L’esplorazione archeologica della villa romana di Civita Giuliana, già oggetto di scavi nel 1907-08, è cominciata nel 2017 dopo che erano stati scoperti scavi clandestini nell’area della Villa.
Durante gli scavi in corso nella villa, sita a circa 600 metri dalle mura dell’antica Pompei, è stata rinvenuta da poco una nuova stanza con i suoi arredi, destinata agli schiavi. I reperti sono posizionati dove erano in quella giornata di fine ottobre del 79 d.C., quando il Vesuvio seppellì le città ai suoi piedi.
I reperti sono un’immagine di quasi 2000 anni fa, realizzata con la tecnica dei calchi, esistente solo nella zona di Pompei. Mobili e tessuti e corpi di vittime dell’eruzione sono stati coperti dalla nube piroclastica, divenuta poi terreno solido, mentre la materia organica decomposta ha lasciato un vuoto nel terreno: un’impronta che, riempita di gesso, ha rivelato la sua forma originaria.
La nuova stanza, denominata ‘ambiente A’, si presenta diversa da quella già nota come ‘ambiente C’, ricostruita a novembre 2021 in cui erano posizionate tre brande e che fungeva al tempo stesso da ripostiglio.
Quello che è emerso adesso fa pensare a una precisa gerarchia all’interno della servitù poiché uno dei due letti trovati ora è della stessa fattura di quelli nell’ambiente C, estremamente semplice e senza materasso, l’altro è di un tipo più confortevole e costoso, noto come letto a spalliera. Sono ancora visibili le tracce di decorazioni color rosso su due delle spalliere. Oltre ai due letti, ci sono due piccoli armadi, anch’essi conservati parzialmente come calchi, una serie di anfore e vasi di ceramica e diversi attrezzi, tra cui una zappa di ferro.
Nell’ambiente C sono stati ritrovati anche tre roditori, due topolini in un’anfora e un ratto in una brocca posizionata sotto uno dei letti e dalla quale sembra che l’animale cercasse di scappare quando morì durante l’eruzione.
A quei tempi i proprietari potevano formare una famiglia, seppure senza alcuna tutela legale, per legare alcuni schiavi più strettamente alla villa, anche con la finalità di averli come alleati nel sorvegliare gli altri.
Quello che emerge dai reperti è quindi la struttura sociale della servitù che doveva impedire fughe e forme di resistenza, anche perché mancano tracce di grate, lucchetti e ceppi. Il controllo avveniva principalmente tramite la sua organizzazione interna.
Esiste una tavoletta babilonese del 1770.a.C. che utilizza il teorema di Pitagora per trovare la lunghezza di una diagonale interna a un rettangolo. Su di essa appaiono chiaramente un rettangolo e una diagonale che forma due triangoli rettangoli e una serie di numeri che interpretati spiegano il modo con cui calcolare la lunghezza della diagonale stessa.
Un’altra tavoletta del 1800-1600 a.C. circa ha un quadrato con all’interno triangoli etichettati. La traduzione dei segni babilonesi ha dimostrato che gli antichi matematici babilonesi erano a conoscenza sia del teorema detto di Pitagora, matematico greco nato nel 570 a. C., sia di altri concetti matematici avanzati.
Il complesso sistema matematico babilonese, che anticipa Pitagora di oltre mille anni, non era espressione della speculazione teorica ma probabilmente rivela propositi pratici, come la necessità di misurare un terreno o di costruire gli edifici, che hanno spinto l’antica civiltà babilonese a conoscere ed applicare la matematica agli albori della civiltà.
Nessuno scritto originale di Pitagora sopravvive e quello che sappiamo di lui è stato trasmesso da altri, in particolare dai Pitagorici, membri di una scuola da lui fondata. La scuola era segreta e la conoscenza appresa o scoperta lì veniva trasmessa digenerazione in generazione attraverso il passaparola, poiché il materiale per scrivere era scarso. Inoltre, in segno di rispetto per il loro capo, molte delle scoperte fatte dai Pitagorici furono attribuite a Pitagora stesso.
Le antiche lucerne erano lampade che avevano uno o più beccucci da cui usciva uno stoppino che, immerso in olio o sego, veniva acceso per produrre la luce che illuminava gli ambienti producendo però molto fumo e fuliggine. Quelle di terracotta erano le più utilizzate ed erano prodotte in serie mediante matrici e avevano un costo molto basso.
Alle stanze di rappresentanza delle ricche abitazioni erano destinate invece le lucerne in bronzo, appese mediante catenelle o appoggiate su alti candelabri e piccoli sostegni in bronzo. In Italia come principale fonte di documentazione delle lucerne in bronzo è l’area attorno al Vesuvio
In un recente rinvenimento a Pompei, nell’abitazione di proprietà di un modesto artigiano, è stata scoperta una cassaforte con all’interno anche una lucerna di bronzo ritenuta quindi tanto preziosa dal suo proprietario da essere conservata in un luogo sicuro.
Le lucerne di bronzo erano meno diffuse anche per problemi di produzione: la tecina a “cera persa” forniva infatti un unico esemplare e ciò determinava costi maggiori. Il materiale inoltre consentiva un uso prolungato nel tempo ma poteva anche essere rifuso per un nuovo utilizzo del metallo.
Il numero degli esemplari bronzei rinvenuti è quindi relativamente esiguo sia per la preziosità del materiale che per la possibilità di riutilizzo mediante un’ulteriore fusione.
Mentre nella produzione di terracotta la decorazione si concentrava essenzialmente nel disco, negli esemplari bronzei venivano privilegiati l’ansa configurata a testa di animale o in forma vegetale e talvolta il coperchio. Molti degli esemplari conservano ancora gli anelli e la catenella per la sospensione.
Tra le lucerne in bronzo spiccano inoltre quelle a forma di piede calzato, molto diffuse nei primi due secoli dell’Impero. Molto probabile, anche se non del tutto accertato, è un loro legame con il culto orientale di Serapide e non sembra casuale che tale tipo di lucerna fosse diffuso anche presso i legionari che si trovavano ai confini dell’Impero.
Le naumachie erano battaglie navali, organizzate come svaghi per gli antichi romani, come anche le lotte dei gladiatori e la caccia agli animali esotici. Erano spettacoli che attiravano migliaia di persone di ogni classe sociale e servivano anche per sfoggiare le virtù virili del coraggio, della resistenza e del valore e in più rendevano palese la grande ricchezza ed il potere di Roma.
La naumachia era la rappresentazione teatrale di una battaglia che aveva avuto luogo realmente nel passato pertanto i partecipanti si vestivano con le uniformi dei due schieramenti opposti. Inoltre i combattimenti non erano simulati ma erano reali e violenza, sangue e annegamenti erano una costante formando uno spettacolo cruento. Per questo motivo i combattenti erano prigionieri di guerra e condannati a morte, ma potevano partecipare anche uomini liberi.
Le naumachie furono spettacoli abbastanza rari, ma forse proprio per questo divennero leggendarie e ricordate come uno dei massimi esempi della megalomania degli imperatori e del genio romano per l’architettura e le opere di ingegneria, soprattutto idraulica, rivolti al popolo.
Nel 46 a.C. Giulio Cesare tornò a Roma dopo aver sconfitto il suo grande rivale Pompeo e, divenuto dittatore, organizzò una serie di celebrazioni: per quaranta giorni vi furono corse di cavalli, musica, teatro, battaglie con soldati, combattimenti di belve feroci. Poi ordinò di riempire con l’acqua del Tevere il Palus Caprae (palude delle capre) nel Campo Marzio.
Lì, due flotte formate da biremi, triremi e quadriremi, con quattromila rematori e duemila membri di equipaggio a bordo, si affrontarono in un’autentica battaglia navale sotto lo sguardo meravigliato dei romani.Le due flotte rappresentavano tiri ed egizi, due grandi nemici di Roma, e poi vennero messe in scena anche battaglie tra ateniesi e persiani e tra rodiesi e siculi.
La folla era tale che vi fu addirittura chi la notte prima dell’evento dormì in strada pur di assicurarsi una buona visuale. Fu la prima naumachia di cui si abbia notizia nella storia di Roma.
Alcuni anni dopo Augusto creò un grande lago artificiale sulla sponda destra del Tevere, che per un secolo divenne l’unica installazione stabile di Roma per le naumachie, in occasione dell’inaugurazione del tempio di Marte Ultore (vendicatore)
Famosa fu anche una naumachia organizzata dall’imperatore Claudio nel 52 sul lago Fucino per celebrare l’inizio dei lavori di prosciugamento del lago stesso. La battaglia vide scontrarsi una flotta della Sicilia e una di Rodi, ciascuna composta da dodici triremi e con un totale di 19mila combattenti, criminali e prigionieri, costretti ad affrontarsi sotto minaccia di squadroni delle coorti pretoriane armati di catapulte e balestre che erano dispiegati sui pontoni attorno al lago.
Il primo esempio di naumachia rappresentata in un anfiteatro colmo d’acqua avvenne invece durante il governo di Nerone, che nel 57 organizzò uno spettacolo acquatico in un anfiteatro di pietra e legno che aveva fatto costruire nel Campo Marzio.
Nel 64, Nerone ne organizzò una nuova nello stesso anfiteatro, lasciando gli spettatori meravigliati per la rapidità con cui il recinto venne colmato e poi svuotato, poiché lo spettacolo avvenne tra una caccia alle belve e una esibizione di giochi gladiatori. Soltanto qualche mese dopo, però l’anfiteatro andò distrutto nel famoso incendio di Roma.
Nell’anno 80 per festeggiare l’inaugurazione dell’anfiteatro Flavio, il Colosseo, l’imperatore Tito decise di celebrare due naumachie: una sul lago artificiale creato da Augusto e la seconda nello stesso Colosseo, che ancora non aveva le infrastrutture sotterranee costruite da Domiziano e che avrebbero poi impedito di poter nuovamente trasformare l’arena in un lago navigabile.
Organizzare le naumachie in un fiume o in mare, aveva invece l’inconveniente di limitare la visione degli spettatori e si conosce solo una naumachia svolta in mare. È quella che nel 40 a.C. Sesto, il figlio minore di Pompeo celebrò nello stretto di Messina per commemorare una vittoria navale sui legati di Augusto.
È famosa anche la naumachia organizzata nel 109 da Traiano, per celebrare le sue vittorie sui daci e in Arabia, che ebbe luogo in un bacino vicino alla collina del Vaticano. L’ultimo spettacolo conosciuto è del 248, anno in cui l’imperatore Filippo l’Arabo festeggiò il millenario della fondazione di Roma con una naumachia nel luogo in cui un tempo si trovava il lago artificiale costruito da Augusto.
La caduta dell’impero romano non determina la fine delle naumachie. In effetti, ne ebbero luogo delle altre nel corso dei secoli successivi ma senza spargimento di sangue.
Nel 1550 a Rouen ne fu organizzata una per il re Enrico II di Francia e in Spagna, nel XVII secolo si celebrarono spettacoli simili, nel Parque del Retiro di Madrid e a Valencia, sul fiume Turia.
In Italia, è celebre la naumachia organizzata a Milano nel 1807 in occasione dell’inaugurazione dell’Arena. Allo spettacolo assisté anche Napoleone Bonaparte, che aveva commissionato la costruzione dell’anfiteatro e che fu riempito con l’acqua dei Navigli e di una vicina roggia.
Ma dove ve ne andate, povere foglie gialle come farfalle spensierate? Venite da lontano o da vicino da un bosco o da un giardino? E non sentite la malinconia del vento stesso che vi porta via? Trilussa (1871-1950)
Le foglie morte, metafora della condizione umana sospesa tra la vita e il nulla, spingono il poeta a formulare domande esistenziali che non trovano risposta e amplificano un senso di malinconia.
Le foglie e le farfalle vagano nel vento, sono transitorie, destinate a passare, così come il tempo della nostra vita. Alle domande, che attanagliano da sempre l’animo umano, non c’è risposta, solo il vento d’autunno che suona una melodia nostalgica come una fisarmonica triste.
Il primo effetto di un eccessivo amore per la ricchezza è la perdita della propria personalità. Si è tanto più persone quanto meno si amano le cose. Vitaliano Brancati
Vitaliano Brancati (Pachino, 1907 – Torino, 1954) è stato uno scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano.
I cinesi chiamano la loro terra Zhōngguó, “paese di mezzo”, perché la pensano come il centro del mondo. Il primo vero impero cinese, quello dell’imperatore Qin Shi Huang-di, risale al 221 a.C., cioè ai tempi di Annibale e della seconda guerra punica.
Mai un territorio così vasto, che andava dalle attuali province del Gansu e del Qinghai a ovest fino alle regioni verso Hanoi in Vietnam a sud e oltre il Fiume Giallo e la penisola del Liaodong a nord, si era trovato sotto il controllo di un unico sovrano. Anche se si trattava di una Cina ancora settentrionale rispetto a quella successiva.
Fu un’opera di unificazione politica e militare senza precedenti, che coinvolse persino la scrittura, la moneta, le misure di peso, di capacità e di lunghezza. Qin Shi Huang-di fece sistemare la prima ossatura della Grande Muraglia e si fece seppellire con un esercito di ottomila statue di terracotta.
Poi ci fu la dinastia degli Han, la cui gloria imperiale ricorda quella di Roma, visto che ne è pure contemporanea, che va dal III secolo a.C. al III d.C..
Poi vi fu la dinastia dei Tano, durante il nostro primo Medioevo (618-907) e la loro capitale, Chang’an, fu una città di oltre un milione di abitanti proiettata da una parte verso la Via della seta e dall’altra verso la costa cinese, dove salpavano navi per l’Asia sudorientale, l’India e il mondo arabo e persino per la costa dell’Africa orientale.
A metà del XIII secolo orde nomadi mongole attraversarono l’Asia fino a lambire l’Europa e da quella stagione di distruzioni nacque una nuova dinastia cinese, gli Yuan, appunto di stirpe mongola. Tra di loro, Qūbīlāy fu l’imperatore che più trasformò la corte adattandola alla cultura e alle tradizioni cinesi.
Fu anche l’imperatore che collocò la sua capitale estiva nella Mongolia interna, ribattezzandola Shangdu, dove fu ospitato Marco Polo e la sua famiglia.Il veneziano è ancora oggi una delle pochissime figure occidentali conosciute in Cina insieme a Matteo Ricci, il missionario marchigiano che alla fine del Cinquecento si recò in Cina, dove per trent’anni diffuse il cristianesimo e la cultura e la scienza europea.
Al tempo di Ricci però la dinastia mongola non c’era più poiché dopo ribellioni e rivolte, un monaco buddhista di origine contadina aveva sconfitto gli Yuan e nel 1368 aveva proclamato la nuova dinastia dei Ming, che avrebbe governato sulla Cina per secoli, dalla fine del nostro Medioevo alla metà del Seicento.
La dinastia Ming raggiungere risultati incredibili al commercio e all’attività artigianale. Si ricorda infatti per tutte le porcellane e le giade che in quel periodo giunsero sui banchi dei mercanti olandesi e portoghesi. Ma quegli oggetti erano solo la punta visibile di un impero che era davvero il centro del mondo.
Testimonianza di quella gloria la si può vedere anche nelle vestigia storiche della Città proibita a Pechino o della Grande muraglia, che nella forma odierna è appunto il risultato degli ampliamenti e delle ristrutturazioni di epoca Ming.
A partire dall’epoca Ming gli europei cominciarono a inserirsi con sempre maggior forza e violenza nell’economia cinese. Una lunga storia di commerci e, soprattutto, di aggressioni coloniali proseguita attorno alla metà del Seicento sotto la dinastia Qing e terminata solo con la rivoluzione del 1911.
La Cina vietò le attività delle missioni cristiane e cercò di chiudere le frontiere, mentre nel paese montava sempre di più un forte odio per gli stranieri occidentali. A metà Ottocento gli inglesi finirono per imporre il commercio dell’oppio all’interno della Cina, nonostante i duri divieti imperiali.
Ne venne un conflitto tragicamente famoso, la prima guerra dell’oppio appunto (1839-1842), che si concluse con il trattato di Nanchino e la cessione di Hong Kong agli inglesi. Poi nel 1860 il trattato di Pechino, che sancì con riluttanza la legittimità dell’apertura di ambascerie europee. Quindi altri scontri, la rivolta dei Boxers scoppiata nel 1900, e l’avvio di un una sorta di mercato comune per le esportazioni.
Bainián Guóchi, “secolo dell’umiliazione”, chiamano ancora oggi in Cina i cent’anni che vanno dalla prima guerra dell’oppio al 1949. È un lungo periodo in cui le potenze imperialistiche occidentali sottomisero economicamente la Cina attraverso trattati ineguali, sconfitte militari e la caduta dell’impero nel 1911, dopo più di duemila anni di storia.
La Repubblica Popolare cinese fu proclamata nel 1949 da Mao Zedong e poi sono seguite le grandi trasformazioni degli ultimi decenni del Novecento e l’impressionante rinascita economica della Cina del nuovo millennio e ora il lungo governo di Xi Jinping.
Nella provincia di Ferrara si produce un pane dall’aspetto singolare che ricorda una croce o una “x”, chiamato la Coppia Ferrarese, che èmodellato unendo due strisce di pasta in un nastro centrale. Le estremità così formate, attorcigliate su loro stesse, assomigliano a quattro cornetti e vengono chiamate crostini. Questa sua forma gli permette quindi di avere una parte esterna più dura, detta crostino, e una interna mollicosa.
Le prime testimonianze della presenza della coppia sulle tavole ferraresi risalgono al XVI secolo. La leggenda narra che nel 1536, durante una cena in suo onore, al duca d’Este venne servito un “pane ritorto”, con i tipici crostini a forma di cornetto.
Undici anni più tardi Cristoforo da Messisbugo, maggiordomo del principe Alfonso II, menzionò il “pane intorto” in un preventivo di spesa, attestando la diffusione del prodotto.
La forma della Coppia Ferrarese è particolare ma anche gli ingredienti contribuiscono a renderla un prodotto unico: farina di grano tenero tipo 0, acqua, strutto, olio extravergine di oliva, lievito naturale madre, sale e malto miscelati in dosi precise stabilite da un disciplinare.
Il pane ferrarese è stato rappresentato come protagonista di alcune nature morte dal celebre pittore metafisico Giorgio De Chirico, tra cui un noto dipinto del 1916, “Il linguaggio del bambino”, oggi conservato a New York alla Pierre and Tana Matisse Foundation.