"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

sabato 19 gennaio 2013

Memorie - Delusione

Delusione. Una parola di media lunghezza. Nove lettere, una dietro l’altra. Poco più lunga di speranza, ma sempre più corta di frustrazione.
A pronunciarla ci metto un istante, a metabolizzarla di più.
La delusione ha il sapore di una bastonata sulla schiena quando sei in piedi a guardare le stelle.
La delusione è quella mano cattiva e violenta che ti svuota il sacco pieno di buoni propositi.
La delusione è quello sguardo di ghiaccio, quel no con la testa, quella penna che scrive quello che non avresti mai pensato.
E’ una croce sopra le fatiche costate care. È piegarsi, è cadere a terra.
È sbattere la testa contro il muro quando correvi verso il tuo obiettivo.
La delusione è quella cosa che ti porta a trascorrere mezza giornata tra letto e divano, con gli occhi gonfi e il mal di testa perché hai pianto troppo, neanche fosse successa una tragedia.
La delusione sa di fallimento.
La delusione è un fallimento.

Hai fallito. Game over.

No, aspetta.
Guardalo il bicchiere, quando le lacrime sono finite e la vista torna chiara.
Guardalo, quel maledetto bicchiere, quando ritorni tu ad essere Chiara.
Lo vedi?
Non è vuoto. È pieno, anche se solo per metà.

È pieno, sì. Dentro, in fondo, c’è di tutto.
Ci sono gli amici che ti hanno tempestato di telefonate e messaggi. Quelli vecchi e quelli nuovi. C’è tua sorella che vale più dell’oro di tutto il Mondo messo insieme.
Le persone che ti vogliono bene, quelle che credono in te. Quelle che sanno quanto vali, come sei.
Sono i tuoi fedeli spacciatori di forza.

E allora sì. Fatemi rimanere un altro po’ tra il letto e il divano, col plaid rosso addosso. Ché io si sa, tremo sempre un po’ per il freddo …
Tra un po’ mi alzo, ve lo prometto. Mi sciacquo la faccia con l’acqua gelata e torno in me.
E se non dovesse bastare, mi prendo anche a schiaffi un po’. Così mi devo riprendere per forza.
Al massimo ci dormo su, magari la notte porta consiglio e cura tutti i mali.

E poi domani ricomincio da capo. Butto via tutto, nella differenziata.
Differenzio sempre tutto io. Le bottigliette nel cesto della plastica, le pagine scritte a penna che non servono più in quello della carta, insieme alle riviste lette.
Questa volta uso dei contenitori diversi.
Quello sguardo di ghiaccio lo getto nel nero, insieme a quelle cose che più passa il tempo e più fanno schifo per il fetore che emanano. È lì il suo posto, lo sanno tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui.
Quelle carte inutili finiscono nel blu. Ma prima di gettarle via le spezzo bene. Le strappo, ad una ad una.
Ed ogni volta che sentirò un foglio farsi a mille pezzi proverò un brivido di piacere, lungo la stessa schiena che la delusione ha preso a bastonate, all’improvviso.
Farò tutto con calma, lentamente.
Metterò qualcosa di pesante addosso - per non tremare- ed uscirò di casa.

E sono sicura di una cosa.
Sono sicura che quando rientrerò, quel bicchiere sopra al tavolo bianco e nero tornerà ad essere pieno.
Sì, proprio quello che stava per rovesciarsi nella caduta, quello di vetro, quello che stava per frantumarsi in mille pezzi.
Ci vuole pazienza.
Ci vuole un respiro profondo per non impazzire (cit.).


[E' un periodo un po' più pieno e incasinato del solito. Passerò dai vostri blog, poco alla volta. Promesso!]

lunedì 14 gennaio 2013

Quando non hai voglia di studiare

Quando non hai voglia di studiare tutto acquista un certo interesse.
Tutto, eccetto quei cosi rettangolari che stazionano sulla scrivania, spessi e pesanti quanto un blocco di cemento armato.
Si chiamano libri.
Libri.
Sono esseri inanimati. Non respirano, non vivono, non muoiono, al massimo si riproducono. A me,però, sembra che i miei parlino. Mi sembra di sentirli urlare "Studiami, ca***", con la stessa benevolenza, simpatia, affetto e dolcezza con cui De Falco invitava -circa un anno fa- capitan Schettino a tornare a bordo.

Quando non hai voglia di studiare ti ritrovi, quasi senza accorgertene, in cucina, davanti alla dispensa, a controllare quanta pasta c'è in casa. Senza un perchè. Senza un motivo fondato che giustifichi la tua azione.
Oppure ti ritrovi a guardare fuori dalla finestra, notare che c'è il sole e metterti a canticchiare "Here comes the sun tututu..." seguito da un quasi impercettibile movimento di capo, da destra a sinistra, a ritmo del motivetto che stai proponendo alle quattro mura della tua camera.

Quando non hai voglia di studiare non c'è ragione che tenga: ignorerai i libri per almeno mezza giornata, in attesa di tempi migliori che speri arriveranno presto.
E intanto ci sarà un pensiero fisso, nell'attesa, a tenerti compagnia: quello che l'esame è alle porte, che o studi o puoi anche ritirare la tua prenotazione.

Quando non hai voglia di studiare importuni la tua convivente con argomenti demenziali o le racconti qualche gossip dell'ultima ora. O peggio ancora, quando proprio va male, vi perderete insieme tra riflessioni esistenziali pensanti, impegnative ma sempre più interessanti del contenuto delle pagine di quei blocchi di cemento armato di cui sopra.
La certezza, in ogni caso, è una e una sola: se non ha voglia di studiare una, non l'avrà neanche l'altra.

Quando non hai voglia di studiare, fattene una ragione.
Spera che passi presto.
E intanto, per non perdere tempo e per sentirti la coscienza un po' più pulita, mettiti -scusate il giro di parole- a fare pulizie in casa. E' uno dei dieci comandamenti dello studente fuori sede.

martedì 8 gennaio 2013

Lettera a ... (3)

Tremavo dal freddo quando sono uscita dall'aula studio col mal di testa e il peso dei libri su una spalla. Il cellulare in mano, perchè sapevo che avresti chiamato.
Puntuale come un orologio svizzero, adesso.
Sai che sono sola. So che tu lo sei adesso. So che puoi parlare, anche se solo per cinque minuti, perchè il tragitto è breve, perchè poi dovrai fare i conti con chi controlla i tuoi traffici.

Cinque minuti bastano.
Bastano per buttarmi addosso un po' del tuo mondo, un po' di quei tuoi problemi che sono anche i miei. Bastano per farmi capire che certe situazioni sono pesanti anche per chi ha le braccia forti o fa finta di averle.

Tremavo quando mi dicevi quelle cose a piccole dosi.
Ti ho risposto, a bassa voce.
Non hai capito e te l'ho ripetuto.
Come se ripetere due volte lo stesso concetto aiuti a qualcosa...

E' rimasto un minuto, un minuto solo.
Mi basta anche solo questo per dirti di nuovo che non mi piace, per cercare di farti aprire gli occhi, di svegliarti.
Te lo ripeto con delicatezza, cerco di trovare le parole giuste.
Ma sono anni che te lo dico, con tutte le parole del mondo.

Tremavo quando ho chiuso il telefono.
Pensavo ancora una volta alla felicità sprecata, a quella che non abbiamo vissuto.
Alla felicità che ci è stata negata o che ci siamo negati da soli.
Dipende dai punti di vista, dipende da che angolazione guardi la situazione.
Penso alle belle cose che ci siamo persi.

Penso al 24 dicembre, quando mi hai visto e mi hai abbracciato forte.
Quant'è bello vederti...
Ti sei stupito, ti sei accorto solo ora dei cambiamenti.
Te ne sei accorto solo adesso che sono lampanti.

E' stata questione di istanti.
Ho visto i tuoi occhi lucidi. Mi vuoi bene, ti voglio bene.
E' giusto così. E' normale così.

E vorrei aiutarti, ma non so come.
Vorrei che tu aiutassi me, perchè non è vero che sono forte.
Sono fragile come un bicchiere di vetro sottile, ma nessuno lo capisce.
Tremo quando fa freddo, mi fa male la testa dopo giornate come questa.
Passo il tempo alla ricerca di qualcosa che riempia i miei vuoti.

Torno a casa, nel silenzio. Sono sola. Non accendo la tv, non ascolto musica.
Scrivo le parole che non ti ho detto. Scrivo che ti voglio bene. Scrivo che non so cosa fare. Scrivo che una soluzione, da qualche parte, deve pur esserci.

A tutto c'è una soluzione.
Troviamola.
Troviamo la meno dolorosa.

domenica 6 gennaio 2013

Marco e Giorgia

Tra la folla di gente valigia-munita vedo lui. Basso, con la barba incolta, un cappello di lana ridicolo in testa. Gli occhiali da vista, i jeans larghi e scoloriti.
Sembra un puffo.
Fuma una sigaretta in pochissimo tempo. Questo avvicinarla e allontanarla freneticamente dalla bocca ed emettere una nuvoletta di fumo al secondo lo rende ancora più ridicolo.
E' così piccolo che potrebbe benissimo entrare dentro la sua valigia e starci anche abbastanza comodo.
E' incredibilmente strano: c'è qualcosa nei suoi movimenti che lo rende simpatico e buffo.

Mezz'ora dopo siamo seduti uno vicino all'altro, pronti a vivere questa sorta di viaggio della speranza insieme. Come di consueto, si inizia a parlare.
Il tipo buffo e ridicolo ha un nome, si chiama Marco e fa l'insegnante di lettere in una scuola superiore di una città del nord Italia. Ha 37 anni, anche se io gliene avrei dati poco più di 25. Vive da 15 anni lontano dalla sua - e nostra-  terra.
Parla piano, Marco. Una voce tranquilla, rassicurante.

Anche lui è tornato a casa per le feste. Ama la grande città in cui vive, si ritiene molto fortunato ad avere il tanto ambito posto fisso.
Penso sia uno di quei giovani insegnanti pieni di passione per il proprio lavoro. Lo immagino spiegare qualche autore della letteratura italiana, davanti ad una classe di adolescenti annoiati. Immagino un Marco vestito ridicolo come stasera, andare a lavorare in bici, camminare velocemente tra i corridoi della sua scuola. Fare una firma svolazzante sul registro, parlare ai suoi alunni della sua terra.

L'argomento principale della nostra conversazione è proprio lei: la nostra odiata quanto amata terra. Quel posto pieno di persone difettose, bello come nessun altro al mondo.
La amiamo entrambi, anche se il pensiero di doverci tornare definitivamente ci suona come una condanna a morte.
Nelle sue parole ho rivisto me stessa.

Quando torna a casa, Marco fa il giro delle strade che lo hanno visto crescere, per vedere se è cambiato qualcosa. Ci mette un po' ad ambientarsi di nuovo, ma quando realizza di essere finalmente in quel posto chiamato casa, sfrutta tutti i momenti che ha a disposizione per goderselo bene.
E allora Marco incontra gli amici, i parenti, va a passare le serate nei posti della sua adolescenza. Va a correre nei parchi, al mare. Respira a pieni polmoni quell'aria familiare.
Un'ora prima di partire è andato a mangiare un pezzo di pizza nella sua pizzeria preferita. Poi è andato a mangiare la focaccia col rosmarino al forno sotto casa, il cui proprietario l'ha visto crescere. E per finire ha mangiato un dolce con la crema che fanno solo qua.
Due ore prima di partire è andato a correre, nonostante il freddo.

Marco è come me. Prima di partire deve salutare tutto e tutti.

Ha bisogno di un attimo di tempo per fare le cose che adora fare, che lo fanno sentire a casa.
Ha bisogno della corsa come io ho bisogno di camminare sul lungomare.
Ha bisogno di mangiare la sua pizza come io ho bisogno di mangiare la mozzarella con la carta bianca e rossa.
Ha bisogno di tutto questo perchè altrimenti non si sente pronto per partire.

Come me e come Marco è anche un'altra ragazza.
Si chiama Giorgia, ci ha sentiti parlare e ha voluto dire la sua.
Giorgia è alta e bionda. Slanciata, le gambe lunghissime che non riescono a stare nel posto stretto. Ha 29 anni, lavora in un'altra grande città.
Il suo sogno è trasferirsi all'estero perchè l'Italia l'ha scocciata. La delude in continuazione, non le dà quello che cerca. E quindi spera di scappare al più presto. Spera di vivere un po' di anni fuori, poi magari tornare.

- Tornare dove? Nella nostra terra o nella città dove lavori adesso?
- Nella seconda, ovviamente.

Giorgia non vuole tornare a casa.
Questo posto va bene solo per le vacanze.

Questo posto è di una bellezza disarmante. Una bellezza che non si può spiegare a parole. E non so se siamo noi a considerarlo tale perchè è la nostra culla o è un posto oggettivamente bello. Non so spiegarvelo, non saprei darvi una risposta.
Sarà bello per tutti,forse. Ma per noi lo è di più.

Un posto bello, un posto chiamato casa.
Un posto da cui però tutti vogliono scappare.
E' un'ingiustizia, l'ennesima.