Volatilità permanente, perché questa guerra potrebbe costarti (molto) più di quanto pensi

Mio pezzo su Money.it
ABSTRACT: Il mio ultimo articolo per Money.it parte da una conversazione che merita molta più attenzione di quanta ne stia ricevendo.
Tucker Carlson ha intervistato Avram Burg, ex presidente della Knesset israeliana e perfino presidente ad interim di Israele. Burg non è un personaggio marginale: proviene da una famiglia sionista di primo piano e ha trascorso decenni al centro della politica israeliana. Ma le sue opinioni sull’attuale guerra con l’Iran sono tutt’altro che allineate al mainstream.
Nell’intervista, Burg sostiene che Israele non ha una vera strategia, che la guerra è iniziata per “opportunismo” più che per necessità, e che il conflitto si è trasformato da scontro nazionale-politico in qualcosa di ben più pericoloso: una guerra religiosa alimentata da fondamentalismi ebraico, cristiano e islamico.
Avverte inoltre che un attacco alla spianata delle moschee sarebbe “più pericoloso di una bomba atomica” – e rivela che dal 1967 ci sono stati almeno cinque tentativi in tal senso.
Ho sintetizzato l’intervista per Money.it, evidenziando i passaggi salienti con riferimenti temporali per chi volesse approfondire. Uno sguardo raro e senza filtri su come la leadership israeliana pensa – o non pensa – la guerra che potrebbe ridisegnare il Medio Oriente.
Gesù Cristo, Gengis Khan e il nichilismo di Netanyahu

ABSTRACT: Quando il “realismo” diventa nichilismo: il mio ultimo articolo per InsideOver sull’ennesimo autogol di Netanyahu.
Il 19 marzo, Benjamin Netanyahu ha detto davanti alle telecamere: “La storia dimostra che, purtroppo e sfortunatamente, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male avrà la meglio sul bene. L’aggressione avrà la meglio sulla moderazione”.
Citava Will Durant. Voleva argomentare la necessità della forza. Ma ha anche—volontariamente o no—ridotto la figura centrale della fede cristiana a un caso di “efficacia storica” misurata in termini di potenza bruta. E lo ha fatto rivolgendosi proprio a quel pubblico cristiano americano su cui si regge una parte fondamentale del sostegno a Israele.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Non perché il realismo non abbia spazio in politica, ma perché Netanyahu è riuscito a trasformare un’argomentazione strategica in un autogol simbolico. In questo articolo provo a mostrare che le sue parole rivelano qualcosa di più profondo di una semplice gaffe: una visione del mondo in cui le distinzioni morali si annullano, la forza è l’unica moneta di scambio, e l’eredità dell’Occidente—la ragione greca, il diritto romano, la civiltà delle cattedrali—diventa un ingombro da abbandonare anziché un patrimonio da difendere.
Se abbracciamo quella logica, non abbiamo imparato nulla dalla storia. Ci siamo semplicemente arresi al suo peggio.
Mio pezzo su InsideOver (clicca sul link per leggere l’articolo).
La vera guerra è tra le strategie di USA e Israele

Mio pezzo su Money.it
ABSTRACT: In un’intervista infuocata con Tucker Carlson, il colonnello in pensione Douglas MacGregor — analista militare di lungo corso ed ex consigliere del Pentagono — lancia un allarme terrificante sulla guerra in corso con l’Iran. Secondo MacGregor, il presidente Trump è caduto in una trappola strategica: chiedendo la “resa incondizionata” a Teheran, sta di fatto combattendo per gli obiettivi espansionistici di Israele, non per quelli americani. L’intervista, che dura quasi un’ora, è costellata di affermazioni esplosive. MacGregor accusa Trump di essere stato “completamente assorbito” dalla visione di Netanyahu di una “Grande Israele”, avverte che se un’arma nucleare verrà usata “sarà Netanyahu a farlo, non noi”, e descrive una macchina militare sottoposta a pressioni insostenibili per trovare bersagli — con conseguenti errori catastrofici come il bombardamento di aree civili. Solleva inoltre il velo sulle dinamiche di potere a Washington, spiegando perché nessuno in uniforme o nel governo osi dimettersi per protesta. Tra rischio di collasso economico, intervento di Russia o Cina e il crescente ruolo delle armi autonome, l’analisi di MacGregor è una lettura obbligata per chiunque voglia capire dove sta davvero andando questo conflitto. In questo articolo per Money.it vi propongo i passaggi chiave e l’analisi completa.
Addio all’America First? Perché le dimissioni di Joe Kent sono il punto di non ritorno per Trump

Mio pezzo su Money.it
ABSTRACT: Le dimissioni di Joe Kent dalla guida del National Counterterrorism Center non sono un semplice avvicendamento tecnico, ma il primo segnale visibile di una frattura interna all’amministrazione di Donald Trump nel suo secondo mandato. Kent, figura pienamente inserita nel perimetro dell’America First originaria, ha lasciato l’incarico contestando apertamente la linea sulla guerra con l’Iran, ritenuta non giustificata da una minaccia imminente.
La sua uscita ha reso esplicita una divisione strutturale nel mondo MAGA, finora rimasta sotto traccia. Da un lato si colloca un’area anti-interventista, rappresentata mediaticamente da Tucker Carlson e politicamente da Rand Paul, che rivendica la coerenza con il rifiuto delle “guerre infinite”. Dall’altro lato emerge una componente nazionalista e interventista, più vicina alla postura attuale della Casa Bianca, che considera l’uso della forza uno strumento necessario di deterrenza e leadership globale.
In mezzo si muove una corrente più pragmatica e meno ideologica, incarnata da figure come J.D. Vance, chiamata a mediare tra le due anime. Resta da capire se il gesto di Kent resterà isolato o se rappresenterà l’inizio di un riequilibrio più profondo all’interno del trumpismo. Mio pezzo per Money.it
La guerra in Iran finirà solo con l’atomica

Mio pezzo su Money.it
ABSTRACT: In un’intervista infuocata con Tucker Carlson, il colonnello in pensione Douglas MacGregor — analista militare di lungo corso ed ex consigliere del Pentagono — lancia un allarme terrificante sulla guerra in corso con l’Iran. Secondo MacGregor, il presidente Trump è caduto in una trappola strategica: chiedendo la “resa incondizionata” a Teheran, sta di fatto combattendo per gli obiettivi espansionistici di Israele, non per quelli americani. L’intervista, che dura quasi un’ora, è costellata di affermazioni esplosive. MacGregor accusa Trump di essere stato “completamente assorbito” dalla visione di Netanyahu di una “Grande Israele”, avverte che se un’arma nucleare verrà usata “sarà Netanyahu a farlo, non noi”, e descrive una macchina militare sottoposta a pressioni insostenibili per trovare bersagli — con conseguenti errori catastrofici come il bombardamento di aree civili. Solleva inoltre il velo sulle dinamiche di potere a Washington, spiegando perché nessuno in uniforme o nel governo osi dimettersi per protesta. Tra rischio di collasso economico, intervento di Russia o Cina e il crescente ruolo delle armi autonome, l’analisi di MacGregor è una lettura obbligata per chiunque voglia capire dove sta davvero andando questo conflitto. In questo articolo per Money.it vi propongo i passaggi chiave e l’analisi completa.
Trump contro Trump. Carlson accusa Trump di tradire l’America First

Mio pezzo su Money.it
ABSTRACT: La crescente escalation tra Israele e Iran non sta soltanto ridisegnando gli equilibri strategici del Medio Oriente. Sta anche provocando un intenso dibattito politico negli Stati Uniti, soprattutto all’interno dello stesso mondo conservatore che negli ultimi anni ha sostenuto la dottrina America First. Mentre alcuni esponenti repubblicani e commentatori vicini all’establishment ritengono necessario un approccio duro nei confronti di Teheran, una parte sempre più visibile dell’area populista e nazional-conservatrice teme che gli Stati Uniti possano essere trascinati in un nuovo conflitto prolungato nella regione.
In questo articolo per Money.it analizzo le principali linee di frattura che stanno emergendo nel dibattito americano, mettendo a confronto le posizioni di figure influenti come Tucker Carlson, Steve Bannon, Candace Owens e Megyn Kelly con quelle dei repubblicani più favorevoli a una risposta militare decisa. Allo stesso tempo, il pezzo esplora alcune dimensioni meno discusse del conflitto, come il ruolo della guerra missilistica, i limiti delle difese antimissile e il fattore religioso che continua a influenzare profondamente le dinamiche del Medio Oriente.
Ne emerge il quadro di una guerra che non sta soltanto mettendo alla prova le capacità militari degli attori coinvolti, ma che potrebbe anche ridefinire il futuro della politica estera americana e gli equilibri interni del movimento conservatore.
Guerra USA-Iran, i complottisti avevano ragione?

Mio pezzo su Money.it
ABSTRACT: In una svolta sorprendente, alcune delle interpretazioni più controverse della guerra contro l’Iran—un tempo liquidate come teorie del complotto da ambienti marginali—stanno oggi trovando conferma nelle dichiarazioni dello stesso establishment politico di Washington. Questo mio articolo per Money.it esplora come figure chiave come il senatore Lindsey Graham, che definisce il conflitto “il più grande cambiamento in Medio Oriente in mille anni” e lo descrive apertamente come “una guerra religiosa”, stiano involontariamente confermando ciò che critici come Tucker Carlson sostengono da tempo.
Attingendo al recente podcast di Carlson, l’analisi approfondisce le dimensioni religiose del conflitto, incluso l’obiettivo apocalittico di ricostruire il Terzo Tempio Ebraico sul Monte del Tempio—sito della Cupola della Roccia—e i pericolosi scenari che potrebbero innescare una guerra religiosa globale. L’analista militare Brandon Weichert aggiunge un ulteriore livello, rivelando critiche carenze nelle scorte di munizioni statunitensi e suggerendo che l’America viene trascinata in questa guerra dagli interessi israeliani mentre la Cina sostiene silenziosamente l’Iran.
Il risultato è un articolo che esamina come le stesse parole dell’establishment stiano offuscando il confine tra discorso mainstream e ciò che un tempo veniva liquidato come paranoia—sollevando domande scomode su chi stia davvero guidando la politica estera americana e a quale costo.
Iran, la guerra che può costare le elezioni mid term a Donald Trump

Mio pezzo su Money.it
ABSTRACT: L’intervento americano contro l’Iran sta mettendo in luce una frattura profonda nel mondo conservatore — e non soltanto nelle sue frange più radicali. Voci influenti come Tucker Carlson hanno criticato apertamente l’operazione, sostenendo che essa contraddice la promessa fondativa dell’America First: evitare nuove guerre in Medio Oriente. Carlson si è spinto oltre, insinuando che il presidente Donald Trump stia lasciando che la politica estera americana venga orientata dalle priorità strategiche di Israele.
Un’accusa che ha trovato nuova forza nelle dichiarazioni di Marco Rubio, il quale ha ammesso che Washington era consapevole di un’imminente azione israeliana e che l’intervento statunitense è stato in parte una mossa preventiva per gestirne le conseguenze. Pur presentata come misura di tutela delle forze americane, questa spiegazione ha rafforzato la percezione di un coinvolgimento reattivo sostanzialmente subalterno.
È proprio questo il nodo per molti elettori conservatori moderati: capire se l’interesse nazionale americano resti davvero il criterio guida delle scelte di politica estera.
La guerra con l’Iran non è per l’America. E’ per Israele

ABSTRACT: Nel suo più recente podcast, Tucker Carlson analizza la crescente tensione tra Stati Uniti e Iran, definendola una guerra imminente ma profondamente impopolare. Secondo Carlson, la massiccia mobilitazione militare nel Golfo Persico non serve a proteggere l’America, ma a soddisfare gli interessi strategici di Israele, che vuole eliminare l’Iran come potenza regionale per consolidare la propria egemonia.
Carlson smonta quella che definisce la “menzogna nucleare” – l’idea che l’Iran sia a un passo dalla bomba atomica – mostrando come Benjamin Netanyahu ripeta lo stesso allarme dal 1996. Attacca poi i media, accusandoli di fare propaganda bellica all’unisono, e avverte sulle conseguenze catastrofiche di un conflitto: migliaia di soldati americani a rischio, una crisi energetica globale e una possibile depressione economica.
Nell’intervista finale con Clayton Morris, si discutono anche i legami tra il complesso militare-industriale, la copertura mediatica di scandali come Epstein e il crescente controllo sociale attraverso la tecnologia.
Un video imperdibile per capire cosa si muove davvero dietro le quinte della crisi iraniana.
Mio pezzo su InsideOver (clicca sul link per leggere l’articolo).
“Dal Nilo all’Eufrate, sarebbe giusto se prendessero tutto”. La confessione di Huckabee che smaschera il sionismo cristiano

ABSTRACT: In un’intervista di due ore e mezza con Tucker Carlson, l’ambasciatore USA in Israele Mike Huckabee rivela involontariamente le contraddizioni del sionismo cristiano. Incalzato su Genesi 15 – la promessa divina della terra dal Nilo all’Eufrate – Huckabee ammette che, biblicamente parlando, “sarebbe giusto se prendessero tutto”. L’ex pastore battista prova subito a ritrattare, ma il danno è fatto. L’intervista mette a nudo la giustificazione teologica dell’espansionismo, la lealtà istintiva dell’ambasciatore verso Israele anziché verso il suo paese, e il crescente divario tra l’opinione pubblica americana e una politica estera dettata dalle sette visite di Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca in un solo anno. Mentre gli USA si avvicinano a un’altra guerra catastrofica in Medio Oriente, le parole di Huckabee sollevano una domanda urgente: chi rappresenta davvero Washington?
Mio pezzo su InsideOver (segui il link per leggere l’articolo).











