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venerdì 6 febbraio 2015

Nero e meticcio

Ci sto pensando da alcuni giorni, per spiegarmi il clamore mediatico suscitato dalla prematura scomparsa di Pino Daniele, fatto che sembra avere colpito gli affetti della maggioranza del popolo italiano che ascolta musica, e non solo. Premetto che non sono un esperto di napoletanita’e che anzi, sull’argomento, ho avuto spesso confronti accesi con i miei amici e colleghi partenopei, e che non temo di essere contraddetto, anzi come sempre sono aperto a qualsiasi dibattito e contestazione. Secondo me, prima di ogni cosa, Pino Daniele ha saputo essere, anzi si è affermato come rappresentante dell’identita’ musicale napoletana moderna. Come Bruno Lauzi ( Genova per noi), Francesco Guccini (Bologna), Roberto Vecchioni ( Luci a San Siro) come pochi, anzi pochissimi altri artisti. Napule e’. Il manifesto della musica napoletana, trasversale alla Napoli popolare ed a quella della borghesia veteroborbonica, contraria all’immagine di guappo e sgarro propalata dai neomelodici ed emuli di Mario Merola, più raffinato e fruibile di tutti gli altri cantori di Vesuvio e golfo di Napoli, capoclasse di quella pattuglia( Teresa De Sio, Toni Esposito, Tullio De Piscopo, Napoli Centrale, 99 Posse, Alan Sorrenti, Saint Just, Nuova Compagnia di Canto Popolare, Edoardo Bennato e mi scuso con quelli che ho dimenticato) che negli anni settanta-ottanta ha contribuito a diffondere il sound partenopeo anche tra i più schizzinosi fruitori di musica pop. Pino Daniele, nella sua professionale ritrosia all’esposizione mediatica, e’opposto e contrario all’immagine chiassosa, casinista e stucchevole che fino alla fine degli anni settanta ha contraddistinto gli artisti suoi conterranei. I testi sono complessi, in cui si è fatto precursore di un linguaggio meticcio internazionale, fondendo napoletano, inglese, italiano, e trattano- secondo me- del male di vivere in maniera profonda, fortemente autoanalitica ma pur sempre “cantabile”. E quello che- sempre a mio contestabilissimo parere- lo rende per sempre diverso da tutti gli altri, e anche dalla maggior parte degli altri cantautori nazionali, e’la musica, mai fatta di sola melodia, rifuggente la schitarrata o il colpo di mandolino strappacuore. Un sound moderno, meticcio pure questo, ma nel senso più estetico del termine: jazz-fusion-pop, una strada mai percorsa da altri artisti italiani. Muore giovane chi è caro agli dei, fa dire Omero ad Achille, non ci consola ma trasforma in mito la parabola artistica di Pino Daniele.

venerdì 1 novembre 2013

sul filo

quelle scarpe ce le avrà lasciate qualcuno che tentava di camminare sul filo, o forse no. Forse non gli servivano più e le ha lanciate in aria, e poi sono rimaste lì.

venerdì 25 ottobre 2013

rugginoso, come la ruggine.

Bianco, come il presente. Bianoo come una pagina da scrivere, e che una volta scritta non sarà più bianca. Blu, come il futuro. Blu come una oscura galassia da esplorare, lontana e inesplicabile come il futuro. Ruggine, come il passato. Il passato è solo ruggine, ma torna sempre a galla.

domenica 18 novembre 2012

Skyfall, ovvero il mito di Edipo-Bond

Visto Skyfall. Se volete andarlo a vedere, scegliete una sala con lo schermo grande grande. Non faccio commenti sulla bravura di Sam Mendes, sulla aderenza al personaggio di Daniel Craig ( secondo me il miglior Bond, anche meglio di Connery), su quanto sia ambiguo e malefico Xavier Bardem. Non l'ha scritto Ian Fleming e si nota, ma secondo me è un pregio. Il film e'lungo, ma prende. Parti di azione sfrenata, senza eccessi impossibili, e parti di attesa e riflessione. Una tragedia greca, in cui James Bond si sbarazza di Edipo. Distruggendo la casa del padre e vedendo morire M, sua madre putativa nell'MI6. Continui riferimenti ad altri episodi, sotto forma di impercettibili citazioni, e il senso immanente ed inevitabile del Panta Rei. Andateci, senza aspettarvi una pellicola artistica, ma andateci.

domenica 16 ottobre 2011

Carnage, ovvero il difficile mestiere di fare il lavoro degli altri




se uno vuole fare il mestiere di un altro, è giusto che ci pensi bene...ho visto ierisera "carnage", il nuovo film di Roman Polanski. I presupposti per una storia divertente e scomodamente attuale c'erano tutti: due famiglie, di diverso reddito e posizione sociale, si incontrano in un appartamento (dei meno ricchi) per dirimere la scomoda faccenda di una lite tra i figli, undicenni ma già abbastanza agitati, lite nella quale il ragazzino della coppia più sfigata subisce la perdita di due denti e tumefazioni sparse in faccia. Il film si svolge tutto dentro l'appartamento, e onestamente dopo la prima mezzora lo spettatore si immagina già come andrà a finire. La storia è sicuramente più adatta ad una trasposizione teatrale, ma al cinema annoia, e a questo punto spiego la faccenda del mestiere degli altri: Polanski, probabilmente tediato dalla lunga detenzione in Svizzera, voleva divertirsi e divertire con una pellicola divertente, che satireggiasse sul costume contemporaneo (iperprotettività delle famiglie, tensioni di coppia, lavori che invadono il privato etc.) ma non ha il mestiere di Woody Allen, a cui chiaramente voleva rubarlo. Poteva benissimo durare venti minuti, invece dell'ora e mezza abbondante che ruba allo spettatore, e sarebbe stato sicuramente più divertente. Jodie Foster è sprecata, ingessata nella parte di una madre frustrata che vorrebbe agire più di quanto non faccia, e gli altri sono automi, spinti stancamente dal copione. Conclusione, risparmiatevi i soldini del biglietto, e se proprio non potete fare a meno dell'ultima opera del signor Polanski, la noleggerete a tempo debito. Voto: 5 e mezzo, voto di mia moglie, 3.


giovedì 30 dicembre 2010

duemilaundici


Potrebbe essere un anno sensibilmente migliore del 2010, se...

Potrebbe essere invece drammaticamente peggiore di tutti quelli che abbiamo vissuto finora, se...

Sarebbe bello ringiovanire, arricchire, vedere enfatizzato il proprio fascino, tanto da diventare insopportabilmente affascinanti, se...

Sarebbe carino che il vicino rompipalle, il collega nocivo, il padrone del cane che vi caca davanti al portone si trasferissero su altro pianeta, se...

Vi auguro una ampia dose di culo, pazienza, fortuna, miglioramento della vista e dell'udito, potenziamento delle capacità sessuali, forza di persuasione, senso di orientamento, amore, dimagrimento o ingrassamento a scelta, che il vostro compagno o la vostra compagna acquisiscano la caratteristica di anticipare sempre i vostri desideri, anche quelli insulsi o capricciosi, così imparate ad essere capricciosi o capricciose.

Insomma, auguri.

Antonio


mercoledì 13 ottobre 2010

scambio vantaggioso

Però, mi viene un'idea.
Siccome i trentatre minatori rimasti bloccati lassotto in Cile a poco a poco stanno prendendo l'ascensore e stanno tornando su, lassotto, appunto resterà un sacco di spazio sprecato. E un sacco di lavoro da fare.
Allora, prendiamo quei trecento delinquenti di serbi che ierisera hanno fatto bordello a Genova e graziosamente li facciamo scendere, con l'ascensore, proprio in quella miniera. Ah, si divertiranno di certo.

martedì 7 settembre 2010

la geologia è materia estiva (prima e seconda parte)

Ieri ho depositato la prima parte sul mio profilo Facebook. Chi se la fosse persa, la recupera qui. Ecco.


 Il fiordifragola, il camillino, raramente il lemarancio. La cocacola nella bottiglietta di vetro, con le bollicine che si sentivano distintamente nel palato, una dopo l’altra, seduto col nonno al tavolinetto di metallo del Giardino Inglese.
La prima bicicletta, ero malato, lei era una Olmo rossa, passarono alcuni giorni prima che potessi usarla. I materassi arrotolati prima di partire per le vacanze, la fiat 600 grigio fumo, poi la fiat 1100 D, l’autostrada che allora si prendeva solo sul continente.
Fermati, se già condividi qualcosa, nella geologia dei tuoi ricordi, continua a leggere, altrimenti sarà tempo perso. E per me, che il tempo sta accelerando, anche troppo per i miei gusti, non è mia intenzione farti perdere tempo.
I nonni, non ne ho conosciuti molti, e tutti quanti erano irrimediabilmente vecchi, e privi di attrattiva per un bambino. Nel senso che o erano malati, o molto malati, o avevano altro da fare.
Le costruzioni Plastic City Italocremona, il Lego che era pure meglio ma costava di più, era un prodotto d’importazione, quelle costruzioni fatte di cubi e parallelepipedi di balsa colorati come se fossero pezzi di muro, o finestre e porte: ne venivano fuori case precarie.
La cinepresa 8 mm, poi quella in super 8, le pizze dei cartoni animati montati a casa da papà. Il visore stereoscopico, lo mettevi davanti agli occhi, abbassavi la levetta nera sulla destra e viaggiavi dal Grand Canyon alla Piazza della Concordia, e poi ti sembrava di esserci, in quel posto. Il corriere dei piccoli, poi pomposamente diventato corriere dei ragazzi, ma già ero abbastanza ragazzo per passare a letture alternative. Cassati, non mi piacevano proprio, i fumetti noir e quelli western e pseudo western, passai direttamente a Linus, bello grande, coi fumetti americani che parlavano di politica, erano sarcastici, satirici e sardonici, ma allora questi aggettivi non li conoscevo, mi piacevano e basta.
 Poi, la seconda bicicletta, a lungo sognai una Graziella cross, col cambio a cloche sul telaio, la sella lunga e lo schienale, ed uno dei nonni si era pure offerto di comprarmela, però poi papà mi fece comprare quella normale, di Graziella, bianca che si poteva anche piegare; una bici un po’ finocchia, se mi passate l’espressione, e con la quale ci si poteva ammazzare di fatica ma con le sue ruotine sempre troppo lenta andava.
Carosello, e i cartoni animati con personaggi improbabili che venivano dall’est europa, e poi Alvin, Braccobaldo, la domenica pomeriggio Disneyland, coi cartoni di Paperino e Topolino, documentari sulla vita degli animali, e rappresentazioni dell’America che andavano oltre il surreale, diventando metafisiche.
La spesa alla Standa, da trasportare nei sacchi di carta marroncino a righe, i pattini a rotelle allungabili, con una specie di chiavetta che dopo avevi sempre le mani sbucciate. L’odore delle stagioni che cominciava con gli odori dei tessuti inamidati dal sarto: a fine agosto le misure per i pantaloni di velluto, all’inglese, corti al ginocchio coi bottoncini di lato, le scarpe con la suola di para, i maglioni che saltavano fuori dalla naftalina. Il maxicappotto, il mio era un improbabile mongtomery lungo fino alla caviglia, poi chiesi alla mamma di accorciarlo, talmente era ridicolo.
L’ambra solare, l’ombrellone a righe verdi con i bastoni di legno, quei costumini da bagno larghi che scappavano via tutti gli ammennicoli, tanto in spiaggia eravamo quattro gatti.
Il gommoncino Pirelli gonfiabile, che a fine estate si riempiva di borotalco e si conservava nella sua sacca blu
(esiste ancora, credo). E la luce dorata del tramonto, quella sempre mi è piaciuta, anche se adesso ha un gusto un po’amarostico, quando vedo che il sole si sposta sull’orizzonte, e finirà per tramontare dietro la rocca di Cefalù, mentre prima si tuffava arancione nel mare, significa che l’estate sta finendo. E sorprendermi a domandarmi quante ancora avrò la fortuna di vederne, e fino a quando potrò tuffarmi e fare quelle quaranta bracciate nel mio stile indeciso, che comunque mi porta a quella distanza dalla riva sufficiente a non farmi più sentire pastina nel brodo salato del mare basso-dove-si-tocca.


Il mangiadischi ed i quarantacinque giri che i cugini più grandi (spesso molto più grandi di me) mi regalavano. Antoine, Silvye Vartan, Celentano, Caterina Caselli. La prima radio, una Sanyo a transistor, tascabile che la potevo portare ovunque, e poi quella che mi mettevo sotto al cuscino, la notte, per ascoltare quella musica pop e poi rock che durante il giorno non trasmettevano. Allora c’era solo la rai, col primo, il secondo ed il terzo canale radiofonico, che però era roba per secchioni, di quelli che sapevano chi era Tchaichowskij. Già, chi era?
Il radioregistratore Grundig, quando arrivò mi ricordo ancora la prima canzone che ci registrai al volo, colta dalla radio, era Minuetto di Mia Martini, che ci volete fare, a tredici anni mi piaceva (e penso che mi piacerebbe ancora).
Il Pongo, i lampostil, la gomma-pane e poi il Das, con le sue brave vernici per trasformare in minime opere d’arte quegli ammassi di argilla auto indurente.
Le figurine dei calciatori, roba da idioti diceva papà, ed infatti non ne completai mai un’album; mi vendicavo ritagliando le sagome delle automobili dai quattoruote che lui comprava, allora il listino delle auto era di un paio di pagine appena, e tutte le foto rigorosamente in bianco e nero.



Due pagine di ricordi, e saranno meno dell’uno percento. E’ che quest’anno, in spiaggia, la solita spiaggia, sempre la stessa da cinquant’anni (cinquanta? Così tanti?), mancano un sacco di facce, di volti noti: che qualche anno fa a chiedere ti sentivi rispondere che avevano cambiato spiaggia, oggi ho paura a chiedere. Che il caso migliore è che quel signore, il papà di amici più giovani di te, bambini allora, padri di bambini adesso loro stessi, che quel signore dicevo prima abbia impiantato un pacemaker e che preferisca la canasta alla spiaggia. Che per altri è meglio non chiedere, tanto prima o poi me lo verranno a dire.
Il futuro? Ha le stimmate ai piedi: quelle che mi sono procurato girando per una Milano asfissiata a fine luglio, nel tentativo-miseramente fallito-di trovare un appartamento in grado di accogliere (bozzolo di sicurezza, utero confortevole, stanze per studiare) il mio secondogenito che ha deciso di diventare ingegnere. Ammilano.
Lo guardo e me lo dico “sono i tuoi ultimi giorni d’infanzia, baby. Goditeli, perché tra cinque anni o poco più non avrai più tempo di farlo, se tutto va per il verso giusto verrai travolto dalla vita, diventerai ingranaggio, comincerai a guadagnare, e in Sicilia ci tornerai, spero, solo da turista, portandoti dietro dei colleghi a cui fare conoscere la bellezza di questa terra, e dopo anche una donna, ed infine dei picciriddi che parleranno…che parleranno come? Inglese, tedesco, spagnolo?”.
Lo guardo e non glielo dico, lo scoprirà da solo.
Il futuro? E’ un dottorato di ricerca in Francia, dice il primogenito, e dopo? E dopo?
La Sicilia? Tornateci solo da turisti, dico io. Solo da turisti, che non abbiamo lingue sufficientemente lunghe e raspose per leccare culi e poi raggiungere l’insperato traguardo di fare l’operatore di call-center laureato o il precario a vita.

 
 


 
 


La Sicilia? Scherzando dico agli amici, che vogliono forse sentire la mia opinione (uno che scrive libri ha quasi sicuramente un’opinione da condividere, spesso cambia da un giorno all’altro, ma non ha importanza) la Sicilia dovrebbe essere ricoperta nottetempo da una cupola di vetro, senza uscite, e sotto questa cupola dovrebbero restarci tutti i siciliani, me compreso (e anche voi, amici sulla spiaggia, inutile che ridete se ancora non avete capito dove voglio andare a parare), e dopo aprire il gasdotto che viene dall’Algeria, per tre giorni, giusto il tempo di sterminarci tutti, i Siciliani. Tutti. Politici, parrini, intellettuali, mafiosi, impiegati del comune, dipendenti dell’Ato, burocrati, professori, panellari, ristoratori, parcheggiatori abusivi, figli di buttana, scrittori, giornalisti e invalidi.
E dopo tre giorni, fare arrivare alcune migliaia di islandesi, canadesi, giapponesi, gente di buona volontà, con le ruspe e i cartelli. Con le ruspe per buttare a mare i cadaveri dei siciliani (quelli scampati dovrebbero avere l’ostracismo al ritorno, assoluto) per fare ingrassare i tonni (si dice che i tonni mangino volentieri i cadaveri degli extracomunitari andati a picco nel canale di sicilia) e i cartelli dove dovrebbe essere scritto “Sicilia, paradiso
terrestre per i turisti: vietato l’accesso a tutti quelli che vengono senza amore”. Niente fabbriche, niente uffici, niente assessorati e assessori. Solo le spiagge, le campagne, le montagne, i vulcani, i tramonti, le pecore, la ricotta, la pasta coi ricci, il profumo della zagara.
Qualcuno, in spiaggia si sta allontanando facendo quel gesto a verso di cacciavite sulla tempia che ha un suo preciso significato, altri si stanno toccando gli attributi, qualche signora dice che proprio ora che è diventata capufficio o dirigente proprio non le piace questa prospettiva.
I ragazzi e i bambini mi guardano e restano senza parole, forse pensano che sono pazzo o che l’ho sparata grossa.
Il futuro? Scrivere un romanzo, ci vuole tempo e solitudine. Oppure. Oppure fare il ristoratore ad Oslo, o a Milwakee, oppure in qualche città della Cina che non hanno ancora costruito ma che tra sei giorni sarà già lì, con cinque milioni di abitanti, le macchine e tutto il resto, e cucinare pasta coi ricci, sarde a beccafico, spatola impanata, polpette col sugo di estratto, e cassate e cannoli da farci venire il diabete, a chi se le mangia. E sperare che i  miei figli (ops, il miei non è da intendersi in senso possessivo, ma solo attributivo) ci restino per un po’, in quelle città, e non mi costringano a lasciare il ristorante così presto, che poi ve lo immaginate di entrare in un ristorante all’estero che si chiama “Quattru seggie- sapori delle Madonie” e poi scoprire che lo
gestisce un norvegese, un messicano americano o un cinese?
 


lunedì 8 febbraio 2010

mi avevano avvisato



 



E io che sono solitamente impermeabile ai consigli, non li ho ascoltati. E dopo più di tre ore, mi sono detto che ho fatto bene
a non ascoltarli. Mi avevano avvisato, i soliti cinefili snob dal sopracciglio tremulo. Non andare a vedere Baaria. E non ci sono andato, anche perchè per ora mi ha preso una cinepigrizia indescrivibile. Però. Però l'ho noleggiato questo weekend, e me lo sono sorbito, diviso in due tranches, tra sabato e domenica. Dico subito che lo rivedrei, che ho visto la versione in dialetto siciliano, e che è piaciuto non solo a me, ma anche alla medmoglie, la quale ha un parametro di valutazione inequivocabile: se il film non le piace non è che si incazza o protesta, semplicemente si addormenta. E la sua palpebra è calata inesorabilmente su pellicole che invece pensavo le sarebbero piaciute. Durante Baaria, la palpebra non è scesa, anzi.

Perchè ci è piaciuto; non si può dire che la trama sia avvincente, anzi, però il modo con cui è raccontata, quello ci ha preso. E poi è un film inequivocabilmente siciliano, questo ne sono certo.



In subordine a questa informazione, visto che si parla di cinema, e visto che si vede una mucca, il progetto
vadopazzoperlevacche va avanti, cliccare il link per scoprire a che punto è.  

Ah, il regista cerca sponsor, questo lo scrivo.




 

venerdì 8 gennaio 2010

qui non si parla di tifo, difterite o scarlattina

 













Ma semplicemente di come sono bravi gl'Italiani, quelli veri, che come è noto vivono oltre il Po, a scassarci la minchia a quelli che sono diversi. E non sia mai che questi diversi siano pure terroni. Il colmo sarebbe pure che si permettano di parlare, di esprimere un'opinione. E quindi, siccome non sono interista (nè milanista nè di nessun altro colore sportivo), per qualche giorno sarò nero, come lui, e come l'altro, che pur non essendo nero era drammaticamente terùn, e scassarono terribilmente gli attributi pure a lui.

lunedì 14 dicembre 2009

schifoso dietrologo







Ecco, qualcuno penserà che sono appassionato di sesso anale. Ma non è così. Sono uno schifoso dietrologo, nel senso che quando vedo sangue e gesti barbari, mi viene da pensare sempre "cui prodest?".

Il dietrologo allora sale, anzi salta, in cattedra. a quattro mani, che il dietrologo è sempre curioso e dannoso come una scimmia. Come un gorilla di stazza media, nel mio caso. (a proposito, che facevano ieri i corrucciati gorilla auricolarizzati del premier? sorbivano una cioccolata calda al Bar Motta?)

Secondo me, e chi perdona i peccati di pensiero mi perdoni (o no, me ne frego), il souvenir non è una via d'entrata nella spirale di violenza anti mister B, ma la via d'uscita. Ecco, la via d'uscita. Che siccome si capisce da un pezzo che le rotelle non gli girano più col turbo come una volta, qualcuno gli avrà detto: non ti dimettere, faresti una figura del menga, ma. Ma, se si tratta di sicurezza personale, puoi farti da parte. C'è un grande centro pronto a raccogliere quello che Mr. F sta zappettando da un bel pò. Quindi, Mr. B torna ad occuparsi solo (magari...) degli affaracci suoi, segnato irreparabilmente dal vulnus facialis, mentre Mr. F con Mr. C e Mr. R si fanno un bel grande centro biancogrigio, e amen.

E la lega,se lo piglia nel c. Ah, maniaco che non sono altro! Dietrologo!

venerdì 8 maggio 2009

veronica e la fisarmonica


Veronica!

Suona la fisarmonica

Mediatica.

Emette lai e bai,

L’onore è ferito

Mentre quel bel tomo,

del berlusca marito,

Combina guai.

Festeggia la minorenne

tocca il cul all’ottantenne.

Si farebbe la Tatcher

dentro il freezer.

Papi si fa chiamare,

l’arzillo tombeur!

Regala brillanti,

promette roboante

"Seggi Assicurati"

nei vari parlamenti

a veline, tronisti e cantanti.

Veronica!

Butta la fisarmonica:

Prendi un martello

e un mattarello,

rompili in testa a quello,

bellimbusto e porcello.

Tutto ha una ovvia causa

la sua è l’andropausa.

mercoledì 29 aprile 2009

al referendum, al referendum



Al referendum potremo votare anche per l'abolizione dell'influenza suina, oltre che per l'abolizione del porcellum? E poi, possiamo votare per l'abolizione dei referendum? E possiamo votare per l'abolizione del voto? Mi arriva una nota dell'Ans(i)a che mi informa del fatto che il Presidente vota sì, soprattutto per l'ultimo. Me ne arriva un'altra che mi informa del fatto che il ministro del welfare ha cambiato il nome all'influenza suina, ora si chiama nuova influenza, tra qualche giorno si chiamerà libertà dall'influenza o influenza delle libertà. Il portavoce Cape Zone ci informa che troppa libertà provoca influenza. Lo dice lui che non si lascia influenzare dal Presidente antivirale. Il motto della imminente campagna elettorale: una supposta avvolta nella velina per tutti!

mercoledì 8 aprile 2009

Onorevole Erode


Caro Onorevole Erode, caro Senatore Erode, caro Ingegnere Erode, caro Costruttore Erode, caro Funzionario Erode, caro Ispettore Erode, cari Voi che non avete controllato, deciso, autorizzato, verificato, tranne che al momento di chiudere un occhio e aprire una tasca per infilarvici dentro una luminosa mazzetta, vi domando: che civiltà è. che stato è. che progresso è.


Che civiltà è quella che chiude un occhio e lascia distruggere il proprio futuro, non curandosi della sicurezza di tutti quei giovani ( e magari anche figli vostri, oppure li avete mandati in Svizzera, a studiare) lasciati al proprio destino in una casa dello studente costruita con la polvere. Una politica che non protegge adeguatamente chi sta sacrificandosi allo studio, per costruire il futuro della nazione, non è  degna di presentarsi a sbraitare arrogandosi consenso davanti a noi.


 

domenica 22 marzo 2009

e se un giorno arrivasse la banda



 


 


 


Si parla d'Israele, si parla di arabi, si parla di uomini, donne, deserto e sentimenti. Un gruppo bandistico di Alessandria d'Egitto, splendidamente naif nella sua uniforme azzurro cielo, viene scodellato in un aeroporto in terra d'Israele. Non c'è nessuno ad attenderli, il direttore della banda è un uomo pratico, anche se di pronunzia non perfetta, chiede informazioni sui bus per raggiungere la località che li attende e ovviamente finisce in un non-luogo in mezzo al deserto, abitato da esseri  che sembrano presi da una collezione di casi quasi umani. La musica, e la semplice lingua delle emozioni aiuteranno questi musicisti prestati alla polizia egiziana a entrare in relazioni più o meno profonde con gli abitanti del posto, che li ospitano per una notte, in attesa del bus che l'indomani li porterà alla giusta destinazione. La notte. Piena di chiaroscuri, di bagliori nostalgici, di quella forte sensazione che ti fa dire "una cosa del genere è successa anche a me". La pellicola è realizzata con affetto, senza chiasso inutile, con una fotografia che si staglia contro il deserto fisico, facendo risaltare il miliardo di mondi nascosti dentro ogni uomo.Sembra che non accada nulla, invece non è così. Allora, piazzatevi davanti al vostro televisore, accendete il dvd, tiratevi sopra una copertina di pile che aiuta,  e viaggiate nel flashback emozionale. Il regista è Eran Kolirin , il film è del 2007 e si intitola La banda. A me è piaciuto ( ma sono di gusti facili).

lunedì 16 marzo 2009

Senza peluche



Si sa, esiste la sindrome da spogliatoio. Consiste in una drammatica riduzione dell'autostima quando, in palestra, ad allenamento terminato, i masculi vanno nello spogliatoio dei masculi e lì si denudano. E magari ci si guarda anche lì, proprio lì, per vedere se la propria dotazione di attrezzi è nella media. Spesso è sotto la media, ma bisogna anche considerare che col passare del tempo un pò s'atrofizza, tranne poi tornare ad essere efficace quando serve, ma questa è un'altra storia. Infatti non voglio parlare della sindrome da spogliatoio, e tuttosommato posso dire che non sono depresso, almeno non per questo motivo. Succede che mi sono accorto che i masculi, quelli giovani e ancora scalpitanti, hanno iniziato qualche anno fa un processo di depilazione progressiva. Praticamente, alcuni anni fa cominciarono con le gambe, ed io pensavo che in fondo, essendo ciclisti o triathleti, quei bravi ragazzi si depilavano le gambe per essere più aerodinamici (o idrodinamici). Poi, dopo qualche anno, i miei compagni di spogliatoio, seppure cresciuti di qualche anno ma sempre molto più giovani di me, si sono rasati il petto, le spalle e le ascelle. Vabbè, ho pensato io, evidentemente il torace villoso non va più di moda,  e le giovani compagne dei miei giovani amici hanno chiesto ai loro masculi di deforestare la parte superiore del tronco. Però l'ultima evoluzione proprio non me l'aspettavo. Una massiccia defoliazione pure lì, si lì. Insomma, in quella zona del corpo che normalmente è contenuta dentro gli slip. Che quei due l'altro giorno mi sono sembrati due bambolotti porno-ken, e gliel'ho anche detto. In effetti, siccome quei due hanno il phisique du role, ho anche pensato che fossero stati arruolati nel giro del cinema hard-core. E gliel'ho chiesto. "alle nostre compagne piace così" hanno risposto prima l'uno e poi l'altro. E pensare che mi sono fatto crescere le basette.

lunedì 9 marzo 2009

match point (il culo aiuta, una luparata risolve)


Un pidocchio arrinanzato, che campa facendo l’istruttore di tennis per ricchi londinesi annoiati ha una improvvisa botta di culo che cambierà la sua vita scarsa.

Infatti conosce un giovane ricco, figlio di un finanziere ricchissimo, tutteddue sembrano finocchi per come si sussurrano i loro interessi intorno alla letteratura e alla musica lirica, ma non lo sono. Un giorno il picciotto ricco invita il pidocchio a teatro, e nel palco di famiglia la sorella minchiona del picciotto ricco comincia a taliare il maestro, e talìa che talìa si innamora di lui. Poi si vasano e si fanno ziti. Il padre ricco decide che questo pidocchio deve trovarsi un lavoro come si deve, e quindi lo infila in una delle sue società, non per merito, ma per raccomandazione, a pedate nel culo, e ci dà stipendio, autista, potere e soldi.

Il pidocchio si fotte la testa, è chiaro. Un giorno escono insieme il pidocchio parvenu, la sua zita (la figlia del finanziere), il fratello della zita (che poi è l’altro figlio del finanziere) e la spettacolare zita di lui, una americana aspirante attrice in via di fallimento, interpretata da Scarlett Johansson, bona che fa arrizzare le carni, e anche qualcosaltro.

Si sa, u’sticchiu è duci e a minchia jetta vuci, così il pidocchio si vuole fare l’americana bona a tutti i costi. Quella in fondo è un poco buttana, e chiaramente mira a un ganzo ricco per sposarselo e sistemarsi. Prima fa la profumiera, e non gliela dà, poi un giorno di vacanza che piove in campagna si ingroppano come conigli in mezzo alle frasche bagnate.

Nel frattempo però il pidocchio si è maritato con la figlia locca del finanziere, e questa spinna per avere un picciriddo, però gli spermatozoi del pidocchio sembrano non funzionare. Ma quando mai, funzionano, e poi scopriremo come. Intanto il cognato del pidocchio lascia l’americana bona, e si marita con un’altra, e subito stampa un figlio. C’è da dire che alla suocera del pidocchio l’americana bona ci stava sullo stomaco, aveva perfettamente capito che quella era una buttanella in cerca di minchia e piccioli, e quindi stà suocera è felice che il figlio si maritò con un’altra. Intanto il pidocchio si intrippa dell’americana, e ogni momento è buono per scopare, finchè questa resta incinta: quindi i suoi spermatozoi funzionano! Dopo però resta incinta anche la moglie del pidocchio, il quale se prima pensava di fanculare moglie cognato e suocero per seguire il profumo di feromoni dell’americana bona, ci ripensa e cerca di mettere in atto manovre elusive dalla bionda americana, che ormai s’è messa in testa che il pidocchio deve lasciare la moglie moscia e ricca per andare a fare una vita da miserabile con lei.

Il pidocchio allora, che si sta cacando sotto perché non vuole fare uno scandalo e non vuole rinunziare al lavoro facile nella società del suocero, decide di risolvere la situazione a modo suo. Acchiappa una scopetta a casa del suocero, la smonta, la mette nella custodia della racchetta da tennis, va a casa della bionda americana, già che c’è ammazza una vecchia che l’aveva visto fare il cascamorto con l’americana e inscena una rapina a casa sua, e appena l’americana bona incinta esce dall’ascensore lui, senza dire né schì né passa ddà ci spara una luparata in faccia e la stende. Poi se ne va, va a teatro con la moglie come se niente fosse. Di notte ha un incubo, e vorrei vedere, dopo avere accoppato due donne.

La polizia indaga sul duplice omicidio, e tenta di incastrarlo perché la buttanella bionda aveva un diario su cui scriveva il perché e il percome si scopava al pidocchio. Ma il culo salva il pidocchio. Infatti un anello della vecchia che lui ammazza come antipasto, trafugato dal pidocchio nella messinscena della rapina non finisce nel Tamigi insieme ad altre cianfrusaglie, ma viene ritrovato in saccoccia ad un drogato rapinatore, a sua volta fatto secco da un affettuoso collega tossico. Quindi la polizia dà la colpa al drogato, e il pidocchio la fa franca.

Tutti vissero felici e contenti, tranne la vecchia e la bionda, decedute per intossicazione da piombo. Che minchia c’entra il titolo match point? Dovete vedervi il film, se non l'avete già fatto. A me è piaciuto, la Scarlett mi piace sempre, tutti gli altri sono perfetti per sembrare quello che sono, cioè londinesi ricchi e annoiati.

mercoledì 18 febbraio 2009

bravo, bravi ma vaffa...


Bravi, bravi, bravi tutti, i compagni. Continuando di questo passo, e la voglia di distinguo è tale e tanta che continueranno di questo passo, per leggere i risultati del PD alle prossime elezioni ci vorrà il microscopio elettronico.


Bravo, bravo, non so, er mitico Warter. Almeno uno che si dimette, mica Villari!


Bravo, bravo, bravo, già, bravo Roberto Benigni: mitica la battuta su Mina che manda solo filmati come Bin Laden; eccezionale nella difesa dell'amore. Punto. Perchè l'amore (per chi ci crede, ovvio) è un sentimento, il resto sono solo convenzioni sociali.


venerdì 6 febbraio 2009

armi di distrazione di massa



Cosa fa il premier, spalleggiato dal governicchio intero, per distrarre l'attenzione degli italiani dai seri problemi causati dallo squagliarsi della bufala della finanza creativa.? Guai a pensare alla crisi, potrebbe esserci il pericolo che la plebe inizi a risparmiare e a non comprare più alle televendite spernacchiate sulle reti di sua emittenza. Usa armi di distrazione di massa, costringendo i telegiornali a parlare per quindici minuti del fatto che è obbligatorio tenere in vita un corpo che la vita ha abbandonato già da tempo. Un decreto! Si stabilisce l'obbligo a imputridire in un letto per decreto. Il governo labrador prende l'osso e lo deposita ai piedi del vaticano, che da giorni latrava intorno al fatto che nessuno può decidere di morire se quella che vive non è più vita. Seconda bordata di missili con l'approvazione del decreto sicurezza: se vorranno, i medici potranno denunziare gli extracomunitari che si dovessero rivolgere a pronto soccorso e ospedali. Qualcosa non mi quadra: chi vorrebbe essere curato perchè sta male non può essere curato, anzi rischia di andare in galera, invece chi vorrebbe smettere di soffrire è condannato alla esistenza vegetativa obbligatoria.


Piove, governo labrador!