Ora legale: quanto vale un’ora di sonno?

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Insieme alla primavera arriva puntualissima anche l’ora legale. E con lei ci viene chiesto di rinunciare a un’ora di sonno. Ma questo piccolo sacrificio serve davvero a qualcosa?

Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Siamo nel 1784 quando Benjamin Franklin, inventore del parafulmine e volto delle banconote da 100 dollari, pubblica sul Journal de Paris una lettera satirica ancora attualissima. Non propone di spostare gli orologi: prende in giro i parigini che dormono troppo e consumano candele fino a notte fonda. La sua idea è semplice: svegliarsi prima, sfruttare la luce gratuita del sole e risparmiare. Franklin arriva perfino a stimare per Parigi un risparmio di 64 milioni di candele all’anno. Tradotto in termini economici, significa meno costi per le famiglie e più risorse per altri consumi. Per stimolare i pigri immagina campane alle cinque del mattino, tasse sulle finestre chiuse e premi per chi usa meno luce artificiale. È una provocazione, ma contiene già la domanda moderna: vale la pena cambiare abitudini per ottenere un vantaggio economico ed energetico?

Ancora oggi gli studi si dividono. Alcuni mostrano risparmi, altri no. Il punto è che non basta guardare alle lampadine: la luce serale in più non sempre compensa l’energia richiesta da riscaldamento e climatizzazione.

In Svizzera una recente analisi dell’Empa, il laboratorio federale per la ricerca sui materiali e la tecnologia, ha adottato uno sguardo più ampio, includendo anche gli edifici per uffici, il  riscaldamento e il raffreddamento. Il risultato è che, in un clima temperato come il nostro, l’ora legale tende a ridurre il fabbisogno energetico complessivo. Ma il punto economico più interessante è un altro: più luce la sera significa più persone che escono dopo il lavoro, si fermano in un negozio, vanno al ristorante, fanno sport o partecipano a eventi. Commercio, turismo, ristorazione e tempo libero ne beneficiano direttamente. È una scelta tecnica che modifica i comportamenti e quindi sostiene la domanda interna.

In Svizzera l’ora legale è in vigore dal 1981, ma il dibattito resta aperto. Il Consiglio federale ha sempre ricordato che un cambio solo svizzero creerebbe una “isola oraria” nel cuore dell’Europa, con effetti su trasporti, logistica e scambi con l’Unione europea.

Ci sono poi effetti collaterali meno intuitivi. Più luce serale è stata associata a meno rapine in città e a meno incidenti mortali nelle ore del tramonto.

Più incerto è il capitolo salute. Il cambio può alterare temporaneamente i ritmi circadiani, cioè il nostro orologio biologico e alcuni studi segnalano piccoli aumenti temporanei di ictus o infarti. Altri, invece, sottolineano più attività fisica, più vitamina D e più tempo all’aperto.

Il bilancio, quindi, non è perfettamente lineare. Sul piano energetico e sanitario i dati restano misti, ma sul lato economico i benefici legati ai consumi sono difficili da ignorare.

E forse è proprio questo il punto: non sempre serve una certezza matematica assoluta. Resta qualcosa di molto concreto, tornare dal lavoro con ancora il sole, fermarsi per un aperitivo, fare una passeggiata o una grigliata all’aperto.

Franklin, probabilmente, l’avrebbe detto così: non si tratta solo di risparmiare candele. Si tratta di usare meglio la luce per vivere meglio. E in Svizzera, dove ogni scelta si intreccia con i rapporti europei, anche un’ora di sole serale pesa più di quanto sembri.

Gli effetti concreti della guerra in Iran

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Le conseguenze economiche di una guerra come quella attualmente in corso in Iran sono molteplici e si trasmettono rapidamente all’intero sistema globale.

Il primo canale è quello energetico. Il rischio di interruzioni nello Stretto di Hormuz introduce una forte volatilità nei prezzi di petrolio e gas (arrivati agli oltre 100 $ per il Brent). È vero che una parte rilevante di quei flussi è destinata alla Cina, ma proprio per questo l’effetto è globale: se la Cina non trova più quelle forniture, si sposta sugli stessi mercati su cui acquistiamo noi. La domanda aumenta, l’offerta si riduce, e i prezzi salgono. A poco servono, almeno nel breve periodo, i tentativi di contenimento: il rilascio di riserve strategiche da parte di alcuni Paesi e l’annuncio dell’OPEC di un aumento della produzione attenuano la tensione, ma non eliminano l’incertezza.

Il problema è che il rincaro dell’energia si trasmette a tutta la filiera economica. Petrolio e gas restano le principali fonti energetiche dei Paesi industrializzati. Aumentano i costi di produzione, i costi di trasporto, la logistica e, a cascata, i prezzi finali. Il risultato è pressione inflazionistica diffusa. Questo avviene in un contesto già fragile, caratterizzato da una domanda debole e da un rallentamento dell’economia globale. È qui che riemerge un rischio che sembrava archiviato: la stagflazione, cioè la combinazione di inflazione elevata, crescita bassa e aumento della disoccupazione.

In questo scenario, le banche centrali si trovano in una posizione scomoda. La Federal Reserve e la Banca centrale europea hanno recentemente deciso di lasciare invariati i tassi di interesse(rispettivamente 3,50-3,75% e 2%). Fino a poche settimane fa, un taglio sarebbe stato plausibile per sostenere consumi e investimenti. Oggi, però, il rischio inflazione impone prudenza. La politica monetaria resta in attesa, sospesa tra due obiettivi difficili da conciliare.

L’incertezza si riflette anche sugli altri mercati. Le materie prime e l’oro registrano forti oscillazioni, alimentate anche da movimenti speculativi. Le borse mostrano una volatilità elevata: i settori più esposti, come il trasporto aereo, sono tra i primi a soffrire, mentre altri, in particolare l’industria della difesa, registrano guadagni.

Anche il mercato valutario reagisce. Il franco svizzero si rafforza, confermando il suo ruolo di valuta rifugio. L’euro si indebolisce, mentre il dollaro tende a rafforzarsi. Tuttavia, anche qui domina la volatilità: è bastato un segnale della Banca nazionale svizzera sulla possibilità di interventi sul cambio per muovere rapidamente le aspettative e indebolire fortemente la nostra moneta. Resta da capire quanto a lungo queste dinamiche potranno essere governate.

E in tutto questo, i cittadini? Sono l’anello finale della catena. Subiscono l’aumento dei prezzi, l’incertezza sul lavoro e la perdita di potere d’acquisto. È qui che gli effetti della guerra diventano concreti: non nei grafici, ma nella vita quotidiana.

L’Osservatore, 21.03.2026

Benzina, ma quanto ci costi?

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La guerra in Iran ha avuto effetti immediati sul prezzo della benzina. Molti se ne sono accorti andando a fare rifornimento: il pieno costa di più. E allora la domanda nasce spontanea. Com’è possibile che un conflitto così lontano produca effetti così rapidi sui prezzi che paghiamo ogni giorno?

Per capirlo bisogna partire dal petrolio. In particolare dal Brent, il prezzo di riferimento del greggio estratto nel Mare del Nord e utilizzato come indicatore per il mercato mondiale. Nelle ultime settimane il prezzo è passato da circa 70 dollari al barile a oltre 110, per poi scendere attorno ai 90 dollari quando il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che la guerra potrebbe finire presto. Ieri la quotazione è tornata vicino ai 100 dollari.

Questo movimento è importante perché la benzina deriva proprio dal petrolio. Quando la materia prima diventa più cara, prima o poi anche il prezzo alla pompa tende ad aumentare.

A questo punto però nasce un’obiezione frequente. La benzina che compriamo oggi è stata prodotta settimane fa, con petrolio che costava meno. Perché allora il prezzo aumenta subito?

Qui entra in gioco una caratteristica economica del mercato della benzina: la domanda rigida. In economia si parla di elasticità della domanda, cioè della sensibilità dei consumatori ai cambiamenti di prezzo. Nel caso della benzina la domanda è poco elastica: anche se il prezzo sale, continuiamo a comprarla. Nel breve periodo è infatti difficile sostituire questo bene. Se dobbiamo andare al lavoro o accompagnare i figli a scuola, l’automobile resta spesso indispensabile. Qualcosa di simile accade con alcuni farmaci: chi ha bisogno dell’insulina continuerà a comprarla anche se il prezzo aumenta molto.

C’è poi un secondo motivo. I distributori sanno che nei prossimi mesi dovranno acquistare petrolio più caro. Per questo anticipano una parte dell’aumento già oggi, per non trovarsi in difficoltà quando dovranno rifornirsi a prezzi più alti.

Esiste infine un fenomeno ben noto agli economisti, spesso descritto con l’immagine della collosità dei prezzi. I prezzi tendono a salire rapidamente quando i costi aumentano, ma scendono molto più lentamente quando le condizioni migliorano.

Il problema non riguarda però soltanto la benzina. Petrolio e gas restano fonti energetiche centrali nelle nostre economie. Se aumenta il costo dell’energia, aumentano anche i costi di produzione delle imprese e spesso i prezzi dei beni. Lo stesso vale per il trasporto delle merci, che dipende direttamente dal prezzo dei carburanti.

Per questo gli economisti tornano a parlare di inflazione, cioè di aumento generale dei prezzi. E in un contesto di crescita economica già debole riappare anche il timore della stagflazione, la combinazione tra prezzi elevati e stagnazione economica con disoccupazione.

Per ora non siamo in questa situazione. Ma gli eventi delle ultime settimane ricordano quanto l’economia mondiale sia interconnessa: anche una guerra lontana può arrivare molto rapidamente fino alla pompa di benzina sotto casa.

Guerra in Iran: petrolio, mercati e le prime conseguenze economiche

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A una settimana dall’inizio della guerra in Iran, i mercati mostrano già le prime conseguenze economiche del conflitto. Come spesso accade in Medio Oriente, il primo canale di trasmissione è quello energetico.

Le ritorsioni contro petroliere e infrastrutture nei porti di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti e di Duqm in Oman hanno riportato al centro dell’attenzione e dello scontro lo Stretto di Hormuz. Questo passaggio tra Golfo Persico e Oceano Indiano è uno dei punti più sensibili del commercio mondiale di energia: da qui passa circa un quinto del petrolio globale. Quando un nodo così cruciale diventa instabile, i mercati inseriscono nei prezzi quello che gli economisti chiamano “premio per il rischio”, cioè una sorta di assicurazione contro possibili interruzioni delle forniture.

Il mercato petrolifero lo riflette chiaramente. Il Brent, il principale prezzo di riferimento internazionale del greggio, ha superato i 90 dollari al barile (ca. 70 CHF) per la prima volta da marzo 2024, guadagnando il 25% in più rispetto a una settimana fa. In scenari più estremi, se lo Stretto di Hormuz dovesse essere chiuso o fortemente limitato, alcuni analisti ipotizzano prezzi anche oltre i 120 dollari (94 CHF).

Le tensioni non riguardano solo il petrolio. Anche il mercato del gas naturale liquefatto mostra fragilità, soprattutto dopo alcune sospensioni produttive in Qatar e difficoltà logistiche verso Asia ed Europa. Per l’Europa, già segnata dalla crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, questo significa tornare a confrontarsi con costi energetici più elevati, con effetti sui margini delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie.

I mercati finanziari hanno reagito nel modo tipico delle fasi di incertezza geopolitica. Gli indici azionari hanno registrato correzioni moderate mentre gli investitori si sono orientati verso beni rifugio come oro, dollaro, yen e franco svizzero che si sono rafforzati.

Secondo alcune stime preliminari, un conflitto prolungato potrebbe ridurre la crescita globale del 2026 di circa 0,3-0,5 punti percentuali e aumentare l’inflazione di alcuni decimi se i prezzi dell’energia restassero elevati per diversi mesi. Non si parla per ora di stagflazione (aumento dei prezzi e crisi economica con grande disoccupazione), ma certamente di un contesto più fragile.

Per l’Europa gli effetti sarebbero soprattutto indiretti: un petrolio stabile attorno agli 85 dollari (66 CHF) potrebbe aumentare l’inflazione di alcuni decimi e rallentare leggermente la crescita. Se invece i prezzi salissero oltre i 110 dollari (86 CHF), l’inflazione potrebbe tornare verso il 3%, costringendo la Banca Centrale Europea a rallentare il percorso di riduzione dei tassi. Ma sappiamo quanto le previsioni in questo momento lascino il tempo che trovano.

La Svizzera parte da una posizione relativamente solida. L’inflazione resta sotto l’1% e il franco forte aiuta ad assorbire parte degli shock energetici. Anche qui però l’impatto non sarebbe nullo: crescita leggermente più debole e qualche decimo di inflazione in più.

Molto dipenderà dalla durata del conflitto. I mercati guardano soprattutto a tre indicatori: prezzo del petrolio, sicurezza delle rotte commerciali e decisioni delle banche centrali. È lì che si giocherà la vera onda lunga economica di questa crisi.

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Dumping salariale: il problema vero e la risposta sbagliata

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In Ticino il lavoro soffre. Innegabile. I salari sono più bassi della media svizzera, molti giovani qualificati partono, gli over 55 faticano a rientrare nel mercato del lavoro, le donne guadagnano meno degli uomini. Non è retorica. È una dinamica che osserviamo da anni.

La domanda non è se il dumping esista. La domanda è da dove nasce. La libera circolazione delle persone ha modificato in modo strutturale il mercato del lavoro ticinese. Non è una colpa. È un fatto economico.

Un’economia piccola, confinante con un’area molto più ampia e con salari medi inferiori, quando apre completamente il proprio mercato del lavoro, vede aumentare in modo significativo l’offerta di manodopera. E quando l’offerta cresce più rapidamente della domanda, il prezzo tende ad abbassarsi. Il salario è il prezzo del lavoro.

Attenzione, non significa che ogni impresa sfrutti. Non significa che ogni lavoratore frontaliero sia un problema. Significa che l’equilibrio cambia. E quando cambia in modo permanente, le conseguenze diventano strutturali.

Il dumping non è solamente un comportamento illegale da reprimere. È il risultato di una pressione sistemica nei settori più esposti alla concorrenza sui costi che gli accordi bilaterali hanno aumentato in Ticino. Una buona parte del resto della Svizzera ha ottenuto benefici, noi invece ne paghiamo il prezzo.

Ed è qui che entra in gioco l’iniziativa anti dumping.

L’idea è chiara: più ispettori, più controlli, più verifiche. I controlli servono? Certamente. Risolvono il problema? No.

Per questo ritengo l’iniziativa sbagliata, inutile e dannosa.

È sbagliata nell’impostazione, perché parte da un’analisi errata del problema: la causa è strutturale, non legale.

È inutile rispetto agli obiettivi dichiarati. Non aumenta i salari medi. Non trattiene i giovani. Non reintegra gli over 55. Non corregge il divario uomo-donna.

Ed è dannosa perché aumenta la spesa dello Stato e i costi per le aziende senza intervenire sulla radice del problema. Più controlli non significa salari più alti: si può ridurre qualche abuso, ma non si modifica l’equilibrio del mercato.

Se la pressione salariale deriva da un cambiamento strutturale dell’offerta di lavoro, servono politiche che incidano sugli incentivi e sul valore aggiunto dell’economia. Investimenti in formazione mirata. Rafforzamento mirato dei contratti collettivi dove necessario. E soprattutto basta agli accordi con l’Unione Europea.

In economia vale una regola semplice: se non cambi l’equilibrio di mercato, non cambi il risultato. Possiamo moltiplicare le ispezioni. Possiamo irrigidire le procedure. Ma se l’offerta resta ampia e competitiva rispetto ai livelli salariali locali, la pressione rimane.

Il dumping non è un incidente. È una conseguenza.

E finché non affrontiamo la causa strutturale, non risolveremo nulla. I nostri giovani continueranno ad emigrare, le persone sopra i 55 anni finiranno in assistenza e le donne continueranno a guadagnare di meno.

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L’imposizione individuale, specchio di una società che cambia

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Le riforme fiscali sembrano spesso questioni tecniche. In realtà raccontano molto di come una società vede il lavoro, la famiglia e l’autonomia economica delle persone. Così è per la votazione di marzo sull’imposizione individuale.

Da oltre quarant’anni in Svizzera si discute di equità fiscale tra coppie sposate e coppie non sposate. Il matrimonio può comportare un carico d’imposta più elevato rispetto alla convivenza e già nel 1984 il Tribunale federale aveva richiamato il principio costituzionale di uguaglianza, evidenziando gli effetti distorsivi del cumulo dei redditi. La riforma introduce l’imposizione individuale: ogni persona presenta la propria dichiarazione con reddito, sostanza e deduzioni.

Nel confronto internazionale la Svizzera resta un’eccezione. Nei paesi dell’OCSE la tassazione individuale è ormai prevalente (dai Paesi nordici ai Paesi Bassi, fino all’Italia), mentre altri Stati adottano correttivi come lo splitting tedesco o il quoziente familiare francese. La tendenza generale è chiara: tassare la persona e non lo stato civile, in linea con mercati del lavoro sempre più fondati su carriere duali.

Il motivo economico è concreto. L’imposizione congiunta aumenta spesso l’aliquota marginale sul secondo reddito, che nella maggioranza dei casi è quello femminile, riducendo gli incentivi alla partecipazione al lavoro. In un contesto di carenza di personale qualificato, la neutralità fiscale diventa una questione di efficienza oltre che di equità.

In pratica, la riforma prevede la fine del cumulo automatico dei redditi, un adattamento della tariffa dell’imposta federale diretta e un aumento delle deduzioni per figli. Come sempre, ci sarà chi ci guadagna e chi ci perde: le coppie con doppio reddito e molti single vedrebbero un alleggerimento, mentre una parte delle coppie monoreddito potrebbe affrontare aumenti, in parte compensati dalle nuove deduzioni. Secondo le stime, circa il 50% dei contribuenti beneficerebbe di uno sgravio, il 36% resterebbe invariato e il 14% potrebbe pagare qualcosa in più.

Restano questioni aperte, come l’aumento del numero di dichiarazioni fiscali e una riduzione del gettito federale stimata tra i 600 e gli 800 milioni di franchi. Le autorità ritengono però che una maggiore partecipazione al lavoro possa compensare almeno in parte questi effetti nel medio periodo, anche se le reazioni economiche non sono mai immediate.

Il punto, in fondo, non è solo fiscale. È capire se il sistema tributario debba continuare a riflettere modelli familiari del passato o adattarsi a una società in cui l’autonomia economica individuale è sempre più centrale. La domanda resta aperta: è giusto che contribuenti con identico reddito complessivo siano tassati in modo diverso solo in base allo stato civile? Su questo interrogativo, ancora una volta, la parola finale spetta al Popolo.

Da L’Osservatore, 21.02.2026

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Ticino: siamo sempre i più poveri

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Anche nel 2024 il Ticino vince la poco invidiabile classifica della povertà. L’Ufficio federale di statistica lo conferma: in Svizzera nessuno fa peggio del Ticino in quanto a povertà e rischio povertà.

La soglia di povertà è fissata a 2’388 franchi per i single e 4’159 per una coppia con bambini.

Ebbene, il tasso di povertà raggiunge il 16,5%, circa il doppio della media nazionale. Sono quasi 59’000 persone che restano povere anche dopo l’intervento dello Stato. I trasferimenti sociali (dalle rendite di vecchiaia alle altre prestazioni sociali) faticano a tenere in piedi un equilibrio fragile, ma senza di essi il tasso di povertà in Ticino si avvicinerebbe addirittura al 50%. È un dato francamente agghiacciante.

Ma non è tutto. Fin qui la povertà conclamata. Ma cos’è il “rischio povertà”?

Esso è definito come un reddito inferiore al 60% della mediana: 2’645 franchi per una persona sola e a 5’554 franchi per una coppia con due bambini. Qui il quadro è ancora peggiore: una persona su quattro in Ticino, oltre il 25%, è a rischio povertà. A livello nazionale è una su sei. In Ticino ci sono quasi 90’000 persone a rischio povertà. Non una minoranza marginale, ma una parte consistente della nostra società.

E non è tutto. Gli indicatori di deprivazione materiale e sociale — cioè le rinunce concrete causate dalla mancanza di soldi, come far fronte a una spesa imprevista di 2’500 franchi entro un mese o riscaldare adeguatamente la propria abitazione — ci collocano tra le aree più fragili del Paese. Peggio di noi stanno solo nella regione del Lemano, la cui situazione è peggiorata molto nell’ultimo anno.

Da anni segnaliamo un altro dato allarmante: il tasso di povertà tra chi lavora. In Ticino è dell’8,5% (12’400 persone), il doppio della media nazionale. Se i salari sono bassi, lavorare non è sempre sufficiente per sfuggire alla povertà. E sappiamo che in Ticino i salari sono i più bassi della Svizzera.

I gruppi più esposti alla povertà rimangono gli anziani, gli stranieri, le persone con una formazione bassa, chi vive solo e le famiglie monoparentali, oltre a chi lavora con un grado d’occupazione inferiore al 50%. Una parte rilevante del nostro Cantone.

Questa è la realtà con cui dobbiamo fare i conti. E per affrontarla non basteranno cerotti, nemmeno se necessari, come i salari minimi sociali (grazie al cielo li abbiamo introdotti!). Serve invece il coraggio di arginare gli effetti negativi della libera circolazione delle persone e, soprattutto, di aprire finalmente una discussione sull’economia che vogliamo in Ticino.

Perché la vera domanda è questa: vogliamo un Cantone in cui lavorare garantisca dignità e prospettiva, oppure uno in cui l’unica possibilità di salvezza, quando arriverà la pensione o quando i nostri figli diventeranno genitori, sarà quella di trasferirsi oltre confine o al di là del Gottardo?

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“Lo Stato non può stare a guardare”

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Intervista di Beniamino Sali per Il Federalista -12.02.2026

Pochi sanno che il settore industriale rappresenta il 27% del PIL svizzero (il 21% di quello ticinese), al quale l’ambito finanziario contribuisce con il 10% (rispettivamente il 9%). È l’industria, con le sue esportazioni, il vero polmone della nostra economia e del nostro benessere. Dagli imprenditori del settore giunge l’allarme, in termini insoliti: viviamo nel culto del libero commercio quando la concorrenza internazionale fruisce di imponenti aiuti pubblici, occorre che anche la Svizzera si doti di un’autentica politica industriale.

Partiamo dalle parole di Nabil Francis, CEO di Felco SA*. Due giorni fa sulla NZZ Francis ha descritto la Svizzera come un “atleta pulito” che gareggia contro avversari ormai abituati al doping – protezionismo e sussidi statali. Il nostro Paese resterebbe ancorato a una fiducia quasi dogmatica nel libero commercio, con una buona dose di ingenuità.

Francis sostiene quindi che una politica industriale statale non dovrebbe più essere un tabù, nemmeno in Svizzera.

Amalia Mirante, economista, è docente SUPSI e parlamentare cantonale per la formazione di centro-sinistra Avanti con Ticino & lavoro.

Francis sostiene che la politica industriale non debba più essere considerata un tabù in Svizzera. Trova anche lei che ci troviamo in una situazione di svantaggio competitivo e dobbiamo reagire, uscendo dal “si è sempre fatto così”?

Penso che parlare di politica industriale non sia affatto un tabù, nemmeno per un’economia liberale come quella svizzera, così come non lo è per la maggior parte dei Paesi europei. Il punto non è se adottare una politica industriale, ma che cosa si intenda con questo termine. Più che di politica industriale in senso stretto qui si parla di una più ampia politica economica, che è sempre necessaria, indipendentemente dal contesto storico. Va però chiarito che molte prese di posizione come questa chiedono soprattutto sostegni mirati ad alcuni settori, in particolare alle industrie esportatrici e al tessuto di PMI che le accompagna. In questo senso non si tratta di una politica industriale neutrale, ma di interventi legati a specifici interessi di categoria.

Lei vedrebbe di buon occhio un ruolo più attivo della Banca Nazionale?

Ho forti riserve sull’idea di una Banca Nazionale coinvolta in questi meccanismi: il suo ruolo è chiaro e limitato alla politica monetaria, alla stabilità dei prezzi, del sistema dei pagamenti e del quadro monetario complessivo, non alla politica economica o fiscale.

Però in qualche modo la fa, quando concentra i suoi investimenti sulle Big Tech americane. È chiaro che debba investire in dollari, per ragioni monetarie, ma…

… È obbligata a farlo, la BNS fa quello che fa per assolvere i suoi compiti obiettivi. Dobbiamo riconoscere che fino ad oggi l’ha sempre fatto molto bene. Che poi adesso la nostra moneta abbia toccato livelli storici, rafforzandosi ulteriormente, non è certo responsabilità della Banca Nazionale. La quale potrà cercare di agire, con i pochi strumenti a disposizione, ma gli Stati Uniti ci tengono nel mirino accusandoci di manipolazione della moneta, quindi sarà più difficile.

La proposta del mondo industriale è di creare una sorta di fondo a sostegno alle imprese svizzere appunto per momenti come questo in cui c’è una grossa fluttuazione dei cambi.

Questa appunto è politica fiscale, non è più politica monetaria. Io non dico di no a priori a fondi di stabilizzazione a sostegno alle industrie nei momenti di bisogno, ma dico di no al fatto che sia la Banca Nazionale a farlo. La politica fiscale la deve fare lo Stato. I due enti devono assolutamente rimanere separati e indipendenti, pena la stabilità di una nazione dal punto di vista monetario. Lo vediamo in Paesi dove il Governo dà ordini alla banca centrale o dove gli obiettivi politici vengono mescolati con quelli monetari: è un disastro.

La disputa non riguarda solo la Banca Nazionale. Una delle lamentele che provengono dal mondo dell’impresa manifatturiera è che le stesse banche commerciali non investono più nel settore.

Eh sì, questo è un problema sicuramente importante. Ma anche qui, però, la leva deve essere sempre quella del Governo. E anche in questo caso bisogna fare in modo che il credito assolutamente arrivi. Poi dobbiamo essere anche abbastanza realisti e capire quali siano le richieste di crediti, perché solitamente le aziende, salvo le piccolissime, investono quando hanno prospettive di crescita e ricorrono al credito bancario –diciamo- in ultima istanza; di regola raccolgono capitale in altro modo (investimenti, azioni).

Migliorare le condizioni quadro è uno dei comiti di una politica economica dello Stato. Per esempio, alleggerendo burocrazia che, in Svizzera, sembra essere un ostacolo più grande di quanto si immagini.

La questione della burocrazia e della sua riduzione va sempre un po’ in conflitto con la questione dei controlli e della garanzia di una certa sicurezza. È chiaro: per essere certi che tutti svolgano le cose secondo le regole bisogna raccogliere dei dati. Pensiamo al mercato del lavoro, pensiamo alla qualità dei prodotti, eccetera.

Ricerca e sviluppo fanno pure parte di una politica economica. Attualmente siamo al 3% del PIL: non sarebbe una percentuale da ritoccare? All’insù?

Va detto che la quota principale degli investimenti in ricerca e sviluppo è sostenuta dalle imprese private, perché rappresenta per loro un vantaggio competitivo: innovare un prodotto o migliorare un processo produttivo significa aumentare ricavi e occupare una miglior posizione sul mercato. In questo senso, la ricerca nasce soprattutto dall’iniziativa privata. Lo Stato ha certamente un ruolo da giocare, ma diverso: quando investe in ricerca non lo fa per brevettare e vendere un prodotto, bensì per sostenere conoscenza, formazione e innovazione di base. Da questo punto di vista, i politecnici, le università e le scuole professionali svizzere svolgono già un lavoro di alto livello. Comunque, rispetto a un aumento di investimenti in questo campo, ci sarebbe sempre il rovescio della medaglia…

Allude a un ridistribuzione della spesa pubblica?

 Eh sì, le risorse non sono illimitate: aumentare gli investimenti significa ridurre la spesa altrove oppure incrementare la pressione fiscale. Un’alternativa potrebbe essere rafforzare gli incentivi fiscali per la ricerca privata, ad esempio attraverso una maggiore deducibilità dei costi di R&S, ma su questo servirebbe un’analisi fiscale approfondita. Resta inoltre da capire se un eventuale aumento delle imposte sarebbe davvero sostenibile e condiviso dalle imprese.

Nell’intervento di Nabil Francis si accennava anche alla necessità di accorciare le catene di approvvigionamento, di diventare più autonomi.

La Svizzera è storicamente un Paese privo di materie prime: possiamo discutere quanto vogliamo di autonomia, ma per esportare dobbiamo necessariamente importare. È possibile rafforzare la stabilità delle relazioni internazionali, ma oggi non vedo un’instabilità tale da giustificare allarmi immediati. Anzi, la Svizzera ha dimostrato nel tempo di saper mantenere buoni rapporti sia con l’Occidente sia con l’Oriente.

Sul piano delle catene di approvvigionamento, il tema riguarda più i semilavorati che le materie prime. Alcune produzioni potrebbero teoricamente essere riportate in Svizzera, ma bisogna chiedersi se ne valga davvero la pena. Un conto è farlo negli Stati Uniti, con un mercato di centinaia di milioni di consumatori, un altro è farlo in un’economia di nove milioni di abitanti, con limiti evidenti di spazio e scala.

Insomma, non resta grande spazio, dal suo punto di vista, per una reale politica industriale da parte dello Stato…

Occorrerebbe una visione complessiva di politica economica e industriale, ed è più a livello cantonale che non nazionale che vedo un grande potenziale nello sviluppo di partnership pubblico-privato. Sempre a condizione, però, che il settore privato accetti che lo Stato agisca come un partner alla pari, con legittimi interessi e benefici, e non come un semplice erogatore di sussidi. Quando il guadagno ricade solo sul privato, non si parla più di partnership ma di sostegno pubblico.

Gli interventi dello Stato sono giustificati soprattutto nei momenti di difficoltà, per difendere posti di lavoro e competenze strategiche, e in questo senso non siamo diversi da altri Paesi: anche in Svizzera, quando necessario, si trovano soluzioni mirate, come nel caso dei costi energetici per alcune industrie strategiche (metallurgia). Tuttavia, una politica industriale troppo vincolante o direzionale non trova reale consenso nemmeno nel mondo economico.

*Azienda svizzera leader nel settore delle attrezzature per giardinaggio.

A Davos seppelliti trent’anni di sicurezze economiche

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Ogni anno Davos fa parlare di sé. Più delle frasi ad effetto e dello show dei politici, però, conta il segnale che manda. E quest’anno il segnale è chiaro: molte certezze economiche degli ultimi trent’anni stanno scricchiolando.
Al World Economic Forum (WEF) non si è discusso solo di crescita e tecnologia. Il punto vero è stato un altro: la globalizzazione non è più un dogma. Nel suo intervento, il segretario al commercio statunitense Howard Lutnick l’ha definita senza giri di parole una “politica fallita”. Non per nostalgia, ma, a suo modo di vedere, per i risultati. Delocalizzazioni spinte, catene del valore lunghe e fragili, dipendenze strategiche emerse con brutalità durante la pandemia e, ultime in ordine di tempo, con le crisi geopolitiche. A detta sua, l’efficienza ha vinto sulla resilienza, e il conto è arrivato.
Il messaggio è stato chiaro e condivisibile: non tutto può essere lasciato al mercato globale. Farmaci, semiconduttori, energia, industria di base non sono merci qualunque. Sono settori strategici dello Stato e della sovranità economica, intesa come capacità concreta di reggere gli shock. Anche sulla transizione verde europea i dubbi restano. Puntare alle “emissioni zero” senza una strategia industriale comune rischia di spostare la dipendenza verso la Cina. Cambia il fornitore, non il problema.
Accanto a queste discussioni di fondo, Davos ha messo in scena uno dei suoi rituali più abituali. Quasi quattrocento milionari e miliardari di ventiquattro paesi hanno chiesto pubblicamente di essere tassati di più. L’appello denuncia la crescita della ricchezza e il suo impatto su disuguaglianze e democrazia. Si parla di influenza politica comprata, di potere concentrato, di distanze sociali che si allargano.
Qui sta l’ambiguità. La tassazione non è un atto simbolico né una scelta personale. È una decisione politica, collettiva. Chiederla a Davos funziona come propaganda ben confezionata, meno come soluzione reale. Se il problema è davvero la concentrazione estrema della ricchezza, chi lo desidera può già devolvere risorse allo Stato, senza attendere riforme fiscali globali. Gli appelli fanno rumore, ma non aiutano le finanze pubbliche.
Infine, non possiamo tralasciare il ritorno della geopolitica nuda e cruda. L’idea che si possa “comprare” la Groenlandia per ragioni di difesa nazionale ha un sapore antico. Ricorda un mondo che pensavamo superato, quello dei blocchi e delle sfere d’influenza. E invece eccolo qui. La Guerra Fredda non ha più gli stessi attori, ma l’illusione di un ordine globale pacifico è definitivamente finito.
Davos non offre risposte preconfezionate. Però mette a nudo le tensioni. La questione resta aperta: come tenere insieme apertura e protezione, mercato e decisione politica, crescita e coesione sociale. Far finta che il problema non esista non funziona più.

Da L’Osservatore, 24.01.2026

Fare sport aiuta… l’economia!

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Anche i n Svizzera il PIL resta l’indicatore più usato per raccontare come va l’economia. È uno strumento utile, ma va letto con attenzione quando entrano in gioco i grandi eventi sportivi internazionali. Europei di calcio o Olimpiadi possono far crescere il PIL in modo temporaneo senza riflettere davvero la solidità dell’economia. È un effetto contabile, non ciclico, come mostrano anche diversi studi del KOF (il Centro di ricerca del Politecnico federale di Zurigo).

Per queste ragioni ha senso parlare di un PIL “corretto”, capace di distinguere tra crescita strutturale e crescita legata a eventi eccezionali. Senza questa distinzione, un anno con grandi eventi può apparire migliore di quanto sia davvero e viceversa. Le conseguenze non sono neutre. Si rischiano valutazioni politiche sbagliate, soprattutto in ambito fiscale, salariale e monetario.

Detto questo, lo sport non è affatto un settore marginale. L’economia dello sport comprende un insieme molto ampio di attività: impianti, club, federazioni, servizi, turismo, media, sponsorizzazioni, abbigliamento, salute. È un settore complesso e trasversale, che genera valore aggiunto, occupazione e gettito fiscale.

Misurarlo bene non è semplice. Per questo l’Unione Europea ha sviluppato il Conto Satellite dello Sport e, più di recente, la metodologia Vilnius 3.0 che cercano di stimare gli impatti diretti e quelli indiretti. I dati Eurostat (2025, relativi al 2019) mostrano che lo sport pesa in media per il 3,4% del PIL europeo e per il 3,8% dell’occupazione, con un moltiplicatore economico attorno a 1,7. Significa che per ogni euro speso nello sport si genera 1.70 euro.

In Svizzera i numeri sono più contenuti, ma tutt’altro che trascurabili. Secondo uno studio dell’Ufficio federale dello sport (2020), il settore sport nel 2017 ha generato oltre 11 miliardi di franchi di valore aggiunto, pari a circa l’1,7% del PIL e quasi 100 mila posti di lavoro (2,4% dei posti totali). Gli Europei di calcio femminile del 2025, per esempio, hanno avuto un impatto forte e concreto: stadi pieni, grande visibilità internazionale e oltre 200 milioni di franchi di attività economica generata, concentrata soprattutto su turismo, servizi e città ospitanti. Un ruolo particolare In Svizzera lo coprono le organizzazioni sportive internazionali con sede nel Paese come FIFA, UEFA, Comitato olimpico internazionale, il cui impatto economico medio annuo è stimato in circa 1,7 miliardi di franchi.

C’è poi un aspetto spesso sottovalutato del settore “economico” sport: la resilienza. Lo sport si comporta come un settore anticiclico. Nelle fasi di crisi economica la contrazione è più contenuta rispetto all’economia nel suo insieme e il recupero tende a essere più rapido. È un “bene di lusso accessibile”: le famiglie rinunciano ad altro, ma difficilmente allo sport, anche per ragioni di salute e benessere.

Le sfide non mancano. Costi energetici più alti, tassi di interesse elevati, maggiore pressione regolatoria e concorrenza internazionale mettono sotto stress il settore. Proprio per questo servono analisi serie e politiche pubbliche capaci di distinguere tra effetti temporanei e dinamiche strutturali. Lo sport non è solo intrattenimento: è economia reale e, in tempi incerti, anche un fattore di stabilità.

Svizzera 2026: crescita sì, ma con prudenza

In evidenza

Anche quest’anno sotto l’albero di Natale degli economisti sono arrivate puntuali le previsioni economiche della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) e del KOF, il centro di ricerche congiunturali del Politecnico federale di Zurigo. Per l’anno prossimo i dati per la Svizzera non si discostano di molto nei due casi. Vediamo i principali della SECO.

Il prossimo anno dovrebbe essere caratterizzato da una certa stabilità economica, che ci porterà a una crescita del prodotto interno lordo (PIL) dell’1,1%. A sostenere questa crescita sarà soprattutto la domanda delle famiglie. I consumi privati rappresentano circa il 50% dell’intera produzione annuale e sono quindi una delle componenti principali della nostra economia.

Sul fronte dei consumi pubblici, invece, si dovrebbe registrare sì un aumento, ma contenuto rispetto a quello dell’anno in corso: +0,4% rispetto all’1,3% del 2025.

Buone notizie arrivano anche dagli investimenti, che quest’anno hanno mostrato una riduzione sia nel settore delle costruzioni sia in quello dei beni di equipaggiamento, cioè gli investimenti produttivi. Nel 2026 la tendenza dovrebbe modificarsi, segnando un aumento dell’1,6% nelle costruzioni e dello 0,7% nei beni di equipaggiamento. In questo caso l’indicatore legato agli investimenti produttivi ricopre un ruolo molto importante perché ci permette di comprendere il sentimento degli imprenditori: se i macchinari vengono sostituiti o se se ne acquistano di nuovi, è il segnale che ci si aspetta maggiori vendite e quindi una fase più positiva per l’economia.

Sul fronte del commercio estero è arrivata una buona notizia, anzi ottima: gli accordi sui dazi hanno consentito di ridurli, nel caso degli Stati Uniti, dal 39% al 15%. Questo elemento gioca un ruolo importante per quanto riguarda l’aumento delle esportazioni, stimate per l’anno prossimo all’1,6%. La Svizzera non è un paese con grandi materie prime e, di conseguenza, per esportare beni deve prima importare materie prime e semilavorati, ai quali aggiungere valore in vista dell’esportazione di prodotti finali. In questo contesto si conferma un aumento previsto delle importazioni dell’1,3%.

La somma di tutte le componenti della domanda aggregata, ossia consumi privati, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette, compone il prodotto interno lordo che, come dicevamo, crescerà dell’1,1%.

La notizia di una crescita è certamente positiva, ma dobbiamo interrogarci sul fatto che sia sufficiente a mantenere un’occupazione stabile. Affinché non aumenti il tasso di disoccupazione, infatti, la vendita di beni e servizi deve crescere a un ritmo tale da compensare sia l’aumento della popolazione attiva sia l’aumento della produttività legato al progresso tecnologico. In questo caso i dati per l’anno prossimo non sono particolarmente confortanti: si prevede una crescita dell’occupazione di appena lo 0,2% e un aumento della disoccupazione dal 2,8% di quest’anno al 3,1%.

Chiudiamo questo viaggio nelle previsioni con un’ultima buona notizia: il livello dei prezzi per l’anno prossimo è stimato praticamente stabile (+0,2%). Questo significa che almeno sul fronte dell’inflazione la battaglia è stata vinta.

Naturalmente, come sappiamo, l’economia è influenzata da moltissimi fattori, spesso difficili da prevedere. Per questo, come sempre, al di là delle previsioni, i conti li faremo con la realtà. E speriamo che sia una bella realtà.

Prezzi più stabili, economia incerta: la cautela delle banche centrali

In evidenza

Le principali banche centrali si muovono oggi in un contesto di disinflazione ormai avanzata, ma non ancora del tutto stabilizzata. L’inflazione ha rallentato e, in alcuni casi, ha raggiunto livelli coerenti con l’obiettivo del 2%. Resta però elevata l’incertezza macroeconomica, legata alla crescita, al commercio globale e all’evoluzione del mercato del lavoro. È questo quadro che spinge le autorità monetarie a muoversi con estrema cautela.

Negli Stati Uniti la Federal Reserve (Fed) ha tagliato i tassi di 25 punti base il 10 dicembre, portando il federal funds rate nell’intervallo 3,50–3,75%. Si tratta della terza riduzione consecutiva. I dati sull’inflazione offrono un sostegno a questa scelta: l’indice dei prezzi al consumo cresce a un ritmo annuo del 3% e l’inflazione core (quella che non tiene conto dei prezzi altamente volatili dei generi alimentari e dei prodotti energetici) rimane stabile sullo stesso livello. All’interno del comitato di politica monetaria, tuttavia, non manca chi invita alla prudenza. Alcuni membri hanno infatti votato contro l’abbassamento dei tassi, segnalando timori sulla tenuta complessiva del quadro macroeconomico.

Il presidente Powell ha ribadito la necessità di procedere con cautela. Le nuove previsioni per il 2026 vanno in questa direzione: la crescita attesa è pari all’1,8%, mentre il tasso di disoccupazione è previsto in aumento fino al 4,5%. Ne emerge uno scenario di rallentamento più marcato rispetto alle stime precedenti.

Nell’Eurozona la situazione appare ancora più delicata. L’inflazione annua si colloca al 2,2% a novembre, con una componente core al 2,4%. Si tratta di valori prossimi al target della Banca centrale europea (BCE), ma che non consentono ancora un cambio di passo. La crescita economica rimane debole, con una previsione di appena lo 0,8% nel 2026, mentre il settore dei servizi continua a esercitare pressioni sui prezzi e la dinamica salariale resta sotto stretta osservazione.

A pesare sulle scelte della BCE contribuiscono le tensioni geopolitiche e le incertezze sul commercio internazionale, in particolare sul fronte transatlantico.

La Svizzera, infine, rappresenta un caso a sé. A novembre l’inflazione è tornata esattamente a zero, confermando una situazione di piena stabilità dei prezzi. La Banca nazionale svizzera (BNS) ha quindi mantenuto il tasso guida allo 0% da dicembre, rivedendo al ribasso le proprie previsioni per il 2026, quando l’inflazione attesa è stimata intorno allo 0,2%. Il rafforzamento del franco e la debolezza economica restano i principali fattori di attenzione. Al momento non vi sono indicazioni di un ritorno a tassi negativi, anche se il tema del cambio forte continua a occupare un ruolo centrale.

Per la Svizzera e il Cantone Ticino questo quadro di stabilità dei prezzi offre vantaggi in termini di competitività per un’economia orientata all’esportazione. Allo stesso tempo, però, la debolezza della crescita impone cautela.

In definitiva, il messaggio che arriva dalle banche centrali è chiaro. La fase più acuta dell’inflazione sembra alle spalle, ma il ciclo economico resta incerto. Le prossime decisioni non saranno dettate dalla politica o dagli equilibri elettorali, bensì dall’evoluzione dei dati su lavoro, inflazione e commercio. Una navigazione a vista, ma con il timone ben saldo.

Salari in Ticino: la sfida è trovare stabilità

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Il divario salariale tra Ticino e Svizzera non si riduce, anzi si amplia: nel 2024 aumenta al 18,7%, contro il 17,6% del 2022. Non è un salto brusco, ma conferma una dinamica sfavorevole. Le ragioni sono strutturali. Storicamente il mercato del lavoro ticinese si è sviluppato senza una vera fase industriale e ha puntato su servizi, commercio e turismo, settori con salari mediamente più bassi e più sensibili all’andamento economico. A ciò si aggiunge la posizione di frontiera: ogni giorno entrano circa 80 mila frontalieri che accentuano la concorrenza sui salari e rendono più difficile garantire impieghi stabili e ben retribuiti ai residenti. La struttura occupazionale rimane fragile, con molti posti a basso valore aggiunto e una quota crescente di lavoratori che non raggiunge un reddito sufficiente, tra salari bassi, part-time non desiderati e forte precarietà.
È però importante precisare che, se consideriamo solo i residenti, il divario con la media svizzera scende al 10,7%. La composizione della forza lavoro conta: un terzo dei lavoratori attivi è frontaliero e occupato in settori dove la pressione competitiva è maggiore.
I dati analizzati riguardano oltre 130’000 posti a tempo pieno, equivalenti a quasi 154’000 salariati. Guardando alla distribuzione salariale, il 10% che guadagna meno percepisce 3’710 franchi, il salario mediano (quello che divide a metà la popolazione) è di 5’393 e il 10% più alto arriva a 9’620. I salari crescono, ma non in modo uniforme: si passa dall’aumento dell’1,5% del salario mediano al 3,6% dei salari più alti.
Accanto a questo quadro, alcuni settori registrano una riduzione dei salari rispetto al 2022. Non è ancora una tendenza, ma sono segnali da seguire con attenzione. La costruzione di edifici (circa 5’800 posti a tempo pieno) mostra un calo generalizzato; nell’industria metalmeccanica di base (3’700 impieghi a tempo pieno) la diminuzione riguarda quasi tutte le fasce. Anche il commercio all’ingrosso, un comparto di 10’000 posti, vede riduzioni nelle retribuzioni più basse e più alte. Un andamento simile emerge nei servizi finanziari non assicurativi (3’500 posti) e nelle attività di ricerca e fornitura di personale, dove il calo è quasi ovunque. L’istruzione (oltre 1’300 impieghi) segna una riduzione diffusa mentre nei servizi sanitari, quasi 7’800 posti, la contrazione tocca soprattutto i salari più elevati.
Nel complesso i salari non crollano, ma alcuni settori arretrano. Per il Ticino la vera sfida è restare agganciato al resto della Svizzera. Per questo serve affrontare le cause strutturali del mercato del lavoro e proteggere ciò che funziona, soprattutto in vista di una possibile nuova fase dei rapporti con l’Europa: il Cantone non può permettersi ulteriori slittamenti. I dati non parlano di emergenza, ma indicano con chiarezza la necessità di una rotta solida.

Pubblicato da L’Osservatore, 06.12.2025

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Quando le esportazioni rallentano, il PIL crolla

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Tanto tuonò che piovve. Il terzo trimestre chiude con un Prodotto interno lordo (PIL) in calo dello 0,5% rispetto al trimestre precedente. I dati del settore chimico-farmaceutico sono quelli balzati subito all’occhio: –7,9%. Però se guardiamo bene dentro i numeri, la storia interessante non è solo la frenata delle esportazioni: i consumi privati riescono ancora a dare un contributo positivo, mentre gli investimenti mostrano una debolezza sempre più strutturale. Soprattutto quelli in macchinari.

I consumi privati crescono dello 0,4%. Può sembrare poco, ma in un trimestre in cui la principale locomotiva industriale è ferma è un risultato importante. Le famiglie spendono di più per casa, energia e sanità, ma tornano anche a frequentare ristoranti e hotel. Non è un “boom”, ma è il segnale di una domanda interna resiliente, che compensa l’assenza di slancio dall’estero. È una crescita migliore di quella di molti Paesi europei e, soprattutto, costante.

Il problema rimangono gli investimenti. Da tempo vediamo che la parte più innovativa e produttiva dell’economia svizzera fatica a mettere risorse in nuovi strumenti di lavoro: quelli in beni di equipaggiamento scendono ancora, –0,1%, dopo un trimestre già negativo (il terzo di fila). E la voce più debole è proprio l’informatica, che dovrebbe essere l’area più dinamica. Se le imprese investono poco in tecnologia dell’informazione, lo fanno per due ragioni: o perché non vedono prospettive di crescita, o perché il contesto internazionale è troppo incerto. In entrambi i casi, non è un buon segnale per il 2026.

Anche le costruzioni non mostrano un buon andamento: –0,2% negli investimenti e –0,6% come settore. È un comparto che normalmente anticipa i cambiamenti economici e che ora mostra, di nuovo, un raffreddamento. E qui torna utile incrociare il quadro macro con i dati del commercio estero appena pubblicati. Non basta dire che le esportazioni scendono dello 0,3% a ottobre: il rallentamento internazionale è esattamente il contesto in cui le imprese decidono se rinviare investimenti, assumere con prudenza o ridurre la spesa in innovazione.

Il risultato è un’economia che sta in equilibrio grazie alle famiglie, mentre le imprese evitano mosse impegnative. La domanda interna regge, spinge, tiene il ritmo. Gli investimenti invece frenano la dinamica futura: senza un cambio di passo, rischiamo un 2026 con più stabilità che crescita.

Non siamo davanti a un’economia malata, ma a una che si muove con cautela. I consumi fanno il loro dovere e lo fanno bene. Ma non sappiamo fino a quando. Ogni giorno leggiamo di grandi gruppi, anche internazionali, che annunciano licenziamenti e la cancellazione di migliaia di posti di lavoro. Gli investimenti raccontano un Paese che aspetta di capire dove va il vento. E finché le imprese restano prudenti, l’unico motore davvero acceso resta quello delle famiglie. Che però cominciano a chiedersi se avranno ancora un posto di lavoro tra qualche mese. L’incertezza è il male peggiore per l’economia, ma al momento non abbiamo alternative. Almeno sul fronte dei dazi la partita è andata a buon fine: altrimenti i guai sarebbero stati ancora più grandi.

I Krumiri non sono solo un biscotto…

In evidenza

Che succede ai Krumiri? Finalmente li abbiamo visti riapparire nello scaffale con la loro confezione rossa a marchio Bistefani. Ma perché erano spariti?

Bistefani era una azienda con una  storia chiara: un marchio locale, riconoscibile, con un prodotto che le persone associano a ricordi concreti (io, per esempio, adoro mangiucchiare i Krumiri d’estate al mare in veranda bevendo un Baileys ghiacciato con mia sorella e la mia figlioccia). Quando il gruppo Bauli acquisisce Bistefani nel 2013 e decide di integrare produzione, marchio e strategia, entra in gioco una dinamica classica di economia: sfruttare le sinergie, ridurre costi fissi, usare marchi multipli per aumentare la quota di mercato. Ma accade qualcosa che spesso le aziende ignorano: il valore reale del marchio non è solo nei bilanci, ma nella mente e nel cuore dei consumatori. Cambiare qualcosa di riconosciuto e riconoscibile come la confezione, il logo, il gusto significa toccare l’essenza stessa del prodotto (agli economisti piace parlare difficile e quindi ecco qui il termine di brand equity). Se lo fai senza una narrazione forte, rischi di perdere tanto.

Nel caso dei Krumiri, la produzione viene spostata, la confezione cambia, il marchio Bistefani viene mescolato con Motta (altro marchio del gruppo). Tutto economicamente vantaggioso, se non fosse che per il consumatore “qualcosa che cambia e non è più lo stesso”. Crollo delle vendite.

Un altro esempio lo troviamo con le caramelle Sugus. Il prodotto funzionava da decenni (quasi 100 anni…) con un’identità semplice e forte. Cambiare ricetta o imballaggio significa rompere quella continuità che i consumatori danno per scontata. Il concetto tecnico qui è “path dependence” (il peso della storia): ciò che conta non è solo il prodotto oggi, ma che cosa ha rappresentato ieri e come è arrivato a essere quello che è. Modificare anche piccoli elementi rischia di produrre disaffezione. Ed è quello che è capitato.

Poi c’è Coca-Cola. Negli anni ’80 la sfida di Pepsi spinge Coca-Cola ad azzardare la “New Coke”, una nuova formula per combattere la concorrenza che si è rilevata fallimentare. Successivamente, arriva la Light che non riesce pienamente a raccogliere l’eredità del marchio originale perché si posiziona come “bevanda da dieta”. Ma alla fine arriva la risposta strategica giusta: Coca‑Cola Zero. Si crea un nuovo prodotto, con identità nuova ;“Coca-Cola senza zucchero”, gusto vicino all’originale, imballaggio forte che evita di trascinare con sé tutti i limiti della Light. Funziona.

Riassumendo:  quando un’azienda acquisisce un marchio storico e decide di cambiare qualcosa, dovrebbe valutare tre elementi chiave: la coerenza della , ricetta, marchio, immagine nel tempo; la percezione del consumatore; la segmentazione e posizionamento nel mercato. Ignorarli significa rischiare la perdita di fedeltà, anche se tutti i conti industriali quadrano.

Per chi dirige, per chi decide strategie, la lezione è che non è sufficiente integrare, razionalizzare, ridurre costi. Bisogna rispettare quel legame emotivo che il consumatore ha costruito con il marchio. È lì che risiede il vero valore. Se lo vivi come un elemento “di secondo piano”, allora anche la strategia più raffinata rischia di diventare un grande fallimento.

Dazi USA: quando la politica si incarta, ci pensano gli imprenditori

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Il 14 novembre 2025 arriva finalmente un po’ di calma nei rapporti tra Stati Uniti e Svizzera. Dopo mesi di nervosismo sui dazi, le due parti hanno trovato un accordo: Washington taglia i dazi sulle esportazioni svizzere dal 39% al 15%. Una sforbiciata che non risolve tutto, ma riporta un po’ d’ordine in una relazione che negli ultimi tempi era diventata tesa.

Ovviamente l’accordo non è piovuto dal cielo. La Svizzera ha accettato di togliere i dazi su alcuni prodotti americani e di introdurre quote preferenziali su carne di manzo, bisonte e pollame. Uno scambio abbastanza classico: continuare a commerciare proteggendo settori “delicati” dei due paesi.

A conferma che serviva muoversi in fretta, proprio ieri Swissmem ha reso noto un nuovo calo nelle esportazioni dell’industria tecnologica, con metalli e meccanica sotto pressione. Un messaggio abbastanza chiaro: il settore non aveva più margine per aspettare.

E qui va detto chiaramente: l’accordo non è merito solo delle diplomazie. Il 5 novembre diversi imprenditori svizzeri, quelli che negli USA investono, esportano e rischiano in prima persona, sono andati a trattare sul posto. Hanno spiegato cosa stava succedendo alle aziende, ai lavoratori e alle catene di fornitura. Hanno portato numeri e casi concreti, e hanno dato una spinta decisiva al negoziato. Non è la prima volta che il settore privato aggiusta dove la politica tentenna.

Sul fronte degli investimenti c’è poi un impegno importante: circa 200 miliardi di dollari (160 miliardi CHF) di aziende private negli Stati Uniti entro il 2028, con focus su innovazione, tecnologia e formazione. Non è solo una cifra scenografica. È il segnale di due economie (anche se con potere diverso) che sanno di essere più forti se collaborano.

Risultato: per le imprese svizzere si apre una fase un po’ più stabile e un po’ meno costosa. Buona notizia. Ma servirà attenzione, perché il contesto globale resta turbolento, con tensioni economiche e geopolitiche che rendono il franco svizzero ancora più forte.

E questo, se troppo forte, diventa l’ennesimo problema per l’industria di esportazione. 

Segnali di debolezza nel mercato del lavoro ticinese

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Il mercato del lavoro in Ticino inizia a mostrare segni di sofferenza anche nelle statistiche.
Le prime avvisaglie si potevano già intravedere nei dati pubblicati a fine agosto sugli impieghi creati nelle grandi regioni svizzere. A prima vista i dati sembravano positivi; i posti di lavoro creati sono aumentati nel secondo trimestre del 2025 di quasi 1’550 unità rispetto ai tre mesi precedenti. L’incremento è stato addirittura di quasi 2’400 posti di lavoro rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Ma una lettura più approfondita ci portava a essere molto più prudenti. In effetti, il dato relativo ai posti di lavoro a tempo pieno era esattamente opposto: c’è stata una riduzione di oltre 1’500 posti rispetto al trimestre precedente e addirittura di quasi 2’400 rispetto all’anno prima. A crescere, difatti, sono stati principalmente i posti di lavoro di uomini e donne a tempo parziale.
Di per sé questo non è per forza un dato negativo, ma lo diventa quando non c’è una scelta volontaria, ma piuttosto un’esigenza del mercato del lavoro. Nel nostro Cantone sappiamo che i salari sono molto più bassi che nel resto della Svizzera il che porta a dover ricorrere all’aiuto dello Stato o a dover svolgere più di un lavoro. In entrambi i casi, i dati statistici ci confermano la debolezza del Ticino.
A confermare questa tendenza di un mercato del lavoro in sofferenza sono arrivate questa settimana anche le cifre del numero di frontalieri e della disoccupazione.
Nel primo caso, si conferma una certa stabilità attorno alle 80’000 persone. Questa situazione può essere interpretata in due modi: da una parte il mercato ha raggiunto il suo livello di saturazione per la manodopera non residente, dall’altra parte la situazione economica fa sì che la crescita di impieghi sia veramente limitata.
Questa seconda ipotesi troverebbe conferma anche nei dati appena pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) sulla disoccupazione. Ricordiamo che questa cifra conteggia esclusivamente le persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento (con tutti i limiti del caso). Nonostante ciò, in Ticino c’è stata una crescita rispetto al mese scorso del 4,1% (ora si contano 4’552 persone) e del 4,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Il tasso di disoccupazione si situa oggi al 2,7%.
La dinamica va nella direzione indicata anche dalle previsioni economiche: un rallentamento legato da un lato all’instabilità geopolitica, dall’altro al clima di incertezza che pesa sulle economie avanzate. Vedremo se i prossimi mesi confermeranno questa traiettoria o se avremo qualche segnale di inversione. Cosa che naturalmente ci auguriamo.

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«Così rovinate il Ticino e i ticinesi»

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Le aziende “recluta frontalieri” che pagano i dipendenti col minimo salariale sono in aumento.

BELLINZONA/ LUGANO – Camminano sul filo di lana. Rispettano la legge, pagando i dipendenti il salario minimo. Ma allo stesso tempo risultano dannose per il Ticino e per i ticinesi. Sono le “aziende recluta frontalieri”. Una vera piaga per la Svizzera italiana. Che si declina in varie forme. Strutture sanitarie, fabbriche, aziende di produzione. E tanto altro. «Tutti guardano e nessuno fa niente», sostiene Amalia Mirante, economista ed esponente del movimento Avanti Ticino&Lavoro, interpellata da tio.ch.

Aziende che rispettano il minimo salariale e che allo stesso tempo sono piene di frontalieri. Le domande dovrebbero sorgere spontaneamente.
«Grazie al cielo è stato istituito un minimo salariale, tra i 20 e i 20 franchi e 50 all’ora, a dipendenza del settore. In passato avevamo situazioni da 12-13 franchi all’ora. Ma non possiamo accontentarci. È evidente qual è il giochino fatto da chi gestisce queste aziende».

Spieghiamolo.
«Arruolano quasi solo frontalieri perché con quella paga in Italia si vive. I residenti invece sono penalizzati: non vengono assunti e se vengono assunti non vivono senza l’aiuto dello Stato. E i residenti a cui viene detto no, sono tanti: più di quelli che immaginiamo».

Se qualcuno reclama, non succede nulla.
«No. Appunto. Perché la legge è rispettata. Ma resta comunque un gioco al massacro. Una guerra tra poveri. I residenti che lavorano in queste aziende fanno fatica ad arrivare a fine mese e questo non è sintomo di un Paese che si sviluppa, anzi».

Chi vive qui, non ha quasi margini col salario minimo…
«Figuriamoci se riesce a risparmiare qualcosa: impossibile. Senza dimenticare che stipendi bassi equivale a pagare bassi contributi previdenziali che portano a ipotecare una vita difficile anche quando si arriverà alla pensione». 

Per forza di cose, questi residenti sono obbligati a ricorrere all’aiuto sociale. 
«La cosa grave è che già oggi tanti pensionati devono andarsene perché non ce la fanno più a vivere in questo Cantone. È una situazione su cui bisogna intervenire».

Perché nessuno si sta opponendo a questo trend?
«La politica dice che non si può fare niente. Non è vero. Certo, le direttive sul salario minimo sono dettate a livello federale. Ma ci sono i metodi per cambiare le cose, basta volerlo. Con le aziende si parla. Ed esistono anche altre possibilità».

Ad esempio?
«Si potrebbero incentivare diversamente le aziende virtuose. Perché il rischio è che anche quelle che fanno sforzi e sacrifici per dare salari maggiori e una qualità di vita ai loro collaboratori, quelle che non sfruttano il frontalierato per risparmiare sugli stipendi e guadagnare di più loro, presto o tardi saranno costrette a rivedere le loro posizioni per sopravvivere a questa concorrenza sleale».

Domanda schietta: alcuni politici hanno interessi personali nel mantenere questa situazione?
«Mi auguro proprio di no. Perché altrimenti si giustifichino nei confronti dei cittadini di questo Cantone».

D’accordo. Ma i Comuni per esempio? Non dicono nulla pur sapendo di avere sul loro territorio delle aziende fatte praticamente solo di frontalieri.
«Inutile nascondersi. Nelle casse dei Comuni arrivano indirettamente dei soldi che derivano dalle imposte alla fonte. Ci guadagnano anche i Comuni da questa storia».

Quanto dumping creano queste aziende?
«Il rischio è altissimo. Pensate se tutte le aziende facessero così. E non si tratta solo di salari, la questione è ancora più grave. Da una parte, se continuiamo a consentire la presenza di migliaia di posti di lavoro che non riescono a garantire salari svizzeri sul nostro territorio, vuol dire che continuiamo a sviluppare un modello ticinese di “Cina (di una volta) della Svizzera”». 

E dall’altra?
«Dall’altra si parla di aziende che potrebbero pagare salari ben più alti, ma non lo fanno. E in questo caso, che prospettive professionali diamo ai nostri giovani se noi per primi non riconosciamo il valore delle competenze e delle qualifiche? Il nostro Cantone rischia di diventare un Cantone fabbrica dove si arriva al mattino, si lavora e si vive altrove la notte. Quando addirittura non si scappa del tutto. Così si stanno rovinando il Ticino e i ticinesi».

Intervista di Patrick Mancini pubblicata su Ticinonline, 31.10.2025

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Sanzioni e potere: così si muove il prezzo del petrolio

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In ottobre il prezzo del petrolio non ha risposto alla legge della domanda e dell’offerta, ma alle decisioni dei governi. Il WTI è sceso fino a circa 57 dollari ed è poi risalito sopra 60, mentre il Brent è rimasto più alto e ha successivamente superato 65 dollari, non per motivi industriali ma per motivi geopolitici. Il Brent è il prezzo del petrolio del Mare del Nord destinato ai mercati di Europa, Africa e Asia, mentre il WTI è il petrolio estratto in Texas e destinato al mercato statunitense.

Gli Stati Uniti hanno colpito la Russia con nuove sanzioni su Rosneft, Lukoil e altri operatori energetici. Vietato l’uso del dollaro e congelati beni negli USA. La risposta non è arrivata solo dal Cremlino ma dall’Asia: Cina e India, principali acquirenti del greggio russo via nave, hanno sospeso parte degli acquisti per evitare sanzioni secondarie, cioè punizioni verso chi commercia con soggetti sanzionati. È bastato questo per irrigidire i flussi.

Poi è toccato all’Iran. Una nuova lista di sanzioni americane ha colpito oltre 50 navi e società legate alla “flotta ombra” di Teheran (l’insieme di navi che trasportano petrolio eludendo sanzioni e tracciabilità, usando bandiere di comodo, triangolazioni di porti e pagamenti fuori dai circuiti ufficiali). Il mercato ha reagito subito: il Brent è salito oltre 65 dollari e il WTI oltre 60.

Anche l’Unione Europea è intervenuta. Bruxelles ha approvato il 19° pacchetto di sanzioni: eliminazione graduale del gas naturale liquefatto russo entro il 2027, blocco a oltre 100 petroliere legate alla flotta russa e restrizioni ai pagamenti in euro per soggetti che sostengono il commercio energetico di Mosca, anche se situati in paesi terzi.

Dalla metà di ottobre i mercati non sono fortunatamente esplosi, ma sono rimasti tesi. Le scorte americane, in calo, hanno sostenuto i prezzi. Gli investitori però sono divisi: una parte teme nuova inflazione da energia, l’altra pensa che il rallentamento industriale globale porrà un tetto ai rialzi.

Oggi il WTI oscilla fra 59 e 61 dollari, mentre il Brent si muove su valori leggermente più alti, attorno ai 63–65 dollari. Ma la questione non è tanto il livello del prezzo, quanto la volatilità. Il petrolio non misura più il ciclo economico, misura lo stato dei rapporti di forza tra Stati.

E questo è il nodo politico: il petrolio non è più un carburante, è uno strumento di pressione. A guidare il prezzo non è l’economia, è la politica. E finché sarà così, i mercati energetici resteranno instabili per definizione.

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Una pensione a metà per chi lavora a metà

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Uno studio appena pubblicato dalla Società degli Impiegati del Commercio Svizzera (SIC) e dalla Hochschule für Wirtschaft Zürich (HWZ) mostra un problema noto ma ancora irrisolto: molti lavoratori e lavoratrici, pur avendo un impiego, restano esclusi dal secondo pilastro della previdenza professionale. Sono il 9,2%, quasi uno su dieci.
Il sistema LPP si basa sulla capitalizzazione individuale, che però si attiva solo oltre una soglia di reddito annuo, oggi 22’680 franchi. Sotto questa cifra non si è assicurati e non si accumula alcuna rendita. È un meccanismo pensato per un mondo del lavoro che non esiste più: quello a tempo pieno, stabile, con ruoli familiari tradizionali.
Oggi invece il 40% delle persone lavora a tempo parziale e circa l’8% ha più impieghi. Chi divide le ore tra più datori o lavora su chiamata spesso non supera la soglia con nessuno di essi e i salari non si sommano: il risultato è la mancanza totale di copertura previdenziale.
Il fenomeno riguarda tutti, ma le donne sono le più colpite: lavorano part-time quasi tre volte più degli uomini e, nel commercio al dettaglio, oltre l’80% di chi resta sotto la soglia è femminile. È l’effetto di carriere frammentate e di politiche familiari ancora troppo rigide.
Alcuni correttivi esistono già: alcune casse pensioni permettono di ridurre la deduzione di coordinamento o di aderire volontariamente anche sotto la soglia; in altri casi conviene accorpare gli impieghi presso un datore principale. Per chi resta escluso, l’unico strumento resta il terzo pilastro, che però non basta a compensare intere carriere “scoperte”.
La tendenza è chiara: le nuove generazioni cercano flessibilità, orari ridotti e lavori multipli. È una scelta legittima, ma il sistema previdenziale non è stato progettato per questo. Se non cambiamo rotta, una parte crescente della popolazione rischia la povertà nella vecchiaia.
Serve una riforma seria, che parta da piccoli passi come rivedere la soglia LPP, sommare i salari, favorire l’affiliazione sotto la soglia, coordinare meglio II e III pilastro, ma che allo stesso tempo guardi lontano. Il nuovo mercato del lavoro, la bassa natalità e l’aumento della speranza di vita impongono un ripensamento generale.
Forse dovremo pensare a due fasi distinte della vita: quella lavorativa e quella di pensionamento. Ma anche il sistema sociale e sanitario dovranno cambiare: invecchiare non è malattia, fa parte del decorso della vita.

La credibilità fiscale come variabile politica

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Clamoroso pareggio tra Italia e Francia. Se fosse una partita di calcio, questo sarebbe il titolo migliore. Sì, perché oggi Italia e Francia pagano lo stesso tasso d’interesse per finanziare il proprio debito pubblico, segnale che i mercati percepiscono i due Paesi come rischiosi in misura simile.
È un dato eccezionale se si considera la situazione di soli tre anni fa. In ottobre del 2022, poco prima dell’insediamento di Giorgia Meloni e a pochi mesi dalla rielezione di Emmanuel Macron, l’Italia per finanziare il suo debito pagava quasi il 4,8%, la Francia il 2,9%, la Germania il 2,4%. Oggi, le prime due sono entrambe intorno al 3,6%, mentre Berlino resta al 2,7%.
La differenza non sta nei numeri, ma nei percorsi. E la gestione delle finanze pubbliche ha giocato un ruolo determinante sia per l’andamento dei tassi di interesse, sia per la stabilità politica.
L’Italia ha ridotto il deficit dall’8% al 3,4% del PIL nel 2024, con l’obiettivo di scendere sotto il 3% entro il 2026. La politica di bilancio è diventata un elemento di coerenza, basata su contenimento della spesa, maggiori entrate fiscali e un equilibrio tra rigore e sostegno agli investimenti. Il debito è cresciuto, ma accompagnato da stabilità politica e un miglioramento della reputazione internazionale.
La Francia ha seguito un percorso opposto. Il deficit è rimasto elevato (5,8% del PIL nel 2024), il debito ha superato il 116% e i rendimenti sui titoli di Stato hanno continuato a salire. L’instabilità politica, con sei governi in tre anni, ha indebolito la programmazione economica. In un quadro di instabilità parlamentare e tensione sociale, ogni tentativo di consolidamento dei conti pubblici si è rivelato impossibile.
Ne risulta un doppio paradosso: un’Italia percepita come più affidabile, pur restando uno dei Paesi con il debito più alto dell’Eurozona e una Francia che perde terreno, nonostante una tradizione di stabilità amministrativa. La credibilità fiscale è tornata a essere una variabile politica, non solo economica.
Anche fuori dall’Europa la lezione è la stessa. Negli Stati Uniti, lo shutdown federale (la sospensione delle attività del governo per mancato accordo sul bilancio) mostra che neppure la maggiore economia mondiale è immune da vincoli fiscali e tensioni politiche.
È un segnale che riguarda anche le realtà più piccole: il Canton Ticino si troverà nei prossimi anni a gestire la crescita della spesa sociale e sanitaria, in un contesto di risorse pubbliche limitate.
La finanza pubblica non è mai neutra. È il banco di prova della serietà e della responsabilità politica. E oggi, come ieri, la stabilità e la serietà si conquistano con i numeri, non con le parole.
L’Osservatore, 11.10.2025

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Shutdown, governi che cadono… e il Ticino?

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Gli Stati Uniti sono in pieno shutdown (blocco di tutte le attività pubbliche non essenziali) dall’inizio di ottobre 2025. Il Congresso non è riuscito a trovare un accordo sul bilancio e la conseguenza è stata immediata: uffici chiusi, migliaia di dipendenti pubblici sospesi, servizi ridotti al minimo. Non è la prima volta che succede. L’ultima nel 2018–2019. La paralisi durò 35 giorni, con rimborsi fiscali bloccati, aeroporti in tilt e cittadini che avevano perso fiducia nello Stato. Ogni volta la lezione è la stessa: quando le finanze pubbliche traballano, la politica si inceppa e l’economia reale paga subito il conto.

La teoria economica ci dice che la stabilità macroeconomica è una condizione necessaria per crescere. Un Paese non può accumulare debito all’infinito senza rischiare di compromettere la fiducia. Se il tasso di crescita dell’economia è inferiore al tasso d’interesse reale pagato sul debito, la traiettoria non è più sostenibile. A quel punto, non è più lo Stato a guidare la politica economica, ma sono i mercati a dettare le condizioni.

Il meccanismo è semplice: più alto è il debito, più crescono gli interessi che sono il costo per finanziarlo. Ma più risorse vanno agli interessi, meno ne restano per scuola, sanità, ricerca, infrastrutture. Invece di sostenere lo sviluppo, lo Stato si limita a rimborsare il passato. La stabilità macroeconomica non è quindi un lusso o una fissazione di alcuni economisti: è il prerequisito per mantenere competitività, attrarre investimenti e garantire ai cittadini servizi di qualità.

La Francia lo ha sperimentato di recente: deficit elevato, debito fuori controllo, governi caduti uno dopo l’altro perché incapaci di proporre una strategia credibile. Non basta annunciare correzioni, serve coerenza. Senza, il mercato reagisce: alza i tassi, riduce la fiducia e l’instabilità diventa permanente.

E se pensiamo che sia un problema solo dei grandi Stati, sbagliamo. Il Cantone Ticino non ha il dollaro come moneta di riserva né il peso politico della Francia. Se scegliesse la scorciatoia del debito facile, si ritroverebbe subito con margini ridotti: meno spazio per investire, meno possibilità di dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini. E basta poco perché i costi aumentino.

La conclusione è netta: finanze pubbliche sane non sono moralismo, sono buon senso. Senza stabilità macroeconomica, la politica diventa ostaggio del debito e perde la libertà di scegliere.

Chi crede ancora che i debiti non si paghino può guardare lo spettacolo di Washington. Promesse, accuse incrociate, stipendi sospesi. Una sceneggiatura già vista, con un finale scontato: i debiti non spariscono. Non è magia, è contabilità. E il conto, alla fine, lo pagano sempre i cittadini.

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Trump, i dazi e la realtà: le Cassandre hanno sbagliato di nuovo

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Il 2 aprile del 2025, quando il presidente Donald Trump ha annunciato al mondo l’entrata in vigore di nuovi dazi, in molti hanno decretato la fine degli Stati Uniti. Gli esperti non si sono risparmiati: inflazione alle stelle, disoccupazione a livelli record, delocalizzazione delle aziende nel resto del mondo, ricercatori e accademici che sarebbero fuggiti da lì a breve, isolamento internazionale.

Quasi nessuno si era preso la briga di leggere i rapporti che spiegavano quali fossero le logiche economiche che sottintendevano questa misura e quali gli obiettivi che si volevano raggiungere. Tra questi ricordiamo che l’amministrazione americana ambiva ad aumentare il gettito fiscale per contribuire al risanamento del deficit, a riportare sul proprio territorio aziende internazionali dalle quali importava merci per milioni di dollari, a ridurre il valore della moneta americana per rendere più attrattive le esportazioni, ad abolire alcune regolamentazioni degli altri paesi che limitavano le esportazioni americane. E ancora, a fare in modo di esercitare pressione sui paesi affinché acquistassero titoli del debito pubblico americano a basso tasso di interesse e a lunghissima scadenza.

Dopo quel 2 aprile, abbiamo assistito a un andirivieni di ministri e di governi che si sono recati negli Stati Uniti per cercare accordi con il presidente americano. L’unico paese che non ha ritenuto necessario mandare uno dei suoi consiglieri federali negli Stati Uniti è stata la Svizzera. Risultato: tutti i paesi hanno ottenuto dazi sopportabili, la Svizzera è stata punita con un tasso del 39%.

E arriviamo alla notizia odierna. Trump ha annunciato che introdurrà tariffe del 100% alle importazioni di farmaci, tranne per quelle aziende che hanno già stabilimenti produttivi negli Stati Uniti oppure che dimostreranno di volerlo fare con ingenti investimenti locali.

Probabilmente qualcuno degli esperti che ha ignorato finora ciò che stava accadendo (non per malafede, ma per quel bias cognitivo che ci porta a selezionare le informazioni che confermano le nostre tesi), sarà rimasto stupito nel leggere che le farmaceutiche svizzere dichiarano di non essere preoccupate di questa nuova imposizione.

E sapete perché? Perché, come spesso capita, l’economia è più veloce della politica. Dal momento che le grandi aziende hanno intuito che il vento in termini di politiche commerciali era cambiato, si sono adoperate per rispondere per tempo alle possibili minacce.

E così, per esempio, Apple aveva sin da subito annunciato investimenti miliardari negli Stati Uniti (l’ultimo in agosto di 100 miliardi di dollari, ca. 86 miliardi CHF). Ma così hanno fatto tante altre. Tra queste non sono mancate le aziende farmaceutiche svizzere, che hanno di fatto anticipato i tempi e dato risposta alle misure sul settore.

Se dovessimo tirare oggi le somme, a distanza di sei mesi dagli annunci di Trump, dovremmo riconoscere che le Cassandre anche questa volta hanno sbagliato. L’inflazione è sotto controllo. Il mercato del lavoro, anche se in rallentamento, tiene. Le entrate fiscali sono aumentate.

Gli Stati Uniti vanno avanti non solo a mantenere, ma probabilmente a rafforzare ancora di più il loro ruolo di potenza mondiale. E infine le aziende stanno investendo negli Stati Uniti ed è lì che creeranno posti di lavoro. Speriamo non sulle spalle di noi svizzeri.

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Cassa malati: tutti alla cassa!

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Quando si parla di politiche pubbliche non si parte dagli slogan, ma da un’analisi seria. Prima si capisce qual è il problema reale: serve davvero un nuovo programma o possiamo intervenire diversamente? Poi bisogna guardare ai fallimenti del mercato che vogliamo correggere: prezzi troppo alti, poca concorrenza, disuguaglianze. Da lì si aprono le alternative, perché non esiste mai una sola soluzione e ogni opzione ha pro e contro.

Il passo successivo è il disegno del programma: chi ha diritto, con quali criteri, con quali limiti. Sembra un dettaglio tecnico, ma è il cuore della questione. Subito dopo arriva la parte più scomoda: prevedere come reagiranno i cittadini e le imprese. Perché non restano fermi, cambiano comportamento, e spesso in modo imprevisto.

A quel punto si valutano due cose: l’efficienza – se il programma usa bene le risorse o crea sprechi – e la distribuzione, cioè chi ci guadagna e chi ci perde davvero. Qui si tocca il punto più delicato: i trade-off, i compromessi inevitabili fra equità ed efficienza.

Infine servono due condizioni di fondo: chiarezza sugli obiettivi – cosa vogliamo ottenere e perché – e consapevolezza che tutto passa dal processo politico. Senza consenso e senza fiducia, anche la misura più brillante sulla carta rischia di non funzionare.

In breve, fare una politica pubblica significa attraversare un percorso complesso, non scrivere uno slogan.

E veniamo alle iniziative sulle casse malati. L’intenzione è chiara: limitare il peso dei premi cassa malati ai cittadini. Ma se applichiamo i criteri di analisi appena visti, i conti non reggono. Trattiamo quella del 10%.

Già nel primo anno servirebbero circa 300 milioni. Gli iniziativisti sostengono che non tutti chiederanno l’aiuto e quindi il costo sarà minore. Ma un diritto non si calcola sulla speranza che qualcuno non lo eserciti. Lo Stato deve stimare i costi per il 100% dei cittadini. E non basta: i premi aumentano di anno in anno. Quello che oggi costa 300 milioni, nel 2027 potrebbe già diventare 330, poi 350, e così via. Non ci sono analisi di medio periodo, solo calcoli statici sul primo anno.

Anche sul fronte delle entrate i conti non tornano. Un aumento del 10% delle imposte porterebbe circa 150 milioni, ma ne mancano altri 150. Si prova allora a inserire i 40 milioni dell’aumento del valore di stima degli immobili: peccato che quei soldi sono già a bilancio per finanziare scuole, asili e ambiente e la metà appartiene ai Comuni. Cosa facciamo, glieli togliamo? Ultima idea: aumentare l’imposta sulla sostanza dal 2,5 al 3,5 per mille. Ma così si mettono in discussione accordi già votati con la riforma fisco-sociale, con il rischio che le aziende ritirino i contributi che oggi sostengono asili nido e rette delle famiglie.

C’è poi un effetto meno visibile, ma altrettanto importante: se tanto paga lo Stato, i cittadini non avranno più interesse a cercare una cassa meno cara e le casse malati non avranno più incentivo a offrire premi più bassi. Il risultato? Ancora meno concorrenza e una spesa sanitaria destinata a crescere ancora.

Facendo i conti, il deficit del Cantone salirebbe subito oltre il mezzo miliardo già al primo anno. Perché non dimentichiamolo: noi purtroppo non siamo Zugo e i nostri conti sono già oggi sotto di 100 milioni. Poi arriveranno anche i nuovi oneri federali: la riforma EFAS, che vale da sola 200–300 milioni, gli oneri della Confederazione e altre riforme come il valore locativo o la tassazione individuale, che possono pesare altri 150–200 milioni. Totale: quasi un miliardo di buco.

E quando i soldi non ci sono, le strade sono sempre le stesse: aumentare le imposte a tutti, oppure tagliare beni e servizi. E i tagli, come sempre, colpiranno i più fragili: scuole, anziani, sociale, cultura, ambiente. Nessuno resterà escluso.

Fare politiche pubbliche che rischiano di far deragliare le finanze dello Stato non è un gioco. È un esercizio serio, non uno slogan elettorale. Prima servono analisi solide, poi proposte credibili. E allora la domanda è inevitabile: dove sono queste analisi?

Alla fine la scelta è nostra. Ognuno voterà come crede ed è giusto così. Ma bisogna sapere la verità: il conto non sparisce. Non lo pagheremo più nella fattura della cassa malati, lo pagheremo con le imposte, con le rette degli asili, con i tagli ai servizi. Nessun miliardario verrà a salvarci. Alla fine, a pagare, saremo sempre noi cittadini.

Testo in parte pubblicato sui portali

Quando a dettare le regole sono gli altri La travagliata storia dei rapporti Svizzera-USA

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Oggi i rapporti tra Stati Uniti e Svizzera sono tra i più tesi di sempre. Ma non è una novità assoluta: i due Paesi condividono valori comuni, certo, ma questo non li ha mai messi al riparo da crisi ricorrenti, anzi. Le tensioni maggiori arrivano sui temi della neutralità, di economia internazionale o sui temi finanziari.
Uno dei primi scontri importanti risale alla Seconda guerra mondiale. La Svizzera applicò una politica di tolleranza zero contro chiunque violasse il suo spazio aereo: che fossero gli Alleati (Gran Bretagna, Stati Uniti, Unione Sovietica) o le potenze dell’Asse (Germania, Italia, Giappone). Questo portò ad abbattere diversi aerei statunitensi e alla morte di circa una quarantina di aviatori alleati. Ma anche gli Stati Uniti colpirono: nell’aprile del 1944 durante il bombardamento di Sciaffusa uccisero tra i 40 e 60 civili svizzeri.
Dopo qualche decennio di calma apparente, le tensioni tornano negli anni 90 quando si scoprì che alcune banche svizzere custodivano molti depositi appartenenti a vittime dell’Olocausto. La pressione diplomatica di Washington e della comunità ebraica fu tale da costringere la Svizzera ad allentare il segreto bancario e creare ingenti fondi di compensazione.
Quel segreto bancario, sopravvissuto a lungo, ricevette il colpo definitivo nel 2009, quando in piena crisi finanziaria, gli Stati Uniti citarono in giudizio UBS ottenendo i dati di quasi 52’000 americani con conti in Svizzera.
Sul fronte commerciale il gelo risale al 2006 quando i negoziati per un accordo di libero scambio naufragarono per divergenze in materia agricola e sugli organismi geneticamente modificati.
E arriviamo al presente: il 7 agosto 2025 l’amministrazione Trump annuncia dazi fino al 39% su molte esportazioni svizzere, in particolare nei settori come orologeria, cioccolato, macchinari di precisione. La tariffa è la più alta mai applicata a un paese sviluppato. L’atto viene percepito come punitivo e il danno potenziale alle esportazioni è significativo. Tanto è stato scritto sull’incapacità diplomatica e politica svizzera e su questa non torneremo.
Come se non bastasse, è di pochi giorni fa un’altra grana: gli Stati Uniti negano di aver mai accettato un prezzo fisso per l’acquisto degli F-35 che Berna riteneva di aver già concordato. Il risultato è che se la Svizzera vorrà gli aerei dovrà accettare un aumento compreso tra i 650 milioni e 1,3 miliardi di franchi rispetto ai 6 miliardi stimati inizialmente.
Questa non è e non sarà la prima né l’ultima volta che Berna e Washington si trovano ai ferri corti. Le tensioni, come in passato, verranno superate. Ma non illudiamoci: la piccola Svizzera non ne uscirà vincitrice. Inutile pensare di essere potenti: in uno scontro così asimmetrico, il campo da gioco, le regole e perfino il pallone appartengono all’avversario.

Pubblicato da L’Osservatore, 16.08.2025

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Quando muoversi per primi diventa un errore

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Alla fine del 2024, la SSR ha spento le trasmissioni radio FM con due anni di anticipo sulla scadenza di legge (in Europa dopo la Norvegia è la seconda nazione a farlo). Il risparmio stimato è di 15 milioni su un budget di oltre 1,6 miliardi: meno dell’1%. Una cifra modesta, che ha prodotto perdite d’ascolto pesanti.
La SSR ha minimizzato l’impatto, parlando di risultato “in linea con le attese”. Ma, aldilà delle attese, le cifre sono impietose. In alcune regioni la perdita netta di ascoltatori è stata tra il 25% e il 40% in pochi mesi. Nessun imprenditore avrebbe agito senza contromisure, strategie di fidelizzazione o un piano condiviso con il settore. Anche chi gestisce fondi pubblici dovrebbe evitare rischi simili.
I dati sono chiari, purtroppo. Rete Uno ha perso oltre il 25% degli ascoltatori, Rete Tre quasi il 40%. Le radio private ticinesi, rimaste in FM, hanno visto crescere gli ascolti. Anche le radio italiane e francesi stanno colmando il vuoto lasciato dalla SSR.
In economia si parla spesso di “first mover advantage”: chi si muove per primo può fidelizzare il pubblico e creare lo standard. Ma muoversi troppo presto significa rischiare di perdere utenti non pronti e regalare vantaggi ai concorrenti. È quanto accaduto alla SSR e al servizio pubblico: le private hanno raccolto gli ascoltatori lasciati indietro, mentre le radio straniere continuano in FM senza vincoli, conquistando pubblico. L’ascoltatore che non si è adattato al DAB+ ha semplicemente cambiato canale.
Esempi come Amazon, Netflix o Kellogg’s dimostrano che essere primi può funzionare solo se il pubblico è pronto, l’offerta chiara, la comunicazione efficace e soprattutto se si riesce a costruire un reale vantaggio competitivo. Nel caso SSR, molti di questi elementi mancavano.
Il problema non è solo tecnico, ma sociale: la SSR, servizio pubblico, dovrebbe garantire accesso e inclusione. Spegnere le FM ha escluso, anche solo temporaneamente, chi è meno digitale: anziani, persone meno abbienti, utenti in zone periferiche.
Dopo aver cercato l’accordo con le private, la SSR ha agito da sola. Le radio private possono restare in FM fino al 2026 e stanno crescendo senza sforzi straordinari, semplicemente restando dove il pubblico c’era già. La mossa della SSR appare più un atto azzardato che una strategia di sistema: nessuna vera alleanza col settore, nessun piano congiunto.
E non finisce qui. Finché le radio private svizzere restano in FM, il danno è contenuto. Ma se anche loro saranno obbligate a spegnere, il rischio è di lasciare il mercato FM svizzero alle emittenti straniere.
Muoversi per primi non è un errore, lo diventa se non porti nessuno con te. La scelta di spegnere le FM poteva avere senso, ma fatta in solitaria e senza una strategia condivisa, ha prodotto esclusione, disaffezione e vantaggi per la concorrenza. La fiducia è un capitale lento da costruire e facile da perdere: la SSR oggi paga il prezzo del non aver avuto dubbi.
L’Osservatore, 12.07.2025

Svizzera: le notizie che non fanno notizia

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Questa settimana l’economia svizzera ha dato l’impressione di dormire sonni tranquilli. Nessun terremoto, pochi scossoni (per fortuna, aggiungiamo noi). Ma attenzione: anche la calma va letta. Dietro i dati piatti ci sono storie e cambiamenti che meritano uno sguardo più attento.

Il tasso di disoccupazione nazionale calcolato dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) a giugno resta fermo al 2,7%, come il mese scorso. A prima vista, tutto regolare. Ma la realtà è più sfumata, soprattutto per il Canton Ticino.

Il dato SECO si basa sulle persone iscritte agli Uffici regionali di collocamento (URC). È utile per monitorare le dinamiche istituzionali, ma non rappresenta l’intera platea dei disoccupati. Se guardiamo invece al tasso armonizzato ILO, che include anche chi cerca lavoro senza passare dagli URC, il Ticino va oltre al 6%. È più del doppio rispetto alla media nazionale SECO ed è un segnale da non sottovalutare.

A questo si aggiunge una dinamica ben nota: la pressione del frontalierato che continua ad avere un impatto importante sul mercato del lavoro ticinese. Il differenziale salariale tra Italia e Svizzera rende il lavoro in Ticino molto attrattivo per i lavoratori frontalieri. Questo fenomeno, in un contesto di concorrenza sul costo del lavoro, può rendere più difficile per i residenti trovare impiego o mantenere salari competitivi, generando frustrazione e, in alcuni casi, un vero e proprio scoraggiamento. È anche uno dei motivi per cui molti disoccupati ticinesi non si registrano agli URC, pur cercando attivamente un lavoro.

Insomma, non tutto il lavoro che manca si vede nei numeri ufficiali. E questo vale in particolare in regioni di frontiera come la nostra.

I prezzi restano stabili. A giugno, l’indice nazionale dei prezzi al consumo (IPC) è immobile a 107,5 punti. L’inflazione annua è appena +0,1%. In tempi in cui molti Paesi faticano a contenere i prezzi, la Svizzera si conferma un’isola di stabilità.

Non mancano piccole variazioni (sanità e ristorazione un po’ su, energia in lieve calo), ma il quadro generale non desta preoccupazioni. Chiaro: l’inflazione bassa aiuta chi consuma, ma può frenare chi investe o chi spera in una spinta salariale. Anche qui: calma apparente e qualche contraddizione in sottofondo.

Il dato che ha fatto più rumore riguarda i fallimenti aziendali, saliti del 50% rispetto a un anno fa. A giugno si contano a livello nazionale circa 1’400 casi e le proiezioni annuali superano i 14’000.

Ma la causa non è (solo) economica: dal 1° gennaio 2025 è in vigore una riforma della Legge federale sull’esecuzione e sul fallimento (LEF). Ora gli enti pubblici avviano direttamente le procedure fallimentari per i crediti fiscali e contributivi. Prima si tentava il pignoramento. La nuova prassi ha accelerato le procedure, creando un picco statistico che riflette anche vecchie situazioni rimaste in sospeso.

Nel Canton Ticino, la situazione è un po’ diversa: nel primo trimestre 2025 i fallimenti sono aumentati dell’8% (127 casi). È un segnale che, da un lato conferma l’effetto statistico della nuova legge, dall’altro evidenzia una vulnerabilità specifica delle imprese ticinesi. Tuttavia, il numero assoluto resta contenuto e riguarda soprattutto microimprese e artigiani. Anche se non significa che sia da ignorare.

Ad ogni modo, la sostanza? Non è un’ondata di fallimenti legata a una crisi reale, ma un effetto contabile e giuridico. Serve tenerlo a mente per evitare allarmismi troppi grandi.

In economia, a volte il silenzio è più interessante del rumore. Settimane come questa ci invitano a non fermarci ai titoli, ma a scavare un po’ sotto la superficie. È lì che si capisce davvero come sta andando il Paese.

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Parità salariale: una strada ancora in salita, ma non più solitaria

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La parità salariale tra uomini e donne in Svizzera non è stata ancora raggiunta. A confermarlo, anche quest’anno, sono i dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica.
Nel 2024, il salario mediano degli uomini è stato di 90’800 franchi. Quello delle donne si è fermato a 80’000 franchi, ovvero il 12% in meno.
Ma il divario non riguarda solo i salari. Se guardiamo al tasso di attività professionale, cioè la percentuale di persone occupate o in cerca di lavoro, gli uomini superano le donne in tutte le fasce d’età, con uno scarto di circa 10 punti percentuali. Va però detto che la partecipazione femminile è cresciuta molto negli anni e nella fascia tra i 15 e i 24 anni la differenza è oggi minima.
Anche il tasso di disoccupazione resta più alto tra le donne. Una delle ragioni è che le donne sono spesso impiegate in settori meno qualificati e meno protetti che risentono prima delle difficoltà economiche.
Ancora più marcato è il divario nella sottoccupazione, cioè tra chi lavora ma vorrebbe lavorare di più. Nel 2024, il dato era del 2,8% tra gli uomini, ma saliva al 7,3% tra le donne. Il valore più alto si registra nella fascia tra i 25 e i 54 anni, con un picco dell’8%. E quando ci sono figli, le cifre aumentano ulteriormente. Segno che la genitorialità continua a pesare in modo asimmetrico sul percorso lavorativo femminile.
I dati sul lavoro a tempo parziale confermano questa tendenza. La presenza di figli resta una delle principali ragioni per cui le donne scelgono il tempo parziale. Ma c’è anche un segnale incoraggiante: dal 2010 al 2024, la quota di padri che lavorano a tempo parziale è raddoppiata, passando al 15%. Un dato che suggerisce un’evoluzione nel ruolo paterno e una maggiore condivisione delle responsabilità familiari.
Anche tra le coppie si nota un cambiamento: quasi il 9% oggi sceglie un modello in cui entrambi i partner lavorano a tempo parziale, mentre nel 2010 questa scelta era fatta da meno del 4%.
Infine, cresce anche il contributo economico delle donne al reddito familiare. Quando il figlio più piccolo ha tra i 4 e i 12 anni, le madri partecipano in media per il 30% al reddito del nucleo, sette punti percentuali in più rispetto a dieci anni fa. Se però il figlio ha meno di quattro anni, la quota resta stabile al 25%.
In sintesi, il quadro resta segnato da disuguaglianze, ma non mancano i segnali di cambiamento. I modelli lavorativi e familiari si stanno evolvendo. Sempre più padri si assumono una parte attiva nella cura dei figli e cresce la consapevolezza che la famiglia è una responsabilità condivisa. La maternità non dovrebbe più rappresentare un ostacolo, ma rientrare in un equilibrio costruito insieme. La strada verso la parità è ancora lunga, ma oggi, finalmente, non si percorre più da soli.

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Svizzera: tra oro alle stelle e consumi in stallo

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Le previsioni sul PIL per quest’anno e il prossimo, sia da parte della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) che del Centro di ricerca congiunturale del Politecnico federale di Zurigo (KOF), indicano una crescita ancora positiva, ma in rallentamento rispetto a qualche mese fa. Il contesto internazionale, sempre più incerto, e i nuovi conflitti in corso pesano parecchio sul quadro generale.
A essere onesti, già nei mesi scorsi il termine “fermento economico” sembrava fuori luogo. I dazi commerciali avevano inizialmente sollevato qualche timore, ma a oggi il loro impatto non pare così determinante. Diverso il discorso sul nuovo conflitto tra Israele e Iran: qui gli effetti si sono fatti sentire subito, soprattutto sulle materie prime. L’oro ha toccato livelli record, mentre anche petrolio e gas sono in aumento. Tutto questo rischia di tradursi in un rincaro generale dei beni e, di conseguenza, in una perdita di potere d’acquisto per le famiglie.
Non sorprende quindi che la fiducia dei consumatori resti debole. E se la domanda ristagna, anche le imprese tendono a rimandare gli investimenti. Le previsioni per i prossimi mesi non sono rosee: il mercato del lavoro ne risentirà e si prevede un aumento della disoccupazione, sia quest’anno che nel prossimo.
Anche sul fronte del commercio estero non arrivano buone notizie. I dati di maggio mostrano un rallentamento delle esportazioni, in particolare verso gli Stati Uniti. Era prevedibile: nel primo trimestre c’era stata una corsa agli acquisti in vista dei dazi americani, un effetto che ora si è esaurito.
Un segnale incoraggiante arriva però dalle importazioni nel settore chimico-farmaceutico, in aumento. Questo fa pensare che le imprese del comparto stiano preparando un incremento della produzione: un possibile segnale di ripresa futura.
Infine, una nota sulla politica monetaria. La Banca nazionale svizzera ha deciso di abbassare ancora i tassi d’interesse, portandoli dallo 0.25% allo 0%. Una mossa che riflette il calo dell’inflazione, ormai sotto controllo. L’obiettivo è stimolare consumi e investimenti, anche se gli effetti, con un franco forte e una domanda esterna debole, restano da verificare.
Insomma, nessun disastro all’orizzonte, ma neppure motivi per stappare lo champagne.

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La perequazione punisce il Ticino: ecco perché

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Il Ticino riceverà nel 2026 quasi 98 milioni di franchi dalla perequazione finanziaria. Una cifra che può sembrare positiva, ma in realtà è inferiore rispetto ai 106.5 milioni del 2025. E se riceviamo meno non è perché stiamo meglio, ma perché altri Cantoni stanno peggio.
L’indice delle risorse del Ticino sale da 90.4 a 91.2. Un piccolo aumento che però ci costa oltre 8 milioni. Il sistema federale svizzero prevede che i Cantoni economicamente forti, insieme alla Confederazione, sostengano quelli più deboli. La perequazione si basa su tre strumenti principali.
La perequazione delle risorse è l’asse portante del sistema. Confronta il potenziale fiscale dei Cantoni – includendo redditi (anche dei frontalieri), sostanza e utili delle aziende – con la media nazionale. Si calcola su tre anni (2020–2022). Se l’indice è sotto 100, il Cantone ha diritto a ricevere fondi. Con un indice di 91.2, il Ticino riceverà 79.2 milioni (erano 88 nel 2025). Guardando dentro i numeri scopriamo che i redditi delle persone fisiche in Ticino sono cresciuti dell’1.7% (media nazionale 2.1%), quelli dei frontalieri del 2.6% (contro 0.5%). Ma la sostanza si è ridotta dello 0.8% (nazionale +2.5%) e gli utili aziendali sono crollati del 26.7% (nazionale -20.8%).
La compensazione degli oneri geo-topografici riguarda i costi dovuti a condizioni del territorio: comuni in quota, pendenze, bassa densità. Il Ticino riceve 15.7 milioni, di cui circa 10 milioni legati all’altitudine delle zone produttive e 5 alla scarsa densità abitativa.
La compensazione degli oneri sociodemografici copre invece i costi legati a fattori come povertà, invecchiamento e integrazione. Il Ticino otterrà 5.5 milioni, in crescita rispetto al 2025.
Il fondo perequativo complessivo cresce, ma la quota ticinese si riduce. Perché? Perché altri Cantoni – come Giura, Vallese e Grigioni – sono peggiorati di più. Intanto, Cantoni come Ginevra, Zugo e Sciaffusa, grazie agli utili record nel commercio energetico e delle materie prime, versano contributi molto più alti. Questo ridisegna gli equilibri e spinge il Ticino verso il margine.
Il Ticino non può più limitarsi a sommare quanto riceve. Deve chiedersi perché riceve e su quali basi. Il sistema poggia su oltre cento parametri. Per muoversi con cognizione serve uno studio tecnico serio, indipendente, che analizzi il nostro profilo fiscale e permetta di avanzare rivendicazioni solide.
Il punto non è quanto riceviamo. È perché dobbiamo riceverlo.
Uscire da questa dipendenza richiederà tempo. Bisognerà affrontare problemi strutturali: salari bassi, lavoro fragile, settori a basso valore aggiunto. Ma nel frattempo, i meccanismi di calcolo vanno corretti. Non serve andarci col cappello in mano. Serve farlo con basi tecniche forti, numeri precisi e la consapevolezza che la solidità di una richiesta parte dalla qualità dell’analisi.

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Economia svizzera: segnali contrastanti tra attese e realtà

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C’è un’immagine che descrive bene l’economia svizzera in questo inizio estate: una bilancia in equilibrio instabile. Da una parte segnali che fanno sperare, dall’altra numeri che invitano alla prudenza. A maggio 2025, l’indicatore anticipatore del KOF Konjunkturbarometer è salito a 98.5 punti, dopo il crollo di aprile (97.1). Un miglioramento, sì, ma ancora non abbastanza: siamo sotto la soglia dei 100 punti che indica una congiuntura sopra la media. Il barometro del KOF misura ogni mese le aspettative sull’economia svizzera a 3-6 mesi, aggregando vari dati (produzione, ordini, export…).
A trainare questa timida ripresa è soprattutto il settore manifatturiero: le imprese della chimica, dell’agroalimentare, del legno e della carta riportano attese più favorevoli. Anche la percezione sulla competitività e sulle esportazioni migliora. Ma la domanda, sia interna che estera, resta debole.
E questo trova conferma nei dati reali sul commercio estero pubblicati dall’Ufficio federale della dogana: aprile 2025 è stato un mese difficile. Le esportazioni svizzere, corrette dagli effetti stagionali, sono scese del 9,2% rispetto a marzo; le importazioni addirittura del 15,6%, peggior dato mensile dal 2020. Ma attenzione: si tratta di dati nominali, cioè non corretti per l’andamento dei prezzi. A prezzi costanti, il calo è più contenuto: –3,3% per le esportazioni e –10% per le importazioni. Inoltre, marzo aveva mostrato una crescita eccezionale e anomala delle esportazioni.
A provocare questi sbalzi è, ancora una volta, il settore chimico-farmaceutico. Solo i medicinali hanno perso quasi 3 miliardi in un mese, –44%. Anche le importazioni di questi prodotti si sono ridotte di un terzo. Quando un settore pesa così tanto, trascina con sé tutto il commercio.
Ci sono però eccezioni positive: l’orologeria svizzera ha toccato un massimo storico con 2,6 miliardi (+16%). Anche strumenti di precisione e macchine industriali tengono. E se l’export verso gli USA è crollato del 36%, quello verso l’Asia è cresciuto del 4,4%, soprattutto grazie a Cina (+15,2%) e Giappone (+5%).
Curiosamente, il crollo delle importazioni ha portato a un avanzo commerciale record: 6,3 miliardi di franchi. Ma non è un segnale di forza: se importiamo meno, rischiamo di produrre e quindi esportare meno. E in un’economia povera di materie prime, importare è spesso il primo passo per poter vendere all’estero.
In sintesi: qualche segnale positivo c’è, ma servono conferme. Le imprese sperano in una ripresa, ma per ora i numeri veri la rimandano. Serve calma, capacità di leggere il quadro d’insieme e resistere tanto al panico quanto all’euforia.

In Ticino avere un impiego non garantisce una vita dignitosa

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Negli ultimi giorni, un comunicato dell’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS) ha riportato l’attenzione su una tendenza preoccupante: in Svizzera è aumentato il numero di persone che dipendono dalle prestazioni complementari. Un dato che non riguarda solo le finanze dello Stato, ma riflette un disagio crescente: quello di migliaia di persone che, pur vivendo in uno dei Paesi più ricchi al mondo, faticano a coprire i bisogni essenziali.
Nel 2023, l’8% della popolazione svizzera viveva sotto la soglia ufficiale di povertà: 2’315 franchi al mese per una persona sola, 4’051 per una famiglia con due figli. E se si guarda a chi dispone di meno del 60% del reddito mediano — cioè al “rischio di povertà” — la quota è ancora più elevata. Ma la povertà non è solo questione di reddito. È anche deprivazione. È non riuscire a pagare una bolletta imprevista. È rinunciare a un pasto completo, a una visita medica, a una settimana di vacanza, a un minimo di vita sociale. È vivere con l’ansia costante di non farcela.
Le persone più colpite sono sempre le stesse: gli anziani soli, le famiglie monoparentali, chi ha un lavoro precario, chi ha perso il lavoro dopo i cinquant’anni. E crescono i working poor, persone che lavorano, ma non guadagnano abbastanza per vivere con dignità. Questo dovrebbe farci riflettere sul senso stesso del lavoro oggi: non basta “avere un impiego” se quell’impiego non garantisce una vita dignitosa senza l’aiuto dello Stato.
In Ticino la situazione è ancora più delicata. Il tasso di povertà è superiore alla media nazionale e la deprivazione materiale colpisce con più forza. Salari bassi, precarietà diffusa, giovani che se ne vanno e over 50 esclusi dal mercato del lavoro: è un mix che pesa. Anche la forte presenza di frontalieri influisce sulle dinamiche occupazionali e salariali. Il tasso di disoccupazione secondo la definizione ILO è il più alto della Svizzera.
Il nostro sistema sociale cantonale funziona, ma è sotto pressione. Le prestazioni complementari, i sussidi cassa malati, l’aiuto sociale, gli assegni familiari: tutto questo tiene a galla migliaia di persone. Ma da solo non basta. Servono politiche attive per il lavoro, investimenti nella formazione, un vero sostegno alla riqualifica professionale.
Non possiamo accettare che la povertà diventi una zona d’ombra normale nel nostro sistema. Non è normale. È il risultato di scelte politiche o della mancanza di scelte. Ogni persona lasciata indietro è una sconfitta collettiva. È nostro dovere, come istituzioni, ma anche come cittadini, far sì che nessuno debba scegliere tra pagare l’affitto o andare dal medico, tra accendere il riscaldamento o fare la spesa.
Guardare in faccia la povertà non basta. Serve il coraggio di intervenire. Serve volontà politica. E serve adesso.

Articolo pubblicato da L’Osservatore, 24.05.2025

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Qui trovate il link di una conferenza “La povertà in Svizzera e in Ticino” tenuta a Coldrerio il 22.05.2025

Accordo Stati Uniti Cina: buone notizie anche per noi

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L’accordo appena siglato tra Stati Uniti e Cina sui dazi è una buona notizia. Non solo per loro, che da anni si contendono il primato globale a colpi di tariffe e ritorsioni, ma per tutti noi. È un segnale di distensione, e quando due potenze di quella taglia si parlano invece di farsi la guerra commerciale, l’aria si fa subito più respirabile. Anche per la Svizzera.

Non si tratta solo di dazi. Si tratta, prima di tutto, di ridurre l’incertezza. E l’incertezza è il peggior nemico dell’economia. Quando le persone hanno paura del futuro, consumano meno. E quando i consumi calano, le imprese producono meno, assumono meno e addirittura licenziano. In aggiunta le aziende prevedono che le cose peggioreranno e quindi investono meno. Questo rallenta l’intera economia. E rallenta ovunque.

Un accordo tra USA e Cina, quindi, ha un primo effetto immediato: riattiva la fiducia. E senza fiducia, l’economia non gira. Le aziende non pianificano, i consumatori non spendono, i governi rinviano. Ma se si ristabilisce un orizzonte stabile, allora si torna a investire, a produrre, a costruire. E la crescita riparte.

Per la Svizzera questo è particolarmente importante. Siamo un Paese esportatore. Ma non solo: i nostri prodotti fanno parte di filiere globali complesse. Pensiamo all’orologeria, alla farmaceutica, alla meccanica di precisione, all’elettronica. Importiamo materie prime e componenti da tutto il mondo, li trasformiamo qui, e poi li rivendiamo. Se le regole del gioco cambiano continuamente, o se due giganti economici si fanno la guerra, noi finiamo nel mezzo. Dobbiamo pagare di più per quello che importiamo e vendere ad un prezzo più alto quello che vendiamo: insomma, il peggiore dei mondi.

Un sistema aperto, stabile e prevedibile è la condizione minima per difendere il nostro modello economico. Più i grandi si parlano, più noi possiamo fare bene quello che sappiamo fare meglio: innovare, produrre qualità, vendere ad alto valore aggiunto.

E c’è un altro punto. Quando i mercati si chiudono, i prodotti in eccesso finiscono da qualche altra parte. Se la Cina non riesce a vendere negli Stati Uniti, quei beni cercheranno sbocchi altrove. Anche in Europa. Anche da noi. E questo significa concorrenza più aggressiva, prezzi più bassi e difficoltà per i nostri settori.

In sintesi: l’accordo tra Stati Uniti e Cina è una buona notizia perché riduce l’incertezza, protegge le catene globali di produzione e aiuta a evitare squilibri nei mercati. Non risolve tutto, ma è un passo nella direzione giusta. E per un’economia aperta come la nostra, è un passo che conta.

Sintesi dell’intervista rilasciata a Radio Ticino, 12.05.2025

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Apprendistato, basta chiacchiere!

Da anni si ripete che la formazione professionale è un pilastro del nostro sistema, che l’apprendistato è un’eccellenza svizzera, e giorno per giorno si dichiara di voler combattere la disoccupazione giovanile. Ma poi? Fatti?

 Nel 2022, il Ticino era in fondo alla classifica dei Cantoni che formano apprendisti: penultimo a livello svizzero. L’amministrazione cantonale ticinese, nel 2023, era al 4.3%, ben sotto il famoso 5% fissato come obiettivo… un obiettivo stabilito già nel 2017. Nel frattempo, le aziende che formano apprendisti continuano a diminuire, i nuovi contratti non crescono come previsto, e il progetto “Obiettivo 95%” (diploma secondario II per il 95% dei giovani) è inchiodato al 90.3%.

Eppure, le basi ci sarebbero. Il Cantone può formare in 41 professioni, ha 218 formatori attivi e ospita già quasi 200 apprendisti. Non servono grandi sforzi: basterebbe creare una trentina di nuovi posti nei prossimi due anni, come proposto nella mozione che sarà discussa il 20 maggio in Gran Consiglio. Il costo? Circa 350’000 franchi all’anno per dare un lavoro ai nostri figli. Su un bilancio da oltre 4,5 miliardi di franchi, è una spesa marginale ma un investimento strategico.

Ogni giovane formato è un potenziale lavoratore qualificato in meno da cercare all’estero. Ogni posto di apprendistato in più è un passo contro la disoccupazione, un argine alla fuga di cervelli, un’occasione di crescita per un’impresa o per un ente pubblico. E, aggiungo, un atto di coerenza: se governo e parlamento chiedono ai privati di formare, il minimo che si possa pretendere è che diano l’esempio. Ne va della credibilità della politica.

C’è poi un punto che non possiamo più ignorare: l’equilibrio di genere nelle professioni. Le ragazze continuano a orientarsi verso settori “tradizionali”, spesso con meno prospettive. Promuovere attivamente la loro presenza nelle professioni tecniche non è solo giusto, è necessario. E non basta mettere l’asterisco nei bandi: servono politiche mirate, incentivi, visibilità.

L’apprendistato fatto bene è un ascensore sociale. Ma bisogna alimentarlo, farlo funzionare, crederci davvero. Continuare con la politica dei piccoli passi simbolici, mentre il sistema scricchiola, non è più accettabile. Se vogliamo una forza lavoro preparata, integrata, radicata, dobbiamo iniziare dal principio: offrire più opportunità ai nostri giovani. Non a parole. Nei fatti.

E magari, la prossima volta che i partiti si riempiranno la bocca di “giovani”, “formazione” e “opportunità” in campagna elettorale, ricordiamoci chi ha davvero fatto qualcosa… e chi ha fatto solo chiacchiere.

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Pubblicato da Tio e Ticinonews

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Il -0,3% del PIL non affonda Trump, ma l’informazione economica

Nel primo trimestre del 2025 il prodotto interno lordo degli Stati Uniti si è contratto dello 0,3%. È bastato questo dato per far partire una raffica di commenti trionfali da parte di chi da tempo prevede (e auspica) il fallimento della politica economica dell’amministrazione Trump. Ma è un errore. Più che un segnale allarmante sull’economia, questo dato è il riflesso distorto di un meccanismo contabile e di alcuni fenomeni transitori. Bastava leggere con attenzione il comunicato del Bureau of Economic Analysis (BEA).

Prima di tutto, il -0,3% è una variazione annualizzata, come d’uso negli Stati Uniti. Significa che il dato indica quanto crescerebbe (o calerebbe) il PIL in un anno se la dinamica del primo trimestre si ripetesse identica nei successivi tre. Il dato non annualizzato, cioè la variazione trimestrale del primo trimestre, mostra una flessione modesta, inferiore allo 0,1%.

Ma la questione non è solo tecnica. Serve un’analisi macroeconomica. Il PIL è composto da quattro elementi: consumi delle famiglie, spesa pubblica, investimenti delle imprese e esportazioni nette (cioè esportazioni meno importazioni). In questo trimestre, la dinamica della bilancia commerciale ha inciso in modo determinante. Le importazioni sono aumentate del 41,3%. Un incremento eccezionale, legato in parte al timore di nuovi dazi: molte imprese hanno anticipato gli acquisti dall’estero, soprattutto nel settore farmaceutico e nei beni capitali (come computer e componenti industriali).

Questo boom delle importazioni ha causato un disavanzo commerciale record: 162 miliardi di dollari solo nel mese di marzo (circa 134 miliardi di franchi). È un’anomalia che lo stesso BEA ha sottolineato. Inoltre, per semplificare dal punto di vista tecnico, è come se una parte consistente di queste merci importate non sia ancora stata registrata come incremento delle scorte, perché non è fisicamente entrata nei magazzini o è stata contabilizzata in modo differito. Poiché le importazioni sono sottratte dal calcolo del PIL, la loro impennata ha avuto un impatto negativo immediato, ma distorto, sull’indicatore.

Altri fattori da considerare: la spesa pubblica è diminuita, come previsto dai programmi dell’amministrazione Trump. Anche questo ha inciso sulla riduzione del PIL. Ma si tratta di una scelta politica coerente, non di un segnale di debolezza congiunturale.

Infine, va allargato lo sguardo. Un solo dato trimestrale, per quanto importante, non può restituire lo stato di salute di un’economia. Occupazione, consumi, inflazione e creazione di posti di lavoro indicano che non siamo di fronte a una crisi. Il mercato del lavoro è solido, l’inflazione sotto controllo, la domanda interna regge.

Il dato del PIL va quindi interpretato con cautela. Non è una pagella politica. È una fotografia parziale, influenzata da fattori tecnici e congiunturali. Saper leggere questi numeri richiede attenzione e competenza. Altrimenti si finisce per fare propaganda. E l’economia, a differenza della politica, ha bisogno di lucidità.

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Dazi sì, dazi no…

Domanda: A suo avviso perché Trump ha fatto retromarcia, congelando per 90 giorni i super dazi per la maggior parte dei paesi? Era una strategia negoziale prevista fin dall’inizio, come sostiene il Governo americano, oppure il presidente si è spaventato per la reazione turbolenta dei mercati, con particolare riferimento ai titoli di Stato americani?
Probabilmente la decisione di rinviare per tre mesi l’applicazione dei super dazi – mantenendoli però nei confronti della Cina – era uno degli scenari già considerati a Washington. A supporto di questa ipotesi si può citare l’intervento del 7 aprile del Consigliere economico della Casa Bianca, Kevin Hassett, che aveva lasciato intendere la possibilità di una sospensione, poi smentita ufficialmente. La moratoria è comunque entrata in vigore il 9 aprile, proprio il giorno in cui le nuove tariffe sarebbero dovute scattare.
L’evoluzione successiva si è sviluppata secondo schemi ben noti all’analisi economica. Primo: la minaccia tariffaria ha avuto l’effetto desiderato, mostrando un alto grado di credibilità e spingendo i partner internazionali a muoversi in direzione di un confronto negoziale. Secondo: il crollo dei mercati azionari a livello globale era un effetto annunciato, così come la reazione immediata delle grandi imprese coinvolte, preoccupate per l’impatto sui margini e sulle catene di fornitura. Terzo: le vendite di titoli di Stato americani e il conseguente aumento dei rendimenti erano del tutto in linea con le aspettative, così come l’indebolimento del dollaro, che potrebbe essere stato anche un obiettivo indiretto dell’operazione. In sintesi, se si decide di generare deliberatamente uno shock – come quello rappresentato da dazi elevatissimi annunciati unilateralmente – le reazioni del sistema sono anticipabili. Ciò che, forse, ha sorpreso è stata la rapidità e l’intensità con cui queste reazioni si sono manifestate. Ed è verosimile che proprio questa risposta anticipata e molto violenta abbia indotto la Casa Bianca a sospendere l’applicazione delle misure, prima ancora che venissero materialmente applicate a un solo paese.


Domanda: L’escalation con la Cina invece prosegue senza esclusione di colpi. Quali sono le conseguenze per l’economia globale della guerra commerciale in atto tra Pechino e Washington?
La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina – le due principali potenze economiche globali – è destinata ad avere ripercussioni rilevanti sull’economia mondiale. L’imposizione di dazi statunitensi fino al 145%, a cui la Cina ha risposto con contromisure tariffarie (al 125%) e contromisure su tecnologie strategiche e materie prime critiche, come le terre rare, mette sotto pressione le catene globali del valore. Le conseguenze sono già osservabili: l’aumento dei costi per le imprese si traduce in una pressione al rialzo sui prezzi finali per i consumatori. Parliamo di beni ad ampia diffusione come smartphone, abbigliamento o automobili. L’inflazione, da poco sotto controllo, torna quindi a essere un tema centrale nel dibattito economico.
Quanto all’impatto sul commercio internazionale, formulare previsioni precise in questa fase è prematuro. Tuttavia, una contrazione – seppur ancora da quantificare – è un esito plausibile, anche solo per effetto dell’incertezza. E l’incertezza è notoriamente una delle condizioni più penalizzanti per l’economia. Da un lato, può spingere i consumatori a rallentare i consumi; dall’altro, può paralizzare le decisioni strategiche delle imprese, che si trovano in bilico tra investire, delocalizzare o attendere.
Sul fronte delle due superpotenze, la Cina comunica fiducia e stabilità. Ha diversificato i propri mercati di sbocco, rafforzando i legami con l’Asia, l’Africa e l’America Latina. Tuttavia, il ruolo delle esportazioni verso economie ad alto reddito resta determinante per la sua crescita. Gli Stati Uniti, pur apparendo oggi meno affidabili come partner commerciali, mantengono una posizione dominante: restano la prima potenza economica, finanziaria, militare e tecnologica globale.
A fronte di questo scenario, ciò che desta maggiore preoccupazione è la posizione dell’Unione Europea. Pur rappresentando un attore economico di rilievo, l’UE non ha la stessa forza negoziale né la stessa coesione politica delle due potenze in campo. L’assenza di una vera unione politica – con una governance comune e una politica estera condivisa – limita fortemente la capacità dell’Europa di incidere sulle dinamiche globali.
Di fatto, anche in questo contesto, l’UE agisce in modo reattivo. Non detta l’agenda, ma risponde agli stimoli esterni. Questo squilibrio strutturale indebolisce il suo peso nella definizione delle regole del commercio internazionale, rendendola esposta alle decisioni unilaterali di Washington e Pechino.


Domanda: Intanto Europa e Pechino flirtano apertamente, come mai prima d’ora. Il presidente XI JINPING ha lanciato un appello all’UE ad unirsi alla Cina contro il bullismo americano, ricordando tuttavia che nessuno può vincere una guerra commerciale. A preoccupare maggiormente però è la crisi di fiducia nella stabilità del sistema Paese USA che Trump ha provocato con la sua politica tariffale, oltre al clima d’incertezza che angoscia le imprese ti tutto il Mondo, Svizzera compresa. Tra Europa e Cina sarà solo un flirt o si andrà oltre? E dovremo abituarci a una nuova era di precarietà?
L’invito rivolto da Xi Jinping all’Unione Europea a contrastare il cosiddetto “bullismo” americano si inserisce in una strategia chiara da parte della Cina: approfittare dell’instabilità generata dalle politiche tariffarie statunitensi per proporsi come interlocutore affidabile. Per l’Europa, tuttavia, la posizione è delicata. Da un lato, deve preservare l’alleanza con gli Stati Uniti, fondamentale per la sicurezza e la cooperazione geopolitica. Dall’altro, le imprese europee colpite dalle misure protezionistiche americane vedono nella Cina un mercato prioritario e un importante bacino d’investimenti. Al di là delle dichiarazioni fatte anche sull’onda di una certa necessità, non dimentichiamo che pochi mesi fa, nell’ottobre 2024, Bruxelles ha deciso di imporre dazi fino al 35% sulle automobili elettriche cinesi, una mossa per proteggere l’industria automobilistica europea dalla concorrenza a basso costo di marchi come BYD o NIO. Questa decisione riflette il timore dell’UE di perdere terreno in un settore strategico, ma ha anche irritato Pechino che ha risposto con indagini antidumping su prodotti europei come il brandy francese.
Questi sviluppi mostrano come un eventuale riavvicinamento tra UE e Cina sia tutt’altro che semplice e rappresenti un grande rischio per l’Unione Europea. Sul piano economico, una maggiore esposizione commerciale verso la Cina comporta rischi non trascurabili. La dipendenza in settori chiave – come le tecnologie avanzate o le materie prime critiche – potrebbe trasformarsi in una leva di pressione politica. La Cina, in passato, ha già limitato l’esportazione di risorse strategiche come strumento di risposta alle tensioni diplomatiche. A questo si aggiunge il rischio di compromettere i rapporti con gli Stati Uniti su temi come la sicurezza e l’innovazione. Infine, e forse rischio ancora più grande, l’Europa potrebbe trovarsi schiacciata dalla Cina, una superpotenza con un’economia di certo non liberale e che non condivide i valori democratici dell’UE. Aumentare gli scambi senza garanzie di reciprocità potrebbe portare a una competizione sleale, con le imprese europee penalizzate da sussidi cinesi e mancanza di accesso equo al mercato di Pechino.
In un mondo dominato da due superpotenze, l’Europa rischia di rimanere un attore secondario, costretta a navigare tra i due giganti senza poter imporre la propria visione. La Svizzera, fatte le debite proporzioni, al contrario, adotta un approccio più flessibile verso la Cina. È stata il primo paese europeo a firmare un accordo di libero scambio con la Cina, siglato nel 2013 ed entrato in vigore nel 2014. L’intesa ha contribuito a ridurre le barriere tariffarie su settori ad alta specializzazione come la farmaceutica, l’orologeria e la meccanica. È significativo che l’intesa non includesse, per la prima volta, un preambolo esplicito sul rispetto dei diritti umani, riflettendo la priorità svizzera di massimizzare i benefici economici senza farsi scrupoli in questioni ideologiche. Questo orientamento ha permesso alla Svizzera di costruire relazioni commerciali stabili con Pechino, a differenza dell’UE, che continua a oscillare tra la tutela dei principi e la difesa degli interessi. Ne è prova l’Accordo Globale sugli Investimenti (CAI) negoziato per anni e che è stato sospeso nel 2021 dal Parlamento Europeo a seguito di tensioni diplomatiche e divergenze sui diritti umani.

Intervista pubblicata da Liberatv, 12.04.2025

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Trump ha fatto la prima mossa. Ma non controlla tutto il tavolo

Tanto tuonò che piovve. E alla fine, i dazi annunciati dal Presidente Trump sono arrivati. Non più minaccia, ma provvedimento. E come prevedibile, l’impatto immediato è stato più politico-mediatico che economico (se escludiamo quello sui mercati azionari). In poche ore, si sono moltiplicate dichiarazioni confuse, talvolta contraddittorie, da parte di leader politici, ministri, esperti e commentatori. Un vero eccesso comunicativo.
Una delle poche eccezioni, la presidente Karin Keller-Sutter, che, in stile tipicamente svizzero, ha preferito il silenzio fino alla conferenza stampa di giovedì quando ha comunicato che la Svizzera non attuerà misure di ritorsione.
L’introduzione di dazi selettivi ha un impatto economico che va letto con attenzione. E non basta dire che “il protezionismo porta solo disastri”. È una posizione ideologica, non un’analisi.
Ricordiamolo: i dazi sono imposte sull’importazione. Fanno salire i prezzi dei beni esteri, riducono la concorrenza, spingono la produzione interna. Ma l’impatto è asimmetrico e settoriale. Alcuni settori beneficiano, altri soffrono. Qualcuno guadagna, qualcuno perde. Se proteggi l’acciaio, rischi di penalizzare l’industria dell’auto. Se aiuti il manifatturiero, alzi i prezzi al consumo.
Vero, i dazi di Trump non sono frutto di un’elaborazione tecnica condivisa o di un modello economico trasparente. Sono decisioni politiche, spesso annunciate via social prima ancora che siano definite nelle modalità applicative. Il calcolo dei costi e benefici? Ai nostri occhi, opaco. La selezione dei settori colpiti? Sembra elettorale, ma forse è più mirata di quanto appare. In apparenza, non siamo davanti a una politica industriale organica.
Eppure, non tutto è irrazionale. Alcune imprese, anche svizzere non escludono di rilocalizzare negli Stati Uniti. Questo perché, a differenza dei cittadini, le imprese non hanno identità territoriali. Hanno vincoli competitivi. E se il costo-opportunità cambia, cambiano anche loro.
Pensare che il libero mercato sia sempre la scelta migliore, in ogni condizione, è un dogma. La globalizzazione ha prodotto vantaggi enormi, ma anche squilibri che oggi nessuno può ignorare. Trump, nel suo modo disordinato, intercetta una parte di questo problema. Anche se lo fa con strumenti discutibili.
Quello che serve ora non è la condanna morale o l’applauso ideologico. Serve tempo.
Il pallino, in questo momento, è nelle mani di Trump. Ma sarebbe un errore pensare che il gioco sia solo suo. Le reazioni dei partner commerciali, le dinamiche delle filiere globali, le decisioni delle imprese e il comportamento dei consumatori contribuiranno a ridisegnare la partita. Trump può muovere per primo, ma non controlla tutto il tavolo. E i dazi, per quanto rumorosi, sono solo una delle pedine.

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Articolo pubblicato da L’Osservatore, 5.04.2025

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Ticinesi: ancora più poveri e infelici

I dati appena pubblicati sono la più dura delle conferme. Come ben sappiamo, come vediamo con i nostri occhi, moltissime persone in Ticino stanno male e diventano sempre più povere. Il confronto con il resto della Svizzera è impietoso. Il divario tra noi e il resto del Paese diventa ormai insuperabile.

Il Ticino ha, ancora una volta, la quota più alta di poveri di tutta la Svizzera. Nel 2023 in Svizzera 8 persone su 100 non avevano abbastanza soldi per vivere dignitosamente. In Ticino le persone povere sono quasi il doppio: 14 su 100. Parliamo di più di 49’000 ticinesi che ogni mese sono in grande difficoltà. Se non ci fossero gli aiuti dello Stato, la situazione sarebbe ancora peggiore: quasi quattro persone su dieci rischierebbero di vivere in povertà. Ma c’è un altro fatto molto preoccupante: a causa del livello basso dei nostri salari anche chi lavora è in grave difficoltà. Più di un lavoratore su dieci non guadagna abbastanza per arrivare alla fine del mese ed è considerato sotto la soglia di povertà. Parliamo di quasi 16’000 persone. Nel resto della Svizzera la situazione è meno grave, con meno di una persona su venti che lavora ma resta povera. Salari, salari, salari: questo è il nostro problema.

Il rischio di diventare poveri è molto cresciuto. Nel 2022 riguardava circa 22 persone su 100, nel 2023 siamo quasi a 28: ossia circa 100’000 persone che sono costrette a tirare avanti con redditi bassissimi, al di sotto del 60% di quelli mediani. Di queste, ben 60’000 guadagnano meno della metà dello stipendio che prende una persona “media”.

Da qualsiasi punto la si guardi, la situazione del Ticino è drammatica. Una persona su tre non riesce ad affrontare una spesa imprevista di 2’500 franchi. Una persona su cinque non può permettersi di cambiare mobili ormai consumati. Una su dieci, almeno una volta nell’ultimo anno, non è riuscita a pagare i premi della cassa malati o le imposte.

Non sorprende quindi che, secondo le rilevazioni, tanti ticinesi si sentano infelici, in ansia, preoccupati. È difficile stare bene se ogni giorno devi lottare per arrivare a fine mese, se perdi il lavoro o se i tuoi figli devono trasferirsi oltre Gottardo per trovare un lavoro.

Tutto questo crea inevitabilmente sfiducia verso le istituzioni di ogni tipo: politiche, giudiziarie, culturali, mediatiche. Anche questa sfiducia è fotografata dall’ufficio federale di statistica. Non c’è da meravigliarsi: come fidarsi se sembra che nessuno stia facendo nulla per difendere i Ticinesi in difficoltà?

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Articolo pubblicato da Tio, Ticinonews, Liberatv

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Le auto crollano, l’oro brilla

Questa settimana Donald Trump ha sferrato un altro colpo: ha annunciato che dal 2 aprile saranno applicati dazi del 25% su tutte le automobili importate negli Stati Uniti. In pratica, chi vuole vendere un veicolo in America dovrà pagare molto di più per farlo. L’obiettivo è chiaro: spingere le case automobilistiche americane a produrre di più in patria, e quelle estere a spostare la produzione direttamente negli USA. Ma gli effetti non sono così semplici da prevedere.

Il primo impatto si è visto in borsa. Le azioni delle grandi case automobilistiche, europee e americane, sono crollate. BMW, Mercedes, Volkswagen: tutte giù. General Motors ha perso quasi il 10% a Wall Street in un solo giorno. Perché? Perché i dazi significano costi più alti, vendite più difficili e margini ridotti.

E non parliamo solo di auto straniere. Anche molti veicoli americani vengono assemblati con pezzi importati. Se aumentano i costi di quelle componenti, aumenta anche il prezzo finale. Risultato: auto più care, consumatori scontenti e rischi reali per l’occupazione.

E quando un paese alza i dazi, gli altri non stanno a guardare. Canada, Giappone e Unione Europea hanno già annunciato contromisure. È così che nascono le guerre commerciali: uno colpisce, l’altro risponde, e alla fine tutti tassano tutti.

Nel frattempo, mentre la borsa scende, l’oro sale. Quando i mercati traballano e il futuro diventa incerto, gli investitori si rifugiano nei beni più stabili. E l’oro è il rifugio per eccellenza. Risultato: ha quasi raggiunto i 3’100 dollari l’oncia (che equivale a circa 31,1 grammi), toccando un record storico. È come un termometro: più la situazione si scalda, più l’oro si infiamma. E adesso la febbre è alta.

La domanda vera è: funzionerà? Trump spera di riportare lavoro nelle fabbriche americane, ma il mondo non è più quello degli anni ’80. Le catene produttive sono globali, le aziende sono collegate in tutto il mondo, e nessuno produce tutto da solo. I dazi piacciono a una parte dell’elettorato, ma non è detto che risolvano i problemi. D’altra parte, un po’ di produzione locale in più potrebbe non far male, né all’occupazione né all’ambiente. Come spesso succede, la ragione – e forse anche l’efficacia – sta nel mezzo.

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Svizzera? Bene, ma non benissimo

Bene, ma non benissimo. Questa potrebbe essere la sintesi delle previsioni economiche appena pubblicate dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) per quest’anno e il prossimo. Rispetto a tre mesi fa, le aspettative sono leggermente peggiorate. Il prodotto interno lordo (PIL) crescerà nel 2025 dell’1,4% (prima si parlava dell’1,5%), mentre per l’anno prossimo il tasso salirà di poco, all’1,6%.
Nonostante l’incertezza che aleggia sui mercati e i due grandi conflitti ancora in corso, i consumi privati dovrebbero comunque crescere anche nel 2025. Lo stesso vale per la spesa pubblica: ci sarà un aumento dell’1,7%, un po’ meno di quello di quest’anno (1,9%).
Un altro segnale positivo arriva dagli investimenti nelle costruzioni. Dopo anni decisamente difficili, il settore è cresciuto del 2,4% l’anno scorso. Quest’anno si prevede un leggero rallentamento, ma si rimarrà su un buon +2,3%.
E ora veniamo alle note un po’ più dolenti. Gli investimenti in macchinari aumenteranno dello 0,8%, ma arrivano da un 2024 in rosso: -2,6%. Questo ci dice che le prospettive degli imprenditori per il 2025 erano piuttosto negative. Ora, almeno, si intravede un piccolo miglioramento.
Un discorso simile vale per le esportazioni di beni: nel 2024 la crescita è stata quasi nulla (+0,1%). Per il 2025, però, le stime sono decisamente più rosee: +3,1%. Speriamo bene. Anche le esportazioni di servizi andranno su (+2,5%), così come le importazioni: +2,8% per i beni e +3,5% per i servizi.
Tutto bello? Non proprio. Perché poi arriva la domanda chiave: tutto questo cosa significa per il mercato del lavoro? Beh, la creazione di nuovi posti rallenta: solo +0,8% quest’anno, contro l’1,3% dell’anno scorso. E questo si riflette sul tasso di disoccupazione, previsto in aumento: dal 2,4% del 2024 al 2,8%. Non una grande notizia.
Un piccolo lato positivo c’è: i prezzi al consumo dovrebbero rimanere abbastanza stabili, con un’inflazione prevista allo 0,3%. In pratica, il nostro potere d’acquisto – almeno in teoria – dovrebbe restare più o meno intatto.
E quindi, che si fa? Intanto si spera che i nostri partner commerciali, cioè le altre economie avanzate, crescano un po’ di più. Ma l’incertezza legata alla crisi commerciale e ai dazi imposti dal presidente Trump non va proprio in quella direzione.
Ci consola solo una cosa: che Trump, spesso, cambia idea piuttosto in fretta…

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Ticino & Lavoro: un’opportunità in più per chi non vuole arrendersi

Oggi parliamo di Ticino & Lavoro, un’associazione attiva da oltre dieci anni per chi fatica a trovare un impiego. Fondata nel 2014 da Omar Valsangiacomo e Giovanni Albertini, non si limita a dare consigli, ma offre consulenze personalizzate, formazione e contatti per chi vuole rimettersi in gioco.

Pensate a chi, dopo i 50 anni, si trova improvvisamente escluso dal mercato del lavoro, nonostante esperienza e competenze. Oppure a una madre che ha dedicato anni alla famiglia e, quando cerca di rientrare, si scontra con porte chiuse. Sono situazioni troppo comuni e spesso lasciate senza risposta.

Per dare un aiuto concreto, l’associazione ha creato un fondo borse di studio, coprendo fino al 50% del costo di corsi di formazione, con un contributo massimo di 1’000 franchi per beneficiario. Un’iniziativa pratica e non solo simbolica, resa possibile anche grazie ai proventi delle cariche politiche ricoperte dai membri dell’associazione. Un segnale forte di responsabilità sociale.

I destinatari principali sono due: i disoccupati over 50, spesso scartati dalle aziende senza un reale motivo, e le mamme che vogliono rientrare nel mondo del lavoro, ma trovano un mercato ostile alle interruzioni di carriera. Aiutare queste persone significa non solo dare una seconda opportunità, ma anche valorizzare esperienze e talenti che rischiamo di perdere.

Sostenere questo progetto è un investimento nel futuro del nostro territorio. Ogni donazione aiuta a costruire un mercato più equo, dove contano competenze e passione, non l’età sul CV.

Chiunque voglia contribuire può farlo direttamente sul sito ufficiale di Ticino & Lavoro (ticinoelavoro.ch), dove sono disponibili tutti i dettagli sulle modalità di supporto e sull’IBAN per le donazioni.

Restituire a qualcuno la possibilità di lavorare non cambia solo una vita, ma rafforza l’intera società. Ognuno di noi può fare la differenza.

A.T.L. Associazione
CH89 0900 0000 6914 8098 9
POFICHBEXXX

Causale: Over-50 e mamme

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Il cammino è ancora lungo, ma non più in solitaria

“Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai molte cose da intraprendere se nascerai donna. Per cominciare, dovrai batterti per sostenere che, se Dio esistesse, potrebbe anche essere una vecchia dai capelli bianchi o una bella ragazza […] Infine, dovrai lottare per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che urla per essere ascoltata.” [1]

La prima volta che lessi questa citazione ero molto giovane e non immaginavo che, con il tempo, sarebbe diventata una delle frasi che più avrebbe segnato il mio percorso. Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci compie quest’anno cinquant’anni e, in questo mezzo secolo, sono stati fatti enormi progressi in materia di parità, almeno nei nostri paesi. Certo, la strada è ancora lunga, ma oggi il cammino non è più solitario: donne e uomini, insieme, stanno costruendo una società nuova. E il cambiamento si riflette anche nel mondo del lavoro.

Gli ultimi dati dell’Ufficio federale di statistica confermano quanto il panorama lavorativo sia mutato negli ultimi trent’anni. Nel 1991, il tasso di attività femminile tra i 15 e i 64 anni era del 68,2%; oggi è salito all’80,8%, segno di una partecipazione sempre più ampia. L’incremento più rilevante riguarda le donne tra i 55 e i 64 anni, il cui tasso di occupazione è passato dal 44% al 72%. Anche le altre fasce d’età hanno registrato aumenti significativi, con l’unica eccezione delle più giovani (15-24 anni), dove il dato è calato, probabilmente perché si prolunga la formazione e si accede più tardi al mercato del lavoro. Parallelamente, il tasso di attività degli uomini è leggermente diminuito, avvicinando sempre più la presenza femminile e maschile nel mondo professionale.

Inoltre, pur persistendo differenze importanti, cresce il numero di uomini e donne che scelgono un impiego a tempo parziale, segno di un’attenzione condivisa verso un miglior equilibrio tra vita professionale e privata.

Un altro dato incoraggiante riguarda le posizioni dirigenziali: le donne tra i 25 e i 39 anni sono oggi le più rappresentate in questi ruoli. Sebbene la presenza femminile in tali posizioni sia ancora limitata al 37,4%, la tendenza dimostra che le nuove generazioni stanno conquistando sempre più spazio.

Osservando il quadro generale, emerge una volontà diffusa – anche tra gli uomini – di riequilibrare il rapporto tra carriera e vita privata. Crediamo proprio che questo possa essere un punto comune su cui continuare a lavorare.

Come detto, il traguardo della piena parità non è ancora raggiunto, ma è fondamentale riconoscere i progressi compiuti. Solo valorizzando questi risultati potremo continuare ad avanzare, con determinazione, verso l’obiettivo finale.

Pubblicato da L’Osservatore, 08.03.2025


[1] O. Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, Rizzoli, Milano 1975

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Addio a Skype: la fine di una “rivoluzione”

Skype sta per scomparire. Come spesso accade nel mondo della tecnologia, anche le innovazioni più rivoluzionarie, se non continuamente sviluppate, finiscono per essere superate e dimenticate.
Probabilmente i più giovani non conoscono Skype, mentre chi appartiene alla mia generazione ricorda bene il suo impatto. Lanciato nel 2003, ha rivoluzionato la comunicazione permettendo chiamate web gratuite e illimitate. Il suo successo si basava sulla combinazione di due tecnologie: il VoIP, già esistente, e il Peer-to-Peer. I suoi creatori avevano trovato un modo per eliminare gli operatori telefonici, consentendo chiamate dirette da computer a computer.
Per la prima volta, milioni di persone nel mondo potevano parlare gratuitamente con un’ottima qualità audio, purché avessero una connessione a Internet. Nel primo mese, Skype contava già un milione di utenti, saliti a sei milioni in sei mesi e arrivati nel tempo fino a trecento milioni complessivi (oggi si stima siano molti meno i fruitori di questo servizio).
Nel 2005, eBay acquistò Skype per 2,5 miliardi di dollari (2,2 miliardi CHF), ma senza ottenere i risultati sperati. Nel 2009, il servizio fu venduto a un gruppo di investitori privati. Nel frattempo, furono introdotte nuove funzionalità, come la possibilità di chiamare numeri fissi e mobili a basso costo e le chat di gruppo fino a 100 partecipanti. Caspita, Skype aveva anticipato strumenti oggi di uso comune come Teams e Zoom. Eppure, un anno dopo il lancio della sua funzione di videoconferenza, il servizio iniziò a mostrare segni di declino. L’idea era vincente, ma l’esecuzione non fu all’altezza.
Nel 2011, Microsoft acquistò Skype per 8,5 miliardi di dollari (7,7 miliardi CHF) con l’intento di integrarlo in Windows. Tuttavia, la piattaforma non raggiunse mai il successo sperato. Nel 2017, Microsoft lanciò Teams che oggi è diventato uno degli strumenti più usati per lavoro e comunicazione, soprattutto dopo il boom durante il lockdown.
Nel frattempo, altre soluzioni come FaceTime, WhatsApp e Telegram hanno contribuito a rendere obsoleto Skype. Ed ecco giungere la notizia che forse potevamo aspettarci: in questi giorni sembra che Microsoft ha annunciato proprio sulla piattaforma di Skype che sarà definitivamente dismesso a partire da maggio, invitando gli utenti a passare a Teams.
Il progresso tecnologico è spietato: un prodotto può essere leader di mercato per anni, ma se non si evolve, viene superato da alternative migliori.
Per la maggior parte di noi, la fine di Skype non cambierà nulla, visto che usiamo già altre piattaforme. Ma per chi l’ha vissuto nel suo periodo d’oro, resterà un pizzico di nostalgia: Skype ha segnato una vera e propria rivoluzione nella comunicazione digitale.

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Il PIL sale, ma il tuo benessere scende: cosa c’è dietro i numeri del 2024

Secondo le prime stime, nel 2024 il Prodotto Interno Lordo (PIL) svizzero è cresciuto dello 0,8%. Tuttavia, lo stesso comunicato della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) evidenzia che il PIL pro capite è diminuito dello 0,2%. Com’è possibile che questi due dati, all’apparenza contraddittori, coesistano?

Ricordiamo che il PIL rappresenta il valore totale dei beni e servizi prodotti in un territorio in un anno, corrispondente ai redditi generati da questa produzione. È uno degli indicatori principali del benessere economico di una nazione. Analizzando il dato aggregato dell’economia svizzera, la crescita dello 0,8% risulta nettamente inferiore alla media storica dell’1,8% registrata dal 1981 e al tasso di crescita potenziale stimato. Considerando il contesto economico europeo — da cui la Svizzera dipende in parte per le esportazioni — e il recente aumento dei prezzi, questo rallentamento era prevedibile.

Quello che sorprende, e che desta maggiore preoccupazione, è la contrazione dello 0,2% del PIL pro capite. Ma cosa significa esattamente questo dato? Il PIL pro capite si ottiene dividendo il PIL totale per il numero di abitanti: è quindi un indicatore del benessere medio disponibile per ogni cittadino. Se il PIL aggregato cresce ma il PIL pro capite diminuisce, significa che l’incremento economico non è stato sufficiente a compensare l’aumento della popolazione e del progresso tecnologico.

La teoria economica ci aiuta a chiarire questo apparente paradosso. Per mantenere stabile il benessere medio della popolazione, la crescita del PIL deve almeno eguagliare l’aumento demografico e i miglioramenti di produttività legati al progresso tecnologico. In altre parole, se la “torta” complessiva cresce meno rapidamente del numero di persone che devono dividerla, la fetta media a disposizione di ciascuno si riduce. Lo stesso vale quando la produzione aumenta grazie alla tecnologia: il PIL deve espandersi di pari passo per mantenere inalterato il benessere individuale.

Nel 2024, il PIL nazionale è effettivamente aumentato, ma non abbastanza da garantire ai cittadini lo stesso livello medio di benessere dell’anno precedente.

Dobbiamo preoccuparci? La diminuzione del PIL pro capite non è certo un segnale positivo, ma finché si tratta di un episodio isolato e non di una tendenza consolidata, non c’è motivo di allarmarsi. Tuttavia, “dormire sonni tranquilli” non significa trascurare i segnali di rallentamento: è fondamentale continuare a monitorare la situazione e agire con lungimiranza per rafforzare la crescita futura. Detto altrimenti: non dormiamo sugli allori.

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Anche se i prezzi non aumentano, la statistica deve risparmiare…

Anche nel mese di gennaio, l’inflazione in Europa ha confermato la sua tendenza, se non al ribasso, quantomeno verso una relativa stabilità. In Spagna, per esempio, l’aumento dei prezzi ha rallentato: +0,2% su base mensile e +2,9% su base annuale, rispetto al mese precedente che segnava +0,5% e +2,8%. In Germania, addirittura, si è registrata una riduzione su base mensile (-0,2%), con un incremento annuale del +2,3%. In Italia, invece, la crescita è stata dello 0,6% su base mensile e dell’1,5% su base annuale.
Anche negli Stati Uniti, dove si è osservata un’accelerazione che ha spinto a ipotizzare uno slittamento del prossimo taglio dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, l’aumento rimane contenuto: +0,5% mensile e +3% annuale. Il quadro internazionale suggerisce dunque che l’ondata inflazionistica potrebbe presto diventare solo un ricordo.
E in Svizzera? I dati appena pubblicati mostrano che l’indice dei prezzi al consumo è diminuito dello 0,1% rispetto al mese precedente e aumentato solo dello 0,4% su base annuale. L’obiettivo di mantenere l’inflazione sotto il 2% è ampiamente raggiunto. Analizzando i beni e i servizi consumati (escludendo le assicurazioni, come quelle sanitarie, e le imposte), emerge che il prezzo dei prodotti importati è diminuito rispetto a un anno fa (-1,5%), mentre quello dei beni indigeni è aumentato dell’1%.
Tra i prodotti che hanno registrato cali significativi troviamo l’elettricità, i personal computer, i servizi alberghieri e i trasporti aerei. Su base mensile, i prezzi degli indumenti e delle calzature sono scesi grazie ai saldi stagionali.
All’opposto, si è osservato un aumento nel settore alberghiero, nel noleggio di veicoli personali e in alcuni generi alimentari. Tra questi ultimi, spiccano gli aumenti su base mensile delle patate e dei vini spumanti (entrambi quasi +12%), oltre a quelli di gelati e cioccolato. Proprio quest’ultimo è stato oggetto di una nostra recente newsletter: i dati confermano che, rispetto a gennaio 2024, il suo prezzo è aumentato del 10,5%, principalmente a causa di un’offerta ridotta per via di condizioni climatiche sfavorevoli.
L’Ufficio federale di statistica ha inoltre aggiornato la composizione del paniere dell’indice dei prezzi al consumo, il cosiddetto “carrello della spesa medio” degli svizzeri. Rispetto all’anno scorso, la spesa per quasi tutte le voci ha visto una lieve riduzione (ad esempio, i prodotti alimentari e le bevande analcoliche pesano ora per il 10,366%, contro il 10,870% dell’anno scorso). In compenso, è aumentata l’incidenza della spesa per il tempo libero e la cultura (oggi all’8,875%) e, soprattutto, quella per l’abitazione e l’energia, che è passata dal 25,254% al 27%. Un dato che non sorprende chi affronta quotidianamente i costi della vita reale.
Chi dovrà invece fare i conti con la realtà economica in modo ancora più diretto è proprio l’Ufficio federale di statistica. In questi giorni, attraverso un comunicato stampa, ha annunciato la riduzione di alcuni servizi a causa delle misure di risanamento imposte dai tagli decisi dal Parlamento. Resta da sperare che, ancora una volta, non siano i dati relativi al Canton Ticino e alla Svizzera italiana a pagare il prezzo più alto.

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Il Monopoly del settore bancario italiano

Il settore bancario italiano è in piena trasformazione. Qualche settimana fa, il Monte dei Paschi di Siena (MPS) ha annunciato l’intenzione di acquisire il controllo di Mediobanca per creare un nuovo gruppo, che diventerebbe il terzo polo bancario italiano dopo Intesa Sanpaolo e UniCredit. L’operazione avverrebbe tramite un’offerta pubblica di scambio (Ops) del valore di 13,3 miliardi di euro (circa 12,7 miliardi CHF). Agli azionisti di Mediobanca sono state offerte 2,3 azioni del nuovo istituto di credito per ogni azione posseduta.
Questo tipo di operazione prevede solitamente un premio rispetto al valore di mercato delle azioni coinvolte: in questo caso, il guadagno è stato stimato intorno al 5% rispetto al valore di Borsa di Mediobanca. Se si guarda alla capitalizzazione di mercato – un indicatore chiave del valore economico e della solidità di una banca – il nuovo gruppo avrebbe una capitalizzazione di circa 19 miliardi di euro, posizionandosi al terzo posto in Italia dopo Intesa Sanpaolo (70 miliardi) e UniCredit (61 miliardi). Al quarto posto si troverebbe FinecoBank, con una capitalizzazione di circa 9 miliardi di euro. Se non fosse che…
Proprio in queste ore, Bper Banca (ex Banca Popolare dell’Emilia-Romagna) ha lanciato un’offerta pubblica di scambio per acquisire almeno il 50% +1 azione della Banca Popolare di Sondrio, diventandone così l’azionista di controllo. L’operazione vale circa 4,3 miliardi di euro, e prevede lo scambio di 1,45 azioni di Bper per ogni titolo della Popolare di Sondrio.
L’amministratore delegato di Bper ha motivato l’offerta con la necessità di rispondere ai cambiamenti del mercato e proteggere il proprio gruppo bancario. L’acquisizione porterebbe alla nascita di un nuovo gruppo con una capitalizzazione di circa 10 miliardi di euro. Un dettaglio significativo è che il principale azionista di entrambe le banche con una quota del 20% è Unipol, uno tra i maggiori gruppi assicurativi italiani.
Anche nel caso dell’ offerta pubblica di scambio lanciata da MPS su Mediobanca il legame con il settore assicurativo è evidente: Generali detiene circa il 47% della capitalizzazione di Mediobanca. Infine, da segnalare che il cosiddetto “risiko bancario” non riguarda solo l’Italia, ma coinvolge anche istituti internazionali come Crédit Agricole e Commerzbank.
E in Svizzera? Per il momento, il settore bancario svizzero appare relativamente stabile, anche se di recente abbiamo assistito alla fine di Credit Suisse e alla nascita di una UBS ancora più grande. Tuttavia, è improbabile che il nostro mercato resti immune dalle dinamiche di concentrazione che stanno caratterizzando il comparto bancario e assicurativo a livello internazionale.
Nel frattempo, speriamo che queste trasformazioni non ricadano sui collaboratori. Purtroppo, la recente ondata di licenziamenti annunciati da Julius Baer ci ricorda che spesso sono i dipendenti a pagare il prezzo delle grandi operazioni finanziarie. A loro e alle loro famiglie va la nostra massima solidarietà.

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L’economia europea arranca tra stagnazione e ricatti

I dati recenti confermano quanto già previsto: l’economia europea sta attraversando una fase di stagnazione. La crescita del PIL nel quarto trimestre è quasi nulla (+0,1%) e il quadro appare diviso. Da un lato, Germania (-0,2%), Francia (-0,1%) e Irlanda (-1,3%) registrano un calo, mentre Austria e Italia restano ferme. Dall’altro, Spagna (+0,8%), Portogallo (+1,5%) e Lituania (+0,9%) mostrano segni di vitalità, con Belgio ed Estonia in lieve crescita (+0,2% e +0,1%).

Nonostante questi dati positivi, il rallentamento delle maggiori economie europee è un segnale allarmante. Germania, Francia e Italia sono i motori dell’Unione, e un loro indebolimento rischia di avere ripercussioni più ampie, non solo sulla crescita, ma anche sull’occupazione, che mostra segnali altrettanto preoccupanti. Probabilmente è stata proprio questa situazione a spingere la BCE a tagliare i tassi d’interesse di 25 punti base, portandoli tra il 2,75% e il 3,15%.

Ma questa misura sarà sufficiente a rilanciare l’economia? Difficilmente. Il contesto globale si muove a una velocità che l’Europa fatica a seguire. Le istituzioni comunitarie mostrano lentezza e incertezza non solo nella politica monetaria, ma anche in settori strategici come la tecnologia e la transizione energetica. Il ritardo nel settore dei microchip, la dipendenza dalle big tech americane, i dubbi sulla sostenibilità delle politiche green e il mancato coordinamento sulle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale sono solo alcuni esempi della difficoltà europea nel rispondere alle sfide del presente.

E mentre l’Europa arranca, negli Stati Uniti Donald Trump, da poco rieletto più che sulle misure economiche tradizionali (proprio in questi giorni la Federal Reserve ha rinunciato a modificare i tassi di interesse), ha puntato su una strategia basata sulle minacce di dazi. L’ultimo caso riguarda la Colombia, minacciata di tariffe al 25%, poi innalzabili al 50%, dopo il rifiuto iniziale di accogliere due voli con migranti colombiani da rimpatriare. Ma non è un episodio isolato: fin dal suo ritorno alla Casa Bianca, Trump ha sfruttato il ricatto commerciale per ottenere vantaggi non solo economici, ma soprattutto politici. E il più delle volte ha funzionato.

Quanto potrà durare questa strategia? Difficile dirlo, ma il dato certo è che gli Stati Uniti restano, e rimarranno ancora per anni, la prima potenza mondiale, mentre l’Unione Europea appare sempre più fragile e incapace di contrastare le mosse americane. Non solo sul piano economico, ma anche su quello geopolitico. Basti pensare alla Groenlandia, terra ricca di petrolio, gas naturale e terre rare, che da tempo è nei radar di Trump. Un segnale, l’ennesimo, di quanto l’Europa rischi di restare spettatrice in un mondo in continua evoluzione.

Articolo pubblicato da L’Osservatore, 01.02.2025

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Conti risparmio meno redditizi: «Preoccupazione, anche per l’economia»

Tassi in discesa, parla l’economista Amalia Mirante che avverte: «Attenzione perché risparmio non è solo speculazione»

LUGANO – Soldi in banca sempre meno redditizi, dopo la discesa dei tassi di interesse registrata a gennaio sui conti risparmio. A evidenziarlo, ieri, un’analisi condotta e pubblicata da Moneyland.ch i cui esperti hanno consigliato ai clienti delle banche di «confrontare» le condizioni dei conti e di «considerare alternative».

Ci chiediamo cosa ci sia dietro alla breve durata del rialzo della remunerazione dei conti, oltre alla riduzione del tasso guida da parte della Banca nazionale svizzera (BNS) e alle singole scelte delle banche.

«La spiegazione è, a mio avviso, molto più semplice di quanto si possa pensare», spiega Amalia Mirante, economista e docente universitaria. «Anche le banche, per rimanere sostenibili, devono chiudere i conti in equilibrio. Non possono, infatti, offrire ai risparmiatori interessi superiori a quelli che incassano da chi prende denaro in prestito. Se una banca applica un tasso dell’1% sulle ipoteche, non potrà riconoscere ai risparmiatori un tasso maggiore. Anzi, oltre agli interessi, deve coprire numerosi altri costi, come il personale, la gestione degli immobili e le spese operative. Infine, è importante ricordare che i conti di risparmio offrono un rischio pressoché nullo, almeno per depositi inferiori ai 100 mila franchi».

Amalia Mirante, oggi in media per un conto di un adulto si riceve al momento lo 0,35%, a fronte dello 0,50% di fine 2024 e dello 0,80% di fine 2023. È un calo che ci deve preoccupare?
«In effetti, può essere una fonte di preoccupazione anche per l’economia. Si stima che un tasso di interesse sano a livello macroeconomico dovrebbe aggirarsi tra il 2 e il 3%, non solo per remunerare il capitale in maniera corretta, ma anche per garantire che le politiche monetarie abbiano successo».

Il direttore di Moneyland.ch ha ipotizzato che «gli interessi sui risparmi scenderanno ulteriormente nel corso di quest’anno», dobbiamo cambiare qualcosa nel nostro approccio al risparmio a basso rischio?
«Non penso. Le ragioni che ci portano a risparmiare non sono solo di natura “speculativa”, anzi. Mi riferisco alla necessità di accumulare dei risparmi per acquisti di beni durevoli (automobili), al motivo precauzionale che ci spinge a tutelarci da possibili emergenze finanziarie e al desiderio di trasmettere capitale ai nostri figli: sono solo alcune delle ragioni che spiegano la nostra volontà di risparmiare».

A chi vuole lasciare il suo denaro su un conto risparmio, gli esperti consigliano di confrontare le offerte tra i vari istituti.
«Fare i confronti tra diversi istituti è una buona idea, tuttavia, oltre al rendimento sul conto risparmio, è sempre importante tenere conto del rapporto di fiducia che si ha con la propria banca. Proprio questa, insieme ai possibili costi e alla possibilità di avere servizi quasi personalizzati, parrebbe essere una delle ragioni che tratterebbe gli svizzeri dal cambiare banca».

Per avere rendimenti superiori dobbiamo per forza accettare rischi maggiori e pensare a un portafoglio azionario diversificato?
«Sono una economista “vecchio stile” che ritiene che la fonte primaria di guadagno per la maggior parte delle persone sia il lavoro. Non esistono guadagni facili: per far rendere il proprio patrimonio “solo” grazie al trascorrere del tempo, meglio affidarsi agli esperti del settore, ricordando tuttavia, che più aumenta il rendimento più aumentano i rischi. La domanda che mi faccio come piccola risparmiatrice è se vale davvero la pena di correre il rischio di perdere i risparmi fatti con sacrificio per un piccolo incremento di redditività».

Intervista di Paolo Contangelo, pubblicata su Ticinonline e 20minuti che ringraziamo