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Stéphane Audeguy da Piccolo elogio della dolcezza


PIACERE

Nell'obbligo di desiderare -  che ci è imposto  dalla società delle merci - e di cercare di soddisfare i nostri desideri, dobbiamo intendere quello che l'etimologia ci insegna: desiderare significa rimpiangere l'assenza di qualcosa. In questo senso il desiderio è ben diverso dal godimento e dal piacere: una prodigiosa  fabbrica di frustrazioni, di stupide frenesie alla cui origine - è importante capirlo - c'è il rancore. Il nostro tempo non reprime il desiderio, anzi lo incoraggia in quanto frustrazione permanente; il godimento invece non è apprezzato; il piacere men che meno. Dire, a una cena tra amici, che il mestiere dell'insegnante vi piace, non suscita mai, per strano che sembri, un'approvazione sincera; per prima cosa vi chiedono dove insegnate: siete forse titolare di qualche sinecura, di una cattedra a tempo parziale? No? Allora forse insegnate in un liceo prestigioso? Neanche? Sarete guardati con sospetto. Gli altri si vendicheranno di voi raccontandovi nei minimi particolari con quanti idioti hanno dovuto fare i conti durante gli anni della scuola. Essere contenti è motivo di sospetto:  qui sta lo scandalo. 


Miyamoto Musashi - 21 principi del Dokkōdō

1   - Accetta ogni cosa così com'è.

2   - Non cercare il piacere fine a se stesso.

3   - Non dipendere, in nessuna circostanza, da un sentimento parziale.

4   - Pensa con leggerezza a te stesso e profondamente al mondo.

5   - Sii distaccato dal desiderio per tutta la vita.

6   - Non rimpiangere ciò che hai fatto.

7   - Non essere mai geloso.

8   - Non lasciarti mai rattristare da una separazione.

9   - Risentimento e lamentele non sono appropriati né per te stesso né per gli altri.

10 - Non lasciarti guidare dal sentimento della lussuria o dell'amore.

11 - In tutte le cose non avere preferenze.

12 - Sii indifferente al luogo in cui vivi.

13 - Non ricercare il gusto del buon cibo.

14 - Non aggrapparti a beni di cui non hai più bisogno.

15 - Non agire seguendo le consuetudini.

16 - Non collezionare armi né esercitarti con le armi oltre ciò che è utile.

17 - Non temere la morte.

18 - Non cercare di possedere beni o feudi per la tua vecchiaia.

19 - Rispetta Buddha e gli dei senza contare sul loro aiuto. 

20 - Puoi abbandonare il tuo corpo, ma devi preservare il tuo onore.

21 - Non allontanarti mai dalla Via.


Grazie a Open Culture

Bruno Bettelheim - Conformismo

Durante il periodo di transizione dalla relativa libertà del tardo capitalismo a uno stato di massa oppressivo il problema centrale è quello di indurre i cittadini al conformismo, se necessario anche con la forza. La  sopravvivenza di un tale Stato, una volta creato, dipende dalla disposizione dei cittadini a lasciarsi manipolare, a rinunciare alla propria identita personale e a modi di vivere individuali. La più grande speranza del genere umano, ma anche il più grande pericolo per questo tipo di Stato di massa, consiste nella esistenza di una minoranza piuttosto cospicua di persone che resistano contro un tale destino. Queste devono essere eliminate oppure costrette ad adattarsi alla nuova realta, perché ogni altra linea di condotta metterebbe in pericolo lo Stato qualora i suoi controlli venissero meno. Il solo modo di garantire per sempre la sottomissione dei sudditi è assicurarsi che essi si conformino di loro spontanea volontà. D’altro canto, il supremo compito di coloro che desiderano salvaguardare la propria individualita è trovare il modo di proteggerla nonostante la forza del controllo di massa e dei moderni mezzi di persuasione di massa.

Bruno Bettelheim, Il cuore vigile, Adelphi

J.M.Coetzee - sbavare

 Di fronte a David, il portiere si alza e con un rumoroso sospiro lascia l'auditorium. Dovrebbe andarsene anche lui. Gli sembra indecoroso starsene al buio a spiare una ragazza (gli si affaccia alla mente, indesiderata, la parola «sbavare»). Eppure anche i vecchi, cui presto andrà a fare compagnia, e i barboni e i vagabondi, con l'impermeabile macchiato, i denti falsi screpolati, il ciuffo di peli che spunta dall'orecchio, sono stati figli di Dio, con arti dritti e occhi limpidi. Si può forse biasimarli se, al dolce banchetto dei sensi, si aggrappano alla sedia fino all'ultimo?

 J.M.Coetzee, Disgrace, 1999

Simone de Beauvoir - rivolta

 

“L’oppresso non può realizzare la sua libertà di uomo se non nella rivolta, giacché la peculiarità della situazione contro la quale si ribella consiste proprio nell’impossibilità di ogni sviluppo positivo; la sua trascendenza si supera all’infinito solo nella lotta sociale e politica.”


Tonio Rasputin: sogno dell'albero

Tonio Rasputin: sogno dell'albero: Era un sogno talmente alto e ramificato che più mi arrampicavo e più mi sentivo leggero e tanto più ci stavo bene quanto meno riuscivo a ...

Umberto Eco - La bomba e il generale

 C‘era una volta un atomo. 

E c’era una volta un generale cattivo con una divisa piena di galloni. 

Il mondo è pieno di atomi. 

Tutto è fatto  di atomi: gli atomi sono  piccolissimi e quando si  riuniscono assieme  formano  le  molecole,  le  quali  a  loro  volta  formano  tutte  le  cose che conosciamo. 

La mamma è fatta di atomi.  

Il latte è fatto di atomi. 

La donna è fatta di atomi.  

Il fuoco è fatto di atomi.  

Noi siamo fatti di atomi. 

Quando  gli  atomi  stanno  insieme  armoniosamente,  tutto  funziona  a meraviglia. La vita si basa su questa armonia. Ma  quando  si  riesce  a  spezzare  un  atomo…  le  sue  parti  colpiscono  altri 

atomi, i quali colpiscono altri atomi ancora e così via… 

Avviene una esplosione terrificane! È la morte atomica. 

Ebbene,  il  nostro  atomo  era  triste  perché  era  stato  messo  dentro  una bomba atomica. Insieme ad altri atomi aspettava il giorno in cui la bomba sarebbe  stata  lanciata  ed  essi  si  sarebbero  spezzati,  distruggendo  ogni cosa. 

Ora dovete sapere che  il mondo è anche pieno di generali  che passano  la vita ad ammucchiare bombe. E il nostro generale riempiva di bombe il suo solaio. 

“Quando ne avrò tante” diceva “farò scoppiare una bellissima guerra!” 

E rideva. 

Ogni giorno il generale saliva in solaio e vi portava una bomba fresca.  

“Quando il solaio sarà pieno” diceva “farò scoppiare una bellissima guerra!” 

Come si fa a non diventare cattivi, con tante bombe a portata di mano?  

Gli atomi chiusi nelle bombe erano tristi. 

Per  causa  loro  ci sarebbe stata  un’immensa  catastrofe: sarebbero  morti tanti  bambini, tante mamme, tanti gattini, tante caprette, tanti uccellini, tutti, insomma. Sarebbero stati distrutti interi paesi: dove prima c’erano casette bianche coi tetti rossi e gli alberi verdi  intorno…… non ci sarebbe rimasto che un orribile buco nero. 

E così decisero di ribellarsi al generale. E  una  notte,  senza  far  rumore,  uscirono  quatti  quatti  dalle  bombe  e  si nascosero in cantina. 

La mattina dopo il generale entrò nel solaio con degli altri signori. 

Questi signori dicevano:

“Abbiamo speso un sacco di soldi per fare tutte queste bombe. Adesso vuole lasciarle lì ad ammuffire? Cosa ci sta a fare, Lei?” 

“E’ vero” rispose il generale “bisognerà proprio iniziare questa guerra. Se no non riuscirò mai a fare carriera..” 

E dichiarò la guerra. 

Quando si diffuse la notizia che stava per scoppiare la guerra atomica, la gente  impazzì  di  paura:  “Oh,  se  non  avessimo  permesso  che  i  generali costruissero bombe!” dicevano. 

Ma era troppo tardi. Tutti fuggivano dalle città. Ma dove rifugiarsi? 

Intanto  il generale  aveva  caricato  le sue  bombe su  un aeroplano  e stava gettandole una per una su tutte le città. 

Ma  quando  le  bombe  caddero,  vuote  com’erano,  non  scoppiarono affatto! E la gente, felice per lo scampato pericolo (non gli pareva vero!), le usò come vasi per i fiori. 

Tutti scoprirono così che la vita era più bella senza le bombe. 

Così  decisero  di  non  fare  più  guerre.  Le  mamme  erano  più  contente.  Ma anche i papà. Anzi, tutti. 

E il generale? Ora che non c’erano più guerre, venne licenziato.  

E  per  utilizzare  la  sua  divisa  piena  di  galloni,  diventò  portiere  in  un albergo.  Siccome ormai tutti vivevano  in  pace,  nell’albergo venivano molti turisti.  Persino  i  nemici  di  un  tempo.  Persino  i  soldati  che  una  volta  il generale aveva comandato a bacchetta.  

Il  generale,  quando  entravano  e  uscivano  dall’albergo,  apriva  la  grande porta a vetri e faceva un goffo inchino, diceva:

 “Buongiorno, signore.”  

E quelli che lo avevano riconosciuto, gli dicevano con la faccia scura scura: 

“Si vergogni! In questo albergo il servizio è pessimo!” 

E  il  generale  diventava  rosso  rosso  e  stava  zitto.  Perché  ormai  non contava più nulla. 

Lev Trockij - Manifesto di Zimmerwald

La guerra dura da più di un anno! Milioni di cadaveri coprono i campi di battaglia. Milioni di uomini resteranno mutilati per il resto dei loro giorni. L’Europa è diventata un gigantesco mattatoio umano. Tutta la civiltà creata dal lavoro di molte generazioni è votata all'annientamento. La barbarie più selvaggia trionfa oggi su tutto ciò che, fino ad ora, costituiva l’orgoglio dell’umanità. Quali che siano i responsabili immediati dello scatenamento di questa guerra, una cosa è certa:

LA GUERRA CHE HA PROVOCATO TUTTO QUESTO CAOS È UN PRODOTTO DELL’IMPERIALISMO.

Essa è frutto della volontà delle classi capitaliste di ogni nazione di vivere dello sfruttamento del lavoro umano e delle ricchezze naturali dell’universo. In tal modo le nazioni economicamente arretrate o politicamente deboli cadono sotto il giogo delle grandi potenze che, in questa guerra, cercano di ridisegnare la mappa del mondo col ferro e col sangue, secondo i loro interessi. È così che interi popoli e paesi, come il Belgio, la Polonia, gli Stati balcanici e l’Armenia, corrono il rischio di essere annessi, completamente o in parte, attraverso il semplice gioco degli indennizzi. I moventi della guerra appaiono in tutta la loro nudità man mano che gli eventi si sviluppano. Il velo dietro al quale è stato occultato alla coscienza dei popoli il significato di questa catastrofe mondiale cade, brandello dopo brandello. I capitalisti di tutti i paesi, che coniano dal sangue dei popoli la rossa moneta dei profitti di guerra, sostengono che la guerra servirà alla difesa della patria e della democrazia, e alla liberazione dei popoli oppressi. Mentono: 

 LA VERITÀ È CHE IN REALTÀ ESSI SEPPELLISCONO, SOTTO ALLE ABITAZIONI DISTRUTTE, LA LIBERTÀ DEI LORO STESSI POPOLI INSIEME ALL’INDIPENDENZA DELLE ALTRE NAZIONI. 

Nuove catene e nuovi fardelli, ecco ciò che risulterà da questa guerra, ed è il proletariato di tutti i paesi, vincitori e vinti, che dovrà sopportarne il peso. Aumento del benessere, veniva detto loro al momento dello scatenamento della guerra. Miseria e privazioni, disoccupazione e carovita, malattie ed epidemie sono i suoi veri risultati. Per decine d’anni le spese della guerra assorbiranno le migliori energie dei popoli, comcomprometteranno la conquista di miglioramenti sociali e impediranno qualsiasi progresso. Fallimento della civiltà, depressione economica, reazione politica: ecco i benefici di questa terribile lotta tra popoli. La guerra rivela così il vero carattere del capitalismo moderno, che è incompatibile non soltanto con gli interessi delle classi operaie e con le esigenze dell’evoluzione storica, ma anche con le condizioni elementari di esistenza della comunità umana. Le istituzioni del regime capitalista che disponevano della sorte dei popoli: i governi – monarchici o repubblicani –, la diplomazia segreta, le possenti organizzazioni padronali, i partiti borghesi, la stampa capitalista, la Chiesa: su di esse ricade la responsabilità di questa guerra, originata da un ordinamento sociale che le alimenta, che esse difendono, e che serve unicamente i loro interessi. Operai! Voi, ieri sfruttati, immiseriti, derisi, vi hanno chiamato fratelli e compagni quando si è trattato di spedirvi al massacro e alla morte. E oggi che il militarismo vi ha mutilati, straziati, umiliati e schiacciati, le classi dominanti esigono che voi abdichiate ai vostri interessi, al vostro ideale, in una parola, che vi sottomettiate come schiavi alla pace sociale. Vi privano della possibilità di esprimere le vostre opinioni, i vostri sentimenti, le vostre sofferenze. Vi proibiscono di formulare le vostre rivendicazioni e di difenderle. La stampa viene soffocata, le libertà e i diritti politici calpestati: è il regno della dittatura militare dal pugno di ferro. Non possiamo più né dobbiamo rimanere inattivi di fronte a questa situazione che minaccia l’avvenire dell’Europa e dell’umanità. Durante lunghi anni, il proletariato socialista ha condotto la lotta contro il militarismo; con crescente apprensione, i suoi rappresentanti si sono preoccupati, nei loro congressi nazionali e internazionali, dei pericoli di guerra, sempre più minacciosi, che l’imperialismo faceva sorgere. A Stoccarda, a Copenhagen, a Basilea, i congressi socialisti internazionali hanno tracciato la via che il proletariato deve seguire. Ma all’inizio della guerra i partiti socialisti e le organizzazioni operaie di alcuni paesi, pur avendo contribuito all’elaborazione di quelle decisioni, hanno disconosciuto gli obblighi che esse imponevano loro. I loro rappresentanti hanno indotto i lavoratori ad abbandonare la lotta di classe, unico mezzo efficace di emancipazione proletaria. Hanno accordato alle classi dirigenti i crediti di guerra; si sono messi al servizio dei governi per svariate mansioni; hanno cercato, mediante la loro stampa e i loro emissari, di conquistare coloro che erano neutrali alla politica governativa dei loro rispettivi paesi; hanno fornito ai governi dei ministri socialisti, come ostaggi dell’«Union sacrée». Con ciò stesso hanno accettato, di fronte alla classe operaia, di condividere con le classi dirigenti le responsabilità presenti e future di questa guerra, dei suoi scopi e dei suoi metodi. E, così come ogni partito separatamente preso veniva meno al suo compito, anche il massimo rappresentante delle organizzazioni socialiste di tutti i paesi, il Bureau Socialista Internazionale, è venuto meno al suo. È a causa di questi fatti che la classe operaia, la quale non aveva ceduto al panico generale o aveva saputo successivamente liberarsene, non ha ancora trovato, nel secondo anno della carneficina dei popoli, i mezzi per intraprendere in tutti i paesi una lotta attiva e simultanea per la pace. In questa situazione intollerabile noi, rappresentanti di partiti socialisti, di sindacati o di minoranze di tali organizzazioni, noi tedeschi, francesi, italiani, russi, polacchi, lettoni, romeni, bulgari, svedesi, norvegesi, olandesi e svizzeri, noi che non ci collochiamo sul terreno della solidarietà nazionale con i nostri sfruttatori ma siamo rimasti fedeli alla solidarietà internazionale del proletariato e alla lotta di classe, ci siamo riuniti per riallacciare i legami infranti delle relazioni internazionali, per chiamare la classe operaia a riprendere coscienza di se stessa e per spingerla a lottare per la pace. Questa lotta è una lotta per la libertà, per la fratellanza dei popoli, per il socialismo. Occorre intraprendere questa lotta per la pace, per una pace senza annessioni né indennizzi di guerra. Ma una simile pace è possibile soltanto a condizione che venga condannata ogni idea di violazione dei diritti e delle libertà dei popoli. Essa non deve condurre né all’occupazione di interi paesi né ad annessioni parziali. No alle annessioni, palesi o mascherate, e no anche all’assoggettamento economico che, a causa della perdita di autonomia politica che esso comporta, diventa ancor più intollerabile. Il diritto dei popoli all’autodeterminazione deve essere il fondamento incrollabile nel sistema dei rapporti tra nazione e nazione. Proletari! Dopo lo scatenarsi della guerra avete messo tutte le vostre energie, tutto il vostro coraggio, tutta la vostra sopportazione al servizio delle classi possidenti. Oggi, restando sul terreno di un’irriducibile lotta di classe, occorre agire per la vostra causa, per il sacro obiettivo del socialismo, per l’emancipazione dei popoli oppressi e delle classi asservite. È dovere e compito dei socialisti dei paesi belligeranti intraprendere questa lotta con tutta la loro energia. È dovere e compito dei socialisti dei paesi neutrali aiutare con ogni mezzo i propri fratelli in questa lotta contro la barbarie sanguinaria. Mai nella storia mondiale c’è stato compito più urgente, più elevato, più nobile; la sua realizzazione deve essere nostra opera comune. Nessun sacrificio è troppo grande, nessun fardello troppo pesante per raggiungere questo obiettivo: il ripristino della pace tra i popoli. Operai e operaie, madri e padri, vedove e orfani, feriti e mutilati, a tutti voi che soffrite per la guerra e a causa della guerra, noi gridiamo: Al di sopra di tutte le frontiere, al di sopra dei campi di battaglia, al di là delle campagne e delle città devastate: Proletari di tutti i paesi, unitevi! 

Zimmerwald (Svizzera), settembre 1915

Giovanni Russo Spena ricorda Peppino Impastato

 43 anni  fa Peppino Impastato veniva ucciso. Per il suo impegno militante antimafia e per il suo meridionalismo sociale. Peppino è stato il precursore dell’antimafia sociale. Le sue idee, la sua figura sono attualissime. Soprattutto oggi, con la mafia che diventa sempre più pervasiva all’interno delle strutture economiche e sociali. La mafia attua, oggi, negli strati popolari impoveriti dalla pandemia, un vero e proprio welfare “sostitutivo” di uno Stato sociale  che non eroga le risorse necessarie; e acquista quote ed azioni di aziende in difficoltà economiche. Peppino è, quindi, attuale perché fu vittima del “sovversivismo” reazionario delle classi dominanti meridionali. Non dimentichiamo che la Commissione Antimafia, nel 1976, ancora parlava della mafia come di una “comune forma di delinquenza organizzata” e che la prima legge antimafia fu varata solo nel 1982 (4 anni dopo l’uccisione di Peppino…). Umberto Santino ci insegnò, in quegli anni difficili, il “paradigma della complessità” della borghesia mafiosa: la mafia come organizzazione e sistema di rapporti, intreccio tra criminalità, accumulazione, processi di valorizzazione del capitale, codice culturale; e, insieme, consenso sociale.  Impiegammo 22 anni per ottenere la condanna giudiziaria dei mandanti dell’uccisione di Peppino e 21 anni per ottenere l’approvazione, in Parlamento, della mia relazione che indaga sugli intrecci di potere che non avevano permesso di giungere subito alla verità. Anche il Ministero dell’Interno parlò, per 20 anni, di Peppino “terrorista” o di Peppino “suicida”. Non a caso decisi, insieme agli splendidi collaboratori della Commissione Antimafia,di intitolare la relazione “Anatomia di un depistaggio”. E, dopo anni di inchiesta, volemmo che si aprisse con queste parole:” Italiani perdonateci; lo Stato avrebbe potuto scoprire subito la verità, ma segmenti dello Stato ( Carabinieri, parte della Magistratura) lo impedirono”. Non vi fu, infatti, da parte dello Stato, negligenza o inerzia ma scelta consapevole.. Perché la mafia è un sistema di relazioni. A Cinisi indagammo sulla identità di una mafia in transizione: che diventava un vero e proprio distretto della droga, raccordo e tramite tra mafia siciliana e mafia statunitense. Insomma Badalamenti, che volle l’uccisione di Peppino, aveva tanto denaro, tanto potere, un articolato sistema di relazioni politiche. La mafia è dentro l’amministrazione, la finanza, la politica. Il ricordo di Peppino è attualissimo. Perché fu, insieme ai tanti braccianti e sindacalisti uccisi dal potere borghese/mafioso (da Portella della Ginestra in poi) precursore dell’antimafia sociale. Costruì un nesso tra lotte studentesche, bracciantili, per la riforma agraria : una sfida al comando mafioso sul territorio. Utilizzando anche  strutture allora appena apparse; Radio aut , con il sarcasmo delle splendide e coraggiose trasmissioni di Peppino, fu una vera e propria demistificazione e critica del potere. Rivedo Peppino nelle tante ragazze, nei tanti giovani che praticano conflitto e mutualismo sociale nei quartieri metropolitani del Sud, nei tanti paesi abbandonati dallo Stato. Peppino non è una icona nostalgica: era un militante comunista, un attivista sociale, di Lotta Continua e di Democrazia Proletaria, che combatteva i compromessi “milazziani” che coinvolgevano mafie e settori della sinistra in un articolato sistema di interessi. E’ stato certamente anche un precursore del movimento altermondialista. Lottò per “un altro mondo possibile”. Lo comprese e lo aiutò la sua splendida mamma, mamma Felicia, donna straordinaria, che è stata la mamma di tutte e tutti noi.

Giovanni Russo Spena 

José Saramago - comunismo -

Marx ed Engels hanno scritto nella Sacra famiglia: «se l'uomo è formato dalle circostanze, allora bisogna formare le circostanze umanamente». Niente di più chiaro, niente di più eloquente, niente di più ricco di senso. Non avevo ancora trent'anni quando, per la prima volta, lessi quelle parole. Furono, per così dire, la mia via di Damasco. Capii che mi sarebbe stato impossibile tracciare una rotta per la mia vita al di fuori di quel principio e che solo un socialismo integralmente inteso (dunque, il comunismo) avrebbe potuto soddisfare i miei aneliti di giustizia sociale. Molti anni più tardi, in una intervista con Bernard Pivot, che voleva sapere perché continuassi a essere comunista dopo gli errori, i disastri e i crimini del sistema sovietico, risposi che, essendo un comunista «ormonale», mi era impossibile avere delle idee diverse: gli ormoni avevano deciso. La spiegazione è più seria di quanto sembri: e forse si capisce meglio se dico che, in qualche modo, ha un equivalente nel «non possumus» biblico. Recentemente, suscitando lo scandalo di certi compagni dediti alla più canonica ortodossia, ho osato scrivere che il socialismo - e a maggior ragione il comunismo - è uno stato dello spirito. Continuo a pensarlo. E la realtà si incarica giorno dopo giorno di darmi ragione.

La bella copia di Antonio Lillo

 

Stamattina leggevo alcuni commenti entusiasti ai versi di un poeta riconosciuto post mortem – “sempre amato lui!”, ma sempre quando, quando faceva la fame e non se lo cagava nessuno? – e pensavo che un poeta che non è ancora arrivato al successo non è considerato “poeta” da nessuno, nemmeno quando scrive o legge i suoi versi. E se lo dice con troppa convinzione che scrive poesie, al massimo si vedrà rispondere quel certo sorrisino di chi ti compatisce o sfotte. Però un bel giorno, se il poeta arriva al successo, generalmente post mortem, vince questo premio: gli viene tolta la pelle della sua vita precedente. Nessuno più che dica che è stato maestro o impiegato o commesso o operaio ecc. Gli viene tolto l’unto del lavoro quotidiano. La poesia, che fino al giorno prima era un lusso per i poveri, diventa l’unica occupazione di una vita. E il lavoro, a meno che tu non possa romanzarlo nella sua bio, sembra quasi sia stato un blando incidente di percorso. Magicamente, sulle pagine web o nei manuali scolastici non si capisce più di che mangiava questo poeta, cosa ha dovuto subire dai suoi capi, gli vengono tolte l’occupazione, la casa, la famiglia, i piatti preferiti, le sue insonnie. Restano soltanto gli amori, meglio se clandestini, qualche litigio letterario, e la bruciante e passione per i versi. Tutto, insomma, si riduce a ben poco, al minimo indispensabile. Così l’uomo che stava dentro il poeta muore e finisce, e il poeta che stava dentro l’uomo diventa una bella copia dell’originale, ma una copia non proprio esatta, diversa, e mai completamente intera. Pronta e lucidata per essere da “sempre amata”.


Fonte: la bella copia 

Anaïs Nin - Scrivere

“Perché si scrive è una domanda a cui posso rispondere facilmente, dato che me lo sono chiesto così spesso. Penso che un autore scriva perché ha bisogno di creare un mondo in cui poter vivere. Io non potrei mai vivere in nessuno dei mondi che mi sono stati offerti: il mondo dei miei genitori, il mondo della guerra, il mondo della politica. Dovevo crearne uno tutto mio, come un luogo, una regione, un'atmosfera in cui poter respirare, regnare e ricrearmi quando ero spossata dalla vita. Questa, credo, è la ragione di ogni opera d'arte. L'artista è l'unico a sapere che il mondo è una creazione individuale, che c'è una scelta da fare, una selezione. E se anche riesce a raggiungere questa seconda fase, l'artista continua tuttavia coraggiosamente a tentare. Pochi momenti di comunicazione con il mondo valgono la pena, perché è un mondo per altri, un'eredità per altri, un dono. Ma scriviamo anche per accrescere la nostra consapevolezza della vita. Scriviamo per lusingare e incantare e consolare altri. Scriviamo per fare una serenata ai nostri amanti. Scriviamo per gustare la vita due volte, nell'istante presente e nel ricordo. Scriviamo, come Proust, per rendere tutto eterno, e per convincere noi stessi che è eterno. Scriviamo per poter trascendere la nostra vita, per arrivare al di là di essa. Scriviamo per insegnare a noi stessi a parlare con gli altri, per testimoniare il viaggio nel labirinto. Scriviamo per ampliare il nostro mondo quando ci sentiamo soffocati, o limitati, o soli. Scriviamo come gli uccelli cantano, come il selvaggio danza i suoi rituali. Se nella scrittura non respiri, se non piangi, se non canti, allora non scrivere, perché la nostra cultura non contempla alcuna utilità per la scrittura. Quando non scrivo, sento che il mio mondo si restringe. È come se fossi in prigione. Sento che ho perso il mio fuoco e il mio colore. Deve essere una necessità, come il mare ha bisogno di incresparsi, e io questo lo chiamo respirare”.
Anaïs Nin, La mistica del sesso

-il soldatino di napoleone- di Antonio Lillo

"Continuo a ripensare alle parole di un poeta che ho conosciuto pochi giorni fa. Lui scrive poesie di tipo filosofico-intimistico. E quando gli ho detto di essere maggiormente interessato a una poesia che va più sul sociale, mi ha fatto un sorrisino furbo e mi ha detto che quel tipo di poesia, secondo lui, così com’è fatta oggi, è noiosa. Gli ho chiesto perché. E lui mi fa l’esempio di un campo di battaglia napoleonico: la maggior parte della poesia civile, dice, la scrive gente che prende la posizione del soldatino, il quale viene sbattuto forzatamente in mezzo ai combattimenti e si lamenta delle sue sfortune, ma non capisce realmente cosa sta succedendo. L’unico che ha la visione reale e completa della situazione, che può capire e descrivere come vanno le cose non è il soldatino, ma Napoleone, che sta sulla collina al sicuro, controlla che succede col suo cannocchiale, interpreta la situazione e impartisce ordini. Quindi, gli dico io innervosito, mi stai dicendo che prendere le parti del soldatino è inutile? No, dico che per fare una poesia sociale interessante bisogna entrare nella testa di Napoleone, e non nel cuore del soldatino. Perché parlare del cuore del soldatino è facile, è un discorso abusato, ma è pensare come Napoleone che è difficile. È un discorso talmente classista e snob, che sulle prime mi ha dato un fastidio enorme, eppure continuo a ripensarci. C'è qualcosa che mi turba. Perché mi chiedo se in qualcosa non abbia ragione lui, se sono io che non capisco dove va il mondo e sto sbagliando qualcosa. Ma possibile, mi dico, che siamo arrivati a questo punto, che parlare del cuore del soldatino, prendere le sue parti, è considerato non solo inutile e noioso, ma insufficiente a capire come va il mondo? E se anche fosse così, se alla guerra togli il soldatino, se consideri soltanto la visione di Napoleone, a parte Napoleone, mi chiedo, che rimane? Per me rimane soltanto la guerra, come concetto astratto e freddo, non resta più nulla insomma. E tu poeta, che canti?"

Fonte:  https://toniorasputin.blogspot.com/2018/08/il-soldatino-di-napoleone.html

Agota Kristof - Ho solo cinquant’anni -


"Ho solo cinquant’anni. Se smetto di fumare e di bere, o piuttosto di bere e di fumare, potrei ancora scrivere un libro. Dei libri no, ma un libro solo forse sì. Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia. Se resto qui, non scriverò mai un libro."

Paolo Poli su Gozzano


Gozzano si è rifugiato in soffitta in mezzo alle cose abbandonate. Mentre D’Annunzio elogiava la sua bellez­za, i suoi successi con le donne, Gozzano diceva: «Non amo che le rose | che non colsi», e invece di queste bel­le donne, di queste Basilisse («la fiamma è bella!»), lui aveva la cuoca: « Signorina Felicita... a quest’ora che fai? Tosti il caffè: | e il buon aroma si diffonde intorno? | O cuci i lini e canti e pensi a me, | a l’avvocato che non fa ritorno?» Si è nascosto dietro i vasi di marmellata. Men­tre D’Annunzio aveva il tripode, il bucintoro, la nave con le vele che sbattono.
Gozzano è una specie di entomologo bambino che va acchiappando le farfalle e nel finale c’è un atropo, con la testa di morto, che minaccia e annuncia la fine. Di lui mi piace molto anche quel firmarsi minuscolo guidogozzano, anch’io ogni tanto mi firmo paolopoli, come se fossi una città greca.
Ci sono ancora nelle nostre case dei giornali vecchi di quando le zie ricamavano il corredo, che ora non si usa più perché si comprano le lenzuola di carta. C’erano delle poesie che informavano le donne sui fatti della vi­ta, gli affetti familiari. Ah, la grazia artigianale imbam­bolata di quei nostri giocattoli gozzaniani di cartapesta dipinta: cavallini che strizzano l’occhio per imperizia del pittore, barometri réclame con la santa che cambia di colore, cassette per elemosine col frate in piedi e il negretto inginocchiato che dondola la testa in ringra­ziamento della moneta. Riscalda il cuore il mondo delle stampe in bianco e nero, a tratteggi grossi ma non gros­solani e simmetrie prevedibili ma non sprovvedute, do­ve l’immaginazione anche la più modesta è sollecitata a intervenire, è stimolata a suggerire toni e timbri, lu­ci e atmosfere sulla povera scorta di quei magici segni. Come si rallegra il fanciullino che è in noi al ritrovare il volto di certe nostre avole e balie buonissime che ci condussero come a una festa alla visita domenicale del cimitero gremito di floreali angioli artistici o ci tiraro­no per mano su per la via crucis del finitimo santuario delle illustrate stazioni!

 Alfabeto Poli, Paolo Poli (a cura di Luca Scarlini) 

Pier Paolo Pasolini - Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati



Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio «uomo» che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.
Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, 1975



Giorgio Manganelli - Lettera a Viola Papetti

Le ultime ore passate assieme sono state calde, roventi, e hanno lasciato un segno di desiderio, di languore, di eccitazione aspra, di smania. Quanto sto bene stretto a te, con te, su di te, dentro di te: guaina, fodero, rilegatura, discesa, labirinto, adito. Mi piaci perché hai un corpo penetrabile e cedevole, un corpo che ama essere attraversato, inchiodato, dilatato, tormentato, illanguidito; e mi piace quel corpo perché è tuo, lo porti come un modo per consentire l’accesso a te, a quel fulvo calore che ora ha avuto ragione dell’inveterato gelo della tua pelle.
Ti scrivo e ti desidero, vorrei che ti arrivasse, che ti disturbasse gli ozi madrileni il desiderio, il puro e crudo desiderio di averti, di progettare un incontro, di fantasticare nuovi abbracci, di sentire in me e in te, il languore della saliva, del sudore, l’indulgenza e il furore delle mucose, della rosa cedevole e della rosa penetrativa. Se tu mi pensi, come spero, il tuo pensarmi ti dirà che io ti penso, e che anche desiderarti è un’arguzia, un gioco, un travestimento del pensarti. Ti penserò finché non ti sentirò, di nuovo, gemere. A presto. Ti bacio.
Roma, 16 settembre 1968
Lettera di Giorgio Manganelli a Viola Papetti

Haruki Murakami - Junpei era nato per scrivere racconti

"[...] è difficile mantenersi solo con i racconti.
Ma Junpei era nato per scrivere racconti. Chiuso nella sua stanza, gettata via ogni altra preoccupazione, in solitudine, trattenendo il respiro, completava in tre giorni la prima stesura. Poi ci metteva quattro giorni per produrre quella definitiva. A quel punto naturalmente dava da leggere il racconto a Sayoko e al suo editor, e seguiva poi un altro attento lavoro di rifinitura. Ma fondamentalmente la sorte del racconto si giocava per intero in quella prima settimana. Tutto ciò che doveva entrare o uscire dalla storia veniva deciso in quei giorni. Questo metodo si adattava al suo carattere.
Un'estrema capacità di concentrazione in un breve periodo. Immagini e parole condensate al massimo. Ma se pensava di scrivere un romanzo, Junpei provava sempre un senso di angoscia. Come avrebbe fatto a mantenere e controllare la sua concentrazione mentale per diversi mesi, forse per quasi un anno? Sentiva di non poter dominare ritmi del genere.
Provò in più occasioni a scrivere un romanzo, ma ogni volta, di fronte all'ennesima sconfitta, rinunciava. Che gli piacesse o no, la sua strada non poteva che essere quella di scrivere racconti brevi. Era il suo stile. Nonostante tutti i suoi sforzi, non poteva trasformarsi in un altro. Come non si può cambiare un bravo seconda base in un battitore di home-run."

Haruki Murakami,  Tutti i figli di Dio danzano

Slavoj Žižek - Inchiostro blu e inchiostro rosso

Una vecchia barzelletta in voga nell’ex Repubblica Democratica Tedesca racconta di un operaio tedesco che trova lavoro in Siberia. Consapevole del fatto che tutta la sua posta verrà letta dalla censura, dice ai suoi amici: «Stabiliamo un codice: se la lettera che ricevete è scritta in normale inchiostro blu, significa che è veritiera; se invece è scritta in inchiostro rosso quella lettera dice il falso». Dopo un mese, gli amici ricevono la prima lettera, scritta in inchiostro blu: «Qui è tutto meraviglioso: i negozi sono pieni di merci, il cibo è abbondante, gli appartamenti sono grandi e ben riscaldati, nei cinematografi si proiettano film occidentali, ci sono ovunque belle ragazze disponibili per un’avventura. L’unica cosa che non si trova è l’inchiostro rosso». […]
E non è forse questa la nostra situazione ancora oggi? Abbiamo tutte le libertà che vogliamo, l’unica cosa che ci manca è l’«inchiostro rosso»: ci «sentiamo» liberi perché ci manca addirittura il linguaggio per articolare la nostra illibertà. Questa mancanza di inchiostro rosso significa che oggi tutti i termini principali impiegati per designare il conflitto attuale («guerra al terrorismo», «democrazia e libertà», «diritti umani», eccetera) sono termini falsi, che distorcono la nostra percezione della situazione invece di consentirci di pensarla. […] Il nostro compito oggi è di fornire a chi protesta dell’inchiostro rosso. 

 107 Storielle di Žižek di Slavoj Žižek (storiella n° 73)

Kurt Vonnegut, scrivere storie brevi


1 – Utilizza il tempo di un perfetto sconosciuto in modo che lui o lei non senta di averlo sprecato.
2 – Da’ al lettore almeno un personaggio per cui possa fare il tifo
3 – Ogni personaggio dovrebbe volere qualcosa, anche soltanto un bicchiere d’acqua.
4 – Ogni frase deve fare una di queste due cose: mostrare un personaggio o far andare avanti la storia.
5 – Inizia il più vicino possibile alla fine.
6 – Sii sadico. Non importa quanto dolci e innocenti siano i tuoi personaggi principali, fa’ che accadano loro cose tremende così che il lettore possa vedere di che stoffa sono fatti.
7 – Scrivi per dar piacere solo a una persona. Se apri una finestra e fai l’amore con il mondo, per così dire, la tua storia si prenderà una polmonite.
8 – Da’ ai tuoi lettori la maggior parte di informazioni il prima possibile. Al diavolo la suspense. I lettori dovrebbero avere una comprensione talmente completa di quel che sta succedendo, dove e perché, da poter finire la storia da soli, nel caso gli scarafaggi mangiassero le ultimissime pagine.

Kurt Vonnegut 

Fonte: Il Post