"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

martedì 26 marzo 2013

Un tempo, quando ero piccola

Piove ancora, piove anche oggi.
Montgomery, ancora. Con la cerniera tirata su fino al collo. E poi la sciarpa di lana, quella che la mia amica mi ha regalato per Natale. Ha scelto la lana più morbida, quella più calda e ha chiesto a sua madre di fare una sciarpa per me. Un regalo gradito, utile. Un regalo che porto sempre con me da mesi, nonostante la mia collezione conti ormai quasi una trentina di pezzi.
E con la sciarpa gli stivali.
E con gli stivali, l’ombrello rosso.

Di fretta, anche oggi.
Inizio a pensare che la fretta sia soltanto un mio stato mentale. Il camminare per strada velocemente come se stessi per perdere il treno della mia vita, quei passi svelti uno dietro l’altro. Sono un razzo, è difficile starmi dietro. E per me è difficile stare dietro agli altri, quella gente normale che cammina come tutti i comuni mortali.
Forse non sono mai realmente in ritardo, ma nonostante questo faccio sempre tutto di fretta, complice l’orologio che ho al polso, le cui lancette sono perennemente spostate qualche minuto avanti.

Devo sistemare l’orario, mettermi in regola con il Mondo.
Me lo ripeto spesso, ma non lo faccio mai. Potrei alzarmi dal letto, adesso. Raggiungere il mobile sotto lo specchio, afferrare l’orologio e sistemarlo. Invece me ne sto qui, al caldo sotto il plaid rosso, nel silenzio di questa casa ormai solitaria.

Un quarto d’ora a piedi e sono a destinazione, al lavoro. La gente normale impiegherebbe mezz’ora o venti minuti a percorrere lo stesso mio tragitto.
Saluto i colleghi, tolgo gli strati di lana che mi hanno protetta dal freddo stamattina. Qui dentro si muore di caldo, ci saranno trenta gradi almeno.
Mi svesto velocemente, di fretta.
Chissà che pensano di me qua dentro. Sono la solitaria, silenziosa Chiara. Quella che apre bocca solo per dire “Ok”,oppure “va bene”, o al massimo “certo, lo faccio subito”.

Passo dalla stanza piccola, dove c’è la scrivania di uno dei responsabili. Con lo sguardo vado dritta nella scatola dei documenti da posare, dritta al mio obiettivo. Mi accorgo qualche istante dopo essere entrata nella stanza di una presenza anomala. È una bambina, seduta alla scrivania. I capelli ricci e scuri, il viso tondo e le guance rosse. I piedi non le arrivano al pavimento. Sta seduta, muove le gambe nel vuoto. Prima una,poi l’altra. Un moto perpetuo.

E questa cosa ci fa qua? Da dove viene?
La saluto, le sorrido. È una sorpresa piacevole. Si chiama Serena e penso proprio sia figlia di qualcuno che lavora qui.
Sistemo i documenti nelle loro cartelle, quando ho finito entra G., il collega quarantenne superconcentrato, quello che dopo dieci giorni di lavoro insieme mi ha rivolto un “Scusa, ma tu come ti chiami chè non mi ricordo il tuo nome?”.
Ecco, il mio nome non me l’aveva mai chiesto prima.

Serena è la sua bambina. Non le somiglia affatto. Quindi è la stessa che si vede nel desktop del suo computer, a meno che non sia qualche sorella piccola. Starà qui qualche ora, parcheggiata in questa scrivania ad annoiarsi un po’, per poi essere prelevata da qualche familiare e portata in un altro posto.

Passo il tempo successivo a lavorare con G., in silenzio. Lui ordina, io eseguo.
Ogni tanto lancio uno sguardo alla piccola Serena. Disegna su un foglio bianco. Non ha i colori e quindi usa gli evidenziatori dell’ufficio. Non ho idea di cosa stia creando la nostra piccola artista. Certo è molto impegnata.

Serena mi ricorda me, anni e anni fa. Quando ero piccola mi piaceva andare nell’ufficio con papà. Mi ci portava ogni tanto, quando era in servizio di pomeriggio e sapeva che il lavoro sarebbe stato un po’ meno del solito.
Mi sistemavo anche io in un angolo, su qualche scrivania non occupata dai suoi colleghi. Prendevo qualche foglio di carta e mi dilettavo a disegnare e colorare con tutto quello che trovavo nel portapenne. Le mie improbabili opere d’arte venivano regalate ai colleghi di papà, con tanto di stupore, gioia e ringraziamenti. Probabilmente qualche ora dopo erano già nella spazzatura, insieme a chissà cos’altro. Negli anni novanta non si faceva la differenziata.

Quando mi scocciavo, andavo nel giardinetto vicino all’edificio dove lavorava. C’erano delle giostre: uno scivolo, l’altalena, un dondolo. La mia preferita era l’altalena, mi piaceva volare in quel modo. Lo scivolo un po’ mi faceva paura. Prima la scaletta, dovevo star attenta a mettere i piedi nel posto giusto. Poi arrivavo in cima, mi sedevo e da lì si arrivava in un attimo in fondo. Quel momento in cui dovevo abbandonarmi a me stessa e scivolare giù, un po’ mi spaventava.

Quando papà andava in pausa, lo accompagnavo al bar. Un caffè per lui, un succo di frutta per me.
E poi di nuovo dentro, fino all’ora di chiusura.

Serena però sembra annoiarsi, adesso. Forse non vede l’ora di uscire da qui, forse non le piacciono gli evidenziatori azzurri. Non piacciono neanche a me.
Quando vengono a prenderla, la piccola sembra contenta di andar via. Si veste velocemente, dà un bacio al padre, poi si gira verso di me e mi saluta.
Ricambio, le sorrido.

Ciao Serena. Mi hai fatto ricordare di quando ero piccola.




lunedì 4 marzo 2013

Matteo,o Mattia

Alle due ho lezione, oggi pomeriggio. Arrivo in facoltà in anticipo, controllo in bacheca che l’aula in cui si terrà la lezione non sia stata spostata e vado a prendere posto.
Manca un quarto d’ora alla lezione, ci sono pochi studenti che non conosco neanche. Sono l’unica del mio gruppo a seguire questa  materia. Guardo l’agenda, controllo se devo restituire qualche libro in biblioteca. La mia memoria lascia molto a desiderare e per aiutarmi un po’ ho preso l’abitudine di scrivere ogni cosa.
Stavo proprio per appuntare una scadenza quando entra la segretaria e annuncia che il prof ha appena chiamato per comunicare che oggi non farà lezione.
La segretaria ha l’aria scocciata, come sempre. Sembra che faccia questo lavoro gratis. Scocciata dovrei essere io che ho perso un’ora della mia vita ad attendere un prof poco corretto. E mica mi pagano per star qui …
Prendo la mia roba e la riverso di nuovo in borsa. Metto la giacca, la sciarpa, avviso la mia amica che tra poco sarò in aula studio ed esco dalla facoltà con calma.
L’aria è primaverile, anche se dicono durerà poco.

In giardino ci sono tanti studenti seduti al sole, probabilmente saranno in pausa. A giudicare dalla folla, direi che oggi ci sono molte lezioni.
Sento il cellulare vibrare in borsa, mi fermo un attimo per prenderlo. È un sms della mia amica. Sono intenta a risponderle,quando sento qualcuno urlare da lontano il mio nome.
Il mio è un nome abbastanza comune, anche troppo. Talmente tanto che quando lo sento nominare per strada, neanche mi volto a vedere se cercano me.
Questa volta invece alzo gli occhi dallo schermo del cellulare, mi guardo un attimo attorno.
C’è qualcuno seduto in una panchina che mi fa cenni di saluto. Si sta sbracciando. Lo guardo bene, lo identifico.
È un ragazzo che ho conosciuto lo scorso semestre, più piccolo di me di qualche anno. Si chiama Matteo. O forse Mattia. Nome comune anche il suo. Ho rinunciato a chiamarlo per nome dopo la terza volta che mi ha corretto. Ho rinunciato a capire se lui è Matteo oppure Matteo è l’amico inseparabile e somigliante e quindi lui è Mattia.
Ma va bene lo stesso, non complichiamoci ‘sta vita che già di per sé è troppo ingarbugliata.
Non ricordo chi parlò chi per la prima volta, so solo che era un piacere scambiare due chiacchiere con lui. Diceva che gli sarebbe piaciuto fare l’Erasmus, che conosceva i posti dove sono nata perché c’era stato molti anni prima. Invidiava il mio mare. E ci credo!
Matteo/Mattia mi ha dato l’impressione di essere diverso dai suoi coetanei con la testa tra le nuvole. Ha l’aria un po’ da sfigato, come direbbe qualcuno, ma senza dubbio molto più rassicurante e simpatica di quella della gente iPhone/iPad/iPod-munita che si vede da queste parti.

Ricambio il saluto con la mano, pensando che la cosa finisse lì.
E invece no, Mattia/Matteo abbandona il gruppo e corre verso di me.
Che entusiasmo. Io, una corsa del genere, la farei solo se avessi un treno da prendere.

Si avvicina col fiatone, mi dà un bacio sulle guance per poi dire, un istante dopo, “Scusa se mi sono permesso”.  Forse, se avesse avuto un cappello in testa, se lo sarebbe tolto salutandomi.
Avrà notato che il gesto mi ha un po’ sorpresa. Gentile però a scusarsi in questo modo, non capita tutti i giorni di incontrare una persona del genere.  Sorrido, gli dico che non si deve scusare.

-          E allora? Come stai? Questa sessione di esami?
Eh, questa sessione. Assurda come poche, sfiancate come tutte. Lui che è ancora gggiovane qua dentro non può capire perfettamente. Gli dico che non vedo l’ora di finire, che l’università mi ha scocciata. Che arrivati alla fine, forse è normale non poterne più di esami e lezioni.

-          Ma dai che hai finito! E poi sì, ci sono io a sostenerti!

Mi sfrega la mano sulla spalla. Una sorta di carezza. Un
incoraggiamento. Io solitamente odio ogni tipo di contatto fisico -che non sia la stretta di mano- con chi conosco poco. Probabilmente mi irrigidisco un po’ e lui si ritira.
Gli chiedo della sua invece, di sessione di esami. Dice che è andata bene, anzi benone. Sono contenta per lui. Ha l’aria di chi lavora sodo, di chi studia perché gli piace farlo e non perché deve. E poi, cosa potrei aspettarmi mai da chi nelle pause inganna il tempo facendo la Settimana Enigmistica?

-          E adesso cosa fai?
Gli racconto della lezione annullata all’ultimo secondo. Gli dico che vado a studiare. Lui ha ancora tre ore di lezione da fare, dice che si annoia. La materia non gli piace. Non piaceva neanche a me, ora che ci penso.

-          Mi ha fatto veramente piacere vederti! Spero di beccarti presto da queste parti.
E poi di nuovo addosso, per chiudere la conversazione così come l’ha aperta: con due baci sulle guance. Senza scusarsi, questa volta.
E poi di nuovo la carezza sulla spalla.
Questa volta non mi dà fastidio.

Matteo/Mattia ha conquistato un briciolo di fiducia da parte mia. Non capita spesso.
Mi rimane il suo sorriso in testa. Un bel souvenir di questo incontro.