Del perché è così difficile essere tutt dalla stessa parte. Una (mia) riflessione aperta
Questi giorni, leggendo i commenti sui vari social, mi è preso uno sconforto di misure epiche. Mi si è come palesato chiarissimo davanti che la strada per essere tutt dalla stessa parte davvero non è vicina. Forse inconsciamente credevo sarebbe bastata la fine (fisica, naturale) delle vecchie generazioni, per consegnarci, piano ma solidamente, a un’epoca nuova, resettata, liberata.
Invece no, la strada è lontanissima, e anche le cosiddette bolle, i luoghi protetti in cui dai per scontato un sostrato di pensiero anche quando non espresso, rivelano il problema.
Scrivo per provare a fissare dei punti, per provare a vedere meglio.
L’odio verso il femminismo.
L’odio verso il femminismo tra le donne:
Io sono femminista. (Nda: tutt dovremmo essere femministi; Dovremmo essere tutti femministi, Chimamanda Ngozi Adichie; Perché il femminismo serve anche agli uomini, Lorenzo Gasparrini)
Quando avevo vent’anni, io non mi dichiaravo femminista, e fino ad ora non avrei saputo bene dire il perché.
Non c’erano i social (io sono nata nel 1988, nel 2008 era appena arrivato Facebook e non lo usavamo per divulgare, informarci, conoscere, ma per salutarci sulle reciproche bacheche – non c’era WhatsApp! – e per giocare a Pet society); nella mia città, Perugia, non c’erano nemmeno luoghi che quotidianamente si occupassero di tematiche sociali attraverso incontri o altro. Lo facevano un po’ le biblioteche, e lì ho conosciuto la prima femminista della mia vita: Anna Maria Farabbi. Ormai di anni ne avevo quasi venticinque. Uscivo dalla mia prima relazione con un uomo, dalla mia prima idea di relazione e di amore. Sono stata fortunata. Anche se anche in quella relazione, e in quell’uomo, un bravo ragazzo, a cui voglio bene e con cui sono ancora amica, si poteva ravvisare un’idea di amore come possesso.
Ma torniamo al punto: perché non credevo di essere/non volevo essere femminista. Oggi credo di averlo capito:
facevo parte di quelle donne che non vogliono dichiararsi femministe perché non vogliono essere classificate come “isteriche misandriche” perché credono, perlopiù inconsciamente, che la strada per ottenere il rispetto nella società – dall’uomo, si intende, ma anche questo inconsciamente – sia dire il più possibile “io sono come voi”. Io posso ridere di questa battuta (sessista), io posso non prendermela, io posso stare al gioco e non fare l’isterica, stando da questa parte queste cose non toccheranno a me (spolier: toccano anche a te lo stesso).
Credo (non sono psicologa, mi piacerebbe anzi che chi ha fatto questi studi mi potesse ragguagliare a riguardo) possa essere la stessa dinamica che da bimbe (ad alcune bimbe, immagino in altre si tratti proprio semplicemente di gusti e propensioni) ci porta ad affermare di odiare il rosa o voler fare i giochi dei maschi, a voler essere delle “maschiacce”, che in realtà significa = essere accettate dai maschi. Perché, banalmente, ci sembra – ripeto, inconsciamente – vivano meglio, più liberi da ruoli e confini prestabiliti.
Io posso fare quello che fanno i maschi, e qui stanno le donne che sono reticenti a chiamarsi e farsi chiamare professionalmente con il femminile. Altro spoiler: anche se ti fai chiamare avvocato e non avvocata (ricordiamolo al volo: il termine è corretto, è grammatica italiana, non ideologia), no, la società non ti rispetta lo stesso, gli uomini fanno lo stesso le battute quando passi, gli uomini, ma anche le donne, non ti prendono sul serio quanto farebbero se fossi un avvocato, anche se eserciti il potere connesso alla tua professione come farebbe un maschio. Sei un’avvocata. È un bel nome.
Per questo “i peggiori commenti vengono spesso dalle donne”, per questo ci sono donne che non abbracciano i femminismi: perché la cultura maschilista patriarcale (attenzione: non gli uomini! La cultura di cui siamo tutte e tutti permeati, uomini e donne) fa credere alle donne che per essere accettate nella società, per avere successo, per essere vincenti, per vivere, bisogna comportarsi da uomini. (Nda: se sei tra quelli o quelle che credono che “il patriarcato non esiste”, questa riflessione non fa per te, non ancora. Per te va trovata un’altra chiave, penseremo anche a te ma certo, signora mia, sarà difficile)
Oggi le giovani donne sono più fortunate, più unite, hanno spazi in cui confrontarsi e unirsi, spazi anche virtuali, aperti, che vanno oltre le città, le biblioteche e le librerie delle donne, gli unici spazi fisici che prima le donne avevano per passarsi il filo della sorellanza.
Io e Anna Maria Farabbi ci siamo incontrate inventando i nostri spazi e il nostro tempo. Riscoprendo il tavolo ellittico di un ufficio, il piccolo anfiteatro di un giardino pubblico, l’acqua del lago, il potere del tempo di una tisana insieme il sabato pomeriggio.
Il femminismo di Anna Maria Farabbi mi ha illuminata e mi ha cambiata. È un femminismo ancestrale, sanguigno, che va bene per tutte e tutti, sempre. Anna mi ha portata indietro, fino al mito, per capire il femminile – che non è solo delle donne. E mi ha portata avanti, permettendomi di calare gli archetipi nella società di oggi, nel mio femminismo di oggi. Anna ha l’età di mia madre.
Io sono stata fortunata. Le giovani donne di oggi forse lo sono anche di più.
E i giovani uomini?
I giovani uomini avrebbero anche loro gli stessi spazi, ma non li usano. Ne sono spaventati e non li usano.
Lo vedo in libreria, ai laboratori, agli incontri, negli spazi virtuali. Loro non ci sono.
(segnalo altri due libri pertinenti, per le e i giovani: Dalla parte delle bambine, Elena Gianini Belotti, Feltrinelli; Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni, Lorenzo Gasparrini, settenove)
L’odio verso il femminismo tra gli uomini:
Il timore della misandria
Io non sono un uomo, quindi qui provo a capire cosa può muovere e spingere gli uomini, per quel che vedo.
Gli uomini che non abbracciano il femminismo, i femminismi, non sono necessariamente dei maschilisti.
Alcuni lo saranno in parte, in parte lo siamo tutte e tutti, perché la cultura patriarcale muove i comportamenti non solo degli uomini ma anche delle donne.
Altri forse hanno timore – ripeto, credo che gran parte di tutto questo avvenga a livello inconscio – di subire l’ingiustizia inversa: timore di perdere la propria posizione nel mondo, di perdere il privilegio, che è l’unico modo in cui sanno stare al mondo, e di non sapere quindi reagire.
Ecco che è più facile additare le “pseudo femministe” come “isteriche misandriche”, separarsi e erigere barricate, come sempre quando si ha paura, invece di mettersi dalla stessa parte.
E ecco la reazione – di paura – al discorso della sorella di Giulia Cecchettin, Elena: Eh no, io non ci sto, io non c’entro niente, io non faccio nessun mea culpa, io non ho alcuna colpa né responsabilità per il solo fatto di essere uomo.
Qui si inserisce anche un discorso di comprensione del testo: Elena Cecchettin non ha detto che l’avete uccisa voi. Ha detto che c’è una cultura, maschilista, patriarcale, che normalizzando determinati comportamenti accorcia le distanze e fa sì che il passo dalla battuta sessista al brutale omicidio sia breve, troppo breve.
Certamente il suo discorso avrebbe potuto continuare così: Donne, tutte, anche voi che vi reputate femministe, fate mea culpa.
Perché sarete state anche voi, almeno una volta nella vita, le donne dei primi paragrafi di questa riflessione. Quelle che ridono alla battuta per non creare disagio, per non sentirsi escluse. Quelle che giudicano le altre donne.
Ha deciso, in quel momento, di parlare agli uomini, perché le donne in questo sono unite – non tutte, si può e si deve fare ancora molto – ma gli uomini no. E perché c’è un’urgenza, e i fatti l’hanno mostrata: sono gli uomini che uccidono le donne.
(Gli attacchi alla persona di Elena – come satanista, opportunista e chi più ne ha più ne metta – non vorrei neanche commentarli: sono l’esempio di questa cultura da scardinare, per cui se una donna ci fa paura, non la comprendiamo o non dice e fa ciò che vorremmo, la demoliamo, con tutti i mezzi.)
La paura del nome
Ho un amico, con una testa pensante e attiva nel sociale, che, di fatto, condivide tutti i valori del femminismo intersezionale ma non riesce a dichiararsi femminista. Non ci riesce, dice, per una questione di “nome”. Il nome lo rende diffidente, non riesce a credere si tratti di un movimento per l’uguaglianza e la non discriminazione.
Forse, formalmente, non ha tutti i torti? Questo nome è servito negli anni ’70, quando è nato in contrapposizione al maschilismo patriarcale imperante. Forse ora potremmo trovarne un altro. Uno libero.
Se trovarne un altro può servire a trovarci tutt dalla stessa parte, io ci proverei.
Perché sì, lo ripeto, i nomi, le parole, sono importanti. Creano il pensiero, la realtà, la sua percezione.
Il femminismo, comunque lo si chiami, non è ideologia.
È libertà per tutte e per tutti.