A Roma, fino al 18 gennaio 2026, il Chiostro del Bramante è una Wunderkammer: lo splendido edificio rinascimentale, progettato nel Cinquecento dall’architetto Donato Bramante, ospita infatti una grande mostra d’arte strutturata come una vera e propria camera delle meraviglie. Il titolo è “Flowers. Dal Rinascimento all’Intelligenza Artificiale” ed è assolutamente imperdibile sia per la qualità che per la bellezza e potenza dei suoi contenuti.
“I fiori sono molto più di semplici elementi decorativi”, spiega Natalia de Marco, direttrice artistica del Chiostro del Bramante. “Sono simboli universali che rappresentano ogni aspetto della vita: dalla resistenza alla spiritualità, dall’amore al conflitto, dalla scienza all’ecologia”. Il percorso espositivo, curato da Franziska Stöhr con Roger Diederen, in collaborazione con Suzanne Landau e la Kunsthalle München, unisce arte, fede, politica, scienza e tecnologia e comprende 90 opere realizzate dall’uomo (ma non solo!) nell’arco di cinque secoli, dal XVI al XXI secolo, e provenienti da dieci diversi Paesi del mondo: dipinti, sculture, manoscritti, arazzi, fotografie, installazioni site-specific, opere di realtà aumentata e intelligenza artificiale. I fiori, fragili e potenti al tempo stesso, ci attirano a sé con la loro malia, ci seducono, cullandoci in paradisi profumati lontani dal reale, ma contemporaneamente risvegliano le nostre coscienze, interpellandoci su tematiche cruciali come l’adattamento degli ecosistemi, l’impatto dell’industria sull’ambiente e la necessità di preservare la biodiversità.
“Be afraid of the enormity of the possible”, ci avverte all’ingresso l’enorme scritta al neon di Alfredo Jaar, collocata accanto al fungo gigante dell’artista Carsten Höller (Giant Triple Mushroom). Un avvertimento veritiero perché Wonderland non è lontana: è sufficiente scostare dei pesanti tendaggi per ritrovarsi in un “santuario vivente” di luce e colori: così intensamente infatti è mutato il cortile del chiostro, grazie all’installazione site specific “Tempio di fiori (Piccolo Paradiso, 2025)” di Austin Young (Fallen Fruit), un duo creativo a me già noto per la decorazione della scalinata dell’Accademia Carrara di Bergamo (un altro luogo meraviglioso da visitare). Realizzata attraverso un minuzioso lavoro di ricerca e reinterpretazione di antichi manoscritti e studi botanici, l’opera celebra il rifiorire dell’armonia nell’architettura del Bramante e si propone come omaggio simbolico a Gaia, la Madre Terra nella mitologia greca, e a Eva, la Madre dell’umanità secondo la tradizione cristiana. Entrambe le figure femminili ritornano poi nelle sculture ottocentesche di Jean Baptiste Carpeaux e Jules-Aimée Dalou.
La stessa esplosione creativa del cortile del chiostro si ritrova poi alla fine del percorso, nella caffetteria, anch’essa interamente decorata da un’altra opera site specific di Austin Young (Fallen fruit): “Love Trap – Trappola d’amore”:
Love is many things.
Love is a spectrum.
Love is a condition that is ever-changing.
Love is a truth.
Love is a trap
Il risultato è grandioso. Tutti i sensi sono sollecitati, non solo la vista: il visitatore, infatti, è coinvolto di sala in sala, anche in un percorso olfattivo ideato da Campomarzio70 alla scoperta di quattro fiori nobili utilizzati in profumeria: arancio, gelsomino, rosa e tuberosa; notevole è poi la passeggiata botanica, curata da Coldiretti per valorizzare l’importanza della sostenibilità e della tradizione florovivaistica italiana: disposti nel cuore del Chiostro, alberi, arbusti e fiori italiani raccontano il valore della biodiversità e il ruolo del verde urbano nel migliorare la qualità della vita.
Per quanto riguarda l’udito, non mancano installazioni che prevedono un delicato accompagnamento musicale come il corridoio floreale di Rebecca Louise Law dove – proprio come scrive Petrarca in “Chiare, fresche e dolci acque” – “Da’ be’ rami scendea / (dolce ne la memoria) / una pioggia di fior…” “girando parea dir: “Qui regna Amore”. Altrettanto poetica è “Meadow” (2024) dello Studio Drift (Lonneke Gordijn and Ralph Nauta). Si tratta di un’installazione composta da sculture cinetiche sospese che riproducono un paesaggio floreale capovolto: i fiori si schiudono al suono di una musica rilassante, mentre le tonalità di luce si fondono con le sfumature dei tessuti dei petali, dando vita a un “organismo botanico” artificiale che interagisce con il pubblico.
L’armonia tra uomo e natura è essenziale ed è alla base di opere straordinarie come “Honeycomb. Head of the Emperor Hadrian” di Tomáš Gabzdil Libertíny, Si tratta di una scultura progettata dall’uomo, ma prodotta da migliaia di api: l’artista, infatti, ispirandosi a un busto in bronzo dell’Imperatore Adriano realizzato con l’antica tecnica “a cera persa”, ha creato un favo con fili di metallo con la stessa forma della testa dell’imperatore. Questo è stato poi custodito in un’apposita arnia in modo che, col tempo, le api formassero la replica della scultura ma con cera e miele. L’opera pone l’accento sulla progressiva e preoccupante sparizione delle api a causa dell’inquinamento e dell’uso massiccio di pesticidi.
Di meraviglia in meraviglia si arriva alla sala più stupefacente dell’intero percorso, quella che ambisce a ricreare una vera kunstkammer. Qui i rari e antichi studi botanici del fiorentino Girolamo Pini dialogano con l’arte immaginifica di artisti come il rumeno Miron Schmückle, che in “Flesh for fantasy” (2022), trasporta lo spettatore in un universo botanico interamente frutto della sua mente. Un inno all’immaginazione e al suo potere di sfidare l’oppressione in ogni luogo e tempo.
È un canto di libertà anche la mia preferita: l’opera “Of Palimpsests and Erasure” (2021) di Patricia Kaersenhout. L’artista utilizza le pagine digitalizzate della “Metamorphosis insectorum Surinamensium” (1705), capolavoro dell’esploratrice e naturalista Maria Sibylla Merian, arricchendole con le immagini delle donne locali del Suriname, spesso ridotte in schiavitù, a cui Merian si era rivolta per ricevere informazioni essenziali per il suo lavoro. Il contributo di queste donne non era mai stato valorizzato, ma per Patricia Kaersenhout, a sua volta originaria del Suriname, ora è giunto il momento di farlo: è giunto il tempo di restituire alle umili assistenti silenziose la centralità di cui la Storia le ha private. “Come in un palinsesto, in cui testi precedenti vengono riscritti, l’artista sovrappone narrazioni e reinterpreta le condizioni storiche, evidenziando l’importanza della memoria e della giustizia storica. Attraverso questo dialogo visivo tra passato e presente, “Of Palimpsests and Erasure” non si limita a denunciare la cancellazione sistematica dei contributi delle donne colonizzate, ma invita a ripensare le narrazioni dominanti, ridefinendo l’idea di autorialità e conoscenza scientifica. L’opera è un atto di resistenza artistica che intreccia storia, genere e postcolonialismo in un racconto stratificato e visivamente suggestivo”.
Un intento per certi aspetti simile è quello che anima l’artista Kehinde Wiley, il quale impiega i codici della ritrattistica rinascimentale per celebrare la dignità e l’identità delle persone di colore troppo a lungo escluse dalla storia dell’Occidente. Un esempio è il “Ritratto di un nobile fiorentino” (2008). Ne “Le tre grazie” (2012) di Wiley, così come in “Squares, Tulips” (1986) del fotografo olandese Erwin Olaf, è invece lo stereotipo di una virilità nemica della fragilità e della grazia a essere messo in discussione: qui i fiori, tradizionalmente associati all’universo femminile, entrano sorprendentemente in dialogo con il corpo maschile, senza ridurne l’attrattiva.
Infine sicuramente degno di nota è il progetto “Better be watching the clouds (again)” (1992) dell’artista libanese Walid Raad, il quale rappresenta in forma di fiore figure politiche di grande rilevanza come Margaret Thatcher, Saddam Hussein, Mikhail Gorbachev e Hafiz al-Assad. L’idea gli venne mentre studiava la storia delle guerre civili nel suo Paese e in Palestina (la madre è palestinese) e scoprì che i protagonisti politici e militari di quegli anni erano spesso identificati attraverso nomi in codice. A partire da questa ricerca, Raad sviluppò una narrazione immaginaria in cui un ufficiale militare, formato nella botanica, assegnava questi nomi ispirandosi a fiori.
Per concludere trovo molto toccante la riflessione elaborata da Lee Baker & Catherine Borowski Aka Graphic Rewilding, nell’installazione digitale “The flower that never dies, in the painting that never dries” (2025). Sia qui che nel giardino artificiale di Miguel Chevalier (Extra-Natural, 2023), la fugacità dei fiori viene meno, il concetto estetico giapponese del “mono no aware” (il sentimento di dolce malinconia che in primavera spinge a contemplare la fioritura dei ciliegi, per intenderci) è completamente perduto: un fiore digitale esiste per sempre, perfetto, in un eterno presente. Mai esso sfiorisce, mai esso appassisce. È davvero questo che vogliamo? Il poeta-pellegrino, protagonista del romanzo medievale “Le Roman de la Rose”, sacrificò la sua vita nella ricerca spirituale di un’unica rosa, pur sapendo quanto sarebbe stato facile perderla (o perdersi) nel cammino, o almeno così lo raffigurano Edward Burne-Jones e William Morris, in “The pilgrim in the Garden or the Heart of the Rose” (progettato ante 1896, eseguito nel 1901). E noi? Siamo ancora in grado di correre dei rischi per proteggere un fiore fragile destinato comunque a sfiorire? Siamo ancora in grado di emozionarci di fronte a una bellezza non virtuale e imperfetta?
Lasciamo il chiostro, scendendo lungo l’ampia scalinata colorata di Ian Davenport (Poured Staircase, 2021): qui le vernici dai toni brillanti non si mescolano mai se non alla fine, quando “il colore dirompente diventa metafora della follia artistica che rompe gli argini della tradizione e della consuetudine per diventare pura potenzialità”. “Be afraid of the enormity of the possible”.
Fenissa Holden®
Sito ufficiale della Mostra (da cui ho tratto informazioni): https://www.chiostrodelbramante.it/post_mostra/flowers-fiori-nell-arte/