Inverno

Caro Orfeo,
è trascorso molto tempo dall’ultima volta che abbiamo parlato. Molto di più dal nostro ultimo incontro, in stazione, ricordi? Anni, penso. Tre o quattro… Ho perso il conto delle stagioni che si sono susseguite senza te, senza un “noi”; senza quell’irresistibile voglia di correre tra le tue braccia aperte e tese in attesa di accogliermi e di farmi volteggiare in aria. Sembravamo adolescenti al primo amore.
Come stai?
Non so perché, ma in questa sera invernale ho sentito il desiderio di scriverti.
Ti ricordi dei viaggi, delle partenze improvvise e del timore che coglieva entrambi sulla soglia di casa?
Chissà poi com’è terminata quella storia, non l’ho mai saputo e la curiosità stuzzica la mia mente di tanto in tanto.
Rammenti la Luna? Dolce, cara, amata Luna. Parole sussurrate in sere d’estate, sull’amaca del tuo giardino, dondolando accoccolati, tenere labbra, focosi baci, intime carezze. E la Luna lassù ad ascoltare i nostri cuori battere all’unisono. E la Luna… Ogni volta che illumina le tenebre di questa terra, la mia Anima spinge verso te, verso quell’abbraccio. Come potresti scordare quell’abbraccio? Come potrebbe la Luna ignorare quell’abbraccio? Forse ne ha conosciuti tanti di amanti illuminati dalla sua bianca luce, ma noi, noi, senza lei come avremmo potuto librare senza lei?
Come al solito parto per i miei voli pindarici e plano su lidi differenti da quelli in cui dovrei atterrare. Ormai mi conosci, sai bene che frenare le mie chiacchiere è un’impresa ardua. Non sono cambiata poi così tanto… E tu? Che uomo sei diventato? I tuoi occhi sono dello stesso verde-azzurro che mi ammaliava e mi accarezzava la pelle?
Ho freddo, le mie dita sono congelate e spero che continuando a scrivere si sciolgano un po’. Per cui assumi una posizione comoda, stenditi a letto o sprofonda nel divano (l’hai ancora quel divano rosso?) e preparati a una cascata di parole senza sosta. Così come erano le telefonate con te. Un accento cantilenante che non la smetteva più di danzare. Sì, mi manca. In realtà, non così spesso. Anzi, quasi mai. Per dirla tutta, solo stasera mi manca. Per il resto la mia vita si è riempita talmente tanto da non avere più molto tempo per avvertire la mancanza di alcunché. E’ vero, sai. Non lo dico tanto per dire. Lo sento davvero.
Ma tu che mi racconti? Sei diventato l’uomo che desideravi essere? Hai trovato il lavoro che sognavi e per cui hai sacrificato tanto? Anche me. No, nessun rimprovero. Avevi ragione te. Le nostre vite oggi sono così distanti e differenti. Le nostre vite di allora già germogliavano in due climi diversi. Però sai, mi sei rimasto nel cuore lo stesso. Non ti penso come qualche anno fa, è pur vero che il tempo regala prospettive differenti e le esperienze di gioventù si ricordano col sorriso. Tu mi ricordi? Spero proprio di sì. E’ triste pensare che chi hai amato con tanta intensità un giorno ti possa dimenticare: i ricordi sbiadiscono e si consumano, tanto da diventare come coperte sgualcite dal troppo utilizzo e strappate qua e là.
Che buffo, mi è tornata in mente quella volta in cui ti venni a trovare, era una sera d’estate, e ti comportasti come se non t’importasse di me, rigido e a braccia conserte. Volevi “fare la cosa giusta”. Abbiamo sprecato un’occasione per stare insieme davvero. Nei tuoi occhi lessi l’emozione che ti rifiutavi di ammettere di provare. “Sono reale” mi dissi. Non riuscivo a smettere di accarezzare i muscoli del tuo avambraccio, di sentirne la forza. Avrei voluto fondermi con te, con la tua pelle calda e restare all’interno di quel bozzolo in cui mi avresti protetto. Un abbraccio, un altro ancora e l’infinito.
Il gelo intorpidisce persino il mio cuore. Vorrei diventasse insensibile alla malinconia che come un manto l’avvolge. Mi manca… il tuo broncio; osservare la curva delle tue labbra disegnare un sorriso.
Eppure non credere che non abbia iniziato a scrivere capitoli nuovi della mia vita!
Ho finalmente trovato un lavoro che mi piace e sono riuscita a scrollarmi di dosso i legacci che mi impedivano di essere serena. Ho spiegato le ali: come una farfalla risplendo e danzo di bellezza, come un gabbiano sorvolo il mare, come un aquila volteggio tra i monti e sui boschi in cerca di cibo. Non sono più un cervo braccato dai cacciatori né una lepre al sicuro nella sua tana. Sono sbocciata e respiro sole e vento. Sì, piango ancora lacrime silenti e singhiozzo disperata. Tuttavia non sei più tu a dover raccogliere con le calde dita le stille sul mio volto arrossato né a parlarmi con voce suadente. Non sono più la tua Arianna né la tua Giulietta né la tua Isotta. Ho imparato a sconfiggere il drago da sola. Ho imparato a fare affidamento soltanto su me stessa e persino quando ho incontrato un altro cavaliere desideroso di salvarmi, gli ho mostrato la mia forza e il mio coraggio.
Dimmi di te. Un’altra donna riscalda le sere? Spero di sì. Non sono più gelosa ormai: voglio la tua felicità, ovunque si trovi.
Sarai un bravo marito e un bravo padre. Lo sapevo già da allora. Evidentemente io non ero colei con cui lo sarai.
Conservi il barattolo di sabbia e la conchiglia? La fragranza si è dissolta del tutto o se ne percepiscono ancora le tracce? Ricordi? Avevi promesso… Mi piace pensare che nonostante tutto tu non abbia buttato via le parole né gettato nel mare i nastri. Io non potrei mai farlo… Sì, l’ho pensato e arrabbiata e triste e ferita, mi sono recata laggiù, fin laggiù, da sola, sai quanta fatica e coraggio mi ci sono voluti per tornare là? Senza la tua mano a guidarmi e sorreggermi. Mi sono graffiata e sono scivolata un’infinità di volte. Stavo per rinunciare, sai? Mi sono ritrovata sperduta su quel dannato sentiero e sono scoppiata a piangere. Perché tu non eri lì con me. I raggi del sole mi intiepidivano le gote accaldate. Ho stretto tra le dita la nostra promessa. Mi sentivo svuotata e arrabbiata e delusa e furiosa e triste e sola e sconfitta e persa. Sono voluta andare fino in fondo, sai quanto diventi ostinata. Una volta raggiuta la baia, mi sono guardata intorno. Le immagini di noi scorrevano come in un film muto, in bianco e nero. Le onde mi hanno cullato, calmato, rassicurato. Non ce l’ho fatta. Mi sono detestata per questo. Ma non potevo gettare via nemmeno una briciola di ciò che è stato. Sì, sono troppo affezionata al mio passato. Così mi sono seduta sulla sabbia e ho chiuso gli occhi. Ho immaginato il mio presente e il mio futuro. Ho promesso a me stessa che non sarei naufragata, ma avrei lottato per me stessa. Ho pregato.
E tu? Cosa hai fatto dopo di Noi? Non ho creduto nemmeno per un istante alla tua facciata, alle tue parole così sensate e razionali. Sentivo che soffrivi quanto me, ma avevi deciso. E ti ho odiato per questo! Ho strillato e strillato al cielo per la tua testardaggine. Una parte di me desiderava ardentemente che tu soffrissi più di me, che il tuo corpo bruciasse e anelasse il mio tocco.
E’ tardi ormai, la candela si è consumata e la cera si è squagliata. Devo andare.
Mi risponderai?
Sogno vano, illusione d’inverno.
Con Affetto,
non più tua
Euridice












