non sai che ora è, che giorno, che mese, che anno. Pochi attimi di incoscienza, prima di entrare nel giorno.
Come quando t’affretti a
girare a mente tutte le pagine del fare cercandone una meglio scritta, più chiara, più scorrevole. Che faciliti la lettura, la comprensione. Che magari sia anche gradevole. E invece no.
Come quando ti tuffi a occhi chiusi nell’onda più alta e non sai ancora se ne uscirai mai.
Non vorrei essere troppo precipitosa, o particolarmente ottimista o magari essere una che si fa illusioni, in fondo mai fatte illusioni, le cose sempre viste con gli occhi ben aperti, e pure le orecchie, mai presa in giro, sempre pane al pane, vino al vino, almeno con me stessa, mai imbrogliata, mai infinocchiata, raggirata
e, comunque, non vorrei essere troppo precipitosa,
una che come vede una lucina subito la prende per il sole, o magari la luna o anche Venere, sì, Venere! Figurati! Lasciamo perdere Venere, che è meglio e non è proprio aria de ‘sti tempi! Non è che sono una che, quando vede un minuscolo brillio lo prende per oro, o argento, o magari addirittura platino, platino! Figurati!
E dunque, stavo dicendo
Non vorrei essere troppo precipitosa,
una di quelle che se riesce ancora a correre dietro l’autobus e a prenderlo al volo pensa che gli anni per lei si siano fermati, le rughe non aumenteranno, il seno resterà tonico e tonico anche tutto il resto, per sempre, (o almeno per un altro bel pò) ginnastica e cremette e vai!
insomma, e chiudiamola lì
Non vorrei essere troppo precipitosa,
ma mi sa proprio che non sono più triste, almeno per oggi, che riesco a tollerare benissimo il fatto che non ti vedrò mai più Che dovrò organizzarmi attorno alle mie cose. Ho molte, davvero molte cose da fare. E non sto a redigerne l’elenco.
Dunque posso fare a meno di te.Poi è pure primavera.
Conserveremo delegazioni di sorrisi e ricordi ecco. In archivio. Ne abbiamo collezionati/accatastati tanti giorno più giorno meno quando s’abitava la gioia
prima di questo tunnel di granito senza vie di fuga non visibili per lo meno non chiaramente segnalate a rigor di legge. Secondo normativa.
A rigor di legge dovremmo noi segnalare agli addetti alla sicurezza, ASPP si chiamano, no? questa manchevolezza questa soppressione di speranza questa botte di dolore che imprigiona col coperchio inchiodato.
Ma che potrebbero mai fare poveretti oltre che tirare un nastro arancione di plastica e – zona messa in sicurezza. Non avvicinarsi – dire.
scrivevo questo… un vecchio post ritrovato, ma ancora attuale!
Il distacco. ‘n accidenti proprio. Imparare il distacco. Andare verso il distacco. Guadagnare il distacco (s’accende una sigaretta. Aspira fondo, la testa un po’ indietro, poi butta fuori tutto il fumo). Quale cacchio di distacco? Siamo umani, no? Bipedi (guarda sua sorella, che tace). Camminiamo. Vogliamo il duro sotto i piedi. Ci serve.
Altro che distacco. Visto mai uno che cammina per aria? Come gli amanti o le mucche di Chagall? Visto mai? (sua sorella non parla. La guarda. Non fuma)
Io mi sarei proprio scocciata di tutte queste stronzate sul distacco. Sul lascia che sia. Sul vivi l’adesso. Ma sì, cavolo, sì che lo vivo l’adesso. Come no? Mica mi serve che me lo ricordino. Che me lo consiglino. L’adesso si vive sempre. Finché si vive(la guarda. Quella, zitta. La guarda, fuma e parla). C’è qualcuno che non lo vive, l’adesso? Ti risulta?
È che vogliamo sapere. Vogliamo controllare. Vogliamo qualche drittina su quanto durerà quest’adesso. Sia che si voglia che finisca, sia che continui, ‘sto cavolo di adesso.
(e la sorella zitta, buona, beve il tè e guarda una farfalletta che svolacchia sui gerani)
Ma sì, sì, sì, sì! Certo che si vivrebbe meglio. Meglio, a non avere bisogno di programmare, pronosticare, o magari solo prevedere, con un piccolissimo margine di dubbio. Senza andare a cercare conferme da tutte le parti. Meglio, si vivrebbe. Senza cercare nei fondi del caffè o nei rametti di millefoglie.
Ma come fai? Come cazzo fai? Balle, il distacco. Balle.
Vaglielo a dire a quelli che gli è crollata la casa, la vita addosso. Vaglielo a dire a loro, il distacco.
Henryk Wieniawski (1835 - 31 marzo 1880): Concerto n. 1 in fa diesis minore per violino e orchestra op. 14 (1852: composto a 17 anni)
Come se, ascoltando
uno struggente concerto per violino di Wieniawski, potessi togliermi di dosso tutta questa polvere di notizie sgangherate dal mondo, potessi spruzzarmi addosso profumo di lavanda (ah, la lavanda, i campi di lavanda della Provenza, i campi di lavanda dei quadri degli impressionisti francesi, i quadri con i prati fioriti lilla e rossi e verdi di Van Gogh!)
Come se, ascoltando
quest’accorato cinguettio in balcone, un passero? Un pappagallino’ no, quelli hanno voce diversa, un gabbiano? Ma che gabbiano! Magari una tortora, una cincia, un cardellino… magari potessi pensare invece che fossi tu, tu che lontano, lontano come dall’altra parte del mondo, magari tu, ti ricordassi di me
Come se, ascoltando
il mio cuore che batte regolare come l’orologio antico in soggiorno, come lui noncurante del tempo che passa e chissà a che servirà che passi, come se ascoltando quel ticchettio sapessi che non esiste tempo, non esiste spazio che questo mio amore possa attraversare per arrivare all’oblio.
L’oro del mattino non è questa luce sbriciolata potenza della nebbia tra i disegni del pizzo L’oro del mattino è questo silenzio che sale dalla mia tazza di tè alla vaniglia gironzola, galleggia, m’accarezza le spalle mi dice Respira!
Qui riporto il testo e una probabile traduzione (difficilissima soprattutto come interpretazione dei testi dei Procol Harum)
All hands on deck, we’ve run afloat!’ I heard the captain cry ‘Explore the ship, replace the cook: let no one leave alive!’ Across the straits, around the Horn: how far can sailors fly? A twisted path, our tortured course, and no one left alive
We sailed for parts unknown to man, where ships come home to die No lofty peak, nor fortress bold, could match our captain’s eye Upon the seventh seasick day we made our port of call A sand so white, and sea so blue, no mortal place at all
We fired the gun, and burnt the mast, and rowed from ship to shore The captain cried, we sailors wept: our tears were tears of joy Now many moons and many Junes have passed since we made land A salty dog, this seaman’s log: your witness my own hand
“Tutti in coperta, ci siamo disincagliati!” sentii gridare il capitano “Esplorate la nave, sostituite il cuoco: che nessuno sopravviva!” Attraverso gli stretti, intorno a Capo Horn: fin dove possono fuggire i marinai? Un sentiero difficile, una strada tormentata, e nessun sopravvissuto
Partimmo per luoghi sconosciuti all’uomo, dove le navi vanno a morire Nessuna vetta elevata, nessuna fortezza poteva eguagliare l’occhio del nostro capitano Al settimo giorno di mal di mare trovammo l’approdo Una sabbia così bianca, un’acqua così azzurra, un posto tutt’altro che mortale
Scaricammo il cannone, bruciammo gli alberi della nave e raggiungemmo la spiaggia a remi Il capitano gridava, noi marinai piangevamo: le nostre erano lacrime di gioia Molte lune e molte estati sono trascorse da quando siamo approdati Un lupo di mare, questo marinaio: la mia mano ti è testimone
Queste erano canzoni… testo, musica, strumentazione… altro che Sanremo! che poi mica lo so perché l’ho scritto maiuscolo!
Beh, buon ascolto da poetella
e per chi volesse… il testo
Generale, dietro la collina ci sta la notte crucca e assassina
e in mezzo al prato c’è una contadina curva sul tramonto, sembra una bambina di cinquant’anni e di cinque figli venuti al mondo come conigli partiti al mondo come soldati e non ancora tornati
Generale, dietro la stazione lo vedi il treno che portava al sole? non fa più fermate, neanche per pisciare si va dritti a casa senza più pensare che la guerra è bella, anche se fa male che torneremo ancora a cantare e a farci fare l’amore l’amore dalle infermiere
Generale, la guerra è finita il nemico è scappato, è vinto, battuto dietro la collina non c’è più nessuno solo aghi di pino e silenzio e funghi buoni da mangiare, buoni da seccare da farci il sugo quando viene Natale quando i bambini piangono e a dormire non ci vogliono andare
Generale, queste cinque stelle queste cinque lacrime sulla mia pelle che senso hanno dentro al rumore di questo treno? che è mezzo vuoto e mezzo pieno e va veloce verso il ritorno tra due minuti è quasi giorno è quasi casa, è quasi amore