Riflessioni casuali, sgrammaticate, aride polemiche e sfoghi da insicuro riversati sulle pagine di un diario senza data.
Avevo diciotto anni quando incontrai per la prima volta la scrittura e, fino ad allora, non aveva avuto niente a che fare con la mia vita, i miei hobby, le mie aspirazioni, né con il mio abituale modo di esprimermi. Non ero neanche così bravo nei temi di italiano da prendere in considerazione la possibilità di utilizzare tale predisposizione per raccontare qualcosa un giorno.
Non ero nemmeno un lettore! A parte qualche rivista di videogiochi e alcuni fumetti, per me i libri erano soltanto una perdita di tempo.
Io, giocavo a basket! Ma che scherziamo?! Se prima di conoscere la scrittura mi avessero chiesto di parlare di me, avrei sicuramente preferito farlo con un pallone da basket in mano.
Ho cominciato a scrivere perché non stavo bene e volevo riuscire a dire, prima di tutto a me stesso, quello che provavo e che non riuscivo a esprimere in nessun altro modo. Parlare di me su un foglio di carta, nonostante le mie innumerevoli lacune grammaticali, mi ha fatto notare fin da subito l’immenso potere terapeutico della parola. E questa sensazione è diventata ancora più evidente quando, due anni più tardi, ho incontrato la poesia.
Ma perché proprio la scrittura e non la musica o il disegno, per esempio?
E chi lo sa. Non so nemmeno se si trattasse di fuoco artistico. È andata così e basta. Ci sono richiami che non si possono spiegare ma che non si possono nemmeno ignorare. Sono solo andato a vedere più da vicino di cosa si trattasse.
Quante volte abbiamo sentito il bisogno di fuggire da ciò che ci fa male, ci soffoca, ci spaventa? Il problema è che le nostre paure sono dentro di noi e non fuori; dunque, fuggire è soltanto un’illusione, una speranza che dura un battito di ciglia. Possiamo distrarci, girare lo sguardo per un momento, fare finta di non vedere, per poi scoprire subito dopo che i fantasmi sono ancora lì dove li avevamo lasciati.
Scrivevo tutto d’un fiato pagine e pagine di parole, e questo mi faceva stare bene; credo di averlo fatto per almeno un decennio intero. Avevo trovato una dimensione tutta mia in cui potevo concedermi il permesso di restare fermo; volevo guardarmi dentro, essere sincero con me stesso, dirmi le cose come stavano. Inizialmente, il mio obiettivo era trovare le risposte giuste alle domande (spesso sbagliate) che mi frullavano nella testa, ma ben presto mi sono reso conto che già l’atto di scrivere era di per sé terapeutico. Nel mio caso, come nel caso di tutte le arti-terapie, non è stata la qualità (discutibilissima) del prodotto artistico finale a fare la differenza, quanto piuttosto il processo creativo in sé. L’obiettivo era esprimersi, creare per accedere agli aspetti più intimi e nascosti di me, per contattare ed esprimere le emozioni più recondite, spesso inaspettate, e, ultimo ma non meno importante, per sperimentare e potenziare abilità personali che ignoravo totalmente.
In questi anni si parla molto di scrittura terapeutica e dei benefici che essa è in grado di apportare. In realtà, non è una scoperta così recente, ma si fa ancora un po’ fatica ad ammettere che una pratica come il “semplice” scrivere possa portare concreti benefici alle persone. Per esperienza personale, credo che la scrittura sia praticabile da tutti, al di là di qualsiasi conoscenza letteraria e di ogni manifestazione di disagio fisico o mentale, come pratica per aumentare la consapevolezza e visualizzare con gli occhi una creazione che nasce invisibile in un luogo interiore e che è connessa al qui e ora della nostra coscienza.
Con la scrittura non si scappa; il foglio diventa uno specchio dell’anima.
Non ha senso nascondersi dietro un foglio mentendo a se stessi. Anche se si decide di farlo, non è come quando si ragiona tra sé e sé o ad alta voce, dove ogni parola è dimenticabile; nel caso della scrittura, diventa tutto più complicato perché ci si ritrova immediatamente davanti agli occhi la prova schiacciante dell’auto-tradimento e, quindi, non è così agevole proseguire oltre.
Scrivo ormai da vent’anni e, se da un lato posso affermare per esperienza che scrivere è curativo, dall’altro mi sono anche reso conto nel tempo che la necessità di utilizzare tante, spesso troppe parole per dire delle cose, può rivelarsi un tranello. Le parole, a volte, ingannano. Oggi come oggi, sono più dell’idea che meno parole si dicono, più essenziale e profonda è la comunicazione. Questo concetto mi è diventato più chiaro che mai quando, una decina di anni fa, mi sono imbattuto negli haiku, brevi poemi di origine giapponese da tre versi il cui obiettivo è osservare ogni cosa con gli occhi di un bambino, trascendendo l’ordinarietà per giungere alla magia, spegnere il rumore dei pensieri ossessivi e godersi l’emozione del momento presente.
C’è chi dice che il cervello sia come un museo in cui si estendono infinite sale con immagini distorte. Trovare un senso a queste immagini non è sempre facile. Sensazioni, pensieri ed emozioni possono essere sovrastanti nella loro complessità e possono diventare barriere tra interno ed esterno.
È umano oscillare tra emozioni positive e negative (anche se non è del tutto corretto fare questa distinzione) a seconda delle esperienze che viviamo momento per momento, ma ciò che non è salutare è restare bloccati emotivamente. Quando ci sono decisioni importanti da prendere nella nostra vita, questi blocchi, che tendenzialmente preferiamo ignorare o compensare con delle distrazioni, ci impediscono di raggiungere il cuore della nostra, seppur fugace, esistenza.
Tutti i tuoi sogni e desideri dove saranno andati a finire tra dieci anni?
Perché c’è sempre un buon motivo per aspettare?
Che cosa può imparare un bambino da un adulto insoddisfatto e privo di amor proprio?
Lamentarsi non è una strategia.
LA VITA CHE SCEGLI è un libro che non suggerisce e che non ha la pretesa di dare soluzioni ma che vuole principalmente far riflettere; chiede una pausa per fermarsi e pensare a quella che è stata la nostra vita fino ad ora, se è la vita che veramente ci corrisponde, cioè corrisponde a quello che noi siamo. Si parte dall’infanzia, dall’ambiente in cui siamo cresciuti, dall’educazione sia familiare che scolastica che abbiamo ricevuto, che alcune volte può soffocare le nostre vere inclinazioni, per passare ai rapporti interpersonali che intratteniamo con familiari e amici, che spesso gestiamo male o che accettiamo passivamente, arrivando ad argomenti a più ampio raggio, come il rapporto con la natura che ci circonda, fino a sfiorare la politica e la religione. Una riflessione a 360° su noi stessi e il mondo circostante (due elementi, come vedremo, strettamente legati tra loro) attraverso le esperienze personali dell’autore.
Ieri notte ho sognato il mio primo cane, Bubu, scomparso il 23 ottobre di cinque anni fa.
Posso definirlo un sogno ricorrente, ma non troppo. Mi capita forse ogni tre mesi. In questi sogni, lui è vivo, sano, bellissimo e sembra non avere un’età. Tutto appare dannatamente reale, ed è come se in questo sogno mi risvegliassi da un incubo. La sua morte sembra essere stata solo un’illusione, un male passeggero. È come se il tempo non esistesse, come se anch’esso fosse parte di questa illusione.
Ci facciamo le coccole per tutta la durata del sogno, poi, all’improvviso… puff! Tempo scaduto. Come se nulla fosse successo. Una magia che svanisce in un istante, proprio quando la felicità raggiunge il suo apice. Oppure, guardando il bicchiere mezzo pieno, potrei dire che io e lui abbiamo trovato una dimensione alternativa e onirica in cui incontrarci, dato che il mondo reale non ce lo permette. È quasi come se fossimo due anime in cerca di un rifugio dal vuoto dell’assenza.
Non so cosa pensare. Non so nemmeno perché voglia condividere questo pensiero online. È che, dopo un sogno del genere, ti restano in testa domande che molti nella storia della filosofia si sono già posti e che non troveranno mai un’unica risposta. Solo interpretazioni, a volte più confuse delle domande stesse.
Faccio fatica a capire se un sogno del genere sia solo frutto di una suggestione. È una visione senza dubbio maledettamente terrestre, egoistica e poco fantasiosa. Mi chiedo se nei sogni non ci sia una sorta di ribellione dell’anima, una protesta contro il tempo che inganna e il destino che separa.
Vorrei capire che cos’è il tempo, qual è la sua vera dimensione — un elastico che si allunga e si accorcia a piacimento? Vorrei sapere dove finisce la mente e dove comincia il resto del mondo, quel mondo che tanto ci sfugge e ci confonde.
A te è mai capitato? Hai mai sognato qualcuno che hai amato così tanto da fare di lui un compagno di viaggio in un universo parallelo? Cosa ne pensi? La vita è un sogno, e noi siamo solo sognatori incastrati in pupazzi di carne e ossa? Responses welcome!
I pomeriggi assolati del tiepido aprile mi esortano a contemplare, a abbandonare ogni angoscia che grava sulla coscienza, e a cogliere al volo questa fantastica occasione di rinnovamento, spirituale e fisico, come un abbraccio del sole.
Un evento inevitabile che si ripete da sempre, senza mai risultare banale, come il solito caffè del mattino. La primavera è un patrimonio dell’universo, un inno alla Rinascita di tutto ciò che vive.
Il cielo azzurro e limpido avvolge e protegge ogni forma di vita, che magicamente, durante questa stagione, si tinge di colori vivaci, assorbendo e condividendo con gli altri esseri viventi l’energia ricevuta in dono dal dio Apollo.
Gli uccelli cantano felici, giocando a rincorrersi, geometricamente imprevedibili tra le nuvole, seguendo diligentemente, fino al tramonto, le direttive impartite da Eolo, il maestro dei venti.
Verso sera, in questo periodo dell’anno, abito i panni di un esploratore su due ruote, girovagando lungo le vie del paese e assaporando quel che resta del giorno, come un gourmet del tempo che scorre. È l’ora in cui la gente comune rincasa, si riunisce, e si appresta a preparare la cena, con la finestra semiaperta che lascia entrare la pace regnante delle strade, mentre i profumi della cucina fluiscono all’esterno, in un delizioso balletto di aromi e risate.
E chissà, forse un giorno, tra un sorso di vino e una risata, ci ricorderemo che anche le angosce più pesanti possono dissolversi come la nebbia al primo sole di primavera. Dopotutto, il segreto della vita è saper cogliere, con ironia e poesia, la bellezza che ci circonda.
È passato più di un mese dalla sua dipartita e oggi celebriamo la Festa del Papà. Sebbene possa sembrare una festa commerciale, come molte altre festività che segnano il nostro calendario, a volte è importante ricordare. Una ricorrenza può diventare un faro quando il tempo scivola via, trascinato dalla quotidianità e dalla routine.
Oggi, quindi, è l’occasione perfetta per abbracciare vostro padre, senza timori e senza rimorsi. Anche se queste parole possono sembrare banali, dobbiamo riconoscere che, in un modo o nell’altro, siamo sangue del suo sangue. Un mese fa, ho percepito questo sentimento come mai prima d’ora: un legame che trascende il tempo e lo spazio.
Fate questo, finché l’amore è tangibile e ogni attimo è ancora possibile, perché la vita è un dono prezioso, un mosaico di momenti da custodire. Mentre il sole tramonta all’orizzonte, ricordate che la vera essenza di ogni celebrazione risiede nella connessione, nel calore degli abbracci e nei sorrisi che condividiamo.
Il successo di “Your Name” in Italia è tale che, per la prima volta, un film di animazione giapponese torna al cinema a grande richiesta, il 31 gennaio e il 1 febbraio. Questo “romanzo animato” affronta molteplici temi, tra cui la contrapposizione tra un paesino di provincia e la città, tra tradizione e progresso, tra conscio e inconscio, tra sogno e realtà, e tra vita e morte.
La relazione tra i due protagonisti non è affatto scontata; si tratta di una ricerca e di un viaggio sia interiore che esteriore che ciascuno di loro affronta individualmente. Durante questo percorso, scoprono la verità imprevedibile che li unisce, rivelata solo alla fine, poiché il TEMPO è il vero regista di questa storia.
Il film riesce a commuovere senza cadere in facili sentimentalismi, lasciando in eredità profondi interrogativi sulla vita e sui fili invisibili che ci legano tutti. È consigliato anche a chi non conosce bene o non ama gli anime, poiché offre un punto di vista unico. È un invito a lasciarsi trasportare da una narrazione che tocca l’anima, un viaggio da vivere, non solo da guardare.
Oggi si parla del bullismo come di un “nuovo fenomeno di massa, un virus pericoloso che si sta espandendo a vista d’occhio”. Tuttavia, il bullismo è sempre esistito; l’unica differenza è che oggi finalmente se ne discute apertamente. Gli anni ’80 e ’90 sono stati periodi terribili, un’epoca in cui il bullismo regnava sovrano. Chi ha vissuto quegli anni, come me, può confermare quanto affermo: a scuola e per le strade, pugni, schiaffi, sputi, biciclette smontate, giacche sporche erano all’ordine del giorno. Alcuni angoli del mio innocente paesino collinare era meglio evitarli, come se fossero zone di guerra.
Nei parchi giochi, sdraiati sulle panchine, era facile imbattersi in gruppi di ragazzi e ragazze pronti ad aggredirti per un nulla, per puro divertimento, anche solo verbalmente, senza un motivo reale. Ricordo molti compagni di scuola che si trovavano quotidianamente nel mirino di certi gradassi. Anche se la situazione era evidente, quasi mai si sentiva parlare di denunce o percorsi legali, a differenza di oggi.
Inoltre, all’epoca non esistevano i cellulari e nessuno girava per le strade e nelle scuole con una fotocamera in mano, pronto a immortalare qualsiasi brutta situazione accadesse. Insomma, il bullismo era un argomento poco discusso, affrontato con eccessiva leggerezza.
Non si tratta però di un fenomeno recente; oggi c’è una maggiore sensibilità riguardo al tema e risulta più semplice raccogliere eventuali prove e affrontare i casi singolarmente. Si può affermare che l’arrivo di Internet ha rappresentato una lama a doppio taglio per molte vittime di bullismo: da un lato, una manna dal cielo, dall’altro un nuovo mostro da combattere, un luogo non fisico in cui prestare attenzione. Infatti, alcuni tipi di abusi hanno trovato nuova vita online, dando origine al cyberbullismo, dove il bullo può ottenere risultati notevoli con maggiore facilità, stando comodamente seduto sul divano, nascosto all’interno delle proprie quattro mura.
Si tratta di un problema complesso che richiede attenzione e riflessione su come possiamo lavorare insieme per creare un ambiente più sicuro, un luogo in cui ogni individuo possa sentirsi libero di essere se stesso.
«Ci rompono i coglioni per decenni, ci sentiamo dire le peggio cose da genitori ed insegnanti, come se lo studio a prescindere fosse sempre più importante di quello in cui crediamo o del tempo che vorremmo spendere per capire in cosa crediamo. Per poi finire come spesso accade, a fare qualcosa che non c’entra un cazzo con tutto ciò che prima era di importanza vitale per tutti. Tranne che per noi.»
Il concetto di lavoro sta veramente attraversando una fase di trasformazione profonda. Ci troviamo in una fase intermedia, intrappolati tra l’utopica speranza di un’occupazione fissa, ancora fortemente radicata nelle nostre menti, e la visione di un lavoro futuristico, più indipendente e individuale. Questa nuova prospettiva, sebbene promettente, è ancora poco chiara e convincente, essendo in una fase embrionale, ma può risultare più conveniente rispetto all’offerta attuale.
È fondamentale interrogarci se sia davvero il caso di attendere un cambiamento, sperando che qualcuno possa risolvere i problemi per noi, oppure se sia giunto il momento di riconoscere che nessuno tra i responsabili ha mai avuto, e mai avrà, la minima intenzione di ammettere i propri errori o di proporre soluzioni alternative. In un contesto economico che dovrebbe porre l’essere umano al centro, è essenziale che iniziamo a mettere in discussione il significato di termini come vita, spiritualità e buon senso. Se i diretti responsabili del progresso non lo fanno, ciò non significa che dobbiamo rimanere inerti.
Oggi è necessario riconoscere che il passato, con le sue certezze illusorie, sembrava migliore, poiché ci dava l’illusione di sapere cosa fare delle nostre vite. Questa distrazione ci ha portato a trascurare la nostra parte interiore, quella spirituale, che è essenziale per la nostra esistenza. Senza di essa, ci sentiamo svuotati e privi di un’identità che ci conferisca autostima. Siamo giunti al punto di accettare qualsiasi proposta lavorativa, anche la più indecente, pur di aggrapparci a una speranza, seppur breve, di indipendenza economica, una normalità che, ahimè, è un’illusione.
Tuttavia, è importante ricordare che siamo anima e corpo, e solo la loro armonica cooperazione può garantirci una vita degna di essere vissuta. Se il nostro approccio sociale individuale potesse includere un minimo di spiritualità, sono certo che qualcosa di nuovo e sincero potrebbe emergere, contribuendo a ridurre anche alcuni tipi di suicidi e omicidi.
La rivoluzione che porta a un’evoluzione deve nascere dentro di noi. È innegabile che ci sia caos intorno a noi e che ci siano responsabilità dirette nell’errata gestione politica, economica e sociale. In questo tumulto, è tempo di trovare la nostra voce e riscoprire il significato profondo di ciò che significa essere umani, per costruire un futuro che sia realmente nostro. Anche noi, semplici cittadini, abbiamo una responsabilità in questo processo.
Come ogni anno, anche quest’anno a fine aprile a Udine si svolge il Far East Film Festival, la più ricca rassegna cinematografica dedicata all’Estremo Oriente in Europa. Si è partiti quest’anno con “The Tiger”, del regista e sceneggiatore coreano Park Hoon Jung, e posso dire che l’inizio è stato davvero promettente.
Una parola: Capolavoro.
Non sono un critico cinematografico, quindi non mi azzardo a descrivere particolari tecnici che non conosco. Mi baso sempre e soltanto sulla mia percezione sensoriale, su ciò che un’esperienza mi trasmette.
Nelle righe che seguono non spoilero assolutamente nulla del film, quindi puoi continuare a leggere tranquillamente! 😉
Choi Min-sik, noto protagonista del celebre film “Old Boy”, interpreta un esperto cacciatore ingaggiato dal governo giapponese nel 1925, periodo in cui la Corea è sotto il controllo giapponese. Il suo compito è quello di cacciare l’ultimo esemplare di tigre coreana, con l’intento di colpire a morte l’anima di un popolo sottomesso, distruggendo un simbolo di fierezza. Tuttavia, si scopre presto che per il cacciatore quella tigre rappresenta ben più di questo. I due protagonisti principali, il cacciatore e la tigre, sono avversari in un crudele rapporto naturale di preda e predatore, in cui non è chiaro chi tra i due sia effettivamente la preda e chi il predatore.
Con il passare della trama, i loro ruoli contrapposti, sebbene sostanzialmente identici, si sfumano quando, dopo una lunga e disumana battuta di caccia dai toni quasi bellici, emerge un sentimento di compassione reciproca. Un profondo senso di rispetto, che ricorda lontanamente il gesto di Bruce Lee nei confronti del suo avversario, Chuck Norris, nel celebre duello all’ultimo sangue nel film “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”. Questo gesto di riconoscenza trascende l’appartenenza a un regno specifico e conferisce a “The Tiger” una profondità stilistica e narrativa notevole.
Unito a scenari mozzafiato, il film si presenta come un’opera davvero intelligente, che non cerca a tutti i costi di strapparti una lacrima, evitando ogni forma di speculazione sentimentale. Anche il ritmo altalenante, che alterna momenti di quiete estatica a truce violenza, mi ha affascinato e mi ha tenuto “sveglio” fino alla fine. È un film che comunica attraverso codici elevati, e attraverso questi si decide anche il gran finale, che è davvero un gran, gran, gran finale.
Il punto
“La morale della favola” non dà ragione a nessuno, né all’uomo né all’animale, ma spera di offrirci una riflessione come esseri “superiori” sulla gestione dei rapporti umani. Esistono regole naturali nel regno umano, come in quello animale, che potrebbero essere le uniche a garantirci una convivenza dignitosa. Due regni molto diversi tra loro, ma che nel profondo condividono molti punti in comune, come l’esperto cacciatore e la tigre del film in questione.
Dal mio punto di vista, non so se si potrà mai fare a meno di uccidere in questo mondo. Non so se ci sia mai un motivo valido per farlo. Così, a prima vista, direi di no. Allo stesso modo, non credo che arriverà mai il giorno in cui, all’improvviso, ci trasformeremo tutti in pacifisti. Sarebbe bello, certo, ma non credo nell’ipotesi di un mondo perfetto. Non mi fido nemmeno di chi desidera ardentemente questa trasformazione e pretende che i suoi simili si allineino a tale idea, attraverso dimostrazioni di gruppo. Spesso, i membri di questi gruppi, che predicano in coro e si sostengono a vicenda in nome di una causa importante, mostrano, nella loro quotidianità e nelle loro scelte personali, più ombre che luci.
Citando l’ultimo intervento di Saviano, che vale in ogni ambito: “Non credo in quella giustizia in nome della quale vengono fatti i peggiori crimini.”
Credo in una giustizia superiore, che non è quella di un dio buono che porta pace e serenità in tutti i cuori, ma quella della natura, di un’etica superiore che deve necessariamente esistere. Ogni uomo dovrebbe riconoscersi e credere spontaneamente in essa, poiché si basa sul buon senso, sull’amor proprio, sulla pietà e sulla compassione. Da questi valori nasce il rispetto per la vita. E se nella vita di un uomo mancano questi principi, allora la sua esistenza perde significato.
In conclusione:
È un film da vedere e da aggiungere alla propria videoteca personale!
Chi pensa di conoscermi
e si ostina a cercarmi
entro i confini di una mappa
corre sempre il rischio di viaggiare a vuoto.
Chi mi conosce
non tenta di localizzarmi
e sa che nell’albergo del mio cuore
troverà sempre posto.
[dal mio libro IL VERSO DEL CANE – LA NOSTRA VOCE INTERIORE]
Sei andato a votare l’altro giorno? Sì? Bravo. Ora puoi tornare a sederti davanti alla TV e ridere alle battute di quei “mattacchioni” di **Merd in Sud** e di **Striscia l’Immondizia**. Puoi continuare a seguire quei programmi demenziali con le loro tribune elettorali (citando Battiato), puoi metterti finalmente comodo e decidere chi far rimanere sull’isola! Oppure, di fronte a questo caos, restare sulla penisola un minuto in più anziché partire verso una chimerica speranza di futuro per te e/o per i tuoi figli.
Tanto, il tuo l’hai fatto.
Ora che hai votato democraticamente per un mondo più solidale, puoi continuare a ingoiare, con quella tua imprudenza che ti contraddistingue, quegli alimenti industriali che ami tanto, vuoi per il sapore, per il colore della confezione o per la viralità dello spot che ti rimbomba nel cervello da questa mattina. E, naturalmente, puoi ringraziare il Cielo che la tua squadra del cuore abbia vinto anche domenica.
In fondo, non sei solo! Non vorrai mica fare il bastian contrario? A tutti piace il calcio! A tutti piace la TV! Quanto è comoda la poltrona davanti al televisore con il suo bel telecomando! Io ne ho tre, di telecomandi, intendo. A tutti piace andare al supermercato e riempire il carrello! C’è ancora chi lo fa! Nonostante la crisi! A modo suo, ma lo fa. Entra in uno di quei bei discount, abbondanti di scaffali, corsie e prodotti di sottomarca, e riempie il carrello con il ghigno di chi si crede più furbo di te, di chi ti ha fatto il colpo sotto il naso, di chi ha risparmiato un sacco di euro alla faccia di chi gli vuole male!
In fondo, riempire il carrello dà l’idea di non essere così tremendamente poveri. Avere il frigo pieno (non si sa di cosa, ma l’importante è che sia pieno) trasmette tranquillità. Puoi guardare i tuoi programmi preferiti con qualche certezza in più, con la sicurezza di non rimanere mai con il becco asciutto mentre ridi o piangi bello comodo sulla tua poltrona preferita! In fondo, è quello il posto che ci hanno assegnato. È lì che noi scarichiamo tutte le nostre ansie e le preoccupazioni quotidiane. È lì che ci diamo la buonanotte prima di sognare vite parallele e di ricominciare un’altra inutile giornata.
Per quanto tempo resisterai? Ma torniamo a noi, altrimenti si finisce per pensare.
Ora che hai fatto la tua parte al seggio, puoi ricominciare a vivere la tua vita di sempre, fatta di lamentele pressoché comuni a tutti quanti. Questo ti conforta. In fondo, se tutti si lamentano, un motivo ci sarà! Significa che il tuo problema è reale e, se poi viene diluito tra la gente, vale a dire tra i tuoi colleghi, amici e parenti, diventa un problema di tutti, e quindi anche meno pesante per la tua coscienza, che ha ben altro a cui pensare! No? Si sa: mal comune, mezzo gaudio.
Mah…
Ora che hai votato, puoi continuare ad andare a messa la domenica e a tradire il partner, anche soltanto con gli occhi. È colpa sua, dopo tutto, se ti fa soffrire e se sull’altare ti ha convinto a “votare sì”.
L’importante è che, prima di tutto, la colpa sia degli altri. Poi, in caso, si vedrà.
– “La colpa è dello Stato!”
E chi è lo Stato?
– “I politici.”
Ah… Non noi?
– “Ma noi che potere abbiamo? Tanto fanno quello che vogliono…”
Sono d’accordo che la politica faccia il possibile per renderci la vita difficile, ma questo non significa che noi dobbiamo rimanere a guardare, lamentandoci tutto il giorno per decenni e decenni. Ti rendi conto che mio padre, da decenni, sbraita davanti alla TV allo stesso modo, con le stesse parole, contro le stesse persone, senza mai tentare di cambiare il suo punto di vista, la sua giornata tipo, senza mai provare a realizzare un suo seppur piccolissimo sogno, come, che ne so, restaurare i mobili? A lui piace! Ora è in pensione, potrebbe farlo, e invece continua a vivere come sempre, solo con qualche ora di sonno in più, aspettando un’utopica ricompensa per il sacrificio che ha fatto per tutta la vita.
– “Beh, pover uomo, vorrei vedere te! Se la merita una ricompensa!”
Sono d’accordo! Ma lui sa benissimo di che pasta è fatta la maggior parte della gente che siede in Parlamento e che quella ricompensa tanto sperata, sotto forma di chissà che cosa, non arriverà mai. Si può usare un alibi del genere per continuare a frignare e abbandonarsi al telecomando e al divano? Oltretutto, questo tipo di vita non lo rende sereno. Glielo leggo negli occhi e me lo fa sapere quando si arrabbia inutilmente per una macchietta sulla tovaglia. Lui crede che il cambiamento dovrebbe arrivare da fuori. Rivuole indietro gli anni ’80, i ’70 e cose del genere.
– “Beh, erano anni d’oro, è comprensibile che lui la pensi così. Vorrei vedere te. Ma poi scusa, lui ha fatto il possibile per darti il pane con cui sfamarti e tu lo tratti così?”
Ecco, lo sapevo che prima o poi saremmo arrivati a questa conclusione… Intanto, sono d’accordo che gli ’80, nonostante fossi molto piccolo, per alcuni tratti fossero anni decisamente meno spaventosi rispetto a questi. Forse economicamente si stava meglio, ma allo stesso tempo erano anni di sprechi assurdi alla faccia della miseria, senza criterio, senza un minimo di buon senso. Stiamo pagando oggi quegli sprechi. Non è soltanto colpa della crisi e dei signori del male; è colpa del pressapochismo umano in generale.
E poi, io lo dico per lui! Non sputo sul piatto in cui mi ha fatto mangiare! Lo ringrazio per tutto quello che non mi ha mai fatto mancare, ma il punto è un altro! Vale per tutti, non solo per mio padre! Prendo lui come esempio perché lo conosco meglio del tuo! Potrei parlare di mille migliaia di persone che ragionano allo stesso modo. È questo che mi preoccupa.
Il fatto che mia madre e mio padre abbiano creato il nido d’amore in cui sono cresciuto non fa di loro degli eroi. Gliene sono grato, sia chiaro; li amo, a prescindere. Mi hanno messo al mondo e mi hanno sempre fatto trovare il famoso pane quotidiano, ma questo non dà loro il diritto di pretendere che tutto intorno funzioni solo perché un giorno hanno deciso di stare insieme, di mettermi al mondo e di amarmi. Allora, giustifichiamo la condizione di tutte le famiglie del mondo? Famiglia = Dio? Soltanto perché si parla di matrimonio, di prole e simili? Sono liberi di essere ciò che credono.
Il problema è che sono i primi a non sentirsi liberi di esprimersi come avrebbero voluto e spesso rigettano le loro ansie e i loro vuoti su di me o su chi non ha nulla a che fare con queste loro mancanze individuali. Se poi gli chiedi cosa avrebbero voluto diventare, non sanno darti una risposta certa perché non si sono mai soffermati a riflettere, a interrogarsi sulle loro inclinazioni, a mettersi in gioco per capirlo. E non sono così vecchi. Il problema è che non ci provano nemmeno. Non ci hanno mai provato.
È vero, erano anni diversi, prosperi in confronto a oggi; le risorse disponibili abbondavano, potevi reinventarti quando volevi. Non si sentiva il bisogno di rifugiarsi in se stessi per poter respirare e allontanarsi da questa fretta perpetua che caratterizza quest’era senza meta. Tuttavia, continuare ad accusarsi a vicenda di non aver fatto abbastanza l’uno per l’altro e prendersela con chi c’entra relativamente poco nelle loro scelte di vita mi sembra inutile e patetico, dopo tutto questo tempo. A sentirli, sembra che ognuno di loro abbia dato il meglio su questo pianeta, sacrificando le proprie inclinazioni per formare una famiglia e dedicarsi all’amore verso il prossimo. Dovrei commuovermi? Capisci perché in TV funzionano i vari Moccia e le Marie di De Filippi?
Perché ti lamenti se non fai nulla per risolvere il problema che sta alla radice? Questa è la mia domanda.
Tutti noi, come i miei genitori, sentiamo il bisogno di fare qualcosa che ci rappresenti individualmente. Ma la maggior parte di noi preferisce distrarsi, andando in palestra o frequentando gruppi di qualsiasi tipo, giusto per cambiare aria e sentirsi parte di un nucleo diverso da quello familiare, che ci regali l’illusione di essere padroni della nostra vita e delle nostre scelte. Ma queste sono distrazioni, non rivoluzioni. Dirai: “meglio di niente”. Ma la situazione non cambia se ti distrai. Il problema rimane alla radice. Non lo estirpi con la distrazione. La distrazione ti aiuta solo a non pensare momentaneamente al problema. È un po’ troppo comodo, direi.
Per quanto durerà? È come quando hai il mal di testa e decidi di prendere la pastiglia per combattere soltanto il sintomo. Va bene, quello si chiama antidolorifico, una sorta di droga che si occupa del sintomo e non del male alla radice.
Io desidero comprendere il perché del mio mal di testa e fare in modo che non ritorni. Voglio estirpare il male alla radice. La maggior parte di noi, invece, si limita a occuparsi del sintomo del proprio malessere.
I miei genitori si sono ormai abituati a ribellarsi anche alla più stupida mancanza di attenzione, a pretendere sempre qualcosa l’uno dall’altro, a passarsi automaticamente la colpa appena qualcosa non va. Questo accade perché hanno raggiunto un’età in cui ognuno di loro sente più che mai l’esigenza di stare in pace, di farsi gli affari propri senza nessuno tra i piedi pronto a stravolgere i piani e a mettere in discussione i gusti. I loro punti di vista si dividono e non si incrociano per ore, ma in qualche modo finiscono sempre per sopportarsi, accumulando cocci sotto il tappeto.
Ci sono cose che si possono evitare, prevedere. Non tutto, certo; non si può vivere senza commettere errori. Non fidarti mai di chi non commette errori.
Non potrai prevedere la moda o i cambiamenti di costume, ma le scelte che fai tu, quelle sì. Almeno quelle.
Certo, dipende molto anche dalla condizione in cui nasci e cresci. Sarà più o meno difficile; ognuno ha i propri problemi. Ma se hai un obiettivo, a prescindere dalla condizione di vita da cui, comunque, dovresti cercare di uscire, se sai ciò che vuoi, o per lo meno che ti farebbe vivere meglio, perché rinunciare a inseguire quella meta fin da subito? Bisogna anche sapere cos’è che ti farebbe stare meglio, però. E non parlo di acque termali e simili, ovviamente. Occorre esplorarsi, perdere tempo per trovarsi.
Lo sai che il mondo è pieno di outsider che hanno seguito i loro sogni, uscendo da situazioni umanamente impossibili?
Sono stati fortunati?
Certo, la fortuna aiuta. Il caso. A volte, anche la scelta più stupida può alterare il futuro di una persona, ma io credo che siamo noi a creare le condizioni affinché la fortuna bussi alla nostra porta e affinché le scelte che facciamo siano quasi sempre giuste o, quantomeno, correggibili. Se ti chiudi in casa ad attendere che un passante ti consegni una chance a domicilio, allora sì, devi sperare di avere fortuna. Se cerchi di andarle incontro, non è detto che lei sia lì ad aspettarti a braccia aperte, ma nella maggior parte dei casi qualcosa accade. Perché fai succedere le cose. Da cosa nasce cosa. Mettendoti in gioco. Il resto poi viene da sé.
Se frequenti persone che ti portano sulla brutta strada, non puoi piangere il morto se poi le scelte che fai finiscono per rivelarsi quasi sempre sbagliate. È facile dare la colpa alla sfortuna. Più ci applichiamo per rendere agibile il nostro percorso, più facile sarà superare gli ostacoli.
Il risultato finale non conta. Intendo dire che non sarà per forza la gloria e il successo, una ghiotta ricompensa finale, o una fantomatica mano che ti porge qualcosa su un piatto d’oro a darti la conferma di aver fatto le scelte giuste. Non è che se hai successo, se ottieni un riconoscimento, sei felice, e se non lo ottieni, non lo sei. È come aspettarsi una ricompensa da qualcuno a cui hai salvato la vita; in quel caso, forse, sarebbe un po’ più plausibile, perché hai sacrificato la tua. Ma ciò che nella mente ti ha spinto a salvarla non è stata l’idea di un possibile tornaconto. Hai fatto la cosa che ti è sembrata più giusta.
La ricompensa può darti soddisfazioni a livello materiale, può donarti ispirazione e forza d’animo per continuare a dare il meglio di te, ma il punto non è quello. Quanti individui vivono infelici nonostante il loro successo? Il successo può far bene, può far male.
Ciò che ti rende sereno è la **libertà** di scegliere di fare ciò che ti piace, ciò che ha a che fare con la sostanza divina e vitale depositata dentro di te, con ciò che sei nel profondo dell’anima. A qualsiasi livello.
Ciò che ti rende orgoglioso di svegliarti la mattina è la libertà di alzarti senza dover rendere conto a nessuno di quello che vuoi fare oggi.
Ci sono persone al mondo che non possiedono nulla a livello materiale e che, nonostante tutto, sono serene perché possiedono ciò che conta: la **libertà** di essere se stesse e di poter cambiare vita ogni giorno, con l’unica responsabilità di non mentire all’intervistatore che c’è dentro il loro cuore, la famosa voce interiore, pronta a toglierti la maschera e a rinfacciarti chi sei realmente.
E ti rispondono: “Eh eh, facile la vita così, eh?”
Ma assolutamente no. Soprattutto in questa parte del mondo, in cui la maggior parte di noi spera ancora nel posto fisso e che da domani tutto cambi e torni come prima.
Non è per niente facile perché, mentre lavori per sopravvivere alla fame, devi anche applicarti per capire, se non l’hai ancora scoperto, chi sei realmente nella vita e cos’è che ti fa stare bene. E una volta scoperto, devi incamminarti, e questa è spesso la parte più difficile, quella in cui devi trovare il coraggio di metterti in gioco, valutando prima le risorse a tua disposizione che ti consentirebbero di intraprendere il nuovo percorso che hai scelto. Devi organizzarti al meglio prima di cambiare rotta.
– “Quindi tu pensi che tuo padre e tua madre non avrebbero dovuto metterti al mondo per poter fare quel che gli pare?”
Non dico questo. Credo che ognuno, nonostante le proprie scelte personali, possa svegliarsi la mattina e aggiustare ciò che della propria vita non funziona come vorrebbe. È chiaro che la creazione di una famiglia complica le cose, perché ti sei preso delle responsabilità irrevocabili. Non puoi semplicemente prenderti e andartene come fosse niente. Certo, c’è chi lo fa, ma non è detto che sia la soluzione più intelligente.
Vedi, quando decidi chi mettere in casa, devi anche essere certo che si tratti di una persona capace di crescere, di accettare i cambiamenti. E tu, ovviamente, dovresti essere in grado di accettare i cambiamenti di chi ha scelto di vivere insieme a te. È una forma di rispetto comprendere, ascoltare, soprattutto la persona che dici di amare. Questo è amare.
Capita che uno dei due decida di inviare un segnale all’altro per condividere un cambiamento interiore di cui vorrebbe renderlo partecipe. Spesso, però, questo segnale non viene recepito o viene frainteso, perché il cervello coinvolto in quel momento non è raggiungibile per un sacco di motivi. Vuoi per un’incapacità innata di ascoltare il prossimo, vuoi per il lavoro e gli automatismi quotidiani a cui ci si lega, che alienano le persone. Occorre sapere bene con chi si ha a che fare e con chi si vuole condividere il proprio letto. È inutile poi lamentarsi e dire: “Non so più chi ho sposato!”
E come si fa a capire tutto questo prima?
Non è una questione di fortuna. Se conosci te stesso, i tuoi limiti, le tue capacità, se sai ciò che ti rende sereno, e se non sei masochista, mi sembra normale che, decidendo di vivere insieme a qualcuno da amare, cercherai una persona che non ti limiti, almeno sotto alcuni punti di vista fondamentali per la sopravvivenza del tuo vero essere. Essendo abituato a esplorare i meandri del tuo ego e ad ascoltarti, sarai in grado di percepire più facilmente ogni segnale e di accettare un possibile cambiamento da parte del tuo partner. Proprio perché sai che potrebbe capitare anche a te.
Se poi non ci si accetta, ci si lascia. Si ha qualcosa di più importante per cui vivere, probabilmente: le proprie inclinazioni, per esempio. Non puoi sacrificarle. Perché a quel punto significa che sei cieco o stupido. Perdendo il controllo di ciò che ti rende felice, non potrai mai rendere felice la persona che hai deciso di continuare a frequentare a prescindere. Punto. È così illogico e privo di romanticismo il mio ragionamento? Non ti rendi conto di tutte queste coppie insulse che vagano e fingono di amarsi continuamente pur di mantenere i propri status symbol, temendo di subire il giudizio altrui per non aver seguito uno schema prestabilito da non si sa chi?
La paura dell’opinione altrui va sconfitta. Occorre tenere ben stretto il telecomando della propria vita in mano.
Bisognerebbe imparare anche a lasciarsi. O, quantomeno, imparare a non sposarsi. Magari a convivere finché alcune esigenze personali non cambiano (in ognuno di noi, le necessità personali, le richieste interiori cambiano anche a seconda dell’età). Nessuno ti impedisce di mettere al mondo un figlio. Nessuno ti impedisce di continuare a frequentare il partner al di fuori delle mura domestiche. Nessuno dice che per fare ciò che ti piace devi per forza restare solo.
Tra l’altro, è anche bello poter condividere un unico percorso verso la realizzazione di due sogni diversi tra loro. Ma prima di intraprendere una tale avventura, occorre aver raggiunto individualmente un certo livello di consapevolezza che ti consenta di comprendere i limiti di ciò che ti piace chiamare amore, e che invece spesso si rivela essere un senso di possesso e la paura di rimanere soli.
Non si può giustificare il fallimento di tutti coloro che hanno deciso di mettere al mondo un figlio. Sarebbe anche egoistico da parte di un genitore convincersi di aver fallito e di aver rinunciato ai propri sogni per dare amore alla moglie, al marito o al figlio. Un bambino potrebbe anche sentirsi in colpa per essere nato, pensando che i suoi genitori abbiano rinunciato quasi a tutto per crescerlo.
Dico che non si può essere ciechi di fronte alle responsabilità che hai deciso di prenderti, soltanto tu, con la tua testa. Nessuno ti ha puntato la pistola alla nuca. Non puoi metterti a rubare perché hai quattro figli da sfamare, con la pretesa che il mondo ti comprenda e ti regali il cibo. Ad un certo punto, chi te l’ha detto di metterli al mondo tutti e quattro? Non è sempre tutto così romantico come sembra; è troppo facile nascondersi dietro ai paroloni. Occorre anche andare oltre certi preconcetti disneyani se vogliamo mettere la testa sulle spalle, come ci piace tanto.
Ma ritorniamo a noi! Altrimenti, qui si finisce sempre per pensare troppo, e a nessuno piace farsi le paranoie. C’è anche chi odia solo pensare.
Insomma, hai votato, ieri hai faticato tutto il giorno senza essere retribuito, tu fai tutto per gli altri e nessuno fa niente per te?
È sempre colpa degli altri. Ma è possibile che lo sia?
Infondo, anch’io, in questo mio post, do la colpa agli altri. A te che fai di tutto per appartenere a qualcosa, per sentirti accettato, per dare un taglio alla tua noia, alla routine, per convincere te stesso che, anche se tua moglie non ti ascolta più e tuo figlio si droga, per lo meno sui social network la tua opinione ha un certo peso, viene presa in considerazione e addirittura commentata da qualcun altro che, come te, cerca il suo momento di gloria, dopo una giornata di merda spesa in litigi, obblighi e lamentele. Quello diventa il tuo unico momento di libertà. Quindi guai a chi tocca la tua opinione. Non è triste tutto ciò?
Come se non bastasse, ci sono i talk show, da cui assorbiamo la linfa ignorante con cui dare il peggio di noi e grazie ai quali ci convinciamo di sapere come va il mondo. Infondo, nel nostro paese, la tivù è ancora oggi il mezzo d’informazione principale degli italiani.
Ma credi che i social siano realmente un problema oggi? Facebook, intendo, soprattutto. Non credi che il problema sia piuttosto legato all’uso che ne fa l’utente, che spesso e volentieri lo utilizza esattamente come se fosse una tivù, con l’aggiuntiva penosa consapevolezza di poter partecipare attivamente a qualsiasi discussione?
Per come la vedo io, si vota ogni giorno.
Le tue scelte interiori si traducono in azioni e quindi in abitudini che modificano il corso della tua vita; e soltanto tu puoi decidere quali sono le priorità della tua esistenza. Infondo, è tutta una questione di priorità.
Che posto dai alla tua libertà? Cos’è per te la libertà?
E il lavoro? Cosa rappresentano per te l’amicizia e l’amore? Che valore attribuisci al tempo libero?
Dallo stile di vita che hai scelto dipende la salute fisica e mentale tua e di chi ti sta accanto. Chi ha deciso di starti accanto è a sua volta responsabile del peso delle sue azioni e di come si riflettono sulla situazione familiare. Finché i figli sono “costretti” a vivere all’interno del nido familiare creato dai due membri principali della coppia, non hanno grosse colpe, visto che infondo non sono stati loro a decidere di venire al mondo. L’unica responsabilità dei figli, forse, è quella di imparare presto a pensare con la propria testa e a non farsi influenzare troppo dalle idee dei genitori, in modo da avere tutto il tempo necessario per scoprire quali sono le loro inclinazioni da seguire e sviluppare.
I genitori dovrebbero imparare a essere guide e non despoti, come spesso accade, ma nemmeno semplici spettatori nelle mani ingenue e arroganti dei figli viziati. Occorre un equilibrio. Un equilibrio che può nascere solo da una ricerca introspettiva pregressa, in grado di trasmettere ai propri figli gli strumenti necessari per condurre a loro volta una ricerca personale verso le proprie vere aspirazioni. Seguire le inclinazioni dei bambini significa lasciare che crescano secondo le proprie attitudini, dando loro la possibilità di essere ciò che sono.
E invece, il più delle volte, i genitori si scordano di essere prima di tutto esseri umani. Si limitano a fare i responsabili, i gestori della vita dei figli, puntando il dito sulle nuove generazioni, e così invecchiano dentro, succede proprio perché manca quella ricerca individuale pregressa.
Vuoi parlare d’amore? Non chiederti chi sposerai, chiediti prima di tutto se ti dai abbastanza. Osservati, tieni d’occhio i tuoi automatismi, quelle azioni spesso involontarie che compi per prassi, senza un vero perché. Chiediti il motivo per cui prendi una decisione. Cosa ti spinge a farlo? Qual è il criterio che utilizzi per dire sì oppure no? Chiediti se preferisci la compagnia di qualcuno soltanto per evitare la solitudine. Chiediti che cos’è la solitudine, se esistono vari tipi di solitudine. Non dare tutto per scontato.
È difficile vivere in questo modo? Certo che lo è, se non te ne occupi oggi, lo diventerà.
Se non ti cerchi in questo mondo, in quale mondo ti cercherai?
Meno tempo dedicherai a te stesso e alle tue inclinazioni, a ciò che realmente ti piace fare, più tempo passerà. E più passa il tempo, più si accumulano i danni da riparare. Quelli che prima erano sassi da scalciare, ora sono montagne da scalare.
Insomma, prima incontri quel tuo io che tanto ti assomiglia, prima avrai l’opportunità di realizzare ciò che sogni, di crearti le condizioni affinché tutto funzioni per il meglio. Niente di più concreto di questo, direi.
Ha senso lasciar marcire le tue aspirazioni nel profondo del cuore, accontentandoti dell’ombra dei sogni altrui e di una pizza tra colleghi? Quanto pensi di vivere? Ti hanno mai detto che la vita non è così lunga come può sembrare?
I sogni che seppellisci oggi riemergeranno un domani dal sottosuolo e, in qualche modo, te la faranno pagare. Sei tu contro te stesso.
Ora, riguardo le trivelle, io ho votato, e ho votato “sì”, nel dubbio. E non mi sento affatto bravo. Ero pieno di dubbi. Quali dubbi? Beh, non saprò mai se la mia opinione conta veramente come vogliono farmi credere, tra più ombre che luci. Non saprò mai se si tratta solamente di fumo negli occhi per illudermi di vivere in una democrazia mentre il pavimento sta crollando sotto i miei piedi. E questi dubbi non valgono solo per il referendum delle trivelle; il mio era solo un pretesto per parlare della vita. Valgono per ogni tipo di questione su cui il popolo è “libero” di pronunciarsi.
Quando si affronta, insieme alla popolazione, un tema che riguarda l’ambiente, occorre anche un programma politico sincero che parli di energie rinnovabili, che decida una volta per tutte di abbandonare i combustibili fossili e di proporre un’idea nuova di futuro, che, ahimè, non vedo nemmeno all’orizzonte, per ora.
Quello che penso è che non basta dire stop alle trivelle per cambiare la mia vita e quella degli altri, oggi come oggi. Occorre usare il buon senso nella vita di tutti i giorni, e senza nemmeno pensarci troppo, dovrebbe essere innato in noi quel rispetto verso un’etica superiore.
Che poi l’ambiente, questo misterioso luogo di cui non vengono mai definite le dimensioni e la posizione geografica, siamo noi! Siamo noi l’ambiente! Lo volete capire? Siamo noi le discariche abusive! Siamo noi l’aria pura o putrida che respiriamo. Siamo noi il detersivo che gettiamo nel torrente. È una questione di rispetto verso noi stessi.
Si tratta di amor proprio, quello di cui parlavo prima, che conduce la mente e il cuore verso una ricerca individuale, permettendoci di essere sinceri con noi stessi e con gli altri. Sono tutti ingranaggi della stessa ruota. Non c’è uno senza l’altro.
Basterebbe che tutti, da domani, usassimo la bicicletta? Non lo so, forse no. Dubito che il mondo intero sia pronto a cambiare le proprie abitudini e le miserie quotidiane, spesso inconsapevoli e imputridite dagli slogan mediatici che speculano su milioni di vite in nome di un’economia che non rispetta più alcun equilibrio umano.
Possiamo, per lo meno, imparare a chiederci: perché facciamo una cosa?
Se parliamo di salute, è inutile continuare a essere orgogliosamente carnivori o ingordi di alimenti industriali se poi ci lamentiamo dei nostri problemi cardiocircolatori. Ma è altrettanto inutile credere di vivere meglio solo perché siamo vegetariani, se poi evitiamo il movimento fisico per comodità, se il lavoro ci stressa, se la persona con cui viviamo ci rende infelici. È altrettanto insensato mangiare cibo vegano per rispettare gli animali se poi abbiamo paura che il nostro cane sporchi in casa e lo costringiamo a vivere giorno e notte in cortile, morendo di tristezza senza ricevere mai attenzione. È futile essere vegani, accusare di stregoneria chi non la pensa come noi, se poi utilizziamo abitualmente mezzi che inquinano e mettono in crisi la nostra etica nonviolenta e solidale. Non è sempre così, ma spesso questa è l’umanità che incontriamo per strada: controsensi a manetta.
Ogni discorso è sempre più ampio e significativo di quanto sembri, e di quanto vogliono farci credere le chiacchiere da bar sui social.
Non basta un gesto eclatante per migliorare le cose e convincerci di essere bravi.
Per debellare il male alla radice, spesso occorre prendere decisioni radicali, cambiare il nostro stile di vita, riconoscerlo e comprenderlo prima di tutto.
Occorre mettere in discussione tutto il nostro sapere, il nostro presente, il nostro concetto di utilizzo del tempo, il nostro approccio quotidiano a ogni minuscolo aspetto della vita, senza aver paura di cambiare opinione quando aggiungiamo un nuovo tassello al nostro sapere. Dobbiamo chiederci perché, al volante della nostra auto, decidiamo di superare gli altri automobilisti, rischiando la vita e mettendo in pericolo quella degli altri.
Credo che, più delle volte, quando ci sentiamo minuscoli e indifesi, tendiamo a cercare la chimerica consolazione di appartenere a qualcosa di più grande di noi, con l’illusione di poterlo rappresentare in “totale libertà” e con la misera certezza di essere la voce di un coro, evitando così di rimetterci in gioco.
Dici di credere nella pace e lo sbandieri ai quattro venti sui social; centocinquanta persone ti mettono il like, e poi, magari, sei il primo a infuriarti e cercare la rissa se il vicino parcheggia l’auto dove avresti voluto farlo tu.
Dovremmo interrogarci più a fondo sulla coerenza e sull’ignoranza che si celano nelle nostre piccole abitudini quotidiane.
Ognuno è libero di scegliere. È inutile denunciare il pressapochismo e il menefreghismo dell’italiano medio nei confronti della politica se poi si decide di non votare, magari essendo uno di quelli che scaricano i rifiuti in un prato lungo la provinciale per mancanza di tempo. Per fare un esempio banale, anche questo è politica. Non ti puoi giustificare solo perché hai votato “sì” al referendum sulle trivelle.
Magari l’astensione dal voto è una delle tante conseguenze della tua pigrizia, ma ciò non significa necessariamente che non rispetti la libertà e la vita degli altri. Potresti, a differenza di chi vota, impegnarti in piccole iniziative sociali che migliorano la vita di tutti e che nessuno prende in considerazione, essendo meno chiassose di un referendum popolare o di una grande iniziativa che fa tendenza.
Chi sei per giudicare le scelte di un tuo simile quando, in fondo, potresti essere il primo a giustificare le tue delusioni e a basare le tue scelte etiche su cliché e frasi fatte come “gli uomini sono tutti uguali”, “beato chi capisce le donne”, “più siamo meglio è”, e altre scemenze simili? Dovresti riflettere almeno due volte prima di attaccare qualcuno.
Ognuno deve confrontarsi con se stesso.
È troppo facile incolpare gli altri. Siamo dotati di libero arbitrio e ogni nostra azione quotidiana contribuisce a migliorare o a peggiorare la vita nostra e di chi ci circonda.
Non mi fido dei gruppi coatti, di quei movimenti che reclutano adepti per “cambiare il corso della storia”, perché non mi fido delle persone che non conosco. Non saprò mai esattamente perché ogni individuo all’interno di un gruppo decide di sostenere una determinata causa. Non saprò mai cosa gli passa per il cuore e per la coscienza, se lo fa per se stesso o per chissà chi o cosa. A me non basta sapere che lo fa.
Mi fido di chi mi ispira, di chi con poco riesce a emozionarmi e a trasmettermi sincerità e lungimiranza attraverso il suo stile di vita e il suo approccio alla quotidianità. Mi fido del perché un individuo decide di fare una cosa e di come la fa.
Tutti sappiamo ciò che facciamo, ma pochi sanno come e perché.
Perché esisti? Perché ti svegli la mattina e fai quella determinata cosa? A chi dovrebbe importare di ciò che fai? Ognuno di noi dovrebbe essere il leader di se stesso, prima di pretendere di esserlo al di fuori. Prima di aderire a qualcosa o a qualcuno, ognuno di noi dovrebbe aderire a se stesso. Ci sono persone come frequenze radio, che intercettiamo senza necessità di schiacciare alcun bottone. Ci posizioniamo sulla loro frequenza per sempre perché crediamo nella loro idea, nel loro modo di vivere. Non è un’unica loro azione a convincerci, ma l’universo che c’è dietro quella persona, quel cuore e quella mente che generano un’idea che si traduce in azione.
Credo che questo concetto valga per tutto, sia negli affari che nella vita in generale.
Mi fido di chi mi ispira, perché riesce a trasmettermi la giusta carica per affrontare la mia vita e a credere in ciò che faccio. Se il punto di partenza è una certa solitudine consapevole, come ho sempre sostenuto, è anche vero che una collaborazione mirata aiuta a raggiungere più in fretta i propri obiettivi.
Collaboreresti con chiunque pur di ottenere un certo risultato? Io no.
Mi fido di me stesso, perché da quando ho iniziato a frequentarmi abitualmente, riesco a confessare allo specchio dell’anima ogni mia mancanza, senza nascondermi nulla. L’ho imparato sbagliando, spesso giudicando, ma posso sempre fare meglio. Non si smette mai di imparare, come si dice. Quando arrivi al punto in cui non ti sopporti più, allora qualche domanda te la devi porre. Devo restare a questo mondo per fare cose che non mi piacciono, continuando a lamentarmi tutto il giorno e prendendomela con il primo che mi capita sotto tiro, oppure faccio qualcosa per migliorare la mia condizione esistenziale e per capire perché mi sento così e rovino inutilmente la vita degli altri?
Non basta dire “sono fatto così”. È troppo facile e inutile.
Credo nei gruppi e nei movimenti spontanei che non indossano per forza una divisa o un’etichetta per rappresentare le loro idee. Credo nello sforzo di cambiare ogni giorno me stesso, unendomi a persone che possono aiutarmi a crescere, per assomigliare sempre di più alla persona che sono, che posso diventare e che, soprattutto, mi rende felice e in pace con me stesso, nonostante tutto, e di conseguenza nei confronti del prossimo.
Credo in un percorso il cui punto d’arrivo non conferma necessariamente gli sforzi fatti lungo il tragitto. Credo in un viaggio dove la meta è il viaggio stesso, poiché la sua autenticità riesce a regalarmi gli stimoli necessari per procedere verso il gran finale.
Comunque vada, sarà un successo.
Se non sono sincero con me stesso, nonostante le mie azioni suscitino il plauso di chi mi circonda, non sarò mai soddisfatto e, di conseguenza, non sarò sincero con gli altri. Difficilmente mi accontenterò di ciò che possiedo e di ciò che non sono diventato, e prima o poi questa mia mancanza verrà allo scoperto, quasi sempre nel peggiore dei modi e spesso nel momento sbagliato.
Più tempo lascerò passare senza mai affrontare i miei angeli e i miei demoni, più vuoti si accumuleranno nel corso della mia esistenza. Funziona un po’ come con i debiti con la banca.
Mi fido della buona volontà di un individuo capace di trasmettermi determinati stimoli, tramite il suo amor proprio e non per l’amore che dimostra al gruppo a cui appartiene, dietro la cui etichetta potrebbe nascondersi di tutto e di più.
Non mi fido di un individuo che partecipa a un movimento soltanto per riempire un vuoto personale e per cancellare i debiti che ha con se stesso, poiché nessun movimento può pagare i suoi debiti al posto suo.
Un gruppo o un movimento sono veramente originali e spontanei quando ogni suo membro è in grado di portare qualcosa di unico attraverso le proprie idee, piccole o grandi che siano.
Tutti facciamo qualcosa per noi stessi, per rispondere a un nostro bisogno interiore. Non si tratta di egoismo. Anche quando crediamo di dedicarci al prossimo, in realtà lo facciamo per dedicarci a noi stessi. Quando diciamo “non fare agli altri ciò che non vorresti venisse fatto a te”, non significa che teniamo più agli altri che a noi stessi, ma semplicemente che, attraverso la nostra percezione del bene e del male, ci siamo fatti un’idea di come potrebbe sentirsi il prossimo che riceve un certo trattamento. Per rispetto verso ogni essere umano, decidiamo di risparmiarglielo. Comprendere questo ci fa stare bene, al di là di tutto. Avere a cuore la salute degli esseri umani significa credere in un’etica che fa stare bene prima di tutto noi stessi, permettendoci di vivere in un ambiente sano che segue il nostro esempio. Tuttavia, che gli altri ci credano o meno, poco ci importa. Basta che ci creda noi, se ci crediamo sinceramente e spontaneamente.
Facciamo tutto questo per sentirci utili. È questo, in fondo, che ci rende felici. Ma si tratta di una questione personale. Il fatto di sentirci inutili spesso ci fa entrare in crisi, facendoci conoscere lati oscuri e imprevisti del nostro essere, il “dark side of the moon”, pericolosi ma, allo stesso tempo, indispensabili per la nostra salute e per raggiungere una certa consapevolezza, quindi fondamentali per la nostra crescita interiore. Invece di approfittare della crisi personale, spesso ci accontentiamo di cercare una distrazione momentanea, badando a qualcuno, pur di liberarci temporaneamente dal demone dell’inutilità.
Se agisci per cercare un tornaconto o una qualsiasi gratitudine, significa probabilmente che il tuo intento è diverso da quello che appare. Ci sono molte sfumature in ogni nostra azione; potremmo riempire volumi e volumi se ci mettessimo a elencare caso per caso, giudicando il migliore e il peggiore. Fatto sta che, nonostante tutto, nasciamo soli e moriamo soli. Disponiamo di una sola coscienza e di un solo corpo.
Più tempo dedichiamo alla ricerca interiore, più riusciamo a essere sinceri con noi stessi. E più diventiamo sinceri con noi stessi, più ci avviciniamo all’essere umano libero che tutti desideriamo incontrare, ma che, troppo spesso, resta intrappolato nei meandri dell’idea di collettività, nei pregiudizi, trovando più comodo lamentarsi della propria condizione esistenziale anziché cercare di cambiarla. Più saremo soddisfatti di noi stessi, più saremo in grado di ispirare il prossimo a seguire il nostro esempio e dare vita quindi a un sistema.
Questo è il vero amore nei confronti del prossimo.
Questo è il vero insegnamento. L’amore verso noi stessi mette in moto una ruota inarrestabile di soddisfazioni.
Dunque, tutti votiamo. Ogni giorno. I singoli appuntamenti alle urne sono solo una minuscola parte di ciò che ogni individuo può determinare attraverso le sue azioni per modificare la propria vita e, di conseguenza, quella degli altri.
Ogni individuo, di fronte a un problema, nel momento in cui deve prendere una decisione, dovrebbe semplicemente riflettere su cosa può fare per risolvere quel problema e cosa non può fare. Stilare un elenco delle soluzioni possibili. Tutto il resto non conta. Tutto il resto sono solo pensieri inutili che si traducono in polemiche e stracci di pensieri, ansie ulteriori che sporcano la mente e complicano il processo cognitivo, allontanandoci sempre di più dalla soluzione possibile.
Occorre lucidità.
È vero, la vita cambia; spesso ci mette di fronte a scelte difficili da prendere. Sbagliamo, e non possiamo essere perfetti. L’importante è affrontare anche gli imprevisti con una certa lucidità. Per essere lucidi, occorre essere svegli, il che non significa essere furbi, ma ragionare attraverso la propria coscienza, cercando di valutare la situazione per quello che è, senza rimanere intrappolati nella miseria dei pregiudizi o nella gabbia costruita da chi, “alla regia”, preferirebbe che seguissimo una certa direzione per i propri vantaggi personali.
Occorre dare il nome giusto ai propri problemi. La voglia di stare con una persona non è sempre amore; a volte è paura di restare soli. Questo è ben diverso. Voler bene a un cane non significa sempre saper amare i cani o gli animali in generale; c’è chi usa l’affetto di un cane per rimpiazzare l’assenza di una persona o di qualcos’altro. Questo è amore? Non credo proprio.
Nulla va dato per scontato. Non sappiamo mai abbastanza per poter affermare di essere sufficientemente adulti.
È necessario imparare a distinguere il bene dal male, e non è facile se ci facciamo persuadere dai troppi input quotidiani che ci distraggono dai nostri veri bisogni interiori.
Quali sono i tuoi bisogni interiori? Solo tu puoi scoprirlo, se desideri raggiungere una certa serenità mentale e fisica che ti permetta di affrontare con lucidità anche gli imprevisti.
Metaforicamente parlando, il quadro che ci si presenta davanti è una sorta di catena di montaggio, il cui prodotto finale dipende da ogni piccolo passaggio durante il processo di lavorazione. Gli errori sono ammessi lungo il percorso, come già detto. Se l’analisi è giusta e sappiamo ciò che vogliamo da noi stessi, così come la priorità da dare a ogni singolo aspetto e bisogno della nostra vita per mantenere viva l’armonia, l’equilibrio tra anima e corpo, allora gli errori saranno un’opportunità per migliorare, la cenere da cui poter rinascere più forti di prima.
Quello che desidero esprimere è che non dovete sentirvi liberi solo quando andate a votare o quando scegliete di astenervi.
Prima di affrontare le trivelle, o qualsiasi tema di attualità, è fondamentale conoscere la quotidianità in cui viviamo, la nostra attualità, le persone che ci circondano e, soprattutto, il perché dei nostri comportamenti di fronte alle circostanze della vita.
La libertà non è un momento isolato, ma è un percorso che ci accompagna ogni giorno. Essa si manifesta nelle piccole scelte quotidiane, nelle interazioni con gli altri, nel modo in cui affrontiamo le sfide e nel rispetto che dimostriamo verso noi stessi e verso il mondo che ci circonda. Solo comprendendo a fondo il contesto in cui operiamo possiamo realmente esercitare la nostra libertà, trasformandola in responsabilità e consapevolezza.
È essenziale, quindi, riflettere sulle nostre azioni e capire come esse siano intrecciate con le vite degli altri. La vera libertà è un atto di amore e di rispetto, non solo per noi stessi, ma anche per la comunità in cui viviamo.
Vale la pena fare ciò che non si ama? La risposta è no. Tuttavia, spesso ci sono dei “ma” e dei “però” che complicano la questione. Una cosa è certa: a nessuno piace impegnarsi in attività controvoglia, nemmeno a coloro che si convincono ogni giorno che la vita debba necessariamente andare in quel modo.
Spesso, ciò che ci spinge a continuare su questo percorso è la comodità di rimanere in una situazione che conosciamo, anche se non ci soddisfa. È più facile fare qualcosa che non amiamo piuttosto che intraprendere un’analisi profonda di noi stessi, affrontando le nostre paure e cercando di soddisfare le nostre vere inclinazioni. In fondo, è la paura che ci porta a compiere scelte che non rispecchiano il nostro autentico desiderio.
Seguendo costantemente, per generazioni, uno schema prestabilito, un ideale, un automatismo, senza mai metterlo in discussione e senza mai uscire dai binari della prassi per evitare il rischio di commettere un errore ed essere emarginati, si finisce per tollerare qualsiasi forma di schiavitù, anche la più subdola e palese.
Si arriva persino a trovarle un significato etico, convincendosi che, nonostante tutto, sia cosa buona e giusta.
Così, ci si assuefà all’idea che la conformità sia sinonimo di sicurezza, mentre la vera libertà si cela dietro il coraggio di interrogarsi e di dissentire. La paura di deviare dal sentiero tracciato ci rende prigionieri di una routine che, pur apparendo rassicurante, cela in sé l’ombra della sottomissione. È solo attraverso l’autoanalisi e la volontà di esplorare l’ignoto che possiamo liberarci dalle catene invisibili e riscoprire la nostra autentica essenza, affinché ogni scelta diventi un atto di consapevolezza e non un mero riflesso di ciò che ci è stato imposto.
Vorrei davvero aiutarvi e liberarvi da quel torpore che vi avvolge, ma sono consapevole che non posso farlo. Ogni persona deve seguire il proprio cammino, in modo personale e unico. La natura segue il suo corso, e ogni passo che compiamo rappresenta un insegnamento, un dolce ritorno a noi stessi.
In questo labirinto di emozioni e scelte, è importante ricordare che la forza che risiede dentro di voi vi attende. È nell’incontro e nello scontro tra luce e ombra che scoprirete veramente chi siete. So che la vita può sembrare ingombrante a volte, ma ogni dolore che affrontiamo ci trasforma e ci dona una nuova forza.
Che notizie, ragazzi. Sì, va bene, ormai siamo vaccinati, e non dovremmo sorprenderci più di nulla. Ma questo non significa che la nostra mente si stia realmente evolvendo, né che si siano creati nuovi anticorpi contro ciò che ci circonda. Anzi, sembra proprio il contrario. È un po’ come quando il fegato si abitua agli effetti devastanti dell’alcol: apparentemente, tutto è più comodo. Se sbronzarsi è diventata un’abitudine, il fegato raggiunge un livello tale di tolleranza che, quando ne bevi a secchiate, non passi più l’intera notte a sboccare l’anima come prima. Ti senti forte e invulnerabile “finalmente”, ma la verità è che il fegato sta lentamente andando a farsi fottere.
Credo che tutte queste brutte notizie che sentiamo quotidianamente ci stiano raffreddando a livello sensoriale ed emozionale. Stiamo diventando sempre più razionali e calcolatori, lentamente trasformandoci in cyborg pronti a tutto, incapaci di reagire emotivamente di fronte a scene agghiaccianti, come davanti a immagini di corpi senza vita stesi a terra, che dovrebbero farci rabbrividire e invece un po’ ci seducono, ci incuriosiscono. Ma è la loro cadenza quotidiana a far sì che ci abituiamo, senza quasi reagire, per chissà quali strani meccanismi mentali. Forse è per questo che tra noi aumentano coloro che non si fanno molti scrupoli, con un coltello in mano, davanti alla propria fidanzata o a un poveraccio per strada, il cui errore mortale è stato, magari, quello di non dare la precedenza. Violenza genera violenza?
Come possiamo uscire da questo vortice di negatività? Dobbiamo restare calmi, cercare a tutti i costi la pazienza, al di là della materia e del denaro, se desideriamo vivere e continuare a farlo per il resto dei nostri giorni, in modo sensato e sano.
Abbiamo smesso di cercare le risposte dentro di noi. I miei nonni, a modo loro, lo facevano ancora, nonostante tutto: nonostante la guerra, la miseria. Questa è la capacità che ci manca. La capacità di cercare le risposte nel nostro interno, anziché all’esterno. Perché, non appena ci rivolgiamo all’esterno in cerca di risposte veloci, troviamo solo Fretta e, sua figlia, Violenza. Nient’altro.
Dobbiamo ritrovare la forza per andare avanti nel rapporto tra noi e il nostro spirito, per superare le difficoltà e contagiare di positività e saggezza il prossimo, e tutto ciò che ci circonda. Chi lo deve fare se non noi? Devi rappresentare il mondo che cerchi e non permettere che anche il tuo faccia schifo.
Ma come può una persona infetta, contagiata da un rapporto occasionale, decidere di vendicarsi del danno subito, infettando decine di ragazzi tra i 15 e i 24 anni per autoassolversi? Ma stiamo scherzando? Davvero non fa effetto una notizia del genere? Negli anni ’80 e ’90 ci saremmo scioccati, e lo shock sarebbe durato settimane. Oggi, invece, sembra sia tutto così normale.
Siamo ormai talmente soli ed esuli, individualmente, a causa di molteplici fattori, che quando ci arrabbiamo non cerchiamo un unico responsabile. Spesso, infatti, il colpevole non si dichiara. Così, finiamo per prendercela con l’esistenza intera, che nella nostra mente si trasforma in una massa inquantificabile di persone che complottano contro di noi, un mondo intero. Una visione ristretta dell’esistenza. Sono brutte malattie, queste, e non parlo solo dell’AIDS.
In questa solitudine, ci sentiamo avvolti da un velo di incomprensione, come se ogni passo fosse un gesto di sfida contro un destino che sembra cospirare contro di noi. La frustrazione cresce, alimentata da un senso di impotenza, e l’oscurità si fa sempre più densa, rendendo difficile vedere la luce. È in questo labirinto di emozioni che ci perdiamo, dimenticando che la vera battaglia è spesso contro noi stessi, contro le nostre percezioni distorte e le nostre paure.
Oggigiorno capita, non sempre ma spesso, che una cosa piccola come…come…come un piercing per esempio—soprattutto se facciale—diventi l’unica forma di libertà che una donna sposata o comunque seriamente impegnata possa permettersi. Un palliativo. Equivale al tatuaggio sul polpaccio per l’uomo, per l’uomo sposato o seriamente impegnato. Nella loro mente, quel piercing e quel tattoo significano libertà e gridano “Io sono impegnato/a ma come vedi non mi faccio mettere i piedi in testa! E non dite che sono vecchia/o! Io c’ho il piercing (o il tattoo sul polpaccio nel caso dell’uomo)!
Lo so, può sembrare una sciocchezza ma se ci fate caso una cosa così sciocca oltre che per imitazione viene fatta per dei motivi ben precisi, sono simboli di un’emancipazione e libertà (illusorie). In quel particolare così apparentemente insignificante, si cela il desiderio di affermare la propria identità nella coppia, una forma di rivoluzione silenziosa che li aiuta a sostenere il peso di svariate cose: l’essere papà/mamma, l’età che avanza. In un mondo dove le scelte sembrano limitate, quel piccolo buco diventa un potente manifesto di indipendenza, un modo per affermare agli altri e a se stessi che, nonostante tutto, esiste ancora uno spazio dove respiro e dove posso esprimere la mia essenza, e quello spazio è nel corpo. Ma solo in una piccola porzione di esso. Non esageriamo adesso.
Ebbene sì, cari lettori e amici, un altro anno insieme è giunto al termine. Non voglio rubarvi troppo tempo, poiché vi starete probabilmente preparando per il fatidico pranzone!
Vi aggiorno sulle ultime novità:
Continuo a lavorare al mio prossimo libro, che al momento non ha ancora una conclusione definita. Gli elementi che desidero inserire sono così numerosi che non posso rivelare nulla di concreto. Tuttavia, sono certo che entro la fine del 2016 sarà pronto. In realtà, i libri saranno due: un saggio un po’ particolare e una nuova raccolta di poesie.
Inoltre, sto progettando un sito personale con alcune novità pensate per voi! Ci sarà molto da fare, ma con calma e pazienza, passo dopo passo, restando sulla giusta strada, raggiungeremo la meta!
Ma nel frattempo, VIVIAMO!
Non solo perché è Natale, ma perché la vita è un’esperienza entusiasmante. Certo, a volte sembra faccia cacare ma è un’illusione. È sufficiente cercare un approccio sincero, sapere che il nostro punto di vista non è che la visione di un punto, imparare dagli errori, mantenere sempre una certa distanza di sicurezza dal nostro io. Ricordate che, se non siamo in pace con noi stessi, è inutile cercare di essere generosi o altruisti.
Essere sinceri con noi stessi, a Natale e durante tutto l’anno, magari partendo dal 2016, è la forma più grande di altruismo e il miglior regalo che possiamo fare agli altri.
Viviamo questo Natale e accogliamo l’attesa di un nuovo anno che sta per arrivare!
Vi auguro:
Di realizzare i vostri sogni.
Di seguire le vostre passioni per superare la crisi economica, spesso segnata da speculazioni e false immagini; e le crisi personali, poiché solo voi potete farlo. Se seguirete le vostre passioni, non dovrete inseguire i sogni, perché saranno i sogni a trovarvi!
Di non riporre le vostre aspettative nei politici, nei leader o nei guru, ma di costruirvi una vita vostra, con calma. Un percorso magari lento, ma personale. Si può arrivare ovunque, se lo si desidera e se si accetta un cambiamento netto, sempre più necessario per migliorarsi ed essere felici.
Di costruire la vostra felicità: ricordatevi che la felicità è uno stato mentale, una dimensione. La felicità siete voi, se lo volete e se creerete le condizioni per esserlo.
Di credere in voi stessi; se non lo fate voi, nessun altro lo farà.
Di contare solo sulla vostra opinione, lasciando spazio all’ascolto. Saper ascoltare è importante e saggio.
Di crearvi le condizioni necessarie per agire in totale tranquillità, affinché nulla e nessuno contaminino o influenzino il vostro operato, le vostre idee e i vostri sogni.
. . .Il sistema in cui viviamo è storto, è una rete infinita di distanze fisiche e mentali. Una massa che condivide una libertà costretta. Stiamo vivendo a metà, la nostra vita è fatta di carne e dati. E per tutto il resto c’è Mastercard.
…Siamo un arcipelago immenso di infinite piccole isole pronte a raggiungersi a qualsiasi distanza grazie alla tecnologia, in cambio di milioni e milioni di sfumature abbandonate in un dimenticatoio, in una soffitta tra la polvere e le ragnatele come qualcosa di superfluo, che non serve più, passato di moda, come la gentilezza.
…Quando mi capita di acquistare qualcosa in uno dei più recenti modelli di supermercato, magari all’interno di un centro commerciale, tralasciando già l’idea dell’introduzione della cassa automatica che mi crea squilibri cerebrali e fisici, noto che mi perdo. Mi perdo sul serio! Nella quantità inutile di cibi inscatolati mi perdo, che non trovo per nulla comoda e che l’unico consiglio che mi arriva è quello di uscire. Per come la vedo io, quella non andrebbe chiamata vasta gamma di prodotti bensì vasta gamma di spreco.
…Ogni scelta quotidiana individuale va ad incidere su un certo tipo di modello e di sviluppo sociale trasformandosi in grande iniziativa collettiva o in disastro. Basterebbe veramente poco per risolvere un sacco di problemi sociali ed economici. Qui si continua a parlare di quantità. Io voglio che si inizi a parlare di qualità, di personalità, di identità che unite si trasformino in collettività senza leader ma con un’etica superiore alle altre che è quella del buon senso.
…Dovete pensare a che cosa vorreste dare la priorità, se a voi stessi o alla casualità. Dobbiamo pensare in piccolo. Capire chi siamo nella nostra sotanza non significa solo uscire dagli schemi per il gusto di farlo e basta. Significa prendere in mano il telecomando della nostra vita, significa aggiudicarci il tempo necessario per raggiungere una certa consapevolezza di chi siamo, dei fatti quotidiani, di come si muovono le persone e il mondo intero. Significa accorciare le distanze tra noi e chi amiamo. Significa capire noi stesi attraverso anche gli altri, significa raggiungere un livello più umano di comunicazione fatto di tranquillità, senza sentirci in continuazione la pistola della fretta puntata alla nuca pronta a premere il grilletto ad ogni nostra minima sosta. Ecco, riacquistare il comando del respiro non è male come immagine. Lo possiamo fare. Il respiro è la base della vita.
Succedono fatti strani, avvolti in retroscena complessi e raccapriccianti, tradotti con una tale semplicità nei post e nei commenti sui social che sembrano trasmettere un putridume e un’agitazione spesso più intensa dei fatti stessi.
Allah è grande. Cristo è grande. Yahweh è grande. E chi più ne ha, più ne metta.
Gli dei ci sono, li abbiamo. Non ci mancano affatto, non vi è dubbio.
Ci battiamo in loro nome, uccidiamo e amiamo in loro nome.
Del resto, accade la stessa identica cosa anche nello sport e nella politica. Le stesse dinamiche si ripetono.
Non percepite un certo fil rouge devastante in questo tifo incessante (leggi il mio articolo Malati di tifo) che miete vittime e promuove atrocità quotidiane?
Dunque, dov’eravamo rimasti? A “Gli dei ci sono”. Non ci mancano. Soprattutto il “DIO DENARO”. Oh, sì, il Dio denaro esiste! Potrebbe urlarlo anche Guido Meda. È il dio denaro che ci fa stare tranquilli, che spesso ci fa e poi ci accoppia. In questo caso, ci fa e ci accoppa. È lui il dio che ci sorveglia giorno e notte, guidando le nostre azioni più umilianti e subdole.
Le religioni non ci mancano. C’è un assortimento di divinità e credenze che nemmeno al centro commerciale durante il Natale. Ognuno di noi (non guardate me) ne sceglie una e la fa propria.
È palese che tutto ciò che desideriamo da una religione, dall’ossessione per una squadra o per un partito, è solo un bastone “morale” che ci faccia sentire meno fragili di quel che siamo, che ci sostenga, perché da soli non ce la facciamo.
Quello che ci serve e che manca ultimamente, a livello mondiale, si chiama SPIRITUALITÀ.
RELIGIONE + SPIRITUALITÀ: vorrei che fosse il nostro motto.
La vera spiritualità non sarà mai un bastone, perché è sincera e nasce dentro di noi. Non la si trova nelle statuine sui comodini o nei ponti tradizionali tra noi e l’aldilà.
La spiritualità non risiede in un nome o in una bandiera. La materia non può farvi conoscere la vostra spiritualità.
Saremmo noi la nostra spiritualità, una volta recuperata, frequentata e conquistata. Noi il nostro dio. La rappresenteremmo, la spiritualità, senza chiacchiere da bar o da dopo-festival.
Ma che rapporto avete con voi stessi, con ciò che abitate dentro e che prima o poi si rivela?
Ci vogliono forza di volontà, autocritica, autoironia, pazienza e umiltà. La spiritualità non si trova dietro l’angolo né in televisione.
Dovete muovervi adesso, se cercate SERIAMENTE un mondo migliore e una speranza, che sfugge sempre davanti a immagini abominevoli come quelle di ieri notte da Parigi. L’unica dimensione umana di cui dovremmo sentirci parte è la nostra spiritualità. Quel “mondo migliore” che tanto reclamiamo di fronte alle barbarie è lo stesso mondo che dovremmo rappresentare e promuovere nelle nostre piccole scelte interiori quotidiane.
Ma come pensate di risolvere tutto schierandovi dalla parte di qualcuno?
La risposta non sta nel tifo, ma nella ricerca profonda di ciò che ci rende umani, nella connessione autentica con il nostro io più sincero.
“L’evoluzione sociale non serve al popolo, se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero.” (Franco Battiato)
“The revolution will not be televised” (Gill Scott Heron)
Era quello che più di qualcuno pensava e diceva all’epoca, dopo la notizia del ritrovamento del corpo massacrato di Pier Paolo Pasolini.
Io non c’ero, me l’hanno raccontato.
“Un frocio insolente, bastian contrario per vocazione, triste, pessimista e per giunta comunista”.
Da quel lontano 2 novembre 1975 sono trascorsi quarant’anni di buio assoluto.
Ogni tanto giungono giusto qualche indizio, qualche sospetto.
Ci hanno spinto in quella solita sala d’attesa, in cui abbiamo tutto il tempo per riflettere democraticamente e non capirci nulla. Una democrazia vigilata che ci rende partecipi e ininfluenti, giusto per tenerci lì, per dimostrarci che, in qualche modo, lo Stato c’è. Che si continua a indagare e che è davvero difficile scovare questi “cattivoni”, sempre così astuti che non lasciano mai tracce del loro passaggio, specialmente se si tratta di vicende in qualche modo legate alla politica e all’informazione nazionale. Guarda caso. Ma è solo un caso.
Ed eccoci qui. Oggi finalmente ci dicono la verità su Pasolini.
Già, ma quale verità?
Quella che non dà fastidio a nessuno, ovviamente. Una mezza verità. Quella che parla della sua integrità morale, delle sue intuizioni avanzate anni luce rispetto ai tempi, della sua versatilità culturale, della grande passione per la vita e per l’arte, attraverso la quale cercò di esprimere al meglio la sua insaziabile curiosità nei confronti dei cambiamenti della società italiana. Tutto vero. Sia chiaro.
Fantastico.
Finalmente, anche i media confermano in ogni salsa la sua grande umanità e sincerità, come pure la consapevolezza generale di aver perso non soltanto un grande uomo, ma un vero e proprio profeta.
Lo possiamo finalmente ammettere?
Certo che possiamo. Tutti possono farlo. Tanto ormai è morto. A chi può dare fastidio una tale notizia?
E quale notizia potrebbe dare fastidio, invece?
Senz’altro quella che riguarda la sua morte, più che la sua vita.
Il perché e il chi.
Pasolini se n’è andato. Ma le persone che probabilmente sanno qualcosa, forse alcune di loro sono ancora vive e continuano a ricoprire cariche istituzionali, o in qualche modo posizioni ancora colluse con l’attuale scena politica; di conseguenza, aprire il becco significherebbe scandalo, sputtanamento totale e arresti… quelli, forse.
L’omaggio mediatico a Pasolini non è altro che un’ennesima sala d’attesa.
Ci vogliono convincere che l’informazione è sempre più trasparente e democratica, e che sarebbe poco furbo coprire certe palesi verità all’epoca di internet, dove ormai tutti, chi più chi meno, conoscono l’iconica figura di Pasolini.
Fatto sta che l’inchiesta è chiusa.
E nessuno ha ancora capito chi l’abbia ucciso e perché.
Ma tutto questo è normale? Forse in Italia, sì. Lo è.
Ci basta omaggiarlo.
In questo modo, la memoria di Pasolini diventa un simbolo, un’eco lontana di un’umanità che cerca ancora di affermarsi, mentre il mondo continua a girare, rimanendo indifferente. La verità, come un fantasma, vaga tra le ombre del passato, e noi, in questa sala d’attesa, restiamo in ascolto, aspettando risposte che sembrano sempre sfuggirci, come sabbia tra le dita.
Qui è sempre tutto normale. Ci si abitua a quel tipo di normalità, a una scabrosa mediocrità, a una retorica ripetitiva, soprattutto quando a rimetterci sono i più “deboli”. Siamo costretti ad accettare un certo pressapochismo, come se questa nazione fosse stata concepita per essere una democrazia.
Siamo liberi. L’importante è, però, non oltrepassare i limiti… Pasolini insegna.
E non solo lui. Falcone, Borsellino, Impastato: sono solo alcune delle vittime di quell’omertosa normalità a cui ci hanno abituato da decenni.
“Ma perché farsi tante domande? Infondo, perché vuoi che abbiano ucciso Pasolini? Era un frocio saputello, ecco perché! E pure rompicoglioni! Se l’è andata a cercare!”.
Oggi non si dice più così.
Oggi non c’è bisogno di attaccare pubblicamente le inclinazioni sessuali di un personaggio popolare per infangare la sua immagine. Anzi, finisce che ti scavi la fossa con le tue mani (vedi Tavecchio).
È per questo che non si usa più. Non perché l’omosessualità sia stata sdoganata! Tu lo credevi?
È sufficiente limitarsi a ignorare.
La società italiana, secondo te, è cambiata? Siamo migliorati?
Siamo davvero consapevoli del reale ruolo centrale di Pasolini nella cultura italiana del Novecento?
Possibile che ancora oggi nessuno faccia un passo indietro?
Come mai nessuno parla? Siamo proprio sicuri che nessuno “sappia”?
L’ennesimo segreto di Stato.
Continuiamo a ricordarlo a livello mediatico, come continuiamo a ricordare tutte le altre vittime innocenti messe a tacere palesemente dalla manovra Stato-Mafia, che non ammetterà mai le sue colpe perché ancora oggi agisce sotto falsa identità. Una banda che non uccide più, ma che continua a colpire, a coprire e a muoversi nel “sottosuolo sociale” italiano.
Fa davvero specie che l’omaggio mediatico ai personaggi scomodi sia puntualmente postumo.
Proprio come fa la mafia nei film, che partecipa ai funerali delle proprie vittime per esprimere il proprio cordoglio senza insospettire nessuno.
E così, mentre i riflettori si accendono su figure come Pasolini, la memoria si fa fragile, come un fragile cristallo che rischia di infrangersi al primo tocco. La verità diventa un’ombra nel buio, e noi, spettatori di un dramma che continua a ripetersi, ci chiediamo se mai avremo il coraggio di affrontare la luce, di squarciare il velo di indifferenza che ci avvolge, e di rendere finalmente giustizia a chi ha pagato il prezzo della verità.
Per chi sta in mezzo, come me, è sempre difficile prendere una decisione e capire se sia meglio schierarsi da una parte o dall’altra.
A parte il fatto che schierarmi non mi è mai piaciuto, perché odio catalogare le cose e le persone, anche se spesso mi spingono a farlo, e io stesso odio essere catalogato, come fossi merce. Credo, inoltre, che esista sempre una sana via di mezzo che allontani ogni estremismo e inutili fanatismi perché schierarsi non aiuta a capire tutte le ragioni di un conflitto.
C’è chi crede che il passato sia sempre meglio del presente. In parte lo penso anch’io. In parte, invece, no.
C’è chi considera i social network una merda e chi, invece, non riuscirebbe ormai a vivere senza. Per quanto riguarda i social, ritengo siano anche utili se utilizzati nella giusta misura, con criterio e con uno scopo preciso: per pubblicizzare, per esempio, un proprio prodotto, o per condividere informazioni e opinioni che potrebbero servire a più persone, specialmente quando si tratta di una condivisione circoscritta alla città in cui si vive, dove un problema è concretamente risolvibile e non ci si limita a inutili conclusioni e chiacchiere con il commento del commento del commento.
Per un po’ di tempo, ho pensato anche che i social fossero una merda, che rendessero le persone schiave di un “mi piace” e di una condivisione scriteriata della qualunque, per sentirsi meno soli. Che poi è vero. Ma se la gente si sente in dovere di condividere ogni “cacata”, a dismisura, senza badare mai alla qualità del contenuto, significa semplicemente che la loro vita fa un po’ schifo e soprattutto che la merda non sta nel mezzo, bensì nella testa delle persone.
C’è chi si batte contro la tecnologia di nuovissima generazione, contro tutto ciò che è digitale, ma soprattutto contro tutto ciò che non è più analogico, con l’idea fissa di salvare e salvaguardare un passato, una tecnologia un po’ più macchinosa e demodè, spesso meno comoda di quella odierna, ma ciononostante pregna di identità, dignità, storia e anche durabilità. Tra questi crociati, troverete anche il sottoscritto, il quale, però, come al solito tende ad essere un po’ più “paraculo”, restando a metà strada tra le due visioni del mondo, cercando un equilibrio e una tregua tra i due fronti.
Non ritengo che la nuova tecnologia sia il male peggiore come molti la descrivono, né che debba sostituire l’analogico a tutti i costi. Sono convinto che tutto possa coesistere, a patto che ci sia, appunto, questo benedetto equilibrio: un’educazione all’acquisto, un limite e un criterio nell’uso degli strumenti, vecchi o nuovi che siano, affinché una passione o un ideale non si trasformino in una mania intransigente o in mero collezionismo.
In questo mondo in continua evoluzione, dove il digitale danza con l’analogico, è possibile trovare una sinfonia che abbraccia entrambi gli estremi. Così, mentre il passato ci parla con la sua voce nostalgica, il presente ci invita a vivere il momento. È nell’armonia di queste due dimensioni che possiamo scoprire una nuova forma di esistenza, un cammino in cui tecnologia e tradizione si tengono per mano, creando un futuro che non dimentica le sue radici.
La questione riguardante la presunta insensibilità, il pressapochismo e la superficialità da parte delle nuove generazioni nei confronti della cultura e dell’intrattenimento deriva da una “legittima” ignoranza, causata da uno stile di vita frenetico, imposto dalla civiltà dei consumi. Questa civiltà tende a correre sempre più in fretta e evidentemente non lascia ai ragazzi lo spazio e il tempo necessari per respirare, per gustare le cose e per capire che esistono sempre un passato e una storia importanti che precedono le nuove tecnologie, e questo sviluppo così ambito dall’economia, idolatrato ignorantemente dai consumatori seriali.
Musica, film, videogame, libri, computer: di tutto ciò, tendenzialmente le nuove generazioni conoscono molto bene la parte più superficiale, quella che pone l’immagine al centro di tutto e che quindi arriva prima, senza troppi sforzi. Non conoscono il procedimento, il percorso, l’evoluzione che precedono le loro tendenze. Non sanno dove, come e quando è nato tutto. Questo è il motivo per cui non sono in grado di apprezzare, come noi, vecchi inguaribili nostalgici, una tecnologia passata di moda, considerata ormai antica e inutilizzabile al giorno d’oggi, per il semplice motivo che non è nuova e quindi non “fa figo”. Non “appare”, dunque non è bella.
La comodità dei mezzi odierni inoltre non li aiuta affatto nel superamento di tali limiti, anzi li rende un po’ ottusi e poco curiosi, poco inclini a una ricerca a ritroso che gli permetterebbe di conoscere i passaggi che hanno preceduto queste scomode comodità.
Che belle le cartucce del primo Nintendo… il NES. Ricordo come fosse ieri il giorno in cui andai insieme a mia madre e a un compagno di classe in treno a Udine per acquistare Super Mario Bros 3. Un capolavoro. La custodia di cartone, con quel suo odore particolare che sapeva “di gioco Nintendo”, all’interno il libretto che sfogliai per tutta la durata del viaggio di ritorno, fremendo dalla voglia di arrivare a casa per giocarci e godermelo.
Ricordo il profumo dei negozi di un tempo, l’odore di pellicola e di plastica che si percepiva all’interno del negozio FOTO STUDIO SERGIO nel mio paese. Lì, oltre a sviluppare e vendere rullini fotografici, si noleggiavano i primi film in videocassetta e i giochi del Nintendo. Quando decidevo di noleggiare un film, lo pregustavo già prima di partire da casa, con la speranza di trovare in negozio sempre qualche novità.
In questo mondo che corre, dove il presente si consuma in un battito d’ali, è facile dimenticare la dolcezza di quei ricordi. Le esperienze di un tempo, intrise di attesa e meraviglia, ci insegnano a dare valore a ciò che è stato, a non scordare le radici da cui attingiamo la nostra cultura. E mentre la tecnologia avanza, portando con sé comodità e rapidità, è essenziale non perdere di vista il viaggio che ci ha condotti fin qui, perché è proprio in quel percorso che si cela la vera bellezza della nostra esistenza.
L’ebook-reader è pratico per la lettura di un libro, dove e come vuoi. Ma se non ti è mai capitato di toccare e sfogliare le pagine del libro che magari ti ha cambiato la vita, qualcosa è andato perso. Lo stesso concetto vale per un album musicale. Se hai imparato soltanto a scaricarlo o ad ascoltarlo su internet e non ti è mai successo di maneggiare la custodia del CD con la sua copertina, il booklet e il suo profumo di cartoncino e “di testi”, che rappresentano fisicamente il prodotto finale di un lavoro che sta alla base di quell’opera, non hai mai ascoltato un artista come si deve.
Allo stesso modo, se non hai mai fissato un disco mentre gira sul giradischi, non puoi comprendere tutto ciò che può trasmettere la vera musica e la sua storia. Internet è una rivoluzione di una grandezza pari a quella dell’invenzione del fuoco. Ha cambiato il mondo, il modo di approcciarci alla quotidianità e di relazionarci. Se nasci in quest’epoca e non sai che prima di internet esisteva un mondo senza internet, o se questa cosa nemmeno ti incuriosisce, sei malato. Punto.
Se non hai visto e maneggiato un floppy disk, non è colpa tua, ovviamente, ma non sai cosa ti perdi. Se però non ti sei nemmeno chiesto cosa fosse e a cosa servisse quando hai visto una sua immagine passare per caso in rete, non stai facendo la cosa giusta. Perdi pezzi.
E quindi, cosa resta? Resta un vuoto che senti che c’è, perché ti manca qualcosa, ma che non vedi, che non riconosci. È l’oblio il problema delle nuove generazioni. È un ricordo smarrito, che non hanno mai toccato con mano. E noi adulti, se non facciamo qualcosa per restituire loro una memoria, li avremo soltanto aiutati a morire male. Un tremendo gap.
Noto con dispiacere che la maggior parte dei ragazzi d’oggi non è sempre in grado di cercare un’emozione quando fa qualcosa, perché l’emozione richiede tempo. E loro non ce l’hanno. Non se lo concedono. Quando si cerca un’emozione, i cinque sensi devono agire in armonia. E per farlo ci vuole pazienza.
Questo discorso vale per tutto nella vita. Altrimenti rimane puro istinto. E niente più. Il vuoto. E ciò che oggi circonda le nuove generazioni, e spesso anche noi, è il vuoto. Sveltine imperturbabili fatte di rabbia e sangue, che scorrono senza lasciare traccia, come ombre che sfuggono alla luce. È un invito a non dimenticare, a ricercare le esperienze che ci definiscono, a riscoprire la bellezza del tangibile e del vissuto, per costruire un ponte tra le generazioni, un legame che non si rompa nel frastuono della modernità, ma che si nutra di ricordi e di emozioni autentiche.
…E se non tenteremo di cambiare, che cosa potrà mai succederci?
Succederà che prima o poi moriremo, in qualsiasi caso, ma in questo caso senza aver capito nulla di noi stessi, del mondo che ci circondava, di ciò che facevamo e dei motivi per i quali facevamo determinate cose, senza esserci mai avvicinati all’idea di ciò che forse avremmo voluto essere realmente. La fine è importante in tutte le cose, citando Hagakure. Ma questa sarebbe davvero una triste vita, con una triste fine…
Gli alberi più rigidi sono quelli che si spezzano prima; chi è invece cedevole e flessibile resiste a lungo. L’uomo saggio cerca di mantenersi in equilibrio seguendo attentamente il corso delle cose.
Se amo un’aquila, non la chiudo in una gabbia per tenerla accanto a me per sempre. La libero nel cielo, per sentirla e vederla libera, per osservarla bella e felice, come la prima volta.
Se amo un’aquila, non la imprigiono, perché io non posso volare insieme a lei nel cielo, e sarebbe da pazzi negarle questa incomparabile libertà.
Mentre lei sa scendere da me, ed il suo sacrificio sarà proprio quello di aver scelto di scendere da me, in cambio di tutto il cielo.
L’eccessiva informazione e la tendenza di chiunque a criticare la qualunque sono i nuovi nemici della cultura e della nostra quotidianità (quanto meno della mia). L’eccessiva informazione è la vera disinformazione oggi. Non ha più senso nulla, ogni parola è mercificata come qualsiasi altra cosa. Forse sarebbe meglio non leggere e lasciare che sia, oppure selezionare le fonti, gli articoli, i post da leggere e commentare, a costo di diventare pazzi. Queste potrebbero essere le uniche modalità per tenere la mente libera da nefandezze, sgombra di quelle inutili pernacchie che hanno come fine solo la vendita della critica mossa o della notizia.
Dateci un taglio. Come si usa dire davanti all’oste qui in Friuli quando si desidera bere un bicchiere di vino. A proposito di Friuli, impariamo magari dai vecchi friulani, come il nostro Dino Zoff nazionale: dire poco e bene, mai a sproposito, mai eccedere. Non serve a niente commentare tutto. Facciamoci una dose zen, tranquillizziamoci. Se abbiamo un sacco di tempo libero da buttare, donatoci senza preavviso dalla crisi, utilizziamolo per cercare una passione, un nuovo modo di vivere. Camminate, pedalate, che ne so… dove cazzo correte? Perché questo bisogno costante di dire tutto e sempre, insultare, informare? Chi? A chi volete rendere conto?
Troppe foto… cazzo, selezioniamole! Perché pubblicate tutte le immagini che scattate? Selezionare è fondamentale in tutto nella vita, dalle parole al cibo, dalle foto alle condizioni di lavoro. Tutto ha un limite. Non serve a niente manifestare se poi, nel nostro piccolo, non siamo un esempio prima di tutto per noi stessi. Non serve a niente se non siamo l’espressione vivente della società che vorremmo costruire. Selezioniamo in base alle nostre sensazioni più alte, quelle che non hanno a che fare con la voglia di apparire a tutti i costi.
Selezionare per dare un taglio alla quantità ed elevare la qualità. È da qui che si riparte, dal nostro buonsenso. Qualità, raga. Qualità!
Abbiamo visto, ascoltato e capito tutti che ciò che è accaduto ieri in Francia è orrore puro. Un episodio che inaugura male questo 2015.
D’altronde, in Europa, da qualche anno a questa parte, non si respira un’aria poi così sana: la crisi, la politica poco o per niente trasparente che pretende di unire popoli incompatibili da secoli per cause geografiche, storiche e culturali, parla di economia come di una scienza difficile e prevarica i diritti umani, dove gli ultimi se la prendono sempre in quel posto. Democrazie che di democratico portano solo il nome, come un bel tappeto persiano che nasconde le immondizie sotto i suoi colori sgargianti e i suoi intrecci artigianali precisi e codificati. Taferugli e opinioni divergenti tra le masse, i cui gusti vengono guidati h24 da slogan di multinazionali e di banche, i cui interessi coincidono con quelli dei governi dominanti. Insomma, l’Europa non è il paradiso che vuole sembrare; ce ne siamo accorti. La sua unione è solo nella forma, nei comizi, nei confini abbattuti senza tutele, meno negli intenti. È un’unione coatta, un affare che funziona solo per Qualcuno. Noi non siamo altro che le pedine sfigate di un master senza scrupoli.
Certo, se invece l’Europa la vogliamo paragonare, per esempio, a buona parte del Medioriente, a quelle zone dove guerre grandi e piccole (spesso invisibili per i media e quindi per noi) stanno violentando e polverizzando l’identità e il cuore di milioni di civili inermi di fronte al potere, frullati insieme ai compromessi e ai meschini interessi che riempiono da sempre le tasche e le casseforti dei grandi capitalisti e delle grandi economie, beh, allora sì, in Europa “diciamo” che si sta bene. Dipende molto dal numero di diottrie di ognuno di noi, in fondo. Dipende dal nostro arbitrio. È soggettivo, come ogni scelta di vita, del resto.
Poi c’è il problema immigrazione. Ho il presentimento che la maggior parte di noi europei non abbia la volontà né il piacere di ospitare a casa propria colui che fugge da quelle realtà sopra citate. Persone, popolazioni intere che scappano spaventate, umiliate, da una vita che chiamare vita è un eufemismo, da prigioni vere e proprie, non soltanto mentali, ma fisiche, dove il libero arbitrio è un’opinione che non possono esprimere e che spesso e volentieri li condanna. Nessuno in Europa (quella stessa Europa che pretende di diventare più “unita” che mai) ha la minima intenzione di prendersi la responsabilità di un problema che esiste e che non può essere ignorato.
Come biasimarci? Noi, intendo, noi piccoli individui, pedine insignificanti. Già abbiamo i nostri problemi, noi. Quante volte sentiamo frasi come questa?
Ci sono questioni serie che riguardano le persone, problemi che mettono in serio pericolo l’incolumità e la libertà di tutti, non soltanto di chi emigra o di una parte della popolazione. Problemi sociali, economici, politici, ambientali a cui ogni nazione è costretta a fare fronte per conto proprio, a discapito di tutti, perché in quel momento l’Europa “unita” magicamente non esiste più. Nessuno che faccia un passo indietro, che si dimetta, nessuno che abbia il coraggio di ammettere un errore, un solo errore. Nessuno che parli di un’alternativa, di strade secondarie, di speranza.
E noi? Nessuno di noi che capisca una volta per tutte che non dobbiamo più affidarci alle decisioni di uno schieramento politico, di un leader che con le mani tocca tutto; nessuno di noi che abbia il coraggio di spezzare i fili e uscire dal teatro per iniziare a muoversi retto da una propria consapevolezza.
Questo è l’immigrazione, l’integrazione, il mondo presente. I popoli si spostano da sempre per le stesse ragioni: sociali, economiche, politiche e geografiche. Dalla preistoria.
Questo non ci obbliga certo ad ospitare chiunque varchi i confini, pretendendo solidarietà o inutili buonismi che, poi magari nella pratica, nelle sfumature quotidiane come abbiamo visto, traballano e si traducono in incomprensioni e, nel peggiore dei casi, in violenza.
Dove sono le leggi che dovrebbero tutelare noi e colui che emigra?
Ma da chi dovremmo difenderci allora? In che modo? Chi sono i nemici?
I politici? Incravattati, che sotto lo smoking nascondono un passato e un presente compromettenti?
I disoccupati? Che non sanno di che morte morire e non riescono a fidarsi più di nessuno, finendo paradossalmente per votare il solito colletto bianco di turno?
Le nuove generazioni forse? Che non trovano la forza per contrastare decenni di corruzione, servilismi e nepotismi vari?
I capi famiglia? Che non sopportano il cambiamento della donna nel tempo e le bruciano la faccia con l’acido?
Gli immigrati? Che giustamente pretendono di essere ascoltati e accettati, nonostante una parte di essi contribuisca a creare disordini sociali?
I vignettisti o gli editori? Che davanti a un kalashnikov, metaforico e non, si intestardiscono a disegnare e pubblicare vignette discutibilmente ironiche, mettendo in serio pericolo la vita, la libertà e la pace di un’intera comunità?
Chi siamo noi? Charlie oppure i terroristi?
Qualcuno fa presto a trarre le conclusioni urlando davanti alla TV o al monitor:
FUORI GLI IMMIGRATI!!!
BASTA CON LA CORRUZIONE!!!
BASTA CON LA VIOLENZA NEGLI STADI!!!
NO ALLA CENSURA!!!
FUORI I VECCHI, DENTRO I GIOVANI!!!!
BIBBIA SÌ, CORANO NO!!!
BASTA CON LA VIOLENZA SULLE DONNE!!!
Tutti slogan da campagna elettorale.
Poi però, nella propria vita privata, come si comporta un urlatore? Dà il buon esempio a chi gli sta accanto? Ha la lucidità mentale per comprendere e rappresentare il mondo che vorrebbe vedere e che rivendica con quelle frasi che non ammettono deroghe?
Ogni giorno vengono riciclate le stesse frasi di sempre, in salse diverse, a seconda del fattaccio del momento. Un mare di ideologie insensate in cui annegano quotidianamente le persone, per comodità, per ignoranza, anziché elaborare un proprio pensiero autentico. Schiavi senza libertà di giudizio, che si lasciano fregare dalla Bibbia, dal Corano, dal guru, dal partito più arrogante, dalle leggi di qualcuno!
Disadattati cronici, ciechi e sordi, che non aspirano a nulla, senza amore, senza passioni, senza sogni! Ecco perché ci si rifugia in quelle frasi.
La conseguenza di quelle frasi, il meccanismo nascosto dietro quelle parole, porta al massacro di ieri. Il terrore è l’altra faccia della medaglia.
Il problema è colui che non si ascolta, che non ha mai tentato di inseguire i propri sogni, che non ha mai provato, magari nemmeno ad immaginarlo. Colui che non dà, prima di tutto a se stesso, il buon esempio.
Tutti bestie con il libero arbitrio, sprecato maledettamente soltanto per il timore di non sentirsi all’altezza delle aspettative, per paura di non essere parte di qualcosa, di un gruppo, che soltanto in gruppo è abbastanza snello per indossare la maglia dei vincitori, incapace di reggersi in piedi con le proprie gambe.
Quanto qualunquismo e pontificazioni ho ascoltato in questi due giorni, dopo la strage di Parigi. Mi hanno preoccupato di più le conseguenze e le parole intorno al fatto, piuttosto che il fatto stesso. Quanta speculazione mediatica. Quanta immediata violenza verbale in risposta alla violenza fisica.
Quanti errori vogliamo commettere ancora? Quando saremo disposti ad imparare e a cambiare?
Siamo noi i responsabili. Siamo Charlie… e siamo anche i terroristi.
Goderci il respiro, intendo, quello nostro e di chi ci sta baciando… Goderci la luce del sole e quella che filtra dalle finestre delle case la sera… Goderci l’intimità del buio…
Ascoltare e goderci i suoni della vita nascosta che non vediamo, ma che esiste… esiste per chi sa ascoltare.
E poi arriva quello sul tram, in bus, in treno, a scuola, al lavoro, per strada, in sala d’attesa, in palestra, alla TV, che ci dice che ci vuole fortuna, che tutto va male, che la vita fa schifo, che ha paura. Basta! Cacciate questa gente.
Godetevi questa vita, è un dono, un momento prezioso da vivere, fatelo, vi concedo una bestemmiuccia ogni tanto ma fatelo con il cuore aperto e gli occhi sognanti. Abbracciate ogni istante, perché ogni respiro è un invito a celebrare l’esistenza.
A “Non sto facendo niente che ti interessi realmente, va bene?? Ho diversi hobby e passioni di cui potrei parlarti ma che non rientrerebbero in un tipo di conversazione flash come questa!”
Cos’è che nel 2014 spinge ancora le persone a farti quelle domande di merda? Semplice curiosità? – …Che poi va di moda questa paura di perdere tempo, una patologia ormai diffusissima tra le persone che hanno sempre qualcosa di più importante da fare, con il cellulare che chiama in continuazione, i caffè velocissimi presi al bancone… Che cazzo devi fare di così importante?? Dove stai andando?? Il paragone con il criceto che corre sulla ruota è automatico! Non serve essere dei poeti per trovare una metafora più azzeccata di questa! Basta osservare! Ma chi si ferma più ad osservare oggi? Contemplare è diventato imbarazzante come pisciare nei bagni pubblici.
Il mio libro, IL VERSO DEL CANE, è un libro su tutti i “cani” che siamo noi, nelle nostre relazioni, di coppia, di amicizia, o di semplice conoscenza, sempre noi con i nostri segreti e le nostre urla. In questo libro non ci sono solo io, ci siete anche voi, ci siamo tutti.
Lo potete acquistare su Amazon, risparmiando un po’ di più!
Comprandolo, mi date una mano economicamente, contribuirete a diffondere il mio libro, la mia arte, la mia passione. Aiutate la poesia contemporanea ad avere ancora una voce in questo mondo sempre meno tangibile e a portata di clic.
Dopo parecchi giorni d’assenza dal mio blog, ritorno per portarvi alcune novità riguardo alla mia attività di scrittura. Come quando sono in sella alla mia bici, a piedi, o (raramente) in auto, o ancor più spesso quando cavalco la mia fantasia, amo imboccare nuove strade e provare percorsi che spesso si allontanano dai tracciati convenzionali. Mi piace assaporare, di tanto in tanto, il gusto dell’avventura, o quantomeno della novità… Primo, perché sono curioso e mi piace mettermi alla prova non solo con le idee, ma anche con i fatti; secondo, non amo fossilizzarmi in un’unica cosa, in un unico stile, rischiando così di perdere l’occasione di conoscere nuovi punti di vista e stili di vita, utili per esplorare nuove dimensioni del mio essere e, quindi, per migliorarmi.
Ebbene, ho sempre tentato in passato, forse con troppo poca convinzione, di fondare una band, o comunque di accostare la musica alle parole che scrivo, trasformando i miei pensieri in canzoni. La canzone non è poi così diversa dalla poesia; anzi, si può dire che entrambe corrono sulla stessa carreggiata, verso la stessa destinazione, condividendo lo stesso potere e la stessa energia. Sono composte della medesima sostanza spirituale. Spesso e volentieri, le canzoni sono vere e proprie poesie, in cui ci si immerge e ci si perde allo stesso modo. La musica che le accompagna le rende ancora più potenti, coinvolgendo un pubblico più ampio.
Fin qui, non credo di avervi detto nulla di nuovo. La novità, come forse avrete intuito, è che sto fondando un gruppo musicale, in cui sarò autore dei testi insieme al mio fidato chitarrista e, inoltre, sarò la voce principale. La musica è parte di me fin dalla nascita. Ho sempre ascoltato di tutto, perché i generi musicali sono come il cibo: si può apprezzare una pizza così come il sushi o una wiener schnitzel. Chiaramente, come nella cucina, anche nella musica ci sono gusti che prediligo rispetto ad altri. Amo profondamente il rock degli anni ’60 e ’70, non escludo il sound degli ’80 e ’90, e mi piacciono da matti le rime, quindi per me il rap degli anni ’90 è sempre stato un punto di riferimento nella scrittura.
Amo la musica black, dal jazz al blues, al soul, al rhythm & blues, al funk, al rap e al reggae… Mi piace molto l’elettronica e apprezzo la house music, ma allo stesso tempo sono in grado di apprezzare la musica classica, così come il cantautorato italiano.
La linea che seguiremo, e che ci accomuna in questo percorso musicale, sarà più o meno quella del rock & roll puro, con un tocco blueseggiante, arricchita da qualche esperimento lungo il cammino, soprattutto durante gli spettacoli live, dove poesia e immagini potrebbero accompagnarci in diverse forme e stili.
Ma non voglio svelare ancora nulla, anche perché siamo ancora in fase di bozza. Siamo incerti nella scelta del batterista, ma da due settimane ci stiamo dando da fare nella nostra sala prove. Con calma e un passo alla volta, realizzeremo il progetto, curando man mano ogni dettaglio. Sarà l’inizio di un nuovo percorso, senza scadenze, un sogno che desidero condividere con voi, qui e non solo.
Nel frattempo, continuo a lavorare sul mio secondo libro, il quale non sarà, questa volta, una raccolta di poesie, bensì un’opera in prosa, un saggio dal sapore poetico, se così posso definirlo, ma che sinceramente faccio fatica a etichettare.
…devi costruire una tua coscienza, cercando sempre ciò che ti fa stare bene, difendendoti da insidie letali. È fondamentale osservare e cercare, a tutti i costi, un metodo personale di auto-conservazione. È un viaggio, una ricerca infinita che ti consente di dare il meglio di te in ogni situazione, sia da solo che insieme agli altri.
…a me fa impazzire (positivamente) che si facciano tanti giri di parole per anni, esperienze spesso anche inutili, ma che in qualche modo ti servono per capire che tu sei “quella cosa là”… e ce l’avevo davanti allo specchio, porca puttana! …ma niente, non c’è proprio nulla da fare. Col tempo impari a capire soprattutto cosa non sei. Con il passare degli anni, ogni cosa prende un senso, anche quando sembra non averne affatto.
Il caffè, per me, è l’emblema della pazienza mediterranea. È simbolo di ozio, inteso nell’accezione classica di otium, che rappresenta solitudine, contemplazione, pienezza e riflessione. È l’opposto del negotium, l’attività lavorativa priva di pensiero, degna delle macchine.
Il caffè è gioia.
Il caffè mi fa sentire a casa. È la linea di demarcazione tra una fine e un nuovo inizio. È un concetto che va oltre quello di bevanda o colazione.
Il caffè non va mai preso di fretta; è un insulto. Comincio a assaporarlo con la mente mentre aspetto che esca dalla moka. Quando inizio a percepire il suo inconfondibile aroma, che si espande e si infiltra in ogni stanza della casa, trascinandomi per la gola in cucina, ha già fatto la prima mossa: è parte di me, sta corteggiando i miei sensi. E li ha conquistati. La seconda mossa spetta a me. Mi avvicino per “baciarlo”, assaporarlo, consumarlo. Per vivere quella breve storia d’amore quotidiana, mai banale. Sembra sempre la prima volta.
Il caffè non si rifiuta mai.
Il caffè è zen. Il piacere del caffè sta nell’attesa, un’attesa che merita attenzione e pazienza.
Il caffè è un rito di socialità. Spesso lo prendo assieme ad altre persone; è un buon pretesto per una chiacchierata. Ma, per quanto mi riguarda, rimane un affare personale, un sapore privato. Le sensazioni sono soggettive e io mi immergo in quella pace, in quel tipo di pazienza, in un’esperienza che trascende ogni situazione intorno a me. Con o senza zucchero, corretto, con o senza latte, ecc. A ciascuno il suo. Non c’è mai un motivo particolare per dire sì al caffè e nemmeno per rifiutarlo. Non è necessario che sia per forza ora di colazione.
Il caffè richiama la tua attenzione ovunque ti trovi, qualunque cosa tu stia facendo. Ti invita.
La settimana scorsa mi trovavo a Udine per il Far East Film Festival, in qualità di “operatore volontario”. Mi occupavo della parte social-mediatica della manifestazione dedicata al cinema asiatico, definita “la più ricca rassegna di cinema dell’Estremo Oriente in Europa”. In poche parole, aggiornavo, dai miei profili social, gli avvenimenti del festival in diretta mediante foto, commenti a caldo, ecc.
La settimana scorsa mi trovavo a Udine per il Far East Film Festival, in qualità di “operatore volontario”. Mi occupavo della parte social-mediatica della manifestazione dedicata al cinema asiatico, definita “la più ricca rassegna di cinema dell’Estremo Oriente in Europa”. In poche parole, aggiornavo, dai miei profili social, gli avvenimenti del festival in diretta mediante foto, commenti a caldo e altro.
Ho avuto modo di vedere diverse pellicole, alcune delle quali molto particolari e affascinanti, altre piuttosto pallose ma comunque interessanti. Il vincitore del festival è stato il giapponese “The Eternal Zero”, una storia toccante che narra delle ricerche dei nipoti di un pilota, morto da kamikaze durante la seconda guerra mondiale, nel tentativo di scoprire le motivazioni che spinsero il nonno a sacrificare la propria vita in quel modo, alla vigilia della sconfitta giapponese.
Nonostante la rassegna mi sia piaciuta nel complesso per la sua ricchezza di sfumature, ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la bellezza estetica e la spontaneità del cast giapponese nella pellicola sexy “Be My Baby” del regista Ohne Hitoshi, così come la loro disponibilità con la gente in teatro e per le strade di Udine. Tuttavia, ciò che mi è rimasto più impresso non è stato un film in particolare, ma la freschezza, la forza d’animo e l’intenzione di un gruppo di giovanissimi studenti, emergenti registi hongkonghesi. Sostenuti economicamente da un progetto chiamato “Fresh Wave” (che in Italia ci sogniamo), con la collaborazione di registi del calibro di Johnny To, hanno presentato una selezione di cortometraggi molto interessanti, ricchi di personalità e autenticità.
Ho apprezzato tantissimo l’intensità con cui questi registi in erba hanno cercato di esprimere i loro punti di vista riguardo ai problemi sociali e alle conseguenze di questa urbanizzazione che caratterizza in particolar modo la Cina, ma anche buona parte del pianeta Terra. Mi ha colpito la loro forza, ma anche quella “presunzione” (che non è di certo una novità) di abbattere barriere sociali antidemocratiche che rendono spesso impossibile la convivenza tra classi sociali, autorità e istituzioni, fino alla perdita dell’identità.
Mi ha toccato la loro immensa voglia di colmare quel perenne gap tra “giovani” e “vecchi”, un tema altrettanto vecchio ma pur sempre attuale. Queste testimonianze mi hanno spinto a interrogarmi sul perché di così tante incomprensioni e, soprattutto, come mai da una parte (i giovani) sia quasi sempre esistito un desiderio sfrenato (qualche volta impulsivo e ingenuo) di cambiare le regole del mondo, di battersi per i propri diritti violati, mentre dall’altra regnano pressapochismo, rassegnazione, pigrizia e frustrazione.
Il caos è il re del mondo…
Perché noi esseri umani, il più delle volte, vogliamo cambiare senza cercare un equilibrio?
Nonostante la rassegna mi sia piaciuta nel complesso per la sua ricchezza di sfumature, mi ha colpito soprattutto la bellezza estetica e la spontaneità del cast giapponese nella pellicola sexy “Be My Baby” del regista Ohne Hitoshi, e la loro disponibilità con la gente in teatro e per le strade di Udine. Ma ciò che mi è rimasto più impresso non è stato un film in particolare, bensì la freschezza, la forza d’animo e l’intenzione di un gruppo di giovanissimi studenti, nonché emergenti registi hongkonghesi. Sostenuti economicamente da un progetto chiamato “Fresh Wave” (che in Italia ci sogniamo), con la collaborazione di registi del calibro di Johnny To, hanno presentato una selezione di cortometraggi molto interessanti, ricchi di personalità e autenticità.
Ho apprezzato tantissimo l’intensità con cui i registi in erba hanno cercato di esprimere i loro punti di vista riguardo ai problemi sociali e alle conseguenze di questa urbanizzazione che caratterizza in particolar modo la Cina, ma allo stesso modo buona parte del pianeta Terra. Mi ha colpito la forza, ma anche quella “presunzione” (che non è di sicuro una novità), di abbattere alcune solide barriere sociali antidemocratiche che rendono spesso impossibile la convivenza tra classi sociali, autorità e istituzioni, fino alla perdita dell’identità.
Mi ha toccato la loro immensa voglia di riempire quel perenne gap tra “giovani” e “vecchi”, un tema altrettanto vecchio ma pur sempre attuale, il quale, mediante queste testimonianze, mi ha spinto a chiedermi il perché di così tante incomprensioni. E soprattutto, come mai da una parte (giovani) è quasi sempre esistito un desiderio sfrenato (qualche volta impulsivo ed ingenuo) di cambiare le regole del mondo, di battersi per i propri diritti violati, mentre dall’altra regnano pressapochismo, rassegnazione, pigrizia e frustrazione.
Il caos è il re del mondo…
Perché noi esseri umani, il più delle volte, vogliamo cambiare senza cercare un equilibrio? Non dovrebbe essere un obiettivo collettivo che nasce spontaneo dal singolo individuo? Perché continuiamo a sbagliare senza imparare?
È pericolosa l’assurda confusione che si crea nella mente leggendo e assimilando le più diverse e contraddittorie idee sulla realtà dell’esistenza, idee che si trovano in internet e nei libri. Pensieri sterili, che non sono una tua esperienza e, quindi, risultano inutili. Questa sporcizia mentale ti impedisce di apprezzare il presente e di imparare davvero qualcosa.
E ad un tratto mi cercai, condannato all’abiura, ho subito dritti al cuore gesti privi di premure… E oggi ramingo vago a caccia della mia vera natura, di un me essenziale che ha vestito troppi panni, trascurato per due anni o forse più… L’indispensabile Me Stesso. Perché per te morivo, perché è per me che vivo adesso.
L’ignoranza miete vittime. E’ l’ignoranza che ci conduce all’odio. Tutto nasce da un’errata disposizione mentale, da una scarsa volontà di comprendere noi stessi, da una rinuncia di ricerca e di analisi dei nostri processi mentali…
…La ricerca del benessere personale è un nostro diritto ma più un dovere, che porta rispetto prima di tutto a noi stessi e quindi al prossimo. Altrimenti che viviamo a fare, se non per avvicinarci il più possibile alla consapevolezza?
Se non ci si forma, ci si deforma. …Bisogna accontentarsi.
Ma questa affermazione può essere giusta da un certo punto di vista, sbagliatissima da un altro. Accontentarsi non equivale a rassegnarsi. Non significa che dobbiamo restare fermi e non evolverci, ma nemmeno che dobbiamo rinunciare ad essere noi stessi. Accontentarsi significa… (continua nel libro)
Cosa significa innanzitutto “accontentarsi“, secondo te?
– “Io…non so mai se partire o restare…odio la mia insicurezza…”
– “Sai…Andarsene, a mio parere, non è sempre sinonimo di intelligenza e di scaltrezza. Chi se ne va, spesso lo fa soltanto perché non sente più legami di sentimento nel presente, nella dimensione in cui vive. Chiaramente per legami intendo qualsiasi natura di legame affettivo…
…Non siamo tutti uguali, questo è indubbio ed è l’unica cosa certa. Alcuni se ne vanno per motivi e bisogni che considerano primari nella propria vita. Altri scappano per cambiare aria, forse solo per un breve periodo di tempo, mentre altri ancora per evitare di pensare, per evitare il suicidio.
Sapete, mi sono accorto che la maggior parte di chi se ne va, è convinta di fare la scelta giusta perché si accontenta della reazione di chi lo vede partire. Una volta che parti ti considerano un mito. E questo ti basta, forse perché in realtà non cerchi la partenza, ma la notorietà, una piccola parte come protagonista, l’attenzione che non hai.”
Pubblico questo articolo perché trovo che le parole di Simone Perotti descrivano perfettamente le stesse sensazioni che ho io riguardo quella rivoluzione individuale che ognuno di noi dovrebbe attuare oggi in antitesi a quel modo di respirare la politica che teme, nega e disconosce l’esistenza di un individuo capace di decidere con la propria testa, a cui ci hanno abituato. Se vi interessa ho trattato questo argomento qui sul mio blog nei post Un approccio diverso e in Scendi!.
L’articolo che segue è stato scritto da Simone Perotti e pubblicato per Il Fatto Quotidiano.
“Appena finita la diretta streaming delle consultazioni tra Renzi e Grillo. Sensazioni contrastanti. Qualcosa (parecchio!) quella scena diceva… A me.
Da un lato il Premier incaricato a cui sta cercando i ministri De Benedetti. Lo stesso che ha detto a Letta fidati e poi lo ha tolto di mezzo, che aveva detto riforma elettorale ed elezioni e, appena presi due milioni di voti alle primarie, ha detto governo di legislatura e voto al 2018, che aveva detto mai più larghe intese e ora fa il governo col centrodestra… ma che è lì seduto, aperto al dialogo, pronto a confrontarsi democraticamente davanti alle telecamere, paziente.
Dall’altra il comico, quello che dice che non è democratico con tutti allo stesso modo, che non fa parlare il suo interlocutore, che non vuole confrontarsi, che è andato all’incontro ma l’incontro non lo vuole fare, che chiede alla gente cosa deve fare e poi quando gli dicono “vai” fa finta ma in realtà non fa quello che la rete tanto sovrana gli ha chiesto… ma che ha una visione del tutto diversa del Paese, del lavoro, dell’energia, della società.
Uno educato, l’altro con i contenuti. Uno maleducato, l’altro paraculo.
Ed eccoci qui, Noi, a guardare, incerti su cosa pensare. L’ago pende, è chiaro. Non potrebbe non pendere, dopo che abbiamo saputo da Barca come funziona; dopo che abbiamo visto il ceppo antico della peste democristiana farsi beffe di tutti gli elettori delle primarie. Però di là c’è la “dittatura sobria” (come l’ha autodefinita Grillo in conferenza stampa, seppure autoironicamente), ed è evidente che finirà così, anche se il modello di sviluppo l’ha centrato, è quello, senza alcun dubbio, e godiamo, dobbiamo ammetterlo, quando il dialogo col “falso e cortese” non inizia neppure, perché certi dialoghi non vanno condotti bene, non vanno effettivamente iniziati mai.
Occasione d’oro, tuttavia. Per me, che conto uno, un’opportunità per comprendere la mia politica, quella non delle convinzioni ma delle azioni. Qual è il mio programma, quello che sto facendo oggi se autoproduco, se decido per una mia diversa mobilità, quando faccio le debite fatiche per essere coerente con la mia visione ambientalista del mondo, quando lascio il lavoro, vivo con poco, ristrutturo da solo la mia casa, cambio d’uso agli oggetti per non gettarli via? Ecco a cosa serve guardare quel dialogo così apparentemente inutile, antitetico: serve a noi, per agire.
Libertà non è partecipazione, è azione. Io sono il mondo che deve cambiare. Poi loro, i candidati, la politica… cambieranno, saranno espressione mia, mia conseguenza. Somiglieranno a me, non io a loro. Il dialogo tra Renzi e Grillo è istruttivo perché è un dialogo a cui avrebbe potuto prendere parte a buon titolo, ognuno di noi. E’ inutile che li giudichiamo. Siamo noi il falso e cortese, siamo noi il fascistoide che pensa giusto. Io che non voglio essere paraculo e voltafaccia come Renzi; io che non voglio essere violento come Grillo, ma che da Grillo accolgo la sintonia con la mia passione, con il mio impegno morale; io che non voglio somigliare a Grillo in alcun dialogo, ma che non consentirei mai a De Benedetti o a chi altri di dirigermi, marionetta scambista del potere; io che osservo e penso che è una finta, una liturgia, affidandoci alla quale veniamo meno ogni giorno all’azione, dai rifiuti, i nostri, al riscaldamento della nostra casa, che inquina, alla fuga possibile dal consumismo, il mio, alla mia diversa mobilità, alla necessaria solitudine per rimanere esseri umani.”
“…Fu l’inizio di tutto, avevo trovato la mia cura, inconsapevolmente, sentivo che nella scrittura c’era qualcosa di potente che mi faceva bene. Mi divertiva e rispondeva alle domande che avevo dentro, spesso senza risolvere necessariamente il problema, ma soltanto discuterne sul foglio mi aiutava a capire, che spesso non c’era molto da capire.
Scrivere colpiva ogni mio male alla radice del male, non lo schivava, gli andava dritto addosso e lo affrontava di petto, a penna tratta. Non cercavo altro di più forte. Man mano che scrivevo migliorava la mia percezione della realtà, miglioravo io, migliorava il mio rapporto con me stesso, con chi mi stava intorno e con la scrittura.”
Sei dentro o sei fuori? Se non scegli, se resti a metà, non vali nulla…
Ti puntano il dito contro perché non riescono ad assegnarti un ruolo nella loro squadra…
Ma “loro” chi? Loro loro! Cioè, noi…
Siamo tutti parte della stessa realtà, per usare un francesismo.
Spesso siamo noi quelli che critichiamo e non tolleriamo.
E in questa società non è sufficiente avere un ruolo; a seconda della nostra età e del periodo storico-sociale in cui viviamo, esso cambia. Alle elementari ci conoscono come “quella persona” che dice e fa certe cose…
Alle medie eravamo quelli che dicevano che… e avanti così, fino alla morte. Non siamo mai gli stessi. Anche se spesso lo sembriamo.
È incredibile questo alternarsi di ruoli, di personaggi che indossiamo per sembrare, per accontentare, per riuscire a cavare qualche ragno dal buco, da una vita che ci hanno donato e che ci ha consegnato a un periodo storico casuale in questa parte di universo.
È tutto talmente grande e, contemporaneamente, talmente piccolo.
Dimensioni parallele che spesso deragliano e si incrociano tra presente, passato e futuro, senza linee di confine.
Forse “tutto appare” nella nostra mente… e di vero, in ciò che facciamo, mentre passiamo il tempo a mangiare la pizza, a guidare e a dormire, c’è ben poco…
La verità più vera e meno originale è che ci troviamo qui, su questo pianeta, a fare l’amore, a farci pace e guerra sotto le stesse stelle dello stesso universo… rifilandoci ruoli in continuazione, inutilmente utili solo per confrontarci con gli altri, per dividerci, cercando una giustizia, giustificando violenze inaudite, credendoci padroni di vite altrui senza esserlo, in primis, della nostra. Qui… tutti qui… tra successi e delusioni, conseguenze di scelte che facciamo spesso senza pazienza, senza una vera e propria logica personale, reduci dall’ascolto di troppe immagini e parole, come queste… o anche peggio.
Continuamente guidati dal potere dominante che cancella, mano a mano, tutto ciò che realmente siamo nella nostra essenza: la volontà, la curiosità, la creatività, l’originalità, l’unicità. Dobbiamo assoggettarci a tutti i costi alla loro smania di potere, scordandoci che possediamo l’arma più potente dell’universo: il libero arbitrio, quel concetto filosofico e teologico che ci dovrebbe permettere di essere ciò che vogliamo nella vita, liberamente.
Mi corrode l’anima pensare a dei ragazzini che giocano e non si divertono. È un paradosso, come un fiore che non sboccia mai.
Tutti gli allenatori che ho conosciuto non hanno mai preso sul serio questo problema.
Sembravano riposseduti…
Nessuno di loro ha mai ammesso le proprie colpe…
Nessuno ha mai chiesto scusa…
Nessuno di loro ha mai fatto un solo passo indietro, consapevole almeno di ciò che ha fatto e di quello che ha lasciato.
Nessun allenatore si è mai soffermato a pensare a cosa insegnava, a cosa trasmetteva…
E perché diavolo urlava, con quelle frasi senza senso, senza senno… mortificanti… controproducenti…
Nessuno di loro mi ha mai spiegato perché volesse vincere a tutti i costi, senza scrupoli… senza riguardo per nessuno di noi…
Ci hanno fatto odiare quello sport…
L’allenatore di una squadra che non si diverte dovrebbe cambiare mestiere o hobby il più presto possibile, prima di fare danni irreversibili…
Vedere una squadra di ragazzini che si arrabbia come i grandi, che recita parti sovrumane con lo scopo di guadagnarsi un posto d’onore, di inserirsi in quell’assurda dimensione degli adulti sbagliati, di farsi accettare dal “supremo” di turno che tratta i suoi allievi come il capitano tratta i soldati di una guerra insulsa e senza fine, mi fa vomitare…
Vedere allenare in quel modo dei bambini che vogliono soltanto giocare mi intristisce…
È un fallimento di tutti, con troppi precedenti… che va al di là di ogni risultato appuntato nella loro classifica mentale del cazzo…
Però…
Un allenatore che capiva la responsabilità di quel ruolo… uno solo… l’ho incontrato. Mi è capitato.
Sì… è stato bello…
Un onore…
Un sospiro di sollievo…
Ma è durato giusto il tempo di un sospiro…
È stato allontanato dai dirigenti… perché beveva troppo.
Era un alcolista… sì…
Ma lui ci capiva…
Con lui ci divertivamo…
Con lui sorridevamo…
Con lui giocavamo…
Con lui eravamo dei vincenti contenti, nonostante i risultati…
E tra tutti quelli che ho incontrato, vi assicuro che era il più sobrio.
Siamo giunti al termine di questo penultimo mese dell’anno, un periodo quasi freddo che alterna il tepore di fine estate a gelate improvvise, preannunciando un clima e un’atmosfera più coerenti con la stagione in cui ci troviamo. Siamo in inverno, e per me l’inverno rappresenta una fucina dove riscaldo i miei nuovi progetti, da lavorare con pazienza e dedizione. I miei progetti non sono altro che sogni che intendo realizzare in tempi mai brevi e definiti. Quest’anno si tratta di un nuovo viaggio e di un nuovo libro da scrivere. Quindi, i viaggi saranno due.
La bicicletta, in questo 2013, mi ha regalato un’infinità di emozioni e dimensioni spesso surreali in cui non mi ero mai calato prima. Mi ha fatto sentire padrone del viaggio e del mio tempo, senza filtri e senza fretta. Con il suo passo spesso incerto, mi ha dato la possibilità di conoscere nuovi lati di me stesso, instaurando un nuovo tipo di rapporto con me e con le persone che ho incontrato lungo il cammino. La calma della bicicletta mi ha permesso di comprendere che la natura non ha confini geografici, nemmeno quelli che pensiamo di conoscere. Ho capito che i limiti risiedono unicamente nella nostra mente e che sono superabili con la buona volontà.
A scuola, mi hanno sempre criticato sotto questo aspetto: insinuavano che avessi poca volontà e ritenevano che avrei potuto ottenere risultati migliori se mi fossi applicato almeno un po’. E sapete cosa vi dico? Avevano ragione. Credevo che il mio problema dipendesse unicamente dal fatto che gli insegnanti non erano in grado di trasmettermi i giusti stimoli per seguire le loro lezioni, poiché me le imponevano e le vivevo come costrizioni, nonostante gli argomenti fossero spesso molto interessanti. Con il passare degli anni, però, mi sono reso conto che quel problema, che credevo legato solo all’ambiente scolastico, continuava a seguirmi in ogni mia attività, anche quando si trattava di scelte fatte da me, senza il condizionamento di nessun altro. Comportandomi nello stesso identico modo, come a scuola, vivevo ogni mia scelta come un peso, una costrizione, e non come un piacere, come avrebbe dovuto essere. Ero sempre svogliato e poco caparbio. Non mi sono mai applicato abbastanza per far avverare i miei desideri. Mi sono limitato a guardarli da fuori, come qualcosa in vetrina che non potevo permettermi di comprare.
Ma come dice anche Battiato, “per avere disciplina ci vuole troppa volontà”. Il mio era un atteggiamento sbagliato; se desideravo qualcosa, non aveva alcun senso lamentarsi dando la colpa a qualcun altro per i miei insuccessi. Oggi, il mio atteggiamento riguardo ciò che voglio fare è cambiato, e sono felice di aver superato questo limite. Non mi resta che continuare su questa strada, ora.
Ma per giungere a questa conclusione, e a questo nuovo inizio, non è stato facile come scrivere questo post. Ho dovuto lavorare molto su di me, calandomi nei profondi meandri della mia anima per comprendere e trovare la radice dei miei errori. Non è stato affatto semplice, ma ne è valsa la pena.
La bici non è altro che un esempio figurato di questo viaggio interiore alla ricerca dell’essenziale. Per andare nella giusta direzione, la mente dovrebbe procedere come un ciclista, dissetandosi lungo il cammino con una “bevanda energetica” contenente questi ingredienti:
Sincerità
Amor proprio
Pazienza
Umiltà
Volontà
Semplicità
Rispetto
Osservazione
Questi termini sono le “sostanze nutritive” che compongono la giusta dimensione in cui viaggiare verso un cambiamento sincero e costruttivo.
Sto valutando diverse destinazioni da raggiungere in bici durante il vicinissimo 2014, ma non c’è ancora nulla di concreto. Mi piacerebbe, per esempio, visitare qualche regione d’Italia, i boschi e i sentieri stupendi in cui camminava e abitava (soprattutto durante i suoi ultimi anni di vita) uno dei giornalisti e scrittori che ammiro di più al mondo, Tiziano Terzani. Oppure, mi piacerebbe molto raggiungere la provincia di Assisi e fare una specie di reportage sul tempio buddista di Ananda, situato sulle colline umbre, dove vengono impartiti insegnamenti basati sui principi dell’antica scienza del Kriya Yoga e della realizzazione del Sé, trasmessi al mondo occidentale da Paramhansa Yogananda, autore dell’interessantissimo libro “Autobiografia di uno yogi”, che consiglio di leggere. Il buddismo mi ha sempre affascinato, nonostante io sia un anti-religioso; ci sono aspetti filosofici che mi hanno sempre colpito e non mi dispiacerebbe vedere di cosa si tratta un po’ più da vicino, con i suoi pro e contro. Oltretutto, mi affascina molto il fatto che questo centro si trovi in Italia.
Oltre confine, avrei invece in programma mete molto più distanti come Danimarca, Inghilterra e Normandia, ma restano tutte ancora idee vaghe e astratte, per cui non mi sbilancio, anche perché dipenderà quasi unicamente dal budget che riuscirò a raccogliere nei prossimi mesi.
Quest’anno è stato un anno di soddisfazioni: ho pubblicato il mio primo libro, che nel suo piccolo ha avuto un discreto successo in zona. La presentazione a CormònsLibri 2013 è andata molto bene; è stata un’emozione pazzesca parlare al microfono di qualcosa che ho creato con le mie mani, grazie a quella buona volontà di cui parlavo prima.
Ho ricominciato a scrivere. Continuo a nutrirmi di spunti tratti da libri, musica, film e situazioni che studio da tempo per intraprendere subito un altro lungo viaggio: il mio secondo libro. Protagonisti e ambientazioni prenderanno forma col tempo… Sarà una nuova ed entusiasmante avventura…
Si prospetta, dunque, un inverno ricco di appunti, pensieri e suggestioni da trascrivere al tepore naturale delle legna che arde e scoppietta nella stufa. Detto questo, vi auguro un dicembre autentico, colmo di progetti, idee originali, avventure, rapporti sinceri e torte e biscotti fatti in casa.
Autunno squarcia questo cielo
nel suo placido distacco
Sincero
Di chi si aggrega
Senza troppe previsioni
foglie a terra
gocce e nebbia
e lei che bacia la mia tela
Ci siamo! Finalmente sono riuscito ad “auto-pubblicarmi” il mio primo libro! Come vi accennavo in un post precedente, si tratta di una raccolta di poesie, di cui ho curato ogni aspetto: versi, impaginazione e creazione della copertina. È un’opera molto importante per me, oltre a essere la prima, proprio perché è nata nella mia camera e racconta, a modo suo, la prima parte di un percorso, di un’evoluzione spirituale personale, iniziata molti anni fa, anche se inconsapevolmente. È la testimonianza di una serie di cambiamenti personali avvenuti nel corso di questi ultimi tredici anni di vita: dalla mia crisi post-adolescenziale fino ad oggi. Cambiamenti che, in fondo, non riguardano soltanto me, ma ognuno di noi, ognuno per la propria strada, ma accomunati dal rapporto con ciò che ci circonda e dalle tematiche dell’esistenza, che sono uguali per tutti nel bene e nel male: amore, contatto/distanza, contesto sociale in cui viviamo.
Il libro è stato stampato da Amazon e auto-pubblicato sempre con Amazon.
TITOLO E CONTENUTO DEL LIBRO:
“Il verso del cane” è la nostra voce interiore. Siamo noi, che nel frastuono delle opinioni altrui, nei faccia a faccia con le nostre scelte interiori quotidiane, permettiamo che la voce del cuore venga soffocata dalla paura, mentre cerca invano di esprimere la semplice verità. Nessun altro meglio del cane riesce a esprimere e rappresentare la solitudine dell’individuo, complice e ostaggio dei suoi (apparentemente) simili. Dedicato al mio primo cane, grande poeta e grande amico, Bubu.
Questa raccolta è un insieme di trasformazioni e riflessioni personali su quelle piccole distanze fisiche e cerebrali tra noi, sotto forma di poesie. Questi sono i versi attraverso cui racconto il cane che sono io: le distanze tra me e i miei simili, i miei punti di vista nei confronti dei ritmi di vita frenetici di una società che ci vuole abituare a seguire a qualsiasi costo, e il tempo libero, divenuto la merce più rara in circolazione.
Tutti segnali di un mondo che, a mio avviso, sta andando nella direzione sbagliata, ma composto da persone che, se individualmente si impegnassero a cercare un po’ di consapevolezza e buon senso, potrebbero invertire la rotta dall’oggi al domani.
Il libro contiene anche riferimenti al luogo in cui sono nato e cresciuto, Cormòns (GO), una località ricca di luoghi suggestivi e spesso nascosti, che sfuggono alla cecità dei distratti.
“Dal Friuli a Berlino in bicicletta” si è conclusa prima del previsto a causa di alcuni disguidi (ancora poco chiari) riguardo la prenotazione del biglietto di ritorno che il 2 settembre mi avrebbe dovuto condurre a Verona, da dove poi in bici avrei proseguito verso Modena e risalito in Friuli attraverso la laguna veneta.
Giunto a Berlino, in sella alla mia bici e venuto a conoscenza dell’impaccio, quasi per caso, alla biglietteria della Hauptbahnhof (la stazione dei treni principale) ho tentato (invano) di prenotare uno stesso biglietto ma i posti destinati alle due ruote sono sempre limitati sui treni, soprattutto se si parla di treni a lunga percorrenza, e anche ammesso che se ne trovino, il gioco con le coincidenze lungo il tragitto funziona soltanto prenotando parecchio tempo prima.
Così, la soluzione più logica e veloce è stata comprare un biglietto “destinazione casa” e ahimè, senza la bicicletta, la quale è rimasta a Berlino, con la speranza che l’amica Sara, che mi ha gentilmente ospitato, trovi anche un modo semplice ed economico per spedirmela e farmela recapitare a casa (anzi, se a qualcuno di voi è già capitato di dover importare qualcosa dall’estero tramite corriere o simili, tranne che si tratti di semplici acquisti online, ogni consiglio è ben accetto!).
Ciononostante è stata un’esperienza bellissima ed entusiasmante, profonda sotto ogni punto di vista.
Ed eccomi qua, di nuovo nella mia stanza ad ascoltare il respiro del mio monte, mentre frugo nel cassetto della mente in cerca delle impressioni, dei ricordi, delle cose giuste da scrivere, per cercare di ricordare, riprodurre e condividere con voi le sfumature dei cieli che ho toccato, gli odori, i diversi stati dell’essere in relazione con il vento e con il momento presente di quei giorni trascorsi in sella, verso nord. Mi piacerebbe descrivere ogni piccolo dettaglio di certi angoli remoti e inesplorati di mondi conosciuti, salvaguardati da qualche dio, assieme ai volti della gente che è ho incrociato e che non dimentico, nonostante la brevità del nostro contatto.
Pedalare attraverso il centro Europa, da Cormòns a Berlino non è stato difficile dal punto di vista fisico. Non è stato così stancante come credevo perché mi accorgevo che più pedalavo e più facilmente metabolizzavo i chilometri che macinavo giorno per giorno. La vera sorpresa è stata la relazione tra la bici e la mente. Per questo posso dire con assoluta certezza che la vera sfida si è svolta sul campo psicologico.
Abituare la mente, prima del corpo, è stata la vera battaglia con me stesso. E devo ammettere che dopotutto, la testa ha svolto più che egregiamente il suo compito poiché il terzo giorno sentivo che io, la bici e l’universo eravamo diventati una cosa sola. Bastava solo procedere.
Ho attraversato dialetti, tradizioni, usanze e routine di persone, di famiglie che abitano luoghi distanti dalle classiche mete turistiche, protagonisti delle loro piccole realtà quotidiane che con un qualsiasi altro mezzo veloce (auto, treno, aereo) resterebbero escluse dai nostri sensi.
Viaggiare pedalando significa conoscere, percorrere lentamente diverse culture, spesso contigue o comunque vicine geograficamente ma spesso distanti sotto molti altri aspetti; differenze che noti soltanto se ci passi attraverso e se ti fermi ad osservare, cosa che con la bici diventa piuttosto semplice, automatica e quasi necessaria.
Vi dirò una cosa: secondo me i confini, così come li conosciamo, non esistono.
Non esiste nessuna frontiera tedesca o austriaca nel linguaggio dei sensi, nessun concetto di stato, un po’ come non esistevano i concetti di “Germania” o di “Austria” fino all’800, quando i loro confini non erano definiti come oggi, nemmeno sulla carta geografica. Ogni territorio del mondo è suddiviso in tante piccole comunità che non rispettano i confini stabiliti dai governi.
Per chiarire meglio il mio pensiero mi aggancio alla storia portando l’esempio dell’impero austriaco, che copriva mezza Europa fino a una miriade di piccolissimi staterelli autonomi in cui quelli che parlavano il tedesco erano addirittura una netta minoranza.
Così anche la gente nei territori che oggi costituiscono la Germania, non si definiva “tedesca”, bensì prussiana, frisone, sassone, badense, sveva, bavarese etc. Anche “Austria” e “essere austriaco” non erano concetti del tutto chiari. Nell’impero austriaco del ‘700 e ‘800 vivevano austriaci (quelli che parlavano tedesco), ungheresi, italiani, boemi, dalmati, slovacchi, rumeni, polacchi e molte altre nazionalità ancora. Era più una federazione di popoli e comunità che uno stato unitario. Dei due stati “Germania” e “Austria” e dei due popoli “tedeschi” e “austriaci”, come li conosciamo oggi, non c’era neanche traccia.
Secondo me, se proviamo ad osservare tutto più da vicino, non è cambiato molto.
La gente, in relazione con il territorio in cui vive, non ha mai rispettato per filo e per segno i confini che le sono stati assegnati sulla mappa e questo secondo me è STUPENDO.
Pretendere di conoscere le diverse culture e le etnie, tenendo sempre presenti i confini geografici che troviamo su un qualsiasi atlante, è sbagliato.
Conoscere un popolo è un’arte.
Ho fatto questa introduzione per poter dire che ogni chilometro nasconde un costume e una storia diversa, personale e interessantissima, che unita alle altre ci regala un concetto globale più originale e sincero di civiltà e di umanità. Piccoli pezzetti che uniti formano il puzzle. E ognuno a modo suo è importante per completare l’opera d’arte.
La globalizzazione non potrà mai raggiungere risultati così alti e il problema forse è che nemmeno lo desidera.
È questo il bello del viaggio in bicicletta, che ti permette di guardare e capire tutto da un punto di vista più poetico, sincero ed originale.
Viaggiare lentamente significa entrare in una dimensione del tutto naturale e schietta, senza maschere, schemi o inutili pose. Ogni qualsiasi altro mezzo motorizzato e veloce, prevede un percorso abbastanza standardizzato, con dei limiti temporali, spaziali e sensoriali. Ogni piccolo aspetto di una cultura passa in secondo piano e spesso scompare dal nostro angolo visivo. Pedalando invece, il tempo e lo spazio si fanno gestire con elasticità, sono i tuoi compagni di viaggio, collaborano con te e le mete lungo il cammino sono molte di più di quelle segnate sul mappamondo il giorno prima della partenza. Molte di esse sono addirittura invisibili sulla carta, esistono soltanto se la nostra sensibilità riesce a convincere quei luoghi ad accoglierci come se li abitassimo da sempre.
Viaggiare in quella dimensione mi ha permesso di incontrare persone umanamente grandi, che hanno saputo anche aiutarmi e incoraggiarmi ad andare avanti senza inutili pregiudizi, aprendosi al mio passaggio, chi più chi meno, a seconda della loro storia e delle loro esperienze personali di vita vissuta.
Consiglio vivamente quindi un tipo di viaggio come questo e lo consiglio davvero a tutti, perché tutti sono in grado di farlo, se c’è la volontà, se c’è la salute (chiaramente), se c’è la voglia di aprirsi, se c’è il desiderio di fare un viaggio diverso dal solito, evitando di usare il classico “teletrasporto” che ci catapulta nel giro di poche ore a 6000 chilometri da casa, snobbando tutto ciò che sta a metà strada.
Ovviamente ognuno ha il suo concetto di viaggio, che nonostante la mia opinione, rispetto, perché in ogni caso viaggiare è l’importante e se lo fate, fatelo prima di tutto con la mente e con il cuore, altrimenti forse è meglio stare a casa.
Non lo so se calza a pennello, ma mi viene in mente un proverbio che dice:
“Non occorre guardare, per vedere lontano”
P.S. Chiedo venia per non aver pubblicato un solo post durante il viaggio, ma per forza di cose non ho mai trovato il tempo necessario da dedicare alla cura di un articolo dall’inizio alla fine, così per evitare di pubblicare cose senza capo né coda, mi sono limitato a “cinguettare” qualche frase e a caricare qualche foto su Facebook, Twitter e Instagram.
Ah già…e non scordatevi del mio solito libro di poesie che sto per pubblicare e che presenterò in uno dei prossimi post! 😉
Articolo sul Messaggero Veneto
Fiume Tagliamento
CicloAlpeadria
In un campeggio vicino a Spittal
Hellooo!!
Salisburgo
Salisburgo
Braunau am Inn (AUT) – Qui nacque Adolf Hitler
Si mangia!!!
Piove madonna come piove!
Ciclabile della Cortina di Ferro
Due visioni del mondo a confronto
Cortina di Ferro
Cortina di Ferro
Cortina di Ferro
Cortina di Ferro
La “torta” berlinese negli anni del muro
East Side Gallery – Berlino
East Side Gallery – Berlino
East Side Gallery – Berlino
Goerlitzer park – Berlino
Goerlitzer park – Berlino
Goerlitzer park – Berlino
Tipico semaforo berlinese
Berlino
Berlino
Berlino
Berlino
Stazione Zoo – Berlino (famosa per il film “Noi, ragazzi dello zoo di Berlino)
Eh già, questo doveva essere l’articolo riguardante la presentazione del mio libro di poesie, con l’anteprima della copertina, ecc. Ma per fortuna e (in questo caso) purtroppo agosto è uguale per tutti e per motivi logistici i tempi di stampa si sono drasticamente allungati.
Sono costretto quindi a rimandare di circa due settimane la pubblicazione della mia raccolta…
Vabbè, pazienza! Manca ancora poco… Continuerò comunque ad aggiornarvi sulla situazione.
Oggi invece vi presento un altro piccolo progetto che riposa sulla mia scrivania da qualche mese e che diventerà realtà tra pochissimi giorni.
Si tratta di una passeggiata in bicicletta dal Friuli a Berlino, in solitaria.
La partenza è prevista per la mattina del 20 agosto.
In sella alla mia bicicletta pedalerò da Cormòns, dal cortile di casa mia fino a Berlino attraverso:
Italia (ovviamente), Austria, Repubblica Ceca e Germania, dove troverò ospitalità presso un’amica udinese, trasferitasi nella capitale tedesca da poco più di un mese.
Mille chilometri attraverso quella parte d’Europa centrale che porta ancora le cicatrici della famosa “Guerra Fredda”, che contrappose l’Oriente all’Occidente, il comunismo al capitalismo, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale alla caduta del Muro di Berlino. Sarà molto interessante e particolare muoversi e toccare con un mezzo così semplice come le bicicletta, la grazia naturale e paesaggistica di uno spazio di mondo così verde, incantato e suggestivo oggi, contemporaneamente sede di un archivio storico a cielo aperto che conserva le tracce di un periodo buio durato mezzo secolo.
Non ho stilato un programma vero e proprio da seguire durante il tragitto. Valuterò meglio strada facendo, a seconda delle difficoltà che incontrerò lungo il percorso. Ciononostante, letappe principali (quasi) ufficiali del viaggio d’andata saranno:
Tarvisio, Villach, Salisburgo, Linz, Praga, Dresda e Berlino.
In teoria dovrei ridiscendere in Italia con un treno da Berlino fino a Verona, da cui proseguirei poi verso Modena, dove ad ospitarmi questa volta sarebbe il mio amico Mauro. Il mio rientro in Friuli è previsto per il 5 di settembre, giorno più, giorno meno, passando per Ferrara, Chioggia, la laguna veneta attraverso una ciclabile sospesa tra mare e cielo, sbarcando a Punta Sabbioni, Jesolo, proseguendo verso Caorle, Latisana, Palmanova e Cormòns.
Userò, internet permettendo, questo blog come diario di bordo in tempo reale, con racconti, poesie, foto e quant’altro.
Seguitemi anche sui miei profili Twitter eFacebook, dove la condivisione è un po’ più semplice e veloce.
Le riprese sono state effettuate in bici con un cellulare, tra i colli friulani e sloveni.
Contiene la mia poesia “Frattempo”.
Mi scuso da subito per la scarsa originalità nella scelta musicale ma per sta volta è andata così. L’ho fatto per evitare i problemi di copyright con Youtube che ha già eliminato alcuni miei video precedenti contenenti canzoni originali. Per eventuali video futuri cercherò soluzioni migliori. 😉
Scusate per questo “spazio tristezza” che mi concedo ma visto che la rete non manca mai di ricordare i cosiddetti “vip” quando se ne vanno per sempre, approfitto anch’io di questo mezzo per salutare le mie star personali, appartenenti alla classifica del mio cuore, meno popolari, ma non per questo meno importanti, anzi…
Il mio saluto va ad un signore anziano (che si intravede infondo alla via, nella foto) che non conoscevo di persona, soltanto di vista, di cui non conosco la storia, nemmeno il nome, ci scambiavamo un saluto e qualche piccola cortesia, ogni volta che i nostri passi perditempo si incrociavano sui marciapiedi di borgo San Giovanni. Cortesie di quelle vere, sempre più rare per strada, piccoli gesti che oggi sembrano appartenere sempre più ad un’altra dimensione.
Mi mancherà la sua timida presenza, che si fondeva con il paesaggio presepiale di casette avvinghiate e l’atmosfera fresca e autentica del borgo, inscindibili.
Mi mancherà il suo passo lento e sincero, il suo volto vissuto con calma, gli occhi profondi pieni di tradizione, di lavoro manuale e di umiltà.
Un ultimo saluto il mio, l’unico che non avrà mai ricambiato.
Ecco cosa dovrebbe rispondere un medico a un proprio paziente, oggi come oggi. Ma sono certo che un medico del genere perderebbe quasi tutti i suoi pazienti, perché, la maggior parte delle volte, ciò che cerca un paziente è un’immediata guarigione, un pulsante che debelli il male in men che non si dica.
Esistono pazienti che spesso soffrono di malattie inesistenti e di gravi disturbi psicosomatici, frutto di uno stile di vita indecente, e cercano di contrastare il problema eliminando la parte terminale, il sintomo. Ciò che accade è che diventiamo consapevoli solo quando le circostanze esterne ce lo suggeriscono.
È sempre e solo una questione di tempo. Le persone vivono intrappolate nei propri automatismi, e poi, un giorno, si svegliano, pretendendo che qualcuno gli salvi la vita! Un amore. Un’occasione per “partire e non tornare più”! Passiamo la vita a dire: “Lo farei, ma chi ha tempo?”, “Non ho tempo di aspettare”, “Leggerei di più se avessi tempo per me stesso/a”… Quante di queste frasi fatte ripetiamo ogni giorno? Vorremmo che tutto si risolvesse in un attimo, perché siamo diventati ingranaggi arrugginiti di un sistema che ha fretta di salire, di andare senza sapere dove e perché. È un sistema che ci vuole complici e, se non riusciamo a prenderci il tempo necessario per osservare e osservarci, ne diventiamo schiavi, inconsapevolmente.
Desideriamo che quel determinato sintomo sparisca in un attimo, senza pensare a quanti anni ci siamo riempiti la testa e il corpo di disagi, frutto dello stile di vita che abbiamo scelto, consapevolmente o meno. E così pretendiamo che tutto scompaia immediatamente, come per magia, dall’oggi al domani, e che il corpo non ne risenta.
Internet, oggi, è una fonte di informazioni preziosa, intuitiva e veloce, che ci permette, in un istante, di effettuare ricerche e raggiungere risposte, verità che le case farmaceutiche, attraverso i media, tendono a nascondere per “esigenze” commerciali. Prima di tutto viene il profitto e, solo dopo, con calma, se c’è tempo, forse, noi.
Certamente, ogni vita ha un proprio percorso e una storia a sé, e ciò che dico e faccio io non vale di certo per tutti. Sono anche consapevole che esistono malattie particolarmente complesse da giudicare e da debellare in “quattro righe”. Tuttavia, dovrebbe essere chiaro che, per quanto riguarda la salute, in qualsiasi caso, è un dovere informarsi prima di assumere un farmaco, prima di prendere per verità ogni parola pronunciata dal medico.
Io sono a favore di quella categoria di medici, studiosi e ricercatori che svolgono il proprio lavoro con passione, sacrificandosi con orgoglio e dignità per acquisire sempre più esperienza e lasciare un buon esempio di vocazione nel loro campo.
Sono, invece, contrario a quella categoria di medici che si limita a seguire un copione e specula sulle nostre vite, confidando nel nostro pressapochismo.
Tenerci a dovuta distanza da un certo tipo di “tradizione” è fondamentale in ogni ambito della vita. Oggi abbiamo la fortuna di disporre di mezzi di informazione alternativi, come Internet, che sebbene spesso possano risultare dispersivi e pieni di cialtroni, ci offrono l’opportunità di esplorare e discernere. Con la giusta consapevolezza e una discreta curiosità cosciente, possiamo evitare le trappole e cercare ciò che veramente potrebbe esserci utile. È un detto vecchio, ma sempre attuale: “chi cerca trova”. Se non cerchi, allora gli squali ti troveranno, verranno a farti visita. Gli ignoranti sono sempre stati un bocconcino prelibato per coloro che occupano la stanza dei bottoni.
Pertanto, non ci sono scuse: il tempo si trova, lo si deve trovare se ci si ama. Oppure, se si preferisce, si può rimandare tutto alla prossima vita, e allora tanti auguri!
In questo paese… sì, lo so, magari in tutto il mondo, non soltanto qui, ok… perché poi mi accusano di esterofilia…
Ma io parlo per ciò che vedo nel mio paese, l’Italia.
C’è una grande, grandissima voglia di tifare qui.
In ogni campo, non soltanto in quello del calcio, si avverte questa tremenda forza che attira le persone verso i colori di una bandiera, un simbolo, un logo.
E noi cosa facciamo (invece di mandarli a quel paese)? Tifiamo per lui o per quel marchio, che porta con sé la potenza di trascinare un’intera schiera di deboli capre, a cui piace aderire per non sentirsi soli. Trovano una direzione in quel contesto che considerano una verità importante, una storia capace di conglobare una moltitudine di persone in cui riconoscersi e con cui condividere un nulla, un vuoto riempito con slogan, immagini, ideali che facciamo nostri.
Tifiamo per una squadra sportiva (che spesso di sportivo ha ben poco), che nella nostra mente trasformiamo in una sorta di divinità, in qualcosa di sacro a cui dobbiamo qualcosa. Diventa una droga, una medicina che cura i disturbi quotidiani derivanti dalla consuetudine, dalla routine schiavizzante. E così trascuriamo il vero scopo dello sport.
Tifiamo per un dio, un guru da seguire, che non ci conosce ma che noi crediamo di conoscere bene, meglio di noi stessi, poiché conosciamo la sua parola scritta. Parliamo con “lui”, come quando in tenera età ci rivolgevo all’amico invisibile. E così trascuriamo il reale valore della spiritualità.
Tifiamo per una compagine politica, un partito che raccoglie la nostra visione del mondo. Ideali “seri” presi in prestito, che urliamo e sbandieriamo come allo stadio per la nostra squadra del cuore. E così trascuriamo il vero scopo della politica.
Tifiamo per una firma famosa da indossare come se ci appartenesse (ma in realtà è il contrario), come se quel nome sull’etichetta fosse il nostro, come se fossimo noi quel capo d’abbigliamento. Investiamo persino dei soldi in quella firma perché ci fa sentire parte di un certo gruppo ristretto di persone che ritengono sia sufficiente un’etichetta sul vestito per considerarsi “ben vestiti” e interagire senza imbarazzo con il gruppo, nonostante magari la nostra vita privata faccia acqua da tutte le parti.
E così trascuriamo il vero scopo di un vestito.
Tifare, tifare e tifare! A forza di tifare, non sappiamo più chi siamo… sappiamo solo urlare!
Spendiamo un’intera vita a tifare per qualcuno, continuando a mettere il nostro vero io in secondo piano. Facciamo il possibile per evitare di comprendere chi siamo, cosa si nasconde dentro di noi. È un viaggio che ci spaventa.
Non sappiamo far altro che dividerci. Le guerre, grandi e piccole, nascono proprio da semplici sciocchezze come queste, da piccolezze che riguardano sempre il nostro essere interiore.
Svegliamoci. E troviamo il coraggio di cercare, di andare oltre, usando l’immaginazione e il cuore… e non la testa “da bar”. Se non lo fate, ci rimettete soltanto voi, perché nulla vi salverà dal faccia a faccia con voi stessi. Quello è il confronto peggiore da temere, se non cercherete di affrontarlo prima che sia lui a farlo con voi, quando meno ve l’aspettate…
“SUN CHILD” è l’ultima opera d’arte di Kenji Yanobe, realizzata in memoria del disastro nucleare di Fukushima. Esposto a Osaka, di fronte alla stazione di Ibaraki, Sun Child è un bambino con due occhi grandi e sinceri, che indossa una divisa gialla hazmat. Rappresenta una nuova generazione che guarda al futuro, immaginando un mondo diverso da quello attuale: più sicuro, più attento e consapevole. È un simbolo di forza e speranza per il Giappone post-Fukushima.
Il mondo sta cambiando, un nuovo uomo sta già nascendo. Più giù di così non si poteva andare, come canta Danielone; possiamo solo risalire. La crisi mondiale e i conseguenti disastri ci hanno insegnato che così non si può continuare, che credere in un vecchio sistema marcio, destinato a creare solo profitto, non ha più senso. La crescita a tutti i costi non ci conduce a un futuro migliore, bensì a un presente fallimentare, privo di anima, senza sogni per nessuno, senza risorse, senza cuore e senza felicità. Era tutta un’illusione. Ci hanno mentito, o si sono sbagliati su tutto, a discapito dell’ambiente e di tante vite innocenti.
Bisogna comprendere che è possibile fermarsi a riflettere su ciò che stiamo facendo e su quello per cui stiamo vivendo. Il disastro di Fukushima in Giappone non è solo una conseguenza del terremoto, ma la causa e la prova dell’ottusità del “vecchio uomo”, che ha preferito continuare ad ascoltare le proprie tasche anziché i propri sensi e il proprio cuore.
Il buonsenso è ciò che sostituirà il profitto, domani. Speriamo il prima possibile, caro Sun Child.
Non controllo i minuti
che passano ore
Stanotte le stanze non aprono bocca
Profumi rimasti del giorno trascorso
Secondi che scappano stanchi
Percepisco il moto terrestre
che rovescia i miei orizzonti
E resto in apnea
Vedo gli istanti da me distanti
Dedicata a Davide Zamparelli, sedicenne, scomparso ieri sera…e a tutti gli amici che ho perso lungo la strada…
Non ti ho mai conosciuto…
ma non è questo il punto.
Un’altra vita sprecata
sulla strada
senza senso.
Questa volta come l’ultima
anche a te,
vorrei dire che ti sento…
In questo mondo
di domande e di risposte…
di chimere rincorse…
di problemi…
facili difficili
di rimedi.
Luoghi felici
e anche tristi…
Scorie
di storie da cui spesso non si esce…
ma magari
se ti siedi e pensi,
poi ti rialzi
e le calpesti…
Ieri no.
Certe pagine del libro
non le scorda chi lo ha letto.
Ieri c’eri e oggi stop.
Non la reggo…
È un’altra scossa.
Ieri c’eri e oggi stop.
Un’altra ancora
e non mi passa…
Quanti amici ho perso,
più di quelli che ho trovato.
Quanti lacci spezzati
in questa parte di universo…
Ieri c’eri e oggi stop.
Non c’è verso
né rimedio a questi shock.
Qualcuno…
qualcosa…
ieri sera è andato perso…
Un’istante resta impresso…
Qualcuno là fuori ci dimentica
e fa presto…
Qualcosa dentro resta eterno
Lei è l’anima.
Lei è libera.
Un abbraccio a chi rimane…
a chi ti ha conosciuto bene…
Un abbraccio a chi ti ha amato…
a chi piange il tuo ricordo
e a chi si sente in colpa
per non averti salutato…
Un abbraccio infinito ai genitori
che hanno perso la speranza
da quando sei partito…
PS – Spesso crediamo che ogni cosa resterà per sempre lì, al suo posto. Ma non è così purtroppo, come vedete. Tutto viaggia a una velocità impercettibile. Siamo fiumi già alla foce.
Amiamoci finché c’è tempo. Non ha senso attendere il dramma per apprezzare ciò che abbiamo di più caro. L’anima. Tutto il resto non conta quando ce ne andiamo.