Archivio | aprile 2012

Io mi diletto in cucina:Oggi le pastine al cocco


Le pastine al cocco sono dei dolcetti molto gustosi e delicati di facile preparazione, io le ho preparate  ieri, ma oggi sono ancora più buone, perchè si sono ammorbidite anche le punte esterne più cotte rispetto al cuore, che deve restare morbido anche appena sfornate. Per realizzare questi sfiziosi dolcetti occorrono:

250 gr di cocco liofilizzato

250 gr di zucchero semolato

5 albumi d’uovo

50 gr di zucchero a velo

un imbuto da pasticciere largo e dentato

Impastare velocemente gli ingredienti e lasciar riposare una mezz’oretta per far ammorbidire il cocco e poter lavorare meglio l’impasto. Formare le pastine facendo passare l’impasto attraverso il piccolo imbuto, posizionandole sulla leccarda foderata di carta forno, non molto distanziate perchè non aumentano  di volume e far cuocere a 180 gradi per circa venti minuti. Quando le punte sono dorate, spolverizzate di zucchero a velo e con poca spesa avrete un ottimo dessert e il piacere di aver realizzato qualcosa di buono e genuino con le vostre mani.

AHHHHHHHH!!!! Muratori in casa!


Vi è mai venuta la geniale idea di abbattere una parete per allargare un pò la cucina? Una piccola insignificante parete, dal momento che bisognava rifare la cucina per sopraggiunti limiti di età, abbatterla sembrava un gioco, invece non potete immaginare la mia povera casa linda e ben tenuta con le sue piante fiorite, i vasi di basilico e prezzemolo e il cortile sempre ordinato… oh mio Dio, cosa è passato….un uragano, il ghibli, la bora tutti insieme!!!! Dovete sapere che per abbattere la piccola insignificante parete abbiamo dovuto spostare certi mobili pesanti, dietro i quali abbiamo scoperto una infiltrazione di umidità, ragion per cui intervenendo per coibentare si è rovinato il pavimento dell’altra stanza e del corridoio. Ma il corridoio era rivestito con un lambrì di legno che si è dovuto togliere, ahhhhhhh!!!!! anche dietro il legno l’umidità aveva corroso le pareti. Abbiamo dovuto scorticare tutto l’intonaco marcio. Andando avanti, nel frattempo che stiamo ripristinando la cucina e le pareti, non sarebbe il caso di ammodernare anche l’impianto elettrico, l’impianto idraulico e le due porte piccole e scomode e fare qua e là qualche presa d’aria? Risultato? Il piano terra è tutto sottosopra, il garage è diventato un deposito di laterizi, nel soggiorno c’è un deposito di mobili sotto uno strato di polvere rossa, sembriamo nel deserto, ho paura di vedermi spuntare da un momento all’altro un cammello in salotto. Per non parlare del materiale uscito dalla demolizione, una quantità impensabile che stiamo smaltendo a poco a poco. Mi chiedo quando finirà e come potrò riprendere la mia vita normale, perchè adesso vivo nel rustico in mansarda, che è l’unico posto lontano dallo sfacelo, anche se devo dire che a me piace stare quassù, dove ho un grande ambiente accogliente e luminoso, con una magnifica vista dell’Etna e del mare. Quassù però d’estate fa caldo, invece nel mio cortile ombreggiato a piano terra passo dei pomeriggi incantevoli, ma di questo passo ho paura che prenderò la tintarella in terrazza. Se vi dovesse venire l’idea di abbattere una piccola insignificante parete… due metri per tre… pensateci due volte!

 

Era il 25 aprile di tanti anni fa…


 

Oggi 25 aprile… questa data mi riporta indietro negli anni, dove riaffiora un bellissimo ricordo della mia giovinezza. Era la metà degli anni sessanta, altri tempi, quando il lavoro era la cosa più importante della vita e il mio papà lavorava anche nei giorni di  festa. Di questi tempi era il periodo di raccolta delle patate e il mio papà le coltivava con grande amore , anche perchè allora valevano sul campo, non solo all’ortofrutta come ora e i produttori ne ricavavano un buon guadagno. Proprio come oggi, avrò avuto sedici anni e frequentavo già il liceo, essendo vacanza, decisi di accompagnare la mia mamma che andava in campagna per aiutare papà nella raccolta. Ce ne andammo con l’autobus, un viaggio breve attraverso i giardini di limoni e di arance tutti in fiore e il loro profumo inebriante entrava dai finestrini aperti. Ancora non avevamo la macchina e il mio papà andava a lavorare nel campo con la bicicletta, così quando fummo a destinazione erano già le dieci…lui lavorava già dalle prime luci … che meraviglia ai nostri occhi… le patate luccicavano sotto il sole in due bianche corsie contornate dal verde delle foglie sdradicate, papà le aveva sterrate con la zappa e le aveva stese al sole ad asciugare: patate di ogni misura, ma tutte belle e polpose.I l sole era già alto, cominciammo a raccoglierle, con mamma facevamo a gara per trovare il tubero più grosso… non ci crederete, ma alla fine la patata più grande pesava ben novecento grammi, era un mostro di grandezza, l’indomani ne facemmo una frittata grandiosa. Il sole era cocente , si sudava, ma il lavoro incalzava, papà continuava a sterrare patate come un trattore, i tuberi si ammucchiavano come sassi dietro di lui , io e mamma ci affrettavamo a riempire i cestini, che svuotavamo nei sacchi di iuta facendo a gara a chi ne raccoglieva di più. Io ho sempre amato il contatto con la natura e con la terra e quando mi trovo immersa non penso più a nulla, mi piace vivere intensamente quella giornata diversa, così non badavo allo sporco nè alla polvere , mi asciugavo il sudore con le braccia impolverate e facevo il mio lavoro a fianco di mia madre, che era più esperta, ma io ero più giovane e forzuta. Così ci ritrovammo a sera con una lunga fila di sacchi pieni ed io che reggevo il sacco mentre mamma versava, mi impolverai dalla testa ai piedi. L’acqua che avevamo non era sufficiente per lavarmi tutta, mamma non si era sporcata come me… intanto dovevamo riprendere l’autobus per tornare a casa, io non ero più presentabile, mi vergognavo, era lo stesso autobus che tutte le mattine linda e agghindata prendevo per andare a scuola… per fortuna mi vide la moglie del fattore, che gentilmente mi offrì l’uso del suo bagno, dove potei lavarmi e indossati i vestiti puliti, riprendemmo l’ultimo autobus per tornare a casa. La sera mi misi a letto stanchissima, se chiudevo gli occhi vedevo patate che  ballavano davanti a me, poi mi addormentai e dormii come un sasso. Nella notte l’acido lattico fece il suo effetto, io che non avevo mai fatto quel lavoro, la mattina dopo mi svegliai con le gambe tutte doloranti, camminavo rigida come un automa, non mi potevo piegare e fu così per una settimana…Oggi ripenso con grande tenerezza ai miei cari, che hanno vissuto una vita di lavoro, senza risparmiarsi, per permettermi di diventare migliore di loro… quei soldi faticosamente guadagnati servivano per pagare i miei studi e se sono qui che racconto a voi la nostra storia, questo lo devo a loro.   

Io mi diletto: La mia poesia


Nell’alito d’un bacio

Ti ho ritrovato

nei petali d’un fiore

essiccato

tra le pagine

d’un volume ingiallito

e ho annusato il tempo

nell’eco d’una storia,

scritta

con briciole di sentimento.

Riflesse

nell’alito d’un bacio,

ho evocato

ali di farfalle dipinte

nel velluto

delle tue carezze

e guardando l’onda 

del nostro mare,

ho scritto t’amo

nelle sue trasparenze

di cerulea luce,

dove l’aurora

ha inghottito nell’oblio

le bianche vele

d’un sogno,

svanito là

dove il mattino

avvolge di fantasia i ricordi.

Maria Cavallaro

Sessanta anni, uff che fatica!!!


Oggi compio sessanta anni, grazie a tutti per gli auguri, è stato bellissimo avervi vicini, vi abbraccio col cuore!

Il mio augurio speciale va al Papa, infatti anche Sua Santità festeggia oggi il suo compleanno.

Io mi diletto: La mia poesia


Vento d’aprile

Odori di stagione

si confondono

nell’ala calda del vento

e radente il volo

d’un gabbiano

si dissolve

nei cristalli dell’infinito.

Come stupore

di bianchi petali,

mi accarezza l’aria,

tagliando

le onde salmastre

nel rincorrersi

instancabile

di frantumate schiume.

E tra un piegarsi di fronde,

nella musica

di una vecchia canzone,

cerco un abbraccio,

quasi trascinata

nel ballo sensuale

d’un amore antico,

che ritorna

nel vento d’aprile

e mi dipinge l’anima.

Maria Cavallaro

Io mi diletto: La mia poesia di Pasqua


Luce di Pasqua

 Sulle Tue spalle generose,

hai preso

la nostra croce

e hai camminato invisibile

in mezzo a

noi che ogni giorno,

ciechi nell’anima,

abbiamo incoronato di spine

il Tuo capo,

ferendo il Tuo corpo

col flagello

della nostra stoltezza.

Oggi

le lacrime della Madre santa

hanno lavato

il sangue prezioso

delle Tue ferite

e ti vediamo alfine

splendere

nella luce della Pasqua,

risorto nella gloria

della Tua promessa.

Maria cavallaro

   

Aspettando la Pasqua


Tempo di passione, anche il cielo è triste, infatti oggi ha piovigginato e il sole splendente della scorsa settimana si è nascosto dietro una grigia cortina di nuvole. Ricordiamo in questi giorni la passione e morte di Nostro Signore, condannato al supplizio della crocifissione che Egli subisce per realizzare il suo progetto di salvezza dell’umanità. Il supplizio della crocifissione risale a tempi più antichi rispetto ai Romani, era usata già dai Babilonesi e nelle regioni semitiche. Il primo documento che fa riferimento alla crocifissione appare nella letteratura sumerica mentre in occidente si dice che sia stata introdotta da Alessandro Magno. A Roma questo supplizio appare verso il 200a.C.ed è anche qui associato ad atrocità e vilipendio. Al tempo dei Romani infatti, questa era una pena durissima, che non si poteva comminare ai cittadini romani, ma soltanto agli schiavi, agli stranieri e ai sovversivi. La crocifissione era preceduta dalla flagellazione, che rendeva ancor più penoso il supplizio e la morte avveniva per soffocamento, dal momento che spesso ai condannati, per accelerarne la morte, si fratturavano le gambe così il tronco, senza più sostegno, collassava comprimendo il costato e impedendo la respirazione.  Prima di essere crocifisso il condannato veniva flagellato e poi caricato del legno orizzontale detto patibolum ,veniva condotto al luogo della crocifissione, dove spogliato delle sue vesti, veniva inchiodato ai legni fino alla morte per asfissia, dovuta alla posizione del corpo, che restava appeso dalle mani. Con la crocifissione si voleva provocare una morte lenta, dolorosa e terrificante, esemplare per chi ne era testimone: per stillicidia emittere animam, lasciare la vita goccia a goccia. Origene scrive: “Vivono con sommo spasimo talora l’intera notte e ancora l’intero giorno”. Per questo si adottava una serie d’accorgimenti che ritardavano la morte anche per giorni: per esempio un sedile o un corno, posto nel centro del palo verticale. Presso le civiltà antiche la crocifissione era molto diffusa ed era una pena molto infamante. Secondo i Vangeli la crocifissione di Gesù e la sua morte sulla croce è l’atto finale della sua vita terrena  e si compie in questo modo il suo progetto di salvezza per l’uomo. La risurrezione di nostro Signore infatti, ci indica la via da seguire per liberarci dal peccato e ritornare puri al cospetto del Creatore. Molte città celebrano la Settimana Santa con antiche processioni  molto emozionanti e suggestive, che coinvolgono tutti gli abitanti del luogo, famose in Sicilia quelle di Trapani e Modica. Il rito del venedì santo unisce in un clima di attesa tutto il mondo cattolico, che partecipa alla rievocazione della passione con fervore e devozione. Artisti famosi come Cimabue,Giotto, Michelangelo, Mantegna ed altri ancora, si sono ispirati alla crocifissione di Gesù, lasciandoci opere insigni e di grande suggestione emotiva.