L’una di notte, il cellulare squilla. È un messaggio di F., la mia amica mezza atleta. Chiede se domani mattina, cioè tra poche ore, ci vediamo per una camminata/corsa. Non mi tiro indietro, accetto volentieri.
Alle sette la mia amica è sotto casa, ad aspettarmi. F. è alta almeno un metro e ottanta, ha le gambe molto lunghe, gioca a pallavolo da almeno dieci anni. Ha il passo veloce, ma in qualche modo riesco a starle dietro. Incontriamo la solita gente: vecchi prof del liceo, turisti fissati con lo sport, anziani che sembrano sul punto di essere colti da un infarto per l’eccessivo sforzo.
Un’ora dopo siamo stremate, decidiamo che per quella mattina abbiamo dato abbastanza.
F. propone un caffè in piazza,io la guardo allibita. Siamo in condizioni pietose: pantaloncini, scarpe da ginnastica, maglietta di Slash di mio fratello e capelli raccolti. Senza contare il bagno di sudore in cui ci troviamo e i residui del trucco di qualche ora prima. Mi lascio convincere, perché tanto “chi vuoi che ci sia in piazza, alle otto del mattino, in pieno agosto?”. Ci sarà al massimo qualche ubriaco che non è stato in grado di tornarsene a casa a dormire.
Approdiamo in piazza ed effettivamente, a parte qualche vecchio che legge il giornale, non c’è molta gente.
Ci avviciniamo al bar, un cameriere mi chiama per nome, sposta la sedia e dice di accomodarmi.
Avrà la mia età, mi sembra di non averlo mai visto prima. Non riesco a spiegarmi come faccia a sapere il mio nome, eppure mi parla con tono confidenziale. Chiede come sto, che ci faccio lì a quell’ora. Io rispondo, lo guardo con espressione un po’ interrogativa.
“Ma tu chi sei? Ci conosciamo?”. Non posso continuare a parlare così con una persona che mi conosce ma che io non ho mai visto prima.
E certo che ci conosciamo. Dice di essere M., il mio vecchio compagno di classe delle elementari.
Possibile mai? Esiste ancora? E dove è stato tutto questo tempo?
Non lo vedo dalla quarta elementare, quando sua madre decise di mandarlo in collegio, con la speranza che almeno lì riuscissero a dargli un po’ di educazione. E a guardarlo bene mi sa che quell’esperienza è stata un po’ un fallimento. Ha due piercing in faccia, un tatuaggio grande sul braccio, parla gridando, sembra che si sia fumato una canna già alle otto del mattino.
Bevo il mio caffè, pago, torno a casa.
Mia madre è già al top dell’attivo, non so dove trovi tutta l’energia che ha addosso. Era intenta a pulire il garage, con un sacco enorme per la spazzatura accanto. Salgo in casa, faccio la mia doccia, mangio il mio yogurt con i soliti cereali dentro. Mia madre intanto torna, mi dice che giù in garage ha trovato delle cose risalenti a quando ero piccola, me le ha lasciate in camera.
Sono curiosa, vado a vedere subito. C’è una bambola senza vestiti, con i capelli scompigliati e un orecchino solo. Me l’avevano regalata i miei per una pagella, quando avevo circa sette anni. A contatto con l’acqua, la treccia colorata che aveva in testa cambiava colore. Era quella la caratteristica che la distingueva dalle altre bambole comuni.
Poi c’era un quaderno, la cui copertina non mi rimandava a nessun ricordo. Forse era di mia sorella …
Lo apro e invece c’è il mio nome. Lo sfoglio e realizzo che quello era il quaderno della prima elementare, con le pagine piene delle lettere dell’alfabeto, scritte grandi, con la penna cancellabile blu.
La prima elementare per me fu un trauma. I miei mi mandarono a scuola a cinque anni appena compiuti, feci la classica primina. La mia insegnante era una suora, proprio come le mie maestre dell’asilo.
Era cattiva, di quelle che usavano dare le punizioni. Non sapeva dove stesse di casa quella dolcezza che sarebbe opportuno utilizzare con dei bambini. Quando facevi dei dettati impeccabili, ti appuntavano sul grembiule bianco una spilla grande con i colori della bandiera dell’Italia. Un giorno la portai a casa anche io, i miei genitori mi fecero una foto che poi uscì troppo scura per essere un minimo comprensibile.
Sfoglio un altro po’ quel quaderno, guardo pagina per pagina e penso che in fondo è nato tutto da lì. I miei temi della scuola, gli appunti che prendo a lezione, la lista della spesa o le cose che segno in agenda trovano la loro fonte primaria in quell’anno di primina, in quelle pagine piene di letterine grandi.
Penso che la suora sarà stata una donna cattiva, acida come non so cosa, ma almeno mi ha insegnato a leggere e scrivere. In realtà ho scoperto solo ora che ci costringeva anche a scrivere cose strane sui quei quaderni, cose che solo una suora può obbligarti a scrivere.
Guardate, guardate.
Vorrei vedere le vostre facce adesso.
E vi risparmio il dettato sul mercoledì delle ceneri...