I convitati di pietra

Michele Mari, I convitati di pietra, Einaudi

La mia classe di liceo non era particolarmente affiatata e, fatte salve un paio di eccezioni, non ho mantenuto contatti duraturi ma ho letto il romanzo di Michele Mari con piacevole immedesimazione, perché i luoghi mi sono estremamente familiari e il Berchet, per bacino di utenza, avrebbe dovuto essere il mio liceo se la vita e i miei genitori non avessero deciso altrimenti.

Lo spunto da cui si sviluppa il racconto é una riffa goliardica post maturità, in cui si scommette su chi sopravviverà ai compagni. La posta è un montepremi alimentato da versamenti annuali sapientemente investiti, destinato solo a crescere.
Un gioco, senza una paternità certa, con adesione spensierata e unanime in un momento della vita in cui la morte pare lontanissima e che si trasforma con gli anni in una gara di sopravvivenza senza esclusione di colpi.
Si comincia nel 1974 e ci si spinge oltre il presente accompagnando i più longevi fino al loro ultimo respiro.

L’idea é accattivante, un espediente apparentemente innocuo che mette sotto la cruda luce di un riflettore la progressiva perdita dell’innocenza, il cinismo che si accompagna all’avidità, i rancori che covano sotto la cenere di cinque anni di convivenza forzata, le alleanze, le strategie, la competizione che permangono a dispetto dell’età e degli acciacchi.
Il vero collante é una scrittura magistrale che dà vita a una commedia grottesca che coniuga leggerezza e nostalgia, umorismo e spietatezza. Un approccio disincantato, non emotivo, che guarda alle miserie umane con distratta indulgenza, limitandosi a farne materia di studio e di dileggio agrodolce.
Alla fine familiarizziamo con i trenta nomi di quell’appello che la più improbabile fra loro riesce a recitare a memoria come la formazione della squadra del cuore ma lo sconsiglio agli amanti degli audiolibri, perché la vivace alternanza dei personaggi e le loro relazioni incrociate richiedono una lettura che non si sposa all’ascolto.

Viv

La ragazza d’aria

Andreea Simionel, La ragazza d’aria, Rizzoli

Trasferitasi dalla Romania con i genitori e la sorella minore, Aryna frequenta la prima superiore in un liceo torinese: nuovi compagni, una lingua che non padroneggia ancora alla perfezione, una cultura da interiorizzare e da sovrapporre alla propria.
Il suo sentirsi straniera comincia in famiglia a partire dal rapporto coi genitori, due persone semplici che si ammazzano di fatica pur di garantire alle figlie una vita appena decorosa e finisce con il rifiuto di un corpo che, al naturale cambiamento legato all’età, unisce un aumento di peso sregolato dovuto ad un’alimentazione compensativa che la madre propone a parziale indennizzo di un disagio che non ha gli strumenti per arginare.
L’identità di Aryna si fa sempre più incerta dopo una vacanza estiva in Romania in cui si scopre estranea anche agli affetti – e a quella sé bambina, esile e spensierata – che era partita solo due anni prima. Il malessere monta di mese in mese e il bisogno di controllo la porta ad un’ossessiva e pericolosa perdita di peso.

Indubbiamente é un romanzo che affronta temi forti: identità, integrazione, disturbi alimentari, ma non ridurrei il tutto alla tematica dell’anoressia che é uno dei volti possibili con cui si manifesta il disagio della protagonista.
La scrittura traduce con piccole pennellate visive sentimenti complicati, utilizza un linguaggio diretto e accessibile che rende il romanzo fruibile anche ai più giovani e risulta estremamente efficace soprattutto nella prima parte, quella in ambiente scolastico e familiare per intenderci.
Il punto di vista in soggettiva coinvolge il lettore senza spostare mai il focus dal malessere di Aryna, dal suo percorso di lenta rinascita e apre alla possibilità di vivere la doppia identità che sperimenta la protagonista come una ricchezza da condividere.
La seconda metà del romanzo, quella relativa al ricovero, mi ha raggiunto a corrente alternata.
In particolare ho delle riserve sul racconto della gestione dell’alimentazione nella struttura ospedaliera. La libera scelta dei cibi, delle quantità e degli abbinamenti, non è congrua con l’esperienza, indiretta ma partecipata, che acquisii anni fa con la degenza in varie strutture di un’adolescente figlia di amici. Allo stesso modo ho trovato sbrigativa l’immediata accettazione del cibo da parte di Aryna dopo mesi di ostinata astensione, debole il confronto verbale con la neuropsichiatra, e discutibilmente superficiale la dimissione in una fase di sospetto rebound bulimico.
Pronta a ricredermi ma non mi dispiacerebbe il parere di un medico del settore che abbia letto il romanzo.

Viv

Il duca

Matteo Melchiorre, Il duca, Einaudi

Erede unico di una dinastia nobiliare decaduta il protagonista vive in solitudine nella dimora avita in Vallorgàna.
Il nomignolo di duca è il lascito canzonatorio affibbiato a un antenato che, a dire del popolino, si dava arie di duca pur essendo solo conte ma l’ultimo dei Cimamonte è un intellettuale schivo che si dedica allo studio dei cartigli di famiglia, non disdegna i piccoli lavori manuali e non ha mai rivendicato antichi diritti.
Questo finché gli viene riferito che un confinante sta tentando di usucapire tre ettari dei suoi possedimenti boschivi. L’affronto, poiché non si tratta di errore ma di manifesta volontà di esproprio, risveglia l’orgoglio del casato dando origine a una  diatriba che, in ossequio agli interessi del presente e ai rancori del passato, divide la comunità montana.
L’antagonista è tal Mario Fastréda che, a dispetto dell’età avanzata, detiene, col piglio di coloro che si son fatti da sé, un prestigio e un potere in grado di muovere per i suoi fini gli umori dei compaesani (che vassalli erano, quando comandavano i conti, e vassalli sono rimasti quando le redini sono state raccolte da un nuovo padrone).

La scrittura ricercata di Melchiorre dà voce a un narratore colto che tradisce da subito il suo rango e la sua estraneità all’ambiente cui, suo malgrado, lo lega il lignaggio ma è proprio in difesa dei diritti di sangue che il duca comincia a scavare con passione crescente nella storia di famiglia scoperchiando vessazioni passate e antichi dissapori.
La contesa diventa lo sfondo dinamico per raccontare un microcosmo che, pur essendo vicino a noi nel tempo e nello spazio, conserva il sapore delle vecchie tradizioni. La montagna respira in ogni pagina nei ritmi della fienagione, nelle segrete astuzie dei fungaioli, nelle insidie atmosferiche e nelle incursioni dei predatori selvatici.
È un romanzo dall’impianto solido e avvincente che, con taglio classico e toni ironici racconta il potere, il peso della genetica contro il contesto di nascita, i legami patrimoniali e il retaggio che sonnecchia dentro ognuno di noi.
E cattura come una tela di ragno.

Viv

L’Unità

Ninni Holmqvist, L’unità, Fazi

Romanzo distopico ambientato in Svezia in un futuro sovrapponibile al nostro presente, dove i cittadini che non hanno generato figli vengono trasformati in risorse affinché il loro declinare non pesi sulla comunità degli “utili”.
La genitorialità assume un ruolo “salva-vita” e le scelte dissonanti non sono più solo uno stigma sociale ma, a partire dai cinquant’anni per le donne e dei sessanta per gli uomini, comportano l’ingresso nell’Unità della Banca di riserva, una sorta di stazione di soggiorno in cui i residenti vivono spesati e accuditi in un’atmosfera di idilliaca sospensione.
A tutti loro é richiesto di contribuire al benessere della comunità degli “utili” sottoponendosi a sperimentazioni di carattere medico e scientifico, che si fanno gradualmente sempre più rischiose e invasive, fino alla donazione degli organi vitali.
Sono uomini e donne single che non sono riusciti a crearsi un nucleo familiare stabile e persone che nella loro vita precedente hanno scelto di seguire i loro sogni senza adeguarsi alle pressioni sociali che li avrebbero voluti utili procreatori, per lo più artisti, creativi e intellettuali.

«Le persone che leggono», continuò, «hanno la tendenza a diventare dispensabili. Molto».

Contrariamente alle aspettative, malgrado la loro attitudine individualista i dispensabili si sottomettono docilmente a un regime che, di fronte al problema dell’invecchiamento, esprime un approccio efficiente e ragionevole, ammantato di cortesia, e accettano con rassegnazione di diventare parte di quella “macelleria di lusso” governativa.

“Quanto avrei voluto vivere nell’epoca in cui l’essere umano credeva ancora nel cuore. Quando credeva ancora che il cuore fosse l’organo centrale che conteneva tutti i ricordi, le emozioni, i sentimenti, le doti, i difetti e le altre caratteristiche che ci rendono quegli specifici individui che siamo.
Sì, bramavo il ritorno al tempo dell’ignoranza, prima che il cuore perdesse il suo stato e venisse ridotto a uno dei tanti organi certamente vitali, ma sostituibili.”

Ishiguro aleggia col suo “Non lasciarmi” ma qui manca un forte gancio emotivo. La situazione é disturbante ma la scrittura non é abbastanza coinvolgente per reggere appieno la drammaticità della tematica e la realtà distopica è tratteggiata in modo superficiale, come dato acquisito.
É un distopico minore ma se amate il genere ha spunti interessanti.

Viv

Questioni di famiglia

Cinzia Pennati, Questioni di famiglia, Sperling Kupfer

La narrazione rimbalza da Amanda, terzogenita della famiglia De Santis a sua madre, Anna.
Anna incarna la dedizione a un ruolo che la società e un passato di abbandono e di prematura assunzione di responsabilità le hanno cucito addosso. Ha annullato se stessa nell’accudimento della casa, della prole, del marito e dei nipoti, ha fatto   dell’accoglienza un mantra, ed é nei fatti il cuore e la figura di riferimento della famiglia anche se i suoi settant’anni suonati le suggerirebbero di rallentare e di concedersi degli spazi di meritato egoismo nella solitudine della piccola serra dove coltiva le sue piante grasse.
Amanda, dal canto suo, stretta tra l’apparente solidità della vita coniugale delle sorelle e un modello materno irraggiungibile, patisce ogni riunione di famiglia come un esame che è destinata a fallire sistematicamente. Separata con due figli, un lavoro di ripiego, un ex ingombrante e dispotico che la controlla economicamente e un nuovo compagno poco consolidato è una sequenza di azioni mancate e di arrendevolezza.
Eppure anche queste donne, come le piante grasse che scandiscono i vari capitoli, sanno resistere in terreni aridi e fiorire inaspettatamente.

L’autrice é molto brava nel mettere a nudo gli spigoli delle relazioni, i compromessi e le contraddizioni che attraversano anche i sentimenti duraturi. Dà voce alle gelosie retrospettive e ai ricordi condivisi che sono il cardine dei legami tra fratelli, crea spazio per le amicizie salvifiche, che non hanno il timore reverenziale di agitare le acque stagnanti per spronare al cambiamento e racconta la fragilità della vecchiaia con sguardo intimo e consapevole.

Dei tre romanzi letti finora é quello che ho preferito, al netto di qualche refuso nell’editing e di un incomprensibile non sequitur per cui da un lato assistiamo all’organizzazione del matrimonio di Amanda con il nuovo compagno – con tanto di appuntamento per la prova dell’abito – e dall’altro ci viene detto che non è neppure separata legalmente.

Viv