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sabato 14 marzo 2026

Arriverderci Agata, gattina mia.


Musica

Ho immaginato migliaia di volte il momento in cui avrei iniziato a scrivere questo post.

Un post che, prima o poi, sapevo sarebbe arrivato, che nel tentativo di riuscire a controllare qualcosa ho persino provato a cominciare in anticipo, per fortuna senza riuscirci.

Agata è morta il 19 febbraio, in una mattina piovosa e piuttosto fredda. Ho sperato tanto che se ne andasse a casa con noi, magari dormendo, magari addirittura al paesello, dove ha vissuto la maggior parte della sua lunga vita, ma, purtroppo, non è andata cosi. 

Abbiamo, ho, dovuto decidere di salutarla prima che il suo tempo sulla terra diventasse privo di gioia e dignità.

A novembre scorso abbiamo scoperto una massa che le comprimeva il fegato, una diagnosi che non ci aspettavamo e che ha ribaltato ogni idea che ci eravamo fatti: pensavamo alla tiroide, al diabete, all'insufficienza renale, ma, evidentemente, l'abbonamento di famiglia all'autobus del cancro non è ancora scaduto.

Da quel pomeriggio d'autunno tutto è cambiato, mi è bastato vedere la faccia di Andrea quando la veterinaria che l'aveva appena addormentata per farle il prelievo lo ha chiamato: ho capito subito che la sensazione di orrenda attesa che ben conosco era appena tornata nella mia vita, per rimanerci.

In questi tre mesi le giornate di Bibbi sono trascorse tra lunghi sonni, tonnellate di carezze proprio su quella morbida pancia che, nel frattempo, la stava tradendo, decine di scatolette da assaggiare, rifiutare, divorare, serate di vizi tra salame e parmigiano direttamente sul tavolo della cucina, notti di fusa sulle mie gambe, nuove cucce da esplorare e abitare a seconda dell'umore.

I miagolii notturni, iniziati questa estate e attribuiti a demenza o a probabili malattie renali si sono intensificati, diventando un accompagnamento fisso che ha tolto il sonno a lei e a noi.

Ed è proprio a seguito di un weekend trascorso a urlare e a tentare in tutti i modi di uscire, saltare in posti impensati alla ricerca di acqua, ferendosi e piombando letteralmente nel terrore che abbiamo capito: Agata non c'era più, era diventata un animaletto spaventato, incapace di trovare pace e con l'unico desiderio di fuggire lontano, chissà, forse per morire da sola come avrebbe fatto in natura.

L'unico modo per darle un poco di calma è stato aggiungere nuove medicine, che rendevano le notti più gestibili e trasformavano le giornate in una catena di ore trascorse nascosta e addormentata.

A quel punto, seppur tra mille dubbi, ho fatto la stessa scelta di sette e venti anni fa: abbiamo barattato il tempo con la dignità, permettendole di andarsene quando ancora era in grado di riconoscersi/mi e di amarci, come solo lei sapeva fare

Ho pensato tanto a quanto sia stato terribile per me rendermi conto di avere tutto questo potere sulla morte di un essere vivente, ma poi, riflettendo bene, anche la sua vita è stata una nostra scelta. Noi l'abbiamo salvata, appena nata, mentre giaceva in un frigorifero abbandonato, accanto al fratellino già morto. Noi abbiamo deciso di lasciarle la libertà di entrare e uscire da casa come desiderava, abbiamo selezionato per lei il cibo, l'abbiamo portata in un appartamento, lontano dai suoi prati, quando la vita ha cambiato improvvisamente le sue regole, le abbiamo assicurato di poter annusare ancora il profumo dei fiori trasferendoci a casa sua sei mesi l'anno, abbiamo scelto di non tipizzare la massa perché, data l'età, non l'avremmo mai sottoposta a una chemioterapia o a un un intervento così demolitivo.

E allora non è stata più una questione di potere, ma di responsabilità, una responsabilità che è iniziata quando i suoi occhi erano ancora quasi chiusi ed è terminata quando si sono chiusi di nuovo e per sempre.

Non avevo dubbi che quell'animalino meraviglioso mi avrebbe insegnato la vita fino all'ultimo e ora che è qui accanto a me, in una piccola scatolina di legno, non mi resta che immaginare un posto in cui lei sta correndo forte, tra i borbottii della Maria e la gioia di Giancarlo, che l'ha appena conosciuta e, ne sono certa, è già suo grande amico.

Arrivederci Agata, gattina mia.

lunedì 22 marzo 2021

Ciao Maria, io esco



Mio padre assomigliava a Gino Strada. Lo diciamo sempre, io e la zia, che quando ci capita di vederlo in tv pensiamo a papà. Ãˆ principalmente una questione di sguardo: grandi occhi circondati da pesanti borse e cipiglio sempre un po' arrabbiato. Ma anche sorriso raro, un po' sornione, spesso nascosto da baffi e barba incolta.

Mia madre, invece, assomigliava a tutte. Ogni donna intorno alla settantina, piccola di statura, magra, con i capelli brizzolati e l'andatura a metà tra il fiero e l'incerto è mia madre, nonostante la sua personalità fosse particolare e inconfondibile. Genova, si sa, è una città vecchia e, almeno nel centro storico dove vivo, lavoro e mi sposto quotidianamente, la maggior parte delle "signore anziane" che incontro non porta i tacchi alti, nè la pelliccia, nè i capelli lunghi e tinti. Tra le persone in cui mi imbatto spesso, di media tre o quattro volte al giorno, ci sono donnine basse, con i capelli corti e bianchi, il piumino, la borsa a tracolla e le scarpe da trekking.
In pratica, c'è mia madre.

All'inizio mi andava il cuore in gola, adesso ci ho fatto l'abitudine e, anzi, se sono particolarmente malinconica, quando ne vedo una all'orizzonte, socchiudo gli occhi per scorgerne solo i tratti sommari e fingere che sia lei. A volte devo trattenermi dall'avvicinarmi, dal chiedere di scambiare due parole, dall'abbracciare. Proprio io, che gli abbracci li odio (e se c'era una persona che li odiava più di me, forse, era mia madre).

Domani sono due anni che è morta la Maria. Come ho già scritto in passato, pochi giorni prima di ricevere la diagnosi ascoltava spesso e condivise addirittura sul suo profilo facebook questa canzone, in particolare queste parole: 

Al tramonto, di tutto, potremo capire
Sopravvivere dentro ad un tratto di colore
Nei suoni più caldi scomparirà il dolore
Poi forse un giorno ci rincontreremo

Inutile che scriva quanto per me sia ancora difficile sentire il pezzo di Cosmo, nonostante, in qualche modo, mettermi le cuffie e farlo partire significhi anche riavvicinarmi a lei e accorgermi che, per un momento, "nei suoni più caldi scomparirà il dolore".

Il mio passaggio preferito, però, è quello che arriva un attimo prima:
Saremo orizzonti e ci potremo ammirare
Ci nasconderemo nel profumo del mare
Ci ritroveremo nei dettagli più belli
Ci riscopriremo nelle cose più rare
E sarà superfluo non saperlo spiegare

perché è esattamente così che succede, da ventiquattro mesi esatti.
Un anno trascorso dall'ultimo post di anniversario, un anno in cui non è cambiato nulla. Per tutti, mica solo per me. La pandemia ci costringe tra casa e lavoro, limita gli spostamenti fisici ma, al contrario, alimenta quelli mentali. Quanti film mi sono fatta in questi mesi! Quante volte ho incontrato il passato nella quotidianità, senza riuscire non dico a scalzarlo, ma almeno a contenerlo con immagini del futuro.

E dire che di progetti in cantiere, anche piuttosto grandini, ne ho eccome. Ma a costo di sembrare retorica, pesante e scontata, senza poterli raccontare a lei, a loro, diventano automaticamente più piccoli. 
E quindi, in questi giorni tutti uguali, alcuni più uguali degli altri, cerco di riprendere il controllo che ho perso due anni fa e che, volutamente, ho fuggito per tutto questo tempo. In un periodo in cui possiamo controllare poco mi sono data il permesso di non controllare niente. Però mi sono persa, e tanto. Non ho ricominciato, non ho proiettato, sono stata nel passato e, quando è andata bene, sono sopravvissuta nel presente. Che lo so, l'importante è il qui e ora, ma a volte mi piacerebbe sentire i quasi quarant'anni che ho e cominciare a riflettere su quello che vorrei e che, vita di mxxxa permettendo, potrei provare ad avere. Magari ce l'ho già e non lo so, magari invece no.

Detto questo, la Maria, la cerco (e la trovo) ovunque.
Nei garofani lilla che mi ha regalato qualche giorno fa una sua amica, nei fiori raccolti a Vesima appena la Primavera ha iniziato a farsi spazio, nelle riunioni di condominio e di comitato in cui faccio malamente le sue veci, nella mia voce, nella stoffa rosa cipria, nella creta a cui do forma, nella strada che percorro al mattino, nello yoga che pratico la sera, nelle verdure di Maurone, nei dopo cena al telefono con gli zii, nei caffé con i vicini di sopra, nei vecchi scatti che conservo nel telefono, nella pervinca infilata nel vasetto al cimitero che chissà chi le ha portato, nei tramonti visti per sbaglio, nei libri che leggo, nei ricordi puntuali del mio ex professore di filosofia, nei vestiti che indosso, nei miei capelli bianchi, nell'albero fiorito della foto quassù, nelle quotidiane discussioni del forum, in questo post scritto nei giorni sospesi della diagnosi (e io, che non credo a nulla, non sono riuscita a non notare, in una notte insonne, il numero 23 degli euro spesi per comprare gli animali: lo stesso numero del giorno in cui è andata via, sei mesi dopo).

E niente, ho finito, con un dito mignolo bruciato dal forno, pubblico a distanza di tre mesi dall'ultima volta, con tanta e contemporaneamente poca voglia di dire, di scrivere, di aprirmi. Ma come mi ha consigliato oggi quel sant'uomo che vive con me, il titolo giusto è "Ciao Maria, io esco", per ritrovarti e, soprattutto, ritrovarmi.

sabato 28 novembre 2020

E ti vengo a cercare


Musica.
È trascorso ormai più di un anno e mezzo da quando mi ha sussurrato le ultime parole tutte nostre, ora incise sul mio ciondolo in argento, che non tolgo mai.

In questi lunghi mesi ho atteso paziente che diminuisse il dolore, quello che tormenta giorno e notte, che spezza il fiato e le gambe. Pian piano è accaduto e, al suo posto, sono arrivati il senso di colpa e la consapevolezza che la mia vita non sarà mai più quella di prima.
All'inzio la sognavo sempre, malata
, sofferente con mio padre ad aiutarla come poteva. La sognavo arrabbiata, imprudente, a volte persino cattiva. La sognavo con i primi sintomi e trascorrevo la notte terrorizzata da una diagnosi e da una fine che conoscevo già.

Ora le cose sono un pochino cambiate, la sogno sana e in procinto di ammalarsi di nuovo, perché anche mentre dormo non dimentico mai che è successo, aspetto solo che succeda ancora. In uno degli ultimi sogni si ammalava di Covid e ricordo che gridavo, disperata, "li ho già persi entrambi, non può riaccadere!".
L'interpretazione della mia mente contorta è, fortunatamente, terreno dell'analista, c'è da dire che negli ultimi quindici anni le ho dato un gran lavoro da fare.

Ogni tanto mi capita ancora di immaginare mamma dietro alle vetrine del MadLab, che passa a trovarmi al lavoro dopo aver saccheggiato il mercato giallo del giovedì. Vedo il suo sorrisone, così simile al mio, il piumino azzurro, le scarpe da trekking, la borsa a tracolla e penso: è tornata!
Perché in uno dei sogni peggiori, forse il più terribile che abbia mai fatto, la incontravo per caso e lei fingeva di non conoscermi. La imploravo di parlarmi e mi rispondeva che non era morta, si era solo stufata di tutto e voleva ricominciare altrove, libera da me, dai ricordi, dalla vita difficile e solitaria che le era toccata in sorte.
Che se ci penso bene, alla fine, saperla viva anche se lontana, mi farebbe molto meno male.

Forse è per questo che la vado a cercare, di notte a occhi chiusi, di giorno a occhi aperti, mentre scelgo le piante nuove, cucino le verdure, cammino nei vicoli, appendo la stampa dell'airone, leggo un libro, ascolto la musica. La vado a cercare per non smettere di pensarla, la sua più grande paura, per farla tornare, in qualche modo, ogni volta che voglio.

Oggi, per esempio, in una Vesima fredda e quasi buia, ho trovato il suo giardino sconvolto dal vento, le piante di casa quasi morte, la corrente saltata e il frigo sciolto in cucina. Ho pensato a tutti gli anni che ha trascorso lì da sola, in inverno, osservando il mare grigio che ha dato il nome a questo blog. Ho immaginato i suoi pensieri, lo sgabello su cui poggiava i piedi per lavorare a maglia dopo cena, con Agata sulle ginocchia. Ho pensato al suo eterno bisogno di uscire, di andare al cinema, a teatro, di fare lezione di italiano, di seguire il corso di arte, di camminare per le vie del centro o per i sentieri dietro casa.
Sono andata a cercarla e ho capito tutto.
L'ho trovata,  ma quanto male mi ha fatto.

P.S. Nella foto, la camera da letto che cresce e si moltiplica.

martedì 17 marzo 2020

I ricordi sono tutto ciò che non vuoi più ricordare


Inizio questo post sdraiata su un prato, con il sole in faccia e gli amici accanto. Siamo in quattro, abbiamo preso l'auto sta mattina presto, abbiamo cambiato itinerario all'ultimo per evitare spostamenti potenzialmente a rischio e siamo saliti a piedi da Pieve a Santa Giulia.
Sopra di noi, nel cortile della chiesa, ci sono comitive forse troppo numerose, ma meglio qui, all'aria aperta, che chiusi in un ristorante per il pranzo della domenica.

Mi sono chiesta spesso cosa avrei scritto nel post dell'anniversario. Pensavo che avrei raccontato i dodici mesi senza di lei, che avrei provato ad analizzare i (pochi) libri letti, che avrei fatto il resoconto della piccola festa organizzata per ricordarla.
Alla fine, come al solito, la vita cambia tutto. Il Covid-19 ha ribaltato un po' di prospettiva e le restrizioni mettono a dura prova tutti, non tanto me che sono più asociale della mia gatta, quanto chi è abituato a viaggiare per lavoro, a uscire in gruppo, a portare i bambini ai giardini, a trascorrere serate nei locali, ad andare a scuola o in palestra.

Nel frattempo sono trascorse quasi tre settimane e sto continuando a scrivere il post dal letto, mentre aspetto che Andrea finisca una call per riuscire a concentrarmi nel lavoro: la casa è piccola, le porte non si chiudono e alle chiamate di lavoro partecipiamo, involontariamente, tutti.
Non oso pensare alla seconda seduta via Skype che farò con l'analista tra qualche giorno...
Le disposizioni restrittive di cui parlavo poco più su sono diventate quarantena, le giornate trascorrono quasi uguali l'una all'altra, le prospettive economiche di una coppia che lavora con il pubblico, con le scuole e nel sociale non sono certo le più rosee, ma non molliamo e andiamo avanti, come al solito. Il gruppo meraviglioso con cui lavoro ha girato nelle settimane scorse una serie di video che possano aiutare i bambini ad affrontare i lunghi pomeriggi a casa, con gli amici ci sentiamo via Google meet, con gli zii e i vicini del paesello usiamo Whatsapp, con il papà di Andrea funzionano benissimo le care, vecchie telefonate.

In tutto questo delirio sospeso, tra cinque giorni è un anno che è morta la Maria.
Negli hospice sono vietate le visite e penso costantemente a come avrei fatto, senza poterle stare accanto sempre, fino all'ultimo respiro. Volevo ricordarla con i suoi amici nel prato dove cresce l'ulivo piantato per lei, volevo andare al cimitero a portarle i fiori nuovi, volevo preparare il suo giardino all'arrivo della Primavera, volevo condividere con la comunità la scelta di donare qualcosa in onore della sua bella anima.
Dovrò rimandare, poco male, c'è chi sta peggio e lo so bene. Però mi dispiace e, inevitabilmente, il cervello va lì di continuo, soprattutto la notte. Dormire con me deve essere ormai impossibile, tra urli, calci e pianti diperati: la mia abitudine agli incubi non era un segreto prima, tanto meno adesso.

Ad ogni modo, a scrivere di un paio di libri letti e scelti per accompagnarmi nel lutto sono ancora in tempo. Il primo è La via del bosco di Long Witt Woon, acquistato all'ultimo Book Pride attirata dal sottotitolo (Una storia di lutto, funghi e rinascita) e dalla copertina. Il secondo è Blue Nights di Joan Didion, perchè mi piace vincere facile (o difficile, dipende dai punti di vista).
Entrambi i romanzi parlano di perdita e lo fanno in maniera completamente diversa. Per chi conoscesse già la Didion e avesse letto quella meraviglia di dolore che è L'anno del pensiero magico non avrà difficoltà a immaginare il modo in cui l'autrice scrive della morte della figlia Quintana e di tutti i ricordi di vita che la legano a lei, a partire dall'atmosfera delle sere di quasi estate, quando la luce si fa azzurra sul finire del giorno. Long Witt Woon racconta, invece, il suo percorso attraverso il lutto per la morte del marito, fatto di isolamento, di tempo dilatato, di panico per l'assenza e di timido tentativo di rinascita. Un corso di riconoscimento funghi quanto può aiutare a superare la perdita di una persona cara? Tanto, perché tutto fa.
Un aperitivo con gli amici al quale ci costringiamo ad andare, una serata a piangere sul divano perché uscire era troppo difficile, un pomeriggio di lavoro soddisfacente, una camminata nel bosco, una pizza fatta in casa, un paio di pastiglie giuste, un libro letto tutto d'un fiato, un film al cinema di quelli impossibili da dimenticare, una puntata del Commissario Montalbano, una chiacchierata con i colleghi di prima mattina, una telefonata triste agli zii, una chiamata delle sue amiche, una cena fuori all'improvviso, un laboratorio con i bambini, un post sul blog scritto durante una giornata di quarantena nel bel mezzo di una pandemia. Tutto fa.

Chissà cosa avresti detto tu, cara mamma, di fronte a questo casino.
Cosa avresti fatto? Saresti stata in giardino, avresti fatto la spesa solo alla Pam, perché la Coop è fuori comune e sono abbastanza sicura che ti avrebbero fermata i Carabinieri, avresti fatto due passi fino alla chiesa, saresti salita dai vicini di sopra per un caffè o un Asinello, avresti seguito la messa della tua parrocchia su FaceBook, avresti letto un sacco di libri e ti saresti lamentata per averli finiti tutti ed essere rimasta senza (ieri è uscito l'ultimissimo di Kent Haruf, che rabbia non poterlo commentare con te!), avresti cucinato poco perché intanto, solo per te, non ne valeva la pena, avresti parlato con Agata che - guardala quassù - sembra sempre aspettare che torni.

Io, fuori dal lutto, ancora decisamente non ci sono. Ma ho una casa da finire di sistemare che lei avrebbe adorato, ho la pratica di yoga giornaliera, ho la sua palla di pelo da curare, un lavoro da cercare di alimentare nonostante il Coronavirus, una salute da controllare appena finirà l'emergenza e potrò andare a fare gli esami previsti, un viaggio da immaginare perché con la situazione quarantena e ferie da recuperare è un disastro, una festa da organizzare per ricordarla insieme alla sua grande famiglia.
E non mollo, perché se mi vedesse, si incazzerebbe di brutto!

L'onere della memoria è ricaduto tutto su di me, e mi pesa. Se dimentico, vanno in fumo gli anni passati insieme. Non ci sono più nemmeno i nostri sogni per il futuro; posso solo tenerli in un cassetto. [Long Litt Woon - La via del bosco]

"Hai i tuoi meravigliosi ricordi", diceva, dopo, la gente, come se i ricordi fossero una consolazione. I ricordi non lo sono. I ricordi, per definizione, riguardano tempi andati, cose che non ci sono più (...) I ricordi sono tutto ciò che non vuoi più ricordare. [Joan Didion - Blue Nights]

mercoledì 16 ottobre 2019

Un'auto in fondo al lago

Qualche anno fa, parlando di mio padre con l'analista, mi definii orfana. Ricordo che mi corresse e mi disse che, tecnicamente, si è orfani se si perde un genitore prima dei diciotto anni. Mi sentii una merda, convenendo che, dopotutto, quello che mi aveva detto avesse senso.

Sono trascorsi quasi sette mesi dal 23 marzo.
Non sono una maniaca delle date, anzi, solitamente cancello il passato in un attimo, ma ho dovuto produrre tanti di quei certificati di morte che, anche volendo, non è stato proprio possibile dimenticare un bel niente.
Cosa è successo nel frattempo?

Principalmente ho lavorato.
Ho fatto un bel viaggio.
Ho vissuto a casa sua per quasi due mesi.
Mi sono lasciata coccolare (anche se, essendo sua figlia, mi rendo conto che scalfire sta corazza che mi ritrovo non sia semplice).
Ho preso tre chili, li ho persi, li ho ripresi.
Ho iniziato i lavori a casa mia, o meglio, ho iniziato a inscatolare tutto nell'attesa che comincino lavori.
Ho percorso venti chilometri di Mare e Monti.
Ho pianto riempiendo le scatole, vuotandole, dormendo, ascoltando musica, camminando, leggendo, andando al mare, facendo la doccia, svegliandomi, bevendo, aspettando il bus, buttando vestiti, scegliendo piastrelle, scrivendo agli amici, ordinando una birra, vomitando, tagliandomi la frangia alle tre del mattino, accarezzando la gatta, salutando l'ennesimo airone.
Ho letto (poco).
Ho nuotato (ancora meno).
Ho cucinato (quasi niente).
Ho parlato con una foto, un cielo, una stella cadente, un appunto su un foglietto, un fiore, una maglia, un anello, una focaccetta fritta, un portafoglio, un odore, un albero, una seggiola, una ciotola, un sapone...

Sono passati quasi sette mesi e mi sto sgretolando come la Torre d'Avorio di Fantàsia, completamente impreparata a questo crollo tardivo.
Sarà colpa delle scatole piene di foto, dei suoi documenti perfetti e pronti per il dopo, dei miei incasinati e sempre insufficienti, dei cambiamenti inutili perché non glieli posso spiegare, delle conquiste superflue perché senza i suoi occhi valgono meno.
Beninteso, so perfettamente che non è così, so benissimo che questi post non si dovrebbero scrivere, tanto meno pubblicare, ma quel 23 marzo alle 14.40 un'auto ha toccato il fondo del lago, sopra c'erano mia madre, mia sorella e la mia migliore amica, in quest'ordine, alla faccia di tutti i manuali di pedagogia e delle nostre più profonde convinzioni. Hanno impiegato sette mesi ad affondare, sapevo e sapevamo sarebbe successo, potevamo solo aspettare cercando di rassicurarci a vicenda.
Ora, però, sono rimasta io e la carcassa di quell'auto sta tornando a galla. Non ho il coraggio di guardarci dentro e non voglio farlo: non ho paura, è solo che sono incredibilmente stanca, come se avessi corso dieci anni ininterrottamente.

Serve tempo, dicono tutti, e io ci credo. Quel tempo che per papà non è stato necessario, non per mancanza di amore, ma per le tante differenze tra allora e adesso: la mia età, le modalità, le circostanze, le abitudini e la presenza di mamma, che attutiva il colpo e condivideva il dolore con me.
Credevo di essere pronta, credevo di conoscere, e invece non sapevo un bel niente.
Ci hanno sempre fatto notare che ci somigliavamo moltissimo e immagino fosse così, lo vedo bene dalle foto (come quella quassù).
C'è una cosa però, di cui non mi ero mai accorta: spesso parlo come lei. Non c'entrano le cose che dico e non è solo una questione di voce, ma di intonazione, di cadenza. Prima non lo sentivo, ora che non c'è più la ritrovo nel mio modo pronunciare le parole. Quando succede mi salta il cuore in gola, mi riempio di gratitudine e resto sospesa a metà tra la voglia di strapparmi le corde vocali e il bisogno di riparlare come lei, per sentirla ancora una volta. Ogni tanto lo faccio, ripeto una parola, cerco di riprodurre un suono, una, due, tre volte. Poi, generalmente, o sorrido o piango. Tendenzialmente faccio entrambe le cose, una dopo l'altra.

Qui scrivo sempre meno, mi pare chiaro, ma diversamente non so più fare. Prendiamola così.



sabato 24 agosto 2019

Il Nuovo Mondo


Sono seduta da poco meno di tre ore su un treno svedese che da Malmö ci porterà a Göteborg. Da lì dovremo salire su un traghetto per raggiungere l'isola di Brännö, dove vivremo nei prossimi giorni.

È martedì, siamo in viaggio da sabato e sono quasi cinque mesi che è morta mia madre.
Non ho mai smesso di scrivere: prima il diario rilegato con stoffa di camicia per raccogliere le lunghe lettere rivolte a lei, poi questo mini quadernino bianco senza valore, per non dimenticare il nord dell'Europa e, in qualche modo, raccontarle ancora una volta ogni cosa.

Abbiamo scelto di partire all'ultimo, facendo poche previsioni, decidendo di visitare Copenhagen, Göteborg, Oslo.
Non abbiamo affittato auto, quest'anno. Ci muoveremo in aereo, treno, metro, bus, traghetto e bici, tanta bici.

Che io ami il nord non non è una sorpresa per nessuno. L'anno scorso, nonostante il fantasma dei sintomi di mamma che per me aveva già un nome (di merda), era stato bellissimo.
Questa volta è diverso, vivo in un nuovo mondo anche quando sono a casa, trovarmi a migliaia di chilometri da dove normalmente trascorro le mie giornate non cambia granché le cose. Intendiamoci, sono contenta ed emozionata di scoprire terre di cui ho letto per anni gli autori più in voga (a partire dalla mitica Tove Jansson, che era finlandese - lo so - ma qui si respira comunque aria di Mumin in ogni dove), di cui ho sognato gli spazi, la natura, i silenzi, le case, persino i vestiti. Solo che mi sento spaesata tanto quanto la mattina quando mi sveglio nel mio letto e non trovo il suo messaggio, quando percorro i dieci minuti scarsi che mi separano dal lab (#mymorningwalk) senza telefonarle, quando non organizzo i week end per andare a trovarla o non ascolto il suo passo montano raggiungere il mio portone e fermarsi bruscamente, prima di citofonarmi.
In questi tre giorni già trascorsi in Danimarca mi sono sentita forse meno spaesata del solito: è normale non vederla arrivare davanti alle vetrine del lab, i dati del telefono sono disattivati quindi è ovvio non ricevere i suoi messaggi. Solo la sera, quando sono troppe le cose che vorrei raccontarle per farla viaggiare insieme a me, mi prende un dolore nel cuore che vorrei spazzare via con un urlo potentissimo le migliaia di alberi scuri che ci circondano, spegnere le fiamme di ogni candela accesa dietro a una finestra, abbattere tutte le bici parcheggiate nei cortili della Scandinavia. Ma non lo faccio.

Detto questo, prima che il post si trasformi nel copione di un film di Inarritu, ecco il nostro viaggio nel nord dell'Europa, un piede a Copenhagen, uno a Göteborg e uno a Oslo. Il quarto piede lo abbiamo usato per una fermata inaspettata a Malmö e lo useremo per tre giorni di "isolamento", nel vero senso del termine, a Brännö. Ancora mi chiedo se alla fine avrò il coraggio di tornare a casa!

DANIMARCA - COPENHAGEN
Piccola premessa: la prima ragione per cui abbiamo scelto questa tappa si chiama Giulia, è un'amica di Andrea, vive qui da una decina d'anni ed è meravigliosa come i suoi occhi blu.
Abbiamo dormito da lei, poco distanti dal centro e ci siamo affidati alle sue cure per esplorare la città senza affrontarla in modo troppo turistico. Prima tappa: il ritiro delle bici! Io non ci salivo probabilmente dal '92 ma, come promesso al negoziante mentre mi porgeva il casco, non ho ucciso nessuno (tranne il mio perineo).
Grazie alla bici ci siamo sparati settanta chilometri in meno di tre giorni e abbiamo visto un sacco di cose. Per praticità, da questo momento in poi, dividerò il post in giornate, così, chi vuole, può rendersi meglio conto delle tempistiche.

Giorno 1
Subito dopo una sopponta nappoletana-genovese a base di melanzane alla parmigiana e focaccia siamo stati allo Stella Polaris, un festival di musica chill out organizzato nel parco Frederiksberg. Cosa ho trovato lì? Innanzi tutto due bellissimi aironi che "vegliavano" su un tetto all'ingresso. Poi ho trovato educazione, fiori meravigliosi, tantissima gente di tutti i tipi (compreso un tizio buffo con bastone, fez e completo kaki che sembrava uscito da un film di Wes Anderson), una luce incredibile e il silenzio. A un festival musicale -ok che era chill out e non Heavy Metal - ma la sensazione era quella della Silent Disco. Mi è piaciuto tantissimo.

Stella Polarit - Chill Out Festival

Lasciato il parco abbiamo inforcato le bici (del mio mini cancello color anguria vi parlerò poi) e siamo andati a Nyhavn: è superfluo scrivere dei colori e dei riflessi del vecchio porto, vero? Vabbè, ormai l'ho fatto.

Nyhavn

Per cena ci siamo spostati al Reffen, una grande area di street food molto curata e con una varietà di scelta per quanto riguarda i cibi veramente notevole. Io sono andata di Moules Frites, ma avrei potuto prendere thai, greco, pizza, polenta, vegan, grigliata, indiano e molto altro. Cosa mi ha colpito di più a parte l'idea e il bellissimo furgoncino colorato all'ingresso? La pulizia dei bagni, il tramonto pazzesco con lo skyline di Copenhagen sullo sfondo, il pagamento con la carta affinché tutti gli incassi siano tracciabili (questo è un aspetto che abbiamo incontrato in ogni street food dove siamo stati).

Panorama dal Reffen - Street Food

Di questa prima giornata mi sono portata via le case barca, con gli oblò al posto delle finestre, ormeggiate lungo la via verso Reffen, le case-container arredate come un catalogo Ikea, la pedalata al buio illuminata solo dalle lucine accese sulle case-barca.

Giorno 2
La seconda giornata l'abbiamo dedicata a Sessarego passione foto: mattina e pomeriggio alla ricerca punti di vista, architetture bizzarre e quartieri super moderni a picco sull'acqua. Abbiamo girato principalmente a Nørrebro (ve ne parlo meglio la prossima giornata, perché ci siamo tornati per fare un po' di sano shopping), fatto un salto al cimitero dove è sepolto Hans Christian Andersen e poi via verso Circle Bridge, Islands Brygge, Ørestad e VM Husene (la casa con le punte). Come se non bastasse, abbiamo trascorso il pomeriggio all'Experimentarium, il science center della città, dove ovviamente ci siamo divertiti come più dei ragazzini (Giulia conserva sul telefono un sacco di video a dir poco compromettenti).

Superkilen - Nørrebro

The Circle Bridge

VM House

Cosa mi ha colpito di più? Le porte della biblioteca di Nørrebro, le barche-bus, le barche-pic-nic (affittabili, per pranzare navigando), il mercatino delle pulci lungo il fiume (ovvio che ho comprato), l'urgenza di scrivere assecondata ovunque (testimonianza fotografica qui sotto, dove è ben visibile anche la mia possente bici folding, con due ruote talmente piccole che ancora non mi spiego come abbia fatto a non dimagrire 10 chili dopo il primo isolato).


Giorno 3
Come anticipato poco fa, l'ultimo giorno siamo tornati a Nørrebro, in particolare abbiamo vagato a Jægersborggade tutta la mattina, dove abbiamo comprato buona parte dei regali per gli amici e dove, grazie ai preziosi consigli di L'Altrosport abbiamo pranzato qui (ma magari del cibo scrivo un box a parte alla fine di questo lunghissimo post). Nel pomeriggio, prima di ribeccarci con Giulia che, essendo lunedì, era al lavoro, abbiamo fatto un giro in centro, abbiamo visitato Christiania e, con le ultime forze rimaste, abbiamo pedalato fino alla Sirenetta, dove la cosa più sensata che potessimo fare, invece che accalcarci per fotografarla, era mangiare un gelato (e così abbiamo fatto).
La sera siamo stati a cena con Giulia e la sua amica Sara al Torvehallerne, il mercato coperto, abbiamo restituito le bici e fatto una lunga passeggiata per tornare a casa, dove mi hanno atteso yogurt e granola homemade, chiacchiere sul divano e l'ultima notte danese.

Nørrebro

Jægersborggade

Christiania

Cosa ho portato via con me? Lo stretching sul prato la mattina, per cercare di disinfiammare la schiena non abituata alla bici, quasi tutti i negozi di Jægersborggade (quello zero waste, quello di gioielli, quello vintage, quello gestito da un collettivo di artisti con i fiori secchi e le pigne appese a testa in giù all'ingresso, quello con le candele Meraki, quello con i tubi avvolti da manicotti di lana colorata accanto alla porta). Mi sono portata via anche l'unicorno affacciato alla finestra in pieno centro, il parco giochi a tema bosco perfettamente mimetizzato, la tristezza che mi ha messo Christiana così turistica, il gelato palla alla fine del lungomare, le tapas con le acciughe al mercato.

Jægersborggade

Copenhagen - Centro

SVEZIA - MALMÖ GÖTEBORG BRÄNNÖ
Ci hanno svegliato la pioggia sulla finestra a tetto e il verso delle tortore, molto più pop rispetto a quello delle parenti genovesi. Abbiamo fatto colazione e siamo ripartiti prima con il bus, poi con il treno, in direzione Göteborg, dove ho iniziato a riordinare gli appunti per questo post.

Giorno 4
Visto l'anticipo sulla nostra tabella di marcia abbiamo deciso di scendere a Malmö per qualche ora. Qui abbiamo avuto giusto il tempo per comprare un'imperdibile tazzina dei Mumin, scattare foto, pranzare al Saluhall, dove ho mangiato l'insalata più buona della mia vita e fatto scorta di kanelbulle.
Nel primissimo pomeriggio siamo ripartiti e arrivati a Göteborg, dove ci attendeva un traghetto per Brännö, una telefonata dell'amministratrice di condominio che farfugliava confusa di una possibile perdita in bagno senza farci sapere più nulla (santo Geppo che ci ha aiutati), un breve viaggio tra isole e gabbiani che nemmeno nei migliori libri scandinavi. Il Brännö Varv ci aspettava esattamente come lo vedete sul sito: colorato, suggestivo, accogliente e discreto. Uno dei posti più incantevoli che abbia mai visto. Posati i bagagli abbiamo fatto un giretto di perlustrazione nei dintorni del B&B, passeggiando accanto a giardini meravigliosi, gatti enormi e barche bianche. Cena con gamberoni e salmone e poi diretti a dormire.

Malmö

Brännö

Panorama dal Brännö Varv

Brännö

Giorno 5
La prima colazione fatta sull'isola è stata a base di... tutto. Pane nero, pane bianco, focaccine, salumi, pecorino, roquefort, marmellate, yogurt, latte di mille tipi diversi, cereali, frutti rossi, pomodori, melone, uova, torta al cioccolato e frutta a guscio, succo di mela e potrei continuare ancora. Tenendo sempre d'occhio il meteo, che fino ad ora si era comportato benissimo, abbiamo scelto di visitare Göteborg, lasciando la gita su Brännö per il sesto giorno. Il traghetto ci ha portati in città con la solita disarmante puntualità, appena arrivati abbiamo visitato il quartiere Haga, famoso per i negozi tipici, l'handmade, il vintage.
Ho comprato? Certo. Ho comprato tanto? Temo di sì.
Ma non è colpa mia se ad ogni angolo c'era un negozio di moda sostenibile, abiti fatti a mano e cavallini Dala. Pranzo ottimo al Feskekorka con birretta e un secchiello (letteralmente) di bocconcini di salmone marinati in mille modi diversi. Nel pomeriggio giro veloce al parco, visita alle serre, infinita ammirazione per l'organizzazione di un festival dedicato ai bambini con caccia al tesoro tra le piante, workshop e musica. Fine giornata all'Universeum, che per me che non amo gli animali in cattività tutto sommato non è stata una tappa fondamentale. Cena a base di - che ve lo dico a fare - salmone. Urge variazione sul tema.

Dal traghetto verso Göteborg

Göteborg

Parco a Göteborg

Brännö

Cosa mi ha colpito di Göteborg? I colori pastello sparsi qua e là, la tranquillità, le serre, la capacità di godersi il momento delle persone che abbiamo incontrato.

Göteborg

Nelle serre a Göteborg

Giorno 6
Colazione più abbondante della prima (se mai fosse possibile) con l'intento (fallito) di saltare il pranzo. Super esplorazione di Brännö e di Galterö, una piccola isola collegata da un ponte ancora più piccolo. Per prima cosa abbiamo raggiunto il molo sud, ci siamo sdraiati sulla spiaggetta e, come tradizione vuole almeno una volta nel corso delle vacanze, mi sono addormentata. Dopo un'oretta di sonno profondissimo ci siamo rimessi in marcia e, alla faccia dei buoni propositi, abbiamo mangiato focaccine, sgombri sott'olio e birra fresca nell'area pic nic accanto all'unico, minuscolo supermarket di Brännö. Attraversata la foresta abbiamo quindi raggiunto la riserva naturale di Galterö: una folgorazione. Paludi, erica viola in fiore, spiagge, rocce arrotondate dal vento, uccelli marini, conchiglie, pecore. Pecore in ogni dove. Impassibili, semi addormentate, molto affamate, dai musi simpaticissimi. A un certo punto ha iniziato a piovere piano, poi più forte, poi di nuovo piano. Ho filmato il momento perché era di una potenza enorme. Cessata la pioggia ci siamo seduti sulla riva del mare, qualche decina di metri da noi una mamma e una bambina biondissime giocavano sulla sabbia. Rientrare "alla base" non è stato facile, tanto che, a cena, abbiamo deciso di tornare in paese per mangiare nell'unico vero ristorante che c'è e per poi fare un'ultima passeggiata tra i giardini, le barche e gli scogli sul mare.

Brännö

Brännö

Galterö
Galterö

NORVEGIA - OSLO

Abbiamo salutato Brännö con il cuore pieno di amore per lei e una nemmeno troppo scherzosa intenzione di tornarci a trascorrere la vecchiaia.

Giorno 7
Siamo arrivati a Oslo con il bus, perché tutti i treni erano completi. Tre ore di viaggio super confortevole tra le campagne scandinave e quando siamo scesi ci ha accolto una città molto più trafficata di quanto mi aspettassi. Nei giorni a seguire ho imparato che sì, ci sono tante auto, ma sono in buona parte elettriche. Il primo giro che abbiamo fatto, appena lasciati i bagagli in albergo, è stata una lunga passeggiata per scoprire l'Opera House (con e senza pioggia) e per esplorare le aree portuali della città. Passaggio nel parco della Fortezza, cena al Salt, una sorta di festival/street food dove però siamo arrivati un po' tardi e molti degli stand che ci interessavano erano già chiusi (ricordatevi che in Norvegia, ma in generale nel grande nord, si cena al massimo alle 19) e tutti a nanna.
L'hotel dove abbiamo alloggiato era un Thon, a quanto parte Oslo ne è piena, lo si deduce facilmente osservando la quantità di ombrelli rossi di cortesia che si aprono ovunque appena inizia a piovere.

Opera House - Oslo

Opera House - Oslo

Salt - Oslo

Oslo

Giorno 8
A chi ogni tanto ama leggere gialli scandinavi e, in particolare, gialli norvegesi, vagare per queste vie risulterà familiare. Io, per esempio, a Grünerløkka mi sono sentita a casa, grazie alle pagine di Anne Holt così realmente ambientate. Un quartiere bellissimo che non vedevo l'ora di visitare, con negozi vintage, charity shop, graffiti, aree riqualificate in maniera originale ed estremamente moderna, fiori, parchi giochi per bambini davvero interattivi (vi basti pensare che, al posto del solito scivolo, ci sono piccoli sistemi di chiuse da aprire per far scorrere l'acqua nel fiume accanto).

Grünerløkka

Grünerløkka

Grünerløkka

Abbiamo pranzato al Mathallen, il mercato coperto, ascoltato il pianoforte pubblico suonare Le Vals d'Amelie grazie a generosi avventori di passaggio e tra uno scroscio di pioggia e l'altro abbiamo raggiunto il Munchmuseet.

Mathallen

In questo momento il museo ospita una mostra, intitolata Exit! e dedicata all'uscita delle opere verso una nuova destinazione: la galleria d'arte in via di costruzione che sarà pronta nel 2020. Come ho più volte scritto su Instagram, una delle cose che mi ha colpito di più in questo viaggio è la capacità di valorizzare ciò che c'è nelle città che abbiamo visitato. Portatrici ci un decimo di quello che abbiamo in Italia, ma certamente più brave a comunicare, rendere fruibile, raccontare il proprio patrimonio.
Inutile che vi spieghi la bellezza delle opere esposte, potete immaginarvela da soli, quello che magari invece non riuscite a visualizzare è l'opportunità di conoscere autori e storia anche attraverso, per esempio, la possibilità di sfogliare liberamente vecchi cataloghi espositivi nel bel mezzo di una mostra.

Munchmuseet

Munchmuseet

Munchmuseet

Alla sera cena thai vicino all'albergo (il bamboo si può considerare verdura, sì?) e letto presto.

Giorno 9
Un ultimo giorno a tratti piovoso, con un bellissimo giro al Parco di Vigeland, tra fiori, statue, pettirossi e prati lasciati crescere indisturbati per favorire gli insetti impollinatori (il tutto spiegato con cartelli per i pubblico). Pranzo al sacco a base di focaccine svedesi "importate" direttamente da Brännö e salmone locale, oltre a due banane trafugate dalla colazione più abbondante mai vista servita dall'hotel. Sulla questione breakfast occorrerebbe scrivere un post a parte: va bene tutto, signori, vanno bene uova e bacon alle sette di mattina, posso comprendere anche i salumi e i formaggi alle otto. Ma zuppa di fagioli, funghi e pomodori ripieni, salmone affumicato, polpette e sardine marinate prima delle 11 proprio no. Questa roba si mangia a pranzo, se siete fashion anche al brunch. Non prima!

Parco di Vigeland

Parco di Vigeland

Parco di Vigeland

Parco di Vigeland

Dopo il pic nic sul prato di fronte al The Viking Ship Museum siamo entrati a vedere le tre navi ritrovate in anni di scavi. Come ho già scritto a proposito del Munchmuseet c'è poco da fare: due grandi sale in cui volendo si può trascorrere mezza giornata, osservando i sistemi di controllo conservativo dei reperti, guardando il cortometraggio che racconta (con animazioni e ricostruzioni video) la vita vichinga, scattando foto dai tanti "punti panoramici" sparsi nel museo, perché inquadrare dall'alto una nave di quindici metri e tutta un'altra cosa. Anche questo museo sta per spostarsi: è, infatti, in via di costruzione una sede molto più grande moderna.

The Viking Ship Museum

Siamo rientrati in centro con il traghetto, abbiamo raggiunto l'albergo attraversando il quartiere storico, pronti per fare le valigie. Una volta preparati i bagagli siamo usciti a cena, meta lo Schrøder, uno dei luoghi più famosi dei libri di Jo Nesbø (di cui non ho mai letto nulla, ma non appena atterro corro in libreria). Abbiamo ordinato un piatto di carne e uno di pesce, io, finalmente, ho assaggiato la renna! Alla fine del post proverò ad approfondire un po' la questione cibo scandinavo, tanto ormai sono andata lunghissima.
Siamo rientrati prendendola larga, attraversando un quartierino tutto colorato, circondato da orti urbani e fiori bellissimi. Siamo passati di nuovo da Grünerløkka, questa volta costeggiando il fiume e ci siamo fiondati a letto data la sveglia presto pro volo.

Grünerløkka

Cosa mi ha colpito di più di Oslo, a parte tutto quello che ho già scritto? La street art, usata ovunque. Per abbellire i quartieri più famosi, quelli più nuovi e "alternativi" o, semplicemente, per personalizzare aree in cui sono in corso lavori e cantieri.

Grünerløkka

Cantiere ad Oslo

Grünerløkka

Approfondimento cibo: se siete vegani e vegetariani, se siete nostalgici della pastasciutta e del gelato, la Scandinavia non offre piatti tipici esattamente ritagliati sulle vostre esigenze. Offre, però, moltissime cucine internazionali che, penso, possano soddisfare tutti.
Noi non sentivamo la necessità di mangiare pasta e pizza, anzi, avevamo voglia di provare le pietanze del nord. Al terzo giorno di gamberi e salmone, però, ho cominciato e temere lo scorbuto e ad avere bisogno di verdure. No problem: insalate di tutti i tipi (anche senza salmone!) e cibo asiatico a volontà. Un paio di gelati confezionati e tante brioches alla cannella, marmellate, pane e burro, persino il caffè, ormai, non è più un miraggio come un tempo. Il costo è alto? Boh, sì se si vuole a tutti i costi mangiare al ristorante. Di nuovo, le alternative sono molte: mercati, street food, pranzi al sacco sfruttando le svariate proposte di pesce in scatola e di carboidrati sotto forma di pane e focaccine. In generale non abbiamo mai superato i 35 euro a testa (quando ci siamo trattati molto bene) e, soprattutto a pranzo siamo sempre rimasti intorno ai 5-10 euro a persona. Insomma, per come l'abbiamo vissuta noi è fattibile, non economica, ma fattibile. Idem per i trasporti, ma servirebbe un post a sé.

Manfreds - Copenhagen

Brännö Varv Café och Bar - Brännö

Schrøder Restaurant - Oslo

Foto bonus prima di chiudere il post più lungo della storia:
Un'amica, sull'isola di Galterö