Come ti chiami?

-Ciao come ti chiami?

– Denisa.

-Come? Elisa?

Ecco meglio scriverlo dunque. Mi presento, sono Denisa, non sono una scrittrice ma sono molto molto curiosa.

Ho cominciato a tenere un diario all’età di 7 anni perché mi venne regalato a una festa di compleanno. Lo ricordo ancora, aveva il lucchetto ed era viola con dei fiori bianchi. Un regalo di Simona, mia cugina.

Ho smesso di scrivere 15 anni dopo, non so nemmeno il perché. Ho ricominciato circa un anno fa, con una mia amica. Era un periodo offuscato per me, nero per lei. Scrivevamo, buttavamo nero su bianco tutto quello che ci ribolliva dentro. Mi aiutava, ci aiutava a svuotare un po’ l’anima dal negativo, ci guidava verso una luce diversa. Credo sia durato due o tre mesi.

Poi è arrivato il 2016. Un mostro brutale che oltre i vari George Michael, principesse Leila ecc. s’è portato via in successione il mio capo (quello dei due che ti copriva di baci), mio zio (gemello di mio padre), mio nonno (il giorno del mio compleanno) e la mia gatta (lo straccio di famiglia che mi ero creata). Ripensando a quello che mi è successo e a chi sono stata fino a un anno fa mi sarei aspettata di cadere nella depressione e nella lamentela malata. Invece sono rinata. Tipo le illuminazioni (pedata nel culo) sul fatto che sei vivo e sta a te decidere come. Tutte cose risapute lo sappiamo. Lo sappiamo davvero?

Questo palloso preambolo per arrivare ad oggi che di getto decido di creare un blog perché seguo l’istinto e i segnali.

Il blog delle domande nasce dal fatto che la mia mente è un vortice continuo di domande e dalla convinzione che non esistono risposte ma solamente punti di vista. Nasce dal voler confrontarsi con le menti degli altri e dal cercare di attrarre le persone curiose: quelle che hanno la consapevolezza di non saper nulla, o molto poco, come me.

Si comincia.

Buona curiosità a tutti.

Denisa

 

Dove eravamo rimasti?

Stavo pensando che, a dicembre, questo blog compirà dieci anni. È uno spazio che, anche se è rimasto spesso in silenzio, non si è mai chiuso. Sinceramente, non ho nemmeno mai pensato di farlo. L’ultimo articolo è di marzo 2022.

Erano già cambiate tante cose. Era un tempo diverso da ora, ma già pieno. Olivia era piccola, io stavo imparando a essere mamma e intanto, senza che me ne accorgessi fino in fondo, qualcos’altro si stava muovendo dentro di me. La vita doveva ripartire. Tra la maternità e il Covid, quella bolla dentro la quale mi ero chiusa doveva, per forza, scoppiare e volare via. E così è stato.

Mi chiedevo spesso: che lavoro può permettermi di essere una mamma presente e, allo stesso tempo, una donna realizzata? Alcune scelte le fai. Altre, in qualche modo, ti trovano.

Ho inserito Olivia al nido e, in quel breve periodo, mi dicevo che non poteva esistere un lavoro più bello di quello. Provavo quasi invidia e mi sono fermata lì.

In realtà era l’ottobre del 2021 quando ho inserito Olivia al nido, ma in quei mesi questi erano gli argomenti di cui parlavo con le mie amiche. Parlavo anche di questo lavoro, di quanto lo vedessi meraviglioso e di quanto, un giorno, mi sarebbe piaciuto arrivarci.

Era fine estate, settembre. Parlavo con Giulia.

Lei si era laureata nel 2020 in Scienze dell’educazione. A un certo punto mi disse: “Se ti piace così tanto, fai l’università.” Io le risposi che non me lo potevo permettere. Non ero mai stata una studiosa. A scuola avevo sempre fatto fatica. Avevo paura. Forse perché avevo fatto ragioneria e non mi ci ero mai ritrovata davvero. E l’idea dell’università, per me, significava soprattutto una cosa: rischiare di buttare via soldi. E io non avevo soldi da buttare.

Fu allora che lei mi disse: “Lo sai che esiste una cosa chiamata diritto allo studio?” E io questa cosa non la conoscevo. Così è partita la trafila di telefonate e di informazioni. E quando ho capito come funzionava, ho pensato: caspita, aveva ragione. Il rischio era bassissimo. Devo tentare.

Ed è così che, in qualche modo, sono entrata in corsa a fine novembre 2022. In quel periodo mi sono arrivate anche due proposte di lavoro. Una era simile al mio vecchio lavoro, da cui mi ero licenziata: sicuro, stabile, a tempo indeterminato, tempo pieno, vicino a casa. L’altra era diversa: un lavoro in una portineria in un condominio, a tempo determinato ma part-time, dalle otto alle tredici, con una retribuzione di circa 1000 euro al mese.

Ho scelto, contro ogni suggerimento di chi avevo vicino, la portineria. Sì, anche pulire le scale. Ma quella scelta mi dava qualcosa che per me era fondamentale: tempo. Tempo per studiare. Tempo per provarci davvero.

Così ho iniziato quel lavoro e, insieme, ho iniziato anche l’università. Ho lavorato in portineria per dicembre e gennaio. Poi, a gennaio, hanno deciso di non proseguire con la figura. Il lavoro si è semplicemente concluso lì.

Ma io, in quei mesi, avevo fatto un percorso interno che mi aveva cambiata profondamente. Avevo iniziato a guardare le cose in modo diverso. E quando mi hanno telefonato per dirmi che avevano deciso di non proseguire, io ho risposto con una frase che, ancora oggi, mi sorprende: “È chiaro che c’è qualcosa di molto più grande che mi sta aspettando.”

Nel frattempo, non ero rimasta ferma. Avevo iniziato a inviare, con insistenza, lettere di presentazione a diverse cooperative. Anche senza avere ancora il titolo di laurea richiesto, ma con l’iscrizione all’università.

A marzo sono stata contattata da una cooperativa che mi proponeva di diventare educatrice domiciliare. Ricordo ancora quel colloquio. E ricordo soprattutto quello che è successo dopo: quando è finito, ho pianto di gioia. E poi ho abbracciato mia mamma. Una cosa che non avevo mai fatto prima.

E niente, da lì è iniziato tutto. Ho iniziato a fare l’educatrice domiciliare e, nel frattempo, il tempo è letteralmente volato. Tre anni sono passati quasi senza accorgermene. Tre anni fatti di incontri, di relazioni, di fatica e di crescita, di bambini e di storie che mi hanno insegnato tantissimo.

Ad ottobre 2025 mi sono laureata in Scienze dell’educazione. È stato un traguardo importante, ma anche un punto di partenza. Perché nel frattempo mi ero appassionata così tanto a queste materie, a questo modo di stare nelle relazioni, di leggere i bisogni, di accompagnare le persone, che ho sentito forte il desiderio di continuare.

Così ho deciso di proseguire con la laurea magistrale, con un obiettivo chiaro: diventare pedagogista. Non è stata una scelta improvvisata, ma qualcosa che è cresciuto nel tempo, passo dopo passo, dentro le esperienze vissute.

Ad oggi siamo ad aprile 2026. Sono al secondo semestre del primo anno della magistrale e, nel frattempo, il mio lavoro è cambiato: non sono più un’educatrice domiciliare, ma un’educatrice scolastica. Un contesto diverso, altre sfide, altre complessità, ma anche nuove possibilità di crescita.

E se guardo indietro, a quel punto in cui tutto sembrava fermo, vedo chiaramente quanto invece si sia mosso. Oggi non sono più quella che aveva paura di iniziare. Sono una donna che ha scelto, che ha cambiato strada, che ha investito su se stessa quando sembrava rischioso farlo.

Non so esattamente dove mi porterà questo percorso, ma so con certezza che ogni passo fatto finora mi ha portata esattamente dove dovevo essere. E questo, per me, è già una forma di successo.

Il resto… lo scriverò andando avanti.

Buona vita.

Denisa