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sabato 2 settembre 2023

Burn out. Anzi burn in. Capitolo tre.

 

Castagna. Siediti davanti allo specchio e ripetiti la seguente sequenza di frasi.

Il primo anno che eri a Scuola Vintage, tu e altri quindici colleghi siete andati dall'avvocato e vi siete presentati in questura con un esposto, contro i ragazzi di una terza che vi avevano diffamato e calunniato sul web usando le vostre foto.

Il secondo anno, è morto un tuo alunno all'improvviso.

Il terzo anno, hai subito un mobbing feroce. 

Nel frattempo sono mancate due persone che per te erano punti di riferimento maiuscoli sul lavoro e nella vita.

Accidentalmente, tutto questo è accaduto tra il 2021 e il 2023, mentre l'intero Paese usciva (?) da una pandemia e entrava (?) in una crisi sociale, culturale, economica e politica.

Volutamente non considerando tutto il resto delle vicende personali e familiari, ma concentrandosi solo sulla scuola, Castagna, seriamente, puoi adesso tu per favore guardarti allo specchio e dirti a voce alta due cosine?

Tipo che sei traumatizzata in modo oggettivo, indipendentemente dal tuo carattere, dalla tua intelligenza, dalle risorse che hai? 

Tipo che le avresti probabilmente rette tutte,  dato che sei una guerriera, ma entrare per due anni nell'aula dove non avresti mai più messo piede per non vedere il banco vuoto, o peggio entrarci il secondo anno e scoprire che il banco era stato tolto, quello no, non lo hai retto? 

Okay. E adesso che (con ventitre mesi di ritardo) sei capace di dirti a voce alta queste cose, possiamo parlare del fatto che non si può sempre vivere sul chi va là? Che col cervello che ti ritrovi sai benissimo come fare per non lasciarti inquinare dall'ipocrisia e dalla bambinaggine di certi comportamenti, ma a livello emotivo devi trovare nuove fonti di forza e serenità, o finirai per farti male?

Quindi. Guarda negli occhi quella tipa che c'è lì di fronte riflessa. E dille quello che le ripeterai ogni santo giorno.

Va bene essere ancora sotto choc. Va bene essere in lutto. Va bene avere dei sentimenti di smarrimento di fronte a tanti comportamenti che non si possono capire né accettare, da parte di colleghi o dirigenti o alunni. Va bene essere demotivati dalle porcherie del sistema. Va bene restare soli pur di non piegarsi. Va bene sotterrare l'ego e dargli dei colpi di pala in testa quando cerca di riemergere.

Ora però, se non vuoi essere un'adolescente umorale e poco professionale, come purtroppo sono molti dei tuoi colleghi, serve uno scatto in avanti. Devi trovare la capacità di non farti scalfire. Di avanzare con grazia e imperturbabilità. Di traghettare i tuoi ragazzi attraverso parecchie brutture del mondo, incluse quelle del sistema scolastico. 

Hai passato tutta l'estate, la più lunga della tua vita dopo quella tra medie e superiori e quella tra superiori e università, a studiare yoga a livelli non solo fisici, ma anche psicologici e filosofici. Hai fatto scelte precise, limitando persone e situazioni che ti sottraessero energia e investendo tanto in progetti pieni di felicità per te stessa e per gli altri. 

Non puoi, NON PUOI, essere già con lo stomaco sverso e gli attacchi d'ansia alle sei di mattina, dopo neanche due ore di collegio docenti a distanza. Così non ci fai neanche la prima decina di giorni senza ammalarti.

Aggrappati. Sai benissimo dove. Non ti piace pensare di avere appigli solo fuori, va bene, lo capiamo,  tu non sarai mai una di quelle che aspettano la campanella con le chiavi della macchina in mano. Ma fuori c'è comunque roba buona, sappilo. E trova dove tenerti salda lungo la parete anche quando sei dentro.

Aggrappati alle persone che sai che sanno. Aggrappati alla macchinetta del caffè. Al brontolio basso dell'Orsone. Alla risata della tua bidella preferita. Alla mitologia greca, alla filosofia del Settecento, al complemento di termine, alle gare di congiuntivi, alla sfida sulle capitali del mondo. 

Aggrappati (ma senza pesare, solo come quando si gioca in piscina usando lo stesso materassino) al ragazzino che vuole sapere le cose, a quello che fa la battuta giusta, a quello che fa la domanda profonda, a quello che come al solito era girato e non ha sentito, a quello che ha capito Roma per toma, a quello che ha paura di essere bocciato, a quello che piange. Al gessetto, alla carta geografica sulla LIM, agli evidenziatori colorati. Al rumore dell'orda che si precipita giù dalle scale. Alle urla di "Buongiorno prof!!!" che segnalano alla popolazione che stai svoltando l'angolo della strada pedonale. E (sommo balsamo per l'anima) agli abbracci di quelli che tornano a trovare i prof, che non sempre erano i migliori della classe,anzi, spesso erano il ribelle, l'agitata, lo sfigato. 

Queste cose non te le porta via nessuno. E gli rode, di non potertele togliere. Ma non possono. Nessuno può, se tu ti pulisci gli zigomi dal trucco colato e alzi gli occhi su quel che hai davanti. Possono farti male solo se guardi a terra, ma se tu fossi una che guarda a terra, non saresti lì. Perciò guarda. Guarda cosa c'è dopo. 

Non andrà tutto bene. Ma neppure tutto male. Non è yes we can. È yes noi andiamo avanti anche se non tutto ci riesce. Non è just do it, è one love, one blood, one life you get to do what you should. Così possiamo farcela. 






domenica 20 agosto 2023

Burn out. Anzi burn in. Capitolo due

I pattinatori, quelli del pattinaggio artistico, quelli delle Olimpiadi invernali.  Quelli che tutti i giorni stanno undici ore sul ghiaccio. A provare piroette e salti che devono essere perfetti al millimetro, che a noi comuni mortali sembrano ineccepibili, e invece i giudici alzano le palette e per un quarto di punto non ti fanno passare le qualifiche. Gente che alla sera ha lividi sulle chiappe come fosse caduta dal motorino e che non smette mai di allenarsi, né quando mangia né quando dorme. 

Sì, lo so che tutti gli atleti di un certo livello vivono praticando la loro disciplina, mangiano bevono dormono scopano solo in una certa misura e maniera, per essere i migliori in gara. Ma, a me, questa cosa delle undici ore quotidiane di allenamento su una pista gelata mi è rimasta impressa da ragazzina. Undici ore. Al freddo. Con le lame al posto dei piedi. E la perfezione degli avvitamenti, dei salti provati milioni di volte. 

I pattinatori olimpionici mi sono tornati in mente due o tre giorni fa, dopo che ho sfogato con Grande Pagliaccio e con l'Inflessibile il senso di angoscia che mi dà quest'anno l'idea di tornare a lavorare. 

Perché Grande Pagliaccio, uomo pratico, ma che dopo moltissimi anni di amicizia ancora fraintende cose madornali su di me, ha chiesto se non posso lasciar stare tutto e fare la maestra di yoga full time. Risposta mentale: "Ma. Che. Cazzo. Dici. Non solo mi rovinerei la vita, ma lo yoga che è una gioia costante diventerebbe un peso." Risposta verbale: "No, mi mancherebbe insegnare." E intanto ho avuto una folata di sensazioni, il rumore delle venti e più personcine che si agitano nei banchi, il loro odore, i colori dei loro astucci. Ma giammai. Lui non lo sa, fa un altro mestiere.

Con l'Inflessibile, invece, lo scambio era prendere atto della situazione, per cui lei diceva: "Penso che ci debbano essere condizioni per poter lavorare bene: quando non è così, la scuola è veramente logorante. Non ho mai pensato di lavorare per qualcuno o contro qualcun altro, ma ho sempre cercato di lavorare con qualcuno. Non parliamo di soldi: 4 spiccioli e guardata male come se li avessi rubati. Lavoro quadruplicato ed estenuanti e inutili discussioni. Ma perché?"

Come darle torto? È una grande insegnante, instancabile, integerrima, preparatissima. E sta così. 

Io, di mio: "Dobbiamo riprometterci di coltivare il maggior livello possibile di benessere nonostante. Io ho lavorato per, soprattutto, e anche con e contro. Sono sempre stata motivata. Al mattino non mi ferma nessuno. Sono le riunioni viperine, i messaggi subliminali, le notti a pensare come pararmi che mi logorano."

Parliamo di come difenderci, per non andare in burn out. Di tutte le altre cose che coltiviamo, interessi, relazioni, sport, la famiglia, la salute. Dico che dobbiamo comportarci come i diabetici: devi sapere a quanto hai la glicemia, avere dietro l'insulina, sempre. Allo stesso modo, noi dobbiamo riposarci prima di essere distrutte, curare il benessere in ogni piccola cosa, non farci sopraffare. 

Lei, per sopravvivere tra mille grane, scolastiche e non, ha svoltato qualche anno fa: "Cerco di fare onestamente il mio mestiere. Per il resto, nulla da aggiungere. Non un minuto di più."

Su questa immagine, penso quanti colleghi, anche bravissimi, ho visto chiudere la borsa e prendere il cappotto nell'esatto attimo in cui la lancetta segnava l'inizio dell'ora successiva. Gente super organizzata che fa bene il suo, ma poi va. E non sa cosa succede in una scuola, al di fuori delle sue ore e delle riunioni obbligatorie. Gente che si fa fare il briefing il mattino dopo da quelli come me, che in sala professori ci vivono. Allora metto a fuoco il punto. Rispondo, senza doverci pensare: "Non sarei io se mi togliessi tutto il lavoro dietro le quinte, sia didattico che relazionale. Quindi, o mi finisco di sfasciare le corna facendo come ho sempre fatto, o mi snaturo e poi mollo per schifo di vivere. Chiaramente preferisco la prima, muoio a modo mio."

Ed è mentre scrivo questo che lo sento, il sibilo della lama sul ghiaccio, l'urto del peso che atterra dopo il salto. Doppio flip. Triplo toe loop. La stoffa del costume che sbatte come una vela, i colori delle tribune sfocati in una macchia indistinta, lo spruzzo gelido delle schegge di ghiaccio staccate dal metallo e alzate in aria, come il blizzard, dalla spinta bestiale di ogni muscolo che fa il suo movimento preciso. La coordinazione. La velocità. Il cuore che pompa come il motore di una gigantesca nave. 

Non posso stare a casa a fare la maestra di yoga. Non posso andare via quando suona la campanella. Non posso passare le serate senza i miei evidenziatori, i cerchi e le righe tracciati nervosamente sull'agenda con la biro, la ruga di preoccupazione che mi increspa la bocca, il cervello che viaggia a mille. Non posso non aprire la bocca in riunione. 

Mi calmo, all'improvviso. Angoscia sparita. Familiare senso di prontezza fisica al risveglio. Tutto torna come non si fosse mai interrotto, a cominciare dal rumore delle monetine nella macchina del caffè, dal ritmo dei tacchi lungo gli interminabili corridoi con le vetrate. Mi farò del nervoso, non c'è dubbio. Sì, sono pentita, in senso lato, a Scuolina Rosa le mie coronarie avrebbero avuto più chances di arrivare all'età pensionabile. Eppure no, non ho sbagliato a spostarmi, no, non hanno vinto loro, no, non penserò solo a proteggermi e arrivare alle ferie. 

Allaccerò i pattini e mi allenerò, al freddo, per undici ore. Dormirò berrò mangerò scoperò senza smettere di tener presente il mio obiettivo. Perché è questo che fanno quelli come me. E lo farò lì, finché l'andazzo di Scuola Vintage sarà quello, perché è il posto dove ho visto la maggior concentrazione di gente fatta così. E io voglio lavorare coi titani, con quelli che ho descritto qui, sempre, perché niente batte la soddisfazione che abbiamo quando ci riesce bene il nostro lavoro in condizioni estreme. Qualcuno deve pur farlo, dopotutto, e se posso essere anche io tra chi quantomeno ci prova con tutte le sue forze, non sarà l'invidia di alcuni o il mobbing di altri a fermarmi. 

Buon inizio di anno scolastico, Castagna, mi ripeto, rendendomi conto che l'estate è finita per me, che le prossime settimane saranno solo preparativi, fisici e psicologici. Allenati duro, e ti qualificherai anche stavolta coi migliori, e non è il punteggio sulla paletta del giudice quel che devi guardare. Tu sai quando un salto è perfetto per te.  

sabato 5 agosto 2023

Burn out. Anzi. Burn in. Capitolo uno.

Okay. 

Parliamo.

Sono sopravvissuta 3 anni a Scuola Vintage. 

No, non sono contenta. Sì, ora sono pentita.

No, non tornerei indietro. Assolutamente. Scuolina Rosa è parte della mia vita come lo è la mia città di origine, ma non potrei più lavorarci. Indietro non si torna. Ma andare avanti pone dei problemi.

Da quando sono arrivata, bionda, luminosa e piena di idee, ad oggi, la mia luce è stata fatta splendere fino ai livelli di una stella maggiore e poi coperta di cenere, sabbia e merda fino a spegnersi quasi del tutto.

In questa scuola, per la prima volta in vita mia, ho subito del vero e proprio mobbing con umiliazione pubblica, controllo costante del mio operato, contestazione dei miei metodi, e, in una indimenticabile occasione, anche un richiamo verbale per essermene andata (avvisando ovviamente sia i colleghi, sia la dirigente, sia la segreteria) perché mi sentivo male. Questo alle tre di pomeriggio, dopo aver iniziato a star male alle dieci di mattina. 

Preside: "Si rende conto che venerdì abbiamo dovuto chiamare un'insegnante da casa per sostituirla? Sono persino andata in classe io, il che ha comportato di uscire dal lavoro dopo il mio orario."  

[C'erano i colleghi di strumento, con un alunno a testa, per le lezioni pomeridiane individuali. Nessuno ha pensato di disturbarli, eppure sono pagati quanto noi. E comunque, sai quante volte sia io che i colleghi non guardiamo l'orologio quando c'è da far qualcosa?] 

Castagna: "Scusi, ma anche se io resto a scuola e sono a quattro zampe in bagno che vomito qualcuno deve coprire la classe, non le pare?"

Preside: "Sì, ma lei dopo ha ancora preso la macchina per andare a casa". 

[Sono 6 minuti di auto. E che ne sa lei di cosa ho fatto una volta uscita, magari sono collassata sul sedile per mezz'ora.]

Castagna: "Oh mi scusi, allora la prossima volta resto, e aspetto di sbattere per terra. Così vi creo sicuramente meno problemi."

Ora, io alle invidie e alle pugnalate alle spalle ero abituata. Mi spiace averle ritrovate qua, perché i colleghi che lavorano a Scuola Vintage, lo dico sempre, sono praticamente tutti dei mostri sacri, degli eroi e dei fenomeni. Alcuni di loro, davvero, sono nella categoria semidèi. Non è una scuola per gente che non se la sente, che non ne ha voglia o che non ha i riflessi di un tiratore scelto. Poi però,  umanamente, siamo Tizio che è innamorato di Caia, Sempronia che detesta Tipa, Tizia che non si rapporta bene con Coso, Uno che fa squadra con Altro, e via dicendo. E amen, siamo persone, non androidi. Io ho diverse qualità, e molti amici sinceramente fedeli che probabilmente in qualche modo mi sono anche meritata, ma essere simpatica non è mai stato il mio punto di forza, quindi non importa se non piaccio a tutti (oh, a me non piace Brad Pitt. Giuro.) Però cerco di essere molto professionale.  Faccio le mie vaccate, ovviamente,  ma insomma, posso farcela a lavorare in parecchi contesti. 

Qui, comunque, il problema credo sia di altro genere. Non dico di non aver contribuito a causarlo. Però, va detto, credevo di aver a che fare con altro tipo di persone, proprio. 

Vi racconterò. Al momento, il pensiero di rientrare al lavoro è pesante. Molto pesante. Se alcune delle cose accadute si fossero verificate a metà anno, invece che in primavera, ci sarebbe stato margine per pensare a un trasferimento, nel periodo a ciò deputato. Ma, onestamente, non avrei saputo dove andare. E poi ci sono molti solidi motivi per rimanere, in primis il più importante,  quello che li scavalca tutti, al di sopra del quale c'è solo la famiglia: i ragazzi. La particolare tipologia di alunni e di problemi. Io sono predisposta nel DNA a lavorare con quel tipo di persone, di situazioni, è la mia borghesissima e laureatissima stirpe che mi ha dato questi geni e questa educazione, e poi è anche il mio carattere. E quello di mio marito. E di nostra figlia. E del suo fidanzato. Insomma, è questo che facciamo, in vari modi, da sempre, e pare che la generazione successiva continui sullo stesso tracciato. 

Comunque a fine marzo e per tutto aprile ho sperimentato una cosa che nemmeno il periodo del Covid e della fottutissima dad mi aveva causato, un vero e proprio burn out. C'entra, ovviamente, il periodo 2020-2022, che sulle spalle di insegnanti e studenti ancora pesa. Ma questa roba è successa dopo, forse anche perché io ho scelto di pesare dal lato della popolazione che non voleva essere costretta a vaccinarsi, forse anche perché conoscendomi da vicino si deve essere chiarito molto bene che a me le puttanate paracattoliche danno fastidio (e quindi? Che pensavate, in una scuola pubblica col 70% di stranieri, di metterci le suore a convertire il buon selvaggio?)

Concludendo, ci sono vari aspetti di cui mi posso assumere la responsabilità, ce ne sono altri su cui mi sono fatta le mie ragioni con una potenza di fuoco ragguardevole, ci sono porcherie che non accetterò e altre che annuserò prudentemente finché non ne capisco la vera origine.

Ma ora voglio dirvi una cosa. La vita di una persona come me non è mai casuale, nemmeno nei dettagli. Con l'Uomo, abbiamo abitato prima in una via intitolata a uno che era stato un benefattore dei giovani in un quartiere operaio di Genova. Poi in via Giovanni Amendola. Poi in corso Giacomo Matteotti. Poi in una piazza intitolata a un giovane partigiano delle colline di qui. Adesso in via Cavour, e Cavour chiaramente non era Marx né Gandhi, ma era un politico che avercene, adesso, tra l'altro uno incorruttibile. Ora, lo so che vie intitolate a Mussolini non ce ne sono, ma per dire non è che abitassimo in luoghi dedicati a artisti, scienziati o scrittori (che sarebbero comunque stati coerenti col nostro lavoro) o a concetti astratti tipo Europa Unita. È stato un caso, ok, ma un bel caso. A seguire, in questo filo di pensiero un po' ozioso: la scuola dove lavoravo prima è intitolata a un prete, uno che si è fatto impiccare a 21 anni per le sue idee rivoluzionarie. Sulle quali, poi, si è  basato tutto il Risorgimento. La scuola attuale è intitolata a un altro religioso, un educatore, uno che a un certo punto della sua vita è finito oltre Manica in mezzo all'Illuminismo inglese (che, come i miei alunni sanno, nasce prima di quello francese e non finisce con il Terrore) ed è stato tra i primi a sostenere che la scuola dovesse essere pubblica e gratuita. Per dire. 

Se sono qui c'è un motivo e il motivo è che io sono io, che questo mestiere è questo mestiere e questi ragazzi, con nomi e cognomi di mezzo pianeta, sono questi ragazzi, non altri. 

E chi molla, se non ha un motivo ancora più degno e più coerente con il proprio destino. Che, sul serio, adesso mi riesce difficile immaginare. Ma chissà. 

Comunque, poi ve la racconto meglio.

sabato 25 febbraio 2023

La preside Savino, il Maledetto Ministero e il mio mondo quotidiano - Intro

Dopo due anni e mezzo a Scuola Vintage, e mentre la bufera mediatica si alza su quanto espresso dalla preside Savino, sento di dovervi parlare un po' in modo tecnico di scuola.

Tuttavia, per introdurvi a temi più spessi, vorrei iniziare con un dialogo tra me e i piccoli piranha di seconda, avvenuto giusto ieri, che, nella sua comicità e nella sua aberrazione, la dice lunga su come sia diventato il mio mestiere da quando sono finita nel gorgo senza ritorno di Scuola Vintage.

Castagna: "Devo dire ai bidelli di spostare qui davanti alla classe il defibrillatore, sono certa che servirà il giorno che mi farete scoppiare le coronarie..."

Alcuni: "Che cos'è il defrib... / il debrill

..."

Uno: "Ma no prof, nel caso la lasciamo lì."

Castagna: "Infatti.  Così poi posso dimostrare che non mi avete soccorso pur avendone la possibilità,  e finite tutti al riformatorio, che è dove dovreste stare."

Un altro: "Ma come fa a dimostrarlo, se è morta?"

Castagna: "Lo so che vi sembra impossibile, ma, molto lontano da qui, esistono persone che mi vogliono bene."

Mezza classe: "Euh!!!!"

venerdì 17 febbraio 2023

Hotel California 2023 edition

 Una sera di settembre di tanti anni fa, ero poco più di una ragazza idiota che aveva appena fatto un casino irreparabile nella sua vita, e un alieno, che solo io potevo riconoscere tra tutti i passanti, mentre era cammuffato in sembianze umane, mi trapassava da parte a parte con i suoi occhi dannati, in mezzo alla folla di una fiera. Andavo via col cuore a mille, persa in una vertigine. 

Non avevo fatto niente. Niente, a parte essere troppo sincera e lasciarmi portare dalla bufera infernal che mai non resta. Ero appena diventata madre e non sapevo più dove fossero i fari lungo la costa, l'oceano su cui navigavo era in preda al maelstrom. Una cosa bellissima era emersa dagli abissi e mi aveva portato per pochi giorni in mezzo ai coralli e alle perle, per poi risputarmi sulla sabbia dorata del torace dell'Uomo, mezza annegata dalle mie stesse lacrime. 

Molte lune dopo, sto comprando cose per cena, dopo una lunga giornata di lavoro, è san Valentino e voglio cucinare qualcosa di buono. 

E lui è lì. Immenso. Con quegli occhi assassini, le iridi con le pagliuzze luccicanti che mi ipnotizzano, le palpebre inferiori immediatamente gonfiate dall'emozione nel vedermi, una nuova piega di stanchezza e preoccupazione intorno alla bocca, e la sua voce. E la sua pelle. E il suo odore.

Sono, forse, cinque minuti di conversazione, davanti al banco della gastronomia. Il supermercato dietro di lui e intorno a me si dissolve. Il pavimento si scioglie. Sopra di noi c'è un cielo senza fine, nero e pieno di stelle. Nessun altro rumore, fuorché quello dei nostri respiri. Galassie di cose da dire, e frasi garbate del più e del meno. Se non mi guardasse come mi sta guardando, penserei di essermi inventata tutto. Ma non c'è nessun dubbio su quali siano le immagini che sta vedendo mentre mi fissa, e quali parole stia rileggendo mentalmente. Le stesse che so io. Le sento quasi pronunciate ad alta voce. Assordano tutto lo spazio che ci circonda: per quel che ne so io, se c'è rimasto qualche altro essere vivente nei dintorni, ha abbandonato quel che sta facendo e ci sta fissando esterrefatto, con le mani a tapparsi la bocca. 

Mi parte un gesto prima che possa fermarlo, gli stringo una guancia magra tra due dita, dicendo piano "ehi", mentre lui mi parla. Non si sposta, nè smette di parlare. Batte le palpebre, e continua. Poi la mia mano ricade e finisce contro la sua, tra le due giacche. E così capisco che, dopo esserci schioccati i due baci d'ordinanza sulle guance, siamo rimasti vicinissimi. Lui non sposta la mano. La tolgo io, dopo un'esitazione minima, che non si misura con gli orologi terrestri ma, su un qualche pianeta, dura un anno. 

Un paio d'ore dopo, sono in collina, intenta a cucinare nel mio angolino in muratura, dove io e l'Uomo ci arrangiamo da sei mesi, in attesa di una cucina vera. 

Nemmeno questa volta abbiamo mandato  al diavolo le rispettive vite, nemmeno questa volta siamo andati insieme davvero in quel posto senza leggi umane che sappiamo che esiste, perché ci siamo detti tante volte che è il nostro. Sono a casa e sto cucinando per l'Uomo, e sono contenta di esserci.  Da quella volta di Hotel California, ho fatto dozzine di cose innominabili, impensabili per una persona come me. Ho subito più umiliazioni di quante ne possa reggere un'anima sola, agito in modi che non pensavo potessero appartenermi, messo a rischio infinite volte la mia salute mentale e fisica. E intanto, come una formica drogata, ho continuato a trasportare pezzettini piccolissimi di vita verso quello che volevo. 

Oggi ho una figlia grande, un nuovo posto di lavoro, altre persone intorno, la casa dei miei sogni, l'Uomo ancora qui al mio fianco, un po' invecchiato, e tuttora meraviglioso e impossibile. Il 2022 è stato un nuovo inizio: tra mille problemi, come un rampicante testardo che si fa strada in mezzo ai mattoni, la nuova casa e le nuove strade che facciamo per andare a lavorare si sono installate nella nostra esistenza. Una vista diversa dalla finestra dopo 17 anni, un gatto in più, qualche abitudine quotidiana mai provata prima. Noi due. Di nuovo soli e, per me, di nuovo nucleo reale di tutto il resto. 

Lo so che lui, dal pianeta laggiù, mi sta pensando. Che è uscito dal supermercato anche lui con qualcosa di vivo nello stomaco, gli occhi sgranati e Hallelujah cantata da Jeff Buckley nel cervello. Lo so che questa cosa è il mio ed il suo veleno preferito. Che non sarà mai possibile trovare un antidoto, perché nessuno dei due vuole che questa febbre passi. 

Chissà se, però, lui quando torna a casa ha un posto davvero suo. Un luogo dove ogni sera, da brava formichina, mette le chiavi nella serratura e porta la sua briciola, contento di portarcela. Chissà se tra tot anni anche lui potrà pensare che il giro della sua vita, anche quando sembrava pericoloso e atroce come un giro della morte, lo ha portato dopotutto dove doveva. Chissà che piega farà la sua guancia, pensando alla mia collana di ametista che passava di fianco alla scollatura, alla ricrescita alla base dei miei capelli e alle mie dita sul suo viso. E se, dopo un pensiero di questi, allungherà una mano sul divano per trovare quella della sua donna e penserà che va tutto bene così, come lo penso io ritrovandomi il respiro dell'Uomo nei capelli, quando si gira verso di me negli ultimi minuti di sonno prima dell'alba. 

Chissà se, sul suo lontano pianeta, il battito di ciglia con cui scaccerà il ricordo del mio profumo durerà un millesimo di secondo o interi mesi, come può capitare faccia qui nell'atmosfera terrestre. Chissà se troverà mai qualcuno a cui possa raccontare che il pavimento del supermercato beccheggiava come un pontile, quando è tornato a ricostituirsi sotto i nostri piedi e me ne sono andata. Chissà se mi stramaledice quando non riesce a dormire, quando viene un temporale leggero di gocce calde e argentate sui papaveri, come quella volta nella Valle delle Meraviglie. 

Comunque sia andata, non ce lo saremmo potuti perdere, almeno di questo resterò sempre sicura, oltre tutti i sensi di colpa e i rimpianti. Proprio non avremmo potuto, no.

"E adesso che sei dovunque sei

Chissà se ti arriva il mio pensiero, 

Chissà se ne ridi o se ti fa piacere" 


 




lunedì 23 gennaio 2023

Arcobaleni

Eh. 

Un colore solo, un solo profumo,  forse sono poca cosa. Ma se il colore fosse suo, se l'odore fosse il nostro, magari.

Di sfumature ce ne sono tante, in questo inizio d'anno partito col botto.

Da una conversazione Whatsapp, a cui tolgo destinatario e nomi:

"[...] era la sensazione di assoluta completezza, di essere nel posto esatto del mondo dove volevo e dovevo essere

In tutti gli altri momenti della mia vita volevo sempre scappare via

C'è sempre stata una parte di me che guardava dove fosse la via di fuga, tranne quando stavo con l'Uomo così 

A volte penso che ci siano persone in grado non tanto di togliermi questo bisogno di trovare l'uscita, ma più che altro di fermare il tempo

[...] Quelli che vedo che quando ci sono io non vorrebbero mai andare via

L'Uomo era un'altra cosa, il tempo esisteva ed era suo

Altre persone mi hanno "solo" fatto sentire che non mi sarei fatta male se mi fossi fermata lì dove ero per un po' "

Adesso, se chiudo gli occhi in questo lunedì perso nel freddo, in questo gennaio quasi sempre buio e tanto umido, in questo silenzio siderale della casa nuova, vedo alcuni colori: una trapunta blu, un cappotto nero, dei jeans, la candela bianca sul tavolo, le luci della città  la sera, il cibo profumato nel piatto, lo scintillio di gioielli e, no, non parliamo di una persona sola, non parliamo di un solo momento, né sempre di me al centro della scena, solo di istanti in cui una presenza o una situazione mi hanno fatto sentire in uno dei due modi su descritti. Come se potessi per un momento sganciarmi dal tempo che va e galleggiare, sorretta da uno sguardo, da una voce. O come se potessi posare un attimo le borse, i pesi, togliermi le scarpe e ridere, con quel fondo di dolore sempre lì,  ma senza per forza l'urgenza di andare via. 

Tanto, tutto scorre. Io scorro. Il flusso, che a volte si ferma per un paio d'ore, o per pochi, profondi minuti, è lì accanto,  un'onda verrà a prendermi appena suona la campanella, o appena un promemoria sul telefono trilla. Mi lascio portare via,  troverò altre isole, altre boe, altre zattere. Mi lascio cambiare, tanto sempre quella resto. Lui, l'Uomo, cambia anche se ha giurato a se stesso di non cambiare più. 

Adesso sono sei mesi che viviamo nella casa nuova. Sono entrata lì con un braccio al collo, le infradito e la canottierina da yoga, ma appena qualche giorno fa ho disfatto l'albero di Natale; abbiamo visto la siccità bruciare il prato, la pioggia bagnarlo e la neve coprirlo. Un'estate senza fine, caldissima, un inverno nebbioso e buio come da anni non se vedevano: e noi a cena coi piattini di carta,  a parlare con la voce che rimbomba nelle stanze semivuote, a svegliarci tardi su un materasso alto come un palazzo. Il 26 dicembre, compleanno dell'Uomo, finalmente abbiamo festeggiato qualcosa lì a Paesino da Cartolina, con la Princi e il BP. E lo stesso giorno abbiamo compiuto il quinto mese di vita in campagna. Al mattino i nitriti dei cavalli, alla sera i campanacci delle mucche. Le stelle sulle colline. La nebbia sulla valle. 

Abbiamo visto il cartello "vendesi" sul cancello solo ventitre mesi fa, e io all'improvviso ho fatto una delle mie scelte matte, lanciandomi verso le mani del mio acrobata preferito come al circo, senza rete, e l'ho fatta con una paura nera, tutta insanguinata e dolente, ma senza esitazioni.

Adesso arrivo a casa da molti luoghi diversi, mentre faccio le scale la polvere colorata degli arcobaleni di sensazioni che ho attraversato mi cade dai vestiti e dai capelli, e a metà scala penso: "Va bene?" e mi rispondo "Va bene." Io, che non avrei mai più pensato di dirlo. Io, che volevo sempre scappare via. So che, come l'ho trovata, posso perderla. Ma, quando sono qui, ho questa sensazione di essere, finalmente, arrivata a casa.