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sabato 28 marzo 2026

In provincia di Savona i primi a muoversi verso la montagna erano stati gli azionisti


Furono quattro i nuclei partigiani a totale o prevalente orientamento comunista che si formarono in settembre [1943] nel Savonese <53.  A Santa Giulia, sulla “langa” che divide la Bormida di Spigno dal torrente Uzzone, si riunirono Angelo Bevilacqua, Pietro Toscano, Mario Sambolino, G. Recagno, Nino Bori, Aldo Tambuscio e pochi altri <54 cui, entro il 25 settembre, si unirono dei soldati sbandati del Regio Esercito. Il gruppo difettava gravemente di armi e munizioni e vi erano molte discussioni circa la linea d’azione da seguire. Alla cascina Smoglie dell’Amore, non lontano dal paese di Montenotte, salirono Giovanni Carai, A. Sibaldi, Giovanni Aglietto, Francesco Bazzino, Libero Bianchi, Angelo Tambuscio e Augusto Bazzino.  Alla cascina Bergamotti, sopra l’abitato di Bormida, si ritrovarono Angelo Carai, Ugo Piero, Renzo Guazzotti, Piero Molinari, Valentino Moresco, Giuseppe Regonelli e Attilio Folco appena liberato dal confino di polizia di Ventotene. Sopra i paesini di Montagna e Roviasca, al Teccio del Tersè, si stabilirono Gino De Marco, Pietro Morachioli, Guido Caruzzo, Francesco Calcagno, Giuseppe Lagorio. Con il passare dei giorni altri uomini, tra cui Miniati, Tamagnone e Rebella, raggiunsero l’uno o l’altro gruppo <55. Sempre nelle sue “Cronache militari della Resistenza in Liguria”, Gimelli riferisce infine che sul finire del mese di settembre una ventina di giovani vadesi salirono alle Tagliate, sopra Mallare, per poi disperdersi parte verso Bormida, parte verso il Monregalese <56. Non mancavano altri nuclei dispersi, non inquadrati politicamente.
Non furono tuttavia queste le prime bande partigiane nate in provincia di Savona. I primi a muoversi erano stati gli azionisti. Il 9 settembre i fratelli Emilio e Leandro Botta, insieme a Giovanni Mantero, Giuseppe Francia, Carlo e Giuseppe Trombetta, si impadronirono delle armi della Milizia di Dego lasciate incustodite al Bricco Ridotta. Il nucleo era comandato dall’avv. Emilio Botta, classe 1885, che prese il nome cospirativo di “Bormida”. Pochi giorni dopo raggiunse i ribelli azionisti il notaio Calogero Costa “Accursio”, che ne divenne il commissario politico. La zona dove si aggirava la banda era quella di Dego - Santa Giulia - Brovida <57.
La terza componente della Resistenza savonese, quella “autonoma”, nacque anch’essa verso la metà di settembre, quando attorno a Giuseppe Dotta “Bacchetta” e al dottor Angelo Salomone “Katia” si formò a Ravagni, presso Rocchetta di Cairo, un nucleo partigiano <58. 
La Resistenza savonese esordì dunque subito divisa in tre anime politiche: quella comunista, poi garibaldina, destinata ad attrarre anche molti socialisti e cattolici, quella azionista, capeggiata da noti professionisti, e quella autonoma, sempre più un’enclave “maurina” in terra ligure. Va detto che autonomi ed azionisti operarono spesso in tale completa sinergia da risultare quasi indistinguibili, posto che l’azionismo ligure aveva connotazioni meno progressiste rispetto ad altre regioni. Inizialmente i gruppi di resistenti badarono essenzialmente a non attirare l’attenzione. Mancando di armi, munizioni, viveri, denaro ma soprattutto di esperienza militare specificamente orientata alla guerriglia, i “ribelli” si limitarono per parecchie settimane a rinsaldare le basi e i collegamenti con il capoluogo, dove si andavano lentamente formando gli organismi direttivi della guerra partigiana. Un flusso sottile ma continuo di piccole quantità di armi e denaro affluiva ai nuclei imboscati sempre in attesa di raggiungere una consistenza numerica e una capacità di fuoco tali da poter entrare in azione. In tali condizioni, le uniche attività possibili erano l’addestramento alla conoscenza del territorio e piccoli sabotaggi di poco conto (taglio di fili telefonici ecc.). Il recupero di armi era un’attività rischiosa e poco praticata. Per il momento, nell’autunno del ’43 ci si limitava a riprendersi quelle opportunamente imboscate nella confusione dei primi giorni dell’occupazione tedesca. Si tessevano lentamente le reti dell’organizzazione partigiana, ogni gruppo per i suoi tramiti. La “rete” comunista era composta di operai e contadini che mantenevano precari contatti tra Savona e gli altri centri della costa e i ribelli isolati in montagna; la stessa funzione era svolta per gli azionisti da medici, avvocati, notai, magistrati e militari in congedo.
Frattanto il capoluogo si calava pian piano nell’atmosfera della cospirazione. Non che la gioventù locale aspirasse in massa a raggiungere i primi partigiani del Savonese. I due fattori principali che mantennero la provincia savonese insurrezionalmente “fredda” per mesi furono l’attendismo e la “concorrenza partigiana”. L’attendismo, croce di tutte le Resistenze d’Italia e d’Europa, era nella Savona del settembre-ottobre 1943 uno stato d’animo particolarmente vivo. Si era infatti diffusa con le modalità tipiche della “leggenda metropolitana” la notizia che gli Alleati fossero pronti a sbarcare sulla costa ligure da un momento all’altro <59. Tale credenza, condivisa dagli stessi comandi tedeschi che si affannavano a minare opere pubbliche e impianti e a costruire appostamenti difensivi <60, non invogliava certo i giovani della zona a rischiare la vita quando si poteva più o meno comodamente aspettare di essere liberati dagli anglosassoni. La “concorrenza partigiana” era invece determinata dalle voci, veridiche ma gonfiatesi a dismisura passando di bocca in bocca, dell’esistenza di un solido nucleo di resistenza militare attestato in Val Casotto, non lontano da Mondovì. Non furono pochi i savonesi che, fino al marzo del ’44, accorsero lassù lasciando i pochi ribelli della provincia ligure, tanto più che si vociferava di migliaia di militari italiani del Regio Esercito con armi pesanti e regolari rifornimenti aerei, comandati da ufficiali alleati. La realtà era meno rosea, e più d’uno ne fece le spese, come i vadesi fratelli Valvassura, Domenico, fucilato a Mellea di Fossano il 29 dicembre 1943, ed Enrico, ucciso a Ceva il 27 marzo 1944 <61. 
Nel frattempo nel capoluogo, parallelamente all’insediamento delle autorità saloine, procedeva la formazione degli organismi dell’opposizione clandestina. Tali erano le Squadre di Difesa operaia, precursori delle SAP. Il loro compito consisteva, nei limiti del possibile, nel sabotare la produzione bellica, proteggere eventuali scioperanti e salvaguardare gli impianti industriali dall’evacuazione in Germania ad opera dei tedeschi <62. A metà ottobre era nato a Genova il Comitato Militare Ligure, che aveva suddiviso in zone la regione; l’intero Ponente (zona I) era stato affidato alle cure dei rappresentanti socialisti, ma l’incarico veniva di fatto svolto un po’ da tutti, anche per interessi di partito. In particolare furono gli azionisti a prodigarsi con i pochi uomini a loro disposizione per organizzare una rete cospirativa e spionistica efficiente <63. Si inaugurò così una lunga stagione di viaggi, incontri, riunioni clandestine da parte di esponenti di tutti i partiti antifascisti. Tra questi viaggiatori e cospiratori instancabili, che correvano rischi enormi in prima persona per legare le bande disperse ai partiti e ai comitati di liberazione, vanno ricordati su tutti alcuni nomi. Per gli azionisti, i giudici del Tribunale di Savona Panevino e Drago, Emilio Botta “Bormida”, Cristoforo Astengo; per i socialisti, Renato Martorelli, destinato a morire sotto tortura in Piemonte nell’estate del ’44 <64. Molti di questi uomini persero la vita. Il primo ad essere arrestato fu l’Astengo che, notissimo a Savona, era stato invitato da Ferruccio Parri in persona a cambiare aria per evitare guai ed essere comunque utile altrove. Ma il coraggioso avvocato antifascista non volle lasciare la sua città e anzi, avuta notizia dell’esistenza di militari italiani ancora in armi in Val Casotto, si diede a viaggiare tra Savona e la località piemontese per mantenere i collegamenti. Sua unica precauzione era quella di salire e scendere dal treno per Ceva alla stazione periferica di Santuario, dove i controlli erano minimi. Ma la notte del 25 ottobre 1943, tornando dal Piemonte, si addormentò vinto dalla stanchezza del viaggio e si ritrovò alla stazione di Savona dove fu immediatamente arrestato <65. Astengo, dopo una settimana nel carcere savonese di S. Agostino, durante la quale lo portavano agli interrogatori in catene, fu trasferito a Genova, alla famigerata “Casa dello Studente” e poi a Marassi, in stretto isolamento. Ricondotto davanti agli aguzzini della “Casa dello Studente”, gli diedero un blocco di carta per scrivere la confessione. Ammise tutte le proprie responsabilità, ma senza coinvolgere nessun altro. Non lo torturarono e lo rimandarono in cella, dove, grazie ad un carceriere insolitamente generoso, poteva incontrarsi con i suoi compagni di sventura <66.
[NOTE]
53. Per i gruppi e la loro dislocazione vedi Badarello - De Vincenzi, Savona insorge, Savona, Ars Graphica, 1973, p. 64; cfr. G. Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, p. 84.
54. Perlopiù studenti dell’Istituto tecnico industriale “Boselli”.
55. R. Badarello - E. De Vincenzi, Savona insorge, Savona, Ars Graphica, 1973, p. 64. La presenza di Attilio Folco (classe 1911, tuttora vivente) tra i primi ribelli comunisti di Bormida mi è attestata con certezza dal nipote, Mario Savoini “Benzolo”.
56. Non escluderei che questi giovani facessero in realtà parte del nucleo di Montagna - Roviasca; le Tagliate sono a poche ore di cammino dai due villaggi.
57. M. Zino, G. L. fra Val Bormida e Langhe, in Id., Più duri del carcere, Genova, E. Degli Orfini, 1946, pp. 306 segg.
58. Badarello - De Vincenzi, op. cit., p. 294.
59. G. Gimelli, op. cit., vol. I, p. 93.
60. Ibidem, vol. I, pp. 99 - 100.
61. Ibidem, vol. I, p. 84. Vedi ad esempio la testimonianza di Mario Savoini “Benzolo” in id., Cosa è rimasto. Memorie di un ribelle, Savona, Editrice Liguria, 1997, pp. 39 - 66.
62. G. Gimelli, op. cit., vol. I, p. 89.
63. Ibidem, vol. I, p. 89.
64. Le relazioni intessute da questi uomini sono illustrate in M. Zino, op. cit.
65. Su quello stesso treno, in un altro vagone, viaggiava Emilio Botta “Bormida” il quale, data l’età, non poteva restare sempre alla macchia ed in quei giorni si nascondeva a Savona: vedi M. Zino, G. L. fra Val Bormida e Langhe, in Id., op. cit.
66. M. Zino, Cristoforo Astengo, in id., op.cit.
Stefano d'Adamo, Savona Bandengebiet. La rivolta di una provincia ligure ('43-'45), Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999-2000 

venerdì 22 dicembre 2023

La liberazione di Borgotaro, Bedonia e degli altri centri abitati dell’alta valle alimentò anche qui l’entusiasmo tra i partigiani della valle

Borgo Val di Taro (PR). Foto: Jean Pierre Gasparini su Wikipedia

A metà luglio 1944 il grande rastrellamento estivo travolse l’Appennino emiliano portandosi via le zone libere che avevano preso forma in quei mesi.
La completa liberazione dell’alta Val Taro, Bedonia e Borgotaro compresi, era forse già alla portata di mano delle brigate partigiane. I comandi erano però ben consapevoli che l’esercito d’occupazione non si sarebbe mai rassegnato alla perdita di controllo di strutture strategiche quali il tratto finale nel Parmense della linea ferroviaria Parma-La Spezia, la stazione ferroviaria di Borgotaro e la galleria, anch’essa ferroviaria, del Borgallo che collegava il capoluogo della val Taro con Pontremoli e La Spezia. Una pronta reazione con intervento militare per riprendere il controllo, almeno delle infrastrutture ferroviarie, non avrebbe tardato ad arrivare.
Apparentemente più semplice la conquista dei centri situati in alta Val Ceno. Per tutta la primavera le formazioni partigiane avevano eliminato progressivamente presidi e strutture nemiche e distrutto ponti e vie di collegamento, isolando il più possibile l’alta valle dai territori circostanti.
Nei primi giorni di giugno i preparativi per l’assalto ai capisaldi nemici subirono un’accelerazione, sostenuti dall’entusiasmo dei partigiani garibaldini ansiosi di iniziare quello che poteva rappresentare l’avvio della liberazione. Sottrarre completamente a tedeschi e fascisti l’alta valle serviva non solo a dare sbocco a mesi di impegno e di sacrifici, ma soprattutto a fornire all’esercito alleato in avanzata un trampolino di lancio verso la pianura padana e la completa liberazione del paese.
Tutti comprendono che qualcosa di nuovo sta maturando - ricorderà uno di loro - Dario <1, con il suo gesto caratteristico, si frega le mani, solleva gli occhiali e dandosi una fregatina agli occhi esclama: «Ci siamo ragazzi. E’ giunto il momento di uscire dalle nostre tane e scendere a valle per occupare i paesi» [Comitato per le celebrazioni del ventennale della Resistenza (ed.) 1965].
Il piano era semplice: attacco simultaneo dei centri della zona compresa tra Bardi e Fornovo Taro - a valle - con eliminazione dei presidi fascisti nei comuni di Bardi, Varsi e Varano dei Melegari e quello nella polveriera a Rubbiano. Prima di procedere, secondo le fonti garibaldine, Dario volle incontrare i comandanti delle brigate insediate nell’adiacente Val Taro - le brigate Julia, Beretta e Monte Penna - per verificare le condizioni per la liberazione simultanea delle due valli. L’incontro si tenne in località Caffaraccia (Borgotaro) e al termine di una articolata e sincera discussione, ricordano i testimoni, si concluse con un nulla di fatto. Non tutti i comandanti delle formazioni autonome erano convinti dell’utilità dell’azione. Dario e il resto del suo comando decisero di proseguire comunque con i piani prestabiliti.
Il 10 giugno 1944, alle ore 3 del mattino, i reparti partigiani attaccarono le postazioni fasciste in tutta l’alta valle. A fine mattinata i presidi repubblicani erano stati espugnati. L’alta Valle del Ceno era libera. La gioia di quei momenti sarebbe rimasta a lungo nella memoria di quanti combatterono quella battaglia. Così Luigi Sbodia, partigiano “Mario”: "La battaglia si accende e divampa all’Ovest Cisa, ad uno ad uno cadono i presidi fascisti, verso l’imbrunire da Varano, Vianino, Varsi e Bardi si innalzano e dilagano per le valli i canti di vittoria che le pareti delle montagne rimandano in un’eco che sembra non voglia mai spegnersi: la Valle del Ceno è liberata" [Sbodio 1964, 60].
L’eco del successo garibaldino in Val Ceno pose in allarme i presidi tedeschi e fascisti dislocati a Borgotaro e convinse gli scettici in Val Taro a passare anche lì all’attacco. La mattina del 15 giugno i primi reparti partigiani <2 entrarono festosi a Borgotaro. Il grosso delle truppe tedesche e fasciste nei giorni e nelle ore precedenti aveva nel frattempo abbandonato il capoluogo, sfruttando il passaggio nella galleria del Borgallo che collegava la stazione di Borgotaro con il versante pontremolese. Un «informatore» della Rsi rimasto in città descrisse l’ingresso dei partigiani in un suo rapporto al Duce. Esagerando per eccesso il numero di partigiani, egli stimò in «300 ribelli» l’avanguardia che prese la cittadina con «bandiere tricolore in testa e al canto di inni sovversivi», percorrendo «le vie della città applauditi dalle poche persone presenti e quindi prendeva possesso degli uffici pubblici e della stazione ferroviaria». Disarmati i militi della Gnr e della Guardia di Finanza rimasti in città, Borgotaro venne dichiarata città liberata.
Nel corso della giornata altri reparti partigiani avrebbero fatto la loro comparsa a Borgotaro. Impressionò molto l’anonimo informatore "l’arrivo, alle 11.30, di [una] banda, della quale faceva parte certa ‘Rosetta’, professoressa di lettere di Borgotaro, vestita da uomo e armata di mitra […]. Salutano, alcuni militarmente ed altri col pugno chiuso. Sono dotati di armi automatiche pesanti e leggere, di pistole mitragliatrici, pistole automatiche, bombe a mano e pugnali. Il munizionamento è abbondante. Vestono abiti civili di tela kaki e divise militari di panno grigio-verde. Intorno al copricapo portano un nastro rosso; sulla visiera una stella a cinque punte od una coccarda tricolore. Indumenti e calzature sono, in genere, in buono stato. Quasi ogni notte aerei nemici riforniscono la banda di generi alimentari, armi, munizioni e indumenti. Sembra che la ‘Brigata Julia’, che ha fatto saltare vari tratti della linea ferroviaria Parma-La Spezia, abbia intenzione di occupare militarmente tutti i centri abitati della Valle del Taro" <3.
Nel corso della giornata che aveva visto i patrioti accedere all’abitato di Borgotaro fecero la loro comparsa in centro città inaspettatamente due autovetture tedesche, arrivate dal passo Centocroci ignare dell’avvenuta liberazione. Seguirono momenti di tensione seguiti da una intensa sparatoria mentre i militari cercavano di uscire dall’abitato. Esito dello scontro: un partigiano morto, i tedeschi fatti prigionieri e acquisizione da parte dei resistenti di una ricca documentazione militare da inviare al comando generale militare Cvl a Milano. L’incidente convinse i comandi partigiani, se ve ne fosse stato bisogno, delle difficoltà di difesa di Borgotaro e della necessità di spostare gli uomini all’esterno del perimetro urbano, sulle alture circostanti a difesa del borgo. Il giorno seguente il maggiore Koeppers informava telefonicamente il maggiore von Keller che tutti i partigiani si erano ritirati dal paese: «Quando la sera del 16 giugno il gruppo Almers entrò a Ostia e Borgo Val di Taro, non trovò più nessun partigiano. Anche i civili erano fuggiti sui monti non appena avevano saputo dell’arrivo delle unità tedesche. In seguito il fianco settentrionale del Monte Molinatico, dove si erano ritirati i partigiani, venne rastrellato dopo che la parte meridionale era stata sbarrata» <4.
A questo punto le fonti si fanno meno chiare: non si hanno notizie precise sulla presenza dei distaccamenti nel centro abitato così come sulla nascita dell’autogoverno partigiano, almeno fino al 26 giugno quando la presenza antifascista tornò a essere consistente nel borgo.
La liberazione di Borgotaro, Bedonia e degli altri centri abitati dell’alta valle alimentò anche qui l’entusiasmo tra i partigiani della valle, come scriverà il partigiano “Italo”: "[un’] euforia generale che mette le ali alla fiducia e alla speranza e relega nel subcosciente il timore e il dubbio d’un responso altrimenti negativo. L’avere conteso e strappato questo territorio in termini fino a poco prima inimmaginabili alle forze locali di quello che è il più potente e temuto esercito del mondo infondono ai nostri uomini nuovo slancio e fiducia" [Lodi 1985, 46].
Tracciati i confini, inevitabilmente labili, che includevano i territori di Albareto, Bedonia, Compiano, Tornolo e ovviamente Borgotaro - circa 2.500 chilometri quadrati, sempre secondo il partigiano Italo componente del comando della 1a Brigata Julia - per la Resistenza divenne indispensabile difenderli, impegno assai dispendioso vista la volontà tedesca di riconquistare quanto prima il controllo di Borgotaro e delle infrastrutture ferroviarie. Accanto, in Val Ceno, i confini della zona libera compresero i comuni lungo l’asse nord-sud del fiume: da Varano De’ Melegari sino a comprendere Varsi e Bardi. Anche qui le minacce potenziali provenivano dai territori confinanti: dalla Liguria, dal Piacentino e dai centri lungo la pedemontana, Salsomaggiore Terme soprattutto. A difesa della valle oltre ai reparti partigiani, l’impraticabilità delle vie di comunicazioni e in ultima istanza la convinzione che ai tedeschi quel territorio non interessasse granché e che la sua conquista non fosse al centro dei loro programmi militari.
Al rientro da Bardi, dove si era recato in autoambulanza per effettuare uno scambio di prigionieri <5, l’ufficiale medico Rüll fece rapporto ai propri superiori. Ne emerge una descrizione preziosa del territorio e delle persone che incontrò durante il suo viaggio, tutt’altro che semplice per lui, ma pieno di sorprese. "Superammo Fornovo e, poiché poco prima, dopo Varano, il ponte era saltato, fummo costretti ad attraversare il fiume ad un guado, cosa che fu possibile solo con il traino di due buoi e con grandi difficoltà con un’interruzione di un’ora e mezza. Già qui l’intera zona si era rivelata dominata dalle bande. I giovani salutavano con il pugno alzato, in parte erano armati con mitra, ma ci aiutarono molto volentieri nella manovra per disincagliare l’ambulanza. Oltre il ponte proseguimmo su una strada in buono stato. Il comandante dei banditi aveva preso posto sul tetto del mezzo con un tricolore per garantirci di transitare liberamente. Tutti i passanti, non molti, e gli abitanti delle fattorie lungo la strada lo salutarono con il pugno alzato. Le persone impegnate nei campi per il raccolto ci ignorarono. Prima della località di Vianino dovemmo lasciare l’autoambulanza perché anche lì il ponte era distrutto e non vi erano deviazioni possibili. Era questo il punto stabilito per lo scambio dei prigionieri. Lasciai il sotto-ufficiale tedesco di sanità e i tre soldati italiani con i prigionieri da scambiare, presi una barella e qualche strumento medico. Dovetti lasciare anche la pistola [...]. Attraversammo in tre il letto del fiume quasi asciutto e il pendio molto ripido di fronte, il capobanda, il poliziotto ferito e io. Le alture circostanti erano visibilmente occupate dai banditi. Molti ci vennero incontro, tutti giovani robusti, tra i 18 e i 22 anni, tutti vestiti da civili con pantaloni corti, camicie con le maniche rimboccate, polpacci scoperti e fazzoletto rosso al collo. Alcuni portavano cappelli di feltro verde e rosso con nastro con i colori italiani e stelle a cinque punte. Portavano stelle a cinque punte, bianche rosse e verdi ricamate, anche sulle camicie. Durante l’intera ascesa feci attenzione a fortificazioni e postazioni difensive, ma non vidi nulla […]. Proseguimmo in auto per Bardi che raggiungemmo presto. La località sorge in modo molto pittoresco su un’altura circondata dalle montagne. Caratteristico è un vecchio castello che si scorge in lontananza. Ci sono molte ville abitate dalla plutocrazia italiana che ancora oggi gode il fresco estivo indisturbata dalla guerra e dalle bande. L’atteggiamento di simpatia verso le bande le garantisce questa esistenza indisturbata. Incontrai per poco il comandante in capo dei banditi, un giovane di circa 25 anni, di aspetto semita. Mi sembrò piuttosto insicuro nei modi e nel comportamento. Il quartier generale si trova all’ingresso del paese, in un grande edificio nuovo che prima, probabilmente, era la Casa del Fascio" <6.
Le formazioni partigiane che ora potevano godere di una relativa sicurezza interna, si dovettero però far carico delle condizioni degli abitanti delle zone libere e delle insidie che provenivano dall’esterno. Poterono rafforzare la propria capacità militare, ricevere rifornimenti tramite i lanci aerei dagli alleati, accogliere e armare il gran numero di renitenti e disertori che giungevano sui monti disarmati e poco avvezzi alla guerriglia, misurarsi con la politica attraverso l’istituzione di amministrazioni libere.
In Val Ceno, nei giorni successivi alla liberazione di Bardi, la popolazione venne convocata nella piazza del paese - non sappiamo se i soli capifamiglia o tutta la popolazione comprese le donne - e le venne proposta l’elezione
dell’avvocato Giuseppe Lumia a sindaco. Così, a guerra conclusa, avrebbe ricordato l’evento lo stesso Lumia: "Il Comandante della Brigata prese per primo la parola per rivolgere un cordiale ringraziamento alla popolazione per l’affettuosa, paterna assistenza di cui aveva circondato i Patrioti, illustrò poscia i motivi ideali che indussero i giovani a pigliare le armi contro il malgoverno fascista e, infine, interpellò il Popolo se voleva proclamare, come Sindaco, l’avv. Giuseppe Lumia. La folla, a gran voce, rispose affermando" [G. Lumia 1945, 21].
A Borgotaro le cose andarono diversamente e non solo per le difficoltà nell’organizzare la difesa del paese dalla minaccia tedesca. Ci vollero alcune settimane prima che i comandi partigiani riuniti alla presenza del colonnello Lucidi si occupassero dell’«amministrazione civile della zona liberata». Scelsero di applicare il modello statale nominando un prefetto con funzioni esecutive che avrebbe, a sua volta, promosso la nascita di organismi amministrativi. La scelta ricadde su Achille Pellizzari, 61 anni, docente di letteratura italiana presso l’Università di Genova, già deputato del Partito popolare negli anni 1921-23 e schedato come sovversivo [Mastrodonato 2015; Franchino 1976; Pellizzari 1978]. Avvertito della decisione presa mentre si trovava nascosto poco lontano, nel vicino comune di Berceto, venne condotto a Compiano presso il comando della costituenda Divisione La Nuova Italia e nominato prefetto del «territorio libero del Taro» il 3 luglio 1944. Tra i suoi prima atti la nomina a sindaco di Bedonia di Mario Serpagli e la costituzione della Giunta democratica di Borgotaro composta da notabili locali e cittadini meritevoli di fiducia secondo i comandi partigiani <7. Al fine di celebrare la nascita della zona libera venne pubblicato il foglio “La Nuova Italia”, stampato presso la locale tipografia Cavanna.
In entrambe le zone libere, malgrado la buona volontà, gestire l’amministrazione civile risultò assai complicato, principalmente per la scarsità di risorse disponibili e la brevità dell’esperienza politica. Nelle poche settimane in cui poterono operare le due amministrazioni - un mese circa quella di Bardi e una ventina di giorni circa quelle di Borgotaro e Bedonia - l’impegno maggiore profuso consistette nell’organizzare la distribuzione del grano e dei prodotti agricoli nel tentativo di ridurre, se non addirittura abolire, l’aggravio fiscale a carico delle famiglie e del poco commercio ancora esistente.
In Val Taro, in particolare, ricorda Giacomo Vietti nel suo "L’Alta val Taro nella Resistenza": "si organizza la distribuzione dei viveri e si istituiscono tribunali militari per l’amministrazione della Giustizia, sia in materia penale [ch]e civile, si pubblicano bandi per reprimere il contrabbando dei generi alimentari e viene istituito un corpo di polizia partigiana che continuerà a svolgere funzioni amministrative anche dopo l’occupazione tedesca. Si distribuisce ai familiari dei patrioti parte della legna prelevata dai depositi dei fascisti e che era in attesa di essere trasportata a Parma. Una precisa contabilità tenuta dal Comando di Polizia di brigata permette di quantificare la qualità di legna e carbone distribuito gratuitamente alle famiglie partigiane, ed alle famiglie bisognose e la quantità di combustibile venduto: quintali 4.987,8 di legna, quintali 123,2 di carbone di legna. Incasso L. 120.000. Si controllano i lavori di trebbiatura in modo da prelevare in modo equo i contingenti di grano, sia per le formazioni partigiane che per la popolazione civile. Anzi a Borgotaro sarà la polizia partigiana che riuscirà a procurarsi il carburante e l’olio lubrificante per il funzionamento delle trebbiatrici, materiali forniti dalla Fabbrica del Cemento che ne aveva una cospicua scorta. Si lavorava per ripristinare il campo d’aviazione nella previsione di poterlo utilizzare per il collegamento aereo con gli alleati dei quali ci si attende un imminente sbarco in Liguria" [Vietti 1980, 201].
A Bardi, il sindaco Lumia tentò la messa in atto di un piano per il recupero di risorse economiche per finanziare progetti in favore della popolazione. Interrotti i rapporti con la Prefettura di Parma, chiusa la filiale della Cassa di Risparmio, abolito il dazio consumo, abrogate le imposte sindacali - considerate «norme fasciste» - e decurtate le altre, come voluto dai comandi partigiani, l’«amministrazione civica popolare» si ritrovò priva di mezzi finanziari per sviluppare un qualsivoglia programma di interventi in favore della comunità. Lumia convocò «una trentina dei più abbienti» del territorio, ma «la riunione non diede risultati di sorta ». Il sindaco non si diede per vinto e alla fine riuscì a convincerli a concedere un prestito, assumendo personalmente l’impegno dell’integrale restituzione della somma ai creditori. Il progetto prevedeva che l’amministrazione emettesse titoli quando se ne fosse presentato il bisogno e finanziasse così il debito contratto con il gruppo di benestanti che avevano accettato di prestare le risorse all’ente di governo locale. Naturalmente il piano prevedeva, o per lo meno si augurava, che al «territorio libero di Bardi» sarebbe seguita la liberazione definitiva del paese con l’integrazione della zona libera nell’Italia liberata. Molti, infatti, contavano sull’arrivo degli Alleati entro l’inverno. Al posto dei liberatori giunsero invece i rastrellamenti dell’Operazione Wallenstein, che cancellarono ogni esperimento partigiano di controllo diretto del territorio in Emilia.
L’impegno maggiore per la Resistenza anche durante queste settimane rimase comunque la difesa militare dei confini delle zone libere. Particolarmente in Val Taro le brigate partigiane, insidiate da reparti nemici provenienti da diverse direttrici, difesero con astuzia e coraggio le zone liberate. Attacchi vennero portati nella valle del Manubiola, affluente del torrente Taro, e in località Grifola, località a sud ovest del capoluogo, puntualmente respinti al termine di duri scontri a fuoco con vittime da ambo le parti. Una difesa accanita quella messa in atto dai reparti partigiani, che si trovarono a dover fronteggiare anche incursioni aeree alleate. Male informati - l’aviazione non era infatti al corrente della liberazione del capoluogo - gli anglo-americani colpirono più volte le infrastrutture ferroviarie e l’ospedale, provocando morti e feriti tra i reparti partigiani e la popolazione civile. Mentre a poca distanza, nei medesimi giorni, gli stessi Alleati effettuarono diversi lanci in favore dei partigiani della valle.
Nella valle accanto la situazione si presentava differente. Assai meno rilevante per le infrastrutture che l’attraversavano, aveva però fama di essere uno dei maggiori centri della Resistenza nella vasta area compresa tra le Valli del Taro e del Trebbia, a cavallo tra le province di Parma e Piacenza e confinante con la Liguria. Da lì partivano i reparti partigiani che portavano gli attacchi ai convogli tedeschi in transito sulla Via Emilia, che tanto danneggiavano l’esercito d’occupazione. Gruppi di guerriglieri scendevano a valle al tramonto percorrendo decine di chilometri per raggiungere la statale di notte e compiere le loro azioni. L’intraprendenza partigiana in quel settore rappresentava per i comandi tedeschi un serio pericolo per la circolazione di mezzi e uomini lungo la Via Emilia, arteria di collegamento nel retro fronte di vitale importanza, ma che poteva diventare elemento di pericolosità in caso di sbarco alleato in Liguria. La proclamazione di territorio libero non fece altro che conferire a Borgotaro lo status di piccola capitale partigiana, rendendola come tale un obiettivo da colpire. Il 18 luglio 1944 reparti della Luftwaffe, del 12° Reggimento di Polizia, delle SS, del SD, della Feldgendarmerie affiancati dal Battaglione Lupo della X Mas invasero la Valle del Taro: era iniziata l’Operazione Wallenstein II. La seconda delle tre fasi del grande rastrellamento nazista che colpì l’Appennino emiliano, nei confronti del quale nulla poterono le difese partigiane, costrette ad abbandonare i territori liberati mentre le truppe in rastrellamento si accanivano contro le comunità contadine, vittime di saccheggi, deportazione e stragi. Una lunga scia di sangue annullò - seppur solo temporaneamente - la presenza partigiana in quei luoghi, cancellando l’esperienza delle zone libere del Taro e del Ceno. Con la fine del «territorio libero del Taro» si interruppe anche il processo di costituzione della Divisione Nuova Italia in seguito alla morte del suo ideatore, il colonnello Pietro Lavani, ucciso dai tedeschi al passo dei Due Santi insieme al suo aiutante Macchi durante il rastrellamento.
Concluse le operazioni della Wallenstein II, la terza fase del rastrellamento venne orientata verso il Modenese contro la «Repubblica partigiana di Montefiorino», e il ritiro delle truppe dal Parmense riportò le brigate partigiane a reinsediarsi nelle valli e lungo i pendii dei monti che li avevano visti protagonisti durante la prima metà del 1944. In nessuna delle valli del Parmense sarebbero risorti «territori liberi», sebbene si riproponesse il problema della gestione e della difesa delle aree d’insediamento partigiano. Un aspetto della lotta di liberazione che avrebbe accompagnato i comandi partigiani fino alla sconfitta militare dei nazi-fascisti.
[NOTE]
1 Luigi Marchini “Dario”, da aprile 1944 comandante della 12a Brigata Garibaldi.
2 Distaccamento Bill (ex Gruppo Penna), Gruppo Poppy, Gruppo Vampa e Gruppo Birra (formazioni che presto daranno vita alla 2a Brigata Julia), il Gruppo Molinatico e il Gruppo Tarolli erano già entrati a far parte della 1a Brigata Julia e del Gruppo Centocroci.
3 Appunto per il Duce n.1 -171, 28 giugno 1944. Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato, Rsi, f. 40 Sid.
4 BArch, RH 24-87/40, fo. 349Armee-Abteilung von Zangen, comunicazione telefonica del maggiore Koeppers con il maggiore von Keller, 17.6. Cfr. anche BArch, RH 24-87/40, fo. 827-828: Armee-Abeitlung von Zangen, Ia n. 2796/44 geh. E n. 2805/44 geh. All’OB Sudwest del 17.6, riprodotto in Klinkhammer 1993, 587-588.
5 I prigionieri tedeschi trasferiti a Bardi erano feriti.
6 BArch, RH 24-87/61, Stabsarzt Dr. Rüll, Nachschubstab Mitte (289), 21 giugno 1944. Ringrazio Roberta Mira per l’aiuto nella traduzione dall’originale tedesco.
7 Comm. Antonio Calandra, cav. Francesco Marchini, Celeste Brindani, mons. Carlo Boiardi, conte Picenardi Albertoni, Giacomo Brugnoli e prof. Livio Pierangeli.
Marco Minardi, «Terranostra». I territori liberi delle alte valli del Taro e del Ceno. Estate 1944 in (a cura di) Roberta Mira e Toni Rovatti, «Il paradosso dello Stato nello Stato». Realtà e rappresentazione delle zone libere partigiane in Emilia Romagna, E-Review Dossier 3, 2015