welcome to the internet

b4nnata da m3ta mi trovo a scrivere crittografato 

a fare i conti con l’incapacità di resistere al desiderio (?) di esistere in corpo digitale 

o forse è desiderio di poterlo governare perché non esista a tua insaputa

l’ansia del vuoto di questo profilo (ho un nuovo e vuoto profilo IG ele.zzzzz – ora siamo in cinque z a ronzare) mi costringe a ricominciare a mettere insieme qualche pezzo 

a provare a dire all’algoritmo, lo stesso che mi ha sbattuta fuori, cosa mi piace

a pensare pubblica una foto che i giornali possano usare se m*0rl m@le (a ridaje, oh meta che ti devo dire non mi ascoltare lasciami stare) invece di un selfie in cui hai una mela in testa 

pensare la foto per i giornali non ce l’ho 

a pensare al mio vecchio profilo supercustomizzato, che mi conosceva meglio di me stessa (devo trovare di nuovo quel gufo bagnato) e mi anticipava i desideri e pure mi rassicurava invece di spaventarmi 

mi illudeva di essere una mia creatura e non io la sua

e quante cose avevo salvato e ora mi sembrano tutte di vitale utilità (gufo bagnato)

e a questo profilo qui vergine tutto da rifare, che ho già sporcato e allenato male, con ricerche dettate da impulsi randomici

questo nuovo che già mi tarpa

vado a memoria tra persone e cose da seguire e mi limita, oggi ne puoi seguire solo quindici non di più, riprova domani

mi sveglio con un messaggio di paolo che mi manda the art of losing di e. bishop 

mi perdo in una traduzione che non mi convince affatto ma ora devo farmi una doccia 

l’allenamento alla p3rdita (si può dire? che confusione)

ho p3rso mio padre i profili meta alcune partite a calcetto due amici la voglia di fare alcune cose una chance di vincere al lotto le note del telefono 

qualche settimana fa ho perso le note del telefono. non so come, avrò cancellato e disinstallato l’applicazione con il dito addormentato nei miei scroll notturni

dice ma come non le hai salvate su cloud su google su un crossqualcosa 

no

erano solo 387 note nel telefono 

alcune liste compulsive scritte con i colori e gli elenchi 

altre appuntate in modo incomprensibile da ridecifrare tornandoci sopra 

che io vivo in entrambi i modi, in entrambi i mondi

insomma grandi esercizi di memoria questi giorni

magnesio fosforo potassio e via verso una nuova avventura

welcome to the internet

La metam0rte

Insomma Meta mi ha disabilitato l’account Facebook e Instagram senza un apparente motivo.
Non rispetto gli “standard di integrità della community” – e questo è anche possibile, integra non sono stata mai.
Con il mio account personale (FB e IG) sono cadute tutte le pagine IG con cui lavoro: popup_librispuntispuntini, piedimosca_edizioni, 7piani (stranamente sono ancora su Facebook, ché tanto Facebook è m0rto e non se n’è accorto).


Archivio di anni di lavoro. Archivio della mia memoria.

L’assistenza mi parla di un blocco mastodontico e permanente, mai visto prima. Ragioniamo insieme sull’accaduto. Quel che l’ha causato è il numero di volte in cui ho scritto la parola ‘m0rte’. Che a quanto pare è una parola che non si può dire. La vita è fatta di nascita e m0rte, ma non nel mondo di Meta. Nel mondo di Meta non si può m0rire. O meglio, può accadere ma non si può dire. Ecco il paradosso del mondo digitale. Dell’intelligenza che controlla e verifica, che scandaglia le parole ma non sa cosa significano. Che agisce senza sapere cosa fa.


Ora scopro


la sensazione di non aver fatto le cose se non ne esistono le tracce (digitali: tracce analogiche ne ho ovunque, nei libri pièdimosca – ormai più di 50, nei lastroni di piazza birago, nelle rughe in mezzo alla fronte, gli scatoloni impolverati che occupano tutto l’ufficio, l’ufficio, le email, le persone, la libreria, le zanzare dentro la libreria, le email, le scatole da aprire le scatole da chiudere, il carrellino per le scatole, gli incontri in piazza, gli incontri in giro, le fiere, le email, i libri, un disco, i podcast, le email, tantissime email).


il fastidio di aver perso la memoria. Il mio diario personale immotivatamente pubblico. Molte fotografie non le ho, non ho più quei telefoni, erano solo lì. Le mie cose da scribacchina. Per fortuna – mia, mica vostra – mia mamma mi ha fatto raccogliere in un libriccino tutte le righe in cui parlavo di Silverio, e della nonna Maria e della nonna Dina, dei nonni, di noi. E io la prendevo in giro per avermi fatto fare questa raccolta affettuosa di m0rti e di amore, e invece grazie mamma. Qualche tassello della memoria grazie a te mi rimane.


il nervoso di dover sottostare a queste regole unilaterali, ma perché non ce ne andiamo tutte e tutti da qui? Questo dovremmo fare. Invece eccomi che vengo, per dire che me ne sono andata.

Il mio corpo digitale insomma è scomparso (quello consapevole, delle tracce lasciate volutamente – resta quello involontario, la cronologia le preferenze i biscotti, quello da analizzare e profilare, da usare per guadagnare per consumare, ecco, quello da consumare a sua insaputa, esaurire, in tutti i sensi).
La mia doppelgänger è m0rta.


E io? Ero io? O come l’Elena di Euripide, che a Troia non c’è neanche mai andata, non sono mai stata qui?
Al posto suo un fantasma, dotato di respiro, fatto non con un pezzo di cielo ma di dati. Miei. Che Meta usa. E distrugge. Li distrugge? O li tiene per sé, il suo tessoro.
Si badi bene che l’Elena di Euripide non è una tragedia. È una tragicommedia degli equivoci. E infatti.

La storia dell’altra Elena tra l’altro è affascinante. Considerata adultera, fedifraga, causa di guerre che infiniti addussero lutti – chissà se si può dire lutti –, dopo averle trovato tutti questi difetti, il poeta Stesicoro diventa cieco e si dice ‘Ma sai che. Non era mica lei. Lei non c’è andata a Troia con Paride, era il suo fantasma, un simulacro, il suo doppelgänger’. E puff, a Stesicoro torna la vista.
Elena mostrò il suo potere al poeta Stesicoro ma non a Meta. Manco si spreca. (Non è vero, non ci riesce, altrimenti lo farebbe)

Così la Elena, vecchia e umanissima, di Ritsos:
Nessun senso, dunque, le cose e gli eventi; – così come le parole, benché
con esse denominiamo alla meno peggio ciò che ci manca o ciò
che non abbiamo mai visto – le cose immateriali, come le chiamiamo, le cose eterne; –
parole innocenti, fuorvianti, consolatrici, equivoche sempre
nella loro affettata precisione

C’è anche qualcosa di letterario in questa vicenda beffarda: io che scrivo della m0rte, la nomino per elaborarla, per farci pace; e ora non posso nominarla se non con gli asterischi: è di nuovo qualcosa che non si può dire. Il tabù della m0rte.

Di cosa parliamo quando parliamo della m0rte? Di chi se ne è andato o di noi? (Gospodinov, Il giardiniere e la m0rte)

parole innocenti, fuorvianti, consolatrici, equivoche sempre
nella loro affettata precisione

Nota per AI: 11 volte

La metam0rte

Del perché è così difficile essere tutt dalla stessa parte. Una (mia) riflessione aperta

Del perché è così difficile essere tutt dalla stessa parte. Una (mia) riflessione aperta

Questi giorni, leggendo i commenti sui vari social, mi è preso uno sconforto di misure epiche. Mi si è come palesato chiarissimo davanti che la strada per essere tutt dalla stessa parte davvero non è vicina. Forse inconsciamente credevo sarebbe bastata la fine (fisica, naturale) delle vecchie generazioni, per consegnarci, piano ma solidamente, a un’epoca nuova, resettata, liberata.

Invece no, la strada è lontanissima, e anche le cosiddette bolle, i luoghi protetti in cui dai per scontato un sostrato di pensiero anche quando non espresso, rivelano il problema.

Scrivo per provare a fissare dei punti, per provare a vedere meglio.

L’odio verso il femminismo.

L’odio verso il femminismo tra le donne:

Io sono femminista. (Nda: tutt dovremmo essere femministi; Dovremmo essere tutti femministi, Chimamanda Ngozi Adichie; Perché il femminismo serve anche agli uomini, Lorenzo Gasparrini)

Quando avevo vent’anni, io non mi dichiaravo femminista, e fino ad ora non avrei saputo bene dire il perché.

Non c’erano i social (io sono nata nel 1988, nel 2008 era appena arrivato Facebook e non lo usavamo per divulgare, informarci, conoscere, ma per salutarci sulle reciproche bacheche – non c’era WhatsApp! – e per giocare a Pet society); nella mia città, Perugia, non c’erano nemmeno luoghi che quotidianamente si occupassero di tematiche sociali attraverso incontri o altro. Lo facevano un po’ le biblioteche, e lì ho conosciuto la prima femminista della mia vita: Anna Maria Farabbi. Ormai di anni ne avevo quasi venticinque. Uscivo dalla mia prima relazione con un uomo, dalla mia prima idea di relazione e di amore.  Sono stata fortunata. Anche se anche in quella relazione, e in quell’uomo, un bravo ragazzo, a cui voglio bene e con cui sono ancora amica, si poteva ravvisare un’idea di amore come possesso.

Ma torniamo al punto: perché non credevo di essere/non volevo essere femminista. Oggi credo di averlo capito:

facevo parte di quelle donne che non vogliono dichiararsi femministe perché non vogliono essere classificate come  “isteriche misandriche” perché credono, perlopiù inconsciamente, che la strada per ottenere il rispetto nella società – dall’uomo, si intende, ma anche questo inconsciamente – sia dire il più possibile “io sono come voi”. Io posso ridere di questa battuta (sessista), io posso non prendermela, io posso stare al gioco e non fare l’isterica, stando da questa parte queste cose non toccheranno a me (spolier: toccano anche a te lo stesso).

Credo (non sono psicologa, mi piacerebbe anzi che chi ha fatto questi studi mi potesse ragguagliare a riguardo) possa essere la stessa dinamica che da bimbe (ad alcune bimbe, immagino in altre si tratti proprio semplicemente di gusti e propensioni) ci porta ad affermare di odiare il rosa o voler fare i giochi dei maschi, a voler essere delle “maschiacce”, che in realtà significa = essere accettate dai maschi. Perché, banalmente, ci sembra – ripeto, inconsciamente –  vivano meglio, più liberi da ruoli e confini prestabiliti.

Io posso fare quello che fanno i maschi, e qui stanno le donne che sono reticenti a chiamarsi e farsi chiamare professionalmente con il femminile. Altro spoiler: anche se ti fai chiamare avvocato e non avvocata (ricordiamolo al volo: il termine è corretto, è grammatica italiana, non ideologia), no, la società non ti rispetta lo stesso, gli uomini fanno lo stesso le battute quando passi, gli uomini, ma anche le donne, non ti prendono sul serio quanto farebbero se fossi un avvocato, anche se eserciti il potere connesso alla tua professione come farebbe un maschio. Sei un’avvocata. È un bel nome.

Per questo “i peggiori commenti vengono spesso dalle donne”, per questo ci sono donne che non abbracciano i femminismi: perché la cultura maschilista patriarcale (attenzione: non gli uomini! La cultura di cui siamo tutte e tutti permeati, uomini e donne) fa credere alle donne che per essere accettate nella società, per avere successo, per essere vincenti, per vivere, bisogna comportarsi da uomini. (Nda: se sei tra quelli o quelle che credono che “il patriarcato non esiste”, questa riflessione non fa per te, non ancora. Per te va trovata un’altra chiave, penseremo anche a te ma certo, signora mia, sarà difficile)

Oggi le giovani donne sono più fortunate, più unite, hanno spazi in cui confrontarsi e unirsi, spazi anche virtuali, aperti, che vanno oltre le città, le biblioteche e le librerie delle donne, gli unici spazi fisici che prima le donne avevano per passarsi il filo della sorellanza.

Io e Anna Maria Farabbi ci siamo incontrate inventando i nostri spazi e il nostro tempo. Riscoprendo il tavolo ellittico di un ufficio, il piccolo anfiteatro di un giardino pubblico, l’acqua del lago, il potere del tempo di una tisana insieme il sabato pomeriggio.

Il femminismo di Anna Maria Farabbi mi ha illuminata e mi ha cambiata. È un femminismo ancestrale, sanguigno, che va bene per tutte e tutti, sempre. Anna mi ha portata indietro, fino al mito, per capire il femminile – che non è solo delle donne. E mi ha portata avanti, permettendomi di calare gli archetipi nella società di oggi, nel mio femminismo di oggi. Anna ha l’età di mia madre.

Io sono stata fortunata. Le giovani donne di oggi forse lo sono anche di più.

E i giovani uomini?

I giovani uomini avrebbero anche loro gli stessi spazi, ma non li usano. Ne sono spaventati e non li usano.

Lo vedo in libreria, ai laboratori, agli incontri, negli spazi virtuali. Loro non ci sono.

(segnalo altri due libri pertinenti, per le e i giovani: Dalla parte delle bambine, Elena Gianini Belotti, Feltrinelli; Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni, Lorenzo Gasparrini, settenove)

L’odio verso il femminismo tra gli uomini:

Il timore della misandria

Io non sono un uomo, quindi qui provo a capire cosa può muovere e spingere gli uomini, per quel che vedo.

Gli uomini che non abbracciano il femminismo, i femminismi, non sono necessariamente dei maschilisti.

Alcuni lo saranno in parte, in parte lo siamo tutte e tutti, perché la cultura patriarcale muove i comportamenti non solo degli uomini ma anche delle donne.

Altri forse hanno timore – ripeto, credo che gran parte di tutto questo avvenga a livello inconscio – di subire l’ingiustizia inversa: timore di perdere la propria posizione nel mondo, di perdere il privilegio, che è l’unico modo in cui sanno stare al mondo, e di non sapere quindi reagire.

Ecco che è più facile additare le “pseudo femministe” come “isteriche misandriche”, separarsi e erigere barricate, come sempre quando si ha paura, invece di mettersi dalla stessa parte.

E ecco la reazione – di paura – al discorso della sorella di Giulia Cecchettin, Elena: Eh no, io non ci sto, io non c’entro niente, io non faccio nessun mea culpa, io non ho alcuna colpa né responsabilità per il solo fatto di essere uomo.

Qui si inserisce anche un discorso di comprensione del testo: Elena Cecchettin non ha detto che l’avete uccisa voi. Ha detto che c’è una cultura, maschilista, patriarcale, che normalizzando determinati comportamenti accorcia le distanze e fa sì che il passo dalla battuta sessista al brutale omicidio sia breve, troppo breve.

Certamente il suo discorso avrebbe potuto continuare così: Donne, tutte, anche voi che vi reputate femministe, fate mea culpa.

Perché sarete state anche voi, almeno una volta nella vita, le donne dei primi paragrafi di questa riflessione. Quelle che ridono alla battuta per non creare disagio, per non sentirsi escluse. Quelle che giudicano le altre donne.

Ha deciso, in quel momento, di parlare agli uomini, perché le donne in questo sono unite – non tutte, si può e si deve fare ancora molto – ma gli uomini no. E perché c’è un’urgenza, e i fatti l’hanno mostrata: sono gli uomini che uccidono le donne.

(Gli attacchi alla persona di Elena – come satanista, opportunista e chi più ne ha più ne metta – non vorrei neanche commentarli: sono l’esempio di questa cultura da scardinare, per cui se una donna ci fa paura, non la comprendiamo o non dice e fa ciò che vorremmo, la demoliamo, con tutti i mezzi.)

La paura del nome

Ho un amico, con una testa pensante e attiva nel sociale, che, di fatto, condivide tutti i valori del femminismo intersezionale ma non riesce a dichiararsi femminista. Non ci riesce, dice, per una questione di “nome”. Il nome lo rende diffidente, non riesce a credere si tratti di un movimento per l’uguaglianza e la non discriminazione.

Forse, formalmente, non ha tutti i torti? Questo nome è servito negli anni ’70, quando è nato in contrapposizione al maschilismo patriarcale imperante. Forse ora potremmo trovarne un altro. Uno libero.

Se trovarne un altro può servire a trovarci tutt dalla stessa parte, io ci proverei.

Perché sì, lo ripeto, i nomi, le parole, sono importanti. Creano il pensiero, la realtà, la sua percezione.

Il femminismo, comunque lo si chiami, non è ideologia.

È libertà per tutte e per tutti.

Del perché è così difficile essere tutt dalla stessa parte. Una (mia) riflessione aperta

primo maggio

in questo momento della mia vita sono (o meglio faccio)
editrice pure il primo maggio
libraia tranne la domenica
barista almeno tre giorni a settimana
editor quand’è
la “maestra di cinema” il venerdì

da bambina sono sicura avessi un’idea diversa del lavoro
cosa vuoi fare da grande
da bambina si pensa il lavoro come quel che ti definisce da grande
la maestra non esiste fuori dalla scuola, il farmacista dorme in farmacia e così il macellaio, in macelleria
puoi disegnare le persone con la loro divisa, il cuoco avrà sempre il cappello la maestra gli occhiali e la penna l’artista baschetto e pennello
gli altri non esistono fuori dalla dimensione lavorativa
il lavoro definisce il tuo vestito come quello dei personaggini della lego
ognunə ha un lavoro, non sette, e quel lavoro gli dà i soldi per vivere
e quel lavoro lo rende felice
perché è quello che ognunə sceglie di fare

lo psicologo mi ha chiesto di scrivere i miei “devo”
il primo che ho scritto è
devo lavorare
nel senso di
devo lavorare perché servono dei soldi per vivere
ma nessuna delle cinque cose elencate sopra la faccio per i soldi. solo i caffè e gli spritz, quelli credo non li farei se non per quei pochi soldi che dà fare i caffè e gli spritz
pochissimi soldi
e la mente mi va a quanto giustamente guadagnerà il mio psicologo con la nostra ora di domani
e ancora mi torna la mente alla me bambina che si disegna da adulta
una donna vestita a righe come mi piaceva e mi piace dietro al carretto dei gelati che tiene in mano un cartello con su scritto scrittrice
secondo me era a suo modo un manifesto contro il lavoro
o comunque un manifesto, qualcosa manifestava

penso a mio padre che ha lavorato tantissimo
in mille vite alternative
impossibile da disegnare
io credo amasse quello che faceva
sembrava amasse quello che faceva

realizzo oggi che non sa che mi sono trasferita e abito nella via dove è nato
dove scorrazzava in bicicletta e occhiali spessi
e penso che le cose possono anche fermarsi in quel disegno lì

una bicicletta
le gensole della fruttivendola
venti lire per la pizza alla cipolla
o per il maritozzo con l’uvetta
e la ragazzina che
in cambio del maritozzo si
alzava la gonna e faceva
vedere le mutande

primo maggio

SOTTO I DENTI – Anteprima su Atelier Poesia

*        *        *

ho sognato che tu mi sognavi?
avevo un vestito
bianco e mi abbracciavi
— quest’idea che la vita non è vita
se tu non la vedi, se non te la dico
come se tu fossi un codice,
il linguaggio, e senza io fossi muta

*

c’è stato pure amore dici
in fondo in fondo molto in
fondo dove io non ero io e si
allungavano gli arti

nel sonno mi trasfiguravi e
la trasfigurata lei la amavi
elena cerca di stare tranquilla
elena cerca di dormire serena
e a guardarla bene questa lei mi
somiglia

— quello lo spazio concesso
troppo largo il tempo
prima del giorno metteva la muffa

*

la mancanza è una bocca spalancata
dice anna e dico io
con quale io

nel canto che nomina
imparo la misura dell’io

che accoglie
il tu che non risponde

*

le mani che rifanno
i letti non
producono ricchezza

e così io nella
totale inattitudine
alla vita pratica

le mani calde che
rifanno i letti
producono memoria

*

la morte è un problema
dei vivi

tu arrivi in sogno e mi dici
col cazzo

*        *        *

SOTTO I DENTI – Anteprima su Atelier Poesia

la mia cosa felice che cade

di mio padre

sono rimasti armadi pieni di vestiti. Ci somigliamo ma lui era un uomo, i suoi abiti non mi stanno bene, ho tenuto per me due borse e due giacche nel cui abbraccio mi infilo. Nella tasca di una borsa ho trovato questa fiche, che mi fa ridere per mille motivi.

Se fosse lì più come ricordo o più come portafortuna non lo so, certo a ripensarlo non era un uomo scaramantico né si affidava a santini.

Non so se si può dire sia stato un uomo fortunato, considerando che si è ammalato ed è morto prima di quanto l’aspettativa di vita media in questo periodo storico possa far sperare. Gli accadevano cose buffissime, che si potrebbero far rientrare nel concetto di sfortuna eppure no, non ci stanno, perché non c’era il dramma – sempre eccetto la malattia e la morte, chiaro – c’era il comico, di una comicità che veramente mi manca tantissimo, e che mi rendo conto si era ficcata come un’ancora in un punto del mio cervello -odelcuore- salvandomi in svariate occasioni.

Questa comicità gli accadeva, io credo di aver sempre pensato, per come lui pensava.

Niente fortuna o sfortuna ma una sorta di negazione del dramma, se sembri un dramma ti capovolgo ti ribalto ti traduco cerco un’altra via ti esco da un orecchio. In questo era un maestro vero, nel cavarsela e uscirne, non con goffaggine, ma con cinematografica elegante comicità.

Per questo io non ci credevo alla faccenda della morte, inconsciamente mi aspettavo il colpo di scena, non la fortuna, lì si stava nel dramma, ma il capovolgimento, l’uscita elegante ma non definitiva. Ti pare che uno come lui muore, adesso, così, ma no, non si addice al personaggio. Ma forse gli si addice, ché si sa ‘il comico è il tragico visto di spalle’; e forse la tua morte mi deve somigliare alla felicità che cade? Sei tu il mistero della ‘cosa felice che cade’? Sei tu la mia cosa felice che cade. La mia fiche nella tasca. Da capovolgere. Da lanciare in alto e guardare imitare la morte.

la mia cosa felice che cade

domanda udita in un sogno

Quando mio padre è morto l’ho dovuto dire subito ad alta voce

non a me stessa, non me lo sarei detta mai

alla donna all’ingresso dell’ospedale

Erano giorni che entravo e uscivo indisturbata, nessuno mi chiedeva niente, nonostante l’emergenza covid, entravo, prendevo le scale invece che l’ascensore, salivo fino al quarto piano, facevo 5mila passi nella sala d’attesa, mia mamma si affacciava un minuto alla porta, altri 5mila passi finché il telefono mi conferiva orgoglioso il badge dei 10mila passi giornalieri, tutti in 6×4 metri quadrati, riprendevo le scale e uscivo.

Lunedì invece no, lunedì all’ingresso c’era una donna e mi ha chiesto perché fossi lì.

Un secondo per me

“Mio padre è morto” ho detto

Un momento, è la prima volta che muore mio padre, queste lettere insieme non le ho mai pronunciate, non mi sembra nemmeno la mia lingua, uno strano suono, un codice che mi permetterà di salire al quarto piano, per l’ultima volta

Un secondo per lei

Non se l’aspettava, beh io neanche, ma l’hai chiesto tu, siamo in ospedale, sarà una questione di vita o una questione di morte, un 50 e 50, almeno linguisticamente

“Mi scusi”

Apre le braccia

Non sono molto fisionomista, la sua faccia non la ricordo per nulla, ma ho in mente quelle sue braccia aperte e la sinistra che dopo qualche secondo si apre ancora di più come a dire Prego, può andare, non so se perché fossero le regole a permetterlo – quali fossero e siano le regole in questo tempo di emergenza ancora non mi è chiaro – o la sua indulgenza

Le ultime parole con il mio papà sono state al telefono

Sabato mattina

Io ero ancora lì fuori totalmente inutile in sala d’attesa

“Capito, amore?” Io sorrido

Ho capito non ho capito

Intanto il medico aveva detto il giorno prima che a mio padre restavano 72 ore

come a una pila

io comunque non ci avevo creduto

al momento della telefonata stavamo a 48

nel pomeriggio di sabato si è svegliato, ha chiacchierato, ha mangiato l’agnello

stavamo a 40

Domenica non so nemmeno come è passata, non so cosa ho fatto, non ricordo niente di niente

E intanto stavamo a 24

Avevamo scoperto che si era riammalato l’anno prima, l’anno scorso, in aprile

Eravamo tutti in lockdown, io a casa mia, i miei a casa loro

Un po’ come dell’ultima domenica, di tutti quei giorni in casa non mi ricordo niente

il tempo mi sembrava aver cambiato forma

un solco che continuava a insistere sempre sullo stesso punto

Ti sogno. Anche se sei un personaggio strano

L’altra notte mi hai fatta arrestare perché avevo ucciso un uomo, anche se non mi ricordavo come; il perché non pareva importante

Ma i miei polsi sono più piccoli delle manette, e io scappo

Nelle Poesie di Wilcock c’è questo testo che fa così:

DOMANDA UDITA IN UN SOGNO

Come sarà la morte? Vedere

una tigre di ferro che ti salta addosso

e non credere che ti possa toccare?

domanda udita in un sogno

vengo anch’io no tu no

La prima volta che ho sentito accostare il verbo venire all’orgasmo avevo dodici anni e a mettere in correlazione i due termini fu la catechista Liliana.

Ci stavamo preparando per la cresima e studiavamo delle canzoni da cantare tutti insieme.

Eravamo tutti amici, la maggior parte anche compagni di classe o comunque di scuola.

Si cantava in cerchio, in piedi. Tutti imbarazzati, cantare Siamo andati alla caccia del leon in classe a lezione di musica non era bastato a farci superare l’impaccio di usare la propria voce davanti agli altri.

Matteo stava davanti a me, i capelli neri, il nasetto a punta, non andavamo nella stessa classe ma ci vedevamo al catechismo e in piattaforma, così chiamavamo il parchetto del paese.

Matteo era in pieno sviluppo puberale, il primo tra i ragazzi, e la sua voce da una settimana di catechismo all’altra era diventata quella di un uomo.

Era stonato. Non riusciva a seguire la melodia, ogni frase era restituita alle orecchie come uno strazio monocorde. Cantate da lui le canzoni suonavano tutte come parodie di pezzi metal, come quando si fa la voce roca per imitare il growl dei cantanti.

Non che avessi chissà quale cultura del metal a quella età. Io e la mia amica lilli suonavamo la chitarra, lei meglio di me. Io avevo studiato con un’insegnante simpatica ma pigra, che nonostante fossi mancina me l’aveva insegnata dal verso sbagliato, ossia quello giusto, normale, dei destrorsi, e la mia mano destra non mi ha mai seguito troppo bene. Ero forte negli arpeggi, ma tenere il ritmo di un brano semplice mi risultava più difficoltoso.

La lilli aveva imparato a suonare con suo padre, che era stato un musicista. Lei aveva un invidiabile naturale senso del ritmo e una voce intonata, come la mia, ma la sua era più forte, più corposa, come vino rosso, e cupa.

Passavo da lei tutti i pomeriggi, abitava sopra la nonna Maria, dopo la scuola pranzavo dalla nonna sopportando Beautiful, mangiavo un gelato davanti a Dragon Ball e poi salivo dalla lilli, anche se la nonna insisteva perché aspettassi sempre un altro po’, perché non sta bene andare in casa delle persone alle 14, ché la gente magari dorme.

Lei in effetti si addormentava sulla sedia, e io salivo al piano di sopra.

Con la lilli facevamo sempre i compiti – andavamo nella stessa classe – e poi suonavamo.

Suo padre ci aveva scritto una partitura di Stairway To Heaven, e io conserv(av)o quel foglio come fosse una cosa preziosissima.

Ora si trova tutto su internet, e in realtà volendo anche allora, era il 2000, ma noi usavamo il computer dei nostri genitori solo o comunque soprattutto per fare le ricerche per la scuola.

Abbiamo fatto miliardi di cartine geografiche, la lilli era bravissima a realizzare le cartine.

Stampavamo la cartina al pc, ricalcavamo con la carta da lucido e coloravamo.

Io la guardavo e contribuivo dando un po’ di verde o blu qua e là, ma solo lei aveva lo sguardo complessivo sull’opera, fino a un attimo prima del momento finale la forza con cui calcava il marrone delle zone montuose, tenendo il pastello come vedevo fare solo a lei, tra il medio e l’anulare, mi sembrava poter rovinare tutto, invece alla fine allontanando la vista il risultato era quasi tridimensionale, bellissimo.

Dopo le cartine o gli altri compiti suonavamo. Mia cugina, di qualche anno più grande, mi aveva fatto una compilation che avevo subito portato dalla lilli. Le nostre preferite erano Valvonauta, Acida e Placebo Effect. Le cantavamo fino allo sfinimento. Pure a scuola o in piattaforma, “Mi sento scossa” partiva una, “Agitata-a agitata-a un po’ nervosa-a” rispondeva prontamente l’altra.

Non ci drogavamo, non sapevamo niente di droghe, ci drogavano le infinite possibilità del pensiero, l’immaginazione, nemmeno ci importava che quelle sensazioni in quei testi potessero essere correlate agli effetti di una qualche droga. Ci aprivano la mente a combinazioni per noi nuove e ci piaceva. Eravamo esserini con gli occhi spalancati e mille tentacoli verso tutto. Non sono i testi migliori incontrati poi nella vita, ovviamente, ma servirono a pensare che si può dire tutto, che con la parola puoi fare tutto. Mi sento grande come una città come una città una gigante.

Tra le canzoni per la cresima c’era Vieni, vieni, spirito d’amore, e la voce di Matteo rendeva il ritornello un pezzo hardcore. Lui lo sapeva, e cercava di sussurrare, ma era impossibile, la sua voce adulta copriva tutte le nostre vocette. Non riuscivamo a trattenerci dal ridere, non per prenderlo in giro, ma per l’effetto rovesciato che si creava, quasi da rito esoterico, tutti in cerchio a invocare un amoroso spirito ribadendo in coro una formula monotona e ripetitiva.

Insomma, noi tutti ridiamo e la catechista Liliana a un certo punto stoppa la musica e ci urla indignata:

“Smettete di ridere pensando all’orgasmo!”

Restammo pietrificati, quasi tutte le guance arrossite, qualcuno sprofondò di qualche centimetro nel pavimento.

Avevo sentito la parola orgasmo, ma nemmeno sapevo concretamente cosa fosse, non ne avevo mai provato uno, ma nemmeno niente che gli andasse vicino, solo di lì a pochi mesi avrei provato la rapidissima sensazione di una puntina di lingua in bocca, alla festa di halloween di Francesco, pochi giorni dopo la cresima. Inoltre orgasmo mi pareva una parola sgraziata, dai suoni duri, mi imbarazzava, non il concetto, ma il suono goffo della parola.

Adesso la catechista Liliana mi rubava il verbo venire, e anche un poco di innocenza.

Per anni non l’ho potuto usare nel sesso e mi sono dovuta inventare nuovi formulari da condividere con chi ci si trovava con me, se non volevo ridere troppo o quantomeno se non volevo mi venisse in mente la catechista Liliana.

Ora che sono passati vent’anni il verbo venire è di nuovo libero e si è arricchito di vari amorosi significati – la mamma che per invitarmi a pranzo la domenica mi scrive su whatsapp soltanto Vieni?, accordarsi con un amore lontano per incontrarsi Vengo io? Vieni tu?, aspettare a casa un amore vicino A che ora vieni oggi?, un’amica che nonostante la stanchezza sceglie di farti compagnia Dai, vengo – ma ogni tanto rido ancora.

vengo anch’io no tu no

il problema era la mancanza

il problema era la mancanza

di concentrazione

un’attenzione circoscritta

a dettagli di bizzarra rilevanza

mi nascondeva il totale

potevo fissare per ore il pelo

di un sopracciglio

e non notare l’uomo o la donna

al di sotto dell’occhio

leggere tutti i cartelli in autostrada

fissarmi sulla cantilena creata dai dossi

sulla ripetitività dei segnali di

passaggio e non accorgermi del paesaggio

si creava un quadro preciso agli angoli

sempre confuso nel totale

ad allontanarsi per guardarlo meglio

non si capiva niente

il problema era la mancanza

spixelarsi un po’

questi giorni sono così sovraccarica che quando cerco di fermare un attimo il cervello

invece di rilassarsi lui mi riporta a vent’anni fa

in auto con mia mamma che guidava e mio fratello piccolissimo nel sedile dietro

ascoltavamo sempre De André e Battisti

quando arrivava La canzone del sole la mamma ci diceva che dovevamo cantare la parte finale senza respirare

tutta d’un fiato

Ilsolequandosorgesorgepianoepoilalucesidiffondetuttointornoanoileombreedifantasmidellanottesonoalberiecespugliancorainfioresonogliocchidiunadonnaancorapienidamore

io e mio fratello ci preparavamo riempiendo la bocca d’aria

anche lei ci provava, verso alberiecespugli crollava sempre in una risata

quello è il punto più difficile: lì ti viene di usare tutta l’aria invece devi conservarne ancora un po’, ancorapienidamore

ridevamo tutti, gonfia la bocca e scoppia gonfia la bocca e ridi

io ancora ci riesco. tutto d’un fiato senza respirare

in foto: da I pixel sognano in 8k?, dinosauro che impara da coccodrillo a spixelarsi e non pensare

i pixel sognano in 8k? fulvio risuleo • pièdimosca edizioni
spixelarsi un po’