Ho deciso di pubblicare qui una serie di “lettere”, se così si possono definire, indirizzate ad una persona in particolare, importante nella mia vita. Si tratta di lettere scritte di getto che raramente rileggo. Lettere che non sono mai arrivate al destinatario, un po’ per mia volontà, un po’ perché ancora oggi credo sia inutile.
Le pubblico, non so neanche io perché. Non so neanche fin quando, se lo farò con cadenza periodica o meno. Non vi chiedo neanche di commentarle, potete benissimo ignorarle.
Insomma, per adesso sono qui, senza un perché.
“Riesco a strapparti un appuntamento, per un’occasione neanche bella. Io però mi faccio bella per vederti, perché in fondo avresti dovuto essere anche tu l’uomo della mia vita, prima del principe azzurro che tutte le donne sognano. E invece non serve a niente, non ti accorgi di niente. O fai finta di non accorgerti di niente. O non puoi, non te ne danno il tempo. Ti tirano, ti prendono per mano, ti hanno rapito ormai. Un rapimento senza richiesta di riscatto, almeno per ora. Magari un giorno lo chiederanno davvero. Penso all’assurdo ormai, perché tutto questo è diventato assurdo.
Vivo di quel minuto di conversazione al giorno. Vivo dell’attimo in cui il cellulare si illumina e compare il tuo nome. Ne gioisco in silenzio. Altre volte mi innervosisco. Perché devo accontentarmi di questo? Quante cose vorrei raccontarti, come facevo quando ero più piccola, durante quelle domeniche d’inverno, a fare chilometri in macchina. E invece non posso. Perché i minuti sono contati, perché forse neanche t’importa più. Perché forse ormai ti hanno fatto capire che non devo fare più parte della tua vita. E tu chiami quasi per dovere. E non mi racconti neanche più cosa fai.
Viviamo di freddezza. Come due conoscenti che si incontrano al mattino e si salutano per cortesia.
È da tanto che lo penso. Forse te l’ho anche detto. Lo so però che parlare è ormai inutile. Per questo scrivo le cose che avrei voluto dirti, quelle che avrei voluto tu capissi.
Mi dicono di lasciare perdere, che è inutile. Io non ci riesco, non posso. E in fondo ci spero ancora. La speranza è l’ultima a morire, così dicono. Mi rimane questa per ora. E si dice anche che chi vive di speranza muore disperato. Ma lasciamoli perdere questi detti, forse è meglio.
Mi hanno detto l’ennesima cosa che avrebbe dovuto farmi male. Eppure sai, non mi ha neanche fatto effetto. È la forza dell’abitudine? Oppure è la forza, quella grande cosa che tutti mi dicono di avere. “Sei forte tu, non so come fai”. Sai quante volte me lo sono sentito dire. Dovrei essere contenta di questa cosa, della forza che gli altri dicono che ho.
Invece no, non me ne rallegro. Forse avrei preferito essere debole e rifugiarmi da te, come facevo quando ero piccola ed avevo gli incubi di notte.
Gli incubi, proprio quelli. Li ho ancora, sai? E tu sei lì. E c’è anche lei. Perché quando le grandi paure che avevi da bambina diventano realtà, non sai più cosa fare. La mattina ti svegli lo stesso, anche se di notte hai sognato cose brutte. Ti lavi lo stesso, ti vesti lo stesso, esci, fai tutto ciò che fai sempre.
Però, sai, non è la stessa cosa."
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
lunedì 28 novembre 2011
venerdì 25 novembre 2011
Si usa la violenza quando non siamo in grado di usare la forza della parola
“Cosa ci induce a non respingere, anzi a convivere con la violenza? Perché sopporta chi sopporta, e come fa? (…) alcune soccombono, molte muoiono, moltissime dividono l’esistenza con una privata indicibile quotidiana penitenza. Grandissimi talenti sono sbocciati da uno sfregio. Altrettanto grandi sono stati spenti. Per mille che non hanno un nome, una cambia il corso della storia. Sono, alla fine, gesti ordinari. Chiunque può capirlo misurandolo su di sé. Sono esercizi di resistenza al dolore”
“Come mai è ancora possibile sopportare tutto questo? Quanto di buono nasce dal dolore quando al dolore si sopravvive? (…) il malamore è gramigna, cresce nei vasi dei nostri balconi. Sradicarlo costa più che tenerselo. Dargli acqua ogni giorno, alzare l’asticella della resistenza al dolore è una folle tentazione che può costare la vita”
Tratte da "Malamore - Esercizi di resistenza al dolore" di Concita De Gregorio
lunedì 21 novembre 2011
Marsilio Editori - Blogger di tutta Italia: a voi la parola

Ieri pomeriggio ho letto sul blog di Emanuele Secco un post dedicato all'iniziativa della Marsilio Editori: "Blogger di tutta Italia: a voi la parola".
Dieci minuti (anzi, undici, per la precisione) per pensarci e ho subito mandato un'email all'indirizzo indicato per aderire all'iniziativa.
Di cosa si tratta?
Semplice, bisogna leggere un libro, un ebook per la precisione. La scelta può cadere su uno dei due titoli proposti dalla Marsilio Editore: "La donna in gabbia" di Jussi Adler - Olsen (quello che ho scelto io) e "Blacklands" di Belinda Bauer.
Per partecipare bisogna mandare un'email alla casa editrice con i propri dati e l'indicazione del libro che si desidera leggere.
Requisiti:
1. Avere un blog attivo, cioè con una frequenza di pubblicazione pari ad almeno un post a settimana;
2. Dopo aver ricevuto l'ebook, bisogna scrivere un post in cui si dichiara di partecipare all'iniziativa (ecco qui il mio!);
3. A fine lettura, commentare in un post l'ebook.
Potranno partecipare all'iniziativa i primi cento blogger che invieranno l'email di adesione.
Ergo, affrettatevi.
Perchè ho scelto di aderire all'inziativa? In primis perchè mi piace leggere, ma questo già lo sapevate. In secondo luogo perchè si tratta di un ebook. Saprete già che non mi fa molta simpatia leggere un libro che non sia di carta, ma ho deciso lo stesso di provarci. Mi piace cambiare idea e poi, solo dopo aver fatto una simile esperienza sarò in grado di capire i pro e i contro degli ebook.
Detto ciò, prendete la vostra decisione e buona lettura!
sabato 19 novembre 2011
Ma tu vai ancora a scuola?
Negozio di prodotti surgelati (tanto per rimanere in tema – vedi post precedente).
La commessa ha voglia di parlare.
“Ma tu vai a scuola a [nome città]”.
“Ehm, no. Mi sono diplomata”.
“Ah ti sei già diplomata! Sei all’università?”
“Sì!”
“Al primo anno?”.
“Mhh… No! Sarei al … quarto!”.
“Ma come al quarto? Sembri molto più piccola!”.
Va bene che ho fatto la primina, quindi il sembrare un po’ più “piccoli” ci può anche stare, ma addirittura sembrare una ragazzina delle scuole superiori mi sembra eccessivo.
“E quindi manca poco alla laurea! Che poi tu hai la faccia da brava ragazza, immagino come sarai brava nello studio, sarai alla pari con tutti gli esami!”.
Non solo piccola, anche secchiona.
Mio Dio. E’ questa l’immagine che do? E non ho neanche gli occhiali da vista addosso.
Esco dal negozio allibita.
Urge un cambiamento.
La commessa ha voglia di parlare.
“Ma tu vai a scuola a [nome città]”.
“Ehm, no. Mi sono diplomata”.
“Ah ti sei già diplomata! Sei all’università?”
“Sì!”
“Al primo anno?”.
“Mhh… No! Sarei al … quarto!”.
“Ma come al quarto? Sembri molto più piccola!”.
Va bene che ho fatto la primina, quindi il sembrare un po’ più “piccoli” ci può anche stare, ma addirittura sembrare una ragazzina delle scuole superiori mi sembra eccessivo.
“E quindi manca poco alla laurea! Che poi tu hai la faccia da brava ragazza, immagino come sarai brava nello studio, sarai alla pari con tutti gli esami!”.
Non solo piccola, anche secchiona.
Mio Dio. E’ questa l’immagine che do? E non ho neanche gli occhiali da vista addosso.
Esco dal negozio allibita.
Urge un cambiamento.
giovedì 17 novembre 2011
Vicissitudini di una Chiara ai fornelli
Io non sono una di quelle brave donne di casa. Non so fare i dolci, neanche un misero pan di spagna, non so cucire, non so lavorare all’uncinetto e nemmeno, credo, attaccare un bottone o fare un orlo. Sono in grado di tenere la casa in ordine, ma questo perché il disordine mi irrita. Odio il letto disfatto e i piatti sporchi sul lavandino.
Soprattutto, non so cucinare.
Ho imparato a cucinare quello che basta per sopravvivere: so fare diversi tipi di pasta, scongelare una pizza, arrostire una fetta di carne, aprire una scatoletta di tonno o friggere dei bastoncini. Vivo di insalate in busta e di sughi pronti e se mi capita di dover essere completamente sola in casa per lunghi periodi, finisco per mangiare pizza o cibo d’asporto sei sere su sette.
Non so fare roba elaborata. Ho imparato a fare le lasagne (naturalmente senza quella cremina biancastra e schifosa chiamata besciamella) quest’estate e mi sono gloriata di questa mia grande impresa riuscita per settimane.
So cucinare quello che serve per sopravvivere, appunto.
L’altro giorni mi è stato chiesto di fare un sugo alla bolognese perché c’era in frigo della carne macinata da consumare. Facile il sugo alla bolognese, è quello che serve per le lasagne! Un po’ di carote, la carne, il sedano, cipolla, sale, olio …
La carne macinata era un po’ troppa per metterla tutta nel sugo, così ho avuto un lampo di genio.
Un polpettone, sì. Posso farcela.
Cerco su internet una ricetta che mi faccia più o meno da guida, guardo nel frigo e ovviamente ho la metà degli ingredienti che servono. Per fortuna ci sono quelli più importanti come le uova, il pangrattato e un po’ di formaggio.
Inizio a mettere la carne in un piatto, con l’uovo e il pan grattato, proprio come vedo scritto su internet. Non mi chiedete di proporzioni, di quantità. Se sono in grado di abbinare bene un paio di scarpe con una borsa e una collana, saprò regolarmi ad occhio su quanto pangrattato serva per quella quantità di carne...
Mi sono resa conto un po’ tardi che dovevo “sporcarmi le mani”, cioè dovevo impastare con le mani il tutto. Io odio le uova, mi dà fastidio il sapore, l’odore e neanche riesco a digerirle.
A mali estremi, estremi rimedi.
Inizio ad impastare (è il termine giusto?) quel composto, lo lavoro finché non noto una certa consistenza. Poi lo stendo e lo appiattisco su un foglio di carta forno e al centro metto il ripieno.
Ripieno che poi si è risolto in un po’ di provola, radicchio e cipolla. Quando l’ho detto a mia madre, mancava poco e le veniva un colpo. Per lei le ricette sono quelle scritte del ricettario anni 80 che tiene in un cassetto, né con un ingrediente in più, né uno in meno.
Io invece sono creativa e nel polpettone metto radicchio e cipolla.
Insomma, alla fine riesco a riempirlo, addirittura anche a dargli la forma di polpettone.
La mia creazione finisce in forno per trenta minuti.
Ne esce illesa, neanche bruciata.
Intanto mio fratello torna a casa. Sarà lui la cavia.
Lo informo sul polpettone e un brivido visibile gli percorre la schiena. Uomo di poca fede. Glielo esibisco sul piatto, prima intero, poi tagliato per benino a fette.
Indovinate un po’?
Il polpettone era proprio buono. Talmente tanto che domani glielo rifaccio.
Almeno ho trovato un modo per trascorrere il mio interminabile soggiorno forzato a casa.
Soprattutto, non so cucinare.
Ho imparato a cucinare quello che basta per sopravvivere: so fare diversi tipi di pasta, scongelare una pizza, arrostire una fetta di carne, aprire una scatoletta di tonno o friggere dei bastoncini. Vivo di insalate in busta e di sughi pronti e se mi capita di dover essere completamente sola in casa per lunghi periodi, finisco per mangiare pizza o cibo d’asporto sei sere su sette.
Non so fare roba elaborata. Ho imparato a fare le lasagne (naturalmente senza quella cremina biancastra e schifosa chiamata besciamella) quest’estate e mi sono gloriata di questa mia grande impresa riuscita per settimane.
So cucinare quello che serve per sopravvivere, appunto.
L’altro giorni mi è stato chiesto di fare un sugo alla bolognese perché c’era in frigo della carne macinata da consumare. Facile il sugo alla bolognese, è quello che serve per le lasagne! Un po’ di carote, la carne, il sedano, cipolla, sale, olio …
La carne macinata era un po’ troppa per metterla tutta nel sugo, così ho avuto un lampo di genio.
Un polpettone, sì. Posso farcela.
Cerco su internet una ricetta che mi faccia più o meno da guida, guardo nel frigo e ovviamente ho la metà degli ingredienti che servono. Per fortuna ci sono quelli più importanti come le uova, il pangrattato e un po’ di formaggio.
Inizio a mettere la carne in un piatto, con l’uovo e il pan grattato, proprio come vedo scritto su internet. Non mi chiedete di proporzioni, di quantità. Se sono in grado di abbinare bene un paio di scarpe con una borsa e una collana, saprò regolarmi ad occhio su quanto pangrattato serva per quella quantità di carne...
Mi sono resa conto un po’ tardi che dovevo “sporcarmi le mani”, cioè dovevo impastare con le mani il tutto. Io odio le uova, mi dà fastidio il sapore, l’odore e neanche riesco a digerirle.
A mali estremi, estremi rimedi.
Inizio ad impastare (è il termine giusto?) quel composto, lo lavoro finché non noto una certa consistenza. Poi lo stendo e lo appiattisco su un foglio di carta forno e al centro metto il ripieno.
Ripieno che poi si è risolto in un po’ di provola, radicchio e cipolla. Quando l’ho detto a mia madre, mancava poco e le veniva un colpo. Per lei le ricette sono quelle scritte del ricettario anni 80 che tiene in un cassetto, né con un ingrediente in più, né uno in meno.
Io invece sono creativa e nel polpettone metto radicchio e cipolla.
Insomma, alla fine riesco a riempirlo, addirittura anche a dargli la forma di polpettone.
La mia creazione finisce in forno per trenta minuti.
Ne esce illesa, neanche bruciata.
Intanto mio fratello torna a casa. Sarà lui la cavia.
Lo informo sul polpettone e un brivido visibile gli percorre la schiena. Uomo di poca fede. Glielo esibisco sul piatto, prima intero, poi tagliato per benino a fette.
Indovinate un po’?
Il polpettone era proprio buono. Talmente tanto che domani glielo rifaccio.
Almeno ho trovato un modo per trascorrere il mio interminabile soggiorno forzato a casa.
lunedì 14 novembre 2011
Angeli col fango sulle magliette
(Immagine tratta dal profilo Facebook della pagina)In quest’Italia in cui non si dice altro che “tutto va male”, in cui le palazzine crollano e uccidono ragazzine di quattordici anni, dove i giovani laureati non trovano lavoro e sono costretti ad andare all’estero, dove la crisi avanza e dove si muore a causa di quindici minuti di pioggia incessante, c’è qualcosa di buono.
Venerdì 4 novembre, nella mia terra, era una giornata bellissima. Sembrava primavera. A vedere quel sole tutto si poteva immaginare, meno che si avvicinava l'inverno. Quale occasione migliore per andare a fare una lunga passeggiata sul lungomare, con la maglietta a maniche corte addosso e le cuffie dell’ipod alle orecchie?
Ho fatto così.
Sono arrivata a casa dopo due ore di cammino e ho acceso la tv mentre cercavo di riprendermi dalla fatica bevendo un litro d’acqua.
Acqua che mi è andata di traverso, quando ho visto le immagini della catastrofe di Genova. Fango, macchine accartocciate, gente che urla, video amatoriali. Un disastro, l’apocalisse.
Sappiamo tutti cosa è successo a Genova il 4 novembre, è inutile raccontare i fatti per l’ennesimo volta.
Voglio invece soffermare la vostra attenzione su una bellissima cosa che ho notato su Facebook, il discusso social network che è entrato a fare parte nelle nostre vite a tutti gli effetti ormai da tempo.
E' nata una pagina particolare, già dopo qualche ora dalla catastrofe; si chiama “Angeli col fango sulle magliette”. È gestita da giovani genovesi che vogliono riproporre ciò che successe in seguito all’alluvione che colpì Genova nel 1970,
"Nel 1970 un'intera generazione si trovò a vivere una straordinaria avventura di solidarietà e di libertà. Il simbolo di quei giorni era l'impronta di una manata sporca di fango che i ragazzi si davano vicendevolmente sulle magliette. Bastava quella per salire su un autobus (allora c'erano i bigliettai) senza pagare e la gente ti guardava con rispetto e ammirazione. Si viveva fuori casa, si spalava... per ore e ore sotto il sole e dai negozi di ogni strada (gente che aveva perso tutto o quasi) arrivava sempre la focaccia calda da mangiare e un fiasco di vino. Le regole abbastanza rigide di allora saltarono completamente (quasi più che durante il '68) e, per la prima volta, la generazione dei "capelloni" che la serissima Genova aveva sempre considerato con una punta di severità, si guadagnò sul campo la stima di tutti. Per le strade fiorirono i cartelli "Grazie giovani" e i giornali lanciarono una specie di concorso di idee per ringraziare gli "angeli col fango sulle magliette". [Massimo Razzi]"
In pochi giorni gli iscritti sono diventati più di 21.000, tutti pronti a fare qualcosa di concreto o semplicemente a fare un po’ di pubblicità a questa iniziativa. Mi capita spesso di leggere ciò che viene pubblicato in questa pagina e ogni volta rimango sempre più colpita dalla forza e dall’organizzazione di questi giovani sempre pronti a rimboccarsi le maniche, ad organizzare efficienti squadre perché non si può perdere neanche un minuto, bisogna mettersi sotto e fare il possibile per ripulire tutto, per tornare alla normalità.
Nessuna critica tra i vari post pubblicati, nessuna frase inutile, solo cose concrete, come una catena di montaggio.
C’è chi chiede alloggio, chi invece lo offre, specificando addirittura di avere animali domestici in casa.
Leggere questa pagina mi rincuora sotto tanti aspetti.
In questi momenti particolari, dove la politica in particolar modo è tutto tranne che stabile, sapere che l’unione fa ancora la forza mi rende più tranquilla.
Sono contenta anche del fatto che le potenzialità di Facebook siano state finalmente sfruttate bene, per qualcosa di serio, di concreto, di utile.
C’è chi sostiene che sarebbe ora di chiudere questo social network, per i tanti problemi che causa nei rapporti interpersonali, tutti dovuti al cattivo utilizzo che se ne fa. Questo episodio credo sia un insegnamento anche in questo senso: bisogna sapere utilizzare le risorse che si hanno, nel modo più corretto.
Nessuna critica tra i vari post pubblicati, nessuna frase inutile, solo cose concrete, come una catena di montaggio.
C’è chi chiede alloggio, chi invece lo offre, specificando addirittura di avere animali domestici in casa.
Leggere questa pagina mi rincuora sotto tanti aspetti.
In questi momenti particolari, dove la politica in particolar modo è tutto tranne che stabile, sapere che l’unione fa ancora la forza mi rende più tranquilla.
Sono contenta anche del fatto che le potenzialità di Facebook siano state finalmente sfruttate bene, per qualcosa di serio, di concreto, di utile.
C’è chi sostiene che sarebbe ora di chiudere questo social network, per i tanti problemi che causa nei rapporti interpersonali, tutti dovuti al cattivo utilizzo che se ne fa. Questo episodio credo sia un insegnamento anche in questo senso: bisogna sapere utilizzare le risorse che si hanno, nel modo più corretto.
Detto ciò, faccio il mio personale in bocca al lupo agli Angeli impegnati e a tutta la popolazione colpita dall'alluvione. Che la normalità possa presto tornare nelle loro vite.
venerdì 11 novembre 2011
La data "strana"
"Oggi è 11/11/11"
"Ah, è San Martino?"
"Nooo, è la data strana, la puoi scrivere al contrario e rimane sempre uguale!"
Che avrà poi di strano questa data?
Perchè tutto questo entusiasmo o addirittura, paura?
Ho letto che per oggi erano previste delle catastrofi, disgrazie e via dicendo, tutto ciò precisamente alle ore 11.11 e 11 secondi.
Beh, la giornata dell'undici novembre duemilaundici volge al termine; l'ora 11.11 è anche passata.
Io sto bene, anzi, benissimo. E se proprio devo dirla tutta, oggi è stata una super giornata.
E voi, come state? Siete sopravvissuti alle catastrofi annunciate?
"Ah, è San Martino?"
"Nooo, è la data strana, la puoi scrivere al contrario e rimane sempre uguale!"
Che avrà poi di strano questa data?
Perchè tutto questo entusiasmo o addirittura, paura?
Ho letto che per oggi erano previste delle catastrofi, disgrazie e via dicendo, tutto ciò precisamente alle ore 11.11 e 11 secondi.
Beh, la giornata dell'undici novembre duemilaundici volge al termine; l'ora 11.11 è anche passata.
Io sto bene, anzi, benissimo. E se proprio devo dirla tutta, oggi è stata una super giornata.
E voi, come state? Siete sopravvissuti alle catastrofi annunciate?
martedì 8 novembre 2011
la Pazienza, quella con la P maiuscola
Normalità, serve a me come a tutti serve l’aria per respirare.
Normalità: svegliarsi la mattina ed andare a lezione, pranzare in fretta perché alle tre devo essere in aula studio, lamentarmi delle solite troppe pagine da fare e alle sette correre in palestra. Tornare a casa stanchissima ma contenta, perché io sono così: più ho da fare e più mi sento viva.
Invece niente, ho dovuto sospendere la mia normalità, causa forza maggiore più annessi imprevisti dettati dalla solita gente ignorante e incivile, capace di mettere i bastoni tra le ruote anche al papa.
Perché si, io la gente incivile non la sopporto proprio. Per vivere in una comunità civile bisogna comportarsi in un certo modo, rispettare delle regole basilari. E invece c’è chi se ne frega e con la sua noncuranza scombina il normale andamento delle cose a mezzo mondo.
Insomma, sono arrabbiata, furiosa. Sono un vulcano che sta per esplodere.
Devo trovare la mia Pazienza, non una qualsiasi però, bensì quella con la P maiuscola.
Una pazienza normale, comune, servirebbe proprio a poco in questa situazione.
Normalità: svegliarsi la mattina ed andare a lezione, pranzare in fretta perché alle tre devo essere in aula studio, lamentarmi delle solite troppe pagine da fare e alle sette correre in palestra. Tornare a casa stanchissima ma contenta, perché io sono così: più ho da fare e più mi sento viva.
Invece niente, ho dovuto sospendere la mia normalità, causa forza maggiore più annessi imprevisti dettati dalla solita gente ignorante e incivile, capace di mettere i bastoni tra le ruote anche al papa.
Perché si, io la gente incivile non la sopporto proprio. Per vivere in una comunità civile bisogna comportarsi in un certo modo, rispettare delle regole basilari. E invece c’è chi se ne frega e con la sua noncuranza scombina il normale andamento delle cose a mezzo mondo.
Insomma, sono arrabbiata, furiosa. Sono un vulcano che sta per esplodere.
Devo trovare la mia Pazienza, non una qualsiasi però, bensì quella con la P maiuscola.
Una pazienza normale, comune, servirebbe proprio a poco in questa situazione.
venerdì 4 novembre 2011
Abbandonare un libro alla stazione
Ricordate questo post?
Un anno fa ho trovato un libro, andando all’università. Era abbandonato su una panchina, ma non so se era stato lasciato lì di proposito oppure era stato semplicemente dimenticato.
In ogni caso, lo portai con me a casa, entusiasta di questa scoperta, speranzosa che si trattasse di una sorta di bookcrossing.
L’intento era quello di leggerlo e di “abbandonarlo” in un altro luogo pubblico.
Dopo tutti questi mesi e innumerevoli tentativi di lettura del libro, mi sono resa conto che quella storia non faceva per me. Ho trovato già solo l’inizio noioso, per cui non ho continuato.
In ogni caso, lo portai con me a casa, entusiasta di questa scoperta, speranzosa che si trattasse di una sorta di bookcrossing.
L’intento era quello di leggerlo e di “abbandonarlo” in un altro luogo pubblico.
Dopo tutti questi mesi e innumerevoli tentativi di lettura del libro, mi sono resa conto che quella storia non faceva per me. Ho trovato già solo l’inizio noioso, per cui non ho continuato.
In occasione del viaggio inaspettato, ho deciso di abbandonare il libro a Roma, in stazione.
Ho scritto sulle prime pagine qualche riga in cui sostanzialmente raccontavo la storia di quel libro e raccomandavo a chi lo avesse trovato di leggerlo (o anche non) o comunque di abbandonarlo da qualche altra parte e non di tenerlo per sé.
Non so, ma credo che il destino di quel libro sia quello di vedere un po’ il mondo (ma va bene anche solo l'Italia!).
Pensavo di lasciarlo nella sala d’attesa, ma era troppo affollata e temevo che qualche persona estremamente gentile iniziasse a rincorrermi dicendomi che avevo dimenticato un libro in una poltrona.
Sono andata al binario del mio treno (arrivato in super anticipo) e mi sono seduta su una panchina di fronte alla carrozza in cui si trovava il mio posto.
Ho mangiato il mio panino al prosciutto e con una magistrale non chalance ho poggiato il libro in una angolo. Poi sono salita sul treno, ho sistemato la mia valigia e mi sono accomodata al mio posto, in attesa che il treno partisse.
Ho scritto sulle prime pagine qualche riga in cui sostanzialmente raccontavo la storia di quel libro e raccomandavo a chi lo avesse trovato di leggerlo (o anche non) o comunque di abbandonarlo da qualche altra parte e non di tenerlo per sé.
Non so, ma credo che il destino di quel libro sia quello di vedere un po’ il mondo (ma va bene anche solo l'Italia!).
Pensavo di lasciarlo nella sala d’attesa, ma era troppo affollata e temevo che qualche persona estremamente gentile iniziasse a rincorrermi dicendomi che avevo dimenticato un libro in una poltrona.
Sono andata al binario del mio treno (arrivato in super anticipo) e mi sono seduta su una panchina di fronte alla carrozza in cui si trovava il mio posto.
Ho mangiato il mio panino al prosciutto e con una magistrale non chalance ho poggiato il libro in una angolo. Poi sono salita sul treno, ho sistemato la mia valigia e mi sono accomodata al mio posto, in attesa che il treno partisse.
L’ironia della sorte ha voluto che il posto fosse praticamente di fronte alla panchina dove, appunto, avevo lasciato il libro. Insomma, quella che mi offriva il mi finestrino era la visuale migliore per vedere se qualcuno effettivamente prendeva il libro.
Non ho aspettato molto, dopo neanche due minuti un uomo sulla sessantina, con uno zaino Invicta anni 90 alle spalle e un paio di giornali sottobraccio, passando ha notato la presenza del libro. Si è fermato, l’ha preso in mano e l’ha girato e rigirato.
Poi ha aperto la prima pagina, quella su cui avevo scritto quelle quattro parole.
Ha letto, ha alzato lo sguardo e si è guardato attorno.
Poi ha aperto la prima pagina, quella su cui avevo scritto quelle quattro parole.
Ha letto, ha alzato lo sguardo e si è guardato attorno.
Alla fine ha preso il libro e se l’è portato via, ignaro del fatto che chi l’aveva lasciato fosse praticamente a due passi da lui.
Ammetto che vedere uno sconosciuto con quel libro familiare che ha stazionato per quasi un anno sulla libreria di casa mia è stato proprio bello.
Mi auguro soltanto che faccia veramente quanto ho scritto.
Mi auguro soltanto che faccia veramente quanto ho scritto.
Per maggiori "conferme" ecco a voi la foto del libro, appena abbondanato alla stazione. 

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mercoledì 2 novembre 2011
Il mare
Non tornavo nella mia terra da due mesi. Non è neanche molto. Capita di stare fuori anche per tre, quattro mesi. Non sento mancanze particolari, sono abituata ormai. E poi c’è da dire che il cellulare e internet aiutano in qualche modo ad abbattere le distanze, permettendoci di sentirci o addirittura vederci ogni volta che lo desideriamo.
I paesaggi però mi mancano: il mare, i tramonti, il verde.
L’ultima volta che ho visto il mare era praticamente ancora estate. Dal treno lo vedevo limpido, calmo, liscio come una tavola o come l’olio. C’era ancora tanta gente in spiaggia a fare il bagno o semplicemente a prendere il sole. E faceva caldo.
Appena vedo il mare dal treno, mi si riempie il cuore. È l’immensità, è il benvenuto, è l’abbraccio di una mamma che ti rivede dopo tanto tempo. È meraviglioso, è indescrivibile.
Il cielo non è più quello dell’estate, azzurro o rosa al tramonto. C’è qualche nuvola qua e là, ma lo spettacolo è sempre bello.
Adoro la mia terra anche per questo: per la grande capacità di emozionarmi anche solo guardandola, ammirandone la bellezza e l’immensità.
I paesaggi però mi mancano: il mare, i tramonti, il verde.
L’ultima volta che ho visto il mare era praticamente ancora estate. Dal treno lo vedevo limpido, calmo, liscio come una tavola o come l’olio. C’era ancora tanta gente in spiaggia a fare il bagno o semplicemente a prendere il sole. E faceva caldo.
Appena vedo il mare dal treno, mi si riempie il cuore. È l’immensità, è il benvenuto, è l’abbraccio di una mamma che ti rivede dopo tanto tempo. È meraviglioso, è indescrivibile.
Il cielo non è più quello dell’estate, azzurro o rosa al tramonto. C’è qualche nuvola qua e là, ma lo spettacolo è sempre bello.
Adoro la mia terra anche per questo: per la grande capacità di emozionarmi anche solo guardandola, ammirandone la bellezza e l’immensità.
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