SENTIMENTAL VALUE

Sentimental Value è più di un film, è un dono.

Merita tutte e nove le candidature all’Oscar che finora ha ricevuto: miglior film, miglior film internazionale, miglior regista (il norvegese Joachim Trier), migliori attori e attrici (protagonisti e non), miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio… In 130 minuti ha superato tutte le mie aspettative, lasciandomi il desiderio di rivederlo ancora, ancora e ancora… in loop, ma soprattutto il desiderio di parlarne, di condividere quella che per me più che una visione è stata un’esperienza emotiva profondissima. All’uscita dalla sala mi sono detta: è così che il vero cinema d’autore deve essere, è così che voglio sentirmi quando si riaccendono le luci. Felice. Non gioiosa, non allegra, ma colma di una serenità che solo la malinconia riesce a donare.

“Sentimental Value” inizia con una voce narrante che legge un racconto scritto da una bambina: è la storia della sua famiglia, ma dal punto di vista della casa in cui vive. Che cosa provano i muri ad essere toccati? E il pavimento a essere calpestato? La casa ama essere abitata? La bambina immagina di sì. Sa che si tratta di un edificio antico: ha ospitato i suoi familiari una generazione dopo l’altra e ognuno ha apportato significativi cambiamenti in termini di arredamento e stili di vita. Una stufa, in particolare, sembra esistere da sempre e se la si apre si possono ascoltare le voci provenienti da una stanza diversa, si possono scoprire molti segreti. Quella casa è un organismo vivo che muta continuamente: dentro la sua pancia si nasce, si cresce, si ama, si litiga, si muore.

Una volta adulta la bambina è diventata un’attrice di teatro. Si chiama Nora, come l’eroina di “Casa di bambola” e l’infanzia sembra esserle crollata addosso lasciandola immersa nelle macerie. Sua sorella Agnes, invece, appare più forte, ma solo perché Nora le ha fatto da scudo: “Mamma era assente, ma tu mi pettinavi. Mi aiutavi a vestirmi, mi spingevi a andare a scuola. Con te mi sentivo al sicuro”. Una casa non basta per sentirsi veramente “a casa”: house non è home, non sempre almeno.

Nora e Agnes sono figlie di genitori presenti e assenti al tempo stesso: dopo il divorzio la madre, psicologa, rimase sempre con loro con il corpo, ma la sua mente era perennemente altrove fino a perdersi del tutto; il padre, Gustav Borg, un regista cinematografico di successo, fisicamente non c’era mai, ma dietro di sé lasciava i suoi film, contaminando l’esistenza di chi lo attendeva.

Il film ha il suo vero inizio con il ritorno a casa di Borg (uno straordinario Stellan John Skarsgård) in occasione dei funerali dell’ex moglie. Ha deciso di girare un nuovo film con Nora come protagonista, ha scritto un copione apposta per lei, ma la figlia rifiuta perché non vuole più avere nulla a che fare con il padre, eppure quando lui sembra rassegnarsi e preferirle una celebre attrice di Hollywood (Elle Fanning), qualcosa si muove, un dolore che già si era manifestato in passato e che ora si sta facendo strada per uscire. L’interpretazione di Renate Reinsve (Nora) è vibrante nell’esprimere la profondità dei sentimenti rimasti sepolti troppo a lungo.

Borg non sopporta il teatro, evita accuratamente di assistere agli spettacoli in cui Nora è protagonista: il suo rifugio è il cinema per questo quando “Sentimental Value” ne mette a nudo i meccanismi è come se aprisse il cuore del personaggio. Borg riesce a entrare in relazione con gli altri soltanto coinvolgendoli in un lavoro di recitazione, affascinandoli con interpretazioni ricche di malià, a volte mentendo (molto significativa a tal proposito la scena dello “sgabello dell’Ikea”), ma il suo eloquio si affloscia nel momento in cui l’altro gli ruba la scena e lo mette di fronte alle sue responsabilità. Borg, allora, si rivela fragile: quel bambino che non aveva potuto impedire la morte della madre, quel padre che nella notte più buia di Nora non c’era, quel vecchio che nasconde a tutti la sua malattia. Borg, proprio come Nora in una delle prime scene del film, è un attore bloccato sul palco, paralizzato dalla paura: scappa, non sa come proteggere chi ama, può solo riscrivere all’infinito il copione di un dramma che presagisce, ma non sa come impedire. Eppure qualcosa potrebbe ancora cambiare…

“Sentimental Value” è più di un film, è un dono al pubblico e una dichiarazione d’amore al cinema, alla sua capacità di risvegliare in noi delle memorie che potrebbero ferirci, salvarci oppure ucciderci. È un invito a stare attenti alla pericolosa bellezza di tutto ciò che nella vita ha (solo) un valore sentimentale.

Fenissa Holden

Locandina realizzata dall’artista Giovanni Esposito, in arte Quasirosso

FLOWERS. Dal Rinascimento all’Intelligenza Artificiale

A Roma, fino al 18 gennaio 2026, il Chiostro del Bramante è una Wunderkammer: lo splendido edificio rinascimentale, progettato nel Cinquecento dall’architetto Donato Bramante, ospita infatti una grande mostra d’arte strutturata come una vera e propria camera delle meraviglie. Il titolo è “Flowers. Dal Rinascimento all’Intelligenza Artificiale” ed è assolutamente imperdibile sia per la qualità che per la bellezza e potenza dei suoi contenuti.

“I fiori sono molto più di semplici elementi decorativi”, spiega Natalia de Marco, direttrice artistica del Chiostro del Bramante. “Sono simboli universali che rappresentano ogni aspetto della vita: dalla resistenza alla spiritualità, dall’amore al conflitto, dalla scienza all’ecologia”. Il percorso espositivo, curato da Franziska Stöhr con Roger Diederen, in collaborazione con Suzanne Landau e la Kunsthalle München, unisce arte, fede, politica, scienza e tecnologia e comprende 90 opere realizzate dall’uomo (ma non solo!) nell’arco di cinque secoli, dal XVI al XXI secolo, e provenienti da dieci diversi Paesi del mondo: dipinti, sculture, manoscritti, arazzi, fotografie, installazioni site-specific, opere di realtà aumentata e intelligenza artificiale. I fiori, fragili e potenti al tempo stesso, ci attirano a sé con la loro malia, ci seducono, cullandoci in paradisi profumati lontani dal reale, ma contemporaneamente risvegliano le nostre coscienze, interpellandoci su tematiche cruciali come l’adattamento degli ecosistemi, l’impatto dell’industria sull’ambiente e la necessità di preservare la biodiversità.

“Be afraid of the enormity of the possible”, ci avverte all’ingresso l’enorme scritta al neon di Alfredo Jaar, collocata accanto al fungo gigante dell’artista Carsten Höller (Giant Triple Mushroom). Un avvertimento veritiero perché Wonderland non è lontana: è sufficiente scostare dei pesanti tendaggi per ritrovarsi in un “santuario vivente” di luce e colori: così intensamente infatti è mutato il cortile del chiostro, grazie all’installazione site specific “Tempio di fiori (Piccolo Paradiso, 2025)” di Austin Young (Fallen Fruit), un duo creativo a me già noto per la decorazione della scalinata dell’Accademia Carrara di Bergamo (un altro luogo meraviglioso da visitare). Realizzata attraverso un minuzioso lavoro di ricerca e reinterpretazione di antichi manoscritti e studi botanici, l’opera celebra il rifiorire dell’armonia nell’architettura del Bramante e si propone come omaggio simbolico a Gaia, la Madre Terra nella mitologia greca, e a Eva, la Madre dell’umanità secondo la tradizione cristiana. Entrambe le figure femminili ritornano poi nelle sculture ottocentesche di Jean Baptiste Carpeaux e Jules-Aimée Dalou.

La stessa esplosione creativa del cortile del chiostro si ritrova poi alla fine del percorso, nella caffetteria, anch’essa interamente decorata da un’altra opera site specific di Austin Young (Fallen fruit): “Love Trap – Trappola d’amore”:

Love is many things.

Love is a spectrum.

Love is a condition that is ever-changing.

Love is a truth.

Love is a trap

Il risultato è grandioso. Tutti i sensi sono sollecitati, non solo la vista: il visitatore, infatti, è coinvolto di sala in sala, anche in un percorso olfattivo ideato da Campomarzio70 alla scoperta di quattro fiori nobili utilizzati in profumeria: arancio, gelsomino, rosa e tuberosa; notevole è poi la passeggiata botanica, curata da Coldiretti per valorizzare l’importanza della sostenibilità e della tradizione florovivaistica italiana: disposti nel cuore del Chiostro, alberi, arbusti e fiori italiani raccontano il valore della biodiversità e il ruolo del verde urbano nel migliorare la qualità della vita.

Per quanto riguarda l’udito, non mancano installazioni che prevedono un delicato accompagnamento musicale come il corridoio floreale di Rebecca Louise Law dove – proprio come scrive Petrarca in “Chiare, fresche e dolci acque” – “Da’ be’ rami scendea / (dolce ne la memoria) / una pioggia di fior…” “girando parea dir: “Qui regna Amore”. Altrettanto poetica è “Meadow” (2024) dello Studio Drift (Lonneke Gordijn and Ralph Nauta). Si tratta di un’installazione composta da sculture cinetiche sospese che riproducono un paesaggio floreale capovolto: i fiori si schiudono al suono di una musica rilassante, mentre le tonalità di luce si fondono con le sfumature dei tessuti dei petali, dando vita a un “organismo botanico” artificiale che interagisce con il pubblico.

L’armonia tra uomo e natura è essenziale ed è alla base di opere straordinarie come “Honeycomb. Head of the Emperor Hadrian” di Tomáš Gabzdil Libertíny, Si tratta di una scultura progettata dall’uomo, ma prodotta da migliaia di api: l’artista, infatti, ispirandosi a un busto in bronzo dell’Imperatore Adriano realizzato con l’antica tecnica “a cera persa”, ha creato un favo con fili di metallo con la stessa forma della testa dell’imperatore. Questo è stato poi custodito in un’apposita arnia in modo che, col tempo, le api formassero la replica della scultura ma con cera e miele. L’opera pone l’accento sulla progressiva e preoccupante sparizione delle api a causa dell’inquinamento e dell’uso massiccio di pesticidi.

Di meraviglia in meraviglia si arriva alla sala più stupefacente dell’intero percorso, quella che ambisce a ricreare una vera kunstkammer. Qui i rari e antichi studi botanici del fiorentino Girolamo Pini dialogano con l’arte immaginifica di artisti come il rumeno Miron Schmückle, che in “Flesh for fantasy” (2022), trasporta lo spettatore in un universo botanico interamente frutto della sua mente. Un inno all’immaginazione e al suo potere di sfidare l’oppressione in ogni luogo e tempo.

È un canto di libertà anche la mia preferita: l’opera “Of Palimpsests and Erasure” (2021) di Patricia Kaersenhout. L’artista utilizza le pagine digitalizzate della “Metamorphosis insectorum Surinamensium” (1705), capolavoro dell’esploratrice e naturalista Maria Sibylla Merian, arricchendole con le immagini delle donne locali del Suriname, spesso ridotte in schiavitù, a cui Merian si era rivolta per ricevere informazioni essenziali per il suo lavoro. Il contributo di queste donne non era mai stato valorizzato, ma per Patricia Kaersenhout, a sua volta originaria del Suriname, ora è giunto il momento di farlo: è giunto il tempo di restituire alle umili assistenti silenziose la centralità di cui la Storia le ha private. “Come in un palinsesto, in cui testi precedenti vengono riscritti, l’artista sovrappone narrazioni e reinterpreta le condizioni storiche, evidenziando l’importanza della memoria e della giustizia storica. Attraverso questo dialogo visivo tra passato e presente, “Of Palimpsests and Erasure” non si limita a denunciare la cancellazione sistematica dei contributi delle donne colonizzate, ma invita a ripensare le narrazioni dominanti, ridefinendo l’idea di autorialità e conoscenza scientifica. L’opera è un atto di resistenza artistica che intreccia storia, genere e postcolonialismo in un racconto stratificato e visivamente suggestivo”.

Un intento per certi aspetti simile è quello che anima l’artista Kehinde Wiley, il quale impiega i codici della ritrattistica rinascimentale per celebrare la dignità e l’identità delle persone di colore troppo a lungo escluse dalla storia dell’Occidente. Un esempio è il “Ritratto di un nobile fiorentino” (2008). Ne “Le tre grazie” (2012) di Wiley, così come in “Squares, Tulips” (1986) del fotografo olandese Erwin Olaf, è invece lo stereotipo di una virilità nemica della fragilità e della grazia a essere messo in discussione: qui i fiori, tradizionalmente associati all’universo femminile, entrano sorprendentemente in dialogo con il corpo maschile, senza ridurne l’attrattiva.

Infine sicuramente degno di nota è il progetto “Better be watching the clouds (again)” (1992) dell’artista libanese Walid Raad, il quale rappresenta in forma di fiore figure politiche di grande rilevanza come Margaret Thatcher, Saddam Hussein, Mikhail Gorbachev e Hafiz al-Assad. L’idea gli venne mentre studiava la storia delle guerre civili nel suo Paese e in Palestina (la madre è palestinese) e scoprì che i protagonisti politici e militari di quegli anni erano spesso identificati attraverso nomi in codice. A partire da questa ricerca, Raad sviluppò una narrazione immaginaria in cui un ufficiale militare, formato nella botanica, assegnava questi nomi ispirandosi a fiori.

Per concludere trovo molto toccante la riflessione elaborata da Lee Baker & Catherine Borowski Aka Graphic Rewilding, nell’installazione digitale “The flower that never dies, in the painting that never dries” (2025). Sia qui che nel giardino artificiale di Miguel Chevalier (Extra-Natural, 2023), la fugacità dei fiori viene meno, il concetto estetico giapponese del “mono no aware” (il sentimento di dolce malinconia che in primavera spinge a contemplare la fioritura dei ciliegi, per intenderci) è completamente perduto: un fiore digitale esiste per sempre, perfetto, in un eterno presente. Mai esso sfiorisce, mai esso appassisce. È davvero questo che vogliamo? Il poeta-pellegrino, protagonista del romanzo medievale “Le Roman de la Rose”, sacrificò la sua vita nella ricerca spirituale di un’unica rosa, pur sapendo quanto sarebbe stato facile perderla (o perdersi) nel cammino, o almeno così lo raffigurano  Edward Burne-Jones e William Morris, in “The pilgrim in the Garden or the Heart of the Rose” (progettato ante 1896, eseguito nel 1901). E noi? Siamo ancora in grado di correre dei rischi per proteggere un fiore fragile destinato comunque a sfiorire? Siamo ancora in grado di emozionarci di fronte a una bellezza non virtuale e imperfetta?

Lasciamo il chiostro, scendendo lungo l’ampia scalinata colorata di Ian Davenport (Poured Staircase, 2021): qui le vernici dai toni brillanti non si mescolano mai se non alla fine, quando “il colore dirompente diventa metafora della follia artistica che rompe gli argini della tradizione e della consuetudine per diventare pura potenzialità”. “Be afraid of the enormity of the possible”.

Fenissa Holden®

Sito ufficiale della Mostra (da cui ho tratto informazioni): https://www.chiostrodelbramante.it/post_mostra/flowers-fiori-nell-arte/

INNESTI. Un ricordo di pace in memoria di Pippa Bacca

Era il 31 marzo 2008 quando la giovane artista milanese Pippa Bacca (all’anagrafe Giuseppina Pasqualino di Marineo) perse la vita. All’epoca non conoscevo la sua arte, non ne avevo mai sentito parlare, ma quando la uccisero la sua storia si conficcò nel mio cuore. Oggi, fino al 7 settembre 2025, a Milano nelle splendide sale di Palazzo Morando una mostra racconta di lei. Si intitola Innesti sia perché l’arte di Pippa si integra armoniosamente con il percorso museale, sia perché l’albero di carta della locandina (una delle opere esposte) potrebbe alludere all’immagine biblica del seme che se cade in un terreno fertile dà molto frutto.

Al momento della morte Pippa Bacca aveva 33 anni e, vestita da sposa, portava nei Paesi da poco usciti dalla guerra un messaggio di pace. La sua ultima performance artistica si chiamava, infatti,
“Bride on tour – Sposa in viaggio”: partita l’8 marzo 2008 da Sale Marasino (Brescia), la sua idea era quella di attraversare 11 Paesi in autostop fino ad arrivare a Gerusalemme, la meta finale in cui
celebrare un simbolico matrimonio tra popoli. Questa modalità di viaggio era per lei un’abitudine consolidata (da bambina viaggiava in autostop con la madre e le sorelle) e giustificata da una motivazione precisa: “Viaggiare in autostop fa sì che uno straniero si metta nelle mani di altri viaggiatori, ma ancora più spesso dei locali o di chi dello spostamento ha fatto il suo mestiere. La scelta del viaggio in autostop è una scelta di fiducia negli altri esseri umani, e l’uomo, come un piccolo Dio premia chi ha fede in lui”.

L’abito da sposa, progettato dal designer Manuel Facchini su precise indicazioni dell’artista, era formato da tre parti: una giacca, una gonna a forma di giglio (simbolo di purezza) e una mantellina di
lino. Quest’ultima, una volta aperta, si trasformava in un panno che Pippa Bacca utilizzava per il rituale della lavanda dei piedi; in ogni Paese visitato, infatti, scelse di recarsi negli ospedali, nel reparto di ginecologia: qui si inginocchiava per lavare i piedi alle ostetriche e porre loro interrogativi sul mistero della nascita. Cosa ricordavano del primo bimbo venuto al mondo?

Dell’abito esistevano due esemplari identici: uno da lasciare a Milano, l’altro da indossare. L’artista avrebbe voluto confrontarli alla fine del viaggio, ma questo non fu possibile: il secondo abito non fece mai più ritorno. Le fu strappato, insieme alla vita, alle porte di Istanbul da un uomo che le aveva offerto un passaggio, dal 2012 condannato a trent’anni di carcere per omicidio e violenza sessuale. L’intera Turchia ne fu scossa e le proteste contro la violenza sulle donne ripresero con maggior vigore.

In Italia, ieri come oggi, mi fece e mi fa male sentire i commenti di chi, pur dispiaciuto, vedeva in Pippa solo un’ingenua, una che in fondo “se l’è cercata”. Pippa Bacca era una donna e un’artista, sapeva perfettamente a quali rischi andava incontro perché ancora oggi ogni donna sa bene a quali rischi potrebbe andare incontro viaggiando da sola e facendo l’autostop. Ha scelto consapevolmente e con coraggio di fidarsi, di affidarsi all’umanità, di donarsi al mondo perché il desiderio di farsi testimone di Vita, Pace e Amore era in lei più forte della paura della Morte, la sua fiducia nel Bene era più forte del timore del Male.
Ora rimaniamo noi a raccogliere il suo messaggio, a scegliere se giudicarla o semplicemente ricambiare il suo dono, rivolgendole un pensiero di gratitudine e amore. Sei morta per la Pace nel mondo, Pippa Bacca, possa la Pace non morire con te.

Fenissa Holden

INNESTI

Il canto della cicogna e del dromedario

[“Vuole credere di disegnare una cicogna con i suoi passi, per quanto non riesca a vedervi quella figura straordinaria”].

“Il canto della cicogna e del dromedario” della scrittrice olandese Anjet Daanje è un romanzo lungo e complesso, liberamente ispirato alla vita e all’opera delle sorelle Brontë e che sembra porsi l’ambizioso obiettivo di avvicinare discipline diversissime tra loro, come la poesia e la fisica quantistica.

La narrazione è caratterizzata dal succedersi di numerose storie, apparentemente slegate l’una dall’altra, che insieme coprono un arco cronologico che va dalla metà del XIX secolo al 2030; tutte in qualche modo si ricollegano alla vita delle sorelle Drayden (in particolare a Eliza May Drayden) e ai taccuini e ai romanzi che di nascosto scrivevano; tutte aggiungono un tassello nel tentativo di rispondere ai grandi interrogativi dell’esistenza: qual è il senso della vita? Il mondo è dominato dal caso o esiste una divinità che veglia sull’uomo?

Nel corso del romanzo il segreto della vita viene ricercato nell’analisi di quella che sembrerebbe la sua più grande antagonista: la morte. A mio avviso è proprio lei, “la signora vestita di nulla”, la grande protagonista dell’opera, il vero filo conduttore che unisce le storie. Tutti i personaggi, infatti, hanno in qualche modo a che fare con essa o per la professione che svolgono, come i becchini o gli evocatori di spiriti, o perché da lei precocemente avvicinati, come nel caso di Eliza, che vede le sue sorelle morire una dopo l’altra, colpite dalla tisi, o del giovane Emery Bowman su cui grava una maledizione mortale fin dalla nascita. L’interesse per la morte diventa sempre più scientifico e si intreccia con una questione altrettanto complessa come quella del tempo: se Eliza e le sue sorelle annotavano nei taccuini i tempi di decomposizione degli animali morti nella brughiera, classificando i terreni secondo una scala da 1 a 5 in base alla differente rapidità del processo, al termine del romanzo Ties e sua moglie, ossessionati dagli orologi, si interrogano in maniera sempre più rigorosa sulla differenza tra tempo reale e tempo psichico, spostando la questione dalla letteratura alla fisica quantistica, un ambito in cui il concetto stesso di materia è messo in discussione.

Qual è il senso dell’esistenza? Quando la vita può essere considerata tale? Quanto tempo resta in vita un essere umano? La risposta che emerge non è del tutto rassicurante. Per quanto i loro scritti permettano alle sorelle Drayden di vivere ben al di là dell’epoca in cui nacquero e morirono, nel romanzo a un certo punto il taccuino si perde, tutte le cose si perdono, si smarriscono, si decompongono. Tutto sembra chiudersi in un’eternità fatta di nulla che lascia ben poco spazio alla speranza in un mondo migliore; l’auspicio più grande è che oltre il caos, oltre la soglia, per gli esseri umani ci sia almeno la pace.
Questa visione era già stata accennata dal personaggio di Laure, una ragazza che si allontana sempre più dalla fede e dal desiderio di vivere, entrando in conflitto con lo zio sacerdote; per lei Dio è un dromedario, una creatura che associa all’illusione. La cicogna, il secondo animale presente nel titolo, invece, allude al desiderio umano di trovare un senso, anche se solo a posteriori, al proprio travagliato cammino; se ne parla in modo dettagliato nella storia di altri due personaggi, Emery Niles e Jane Blackwood, marito e moglie divisi da una concezione profondamente diversa delle leggi che governano il mondo.

Durante la lettura, la tentazione di abbandonare il romanzo è elevata, soprattutto a causa della sua frammentarietà: non trovare subito un senso, un fil rouge che colleghi le storie può essere frustrante; le vicende, inoltre, non sono certamente pensate per trasmettere un senso di gioia e consolazione. Personalmente io l’ho apprezzato più come sfida intellettuale che come piacevole lettura; una sfida solo parzialmente vinta, visto che molti interrogativi sollevati dai personaggi rimangono irrisolti. Lo stesso concetto di verità è messo fortemente in discussione, come mostrano perfettamente il taccuino e la fotografia di Eliza May Drayden, non da tutti considerati autentici, e l’esistenza semisegreta delle gemelle “Phoebe”.

Di particolare interesse è il fatto che il romanzo dedichi molta attenzione ai rapporti familiari, in particolare al legame tra sorelle e a come possa essere influenzato dalla costrizione a vivere in ambienti chiusi e soffocanti, dove la donna è discriminata, ha scarso margine di libertà e d’azione e può solo sfogarsi e ritrovare se stessa nella scrittura. Nei casi più estremi questo processo culmina nell’ossessione, come accade alle sorelle Balthasar che si sottraggono alle umiliazioni del reale grazie a una fitta corrispondenza epistolare, dove possono scegliere di far accadere quanto più desiderano.
La follia a cui spesso le donne del romanzo approdano, in virtù della loro eccessiva sensibilità e immaginazione, non è giudicata in modo particolarmente negativo: è una possibilità d’esistenza, in certi casi l’unica alternativa possibile alla morte dell’anima.

Estremamente poetiche le pagine dedicate al potere dell’arte e della musica, entrambe capaci di proiettare il corpo oltre i limiti fisici, donando quella libertà che sia la mera esistenza che la morte sembrano precludere: il dono di una vita sconfinata, dove le donne hanno le ali, dove tutto è possibile.

Fenissa Holden

Euridice a Orfeo

Ricordano le mani la forma delle cose

il nostro volto impietrito, la pietra di un ponte

Dal rudere la pelle assorbe odore stanco

di muschio verde, di canto infranto.

Oltre il Tempo nel tocco esiste un arco

costruzione della mente non spezzata

Tu sei rimasto là dall’altra parte

Ombra d’ombre io verrò da te.

Fenissa Holden

Edward Burne-Jones, Love among the ruins (particolare), 1894.

Lapide

Un’identità scolpita non è mia
che appartengo all’informe
pietra sospesa su un tempo filiforme.

E non ho un nome capace di destarmi
– ricordi? – o di cullarmi. Altrove.
Tra sonno e veglia Tutto si sfa.

Fugge l’incisione dal macigno
nell’occhio un urlo, un ghigno.

Fenissa Holden

Michelangelo, Pietà Rondanini

Un mostro in miniatura

Nulla mi appartiene
più dell’ora in cui non dormo e fisso
ombre della mente proiettate al soffitto.
Nel vetro la finestra protegge il temporale
il cuore si spalanca in un dolore marginale.
Squarciano lenzuoli le memorie
d’occhi e cielo. Dov’eri? Non c’ero.
Talvolta nudità è un mostro in miniatura
mirabile visione d’anima e tortura.

E chi gira la pellicola non so.

Fenissa Holden

Akira Kusaka

La mia Russia

[Il motto di <<Novaja Gazeta>> era: usiamo le stesse lettere, scriviamo parole diverse.
Quanto pesa una parola?
(A volte quanto un’intera vita)
Una parola può contrastare la tirannia armata?
(No)
Una parola può fermare la guerra?
(No)
Una parola può salvare il Paese?
(No)
Una parola può salvare chi la dice?
Ha salvato me.
Ma solo me. (p. 445)]
.
.
.
Così indispensabile che dopo averlo preso in prestito in biblioteca l’ho comprato.
“La mia Russia” è una raccolta di 13 reportage di Elena Kostjučenko @mirrorsbreath,  giornalista dissidente russa, ispirata da Anna Politkovskaja a denunciare i crimini del Cremlino, il marcio sepolto sotto il marmo di cui sono asfaltate le strade di Mosca: tutto quello che la stampa ufficiale non dice, non può dire.
Ogni articolo è un pugno allo stomaco; Kostjucenko, infatti, sceglie di dare voce ai più umili, gli emarginati che Mosca finge di non vedere o desidera dimenticare (ma “Mosca non è la Russia, la Russia non è Mosca. A Mosca ci vive un russo su dieci”): i pendolari – privati di treni per loro essenziali, ma considerati sacrificabili dal governo in nome dell’alta velocità; i bambini di strada – tossici già a 15 anni; la minoranza Nganasan, un tempo fiera custode di una lingua e una cultura antichissime, ma che ora – priva di diritti e identità – vede nel suicidio l’unico futuro possibile; la comunità lgbt – derisa e perseguitata anche dalle stesse forze dell’ordine; le donne disabili – sterilizzate a forza perché “incapaci di intendere e di volere”; lo sguardo disincantato delle prostitute – costrette a fare i conti con clienti che in fondo non sono tanto diversi da quegli uomini abituati a vedere in ogni donna (che non sia la figlia o la madre) solo un bell’oggetto da sfruttare.

E poi c’è il dolore atroce delle madri che nel 2004 hanno perso ingiustamente i figli a Beslan (e ora vengono picchiate se osano protestare) e delle mogli che nel 2014 non potevano riavere il corpo del proprio marito morto in Donbass perché ufficialmente in quei territori non era in corso nessuna guerra. E il dolore della giornalista sia per i colleghi morti mentre denunciavano l’ingiustizia  – uno fra tutti l’omicidio di Anna Politkovskaja – sia per la recente chiusura della “Novaja Gazeta”, a cui è stata revocata la licenza proprio all’inizio della guerra con l’Ucraina. Senza è impossibile scrivere legalmente in Russia.

Corruzione delle forze dell’ordine, insensibilità nei confronti dell’ambiente e dei più deboli, sete d’alcol e di potere… Quanta rabbiosa impotenza si respira nelle parole di questa giovane giornalista coraggiosa che dall’età di 17 anni si impegna a descrivere un Paese che in fondo ama e di cui vorrebbe sentirsi orgogliosa. La sua Russia. La nostra Russia. Perché parte di un mondo in cui anche noi viviamo. E non possiamo chiudere gli occhi o voltarci dall’altra parte.

Se quest’anno scegliete un solo libro, leggete questo.

ORACOLI

Gli occhi incatenati all’assenza
le palpebre socchiuse
un gatto nero in allerta
vegliano ricordi insonni come enigmi
i sogni e le sfingi
Edipo e le Erinni.

“Conosci te stessa” – dicevi
“La pelle è nient’altro che tua”.
Volevi incantarmi e calmarmi
con bianchi oracoli saggi
perle di fiume lucenti.
Ma a me interessava soltanto
la rupe sporgente
il nero dei sassi
e conoscere te.

Nell’abisso ho ferito gli specchi
sguardi umani nascosti nei tagli
Chiedevamo chi siamo e perché.

Fenissa Holden

J. H. Füssli, L’incubo (1781)