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mercoledì 1 settembre 2021

questions

 In my confused dreams, for some time, there is a broken mirror. And in mirror my reflection. Broken it too. Humiliated, tired, disappointed, scarred. I was right, instinctive, kind, direct. More than usual. But in the wrong way. How do you correct the shot? How do you know when you are with the kind person that repays your kindness? Someone would answer: Doing good without expecting anything in return. Totally Free. I answer too. Fuck you. When are you going to stop being humiliated? Now I get the pieces, and put them back together. Perhaps I can.


Ink and gold paints illustration Broken Mirror.

🎧 Untitled #1. Spain.

domenica 17 aprile 2016

a possibile failure



Ma che titolo ha? Che libro è? Di cosa parla? Chi l'ha scritto? Di chi è la copertina? Che carta han usato?

A lei non interessa rispondere alle domande, né porne a sua volta. È l'impossibilità d'esserci per un'altra, ma anche per sé stessa, l'impossibilità di comunicare veramente sia con gli altri che con sé, l'impossibilità di distinguere fra reale e ideale, fra dato fisico e la sua proiezione mentale, fra la considerazione che altre persone han di lei, quella che pensa che le altre abbiano e quella che ha per se stessa (I get this cynicism).

Non ha una storia piana, richiede attenzione, gioca e ti chiede di giocare, di abbandonarti, di travalicare confini fra detto, non detto, immaginato, pensato, fra razionalità e irrazionalità, sogno (ma dorme?). Non c'è dialogo se non contatto d'occhi, e se per certi versi ci può essere una vicinanza rimane comunque sempre maggiore la distanza.

È cronaca di abitazioni che non può (o non vuole) abitare, da cui partire e a cui tornare, case, appartamenti e sì, corpi: corpi in cui entrare, da cui uscire, gambe che guarda allontanarsi, natiche che non vedrà mai più; non può far altro che usare il pensiero, razionalizzare o sognare, discutere o rimanere in silenzio senza essere capaci di abitare davvero, di vivere i luoghi e le persone, persino le pagine.

Torna al titolo, e le sembra che tutto ruoti intorno alla parola, la parola che si fa tramite tra impossibile e esistente (esiste, no?), che dunque in quel tramite trova una possibilità di esistenza, forse, che dall'impossibilità l'unico modo di comunicare con questo mondo è immaginarsi possibile, come la via da percorrere per andar via, ché tutti lascia andare e mai va, il via, impossibile.

L'impossibilità scritta non è forse un po' meno impossibile? Esisterà il suo autore? Esisterà la sua storia, scritta, letta e capita? Quante domande inutili.

Pagine bianche. Da riempire. O da lasciar bianche. Tra parentesi. Chissà.


martedì 1 marzo 2016

Once I was the Dreamer



Once I was the Dreamer

Now my dreams are past and gone

like the Waves along the Shoreline

to the Isle that is no one


Ho deragliato. In un crescendo d'esplosioni, ebbra di gioia e cupa di disperazione, sgorga l'urlo liberatorio e frano. Sempre più in basso. So, son certa, ci sarà un appiglio, ma lo evito accuratamente. A volte è bello ignorare la salvezza. Ci si sente liberi di rovinare. Free from their disillusioned minds. Fra eterne contraddizioni all'ombra di qualche rassicurante sostegno esterno. S'assottiglia l'enfasi in un dolce, tragico finale, quasi ricamato finemente, su stratificazioni e stratificazioni di dolore reale o immaginario. È un arabesco onirico, preludio alla drammatica impennata, una elastica, cadenzata ultima fuga. Dopo l'eccitazione la rasserenante caduta.


Solo recitando la propria infelicità si può superarla.

Elias Canetti.




sabato 8 agosto 2015

Ci sono.



Ci sono genti che son fatte per ascoltare gli altri. Sicuramente non per parlare di sé. Risultano insicure, poco incisive e malferme nelle intenzioni, cosicché per nulla comprensibili e facilmente fraintendibili. Tutto ciò che direbbero potrebbe essere usato contro di loro. Se proprio sentissero il bisogno di esprimersi, lo facciano con l'impiego di un avvocato. Lui saprebbe, lui potrebbe, lui dovrebbe. Parlare per voi. Dire, forse in maniera non giusta, ma corretta. Forma. Non sostanza. Apparenza. Non sostanza. Inganno. E sostanza. Lui parla. Tu annuisci. Quando sarai stanca, spegnilo. E accendi musica. Funziona.



Ci sono genti che crescono sentendosi dire che son sbagliate, che non son fatte nel modo giusto, che non parlano nel modo giusto, che non si comportano nel modo giusto, che non pensano né agiscono nel modo giusto. Superano prove sempre nuove, ostacoli sempre più alti, ma solo per caso. Non credono di farlo in virtù delle proprie capacità, del proprio talento. Vanno avanti, come espressione vivente di uno sbaglio finendo coll'autoconvincersene. La voce. Saprebbe, potrebbe, dovrebbe. Parlare per voi. Agire per voi. Pensare per voi. Suono. Non sostanza. Aria. Non sostanza. Burla. E sostanza. Parla. Tu annuisci. Quando sarai stanca, spegnila. E accendi musica. Funziona.




lunedì 13 aprile 2015

incomunicabilità

Non posso obbligarti a non conoscere, trovare il nuovo, guardarlo, considerarlo interessante, bello, volerlo, prenderlo. Non posso costringerti a non guardare. Ma vedi? Capisci? Senti? Come in un paese straniero in cui si parla una lingua incomprensibile, costretti a fermarsi a guardare le labbra, quel movimento impercettibile di lingua e denti, gola e palato, i suoni senza senso, i sensi senza suono. Muti e sordi come in una apocalittica atmosfera, chiusa da oscure minacce, angoscianti giochi a tradurre gesti ed espressioni di visi estranei, imperscrutabili e poco familiari. È un gioco assurdo. L'una ha conseguito studi legati alla comunicazione, ma nulla sa, l'altro è istrione e brillante, e tutto sa, e nulla possono per avvicinarsi ai rispettivi linguaggi. Seguono rimpianti e recriminazioni, enigmi irrisolti e cupo erotismo. Censura. Taglio. Inopinato cambio di set. Fine.




venerdì 1 agosto 2014

anal-tema

Sto procedendo a marcia indietro da un po'. E, devo dirlo, mi si confà. Tanto. È come un pezzo musicale suonato al contrario. Non lo riconoscereste, ma intanto sembra avere un senso. Tanti. Parto mescolando direttrici diverse, evolvo e mi ritrovo ad essere una realtà di maggior spessore. Incredibile. Parecchio. Enfasi frapposta a un enigma. Dagli esordi fino al prologo. Un Suono ch'è graduale tanto da sembrare Silenzio.
Non c'è nessun punto fermo tranne quello alla fine di ogni espressione facciale. Prima c'erano righe rughe, ora punti nei. No, non l'ho messo il cuore. C'è qualcos'altro che pulsa e dà vita a una delle più imprevedibili metamorfosi di corpo e corpo. Sto ascoltando insieme Cradle of Filth e Porcupine Tree. Nessun biasimo d'anima perduta nel bellissimo rituale - sacro e barbarico - tetro e ferale. Tutto molto immediato. Laido. Sbraitato. Bollente. Perché ghiacciato.


giovedì 24 aprile 2014

questioni. capitali.



Sto vivendo un'avventura al di fuori di me. L'atmosfera è quella ideale, particolare e comune. L'affinità muta. 'Non parlare'. ''Non rivestirti''. Così dirimo i conflitti. Quelli tragici. Quelli leggeri. Sempre di contrasto tra persuasione e retorica si tratta. Spesso solo confronto tra teoria e pratica, essere e divenire. Io la so fare la verità, basta che cambi pelle, basta che mi faccia fuori da sola. La frattura interiore è inevitabile. Il flusso continuo.

Parto. Durante il viaggio rammento vita, precedente. Sgomento. Scruto, scivolo attraverso le fessure del generale stato di decadenza, mi avvito su me stessa o, più facile, rimango inerme, parte di un insieme, un tutto di autosufficienza. Qualcosa mi divide da me e dalla me passata. Qualcuno, meglio. Mi scatena, opera cesura. Abisso sotto. Sopra essere ammalato. S'illumina, improvvisa al contatto con l'altro. E lì si realizza dicotomia: realtà, possibile. Prima, dopo. Si ripete, sempre: ieri dall'altro ieri. Oggi da ieri. Domani da oggi.

'Le attuazioni mi attraggono sempre molto meno che le cose inattuate, e con ciò non intendo soltanto quelle del futuro ma altresì quelle passate, mancate'. Robert Musil

domenica 1 gennaio 2012

concorro?

Barney Mayerson si svegliò con un mal di testa fuori dal comune, per scoprire che si trovava in una camera da letto nient'affatto familiare in un appcon nient'affatto familiare. Al suo fianco, con le coperte che le arrivavano fino alle spalle nude e lisce, continuava a dormire una ragazza nient'affatto familiare, che respirava lievemente con la bocca, i capelli una matassa di bianco cotonato.

Si alzò, giù le gambe penzoloni fuori dal grande letto. Si issò a fatica e, nell'atto di grattarsi, si accorse di aver indosso uno strano slip nient'affatto familiare. Un pensiero compiuto o in via di risoluzione riuscì a far capolino nella nebbia fitta che non c'era speranza si diradasse. Come era finito lì? In seguito, quasi sicuramente, si sarebbe fatto largo l'altro, quello importante e serio: chi diavolo era la bambola?
Intanto bisognava adempiere a un bisogno primario, vitale e procedere con lo scarico di tutti i liquidi in eccesso. Sì, facile a dirsi. Dov'era il bagno? A tentoni, scansando tacchi, bottiglie vuote e... maledizione, si morse il labbro a sangue per non urlare a squarciagola. Il suo piede, cornice in pezzi, urto, dolore lancinante e imprecazione, in un tutt'uno gli spalancarono occhi e mente. Una lunga pisciata per cacciar fuori i dubbi e far posto alla coscienza sobria. Fu sull'ultimo getto e successiva scrollatina che credette di ricordare. Gli occhi strizzati in una minuscola fessura come per concentrarsi meglio. Nel muro scrostato sopra il cesso una bella scritta a caratteri cubitali, rosso scarlatto, recitava: puttane e grandi poeti dovrebbero evitarsi - le loro professioni sono pericolosamente simili. Rivelazione abbagliante l'immagine abbastanza chiara: la ragazza che ammirava la sua opera. La sfogliava, se la portava al petto come a proteggerla o farne scudo, faceva per riporla, ma poi ci ripensava. Era nell'angolo più buio della libreria. Lo squarcio ocra che penetrava dal lucernario donava una sfumatura caldissima ai capelli lisci, sottili che le accarezzavano le spalle. Un ciuffo ribelle svolgeva in avanti e si poggiava delicatamente a incorniciarle il profilo, poi si nascondeva nella generosa scollatura, muovendosi a ritmo col suo respiro. Un vertiginoso stacco di gambe. Un abito morbido che la avvolgeva e la disegnava. Sarebbe rimasto lì ad ammirare la ragazza che ammirava la sua opera per ore, per anni, per secoli. Ma, diavolo di un indeciso, bisognava farsi avanti, smetterla una buona volta di giocare al peg solitaire. Quella dama era lì per lui, prossima mossa saltare due o tre pedine ai bordi che attendevano un suo autografo e puntare al centro del tavoliere. Era il giorno in cui avrebbe mangiato. Il suo ideale femminile era lì a un quadrato di mattone da lui. Ora la vedeva bene. Più alta, lo superava di dieci centimetri. Più magra, rientrava nella categoria pesi leggeri. Più scura, un incarnato stupendamente mulatto che cozzava con la chioma chiara. Intorno buio. Si sentiva osservata, sicuro. Se avesse aspettato ancora, si sarebbe fatta notte, possibile. Si voltò, necessario. Il ciuffo rivelò uno squarcio profondo all'altezza dello zigomo sinistro, sipario. La scena si aprì e si blindò. Il palco divenne di entrambi. I sorrisi, uno appena accennato, l'altro accentuato. Le mani, un paio nervoso e umido, l'altro insistente e avvolgente. Occhio verde di una tonalità intensa, ricci grigi e barbetta incolta. Naso affilato e capezzoli appuntiti. Libro sotto il braccio e via verso casa. Da te o da me? Fianco a fianco sull'acciottolato scivoloso. Tre traverse, un incrocio, trecento metri, strisce pedonali, verde, avanti, cancelletto grigio semiaperto, sentierino di ghiaia, chiavi, toppa, portone oro, subito a sinistra, porta bianca, aperta, dentro, chiusa. Lo spinse sul letto e cominciò a sfilare il poco che aveva addosso. In un attimo gli fu sopra e a lui che tentava di metter mano ai bottoni della camicia impedì ogni movimento. Faceva tutto lei. Era o non era una professionista? Ci sapeva fare sì. Tentò più volte di parlarle, di chiederle, di sapere. Era uno sforzo inutile in cui, lo capì, si sarebbe consumato. Rinunciò volentieri. La bocca, la usava, sicuro, ma per tappare la sua, mordere e succhiare. Gli si avvinghiava più stretta, gli bloccava la lingua e introduceva la sua in un vorticoso dentro e fuori che riusciva a provocargli un piacere quasi disumano. Le mani, poi, sapientemente dosavano carezze e strette improvvise come per prelevare e immagazzinare dati, studiare e misurare a millimetri pelle, muscoli, ossa. Giocava bene. Ma, si capiva, non conosceva fatica, regole, né tempo, tesa e disponibile a ricominciare subito dopo ogni amplesso, complice una suadente Janis Joplin che dettava ritmo e resistenza. Unici intervalli concessi tre dita di whiskey senza ghiaccio e canna per due. Quando avesse sorbito l'ultimo goccio, quando l'ultimo tiro, non l'avrebbe ricordato se non nel momento in cui, schiacciato contro il muro, tra il lavandino e la finestra, ormai dissolti i fumi di alcol e droga, non avesse avvertito lancinante e bruciante una deflagrazione all'altezza del basso ventre, ormai bluastro, quasi nero, ricucito alla meglio… Sarebbe rimasto lì ad ammirare l'opera per ore, per anni, per secoli.


Cos'è? Un gioco… esperimento in Lankelot