Michele Mari, I convitati di pietra, Einaudi
La mia classe di liceo non era particolarmente affiatata e, fatte salve un paio di eccezioni, non ho mantenuto contatti duraturi ma ho letto il romanzo di Michele Mari con piacevole immedesimazione, perché i luoghi mi sono estremamente familiari e il Berchet, per bacino di utenza, avrebbe dovuto essere il mio liceo se la vita e i miei genitori non avessero deciso altrimenti.
Lo spunto da cui si sviluppa il racconto é una riffa goliardica post maturità, in cui si scommette su chi sopravviverà ai compagni. La posta è un montepremi alimentato da versamenti annuali sapientemente investiti, destinato solo a crescere.
Un gioco, senza una paternità certa, con adesione spensierata e unanime in un momento della vita in cui la morte pare lontanissima e che si trasforma con gli anni in una gara di sopravvivenza senza esclusione di colpi.
Si comincia nel 1974 e ci si spinge oltre il presente accompagnando i più longevi fino al loro ultimo respiro.
L’idea é accattivante, un espediente apparentemente innocuo che mette sotto la cruda luce di un riflettore la progressiva perdita dell’innocenza, il cinismo che si accompagna all’avidità, i rancori che covano sotto la cenere di cinque anni di convivenza forzata, le alleanze, le strategie, la competizione che permangono a dispetto dell’età e degli acciacchi.
Il vero collante é una scrittura magistrale che dà vita a una commedia grottesca che coniuga leggerezza e nostalgia, umorismo e spietatezza. Un approccio disincantato, non emotivo, che guarda alle miserie umane con distratta indulgenza, limitandosi a farne materia di studio e di dileggio agrodolce.
Alla fine familiarizziamo con i trenta nomi di quell’appello che la più improbabile fra loro riesce a recitare a memoria come la formazione della squadra del cuore ma lo sconsiglio agli amanti degli audiolibri, perché la vivace alternanza dei personaggi e le loro relazioni incrociate richiedono una lettura che non si sposa all’ascolto.
Viv





