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mercoledì 11 giugno 2025

Follemente (2025)

Qualche sera fa, su richiesta del Bolluomo, abbiamo guaradato Follemente, diretto e co-sceneggiato dal regista Paolo Genovese, disponibile da poco su Disney +.


Trama: al primo appuntamento, un uomo e una donna devono fare i conti con le rispettive personalità e gli imput contraddittori delle"voci" nella loro testa...


Non temete, il Bolluomo non è impazzito e nemmeno io. Il fatto è che lo porto al cinema praticamente una volta alla settimana e, per un lungo periodo, tutti il film che guardavamo erano preceduti dal trailer di Follemente. In effetti, detto trailer invogliava: Follemente era chiaramente ispirato ad Inside Out, con le "personalità" nella testa dei due protagonisti impegnate a risolvere tutti i problemi legati a un primo appuntamento, o a complicarlo ulteriormente, e c'erano un paio di gag divertenti che facevano ben sperare. Ci siamo guardati bene dallo spendere soldi per vederlo al cinema, ché dopo tanti anni un po' di istinto l'ho affinato, ma quando è stato disponibile su Disney + (che, peraltro, ha co-prodotto il film) ci siamo buttati, e abbiamo capito che tutto il buono di Follemente, salvo forse una sequenza, era contenuto nel trailer. L'ultimo film di Paolo Genovese è un'ora e mezza di canovaccio esile tirato per le lunghe, tanto che, alla fine, sembra di essere rimasti seduti sul divano per tre ore. La sceneggiatura, scritta a dieci mani, è la summa di tutto ciò che ha rovinato il cinema italiano a partire dall'anno di uscita de L'ultimo bacio, con l'aggiunta di dialoghi che sembrano scritti da un algoritmo, tanto sono innaturali da sentire pronunciare, e con almeno una gag presa direttamente da un meme di Internet. "Quante volte si può essere imbarazzanti in una vita?", chiede una delle "voci" nella testa di Lara, impegnata nel primo appuntamento con Piero. La risposta non la so, ma ho perso il conto di quanto mi sono sentita imbarazzata io nel guardare Follemente e l'interazione tra i due tipici archetipi borghesi dalla commedia/dramma nevrotica nostrana. Lei è, ovviamente, una matta umorale dalle idee femministe e con hobby non convenzionali, con un disperato bisogno di caz... di essere capita e accettata da un uomo capace di "normalizzarla"; lui è Edoardo Leo che, da Smetto quando voglio, fa sempre il solito personaggio di maschio sfigato, maniaco del controllo, goffo e pseudo-intellettuale con un disperato bisogno di fig... d'affetto, perché nonostante tutti i suoi difetti sarebbe un padre esemplare e un marito perfetto, se solo esistesse una donna (non la ex moglie stronza, ovviamente) capace di sopportarli e, magari, arricchirgli la vita con qualche "stranezza" atta a farlo uscire da un guscio che gli sta sempre più stretto. Il film è costruito sull'unità di tempo e di luogo che è l'appuntamento tra Lara e Piero, e hai voglia a rendere interessante una serata tra disagiati che devono ancora conoscersi, anche introducendo il monotono paesaggio mentale dei due protagonisti, abitato dai quattro aspetti che li governano.

Se si fosse dato più spazio alle personalità all'interno della mente dei personaggi, se ci si fosse impegnati a lavorare di scenografia e regia per rendere il "luogo" in cui vivono un minimo interessante, particolare e fantasioso, FORSE il film sarebbe stato molto più interessante, perché anche a fronte della banalità dei quattro differenti aspetti (ego, superego, id e... boh, la principessa disneyana per Lisa e il babbalone sensibile per Piero?), le interazioni tra di loro sono talvolta divertenti. Dico forse perché, purtroppo, il terzo atto del film è una gigantesca sega mentale in cui i due protagonisti devono decidere se passare assieme la notte nella stessa casa e, magari, anche il mattino e il pomeriggio successivi (rinunciando, oddio, alla propria libertà, ai programmi per la giornata!!!), ed è una decisione talmente dirimente, per la loro felicità futura, che arrivano a discuterne assieme persino le rispettive personalità, incontrandosi. Ora, Cristo, io sono sicuramente l'antiromanticismo fatto a persona, ma non credo che tornare ognuno a casa propria dopo un (imbarazzante, irreale) amplesso da primo appuntamento significhi che non ci si rivedrà mai più e che la nostra vita sarà quindi segnata da solitudine ed infelicità perenni. Ma, ovviamente, i personaggi di Follemente non sono persone normali, sono bambini quasi quarantenni lei e ultracinquantenni lui, che al primo appuntamento parlano già di figli e matrimonio, alternando dialoghi di una stupidità rara e filosofia da Bacio Perugina, scomodando qui e là Calvino, Che Guevara e Carla Lonzi e io, scusatemi, ma mi sono rotta le palle di una distribuzione italiana e di un sistema di finanziamenti che premia questa sciatteria e condanna all'oblio opere innovative come La città proibita di Mainetti. Spezzo una lancia solo per gli attori. Edoardo Leo e Pilar Fogliatti, poveri Cristi, non è che possono cavare sangue dalle rape, e cercano di interpretare i loro personaggi improbabili al meglio, mentre il resto del cast (nel quale spiccano Giallini, Santamaria, Lastrico e Papaleo, la mente maschile, più varia e divertente nelle interazioni rispetto a quella femminile) approfitta della possibilità di estremizzare le caratteristiche dei vari stati mentali, con risultati sicuramente migliori. Probabilmente, sono io ad avere un problema con questo tipo di film italiani in generale e col sopravvalutato Paolo Genovese in particolare, ma non riesco proprio a consigliarvi di guardare Follemente. Piuttosto, come ho detto a un amico su Instagram, mettete il trailer in loop per un'ora e mezza, tanto la ciccia è tutta lì.

P.S. A proposito di ciccia. La cena inizia con le lasagne, continua con una focaccia (Ma la focaccia??? Per secondo, dopo le lasagne???!!), prosegue con una vaschetta di gelato a settecento gusti diversi, uno per ogni cliché, e si conclude con una pasta aglio, olio e peperoncino? Ma a voi vi camallano, che pesantezza!!!


Del regista e co-sceneggiatore Paolo Genovese ho già parlato QUI. Edoardo Leo (Piero), Marco Giallini (Professore), Rocco Papaleo (Valium) e Claudio Santamaria (Eros) li trovate invece ai rispettivi link. 

Claudia Pandolfi interpreta Alfa. Nata a Roma, la ricordo per film come Ovosodo, Auguri professore, La prima cosa bella, La profezia dell'armadillo, Tutta colpa di Freud, Il ragazzo dai pantaloni rosa, e a serie quali Amico mio, Un medico in famiglia, Distretto di polizia. Ha 51 anni. 


Vittoria Puccini
interpreta Giulietta. Nata a Firenze, la ricordo per film come Ma quando arrivano le ragazze?, Baciami ancora, Tutta colpa di Freud, The Place e serie come Elisa di Rivombrosa. Ha 45 anni. 


Pilar Fogliati
, che interpreta Lara, è stata la doppiatrice italiana di Ansia per Inside Out 2 mentre Emanuela Fanelli, che interpreta Trilli, era la fruttivendola Marisa di C'è ancora domani. ENJOY!


venerdì 19 gennaio 2018

Perfetti sconosciuti (2016)

E così ci sono cascata anche io. Qualche sera fa hanno passato su Canale 5, in prima serata, il film Perfetti sconosciuti, diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Paolo Genovese e, spinta dall'entusiasmo di chiunque (o quasi) lo avesse visto ho deciso di piazzarmi sul divano e dargli una chance...


Trama: Sette amici si ritrovano a cena e decidono di fare un gioco: tutti loro dovranno lasciare sul tavolo i cellulari e leggere ad alta voce eventuali messaggi, oltre a rispondere alle chiamate in viva voce. Ovviamente nel corso della serata verranno fuori segreti inconfessabili...


Prima di addentrarmi nella "recensione" di Perfetti sconosciuti, permettetemi di spendere due parole sulla TV italiana e sulle condizioni dello spettatore medio, trattato al pari di un bibino. Nel 2016 quasi tutti i premi importanti dei festival italiani (David di Donatello, Nastri d'argento, Globi e Ciak d'oro) sono finiti in mano a Perfetti sconosciuti e a Paolo Genovese, inoltre quell'anno il film è arrivato secondo negli incassi dei film italiani, subito dopo Quo Vado?. Mediaset, considerata la memoria da pesce rosso del 90% degli spettatori, ha scelto non già di sottolineare le due cose con qualche pubblicità ad hoc (chissene dei premi vinti da un film...), ma di far confezionare ai giornalisti del TG5 un paio di servizi dedicati alle cause di divorzio in Italia, sottolineando come ora le chat dei telefonini siano mezzi perfettamente legali per comprovare l'infedeltà e aggiungendo che "il film che andrà in onda stasera parla proprio di questo, GUARDATE PERFETTI SCONOSCIUTI". Oh, mica un servizio, eh. DUE. Uno alle 13 e uno alle 20, peraltro identici tra loro. Con l'espressione da "mecojoni" tipica di Michelle Obama ho pensato che il film di Genovese dovesse essere come minimo spettacolare visto anche che chiunque, su Facebook, ha cominciato a consigliarmelo nel pomeriggio, un po' com'era successo il giorno della prima TV di La grande bellezza. Giunto il momento fatidico, ovvero le ore 21.20 (come indicato in qualsiasi guida TV on line), mi sono messa sul divano e lì ho ricordato perché non guardo più un film in TV da anni: ho infatti dovuto sopportare MEZZ'ORA di Striscia la Notizia/Paperissima e altrettanta pubblicità. A quel punto stavo già schiumando come un Antico qualsiasi, finché il film non è cominciato alle 21.50... ed è durato dieci minuti, seguito da altri cinque minuti e fischia di pubblicità. In quel momento il mio livello di bestemmia era fuori scala e non posso negare che "forse" tutta 'sta camurria mediasettara mi abbia maldisposto verso un film che, porca miseria, si è rivelato nulla più di una commediola con settemila difetti anche a voler sorvolare sul fatto che metà degli attori biascica (sull'accento romano non mi esprimo anche perché a me personalmente non dispiace, tra l'altro il film è ambientato a Roma), cosa che mi ha costretta a chiedere a Mirco silenzio assoluto giusto per non essere costretta a mettere i sottotitoli.


Ma cosa c'è dunque in Perfetti sconosciuti capace di inchiodare alle poltrone un'intera Nazione, scomodare psicologi, mandare in sbattimento i giornalisti e generare un'infinità di remake all'estero? Boh, me fallit. Giuro, non capisco l'entusiasmo. Innanzitutto il film è assai simile al francese Cena tra amici (vi prego di non scomodare MAI più Carnage, grazie), con la differenza che nella commedia d'oltralpe gli amici cominciano ad insultarsi dopo un paio di minuti con dialoghi al fulmicotone che non mostrano il fianco nemmeno a un attimo di noia, qui prima di arrivare a qualcosa di "sostanzioso" passa un'ora in cui il massimo dell'orrore è scoprire che l'amico ciccio (Battiston, una spanna sopra gli altri attori) non viene invitato alle partitelle di calcio oppure stilare il menu della cena, comprendente antipasto, gnocchi alla romana, polpettone e tiramisù, al quale immagino sia seguito Maalox per tutti perché alla faccia della leggerezza! Quando gli argomenti cominciano a farsi "consistenti" allora il film ingrana, ovviamente nella misura in cui mi consentirà d'ora in poi di mandare al Diavolo chi dovesse accusare gli horror di avere dei protagonisti cretini che fanno scelte insensate. Per esempio (e scelgo giusto il più eclatante), spiegatemi perché la mia suspension of disbelief non dovrebbe ridere in faccia a chiunque accetti che Cosimo, dopo che la merda ha già ampiamente colpito il ventilatore, decida di continuare il gioco rispondendo col vivavoce ad una chiamata potenzialmente compromettente. Ma al diavolo "il gioco", per cortesia! S'è già sfasciato un matrimonio per colpa dell'idea cretina della Smutniak, vuoi davvero dirmi che bisogna continuare a rispettare le regole? Alla faccia della scrittura facilona! E come "contrappasso" per un'unica sequenza davvero toccante e profonda, quella in cui si parla di "froci" e in cui un paio di personaggi scoprono la piccineria di coloro che pensavano amici da una vita, ecco arrivare la paraculata finale in pieno stile Sogno di una notte di mezza estate, durante la quale si arriva a "capire" la funzione di un'eclissi lunare altrimenti inutile, oltre che realizzata con photoshop. Insomma, un coacervo di banalità prive di coraggio, buono solo per eccitare/scandalizzare i salottini dei buoni borghesi, da raccontare dal parrucchiere per poi sghignazzare pensando "uh, pensa se capitasse a me!", con attori bravi ma non indimenticabili e comunque belli comodi nei ruoli a loro più congeniali. Insomma, una delusione di diludendo. Spero vivamente che con un soggetto simile de la Iglesia possa tirare fuori una delle sue belle satire corrosive e violente, sarebbe l'unico modo che avrei di apprezzare l'altrimenti inspiegabile successo di Perfetti sconosciuti.


Di Anna Foglietta (Carlotta), Edoardo Leo (Cosimo) e Alba Rohrwacher (Bianca) ho già parlato ai rispettivi link.

Paolo Genovese è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato a Roma, ha diretto film come La banda dei Babbi Natale, Immaturi, Immaturi - Il viaggio, Tutta colpa di Freud e The Place. Ha 51 anni.


Giuseppe Battiston interpreta Peppe. Nato a Udine, ha partecipato a film come Pane e tulipani, Chiedimi se sono felice, La meglio gioventù, La tigre e la neve, Zoran, il mio nipote scemo, Finché c'è prosecco c'è speranza e a serie quali Tutti pazzi per amore. Anche sceneggiatore, ha 49 anni e quattro film in uscita.


Marco Giallini interpreta Rocco. Nato a Roma, lo ricordo per film come Almost Blue, Non ti muovere, ACAB - All Cops Are Bastards, Tutta colpa di Freud e The Place, inoltre ha partecipato a serie quali Boris, Romanzo criminale - La serie, Rocco Schiavone e al corto Basette. Ha 54 anni e tre film in uscita.


Valerio Mastandrea interpreta Lele. Nato a Roma, lo ricordo per film come Palermo Milano sola andata, Zora la vampira, Nessuno mi può giudicare e The Place, inoltre ha partecipato a serie quali I ragazzi del muretto, Boris, Tutti pazzi per amore e al corto Basette. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 45 anni e tre film in uscita.


Kasia Smutniak interpreta Eva. Polacca, ha partecipato a film come Barbarossa, Rino Gaetano - Ma il cielo è sempre più blu e Volare - La grande storia di Domenico Modugno. Ha 38 anni e un film in uscita.


Perfetti sconosciuti ha avuto così tanto successo in Italia da essere diventato appetibile anche all'estero: in Grecia è uscito lo stesso anno un remake col titolo identico, a dicembre è arrivato in Spagna de la Iglesia col suo Perfectos Desconocidos e a ottobre dovrebbe uscire in Francia Le jeu, sempre basato sulla stessa sceneggiatura. Nell'attesa di recuperare almeno de la Iglesia, se Perfetti sconosciuti vi fosse piaciuto guardate Cena tra amici . ENJOY!

martedì 5 dicembre 2017

Smetto quando voglio: Ad Honorem (2017)

La notizia dell'uscita di Smetto quando voglio: Ad Honorem, diretto e co-sceneggiato da Sydney Sibilia, mi ha galvanizzata anche più del trailer di Avengers: Infinity War. Come sarà finita la trilogia più amata del cinema italiano recente?


Trama: richiusi ognuno in un carcere diverso, Pietro e i suoi compari devono trovare il modo di riunirsi e fermare Walter Mercurio, intenzionato a rilasciare il gas nervino sintetizzato per scopi ancora misteriosi...


Smetto quando voglio era spuntato tre/quattro anni fa con un trailer accattivante, riuscendo a conquistarmi con un mix di perizia registica, attori simpatici e una trama scoppiettante ma mai mi sarei aspettata che l'opera prima di Sydney Sibilia sarebbe diventata una trilogia. Né, sono sincera, che mi sarei congedata da Pietro, Alberto e compagnia con un una sensazione di malinconia così forte da farmi sudare un po' gli occhi. Tre anni, in quest'epoca di film mordi e fuggi, di "memoria del pesce rosso", non sono pochi e sarei una bugiarda se dicessi di ricordare alla perfezione Masterclass, uscito a febbraio e impossibile da rinfrescare in tempo per il debutto di Ad Honorem; probabilmente tra un mese non ricorderò nemmeno più la gioia di avere guardato l'ultimo capitolo della trilogia ma quello che spero rimarrà è la sensazione di aver perso qualcosa, di essermi dispiaciuta all'idea di non poter sbirciare nel futuro dei simpatici protagonisti del film e sapere cosa ne sarà di loro. Verranno schiacciati dalla burocrazia legale italiana fino a perdere tutte le loro facoltà intellettive oppure riusciranno a fare tesoro di tutti i casini successi in questo periodo e dare una svolta positiva alla loro esistenza? Non è dato sapere, purtroppo, e la sceneggiatura del film non offre spazio a riflessioni troppo allegre. Più distante dal piglio action del secondo capitolo, Ad Honorem torna a riflettere sul destino dei laureati precari in Italia, puntando il dito contro la vergognosa gestione delle risorse finanziare destinate all'istruzione, contro la burocrazia lenta e infame, lo schifo quasi tutto italiano di persone ignoranti che si riempiono la bocca di promesse senza mantenerle, il sistema di favoritismi che regola qualsiasi successo personale o accademico, leggi che tutelano i potenti e cavilli che inchiappettano i poveracci, persino (e qui è scattato l'applauso pensando a gente come Valentino Rossi, al suo omonimo Vasco, persino a Fabio Volo, santocielo!!!!) contro le cosiddette lauree Honoris Causa. "Ma qual è il voto di una laurea ad honorem?" si chiede uno dei personaggi sul finale e la risposta è "Non lo so ma dovrebbe equivalere ad una lode, no?" "Sì ma qual è il valore di una laurea ottenuta così?" EH. Bella domanda. Uno si fa un mazzo tanto per ottenerne una vera, spendendoci tempo, soldi e sanità mentale, e arriva il primo frescone ignorante e rigorosamente VIP che si becca una laurea "a gratis" per motivazioni imbecilli. Evviva il mondo accademico.


Il ritorno alle origini di Ad Honorem coincide con una trama molto più semplice rispetto ai due film precedenti, al punto che la pellicola sembra durare poco più di un quarto d'ora. Tolto un angosciante flashback iniziale, la storia si focalizza infatti su due soli avvenimenti, ovvero l'evasione dal carcere e il tentativo di fermare Mercurio, e questa semplicità è l'ideale per riannodare le fila del discorso facendo quadrare alla perfezione tutto ciò che è accaduto nei tre film, a partire dall'incidente di Alberto. Le gag questa volta sono state distribuite equamente a tutti i personaggi, ognuno dei quali ha la possibilità di profondersi per l'ultima volta nelle abilità a lui più congeniali, con risultati esilaranti; al solito, i riflettori sono puntati più su Edoardo Leo (vero e proprio comic relief, che non smette di fare ridere neppure quando gli puntano una pistola contro, anche se sul finale persino lui è riuscito a commuovermi) e Stefano Fresi, semplicemente meraviglioso durante la sequenza che ne mette in risalto le reali doti canore, ma anche gli altri si congedano dal pubblico con momenti e battute memorabili. Punte di diamante di un cast che potrebbe dare molto anche in una pellicola più "seria", mi si passi il termine, sono Luigi Lo Cascio e Neri Marcorè, interpreti di due figure tragiche e segnate da un fato impietoso, dotate di una profondità che impedisce a Ad Honorem di ridursi ad una semplice accozzaglia di gag ben riuscite; a tal proposito, complimenti a Sydney Sibilia, come sempre, per l'abilità con la quale riesce da quasi quattro anni a mescolare i generi, infilare delle citazioni sottili ma gradevoli (l'escamotage Lostiano del biglietto attraverso il vetro, unito a reminescenze Watchmeniane, merita tanto di cappello) e mantenere intatta una sorta di "italianità" che, per una volta, non fa vergognare lo spettatore. Si conclude qui, per me, una bella pagina di cinema "popolare" nostrano, con un occhio rivolto allo stile d'oltreoceano, pop e televisivo che spero si possa tradurre in una distribuzione della trilogia anche all'estero. E' quello che auguro a Sibilia e compagnia, sperando di rivederli presto al lavoro in qualche altra opera alla quale so già che darò tutta la mia fiducia. Una laurea a pieni voti, signori (con tanto di bacio accademico a Marcorè, che nei panni del Murena è stranamente affascinante, e a Marco Bonini, con quel fisico da bronzo di Riace sfoggiato in doccia)!


Del regista e co-sceneggiatore Sydney Sibilia ho già parlato QUIEdoardo Leo (Pietro Zinni), Valerio Aprea (Mattia), Paolo Calabresi (Arturo), Libero De Rienzo (Bartolomeo), Stefano Fresi (Alberto), Lorenzo Lavia (Giorgio), Pietro Sermonti (Andrea), Giampaolo Morelli (Lucio Napoli), Greta Scarano (Paola Coletti), Luigi Lo Cascio (Walter Mercurio), Valeria Solarino (Giulia) e Neri Marcorè (Er Murena) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Smetto quando voglio: Ad Honorem vi fosse piaciuto recuperate i precedenti Smetto quando voglio e Smetto quando voglio: Masterclass. ENJOY!





mercoledì 22 febbraio 2017

Noi e la Giulia (2015)

Non lo avevo visto al cinema ma, data la simpatia che ho sviluppato nel tempo per almeno un paio di interpreti, al primo passaggio televisivo ho guardato Noi e la Giulia, diretto e sceneggiato da Edoardo Leo partendo dal libro Giulia 1300 e altri miracoli di Fabio Bartolomei.


Trama: tre falliti si uniscono quasi per caso nell'acquisto di un casale abbandonato e praticamente in rovina, con l'intento di trasformarlo in agriturismo. I lavori, già difficili di per sé, si complicano con l'arrivo di Sergio, al quale uno di loro deve dei soldi, e soprattutto con l'ingerenza della camorra, pronta a chiedere il pizzo a tre disperati che non hanno più il becco di un quattrino...



Ultimamente ho cominciato a dare fiducia al cinema italiano, grazie a giovani autori ed attori che non mi procurano istantaneo fastidio appena li vedo aprire bocca e che sono riusciti, in qualche modo, a ridare lustro anche a "vecchi" caratteristi che rischiavano di finire sepolti nelle ignominiose fiction televisive che infestano i palinsesti di ogni rete. I nomi che ultimamente mi portano a drizzare le antenne, accanto a quello dell'adorato Pierfrancesco Favino, sono quelli di Edoardo Leo e Stefano Fresi, apprezzatissimi nell'esilarante Smetto quando voglio e, almeno per me, rappresentanti di quella commedia italiana che non si limita a raccontare storie banali di mariuoli, coppiette in crisi o cornuti e mazziati, o peggio ancora basate su temporanei fenomeni comici, bensì ripropone in chiave grottesca i problemi della società italiana di oggi attraverso sceneggiature frizzanti e genuinamente divertenti. Questa descrizione calza perfettamente a Noi e la Giulia, storia della rivincita di tre (anzi quattro) "falliti" che, stanchi di essere presi a calci dal mondo e lasciarsi vivere prigionieri di ciò che la società definisce "importante", scelgono di fare un colpo di testa ed investire tempo e denaro in qualcosa che sperano possa realizzarli davvero, ognuno per i propri motivi: Fausto, voce narrante della pellicola, viene spinto dal padre che, in punto di morte, gli rinfaccia di non aver fatto mai nulla di bello nella vita, Claudio deve riprendersi da un matrimonio andato a monte e da un fallimento, Diego è semplicemente un cialtrone amante della bella vita che deve scappare dai suoi creditori. Uno di questi, per inciso, è il comunista di ferro Sergio il quale, introdotto inizialmente come uno dei villain della pellicola, è il personaggio che più evolve nel corso della storia, diventando parte fondamentale per la creazione dell'agriturismo e motore caotico dell'intera vicenda. Non è facile, infatti, cambiare vita e riaggiustare ciò che appare irrimediabilmente rotto, soprattutto perché in alcune zone d'Italia bisogna fare i conti con pizzo e camorra, rappresentazione di tutti gli impedimenti burocratici, legislativi, criminali e anche personali che impediscono alla generazione dei neo trentenni/quarantenni di spiccare il volo verso un roseo futuro e quando qualcuno cerca di alzare la testa, come fa Sergio spinto dall'orgoglio proletario e da un carattere poco amabile, sono cavoli amari.


L'approccio verso la realtà criminale con la quale devono fare i conti i protagonisti è quello grottesco che già mi aveva conquistata in La mafia uccide solo d'estate; i camorristi non sono persone da prendere sotto gamba e per tutta la durata della pellicola il pericolo che rappresentano è tangibile, tuttavia Edoardo Leo si premura anche di mostrare gli aspetti più ridicoli del mondo criminale, ricorrendo ad un caratterista esilarante come Carlo Buccirosso, malvivente che si lascia conquistare dalla "voglia di vincere" del quartetto di sfigati e arriva a pensare che, forse, aver preso un'altra strada nella vita non sarebbe stato poi così male. In Noi e la Giulia fanno molto dunque la bravura e la simpatia degli attori, due qualità che contribuiscono a non far scadere nella commedietta da quattro soldi una trama che, per quanto carina, presenta comunque qualche ingenuità di troppo (il personaggio di Anna Foglietta è salvato giusto dal carisma di lei e l'idea della gente che si beve la favoletta raccontata da Diego per giustificare la musica proveniente dalla Giulia sepolta è tanto tirata per i capelli) e a tratti provoca lo sbadiglio compulsivo (ma lì forse la colpa è di Mer*aset e della sua pubblicità). Argentero, Edoardo Leo, Fresi e, soprattutto, un Claudio Amendola che nei ruoli di violento mezzo criminale mi piace sempre tantissimo, formano un quartetto molto affiatato ed eterogeneo, capace di dare il via a scaramucce esilaranti per via del modo in cui cozzano le rispettive personalità ed effettivamente la parte migliore del film è quella più litigarella mentre il "secondo tempo" viene rallentato da momenti troppo belli per essere veri e anche troppo hipster/new age (scenografie e colonna sonora sono davvero carini ma i fricchettoni modaioli che ballano sulle note di Paradise mi hanno ridotta come Krysten Ritter). Ma queste, ovviamente, sono le critiche di chi nei confronti del cinema italiano arriccia sempre un po' il naso a prescindere e mi sento quindi di dire che Noi e la Giulia merita sicuramente la visione... anche se, e lo dico a beneficio di trentenni e quarantenni, nonostante il clima da commedia l'angoscia provocata dall'idea di aver gettato la propria esistenza è appena dietro l'angolo, pronta a colpire alla traditora con l'accento piemontese di Argentero. Beware!


Del regista e sceneggiatore Edoardo Leo, che interpreta anche Fausto, ho già parlato QUI. Claudio Amendola (Sergio), Stefano Fresi (Claudio) e Carlo Buccirosso (Vito) li trovate invece ai rispettivi link.

Luca Argentero interpreta Diego. Nato a Torino, ha partecipato a film come Lezioni di cioccolato, Solo un padre, Diverso da chi? e Poli opposti, inoltre ha partecipato a serie come Carabinieri. Anche produttore, ha 39 anni.


Anna Foglietta interpreta Elisa. Nata a Roma, ha partecipato a film come Nessuno mi può giudicare, Perfetti sconosciuti e a serie quali Distretto di polizia, Il commissario Rex e La mafia uccide solo d'estate. Ha 38 anni e film in uscita.


Se Noi e la Giulia vi fosse piaciuto recuperate assolutamente Smetto quando voglio. ENJOY!

martedì 7 febbraio 2017

Smetto quando voglio: Masterclass (2017)

Lo aspettavo più di La La Land e, alla faccia della febbre da Oscar che ha portato gli spettatori a guardare La battaglia di Hacksaw Ridge, sabato sono corsa a vedere Smetto quando voglio: Masterclass, diretto e co-sceneggiato da Sidney Sibilia.


Trama: accusati di svariati crimini, i membri della cosiddetta "banda dei ricercatori" si riuniscono per aiutare la polizia a stroncare sul nascere il traffico di smart drugs, con esisti imprevedibili...


Smetto quando voglio è stato uno di quei film che nel 2014 mi aveva folgorata e, come ben sapete, è MOLTO raro che un film italiano mi faccia questo effetto. La magica combinazione tra sceneggiatura esilarante, regia accattivante ed interpreti effettivamente molto bravi era riuscita nella non facile impresa di entusiasmarmi parecchio e quando è uscita la notizia di un sequel (assieme al quale è stato girato in contemporanea, alla Matrix, il terzo capitolo della saga, che chissà quando uscirà però!), confermata poi dai trailer, il mio fanciullino interiore è esploso di felicità. Ma, per restare in tema Matrix, questo Masterclass è maffo come Matrix Reloaded ed è riuscito a spalancare le porte del diludendo? Assolutamente no! Il secondo capitolo della saga dedicata alla banda dei ricercatori ha le stesse caratteristiche positive del primo film ma è in qualche modo più "rilassato": conoscendo il "gioco" da cui è partito tutto, gli sceneggiatori hanno investito Pietro e soci di una specie di aura supereroistica, votandoli alla causa del bene e trasformandoli in una task force speciale impegnata a riconoscere e debellare quelle stesse smart drugs che li avevano arricchiti nel primo film. L'intento di critica sociale è quindi venuto un po' meno e il piglio del film è diventato più avventuroso, tanto che gli stessi personaggi ammettono ad un certo punto di preferire la vita sregolata della banda a quella precedente, in quanto finalmente le loro capacità vengono messe al servizio di un bene più grande, ma quello che non è diminuito è il divertimento dello spettatore. Senza fare troppi spoiler, allo zoccolo duro della banda vengono aggiunti un paio di altri membri i quali, a mio avviso, sono un po' il punto debole del film (non che non siano simpatici ma tolgono spazio a beniamini quali per esempio Mattia, Arturo e Bartolomeo) e il tutto viene reso ancora più interessante perché Masterclass è costruito come un lunghissimo flashback che racconta parte di ciò che è accaduto a Pietro e soci tra l'arresto e la nascita del figlio suo e di Giulia, pargoletto che vediamo alla fine del primo film.


Aggiungere altro sulla trama sarebbe un delitto, anche perché sul finale Masterclass prende una direzione ancora diversa, quindi spenderò giusto un paio di parole sulla realizzazione. Per quel che riguarda la regia, Sydney Sibilia riprende lo stile "acido" e moderno del primo film, abbondando in  panoramiche rapide, primissimi piani, prospettive "strane" e omaggi ad altre pellicole sullo stesso filone: personalmente, ho apprezzato tantissimo la citazione di A Scanner Darkly di Richard Linklater, con l'introduzione della tecnica del rotoscoping  in un momento assolutamente calzante. Il montaggio serrato, la fotografia carica e la colonna sonora (un mix di musiche d'atmosfera e successi punkettoni) fanno il resto e rendono Masterclass un prodotto tecnicamente superiore rispetto alla media delle commedie italiane che ci vengono propinate mensilmente, in più questa volta c'è stato un aumento dei budget per quello che riguarda scenografie ed effetti speciali e si vede (la sequenza finale sul treno e l'inseguimento all'interno del parco archeologico sono realizzati benissimo). Gli attori, dal canto loro, sembrano ormai perfettamente a loro agio con i personaggi interpretati e vederli azzuffarsi sullo schermo è come avere davanti dei vecchi amici, magari un po' più colti, con i quali cazzeggiare la sera; se Edoardo Leo, Fresi e i già citati Valerio Aprea, Libero De Rienzo e Lorenzo Lavia, ai quali vanno aggiunti gli immancabili e fantastici Pietro Sermonti e Paolo Calabresi, danno come sempre il bianco, le nuove aggiunte non sono male (soprattutto l'avvocato esperto in diritto canonico!) e l'unico neo del cast restano come sempre le pochissime quote rosa, poco incisive se paragonate ai colleghi uomini. Insomma, la banda dei ricercatori è tornata alla grande e l'unico vero difetto del film è l'attesa di Smetto quando voglio - Ad Honorem che, sinceramente, avrei voluto guardare appena finito Masterclass. Non farmi aspettare troppo, Sydney!!


Del regista e co-sceneggiatore Sydney Sibilia ho già parlato QUI. Edoardo Leo (Pietro Zinni), Paolo Calabresi (Arturo), Libero De Rienzo (Bartolomeo), Pietro Sermonti (Andrea) e Valeria Solarino (Giulia) li trovate invece ai rispettivi link.

Stefano Fresi interpreta Alberto Petrelli. Nato a Roma, ha partecipato a film come Almost BlueRomanzo criminale, La prima volta (di mia figlia) Al posto tuo. Anche compositore, ha 42 anni e un film in uscita, l'imminente Smetto quando voglio: Ad Honorem.


Valerio Aprea interpreta Mattia Argeri. Nato a Roma, ha partecipato a film come Nessuno mi può giudicare, Boris - Il film, Smetto quando voglio e a serie come La squadra, Incantesimo 4, Il maresciallo Rocca e Boris. Ha 49 anni e un film in uscita, Smetto quando voglio: Ad honorem.


Lorenzo Lavia interpreta Giorgio. Nato a Roma, figlio di Gabriele Lavia, ha partecipato a film come La lupa, Smetto quando voglio e a serie come Don Matteo. Ha 45 anni e un film in uscita, Smetto quando voglio: Ad honorem.


Luigi Lo Cascio interpreta Walter Mercurio. Nato a Palermo, lo ricordo per film come I cento passi, La meglio gioventù e Buongiorno notte. Anche regista e sceneggiatore, ha 50 anni e due film in uscita, tra i quali Smetto quando voglio: Ad honorem.


Greta Scarano interpreta Paola Coletti. Nata a Roma, ha partecipato a film come Suburra e a serie quali Don Matteo, Romanzo criminale - La serie e Squadra antimafia. Ha 29 anni.


Rosario Lisma, che interpreta l'avvocato Arturo, era stato il padre del protagonista nel film La mafia uccide solo d'estate. Del film esiste anche un fumetto uscito la settimana scorsa in allegato alla Gazzetta dello sport, scritto da Roberto Recchioni e disegnato da Giacomo Bevilacqua; l'ho preso e sinceramente non è nulla di che ma come gadget è una cosa simpatica, anche perché si trova con quattro diverse cover variant. Meglio recuperare Smetto quando voglio se vi fosse piaciuto Masterclass e attendere con gioia Ad Honorem! ENJOY!

domenica 9 febbraio 2014

Smetto quando voglio (2014)

Come già sapete, A proposito di Davis questa settimana non si è visto nella mia zona. Così, complice un trailer particolarmente simpatico, qualche giorno addietro sono andata a vedere Smetto quando voglio, del regista Sydney Sibilia. Surprise!


Trama: Pietro ha superato i 30 anni, vive in un appartamentino con la fidanzata e, nonostante la laurea presa a pieni voti, si barcamena per sopravvivere come i suoi migliori amici. Quando però la sua ricerca non ottiene il finanziamento e si ritrova a spasso dopo anni di sacrifici, Pietro decide di mettere a frutto i suoi studi per mettere sul mercato una potentissima e legale droga sintetica...


Lo ammetto. Non ero scettica appena mi sono seduta in poltrona... di più! Ero quasi tentata di uscire, presa da un unico pensiero: "Oddio, sarà una schifezza. Oddio, sono le 22.10, mi addormenterò. Oddio, ma come ho potuto venire a vedere un film ITALIANO diretto da un emerito sconosciuto che ha lo stesso nome dei protagonisti dei finti trailer di Maccio Capatonda?". Poi sono arrivati, nell'ordine, una voce fuoricampo stranamente intellegibile, un colpo di arma da fuoco e la divertentissima Why Don't You Get a Job degli Offspring e sono riuscita a rilassarmi e godermi questo carinissimo Smetto quando voglio, un modo particolare e simpatico di affrontare la triste realtà di noi sfigatissimi laureati thirtysomething. Le situazioni in cui si trovano i protagonisti, volutamente paradossali e portate agli estremi ma nemmeno poi tanto, sono quelle che pendono come una spada di damocle sulla testa dei troppi che, per parafrasare Sermonti, hanno "fatto un errore di gioventù" e si sono imbarcati nell'impresa di ottenere lauree prestiGGiose in ambito accademico ma assolutamente inutili in campo pratico, vedendo così infranti sogni di gloria e persino esistenze mediamente dignitose: glottologi, economisti, antropologi, archeologi, biologi, chimici, si ritrovano in mezzo a una strada e privi dell'esperienza lavorativa (o di vita) richiesta in quest'italietta dove contano solo le amicizie in alto, le leccate di culo, la bellezza e l'ignoranza. Ignoranza a palate. Non a caso, l'unica via di fuga per i poveri, sfigatissimi protagonisti è alimentare quest'ignoranza colossale immettendo sul mercato una nuova, potente, costosissima e legale droga, mandando al diavolo tutto quello che li rendeva umanamente "unici" e "superiori" e trasformandosi gradualmente nella peggio feccia cafona della società, con inevitabili conseguenze.


La sceneggiatura di Smetto quando voglio mescola quindi le maschere tipiche della commedia all'italiana con suggestioni consapevolmente derivate dai cliché d'oltreoceano ("Cosa siamo, in una serie americana?"), dialoghi realistici, gag ininterrotte e battute al fulmicotone in un mix frizzante e piacevole. La storia, per quanto a tratti sia abbastanza prevedibile, è popolata da personaggi troppo simpatici e sfigati perché lo spettatore non si identifichi immediatamente con almeno uno di loro, conseguentemente si ha il desiderio di sapere come andrà a finire e l'attenzione non viene mai meno; la sceneggiatura perde purtroppo un po' di freschezza verso le ultime battute, più che altro perché sembra prendere una svolta oscura e grottesca che poi non viene imboccata, preferendo rimanere nei binari più sicuri di una risoluzione dolceamara. Personalmente avrei preferito qualcosa di più simile a Cose molto cattive, invece anche Smetto quando voglio, come già succedeva con Nero bifamiliare, carbura a mille fino a un certo punto per poi sgonfiarsi e lasciare lo spettatore un po' più "sanguinario" (come la sottoscritta) a bocca asciutta e leggermente DIluso; probabilmente, se il film avesse osato maggiormente a quest'ora starei gridando al miracolo, anche perché la messa in scena mi ha stupita parecchio.


Aspettandomi il solito prodotto italiota medio con una regia televisiva o quasi sono rimasta folgorata dalla dimestichezza di Sydney Sibilia con la macchina da presa e, soprattutto, dall'uso di una fotografia sfocata e zeppa di colori fluo o carichissimi, come se l'intero film mostrasse il punto di vista di una delle vittime della droga spacciata dai protagonisti. Un altro punto a favore, poi, sono gli attori! Pur utilizzando a piene mani un accento romanaccio, si sente e si vede che questa gente sa recitare (incredibilmente ho capito OGNI. SINGOLA. PAROLA. altro che la Solfrizziana confusione tra euro ed ora!!) e si capisce anche che i cambiamenti a cui vanno incontro i personaggi nel corso del film non sono dovuti solo all'abilità di costumisti e parrucchieri ma soprattutto, e giustamente, alla bravura degli interpreti! Paradossalmente quello che mi è piaciuto di meno è il protagonista Edoardo Leo, forse più per colpa della logorroica ameba da lui interpretata, mentre i caratteristi un po' più in ombra come Paolo Calabresi, Valerio Aprea, Lorenzo Lavia e il gigantesco, meraviglioso Stefano Fresi strappano la risata e l'applauso ad ogni loro apparizione. Grandissimo il cameo di Neri Marcorè, assolutamente convincente nella prima parte della sua apparizione nei panni di supercattivo (un po' meno nella seconda, dove traspare maggiormente la natura "amichevole" dell'attore sotto il personaggio), mentre purtroppo il film risulta un po' carente nel reparto femminile, sia per la caratterizzazione dei personaggi (la fidanzata del protagonista è odiosa ed incoerente fino all'ultimo) sia per quel che riguarda la scelta delle attrici. Insomma, come avete potuto intuire Smetto quando voglio non è un capolavoro e non è esente da difetti, tuttavia per essere un'opera prima è piacevolissimo, divertente e particolare. Spero che Sydney Sibilia faccia strada e che ci riprovi presto con una storia più coraggiosa e particolare, in grado di svecchiare lo stantìo panorama cinematografico italiano che, per inciso, avrebbe più bisogno di commedie come questa invece che dei soliti film fatti con lo stampino o cuciti sui comici televisivi del momento...

Sydney Sibilia è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Salernitano, ha all’attivo tre corti e Smetto quando voglio è il suo primo lungometraggio. Anche produttore e attore, ha 32 anni.


Edoardo Leo interpreta Pietro, il protagonista. Romano, ha partecipato a film come To Rome With Love, Tutta colpa di Freud e a serie come I ragazzi del muretto, Il maresciallo Rocca, Don Matteo, Un medico in famiglia, I Cesaroni Romanzo Criminale - La serie. Anche sceneggiatore e regista, ha 42 anni e due film in uscita.


Paolo Calabresi interpreta Arturo, l’archeologo. Romano, anche inviato de Le iene, ha partecipato a film come Il talento di Mr. Ripley, Nessuno mi può giudicare, Boris – Il film, Diaz – Don’t Clean Up This Blood, Tutta colpa di Freud e a serie come Boris. Ha 50 anni.


Libero De Rienzo interpreta Bartolomeo, l’economista. Nato a Napoli, ha partecipato a film come Asini, Santa Maradona, La kryptonite nella borsa e Miele. Anche regista e sceneggiatore, ha 35 anni.


Pietro Sermonti interpreta Andrea, l'antropologo. Romano, lo ricordo per film come Boris - Il film; inoltre, ha partecipato a serie come Carabinieri, Elisa di Rivombrosa, Un medico in famiglia Boris. Ha 43 anni.


Neri Marcorè interpreta er Murena. Marchigiano, lo ricordo per film come Ravanello pallido, La seconda notte di nozze, Lezioni di cioccolato e The Tourist, inoltre ha partecipato a serie come Un medico in famiglia e Tutti pazzi per amore. Ha 47 anni e un film in uscita.


Valeria Solarino interpreta Giulia. Venezuelana, ha partecipato a film come La febbre, Manuale d'amore 2, Vallanzasca - Gli angeli del male e Manuale d'am3re. Ha 34 anni.


Tra gli altri attori segnalo anche la presenza di Valerio Aprea (Mattia, già visto in Boris), Stefano Fresi (Alberto, gia visto in Romanzo Criminale) e Lorenzo Lavia (figlio di Gabriele Lavia, interpreta Giorgio). Detto questo, andatelo a vedere e... ENJOY!

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