Quando questo libro fu scritto e pubblicato, a metà degli anni Sessanta, suscitò interesse, scalpore e un certo scandalo. Erano gli anni iniziali del centro-sinistra, un dollaro valeva attorno a seicento lire, s'accendevano le polemiche sulla «fuga dei cervelli» oltreoceano, molti speravano e quasi credevano che si aprisse per l'Italia un'era di modernità, forse un po' più giusta, come un'uscita da uno strano, prolungato, feudalesimo. E una delle più persistenti strutture feudali questo libro descriveva: nel diario di un giovane medico destinato alla fama professionale, negli Stati Uniti per un periodo di ricerca, il laboratorio americano - dove lavorava - e l'istituto di ricerca italiano - dove periodicamente ritornava per mantenere i legami - si contrapponevano come due sistemi; si offrivano alla comparazione parallela. Piccolo nido della ricerca specializzata, il primo: e talvolta, forse spesso, luogo di aspra competizione. Complessa piramide burocratica, l'istituto italiano, volta alla perpetuazione di una gerarchia e di un potere personale, incardinato in altri poteri personali e gerarchici, ma abitato da persone gentili, facondi umanisti, brillanti conversatori. Nella nota di oggi al Laboratorio (dal titolo Trent'anni dopo), l'autore dice che più che la denuncia colpisce la mitezza; ma resta la forza comparativa, non tanto tra Italia e America: tra Italia e Italia, anni Sessanta e oggi. Ebbene, come dice Kurt Vonnegut nel Grande tiratore: «Volete sapere una cosa? Viviamo ancora nel Medioevo». Semmai, da quelle strutture feudali, sembra scomparsa la Cavalleria.
Sixty years later, it is still a blunt and effective book-denunciation, as bitter today as it was yesterday. Italy unfortunately has not changed, and the medical profession remains a closed caste, benefiting only the 'barons'. The fleeing brains should stay outside our borders, for their own good. Our country does not know how to value young people, how to give them opportunities.