piena luce sotto il porticato del castello a Paesino di Sogno, sì proprio lì, in piena Piazza del Peccato, laddove la sventurata eccetera, laddove ancora un mese fa ho avuto le vertigini nel vedere una ben nota figura stagliarsi sopra tutte le altre in mezzo a una festa, e fermarsi immobile a fissarmi con il bicchiere in mano e quello sguardo pensoso, anche se ne sono uscita in piedi stavolta, con un pezzetto storto di bacio rubato e pochi rimpianti, forse solo quello di non aver preso un tiro dalla sua sigaretta guardandolo con l'aria di dire: peggio per te, cocco.
Sono seduta praticamente sotto i riflettori, rido ad alta voce, sono poco truccata, ho una camicetta scollata senza pietà con il minor numero di bottoni chiusi possibile, un paio di pantaloni morbidi ma tagliati in un modo che secondo me sono proprio fichi, e uno dei tacchi più assassini del mio repertorio, a spillo e luccicante, col piede quasi nudo.
Sto passando una bellissima serata in cui, scoprirò rientrando, non ho sentito la mancanza di nessuno. Perché con questa amica, che strana è strana, ma di recente sta davvero molto meglio di testa, ci sto bene senza un perché. E senza pretese. E sono proprio lì perché me la sento di essere lì, adesso. Rido di cuore e mi sento bene. Finalmente. Succede per brevi sprazzi, ma sempre più spesso.
Così, quando lei nomina the big M, a me vengono gli occhi tondi come quelli di un cartone animato, ma soprattutto una nuvola passa per un attimo davanti al sole di tanta serenità. Cioè. Non è che io pensi ad avere figli (non ho proprio sotterrato il follicolo di guerra, ma, insomma, mi sa che ormai). Non è che io voglia essere forever young, anzi ripeto spesso che sto molto meglio a 40 e oltre che a trentatre, trentacinque e forse anche ventisette, lo dico da quando ne ho fatti 41 e non ho ancora cambiato idea. Non è che io viva col terrore di ingrassare, ma figuriamoci, poi non esiste questa cosa dopo quel che mi è successo nel 2019, e dopo che finalmente ho scoperto che esiste almeno un uomo abile e arruolato, sul pianeta, che alla mia frase "sto molto meglio col mio corpo da quando sono più grossa, mi sento bene" sorride beato e mi guarda come dire "oh Dio, non ci credo, ho trovato il santo Graal, la fenice, l'unicorno: una donna che non spaturnia sulla linea!".
Però... sono qui col mio piede affusolato nelle scarpine gnagne, il seno che mi scoppia via dalla camicetta, i capelli anni Ottanta perché fa umido, questa risata senza peso, questa nuova capacità di incedere per le piazze pericolose a testa alta... insomma, la menopausa non mi pare affatto un concetto che mi riguardi!
Sensazione: ecco, mi sento un po' come quella volta, sotto il campogiochi grande, quando tra una chiacchiera e l'altra la cugina di Musica, allora un'adolescente un po' cavallona, oggi un pezzo di figa che neanche in televisione, ci confessò, a me e Musica, che lei aveva già baciato un ragazzo con la lingua. E io e Musica, prese come larve tra il bozzolo delle medie e lo spiegare le ali del ginnasio, entrambe ci schifammo. Lei insisteva: invece è bello, vedrete che poi. Potrei dirvi esattamente come eravamo vestite, che luce e che temperatura c'erano, e il mio tono di voce mentre, un po' in disparte, dicevo a Musica: non so, a me, sinceramente, il pensiero non è che proprio mi ispiri...
Beh chiaro, ero piccina, non avevo ancora incontrato né quello di Spezia che baciava da Dio, né quello di Roma, che mi faceva così morire che come baciasse neanche lo riesco a ricostruire, perché ricordo solo che perdevo i sensi appena mi si avvicinava. E nessuno degli uomini veramente importanti della mia vita, tra i quali la palma del bacio perfetto va all'Uomo, come sbagliarsi.
Ma per dire che il pensiero della grande M è così remoto da me, adesso, come lo era, allora, quello dei baci veri.
Non so che ne sarà di me, confido nello yoga e nel bere ettolitri d'acqua. Mia madre è stata malissimo. Ma io fisicamente ho preso dalla famiglia di papà.
Comunque, mi resta il dubbio che una cosa come la menopausa possa essere anche solo lontanamente imparentata con me come sono ora, con questa specie di seconda giovinezza che mi sto, in qualche modo stranissimo, godendo adesso, nonostante tutto.
sabato 17 agosto 2019
Troppo giovane
E' andata così, che mi sono rimessa a rileggere Polly (Valentina Santandrea di volevofarelarockstar, di cui tra poco più di un mese sentirete parlare tutti perché, ho scoperto, ora pubblicano un suo romanzo e una serie tv ispirata al suo blog. Che io, sia detto quanto è giusto, seguo da molto, molto tempo prima che diventasse famosa).
Le butto un commento a un post dei suoi più belli, ma temo di aver postato non solo in chiaro, ma col mio account del lavoro, nome cognome indirizzo di Scuolina Rosa, nossignore non si può fare, solo che i commenti vanno in moderazione. Così le mando una mail e lei gentilmente fa sparire tutto, poi ne approfittiamo per parlare delle rispettive adolescenti, e stanotte torno di nuovo al suo blog e ci trovo un post proprio sulla ienitudine, la ienezza, la ienità, chiamatela come volete, delle figlie femmine che diventano mine antimadre.
Leggo varie cose che sommamente condivido, tra cui la frase su come ogni adulto sfruttabile sia selvaggina per le loro cacce sfrenate a quel che desiderano (cibo, giga, soldi, un passaggio in auto, il permesso di rientrare anche fosse solo 15 minuti dopo).
Poi leggo questo pezzo che vi stralcio.
"Primo: loro sono state per molti anni IL progetto della mia vita, quello che non potevo permettermi di toppare. E poi sono state la prima cosa che ho fatto da adulta, sono arrivate prima che andassi a vivere da sola, prima che sapessi cosa volevo fare da grande, prima del primo contratto a tempo indeterminato, prima della mia prima casa in affitto e prima della mia casa di proprietà, prima del mio primo e poi del mio secondo trasferimento in un’altra città."
E certo, perché Polly le bimbe le ha avute in tenera età. E tre, per giunta.
Io, che, come dicevo appunto con lei, per essere la madre di una ventiduenne sono giovanissima e non ho amiche della mia leva che vantino figli coetanei della Princi, quindi a volte sono una megera incompresa, non posso dire che la mia vita, quando è arrivata lei, non fosse già ben strutturata. Casa, lavoro fisso, mutuo pagato, marito cane gatti, auto, tutto era al suo posto. Certo, mancava parecchia roba dentro, e si è visto poi che questo poteva abbondantemente devastare quella fuori.
In realtà, e scusate se sono monotona, la situazione descritta da Polly è molto più simile a quella di quando sono andata a vivere con l'Uomo.
L'affitto da pagare era la sola cosa che avessimo, di tutte quelle citate da lei. E sapere cosa avremmo fatto da grandi, quello sicuramente, perché ci siamo incontrati alla prima lezione della specializzazione. La casa di proprietà e il tempo indeterminato sono arrivati molto tempo dopo, nel frattempo avevamo già traslocato n volte, cambiato diverse province per trovare lavoro, messo un anello al dito e vissuto un bel paio di traumi che hanno lasciato il segno per sempre.
Se ci penso, è agghiacciante quanto ero giovane. Non tanto in termini di età, venticinque anni non sono pochi, ma per il fatto che ad aprile, quando sono andata a stare da lui, vivevo fuori casa da soli quattro mesi, lui da poco di più, e entrambi sotto l'ala della famiglia vicinissima e molto presente. E non avevo praticamente mai lavorato, salvo pochi mesi, sebbene fossero già anni che babysittavo e davo lezioni. E poi avevo vissuto nella bambagia e nelle piume di pavone per tutta la vita. Anche il fidanzato ingegnere destinato a brillante carriera faceva parte della mia vita sicura e protetta.
E da un giorno all'altro, ecco la spesa da fare per due, i conti da vedere, le distanze moltiplicate, la ricerca di un lavoro vero, decisioni difficili come accettare un posto fuori regione, fare la pendolare, e tutto quello di cui qui non ho mai parlato. Essere la nuora di qualcuno, per esempio. La cognata di qualcuno. Tenere in bolla una casa, non solo una stanza. Affrontare le cose senza i miei, o contro i miei, e contro i suoi, a volte.
Essere una che di notte non dorme, perché deve far quadrare troppe cose e non è capace. Una che vorrebbe da subito complicarsi ulteriormente la vita con uno, due, poi dopo un pochino tre bambini. E, almeno per quanto riguardava i primi due, avevamo i nomi pronti e tanta, tanta voglia di iniziare.
Se mi giro, molte cose non so come le ho gestite, come ho fatto, come sono arrivata tutto sommato in fondo agli impegni che man mano prendevo, tranne la seconda laurea, ma va beh, quello di bilaurearsi era un capriccio, retaggio della mia vita precedente, di stellina del liceo classico. Come la Normale di Pisa.
(A una sola classe, la mia preferita, ho raccontato della Normale. E di come ero contenta di non essere mai andata a dare gli esami di ammissione, anche perché c'era il rischio concreto che li passassi, dato che mi preparavo da un anno. Dio, che vita diversa avrei avuto. Menomale che non ci ho neanche tentato. I ragazzi erano choccati. A quattordici anni, in un paesino della Valle delle Meraviglie, nessuno gliela aveva mai nemmeno nominata, l'esistenza di università talmente prestigiose da essere a numero chiuso. E non riuscivano a capire perché io non fossi andata. Avessi avuto loro come motivatori, avrei sfondato le porte della Sorbona e di Harvard, oltre che della Normale. Amori. Erano così sicuri che io potessi fare qualunque cosa, e al contempo tanto certi che mi avrebbero avuta tutta per loro, senza sospettare che forse, dopo una laurea alla Normale, non sarei finita a spiegare geografia alle medie in un paesino di 3000 abitanti. No, sarei stata una cazzo di inutile e frustrata assistente con storie malate di intrighi di palazzo, ansia cronica, relazioni sbagliate. In pratica, sarei morta sola e sarei stata masticata dai miei gatti affamati. E mentre parlavo con quella classe di tesori preziosi pensavo questo, e anche a quanto fossi felice di essere una colonna portante della mia scuolina, invece.)
Non lo so, come ho fatto, anzi di preciso non so COSA ho fatto. So solo che il collante di ogni cosa era che eravamo noi due insieme a fare tutto. Tutto ruotava intorno a lui, a essere noi due. E guardando questi diciotto anni e mezzo, quel che ruotava, siamo onesti, erano soprattutto problemi. Di soldi, di fedeltà, di famiglia, di salute, di chilometri, di schemi ripetuti. Di fatica, tantissima, tanta da non poterla descrivere. Eppure oggi che, come Polly, posso tirare qualche somma, vedo i risultati. E non parlo dell'avere la casa di proprietà. Parlo di alcuni risultati enormi, eclatanti, come la Princi, il successo nel mestiere, l'indipendenza, ma soprattutto parlo di tante piccole gocce che ogni giorno fanno il mio oceano, il nostro mare, che per me è ancora e sempre soprattutto identificato con lui, il mio vasto abisso da esplorare. Dopo tutto questo tempo, è ormai chiaro che non basterà la mia vita per prendere questa Moby Dick, sempre che non capiti un incontro col colombre in extremis. Probabilmente morirò prima di aver saziato la sete di capirlo, di sapere che cosa sia tutto questo. Questo che è iniziato di colpo a una lezione di storia, e dopo che lui è entrato -in ritardo - e si è fatto strada tra le file di sedie, mai per un solo secondo io sono più stata senza lui nella mia testa, nelle mie cellule.
Ero una ragazzina di ventiquattro anni che non sapeva vivere, quel giorno di ottobre. Avevo solo due anni più di mia figlia come è ora. Non mi sono guardata indietro, né fermata, né arresa, da allora. E la cosa pazzesca è che lo guardo ancora nello stesso modo, i miei occhi non sono invecchiati di un giorno. A volte, anche lui mi guarda ancora così. E ogni giorno mette qualche goccia nell'oceano, anche se nemmeno lo sa.
Le butto un commento a un post dei suoi più belli, ma temo di aver postato non solo in chiaro, ma col mio account del lavoro, nome cognome indirizzo di Scuolina Rosa, nossignore non si può fare, solo che i commenti vanno in moderazione. Così le mando una mail e lei gentilmente fa sparire tutto, poi ne approfittiamo per parlare delle rispettive adolescenti, e stanotte torno di nuovo al suo blog e ci trovo un post proprio sulla ienitudine, la ienezza, la ienità, chiamatela come volete, delle figlie femmine che diventano mine antimadre.
Leggo varie cose che sommamente condivido, tra cui la frase su come ogni adulto sfruttabile sia selvaggina per le loro cacce sfrenate a quel che desiderano (cibo, giga, soldi, un passaggio in auto, il permesso di rientrare anche fosse solo 15 minuti dopo).
Poi leggo questo pezzo che vi stralcio.
"Primo: loro sono state per molti anni IL progetto della mia vita, quello che non potevo permettermi di toppare. E poi sono state la prima cosa che ho fatto da adulta, sono arrivate prima che andassi a vivere da sola, prima che sapessi cosa volevo fare da grande, prima del primo contratto a tempo indeterminato, prima della mia prima casa in affitto e prima della mia casa di proprietà, prima del mio primo e poi del mio secondo trasferimento in un’altra città."
E certo, perché Polly le bimbe le ha avute in tenera età. E tre, per giunta.
Io, che, come dicevo appunto con lei, per essere la madre di una ventiduenne sono giovanissima e non ho amiche della mia leva che vantino figli coetanei della Princi, quindi a volte sono una megera incompresa, non posso dire che la mia vita, quando è arrivata lei, non fosse già ben strutturata. Casa, lavoro fisso, mutuo pagato, marito cane gatti, auto, tutto era al suo posto. Certo, mancava parecchia roba dentro, e si è visto poi che questo poteva abbondantemente devastare quella fuori.
In realtà, e scusate se sono monotona, la situazione descritta da Polly è molto più simile a quella di quando sono andata a vivere con l'Uomo.
L'affitto da pagare era la sola cosa che avessimo, di tutte quelle citate da lei. E sapere cosa avremmo fatto da grandi, quello sicuramente, perché ci siamo incontrati alla prima lezione della specializzazione. La casa di proprietà e il tempo indeterminato sono arrivati molto tempo dopo, nel frattempo avevamo già traslocato n volte, cambiato diverse province per trovare lavoro, messo un anello al dito e vissuto un bel paio di traumi che hanno lasciato il segno per sempre.
Se ci penso, è agghiacciante quanto ero giovane. Non tanto in termini di età, venticinque anni non sono pochi, ma per il fatto che ad aprile, quando sono andata a stare da lui, vivevo fuori casa da soli quattro mesi, lui da poco di più, e entrambi sotto l'ala della famiglia vicinissima e molto presente. E non avevo praticamente mai lavorato, salvo pochi mesi, sebbene fossero già anni che babysittavo e davo lezioni. E poi avevo vissuto nella bambagia e nelle piume di pavone per tutta la vita. Anche il fidanzato ingegnere destinato a brillante carriera faceva parte della mia vita sicura e protetta.
E da un giorno all'altro, ecco la spesa da fare per due, i conti da vedere, le distanze moltiplicate, la ricerca di un lavoro vero, decisioni difficili come accettare un posto fuori regione, fare la pendolare, e tutto quello di cui qui non ho mai parlato. Essere la nuora di qualcuno, per esempio. La cognata di qualcuno. Tenere in bolla una casa, non solo una stanza. Affrontare le cose senza i miei, o contro i miei, e contro i suoi, a volte.
Essere una che di notte non dorme, perché deve far quadrare troppe cose e non è capace. Una che vorrebbe da subito complicarsi ulteriormente la vita con uno, due, poi dopo un pochino tre bambini. E, almeno per quanto riguardava i primi due, avevamo i nomi pronti e tanta, tanta voglia di iniziare.
Se mi giro, molte cose non so come le ho gestite, come ho fatto, come sono arrivata tutto sommato in fondo agli impegni che man mano prendevo, tranne la seconda laurea, ma va beh, quello di bilaurearsi era un capriccio, retaggio della mia vita precedente, di stellina del liceo classico. Come la Normale di Pisa.
(A una sola classe, la mia preferita, ho raccontato della Normale. E di come ero contenta di non essere mai andata a dare gli esami di ammissione, anche perché c'era il rischio concreto che li passassi, dato che mi preparavo da un anno. Dio, che vita diversa avrei avuto. Menomale che non ci ho neanche tentato. I ragazzi erano choccati. A quattordici anni, in un paesino della Valle delle Meraviglie, nessuno gliela aveva mai nemmeno nominata, l'esistenza di università talmente prestigiose da essere a numero chiuso. E non riuscivano a capire perché io non fossi andata. Avessi avuto loro come motivatori, avrei sfondato le porte della Sorbona e di Harvard, oltre che della Normale. Amori. Erano così sicuri che io potessi fare qualunque cosa, e al contempo tanto certi che mi avrebbero avuta tutta per loro, senza sospettare che forse, dopo una laurea alla Normale, non sarei finita a spiegare geografia alle medie in un paesino di 3000 abitanti. No, sarei stata una cazzo di inutile e frustrata assistente con storie malate di intrighi di palazzo, ansia cronica, relazioni sbagliate. In pratica, sarei morta sola e sarei stata masticata dai miei gatti affamati. E mentre parlavo con quella classe di tesori preziosi pensavo questo, e anche a quanto fossi felice di essere una colonna portante della mia scuolina, invece.)
Non lo so, come ho fatto, anzi di preciso non so COSA ho fatto. So solo che il collante di ogni cosa era che eravamo noi due insieme a fare tutto. Tutto ruotava intorno a lui, a essere noi due. E guardando questi diciotto anni e mezzo, quel che ruotava, siamo onesti, erano soprattutto problemi. Di soldi, di fedeltà, di famiglia, di salute, di chilometri, di schemi ripetuti. Di fatica, tantissima, tanta da non poterla descrivere. Eppure oggi che, come Polly, posso tirare qualche somma, vedo i risultati. E non parlo dell'avere la casa di proprietà. Parlo di alcuni risultati enormi, eclatanti, come la Princi, il successo nel mestiere, l'indipendenza, ma soprattutto parlo di tante piccole gocce che ogni giorno fanno il mio oceano, il nostro mare, che per me è ancora e sempre soprattutto identificato con lui, il mio vasto abisso da esplorare. Dopo tutto questo tempo, è ormai chiaro che non basterà la mia vita per prendere questa Moby Dick, sempre che non capiti un incontro col colombre in extremis. Probabilmente morirò prima di aver saziato la sete di capirlo, di sapere che cosa sia tutto questo. Questo che è iniziato di colpo a una lezione di storia, e dopo che lui è entrato -in ritardo - e si è fatto strada tra le file di sedie, mai per un solo secondo io sono più stata senza lui nella mia testa, nelle mie cellule.
Ero una ragazzina di ventiquattro anni che non sapeva vivere, quel giorno di ottobre. Avevo solo due anni più di mia figlia come è ora. Non mi sono guardata indietro, né fermata, né arresa, da allora. E la cosa pazzesca è che lo guardo ancora nello stesso modo, i miei occhi non sono invecchiati di un giorno. A volte, anche lui mi guarda ancora così. E ogni giorno mette qualche goccia nell'oceano, anche se nemmeno lo sa.
giovedì 25 luglio 2019
Il terzo gusto della Coppa dei Campioni
E niente, per ora questo 2019 sembra la Coppa dei Campioni, quella mezza cioccolato mezza panna, che a tutt'oggi è un motivo fantastico per rimpiangere le estati degli anni Ottanta.
Mezzo cioccolato mezzo panna, il 2019. I primi sei mesi, veramente, erano marroni, ma non a causa del cacao. Da gennaio, comunque, il Bambino Supremo che stava mangiandosi la mia Coppa dei Campioni prendeva cucchiaiate proprio sulla riga divisoria tra i due colori, a volte più chiare a volte più scure, e poi a un certo punto probabilmente ha fatto quello che facevamo tutti, ha iniziato a mescolare i due gusti fino a creare quella favolosa crema che nascondeva il terzo gusto di quel gelato.
La Castagna si sente mangiata a cucchiaiate da questo Infante Goloso cui non frega un cazzo se lei è felice o se medita di morire, se un momento vuole mollare tutto e due ore dopo ride come una ragazzina.
L'unica, direbbe mio padre, è abbozzare. Quindi, comprare la tinta 8.0, diventare un po' più bionda e buttarsi a capofitto in questo marasma, dove tutto è il contrario di tutto.
Scuolina Rosa è casa, è famiglia, ed è anche il posto da cui andarsene, e scuotendo FORTE la polvere dai sandali.
La Princi è un incubo pieno di zanne rabbiose, una tiranna senza scrupoli, e un uccellino tremante tra le braccia, una stella che brilla pura, in un cielo che io, così faticosamente, cerco di tenere su con la schiena, solo per lei.
Gli uomini sono quella cosa misteriosa che abbiamo rinunciato definitivamente a capire, e forse anche a sopportare, e sono occhi sorridenti che, ora lo vedo anche io, si soffermano in modo lusinghiero e danno una ragione di essere a noi donne ogni volta che notano un vestito, un gesto, un tono di voce.
Le vacanze in città sono una piscina azzurrissima immersa in una valletta verde, la playlist ascoltata a palla guidando sulle colline, e anche un'agonia di sudore, polvere dei lavori sui terrazzi, insetti, bucati infiniti da lavare. Qualche meravigliosa fuga di pochissime, e perciò preziose, ore con lui. E tante tante tante ore da sola.
L'Uomo è un tizio scostante e nervoso che ha troppi impegni e nessun orario, ma anche, ai miei occhi eternamente giovani, un bellissimo ragazzo spettinato che circola mezzo nudo e, quando non stiamo sudando troppo, si lascia accarezzare, e oggi è rientrato, appena uscito dalla porta, per darmi un altro bacio.
Castagna ha fatto qualche foto di se stessa per capire cosa farne dei capelli, che a forza di piscina erano di 4 colori diversi, e poi è rimasta perplessa di fronte al proprio sguardo indecifrabile, senza riconoscersi, e tutto sommato piacendosi, anche se il pensiero che le è venuto subito dopo è che lei, di una che ha uno sguardo così, francamente non si fiderebbe.
Abbozzare, direbbe papà . Che cosa ne posso se la vita da me ha tirato fuori questo, in fondo. Indietro non si torna, dicono. Quindi, vedere cosa viene dopo. Che poi è un discorso di entropia dell'universo, come il terzo gusto della Coppa dei Campioni.
giovedì 11 luglio 2019
Mento alto, spalle su
A volte ascolti una canzone e capisci che è stata scritta per te. Per te che sei una minoranza nella minoranza all'interno delle minoranze, e hai imparato delle cose perché ci hai sbattuto la faccia dentro, tante di quelle volte che non ti riconosci più quando ti guardi nello specchio. Ma anche così la gente non capisce, la gente non capisce davvero. La gente non capisce… e pretende anche di capire.
Fools they think I do not know
The road I'm taking
If you meet me on the way
Hesitating
That is just because I know which way I will choose
Avevi tutto, hai creduto di avere tutto, per un attimo, in tuo potere, in tuo controllo. Poverina. Cinque anni dopo raccogli i pezzi e stai ancora male per le stesse cose, ma con la coscienza che adesso sei grande e non chiederai aiuto, non cercherai scuse, non vorrai una mano, farai da sola, e che questa è la tua vita, è la tua scelta, è il tuo cammino.
If you meet me on the way
Hesitating
That is just because I know which way I will choose
Avevi tutto, hai creduto di avere tutto, per un attimo, in tuo potere, in tuo controllo. Poverina. Cinque anni dopo raccogli i pezzi e stai ancora male per le stesse cose, ma con la coscienza che adesso sei grande e non chiederai aiuto, non cercherai scuse, non vorrai una mano, farai da sola, e che questa è la tua vita, è la tua scelta, è il tuo cammino.
The corridors of discontent
That I've been traveling
All alone in search for truth
Poi a volte la prendi bene, mento alto, spalle su. A volte no, fa freddo e hai paura.
The world's so frightening
E francamente ti autocommiseri.
Nothing's going right today
'cause nothing ever does
Poi ci pensi e ti ridi dietro. Perché fin qui ci sei arrivata. Per merito tuo, e suo, e suo, e suo, e suo, e loro, e loro… altro che piangersi addosso, ti tocca anzi ringraziare, oltre ai fedelissimi e incrollabili pilastri, anche persone e situazioni che sono piovute nella tua vita quando tutto era nero come l'inferno. E allora mento alto, spalle su, "palle in mano", come diceva una simpaticissima collega siciliana, mille anni fa, a un convegno di dottorandi.
E tra queste situazioni ci sono gli incredibili colori che ancora riesci a vedere. Quel verde. Quei due verdi. A volte ridi e senti tu stessa che, in mezzo al buio di questi anni, la tua voce ha cambiato timbro ma la melodia della risata con cui lo hai fatto innamorare è la stessa. E' lui che ride così di rado…
That I've been traveling
All alone in search for truth
Poi a volte la prendi bene, mento alto, spalle su. A volte no, fa freddo e hai paura.
The world's so frightening
E francamente ti autocommiseri.
Nothing's going right today
'cause nothing ever does
Poi ci pensi e ti ridi dietro. Perché fin qui ci sei arrivata. Per merito tuo, e suo, e suo, e suo, e suo, e loro, e loro… altro che piangersi addosso, ti tocca anzi ringraziare, oltre ai fedelissimi e incrollabili pilastri, anche persone e situazioni che sono piovute nella tua vita quando tutto era nero come l'inferno. E allora mento alto, spalle su, "palle in mano", come diceva una simpaticissima collega siciliana, mille anni fa, a un convegno di dottorandi.
E tra queste situazioni ci sono gli incredibili colori che ancora riesci a vedere. Quel verde. Quei due verdi. A volte ridi e senti tu stessa che, in mezzo al buio di questi anni, la tua voce ha cambiato timbro ma la melodia della risata con cui lo hai fatto innamorare è la stessa. E' lui che ride così di rado…
Oh, I don't wanna know your secrets
Oh, they lie heavy on my head
E qualcun altro invece irrompe nella notte ridendo, con un bianco accecante di denti affilati. Tu adesso hai capito a tue spese quanto possono tagliare, ma non hai paura, perché sai anche che questo lampo di luce è bello da vedere, sebbene ora tu passi oltre, e te ne vada, proprio da quella famosa piazza, mento alto, spalle su, fianchi che ancheggiano morbidi perché sai che ti sta guardando, e non ti volti.
Oh, let's break the night with colour
Time for me to move ahead
Oh, they lie heavy on my head
E qualcun altro invece irrompe nella notte ridendo, con un bianco accecante di denti affilati. Tu adesso hai capito a tue spese quanto possono tagliare, ma non hai paura, perché sai anche che questo lampo di luce è bello da vedere, sebbene ora tu passi oltre, e te ne vada, proprio da quella famosa piazza, mento alto, spalle su, fianchi che ancheggiano morbidi perché sai che ti sta guardando, e non ti volti.
Oh, let's break the night with colour
Time for me to move ahead
E la figlia parte e vi lascia soli per tre mesi, pare. Così tu trattieni il fiato un attimo prima di tuffarti, perché per lui ti sei buttata tante volte nel cratere dei vulcani accesi e lo stai per fare di nuovo, sperando che serva. E, mentre stai bilanciando il peso sul trampolino, lui ti tocca la spalla, e per lui ti volti, ti volti eccome, e lo senti che dice: "Proposta indecente: andiamo a dormire in montagna?"
E quando siete nel lettone di fronte ai monti, regalo, piove leggermente sul tetto. La mia favola non è ancora finita, pensi, e ti addormenti sorridendo.
E quando siete nel lettone di fronte ai monti, regalo, piove leggermente sul tetto. La mia favola non è ancora finita, pensi, e ti addormenti sorridendo.
giovedì 27 giugno 2019
Lo schiavo nero e la piratessa bianca
Sì lo so che le ong ci mangiano. Sì lo so che lo Stato italiano, cui si fa sempre più fatica a mettere la maiuscola, ha preso precisi accordi, legali e non, per essere la terra di sbarco dei migranti, l'approdo deputato, e che ci mangia sui centri territoriali e che gli accordi con l'UE prevedono che ci teniamo tutti quelli registrati almeno tre anni, con impronta digitale e senza lavoro perché altrimenti perdiamo i finanziamenti. Comunque a me sembra che la ragazzina tedesca che pilota la Sea Watch sia bellissima. Una che ha studiato e fatto robe che a certi nostri politici (uomini ma anche donne, la Melona, la Mariastronza...) è inutile spiegargliele, perché non sanno di che si parla, anzi probabilmente loro sono fermi ai testi medici preilluministici che sostenevano che nella scatola cranica di una donna ci fosse meno materia cerebrale che in quella di un uomo. Spiegare loro chi è Carola è come pretendere di far esporre la Critica della ragion pratica a un pesce rosso.
Io parto dal mio piccolo, anzi dal piccolo dell'Uomo in questo caso. A parte che ho avuto in classe anche io un quindicenne somalo con i segni delle pallottole addosso. E due occhi che avevano visto la morte, la guerra, le lapidazioni, il deserto, il carcere libico e il barcone. Gli penso spesso. Ora è in Inghilterra, si è sposato con una connazionale e pare stia bene. Per qualche mese lo abbiamo protetto e custodito tra i nostri banchi e la sua giovanissima età ha fatto la differenza tra galera e libertà.
Comunque, l'Uomo quest'anno ha lavorato al CPIA con gli adulti stranieri. Dei quali NESSUNO aveva come destinazione l'Italia: andavano da tutt'altra parte coi soldi racimolati per scappare dalla guerra o dalla fame. Sono stati intercettati, traditi, venduti. E sono qua.
Mi è rimasta impressa la storia di un ragazzo. Che parla varie lingue perché le impara senza sforzo, era all'università ma aveva bisogno di lavorare, ed era stato invitato da un conoscente a lasciare il suo paese dell'Africa nera per lavorare in un villaggio turistico in Tunisia. Non ci è mai arrivato. Lo hanno catturato degli schiavisti. Intendo gente che sotto la villa aveva delle CELLE con dentro delle PERSONE che al mattino venivano caricate sul camion da gente armata e portate a lavorare nei campi o a tirare su muri. Alla sera caricati di nuovo e chiusi dentro. SCHIAVI. Nel XXI secolo come all'epoca dello zio Tom. Lui e altri sono scappati. Per finire in Libia. Bella, anche la Libia del XXI secolo. Polizia corrotta che li ha privati dei documenti, spogliati nudi e ha preteso soldi per lasciarli andare, altrimenti sparivano e saluti, tanto dei documenti non rimaneva traccia. Il barcone per l'Italia, una volta riusciti a farsi mandare abbastanza soldi da calmare i cani rabbiosi della Libia, era la sola strada per non tornare indietro senza un pezzo di carta, rischiando di essere di nuovo presi come selvaggina.
Poi ti ritrovi in Piemonte, bloccato in Italia con l'idea di essere poi un giorno assunto in un hotel perché parli varie lingue, e intanto ti fanno fare un corso di italiano, con lezioni integrative sulla lettura del linguaggio filmico tenute, va' a vedere la vita che giri fa, da un professore di Sestri Ponente con gli occhi verdi. Che viene a casa e lo racconta a tavola alla moglie con gli occhi verdi, alla suocera con gli occhi azzurri e alla figlia con gli occhi neri.
Oggi ho guardato la foto della Carola che porta a Lampedusa i migranti e poi si vedrà, e ho pensato: che occhi belli. E ho pensato a quel che mi insegnava mio padre sulle leggi del soccorso in mare e a quell'altro che ha urlato a Schettino vadaabordocazzo.
E ho pensato che non ci vuole molto a capire da che parte stare, anzi, più questo mondo diventa barbaro e regredisce a rapporti preda - predatore, più è facile scegliere.
Io parto dal mio piccolo, anzi dal piccolo dell'Uomo in questo caso. A parte che ho avuto in classe anche io un quindicenne somalo con i segni delle pallottole addosso. E due occhi che avevano visto la morte, la guerra, le lapidazioni, il deserto, il carcere libico e il barcone. Gli penso spesso. Ora è in Inghilterra, si è sposato con una connazionale e pare stia bene. Per qualche mese lo abbiamo protetto e custodito tra i nostri banchi e la sua giovanissima età ha fatto la differenza tra galera e libertà.
Comunque, l'Uomo quest'anno ha lavorato al CPIA con gli adulti stranieri. Dei quali NESSUNO aveva come destinazione l'Italia: andavano da tutt'altra parte coi soldi racimolati per scappare dalla guerra o dalla fame. Sono stati intercettati, traditi, venduti. E sono qua.
Mi è rimasta impressa la storia di un ragazzo. Che parla varie lingue perché le impara senza sforzo, era all'università ma aveva bisogno di lavorare, ed era stato invitato da un conoscente a lasciare il suo paese dell'Africa nera per lavorare in un villaggio turistico in Tunisia. Non ci è mai arrivato. Lo hanno catturato degli schiavisti. Intendo gente che sotto la villa aveva delle CELLE con dentro delle PERSONE che al mattino venivano caricate sul camion da gente armata e portate a lavorare nei campi o a tirare su muri. Alla sera caricati di nuovo e chiusi dentro. SCHIAVI. Nel XXI secolo come all'epoca dello zio Tom. Lui e altri sono scappati. Per finire in Libia. Bella, anche la Libia del XXI secolo. Polizia corrotta che li ha privati dei documenti, spogliati nudi e ha preteso soldi per lasciarli andare, altrimenti sparivano e saluti, tanto dei documenti non rimaneva traccia. Il barcone per l'Italia, una volta riusciti a farsi mandare abbastanza soldi da calmare i cani rabbiosi della Libia, era la sola strada per non tornare indietro senza un pezzo di carta, rischiando di essere di nuovo presi come selvaggina.
Poi ti ritrovi in Piemonte, bloccato in Italia con l'idea di essere poi un giorno assunto in un hotel perché parli varie lingue, e intanto ti fanno fare un corso di italiano, con lezioni integrative sulla lettura del linguaggio filmico tenute, va' a vedere la vita che giri fa, da un professore di Sestri Ponente con gli occhi verdi. Che viene a casa e lo racconta a tavola alla moglie con gli occhi verdi, alla suocera con gli occhi azzurri e alla figlia con gli occhi neri.
Oggi ho guardato la foto della Carola che porta a Lampedusa i migranti e poi si vedrà, e ho pensato: che occhi belli. E ho pensato a quel che mi insegnava mio padre sulle leggi del soccorso in mare e a quell'altro che ha urlato a Schettino vadaabordocazzo.
E ho pensato che non ci vuole molto a capire da che parte stare, anzi, più questo mondo diventa barbaro e regredisce a rapporti preda - predatore, più è facile scegliere.
Di torri d'avorio e bambine che corrono sul prato
Siamo a due giorni dalla fine degli impegni lavorativi. Sperimento un notevole vuoto emotivo. Quest'anno niente addii strazianti, se togliamo la ragazzina della comunità di cui non ho mai detto nulla qui, e la zingarella che ha dato l'esame col percorso scuola- lavoro, che è la ragione per cui ero in piedi all'alba la mattina del tema: le ho promesso assistenza psicologica per ogni giorno degli scritti.
Ma non è solo questo il motivo del senso di vuoto. Si tratta di una riflessione più generale. In questo momento della mia vita ho apparentemente le cose molto più sotto controllo di come potevano essere un anno fa, e, non bastasse, la mia politica del trasformare una donna sciamannata, passionale e coinvolta al 7000% in tutto quel che fa in una stronza elegante e distaccata ha portato frutti che solo sei mesi fa sarebbero stati impossibili da immaginare. Eppure, forse proprio per questo, la mia torre d'avorio è uno splendido attico coi pavimenti lucidi sopra Central Park, finestre insonorizzate e vetri oscurabili a comando vocale, e io non posso confessare a nessuno che rivorrei i miei otto metri quadri di giardino sporco ma profumato e un po' incolto, a contatto col pianeta.
Non appena mi sono chiusa nella torre d'avorio sono venute a bussare delle persone. Alcune da
molto lontano, alcune in piena notte, alcune con pochi vestiti addosso e le difese abbassate.
Sì, ma nessuno è entrato. Si sono fermati, o li ho fermati io, sulla porta. Mi hanno lanciato dentro un bussolotto e, aprendolo, ci ho trovato dichiarazioni, alcune solo di gentile interessamento, altre più dense. Allora ho alzato gli occhi e cercato il contatto. Ma sulla porta non c'era già più nessuno.
Io mi sono voltata e ho guardato tutto lo spazio alle mie spalle, quello che ho creato mettendo da parte me stessa, per mio marito e mia figlia. Uno spazio spesso disabitato.
Tutto questo bel pavimento lustro, tutti questi letti candidi, vuoti, e io che sogno una panchina alla curva del sentiero nel bosco, la pelle fresca di mia figlia e l'odore dell'Uomo sul mio corpo. Invece indosso scarpe scomode, cucino prelibatezze che io non mangio e poi mi rifugio, per l'ennesima volta, nelle strade di campagna con l'autoradio al massimo, lontano sia da lui che da lei, perché loro non hanno voglia di mischiare il loro profumo con il mio.
Adesso ho un nuovo traguardo da tentare, e parlo fuor di metafora qui. La Psicofata di Coppia pratica l'ipnosi e io ho partecipato a due suoi incontri introduttivi, di gruppo, in cui ha indotto nei presenti un rilassamento profondo. Risulta da ciò che io sono un soggetto adatto a risalire (ridiscendere?) nei meandri del sé più arcaico etc etc. E una, dopo aver visto dove di arriva con la meditazione yoga, ce la fa a crederci, che esistano strati e strati tra sopra e sotto, tra presente e passato. Il punto è che in un certo senso io ho soprattutto interesse agli strati tra presente e futuro, perché dalla torre d'avorio di cui sopra, attenzione, io a volte ho scoperto di vedere molto lontano. Non sto delirando. Parlo di avere sensazioni molto forti un po' prima che qualcuno bussi alla porta, e, arrivata ad un punto della vita in cui fare programmi è abbastanza proibitivo, vorrei capire, non tanto il come sono arrivata qua, ma come ne esco, dove vado. Una vaga idea, non sapere i numeri del lotto. Una speranza. Qualcosa che mi aiuti a alzarmi e uscire ogni mattina.
La prima esperienza di rilassamento ipnotico mi ha sparato a quando avevo sette anni. Giocavo in un prato e ero assolutamente, completamente felice. Un tipo di felicità senza nessun pensiero che, probabilmente, con la testa che ho, anche a sette anni sperimentavo di rado. Mi è rimasta impressa per tutti questi mesi.
Ma è la volta dopo che mi ha scosso, non tanto per la visualizzazione che si è creata, ma per quel che dopo si è verificato nella realtà. Prima sono tornata a un'età mediamente spensierata, diciamo sugli undici anni. Giardino proposto dalla terapista, con rose etc, io che passeggio, scendo una scalinata saltellando. Poi la terapista dice: ci sono degli specchi. Entrate dentro ad uno di questi. Io subito faccio fatica a immaginare. Poi eccomi, ho passato la superficie dello specchio, e di là, Cristo che brutto, sono io alla mia età, anzi un po' più avanti nel futuro, e sono sola. In una villa pazzesca. Senza l'Uomo. Mi sento persa. E, incorniciato da uno stipite antico senza porte, due stanze più in là, c'è un letto sfatto dalle lenzuola immacolate. Dentro cui dorme nuda, a pancia in giù, la bellissima creatura dello spazio, con la sua schiena grande, la sua pelle scura, che spiccano in mezzo al candore da nevaio della stoffa. E io sono vestita, distante, sola, osservo un servizio da tè usato da due persone, ma non da lui, e abbandonato su un tavolo basso, in un salotto elegante, e mi sento ancora più persa. La presenza dell'invasore alieno col quale, evidentemente, ho avuto a che fare a letto prima, non mi consola per niente. Sento freddo in questo salone dai soffitti alti, anche se fuori è primavera, siamo in Liguria, è tutto fiorito e si vede il mare blu in lontananza. Voglio l'Uomo e l'Uomo non tornerà più. Sarò sola. In una villa che non volevo possedere.
Ecco. Questo era tre mesi fa. Circa un mesetto dopo, con insufficiente preavviso, la mia traiettoria e quella dell'asteroide si sono di nuovo incrociate, del resto è inevitabile, vivendo e lavorando dove viviamo e lavoriamo. Ormai il mio pianeta non si sorprende più dell'impatto, le vibrazioni sismiche si propagano fino a un certo punto, poi si quieta tutto. Tanto, sappiamo come va: un po' di batticuore, il profumo dei fiori di notte, qualche sguardo che emana radiazioni ustionanti, belle parole. Poi tutto torna dove era prima. Lui nelle galassie. Io nel salone vuoto, con le tazze del tè che dovevamo bere in due, io e il legittimo, abbandonate sul tavolo.
Adesso, e alla luce più che altro delle tempistiche di tutto ciò, come direbbe l'Uomo scherzando, non è tanto per un fatto, quanto piuttosto per un discorso, ma io vorrei andare a fondo, capire se quel che percepisco è sul serio qualcosa che vale la pena tenere presente. Così forse capirò se la torre d'avorio è una prigione o un posto di vedetta, se devo tornare a terra, con i piedi nudi nel prato bagnato, per essere veramente io, per essere amata per quel che sono, o comprarmi le Louboutin, innalzarmi da sola in elicottero e dire addio a tutto quel che era prima.
Ma non è solo questo il motivo del senso di vuoto. Si tratta di una riflessione più generale. In questo momento della mia vita ho apparentemente le cose molto più sotto controllo di come potevano essere un anno fa, e, non bastasse, la mia politica del trasformare una donna sciamannata, passionale e coinvolta al 7000% in tutto quel che fa in una stronza elegante e distaccata ha portato frutti che solo sei mesi fa sarebbero stati impossibili da immaginare. Eppure, forse proprio per questo, la mia torre d'avorio è uno splendido attico coi pavimenti lucidi sopra Central Park, finestre insonorizzate e vetri oscurabili a comando vocale, e io non posso confessare a nessuno che rivorrei i miei otto metri quadri di giardino sporco ma profumato e un po' incolto, a contatto col pianeta.
Non appena mi sono chiusa nella torre d'avorio sono venute a bussare delle persone. Alcune da
molto lontano, alcune in piena notte, alcune con pochi vestiti addosso e le difese abbassate.
Sì, ma nessuno è entrato. Si sono fermati, o li ho fermati io, sulla porta. Mi hanno lanciato dentro un bussolotto e, aprendolo, ci ho trovato dichiarazioni, alcune solo di gentile interessamento, altre più dense. Allora ho alzato gli occhi e cercato il contatto. Ma sulla porta non c'era già più nessuno.
Io mi sono voltata e ho guardato tutto lo spazio alle mie spalle, quello che ho creato mettendo da parte me stessa, per mio marito e mia figlia. Uno spazio spesso disabitato.
Tutto questo bel pavimento lustro, tutti questi letti candidi, vuoti, e io che sogno una panchina alla curva del sentiero nel bosco, la pelle fresca di mia figlia e l'odore dell'Uomo sul mio corpo. Invece indosso scarpe scomode, cucino prelibatezze che io non mangio e poi mi rifugio, per l'ennesima volta, nelle strade di campagna con l'autoradio al massimo, lontano sia da lui che da lei, perché loro non hanno voglia di mischiare il loro profumo con il mio.
Adesso ho un nuovo traguardo da tentare, e parlo fuor di metafora qui. La Psicofata di Coppia pratica l'ipnosi e io ho partecipato a due suoi incontri introduttivi, di gruppo, in cui ha indotto nei presenti un rilassamento profondo. Risulta da ciò che io sono un soggetto adatto a risalire (ridiscendere?) nei meandri del sé più arcaico etc etc. E una, dopo aver visto dove di arriva con la meditazione yoga, ce la fa a crederci, che esistano strati e strati tra sopra e sotto, tra presente e passato. Il punto è che in un certo senso io ho soprattutto interesse agli strati tra presente e futuro, perché dalla torre d'avorio di cui sopra, attenzione, io a volte ho scoperto di vedere molto lontano. Non sto delirando. Parlo di avere sensazioni molto forti un po' prima che qualcuno bussi alla porta, e, arrivata ad un punto della vita in cui fare programmi è abbastanza proibitivo, vorrei capire, non tanto il come sono arrivata qua, ma come ne esco, dove vado. Una vaga idea, non sapere i numeri del lotto. Una speranza. Qualcosa che mi aiuti a alzarmi e uscire ogni mattina.
La prima esperienza di rilassamento ipnotico mi ha sparato a quando avevo sette anni. Giocavo in un prato e ero assolutamente, completamente felice. Un tipo di felicità senza nessun pensiero che, probabilmente, con la testa che ho, anche a sette anni sperimentavo di rado. Mi è rimasta impressa per tutti questi mesi.
Ma è la volta dopo che mi ha scosso, non tanto per la visualizzazione che si è creata, ma per quel che dopo si è verificato nella realtà. Prima sono tornata a un'età mediamente spensierata, diciamo sugli undici anni. Giardino proposto dalla terapista, con rose etc, io che passeggio, scendo una scalinata saltellando. Poi la terapista dice: ci sono degli specchi. Entrate dentro ad uno di questi. Io subito faccio fatica a immaginare. Poi eccomi, ho passato la superficie dello specchio, e di là, Cristo che brutto, sono io alla mia età, anzi un po' più avanti nel futuro, e sono sola. In una villa pazzesca. Senza l'Uomo. Mi sento persa. E, incorniciato da uno stipite antico senza porte, due stanze più in là, c'è un letto sfatto dalle lenzuola immacolate. Dentro cui dorme nuda, a pancia in giù, la bellissima creatura dello spazio, con la sua schiena grande, la sua pelle scura, che spiccano in mezzo al candore da nevaio della stoffa. E io sono vestita, distante, sola, osservo un servizio da tè usato da due persone, ma non da lui, e abbandonato su un tavolo basso, in un salotto elegante, e mi sento ancora più persa. La presenza dell'invasore alieno col quale, evidentemente, ho avuto a che fare a letto prima, non mi consola per niente. Sento freddo in questo salone dai soffitti alti, anche se fuori è primavera, siamo in Liguria, è tutto fiorito e si vede il mare blu in lontananza. Voglio l'Uomo e l'Uomo non tornerà più. Sarò sola. In una villa che non volevo possedere.
Ecco. Questo era tre mesi fa. Circa un mesetto dopo, con insufficiente preavviso, la mia traiettoria e quella dell'asteroide si sono di nuovo incrociate, del resto è inevitabile, vivendo e lavorando dove viviamo e lavoriamo. Ormai il mio pianeta non si sorprende più dell'impatto, le vibrazioni sismiche si propagano fino a un certo punto, poi si quieta tutto. Tanto, sappiamo come va: un po' di batticuore, il profumo dei fiori di notte, qualche sguardo che emana radiazioni ustionanti, belle parole. Poi tutto torna dove era prima. Lui nelle galassie. Io nel salone vuoto, con le tazze del tè che dovevamo bere in due, io e il legittimo, abbandonate sul tavolo.
Adesso, e alla luce più che altro delle tempistiche di tutto ciò, come direbbe l'Uomo scherzando, non è tanto per un fatto, quanto piuttosto per un discorso, ma io vorrei andare a fondo, capire se quel che percepisco è sul serio qualcosa che vale la pena tenere presente. Così forse capirò se la torre d'avorio è una prigione o un posto di vedetta, se devo tornare a terra, con i piedi nudi nel prato bagnato, per essere veramente io, per essere amata per quel che sono, o comprarmi le Louboutin, innalzarmi da sola in elicottero e dire addio a tutto quel che era prima.
domenica 2 giugno 2019
Il mito
La Caramella (che non sa tante cose) afferma che ho il mito dell'Uomo. Che credo in una cosa che non si dà nel mondo reale, l'amore eterno, la persona giusta, l'uomo della vita.
Una volta, l'anno scorso, alla fine di una camminata dove si era a lungo parlato di maschi, dalla durata delle erezioni ai massimi sistemi (la Caramella è la mia Samantha Jones, ma con la testa di Miranda Hobbes...), ho cercato di controbattere: "Ma guarda che il vero amore esiste", e lei imperturbabile: "esistono anche quelle che mangiano senza ingrassare, e dai su Castagna!!!". Ho riso tantissimo.
Mi attanaglia il dubbio che possa avere ragione. Poi però mi guardo intorno e mi dico che no, che ho ragione io, la persona che amerai per tutta la vita la incontri, è che la vita è bastarda e si rovina tutto.
Va beh, vado a fare le medie di storia ai ragazzi, prima di prendere una brutta piega.
Una volta, l'anno scorso, alla fine di una camminata dove si era a lungo parlato di maschi, dalla durata delle erezioni ai massimi sistemi (la Caramella è la mia Samantha Jones, ma con la testa di Miranda Hobbes...), ho cercato di controbattere: "Ma guarda che il vero amore esiste", e lei imperturbabile: "esistono anche quelle che mangiano senza ingrassare, e dai su Castagna!!!". Ho riso tantissimo.
Mi attanaglia il dubbio che possa avere ragione. Poi però mi guardo intorno e mi dico che no, che ho ragione io, la persona che amerai per tutta la vita la incontri, è che la vita è bastarda e si rovina tutto.
Va beh, vado a fare le medie di storia ai ragazzi, prima di prendere una brutta piega.
venerdì 31 maggio 2019
Ma che ne so, io
Finisce un altro anno. UN'ALTRO HANO, come scriverebbe il Cinghiale. Il Cinghiale lo passiamo in seconda perché l'anno scorso aveva otto materie sotto e oltre 40 giorni di assenza e l'abbiamo segato. Quest'anno ha otto materie sotto e a scuola ci viene. È troppo piccolo per il percorso formazione lavoro e quindi lo spostiamo in avanti di una casella. Poi lo fermiamo di nuovo e via di corso per meccanici. Dove non andrà. Ma siamo totalmente scoperti, niente famiglia, niente servizi sociali, niente certificazione: la sua è una stirpe impermeabile da generazioni alla pubblica istruzione e al lavoro. Sono arrivata al terzo figlio di quattro di quella dinastia e non mi faccio illusioni. Questo, almeno, si lava. E mi vuole bene come un cucciolo di gorilla geloso. Se mi stesse arrivando addosso un camion, si butterebbe davanti a me per fermarlo. Invece di cercare di spostare me.
Che ne so, io. Del perché la gente fa figli e poi li tiene così male. Del perché Mary del Giardino Segreto è finita nella mia aula a inizio maggio, con le braccia ridotte a brandelli da ferite autoinflitte e gli occhi di un'ebrea in campo di concentramento. E ha scritto un tema che nessun essere umano dotato di sensibilità era in grado di leggere senza piangere. La collega di sostegno mentre me lo consegnava tremava tutta, e sì che è una ragazza tosta. E perché proprio io devo valutare un testo del genere.
Che ne so perché mio marito, invece di portarmi al cinema come eravamo d'accordo, mi dà appuntamento in uno spiazzo fuori dal casello e poi mi porta a camminare in paesini silenziosi, sotto le stelle, dove volano pipistrelli color panna grossi come un piccione. Che ne so perché io, che avevo la gonna, le autoreggenti e la scarpina bella per andare in centro, sono contenta di incespicare al buio su una strada di campagna, invece di insistere per prendere una stanza al motel e stare due ore o tre a fare pace con i nostri corpi.
Che ne so perché certe situazioni, magie e debolezze non se ne vanno quando dovrebbero andarsene, ma continuano a tornare. Perché le persone dichiarano con fermezza una posizione e poi si contraddicono in modo evidente, e che ne so come si fa a decidere a cosa credere, in un mondo in cui nessuno fa più quello che dice, in cui via internet si parla senza pudore di qualunque cosa e poi si ha paura di vedersi di persona per un caffè in piazza. Un mondo in cui il legittimo coniuge è la persona che frequenti di nascosto dall'amante. In cui i figli sono scudi umani per le debolezze dei grandi. In cui telefonarsi è troppa intimità, scriversi è clandestinità, vedersi è surreale, ma ci si parla attraverso stati di whatsapp, citazioni, brani musicali condivisi online, si stabilisce un'assurda, tormentosa telepatia, per sopperire alla difficoltà di rapportarsi, e si ricorre a tortuosi lanci di doppi sensi, spiate, messaggi subliminali, percezioni soprannaturali, invece di parlare, togliersi tutti i vestiti lentamente, imboccarsi con qualche prelibatezza, baciarsi.
Io non riesco a rassegnarmi. Io voglio guardare le persone mentre mi parlano, sentire le vibrazioni della loro voce, il loro odore. Voglio toccare i vestiti che la mia migliore amica decide di provarsi, sentire sotto le dita i capelli di seta di Nipotina, assaggiare il semifreddo alla panera dal cucchiaino, avere male ai muscoli dopo una sessione di tai chi. Voglio la pelle, il contatto, la fiducia. Voglio aspettare l'Orsone in una caffetteria e sentirlo salutare il barista spaccando il minuto dell'appuntamento. Voglio che Memole esca dallo spazio dietro il bancone per abbracciarmi, le mattine che mi vede a pezzi. Voglio parlare con quelli che mentre ti parlano rilassano il corpo e si avvicinano, sorridono e ti permettono di entrare nella loro bolla, come la collega Caracas, il Dolce Cowboy, la Ylmaz, alcuni alunni, alcuni genitori, il bidellino di ventitré anni che qualche settimana fa mi ha trovata sola in sala computer a piangere per la Princi e non è scappato, e ora mi sorveglia a vista per capire se sto bene.
Sto facendo esperimenti con gli occhi, guardo le persone in faccia e osservo quanti mentono, quanti si riparano, quanti restano. È pauroso come cambiare la direzione del mio sguardo abbia ridistribuito in poche settimane tutta la scala dei miei rapporti umani. Sto pensando in modo ossessivo ai soggetti che mi hanno legato affettivamente durante la mia vita e, rivedendoli in questa luce, scopro coerenze inaspettate, rivedo la posizione del corpo di una persona in una scena piena di non detti, ed è come aver imparato a leggere una scrittura in più, come se all'improvviso per me avesse senso non solo quel che è espresso in alfabeto latino ma anche quel che c'è scritto sotto in caratteri arabi o cinesi. L'Ingegnere che mi allunga una fetta di pandoro al cioccolato e me la fa assaggiare direttamente dalla sua mano. La lunga coscia del Magnifico spalmata contro la mia sulle gradinate della palestra. Un sospiro, un'esitazione, un gesto, quella cosa tremenda che facevano a un certo punto gli occhi del rapitore alieno quando cambiavano intensità mentre mi guardava.
Credo di aver scelto come vivere, da qualche mese a questa parte. Voglio leggere questa scrittura, non fermarmi all'altra. Voglio essere strana, ragionare fuori dagli schemi degli altri, forse restare sola, un dinosauro che crede alle carezze in un mondo di androidi che si scambiano foto sulle chat. Che ne so se è la mia salvezza, o la mia condanna definitiva. Forse sarà solo una scrematura di chi può davvero starmi vicino.
Che ne so, io. Del perché la gente fa figli e poi li tiene così male. Del perché Mary del Giardino Segreto è finita nella mia aula a inizio maggio, con le braccia ridotte a brandelli da ferite autoinflitte e gli occhi di un'ebrea in campo di concentramento. E ha scritto un tema che nessun essere umano dotato di sensibilità era in grado di leggere senza piangere. La collega di sostegno mentre me lo consegnava tremava tutta, e sì che è una ragazza tosta. E perché proprio io devo valutare un testo del genere.
Che ne so perché mio marito, invece di portarmi al cinema come eravamo d'accordo, mi dà appuntamento in uno spiazzo fuori dal casello e poi mi porta a camminare in paesini silenziosi, sotto le stelle, dove volano pipistrelli color panna grossi come un piccione. Che ne so perché io, che avevo la gonna, le autoreggenti e la scarpina bella per andare in centro, sono contenta di incespicare al buio su una strada di campagna, invece di insistere per prendere una stanza al motel e stare due ore o tre a fare pace con i nostri corpi.
Che ne so perché certe situazioni, magie e debolezze non se ne vanno quando dovrebbero andarsene, ma continuano a tornare. Perché le persone dichiarano con fermezza una posizione e poi si contraddicono in modo evidente, e che ne so come si fa a decidere a cosa credere, in un mondo in cui nessuno fa più quello che dice, in cui via internet si parla senza pudore di qualunque cosa e poi si ha paura di vedersi di persona per un caffè in piazza. Un mondo in cui il legittimo coniuge è la persona che frequenti di nascosto dall'amante. In cui i figli sono scudi umani per le debolezze dei grandi. In cui telefonarsi è troppa intimità, scriversi è clandestinità, vedersi è surreale, ma ci si parla attraverso stati di whatsapp, citazioni, brani musicali condivisi online, si stabilisce un'assurda, tormentosa telepatia, per sopperire alla difficoltà di rapportarsi, e si ricorre a tortuosi lanci di doppi sensi, spiate, messaggi subliminali, percezioni soprannaturali, invece di parlare, togliersi tutti i vestiti lentamente, imboccarsi con qualche prelibatezza, baciarsi.
Io non riesco a rassegnarmi. Io voglio guardare le persone mentre mi parlano, sentire le vibrazioni della loro voce, il loro odore. Voglio toccare i vestiti che la mia migliore amica decide di provarsi, sentire sotto le dita i capelli di seta di Nipotina, assaggiare il semifreddo alla panera dal cucchiaino, avere male ai muscoli dopo una sessione di tai chi. Voglio la pelle, il contatto, la fiducia. Voglio aspettare l'Orsone in una caffetteria e sentirlo salutare il barista spaccando il minuto dell'appuntamento. Voglio che Memole esca dallo spazio dietro il bancone per abbracciarmi, le mattine che mi vede a pezzi. Voglio parlare con quelli che mentre ti parlano rilassano il corpo e si avvicinano, sorridono e ti permettono di entrare nella loro bolla, come la collega Caracas, il Dolce Cowboy, la Ylmaz, alcuni alunni, alcuni genitori, il bidellino di ventitré anni che qualche settimana fa mi ha trovata sola in sala computer a piangere per la Princi e non è scappato, e ora mi sorveglia a vista per capire se sto bene.
Sto facendo esperimenti con gli occhi, guardo le persone in faccia e osservo quanti mentono, quanti si riparano, quanti restano. È pauroso come cambiare la direzione del mio sguardo abbia ridistribuito in poche settimane tutta la scala dei miei rapporti umani. Sto pensando in modo ossessivo ai soggetti che mi hanno legato affettivamente durante la mia vita e, rivedendoli in questa luce, scopro coerenze inaspettate, rivedo la posizione del corpo di una persona in una scena piena di non detti, ed è come aver imparato a leggere una scrittura in più, come se all'improvviso per me avesse senso non solo quel che è espresso in alfabeto latino ma anche quel che c'è scritto sotto in caratteri arabi o cinesi. L'Ingegnere che mi allunga una fetta di pandoro al cioccolato e me la fa assaggiare direttamente dalla sua mano. La lunga coscia del Magnifico spalmata contro la mia sulle gradinate della palestra. Un sospiro, un'esitazione, un gesto, quella cosa tremenda che facevano a un certo punto gli occhi del rapitore alieno quando cambiavano intensità mentre mi guardava.
Credo di aver scelto come vivere, da qualche mese a questa parte. Voglio leggere questa scrittura, non fermarmi all'altra. Voglio essere strana, ragionare fuori dagli schemi degli altri, forse restare sola, un dinosauro che crede alle carezze in un mondo di androidi che si scambiano foto sulle chat. Che ne so se è la mia salvezza, o la mia condanna definitiva. Forse sarà solo una scrematura di chi può davvero starmi vicino.
sabato 18 maggio 2019
Quando fioriscono i papaveri
"Prof, ma perché il missile è... così???"
"E non lo so, Gioiello... Dell'Extraterrestre almeno sappiamo che è nato dove è nato..."
Il Missile: "Prof, io sono nato quando è esplosa la cosa nucleare."
"Ah ecco."
"Sì, proprio lì dentro."
"Praticamente sei un Simpson."
"E lei dov'è nata prof?"
"Io? Io sono nata nelle profondità dell'inferno."
Poi loro escono, gli occhi pieni di una gioia senza motivi, tutto un magnifico weekend davanti, la mamma o la nonna che li aspetta a casa con la fettina, WhatsApp e la PlayStation pronti a scattare.
La prof torna in aula lungo un corridoio freddo e, quando entra, investita dall'onda di calore corporeo ancora presente, chiude gli occhi e pensa: che buon odore hanno i miei ragazzi.
Alla professoressa comunque ultimamente gliene è successa una, di quelle che succedono quando fioriscono i papaveri ai bordi delle strade e le persone, in piena notte, lasciano cadere i convenevoli e gli orpelli. E tutto è travolto da un profumo inconfondibile d'estate e di buio, quel buio in cui chiudi gli occhi e annusi, senza paura, e i brividi che hai non sono di freddo.
La professoressa l'ha vista passare, questa cosa, cercando di non forzarla dentro un senso, solo di viverla, e scoprendo che poteva arrivare dall'altra parte con un misto di sensazioni, molte delle quali positive, e senza mai la sensazione di aver perso il contatto con la terra. Le ossa si sono un po' scaldate al tepore della verità, ma non si sono spezzate, o sciolte. Non ci vorranno mesi di riabilitazione, stavolta.
Nei momenti in cui prevalgono le sensazioni negative, lo scazzo o qualche senso di incertezza, la professoressa prende la macchina e fa dei lunghi giri sulle colline o in autostrada, ascoltando suo malgrado cinque sei o diciotto volte Ligabue ribadire dall'autoradio che certe donne bastano e che certe donne restano. E pensando che è assolutamente vero. Qualcuno, a cui pesa ammettere che lei è una di queste donne, le ha però confermato di essere consapevole che le donne lo sanno, lo sanno da sempre di cosa stavamo parlando, e lei ha pensato che Ligabue, che non le è mai piaciuto nel modo di cantare, però nei testi ha spesso ragione.
Lei comunque mantiene la sua incrollabile passione per le rock ballad in inglese e quindi la sua definitiva opinione su questa cosa è che finalmente, dopo anni in cui ci si girava intorno, ha assistito a the moment of truth in your lies e che quindi adesso i puntini sulle i sono tutti al loro posto e non c'è bisogno di dire o fare altro perché ormai I know that you feel me somehow, e quindi, anche se every breath you take every move you make io ci esco scema, posso comunque continuare la mia vita a testa altissima e con un bel sorriso. Soprattutto perché the closest to heaven that I'll ever be non sei tu, ma è qualcun altro, è l'Uomo, per sempre e solo l'Uomo, coi suoi pregi e i suoi difetti, i suoi occhi di due verdi diversi, e il suo peso sul materasso alla mia sinistra, il suo abbraccio caldo e il suono della sua voce sono le uniche cure, che mi calmano qualunque cosa succeda, le uniche certezze che voglio ritrovare alla fine di ogni giornata, papaveri o non papaveri.
"E non lo so, Gioiello... Dell'Extraterrestre almeno sappiamo che è nato dove è nato..."
Il Missile: "Prof, io sono nato quando è esplosa la cosa nucleare."
"Ah ecco."
"Sì, proprio lì dentro."
"Praticamente sei un Simpson."
"E lei dov'è nata prof?"
"Io? Io sono nata nelle profondità dell'inferno."
Poi loro escono, gli occhi pieni di una gioia senza motivi, tutto un magnifico weekend davanti, la mamma o la nonna che li aspetta a casa con la fettina, WhatsApp e la PlayStation pronti a scattare.
La prof torna in aula lungo un corridoio freddo e, quando entra, investita dall'onda di calore corporeo ancora presente, chiude gli occhi e pensa: che buon odore hanno i miei ragazzi.
Alla professoressa comunque ultimamente gliene è successa una, di quelle che succedono quando fioriscono i papaveri ai bordi delle strade e le persone, in piena notte, lasciano cadere i convenevoli e gli orpelli. E tutto è travolto da un profumo inconfondibile d'estate e di buio, quel buio in cui chiudi gli occhi e annusi, senza paura, e i brividi che hai non sono di freddo.
La professoressa l'ha vista passare, questa cosa, cercando di non forzarla dentro un senso, solo di viverla, e scoprendo che poteva arrivare dall'altra parte con un misto di sensazioni, molte delle quali positive, e senza mai la sensazione di aver perso il contatto con la terra. Le ossa si sono un po' scaldate al tepore della verità, ma non si sono spezzate, o sciolte. Non ci vorranno mesi di riabilitazione, stavolta.
Nei momenti in cui prevalgono le sensazioni negative, lo scazzo o qualche senso di incertezza, la professoressa prende la macchina e fa dei lunghi giri sulle colline o in autostrada, ascoltando suo malgrado cinque sei o diciotto volte Ligabue ribadire dall'autoradio che certe donne bastano e che certe donne restano. E pensando che è assolutamente vero. Qualcuno, a cui pesa ammettere che lei è una di queste donne, le ha però confermato di essere consapevole che le donne lo sanno, lo sanno da sempre di cosa stavamo parlando, e lei ha pensato che Ligabue, che non le è mai piaciuto nel modo di cantare, però nei testi ha spesso ragione.
Lei comunque mantiene la sua incrollabile passione per le rock ballad in inglese e quindi la sua definitiva opinione su questa cosa è che finalmente, dopo anni in cui ci si girava intorno, ha assistito a the moment of truth in your lies e che quindi adesso i puntini sulle i sono tutti al loro posto e non c'è bisogno di dire o fare altro perché ormai I know that you feel me somehow, e quindi, anche se every breath you take every move you make io ci esco scema, posso comunque continuare la mia vita a testa altissima e con un bel sorriso. Soprattutto perché the closest to heaven that I'll ever be non sei tu, ma è qualcun altro, è l'Uomo, per sempre e solo l'Uomo, coi suoi pregi e i suoi difetti, i suoi occhi di due verdi diversi, e il suo peso sul materasso alla mia sinistra, il suo abbraccio caldo e il suono della sua voce sono le uniche cure, che mi calmano qualunque cosa succeda, le uniche certezze che voglio ritrovare alla fine di ogni giornata, papaveri o non papaveri.
domenica 28 aprile 2019
Da sola, alla nota multinazionale svedese dell'arredamento
Ci andavamo insieme. Baciandoci spesso. Guardando le altre coppie come noi, il reparto culle fasciatoi lettini, e poi ci saltava all'occhio, a tutti e due contemporaneamente, il comodino giusto, l'armadio perfetto, la poltrona che avremmo amato entrambi. Non dovevamo quasi mai discutere. Eravamo quelli che non litigano, in mezzo a coppie scoglionate, e avevamo il radar per vedere quelli che come noi si tenevano per mano con lo sguardo pieno di luce, il passo lento ma rilassato, la voce serena.
Andarci da sola è stato atroce, a volte. Adesso capita che ci vada con te, ma anche senza di te, e non mi interessa più il reparto bimbi, lo attraverso senza soffrire, non mi riguarda più.
L'ultima volta ho fotografato le cassettiere che servono a te per la tua nuova stanza in ufficio, ho comprato i fermalibri e i raccoglitori, tre piccoli leggii per il cellulare, uno per ciascuno, e mi sono accorta che, per la legge dell'attenzione selettiva, ho individuato le coppie mature, quelle in cui lei dice a lui: "Questo potremmo prenderlo per Chiara/Francesca/Martina/Giulia/***" e lui risponde: "OK, ma giallo, a lei piace il giallo". Ho pensato a mio padre e mia madre che avevano lo stesso tipo di scambio quando io sono andata a vivere da sola, quando sono venuta a vivere con te. Che strano pensare che adesso siamo noi che scegliamo così oggetti e
mobili per la Princi, e la nota multinazionale svedese col suo odore di trucioli e colla è sempre lì, e anche noi. Che non litighiamo quando ci sono da scegliere gli arredi, perché ci piacciono le stesse cose.
Andarci da sola è stato atroce, a volte. Adesso capita che ci vada con te, ma anche senza di te, e non mi interessa più il reparto bimbi, lo attraverso senza soffrire, non mi riguarda più.
L'ultima volta ho fotografato le cassettiere che servono a te per la tua nuova stanza in ufficio, ho comprato i fermalibri e i raccoglitori, tre piccoli leggii per il cellulare, uno per ciascuno, e mi sono accorta che, per la legge dell'attenzione selettiva, ho individuato le coppie mature, quelle in cui lei dice a lui: "Questo potremmo prenderlo per Chiara/Francesca/Martina/Giulia/***" e lui risponde: "OK, ma giallo, a lei piace il giallo". Ho pensato a mio padre e mia madre che avevano lo stesso tipo di scambio quando io sono andata a vivere da sola, quando sono venuta a vivere con te. Che strano pensare che adesso siamo noi che scegliamo così oggetti e
mobili per la Princi, e la nota multinazionale svedese col suo odore di trucioli e colla è sempre lì, e anche noi. Che non litighiamo quando ci sono da scegliere gli arredi, perché ci piacciono le stesse cose.
sabato 20 aprile 2019
Donne e pallone
Scena. Ylmaz (prof di matematica di 44 anni) Castagna (prof di lettere di 43) Mimosa (exalunna di Castagna di 15 anni) BastianaBaldassarraBucci, Boss Ucraino, CamillaMilla (alunni di Ylmaz e Castagna di 11 anni e mezzo) si recano in pizzeria.
Boss Ucraino non aspetta nessuno e esce. La Ylmaz: "Boss, ti risparmio alcuni passaggi: quando sei in giro con una donna, devi aspettarla, non lasciarla indietro" e Castagna: "anche se è con le amiche e parlano solo di vestiti".
Mimosa: "io so parlare anche di calcio". Castagna: "Io no" e una delle altre ragazze: "Per, lei sa solo la differenza tra il Genoa e le altre squadre!". Castagna: "Io so solo la differenza tra Cristiano Ronaldo e tutti gli altri uomini del pianeta" e le ragazze dietro di lei , una: "Ma anche della galassia..." e due: "Se ce ne sono altri."
Game, set, match.
Se ce le scrivessero non verrebbero altrettanto bene.
Boss Ucraino non aspetta nessuno e esce. La Ylmaz: "Boss, ti risparmio alcuni passaggi: quando sei in giro con una donna, devi aspettarla, non lasciarla indietro" e Castagna: "anche se è con le amiche e parlano solo di vestiti".
Mimosa: "io so parlare anche di calcio". Castagna: "Io no" e una delle altre ragazze: "Per, lei sa solo la differenza tra il Genoa e le altre squadre!". Castagna: "Io so solo la differenza tra Cristiano Ronaldo e tutti gli altri uomini del pianeta" e le ragazze dietro di lei , una: "Ma anche della galassia..." e due: "Se ce ne sono altri."
Game, set, match.
Se ce le scrivessero non verrebbero altrettanto bene.
E se fosse là fuori che è tutto sbagliato
Finalmente piove, dopo molte settimane di aridità.
Castagna si domanda se il centro del mondo si sia spostato, se la forza di gravità esista ancora, se sia soltanto lei che è soggetta a leggi uguali a quelle che valevano qualche anno fa.
Se lo domanda perché, a volte, pensa che tutto quello che è sbagliato sia fuori, e tutto quello che è giusto sia dentro.
Fuori ci sono persone che intervengono sulla vita degli altri, senza rendersi conto di far loro del male. Persone che ripetono i loro errori a distanza di anni e pensano di andare via lisci, proprio con te che ci hai sofferto tanto. Persone che ti trattano come se fosse tutta colpa tua. Persone che ti trattano come se il tempo non fosse mai passato e tu non avessi imparato niente.
Persone che a una proposta di aiuto associano una minaccia, e reagiscono mordendoti.
Persone il cui unico scopo nella vita è sminuire gli altri per sentirsi superiori. Persone che provano per te dei sentimenti a cui non sanno dare un nome, e si incazzano con te perché glieli fai provare.
Dentro ci sono le cose che valgono ancora la pena. Sì, c'è tanta confusione, disordine, tanta fatica, a volte un buio pesto.
Ma poi ci sono anche i frutti dell'impegno che vengono pian pianino fuori.
Irresistibile che non piange più. Pulcino che ha imparato a piangere. Nipotina che si scrive sullo specchio che deve darsi da fare con la scuola. Coccodrillo che impara a suonare dei pezzi anni '90 con la batteria. Orsetto di Montagna che cerca di districarsi nei problemi dei grandi, e intanto non si dimentica di lanciarsi giù dal rifugio segreto con una fune, insieme agli amici, sfidando immaginari battaglioni d'oltralpe.
Da qualche giorno la Castagna si sbaglia e dice vado in terza, quando deve andare in seconda. È che sono diventati così grandi. E adesso si lavora come dice lei: stanno destrutturando le poesie e riescono a vedere la doppia aggettivazione petrarchesca, la strofa di commiato, il riferimento dantesco.
Il Gioiello è cresciuto e non sorride più con quell'incantevole espressione bambinesca, ma sbatte le ciglia sugli occhioni scuri un po' tormentati.
Qualcuno ha messo l'apparecchio. Qualcuno ha cambiato occhiali. In molti hanno cambiato taglio di capelli, modo di vestirsi, tono di voce e modo di parlare. Sono grandi, e lei sorride, si arrabbia, li maltratta e li sevizia, ma è anche contenta, perché ogni giorno e un progresso. A questa classe racconta un sacco di cose del suo percorso scolastico, di quando ha capito come fare determinate cose, o che certe materie erano meravigliose; di quando si passavano le formule di chimica scritte sulla gomma delle Superga ai compagni interrogati da posto.
E ha letto Il mercante di Venezia, in versione ridotta e facilitata, ai piccoletti di prima, che sono totalmente inconsapevoli di dove cazzo siano finiti, non hanno la più vaga idea di essere alle medie, e continuano a pensare che ci sia la fata turchina che risolverà i loro problemi, anche se hanno 6 materie sotto. Il problema è che lo pensano anche i loro genitori. La Ylmaz schiuma.
Castagna guarda tutte queste cose e si domanda se davvero la vita deve essere così brutta, piena di meschinerie di rancori di odi di bugie di tradimenti di puttanate, e se lei deve per forza fare parte di una vita del genere.
Conclude che non ne vuole sapere.
Lei avrà i suoi difetti ma anche i suoi pregi: uno dei pregi è quello di credere nella parte bella delle cose, nella parte bella delle persone, e di avere il coraggio di dire questo, di dire alle persone che devono fidarsi dell'istinto quando si avvicinano a lei, perché lei si fida del suo istinto quando si avvicina a loro.
E così si ritrova a dirimere vecchissime questioni che si ripresentano, perché non si erano mai chiusi i cancelli di certi giardini.
Sta sciogliendo, pensosamente, nodi intricati che l'hanno fatta soffrire tantissimo, recenti delusioni che l'hanno lasciata scottata e incerta sul da farsi.
Poi si ritrova anche a discutere con l'Uomo, e siccome ci tiene tanto e ci sta così male di non riuscire più ad avere quello che avevano prima, o qualcosa di meglio che adesso potrebbero permettersi tutti e due, quando finalmente le salta il tappo parla fin troppo e dice anche cose che non pensa. Poi gli chiede scusa per queste cose, ma mentre lo fa pensa che sia inutile, perché tanto lui lo sa... E l'Uomo risponde: "Ma io ti capisco." Lei lo guarda e come ogni volta, ogni santa volta, posando gli occhi su di lui capisce cosa intendevano Cavalcanti, Guinizzelli e gli altri grandi di allora, sugli spiriti soavi che per gli occhi arrivano al cor gentile. Perché ogni volta che posa gli occhi su di lui il cuore fa qualcosa che, inequivocabilmente, è un palpito di gioia pura. Lei lo guarda, e dice: "Lo so... Pensa che io ti capisco anche quando non parli...". Al che l'Uomo: "Lo so".
E allora lei si ripete che forse l'unica strada è questa: andare dritta nella direzione che le sembra più ovvia, quella dello stare bene con le persone, del dire le cose, del guardarsi negli occhi, del rendersi conto che di vita ce n'è una sola e di quali saranno le cose che davvero rimpiangeremo di non aver fatto, quando il tempo per questa gioia sarà finito.
Castagna si domanda se il centro del mondo si sia spostato, se la forza di gravità esista ancora, se sia soltanto lei che è soggetta a leggi uguali a quelle che valevano qualche anno fa.
Se lo domanda perché, a volte, pensa che tutto quello che è sbagliato sia fuori, e tutto quello che è giusto sia dentro.
Fuori ci sono persone che intervengono sulla vita degli altri, senza rendersi conto di far loro del male. Persone che ripetono i loro errori a distanza di anni e pensano di andare via lisci, proprio con te che ci hai sofferto tanto. Persone che ti trattano come se fosse tutta colpa tua. Persone che ti trattano come se il tempo non fosse mai passato e tu non avessi imparato niente.
Persone che a una proposta di aiuto associano una minaccia, e reagiscono mordendoti.
Persone il cui unico scopo nella vita è sminuire gli altri per sentirsi superiori. Persone che provano per te dei sentimenti a cui non sanno dare un nome, e si incazzano con te perché glieli fai provare.
Dentro ci sono le cose che valgono ancora la pena. Sì, c'è tanta confusione, disordine, tanta fatica, a volte un buio pesto.
Ma poi ci sono anche i frutti dell'impegno che vengono pian pianino fuori.
Irresistibile che non piange più. Pulcino che ha imparato a piangere. Nipotina che si scrive sullo specchio che deve darsi da fare con la scuola. Coccodrillo che impara a suonare dei pezzi anni '90 con la batteria. Orsetto di Montagna che cerca di districarsi nei problemi dei grandi, e intanto non si dimentica di lanciarsi giù dal rifugio segreto con una fune, insieme agli amici, sfidando immaginari battaglioni d'oltralpe.
Da qualche giorno la Castagna si sbaglia e dice vado in terza, quando deve andare in seconda. È che sono diventati così grandi. E adesso si lavora come dice lei: stanno destrutturando le poesie e riescono a vedere la doppia aggettivazione petrarchesca, la strofa di commiato, il riferimento dantesco.
Il Gioiello è cresciuto e non sorride più con quell'incantevole espressione bambinesca, ma sbatte le ciglia sugli occhioni scuri un po' tormentati.
Qualcuno ha messo l'apparecchio. Qualcuno ha cambiato occhiali. In molti hanno cambiato taglio di capelli, modo di vestirsi, tono di voce e modo di parlare. Sono grandi, e lei sorride, si arrabbia, li maltratta e li sevizia, ma è anche contenta, perché ogni giorno e un progresso. A questa classe racconta un sacco di cose del suo percorso scolastico, di quando ha capito come fare determinate cose, o che certe materie erano meravigliose; di quando si passavano le formule di chimica scritte sulla gomma delle Superga ai compagni interrogati da posto.
E ha letto Il mercante di Venezia, in versione ridotta e facilitata, ai piccoletti di prima, che sono totalmente inconsapevoli di dove cazzo siano finiti, non hanno la più vaga idea di essere alle medie, e continuano a pensare che ci sia la fata turchina che risolverà i loro problemi, anche se hanno 6 materie sotto. Il problema è che lo pensano anche i loro genitori. La Ylmaz schiuma.
Castagna guarda tutte queste cose e si domanda se davvero la vita deve essere così brutta, piena di meschinerie di rancori di odi di bugie di tradimenti di puttanate, e se lei deve per forza fare parte di una vita del genere.
Conclude che non ne vuole sapere.
Lei avrà i suoi difetti ma anche i suoi pregi: uno dei pregi è quello di credere nella parte bella delle cose, nella parte bella delle persone, e di avere il coraggio di dire questo, di dire alle persone che devono fidarsi dell'istinto quando si avvicinano a lei, perché lei si fida del suo istinto quando si avvicina a loro.
E così si ritrova a dirimere vecchissime questioni che si ripresentano, perché non si erano mai chiusi i cancelli di certi giardini.
Sta sciogliendo, pensosamente, nodi intricati che l'hanno fatta soffrire tantissimo, recenti delusioni che l'hanno lasciata scottata e incerta sul da farsi.
Poi si ritrova anche a discutere con l'Uomo, e siccome ci tiene tanto e ci sta così male di non riuscire più ad avere quello che avevano prima, o qualcosa di meglio che adesso potrebbero permettersi tutti e due, quando finalmente le salta il tappo parla fin troppo e dice anche cose che non pensa. Poi gli chiede scusa per queste cose, ma mentre lo fa pensa che sia inutile, perché tanto lui lo sa... E l'Uomo risponde: "Ma io ti capisco." Lei lo guarda e come ogni volta, ogni santa volta, posando gli occhi su di lui capisce cosa intendevano Cavalcanti, Guinizzelli e gli altri grandi di allora, sugli spiriti soavi che per gli occhi arrivano al cor gentile. Perché ogni volta che posa gli occhi su di lui il cuore fa qualcosa che, inequivocabilmente, è un palpito di gioia pura. Lei lo guarda, e dice: "Lo so... Pensa che io ti capisco anche quando non parli...". Al che l'Uomo: "Lo so".
E allora lei si ripete che forse l'unica strada è questa: andare dritta nella direzione che le sembra più ovvia, quella dello stare bene con le persone, del dire le cose, del guardarsi negli occhi, del rendersi conto che di vita ce n'è una sola e di quali saranno le cose che davvero rimpiangeremo di non aver fatto, quando il tempo per questa gioia sarà finito.
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cerco l'antidoto,
come la vedo io,
era il mio destino,
ti amerò sempre
domenica 7 aprile 2019
Cos'è successo. Parte seconda
Data la facciata presa con Scuola Vintage, la
Castagna ha reinvestito tutte le sue energie nel lavorare a Paesino di Sogno, e precisamente nel mettere le radici ancora più profondamente a Scuolina Rosa.
L'anno prossimo, eventualmente si ripresentasse la possibilità di andare a Scuola Vintage, ci farebbe un po' la tara. Per il momento, dato che la sua posizione a scuolina Rosa era diventata notevolmente faticosa da sostenere, ha deciso di lanciarsi e, invece di adottare un profilo più basso, di raddoppiare il proprio profilo attuale.
Conseguentemente non si presenta più a scuola in jeans, maglia e cardigan ma in tacco basso, gonna, collant velati e camicetta. Questa cosa ha insospettito i piccoli: "Prof? Perché oggi è così elegante?". I piu grandi, stronzificati dagli ormoni, le hanno immediatamente attribuito una relazione col collega Guanciotti, bel ragazzo per carità, ma anche no. La trasformazione è piaciuta soprattutto al Bidello Guaglione, ma per la Castagna il punto non è rimorchiare, ma esprimere con chiarezza che adesso ha deciso che nella vita, in determinate situazioni, vuole comandare lei e non vuole mettersi più da parte di fronte a nessuno. Se qualcuno fraintende, amen. Se qualche collega rosica, meglio.
Dopo qualche giorno di prova del nuovo look, la Castagna è andata dal vicepreside in un momento in cui non poteva fuggire e gli ha detto che avrebbe voluto chiedere trasferimento ma, per quest'anno, non lo fa perché il posto dove vuole andare non ha cattedre. "Quindi non vado ma sto." Il vicepreside ha risposto con aria esterrefatta: "Beh, bene!!!" come a dire: e menomale! E Castagna, facendogliela cadere dall'alto, ha ribattuto: "Beh, grazie!!!" come a dire: eh, sì, sarà anche il caso che tu te ne accorga, che è un bene per questa scuola se resto!
Dopodiché, stranamente, il vicepreside ha ricominciato a rivolgere serenamente la parola a Castagna. La collega Troll invece le ha levato il saluto, con ennesima sublime dimostrazione di atteggiamento maturo. La Castagna ride, e si mette la gonna.
Passati quindici giorni di silenzio stampa da Scuola Vintage, ha preso il cellulare e ne ha dette quattro all'Orsone. Poi si è sentita ancora meglio.
Infine ha preso per le corna altre due o tre questioni, a scuola e fuori, e intenderebbe uscirne con un bel po' di bottino. Ci sono cerchi da chiudere. Chiudiamoli.
Castagna ha reinvestito tutte le sue energie nel lavorare a Paesino di Sogno, e precisamente nel mettere le radici ancora più profondamente a Scuolina Rosa.
L'anno prossimo, eventualmente si ripresentasse la possibilità di andare a Scuola Vintage, ci farebbe un po' la tara. Per il momento, dato che la sua posizione a scuolina Rosa era diventata notevolmente faticosa da sostenere, ha deciso di lanciarsi e, invece di adottare un profilo più basso, di raddoppiare il proprio profilo attuale.
Conseguentemente non si presenta più a scuola in jeans, maglia e cardigan ma in tacco basso, gonna, collant velati e camicetta. Questa cosa ha insospettito i piccoli: "Prof? Perché oggi è così elegante?". I piu grandi, stronzificati dagli ormoni, le hanno immediatamente attribuito una relazione col collega Guanciotti, bel ragazzo per carità, ma anche no. La trasformazione è piaciuta soprattutto al Bidello Guaglione, ma per la Castagna il punto non è rimorchiare, ma esprimere con chiarezza che adesso ha deciso che nella vita, in determinate situazioni, vuole comandare lei e non vuole mettersi più da parte di fronte a nessuno. Se qualcuno fraintende, amen. Se qualche collega rosica, meglio.
Dopo qualche giorno di prova del nuovo look, la Castagna è andata dal vicepreside in un momento in cui non poteva fuggire e gli ha detto che avrebbe voluto chiedere trasferimento ma, per quest'anno, non lo fa perché il posto dove vuole andare non ha cattedre. "Quindi non vado ma sto." Il vicepreside ha risposto con aria esterrefatta: "Beh, bene!!!" come a dire: e menomale! E Castagna, facendogliela cadere dall'alto, ha ribattuto: "Beh, grazie!!!" come a dire: eh, sì, sarà anche il caso che tu te ne accorga, che è un bene per questa scuola se resto!
Dopodiché, stranamente, il vicepreside ha ricominciato a rivolgere serenamente la parola a Castagna. La collega Troll invece le ha levato il saluto, con ennesima sublime dimostrazione di atteggiamento maturo. La Castagna ride, e si mette la gonna.
Passati quindici giorni di silenzio stampa da Scuola Vintage, ha preso il cellulare e ne ha dette quattro all'Orsone. Poi si è sentita ancora meglio.
Infine ha preso per le corna altre due o tre questioni, a scuola e fuori, e intenderebbe uscirne con un bel po' di bottino. Ci sono cerchi da chiudere. Chiudiamoli.
domenica 31 marzo 2019
Cos'è successo. Parte prima
Per un raffinato tormento elaborato dal destino, o da chi per lui, continuo a beccare alla radio canzoni degli Oasis, neanche fosse morto un Gallagher. L'altra sera c'era quella che diceva il mio Dio è sceso dal letto col piede sbagliato, e in effetti, mah, per certe cose sì, eh.
Il 2019 non si può dire che sia cominciato particolarmente bene.
Siamo in una situazione abbastanza terrificante a casa, perché la Princi ha fatto un bel po' di casini a livello personale e sentimentale. La cosa sembra rientrata parzialmente, ma ci siamo giocati quasi 10 kg di peso, un bello spavento con fuga in pronto soccorso e parecchie, ma veramente parecchie, settimane di nervoso.
Castagna e l'Uomo in qualche modo hanno tenuto botta, soprattutto l'Uomo è stato bravissimo, bisogna dire la verità; Castagna si è tirata indietro e forse in quello è stata brava, ma l'unico bravissimo in questa tempesta di merda all'inizio dell'anno è sicuramente stato papino.
Il 2019 è particolare, e si è visto subito. La mattina del primo gennaio. Non si può che prendere atto.
Stasera, di ritorno da una sanguinosa sessione di organizzazione delle spese e dei lavori da seguire a Genova, Castagna è in grado di raccontare un pochino di più, confortata senz'altro dal fatto di essere stata a cena sul sedile della propria macchina e in una situazione di assoluta tranquillità, nel buio delle strade del centro genovese. Non il centro storico, ma quello degli affari, là dove un imprenditore assolutamente geniale ha pensato bene di aprire una farinateria - focacceria che serve tutti i grandi studi di avvocati e di notai della city, e che, nelle sere in cui fa tardi a sistemare le cose a casa di sua madre, serve parecchio anche alla Castagna.
Anche questa sera la Castagna si è presentata al bancone e voleva fare in fretta, quindi ha preso fette di cose già pronte e una manata di panisse, ma, mentre pagava, davanti al suo naso è stata posato un vassoio di cuculli bollenti, e lì non è stato proprio possibile esimersi . Anche questa sera la Castagna ha cenato quindi tra il parcheggio ed il primo semaforo, con i cuculli roventi, la panissa e una bella slerfa di focaccia, come solo un Genovese se la sa godere. Ora è in partenza per le sue colline e si prende il tempo di raccontare, dettando al telefono, le ultime cose che sono successe o almeno parte di esse.
La Castagna, a partire dall'agosto 2018, aveva maturato la decisione di lasciare Paesino di Sogno e Scuolina Rosa, per trasferirsi a Scuola Vintage, in pieno centro di Asti. Decisione soffertissima ma ormai più che presa, visto anche il recente andare completamente in vacca del rapporto con il vicepreside Gigante. Il quale, per inciso, dalla scenata che Castagna gli ha fatto a dicembre, ha fatto in modo di non incontrarla quasi mai, nei corridoi di una scuola piccolissima, con soltanto 7 classi, una roba che, per riuscirci, bisogna essere l'uomo invisibile. E in realtà lui non solo non è invisibile, ma è pure alto un metro e novanta, e parecchio grosso. E sta a scuola più ore dell'orologio, come Castagna del resto.
Comunque questa roba imbarazzante è finita nel momento in cui Castagna ha scoperto, dal vicepreside di Scuola Vintage, che il posto apparentemente libero su cui trasferirsi in realtà non c'era, in quanto appartenente ad un titolare di cui non facciamo il nome, ma, se è famoso nei nostri ambienti come il Terrore dei Sette Mari, un motivo ci sarà.
Non essendo costui in grado di insegnare, e peraltro nemmeno di lavarsi, e addirittura avendo qualche problemino a vestirsi, viene regolarmente distaccato da qualche parte in assegnazione provvisoria come insegnante di sostegno. È stato anche insegnante di una classe di della Castagna stessa, e non era particolarmente problematico averlo in classe, nel momento in cui comincia via credere che ci fosse un grosso cane puzzolente accucciato vicino alla cattedra a dormire. Questo era il suo contributo alla lezione. In ogni modo la persona che occupa il posto non è importante, perché in ogni caso il posto è suo. Quello che è importante è che le informazioni sbagliate arrivavano niente po' po' di meno che dal vicepreside di scuola Vintage, che chiameremo la Faina. E questo non dà di lui una buona impressione. Pur essendo un uomo evidentemente determinato a fare le cose bene, e supportato dall'Orsone, che senz'altro si è dato da fare non solo perché Castagna potesse trasferirsi a Scuola Vintage, ma anche perché lì si trovasse una bella cattedra che a lei piaceva, con storia fin dal primo anno e sulla classe dove lui stesso avrebbe preso matematica.
E le informazioni arrivano a metà marzo, cioè quando Castagna ha già recuperato il suo account istruzione.it, che si era perso nelle nebbie del posto di ruolo, riattivato il suo profilo sulla piattaforma del MIUR e raccolto il coraggio per inserire i dati del trasferimento. Il pomeriggio stesso in cui è tutto pronto per fare quest'operazione, vicepreside Faina si accorge della situazione e avvisa Castagna. Cosa più grave, l'Orsone non spreca neanche una sillaba a commento.
La Castagna si è dunque abbastanza piccata, soprattuttoperché ormai aveva già detto ai colleghi che contava di trasferirsi, ed è andata di culo che non le fosse scappato detto assolutamente niente coi bambini.
Soltanto Memole Folletto dei Fiori, madre dello Sciupafemmine e amica di Castagna da tempo immemorabile, lo sapeva, e c'è stato tutto sommato il piacere di andare a dire: Oh guarda non me ne vado, perché il posto non c'è e sentirsi rispondere: Che bello, sono proprio contenta che tu stia ancora un po' con noi. D'altronde Memole Folletto dei Fiori aveva lasciato a bocca aperta Castagna, quando quest'ultima le aveva confidato il suo desiderio di trasferirsi, sentendosi seriamente in colpa nei confronti del suo bambino, gravemente dislessico e molto affezionato alla sua professoressa di italiano: in quell'occasione Memole l'aveva lasciata letteralmente in braghe di mutanda, dicendole una cosa tipo: Fai bene a farlo, la tua vita fino ad ora è stata una vita di sacrificio, se adesso vuoi fare una cosa che ti fa felice, falla. E Castagna è ancora qui che si domanda come facesse l'amica a saperlo, che vita faccia, non avendola mai messa a parte delle sue vicende private. Ma Memole le fa il caffè da tante, tante, tante mattine. E un'amica è la cosa più bella che una donna possa avere, ineguagliata da qualsiasi altra felicità umanamente raggiungibile.
Il 2019 non si può dire che sia cominciato particolarmente bene.
Siamo in una situazione abbastanza terrificante a casa, perché la Princi ha fatto un bel po' di casini a livello personale e sentimentale. La cosa sembra rientrata parzialmente, ma ci siamo giocati quasi 10 kg di peso, un bello spavento con fuga in pronto soccorso e parecchie, ma veramente parecchie, settimane di nervoso.
Castagna e l'Uomo in qualche modo hanno tenuto botta, soprattutto l'Uomo è stato bravissimo, bisogna dire la verità; Castagna si è tirata indietro e forse in quello è stata brava, ma l'unico bravissimo in questa tempesta di merda all'inizio dell'anno è sicuramente stato papino.
Il 2019 è particolare, e si è visto subito. La mattina del primo gennaio. Non si può che prendere atto.
Stasera, di ritorno da una sanguinosa sessione di organizzazione delle spese e dei lavori da seguire a Genova, Castagna è in grado di raccontare un pochino di più, confortata senz'altro dal fatto di essere stata a cena sul sedile della propria macchina e in una situazione di assoluta tranquillità, nel buio delle strade del centro genovese. Non il centro storico, ma quello degli affari, là dove un imprenditore assolutamente geniale ha pensato bene di aprire una farinateria - focacceria che serve tutti i grandi studi di avvocati e di notai della city, e che, nelle sere in cui fa tardi a sistemare le cose a casa di sua madre, serve parecchio anche alla Castagna.
Anche questa sera la Castagna si è presentata al bancone e voleva fare in fretta, quindi ha preso fette di cose già pronte e una manata di panisse, ma, mentre pagava, davanti al suo naso è stata posato un vassoio di cuculli bollenti, e lì non è stato proprio possibile esimersi . Anche questa sera la Castagna ha cenato quindi tra il parcheggio ed il primo semaforo, con i cuculli roventi, la panissa e una bella slerfa di focaccia, come solo un Genovese se la sa godere. Ora è in partenza per le sue colline e si prende il tempo di raccontare, dettando al telefono, le ultime cose che sono successe o almeno parte di esse.
La Castagna, a partire dall'agosto 2018, aveva maturato la decisione di lasciare Paesino di Sogno e Scuolina Rosa, per trasferirsi a Scuola Vintage, in pieno centro di Asti. Decisione soffertissima ma ormai più che presa, visto anche il recente andare completamente in vacca del rapporto con il vicepreside Gigante. Il quale, per inciso, dalla scenata che Castagna gli ha fatto a dicembre, ha fatto in modo di non incontrarla quasi mai, nei corridoi di una scuola piccolissima, con soltanto 7 classi, una roba che, per riuscirci, bisogna essere l'uomo invisibile. E in realtà lui non solo non è invisibile, ma è pure alto un metro e novanta, e parecchio grosso. E sta a scuola più ore dell'orologio, come Castagna del resto.
Comunque questa roba imbarazzante è finita nel momento in cui Castagna ha scoperto, dal vicepreside di Scuola Vintage, che il posto apparentemente libero su cui trasferirsi in realtà non c'era, in quanto appartenente ad un titolare di cui non facciamo il nome, ma, se è famoso nei nostri ambienti come il Terrore dei Sette Mari, un motivo ci sarà.
Non essendo costui in grado di insegnare, e peraltro nemmeno di lavarsi, e addirittura avendo qualche problemino a vestirsi, viene regolarmente distaccato da qualche parte in assegnazione provvisoria come insegnante di sostegno. È stato anche insegnante di una classe di della Castagna stessa, e non era particolarmente problematico averlo in classe, nel momento in cui comincia via credere che ci fosse un grosso cane puzzolente accucciato vicino alla cattedra a dormire. Questo era il suo contributo alla lezione. In ogni modo la persona che occupa il posto non è importante, perché in ogni caso il posto è suo. Quello che è importante è che le informazioni sbagliate arrivavano niente po' po' di meno che dal vicepreside di scuola Vintage, che chiameremo la Faina. E questo non dà di lui una buona impressione. Pur essendo un uomo evidentemente determinato a fare le cose bene, e supportato dall'Orsone, che senz'altro si è dato da fare non solo perché Castagna potesse trasferirsi a Scuola Vintage, ma anche perché lì si trovasse una bella cattedra che a lei piaceva, con storia fin dal primo anno e sulla classe dove lui stesso avrebbe preso matematica.
E le informazioni arrivano a metà marzo, cioè quando Castagna ha già recuperato il suo account istruzione.it, che si era perso nelle nebbie del posto di ruolo, riattivato il suo profilo sulla piattaforma del MIUR e raccolto il coraggio per inserire i dati del trasferimento. Il pomeriggio stesso in cui è tutto pronto per fare quest'operazione, vicepreside Faina si accorge della situazione e avvisa Castagna. Cosa più grave, l'Orsone non spreca neanche una sillaba a commento.
La Castagna si è dunque abbastanza piccata, soprattuttoperché ormai aveva già detto ai colleghi che contava di trasferirsi, ed è andata di culo che non le fosse scappato detto assolutamente niente coi bambini.
Soltanto Memole Folletto dei Fiori, madre dello Sciupafemmine e amica di Castagna da tempo immemorabile, lo sapeva, e c'è stato tutto sommato il piacere di andare a dire: Oh guarda non me ne vado, perché il posto non c'è e sentirsi rispondere: Che bello, sono proprio contenta che tu stia ancora un po' con noi. D'altronde Memole Folletto dei Fiori aveva lasciato a bocca aperta Castagna, quando quest'ultima le aveva confidato il suo desiderio di trasferirsi, sentendosi seriamente in colpa nei confronti del suo bambino, gravemente dislessico e molto affezionato alla sua professoressa di italiano: in quell'occasione Memole l'aveva lasciata letteralmente in braghe di mutanda, dicendole una cosa tipo: Fai bene a farlo, la tua vita fino ad ora è stata una vita di sacrificio, se adesso vuoi fare una cosa che ti fa felice, falla. E Castagna è ancora qui che si domanda come facesse l'amica a saperlo, che vita faccia, non avendola mai messa a parte delle sue vicende private. Ma Memole le fa il caffè da tante, tante, tante mattine. E un'amica è la cosa più bella che una donna possa avere, ineguagliata da qualsiasi altra felicità umanamente raggiungibile.
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