"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

giovedì 30 agosto 2012

Una sera tra amici

Pensate ad una sera di fine agosto, di quelle con il cielo pieno di stelle, illuminata da una Luna riflessa sul mare. Pensate a tre vecchie compagne di liceo, di quelle che si separano, che prendono strade diverse,  vanno a vivere in città diverse, ma che nelle vacanze si ritrovano sempre, fosse anche solo per una serata.

Pensate ad una macchina verde, ad una ragazza che sa guidare ma che non conosce le strade, all’altra sprovvista di patente ma che ha il senso dell’orientamento di un tomtom; all’altra ancora, seduta dietro, che anima i trenta chilometri di percorso raccontando le sue avventure romane.

Pensate ad una località di mare, ad una festa di paese, alla musica popolare. Ai balli, di quelli che anche se sei timida, prima o poi finisci per buttarti in mezzo a quella gente saltellante, fosse anche solo con il pensiero.
Immaginatele davanti ad un gelato troppo buono, ad una macchina fotografica pronta a farti ricordare le belle serate durante l’ inverno, sotto il piumone, quando la stanchezza da fine giornata ti porterà a non muoverti da un divano comodo.
Pensatele tornare a casa, con il sorriso in faccia, il sapore della spensieratezza, l’allegria nel cuore.

Ecco: mi basta poco per essere felice e mi basta scrivere di certe emozioni vissute per ricordarmele meglio, per godermele ancora di più.

domenica 26 agosto 2012

Pensieri estivi

Le mie vacanze procedono bene, la mia abbronzatura quest’anno ha dell’incredibile. Sembro una marocchina anomala. Credo di avere gli occhi più chiari del solito, o per lo meno sto ricevendo un sacco di complimenti per il loro colore. Ho riscoperto il piacere del non asciugare più i capelli con il phon. Vengono fuori dei boccoli che avevo dimenticato di avere, da brava schiava della piastra quale sono ormai da un po’.

Le mie giornate continuano a somigliarsi tutte, hanno il colore del mare e del sole. Non riesco a vivere un giorno senza andarci, c’è un attaccamento che ha quasi del morboso, ma in fondo credo sia così per tutti quelli che nascono e crescono in questo posto.
Qui il mare non è solo acqua blu salata. È una cultura, è amore. Quando hai un problema e ne parli con qualcuno del posto, il consiglio che ricevi è sempre lo stesso: andare a mare. Come se fosse miracoloso, come se fosse una cura. Lo sanno tutti che è rilassante, che ti distende, che basta sederti sulla sabbia e guardarlo per stare subito un attimo meglio. E se proprio non ci riesci, se proprio stai male, quelle onde hanno la capacità di farti sentire meno sola. Il loro suono sembra musica, quel colore, quella luce ti riempiono gli occhi di cose belle.

Tra le onde e la sabbia, quest’anno ho conosciuto persone che presumo siano meravigliose. Scambiamo qualche parola in acqua, ci raccontiamo un po’ delle nostre vite. Li ammiravo da un po’ per la loro compostezza, la loro armonia, la loro pacatezza. Tutte qualità proprie di chi, pensavo ingenuamente, avesse vissuto bene la propria vita. Invece ho scoperto che anche loro hanno sofferto, lottato contro grandi mali, vinto battaglie importanti. Adesso li stimo ancora più di prima, cercando di fare tesoro delle belle sensazioni che mi stanno lasciando addosso. Mi basta guardarli parlare tra loro, fare le cose che fanno tutti ma con quel sorriso in più che li rende meravigliosamente diversi, per rilassarmi anche io un po’.

Le vostre vacanze come procedono? Io ho deciso di prolungare le mie ancora per un po’, rinunciando (spero senza futuri ripensamenti) a quella buona idea di preparare quell’esame che tanto odio. È che ogni tanto mi perdo e di conseguenza ho bisogno di cercarmi. Forse sono riuscita a ritrovarmi con un po' di salsedine addosso.

martedì 21 agosto 2012

La mattina dei ricordi

L’una di notte, il cellulare squilla. È un messaggio di F., la mia amica mezza atleta. Chiede se domani mattina, cioè tra poche ore, ci vediamo per una camminata/corsa. Non mi tiro indietro, accetto volentieri.
Alle sette la mia amica è sotto casa, ad aspettarmi. F. è alta almeno un metro e ottanta, ha le gambe molto lunghe, gioca a pallavolo da almeno dieci anni. Ha il passo veloce, ma in qualche modo riesco a starle dietro. Incontriamo la solita gente: vecchi prof del liceo, turisti fissati con lo sport, anziani che sembrano sul punto di essere colti da un infarto per l’eccessivo sforzo.
Un’ora dopo siamo stremate, decidiamo che per quella mattina abbiamo dato abbastanza.

F. propone un caffè in piazza,io la guardo allibita. Siamo in condizioni pietose: pantaloncini, scarpe da ginnastica, maglietta di Slash di mio fratello e capelli raccolti. Senza contare il bagno di sudore in cui ci troviamo e i residui del trucco di qualche ora prima. Mi lascio convincere, perché tanto “chi vuoi che ci sia in piazza, alle otto del mattino, in pieno agosto?”. Ci sarà al massimo qualche ubriaco che non è stato in grado di tornarsene a casa a dormire.
Approdiamo in piazza ed effettivamente, a parte qualche vecchio che legge il giornale, non c’è molta gente.
Ci avviciniamo al bar, un cameriere mi chiama per nome, sposta la sedia e dice di accomodarmi.
Avrà la mia età, mi sembra di non averlo mai visto prima. Non riesco a spiegarmi come faccia a sapere il mio nome, eppure mi parla con tono confidenziale. Chiede come sto, che ci faccio lì a quell’ora. Io rispondo, lo guardo con espressione un po’ interrogativa.
Ma tu chi sei? Ci conosciamo?”.  Non posso continuare a parlare  così con una persona che mi conosce ma che io non ho mai visto prima.
E certo che ci conosciamo. Dice di essere M., il mio vecchio compagno di classe delle elementari.
Possibile mai? Esiste ancora? E dove è stato tutto questo tempo?

Non lo vedo dalla quarta elementare, quando sua madre decise di mandarlo in collegio, con la speranza che almeno lì riuscissero a dargli un po’ di educazione. E a guardarlo bene mi sa che quell’esperienza è stata un po’ un fallimento. Ha due piercing in faccia, un tatuaggio grande sul braccio, parla gridando, sembra che si sia fumato una canna già alle otto del mattino.
Bevo il mio caffè, pago, torno a casa.

Mia madre è già al top dell’attivo, non so dove trovi tutta l’energia che ha addosso. Era intenta a pulire il garage, con un sacco enorme per la spazzatura accanto. Salgo in casa, faccio la mia doccia, mangio il mio yogurt con i soliti cereali dentro. Mia madre intanto torna, mi dice che giù in garage ha trovato delle cose risalenti a quando ero piccola, me le ha lasciate in camera.
Sono curiosa, vado a vedere subito. C’è una bambola senza vestiti, con i capelli scompigliati e un orecchino solo. Me l’avevano regalata i miei per una pagella, quando avevo circa sette anni. A contatto con l’acqua, la treccia colorata che aveva in testa cambiava colore. Era quella la caratteristica che la distingueva dalle altre bambole comuni.

Poi c’era un quaderno, la cui copertina non mi rimandava a nessun ricordo. Forse era di mia sorella …
Lo apro e invece c’è il mio nome. Lo sfoglio e realizzo che quello era il quaderno della prima elementare, con le pagine piene delle lettere dell’alfabeto, scritte grandi, con la penna cancellabile blu.
La prima elementare per me fu un trauma. I miei mi mandarono a scuola a cinque anni appena compiuti, feci la classica primina. La mia insegnante era una suora, proprio come le mie maestre dell’asilo.
Era cattiva, di quelle che usavano dare le punizioni. Non sapeva dove stesse di casa quella dolcezza che sarebbe opportuno utilizzare con dei bambini. Quando facevi dei dettati impeccabili, ti appuntavano sul grembiule bianco una spilla grande con i colori della bandiera dell’Italia. Un giorno la portai a casa anche io, i miei genitori mi fecero una foto che poi uscì troppo scura per essere un minimo comprensibile.

Sfoglio un altro po’ quel quaderno, guardo pagina per pagina e penso che in fondo è nato tutto da lì. I miei temi della scuola, gli appunti che prendo a lezione, la lista della spesa o le cose che segno in agenda trovano la loro fonte primaria in quell’anno di primina, in quelle pagine piene di letterine grandi.
Penso che la suora sarà stata una donna cattiva, acida come non so cosa, ma almeno mi ha insegnato a leggere e scrivere. In realtà ho scoperto solo ora che ci costringeva anche a scrivere cose strane sui quei quaderni, cose che solo una suora può obbligarti a scrivere.
Guardate, guardate.
Vorrei vedere le vostre facce adesso.
 
E vi risparmio il dettato sul mercoledì delle ceneri...

mercoledì 15 agosto 2012

Buon Ferragosto

Un divano diviso con un Gatto nero che dorme ai miei piedi, nella stanza più fresca e silenziosa della casa,la pelle ancora calda del sole preso in mattinata, il colorito di una brasiliana, un imbarazzante vestitino con la angurie rosse a forma di cuore, la pancia tragicamente piena delle buone pietanze delle cuoche di casa, due maledetti chili in più rispetto ad un mese fa, un cellulare che non squilla da un po’ al mio fianco: ecco, questo è il mio Ferragosto. Per il resto della giornata è previsto, in ordine: un aperitivo in un posto possibilmente poco affollato, un cinema all’aperto e il seguito è un mistero. Sono nella mani dei miei amici, chi lo sa cosa hanno in mente di fare. Ho proposto loro un bagno di mezzanotte che si tramuterà magicamente in bagno delle tre di notte, visti i nostri orari soliti. Quest’anno non ho ancora provato il brivido dell’immergersi in acqua a notte fonda e del godersi il mare nero.

Di solito passavo il Ferragosto nella casa in campagna, con papà. Preparava la griglia sulla quale arrostiva la carne, da mangiare rigorosamente con il chimichurri di sopra, all’argentina. Tutto ciò fino a due anni fa, dopo di che il nulla.

Oggi la spiaggia era fin troppo affollata di turisti, il mare calmo al punto giusto. Ero intenta a prendere il sole, sdraiata sul mio telo, immersa in quei pensieri di troppo, quando ho sentito una bambina urlare e piangere come se chissà cosa le avessero fatto. A quanto pare era stata vittima di una medusa, la poveretta. Urla a non finire, pianti isterici, forse più per lo spavento che per il dolore, tutto ciò per almeno tre quarti d’ora. Segue dunque la caccia alla medusa assassina, avvenuta per opera di un tizio che, armatosi di materassino rosa, paletta e secchiello di Hello Kitty, ha iniziato la sua impresa.
Caccia durata un quarto d’ora circa, conclusasi con il suddetto eroe che sbarca a riva orgoglioso di se stesso e  depone il cadavere della medusa in spiaggia, intorno al quale, in un tempo pari a neanche due minuti, si riunisce un capannello di gente in costume da bagno che si abbandona a commenti idioti e qualunquisti di ogni tipo.
Infine i genitori della bambina vittima della medusa (che intanto non ha smesso di urlare) decidono di far vedere alla loro pargola l’autore del misfatto. Si avvicinano al corpo e le dicono “Vedi, Gaia, è lei che ti ha fatto la bua!”. E fu così che magicamente Gaia smise di piangere, con sommo gaudio della sottoscritta.

Ecco, questo è il resoconto del mio Ferragosto vissuto fino alle cinque del pomeriggio. Avvincente come non so cosa.
Il Gatto si è svegliato, si è stiracchiato, mi ha guardata ed è tornato a dormire. Il caffè è pronto. Col vostro permesso,io vado a berlo e ve ne offro virtualmente una tazzina.
Buon Ferragosto!

PS: il mio vicino di casa continua a far festa. Ve lo dico, così, per cronaca. 

sabato 11 agosto 2012

Gossip estivi sul mio vicino di casa

Qualche settimana fa, quando a casa c’erano ancora le mie amiche dell’università, è tornato ad abitare al piano di sopra il mio vicino di casa. Ce ne siamo accorti a causa del rumore che ha fatto, tra spostamenti di mobili vari e passi pesanti.
Mia madre ha avuto la prontezza di avvisare le mie amiche di possibili “rumori molesti”, considerando che la camera da letto del mio vicino è proprio sopra la mia (dove, appunto, dormivano anche loro).
Tra una battuta e l’altra, la questione sembrava essere finita lì. Le mie amiche ovviamente hanno capito subito di che “rumori molesti” si trattasse, ma immagino che un’ora dopo avessero già dimenticato la cosa.

Quella sera tornammo a casa tardi, saranno state le quattro. Era la loro ultima sera qui, tra l’altro. Brindammo in cucina con una vodka al melone orrenda trovata per caso in casa e un succo di frutta di cui non ricordo neanche il gusto (per la cronaca: ne venne fuori una bevanda terribile. Per migliorare il sapore, ci inzuppammo dentro i biscotti della colazione. Ma non ditelo a nessuno) e andammo a letto che era quasi l’alba. Appena misi testa sul cuscino mi accorsi di “rumori strani” provenienti dal piano di sopra, ma il sonno era talmente tanto che mi addormentai comunque, salvo svegliarmi poco dopo per l’eccessivo trambusto correlato da gridolini di ogni tipo.

Inutile dire che la mattina dopo i commenti tra me e le mie amiche si sono sprecati. Mi ero dimenticata di dire loro che il vicino di casa è un uomo di circa sessanta anni, con il fascino pari a quello del piede pieno di vesciche di chi ha camminato, ad agosto, sotto il sole un’intera giornata con le scarpe da ginnastica e i calzini di lana. Loro se l’erano immaginato un tantino diverso e gli indizi vari, effettivamente, lasciavano presagire tutt’altro.

Qualche giorno dopo ancora, di ritorno da una camminata delle sette del mattino (di quelle chilometriche che ti fanno tornare a casa in un bagno di sudore), mi sono ritrovata per le scale il suddetto vicino di casa. Era al massimo del suo splendore: mezzo centimetro di capelli in testa, petto nudo, pancia cascante , bermuda arancioni, un po’ sudaticcio. Un uomo da sposare insomma.
Allegro come sempre, mi ha salutato con un “Salve signorina” e un mezzo inchino.

Nella tarda notte tra sabato e domenica della settimana scorsa ha dato il meglio di sé. Un trambusto mai sentito prima: era tutto un cigolio e urla della giungla assurde. Immagino sia stata la sua migliore performance degli ultimi tempi.

Ma direi che è arrivato il momento di soffermarsi anche sulla sua partner. Una donna ogni anno diversa. Ero rimasta ad una di colore, quest’anno invece noto che è cambiata di nuovo. Una brasiliana, presumo. Ho avuto modo di “conoscerla” ieri mattina, quando la moto del latin lover era parcheggiata talmente tanto male da non riuscire ad uscire con la macchina. Ergo ho dovuto suonare al citofono del vicino, sperando che fosse in casa. Mi ha risposto una vocina strana, di donna.
“Amooo? Sei tu?”.
Non so come ho fatto a non scoppiare a ridere. Vi risparmio il seguito della vicenda, perché è qualcosa di veramente penoso.

Sto meditando di lasciargli un regalo sullo zerbino, a fine agosto, prima di tornare in città. Un pacchetto anonimo con dentro un paio di cose. In primis uno Svitol, per il cigolio del letto. Così risolviamo almeno la questione di questo tipo di rumore. Poi il libro “Cinquanta sfumature di grigio”, perché a quanto pare è ottimo per prendere spunti particolari, quindi apprezzerebbe senza dubbio (chissà se non l’ha già letto …). In realtà,c’è chi mi suggerisce anche una scatola di viagra, che nel suo caso immagino non guasti mai.

… Inutile dirvi che non avrò mai il coraggio di fare una cosa del genere. 

sabato 4 agosto 2012

Less is more

Le vacanze procedono bene, la mia ustione migliora e spero che non mi rimangano cicatrici varie. Vivo le giornate alla leggera; i miei bisogni primari sono dormire, mangiare e andare al mare. Credo di passare più tempo in spiaggia che a casa e il mio colorito ne è la conferma.
Le mie giornate iniziano molto presto con una lunghissima passeggiata al mare (chi l’avrebbe mai detto) con una delle mie più grandi amiche. È bello vedere la spiaggia vuota, gli ombrelloni chiusi, la quiete prima del caos, i gestori dei vari lidi sistemare tutto per la giornata che inizia. Dare il buongiorno al mare prima che a chiunque altro è appagante.
Poi una doccia, una colazione abbondante in terrazza, qualche altra ora di sonno e poi di nuovo in spiaggia, fino a che la pelle riesce a sopportare sole e salsedine. Mi piace stare in silenzio, stesa sul mio telo o seduta in riva. Mi piace riposare la mente in questo modo. Prediligo le spiagge poco affollate, senza curarmi del fatto di dover fare troppi passi per arrivarci. Odio le spiagge private, quelle file di ombrelloni troppo ordinati per essere vissuti alla leggera. Per me mare è piantare l’ombrellone dove capita, alla giusta distanza dai vicini. Mi infastidisce chi fa lunghi discorsi ad alta voce o tiene la suoneria del cellulare alta. Per me è un posto sacro, al pari di una chiesa.
Esco di casa con il minimo indispensabile. Le mie maxi borse da città strapiene di ogni cosa sono diventate minuscole pochette dove mettere giusto il cellulare, la carta d’identità e pochi spiccioli. Ho riposto il portafoglio in un cassetto della mia stanza, trovo che tutte quelle tessere siano superflue e sia inutile portarle ovunque.
Adoro i vestiti leggeri e colorati, i sandali comodi, i capelli raccolti e lo smalto rosso. Nonostante sia un’appassionata di accessori vari (avrò messo in valigia una trentina di pezzi tra collane, bracciali e simili, con conseguente eccessivo peso inutile), sto mettendo solo delle perline bianche ai buchi delle orecchie. Ho eliminato anche il trucco dal viso, il massimo che mi concedo è una passata di mascara.
Sembro un’altra, mi sento diversa rispetto ad un mese fa, rispetto a questo inverno.
Sono leggera. E vivo meglio così.