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giovedì 15 gennaio 2015

Norman Finkelstein su Charlie Hebdo


Traduco per voi due commenti apparsi sul blog di Norman G. Finkelstein all'indomani della strage di Charlie Hebdo. Non siete obbligati ad essere d'accordo con lui ma solo ad ascoltarlo. Considerate questo come un utile test di manutenzione, un tagliando al pensiero reversibile sempre più atrofizzato di questi tempi. Lo so, è dura come una prova di sopravvivenza. Il relativismo è il male, il pensiero non è multiplo ma unico, mettersi nei panni del nemico è un'atroce bestemmia, queste sono eresie, i muscoli fanno male e le meningi si paralizzano di terrore, ma dovete provarci. La libertà non è gratis.



Norman G. Finkelstein, lunedì 12 gennaio 2015


"All'indomani del massacro di 1000 musulmani in un solo giorno da parte del dittatore egiziano Al Sisi, il Charlie Hebdo uscì con questa copertina (a sinistra): "Il Corano è m***, non ferma le pallottole".

L'immagine di destra che dice: "Charlie Hebdo è m***, non ferma le pallottole", ricade sotto la libertà di espressione o è considerata offensiva dalla parte del mondo amante della libertà?"


Je suis Der Sturmer?

Norman G. Finkelstein, mercoledì 14 gennaio 2015

"Il settimanale nazista Der Sturmer, diretto da Julius Streicher, era noto per le sue oscene caricature antisemite. 

Immaginate se due fratelli ebrei, sconvolti dalla morte e distruzione toccate al popolo ebraico, avessero fatto irruzione nei suoi uffici e ne avessero assassinato i redattori.

Avremmo considerato martiri ed eroi coloro che avevano scelto di deridere le convinzioni profonde di un popolo sofferente e vilipeso; di degradare, sminuire, insultare ed umiliare gli ebrei nel momento della prova più dura, quando il mondo che avevano conosciuto fino a quel momento stava disintegrandoglisi intorno?

Immaginate se un milione di berlinesi si fossero riuniti per piangere i pornografi politici.
Avremmo applaudito questa manifestazione di solidarietà?

Streicher fu condannato a morte dal tribunale di Norimberga.
Non risulta che nell'Occidente illuminato siano stati in molti a piangerlo."



sabato 10 gennaio 2015

Apocalypse Tomorrow


Non è il Vietnam ma la periferia di Parigi. Sono i momenti della caccia all'uomo ingaggiata grazie ad un impressionate dispiegamento di mezzi e di uomini (chi dice 80.000, chi 200.000) per la cattura dei terroristi che, poche ore prima, avevano assaltato la redazione di Charlie Hebdo e un supermercato kosher provocando numerose vittime e feriti.
In serata, un sondaggio mediante televoto su Sky chiedeva agli italiani :


Ecco, questo è il punto. Il centro di tutto. Questa domanda rivolta ad un enorme platea di potenziali vittime è rivelatrice di cosa può nascondere questo attacco al cuore dell'Europa. Niente di misterioso in quanto trattasi di puro business, quanto di più prosaico si possa immaginare. 
E' che voi, lasciandovi suggestionare dalla mitologia del terrorismo islamico, quando perfino Hamas ha preso le distanze dai fratelli Kouachi, non riuscite nemmeno ad intravvedere il colossale affare che si nasconde dietro alla guerra al terrorismo.
Come dicevo nel post precedente, chi è stato conta fino ad un certo punto. Terroristi esperti o tagliagole poco professionali da sacrificare, come suggeriscono esperti militari, non importa. Il tocco da fotoromanzo della coppia di Bonnie & Clyde versione interracial è solo fuffa per i Fuffington Post, come il momento pythoniano involontariamente esilarante dei reparti speciali francesi che hanno problemi con le collinette erbose (c'è ancora molto da lavorarci, mes amis.) 
Quella che è documentata dalle immagini a corredo di questo post è stata in un certo senso una gigantesca esercitazione, atta soprattutto ad épater les bourgeois, a stupire ma anche a terrorizzare e scioccare la popolazione. Francese in questo caso ma prossimamente anche italiana o tedesca o europea in generale. Eurogendfor is coming to town.

Il nostro futuro sarà un mix tra Elysium e Minority report. Cittadelle iperprotette, zone rosse all'insegna del segregazionismo al contrario per i ricchi, che saranno sempre più ricchi e bianchi meno numerosi ed enormi circondari in preda alla micro e macro criminalità, sovrappopolati da un meticciato forzoso di cittadini terrorizzati, dove se vorrai essere difeso dovrai pagare una vigilanza privata. Se mentre si delegittima e depotenzia lo Stato come istituzione primaria di controllo, si depotenziano o smantellano le polizie nazionali e statali, ciò può solo significare che le si vuole sostituire con milizie private formate da contractors superaddestrati. I quali, nei confronti della delinquenza che affligge i clienti, dovranno avere mano libera, per poter offrire un servizio al top. I delinquenti li faranno semplicemente sparire, come facevano gli squadroni della morte in Sudamerica, e noi saremo tanto contenti di poter lasciare di nuovo la porta aperta. Non che dovremo considerarci comunque al sicuro. Queste polizie sovranazionali saranno preposte anche alla repressione delle ribellioni che la divaricazione tra immensamente ricchi e disperatamente poveri ed impoveriti renderà ad un certo punto inevitabili. Sapete come va: prima vennero a prendere gli zingari, poi vennero a prendere noi che avevamo osato criticare questo meraviglioso mondo dell'iperliberismo. Non vi ricorda qualcosa tutto questo? Il film, o meglio il trailer, l'avete già visto infatti in un caldo luglio del 2001 a Genova, l'anno in cui cominciò questa guerra.

Ricordate "Robocop" a Genova 2001? Non gli assomiglia questo agente francese?
Così, e solo per colpa dei fratelli terroristi (o di chi per essi), la Francia si è trovata militarizzata di tutto punto, con migliaia di Robocop sguinzagliati per le strade, scesi dal cielo da elicotteri neri ad evacuare i bambini dalle scuole? Ripeto, nulla avviene per caso. Coltivando il seme della guerra e della catastrofe e trovando il modo di prosperare da essi, il terrorismo prima o poi si manifesta anche senza bisogno di particolari cospirazioni. Ciò che conviene al potere prima o poi accade. E se c'est la guerre qui fait l'argent, è ancora più probabile.



Tranquilli bambini, questi sono i buoni.


Ricordavo di aver letto qualcosa circa l'importanza strategica futura dell'industria della sicurezza. Infatti l'ultimo case study di "Shock Economy" di Naomi Klein intitolato "Perdere l'incentivo alla pace" è dedicato ad Israele e della sua personale implementazione dell'economia dei disastri. Una lettura interessantissima che vi propongo quasi integralmente.

"[Dopo il crollo dell'economia dot.com nel 2000, le principali aziende israeliane, soprattutto le trecento prossime alla bancarotta, dovettero trovare una nuova nicchia nel mercato globale.]
Il governo israeliano però intervenne tempestivamente con un sostanzioso aumento del 10,7 per cento nella spesa militare, parzialmente finanziato attraverso tagli ai servizi sociali. Il governo, inoltre, incoraggiò il settore tecnologico a spostarsi dalle tecnologie dell'informazione e della comunicazione verso la sicurezza e la sorveglianza. In questo periodo, le Forze di difesa israeliane svolsero il ruolo di incubatore di imprese. I giovani soldati israeliani sperimentarono sistemi di network e apparecchiature di sorveglianza mentre svolgevano il servizio militare obbligatorio, per poi trasformare le loro scoperte in piani di business quando tornavano alla vita civile. Furono avviate molte nuove imprese, specializzate in qualsiasi cosa, dal data mining alle telecamere di sorveglianza, al profiling dei terroristi. Quando il mercato per questi servizi e apparecchi esplose, negli anni successivi all'11 settembre, lo Stato israeliano adottò apertamente una nuova ideologia economica nazionale: la crescita generata dalla bolla delle dot.com sarebbe stata rimpiazzata da un boom della sicurezza interna. Era un'unione perfetta tra i falchi del partito Likud, con la sua radicale fedeltà all'economia della Scuola di Chicago, incarnata dal ministro delle Finanze di Sharon, Benjamin Netanyahu, e il nuovo capo della banca centrale israeliana, Stanley Fischer, artefice delle avventure di shockterapia del FMI in Russia e Asia.
Nel 2003, Israele stava già recuperando a gran velocità, e nel 2004 il Paese sembrava aver compiuto un miracolo: dopo il drammatico crollo, stava ottenendo risultati migliori di quasi ogni altra economia occidentale. La crescita era dovuta in gran parte all'accorto posizionamento di Israele come una sorta di centro commerciale per le tecnologie di sicurezza interna. Il tempismo era perfetto. I governi di tutto il mondo avevano improvviso e disperato bisogno di strumenti per dare la caccia ai terroristi, oltre che di conoscenze esperte per l'intelligence nel mondo arabo. Sotto la guida del partito Likud, lo Stato israeliano si presentò come uno showroom per gli ultimi ritrovati in fatto di sicurezza nazionale, dall'alto dei propri decenni di esperienza nella lotta alle minacce arabe e musulmane. Lo slogan che Israele declamava al Nordamerica e all'Europa era semplice: la Guerra al Terrore nella quale vi state imbarcando è una guerra che noi combattiamo da sempre. Le nostre aziende high-tech e agenzie di spionaggio private vi mostreranno come si fa.
Da un giorno all'altro, Israele divenne, nelle parole della rivista "Forbes", "il Paese a cui rivolgersi per le tecnologie antiterrorismo". Ogni anno a partire dal 2002 Israele è stato sede di almeno mezza dozzina di grossi convegni sulla sicurezza interna, con la partecipazione di legislatori, capi della polizia, sceriffi e amministratori delegati provenienti da tutto il mondo, e in continua crescita anno dopo anno. Mentre il turismo tradizionale risentiva dei rischi per la sicurezza, questa specie di turismo controterroristico ufficiale riuscì in parte a colmare la lacuna.
Durante uno di questi convegni, nel febbraio 2006, pubblicizzato come "un tour dietro le quinte della battaglia [di Israele] contro il terrorismo", delegati dell'Fbi, della Microsoft e dell'agenzia per i trasporti pubblici di Singapore (tra gli altri) visitarono le più popolari attrazioni turistiche di Israele: il Knesset, il Monte del Tempio, il Muro del pianto. In ciascuno di questi luoghi, i visitatori esaminarono e ammirarono i sofisticati sistemi di sicurezza per capire come avrebbero potuto implementarli in patria. Nel maggio 2007 Israele ospitò i direttori di parecchi grandi aeroporti americani, che frequentarono seminari su come riconoscere i passeggeri aggressivi e sulle tecniche di screening usate all'aeroporto internazionale Ben Gurion vicino a Tel Aviv. Steven Grossman, capo dell'aviazione all'aeroporto internazionale di Oakland, in California, spiegò di essere lì perché "la sicurezza degli israeliani è leggendaria". Alcuni degli eventi furono macabri e teatrali. Alla Conferenza internazionale sulla sicurezza interna del 2006, per esempio, l'esercito israeliano mise in scena un'elaborata "simulazione di un disastro con molte vittime, originatosi nella città di Ness Ziona e conclusosi nell'ospedale di Asaf Harofeh", stando agli organizzatori.
Queste non sono conferenze di alta politica, ma fiere di settore estremamente redditizie, progettate per dimostrare la bravura delle aziende israeliane nel settore della sicurezza. Di conseguenza, le esportazioni israeliane di prodotti e servizi antiterrorismo aumentarono del 15 per cento nel 2006 e fu prevista una crescita del 20 per cento nel 2007, per un totale di 1,2 miliardi di dollari all'anno. Le esportazioni per la difesa del Paese nel 2006 raggiunsero il record di 3,4 miliardi di dollari (rispetto agli 1,6 del 1992) rendendo Israele il quarto più grande venditore d'armi al mondo, superando anche il Regno Unito. Israele ha più titoli azionari tecnologici sul Nasdaq - la maggior parte dei quali è legata alla sicurezza - di qualsiasi altro Paese, e ha registrato negli Stati Uniti più brevetti in questo settore di Cina e India messe insieme. Il suo settore tecnologico, in gran parte legato alla sicurezza, ora ammonta al 60 per cento di tutte le esportazioni.
Len Rosen, un importante banchiere d'investimento israeliano, disse alla rivista "Fortune": "La sicurezza è più importante della pace". Nel periodo di Oslo, "la gente cercava la pace perché la pace portasse crescita. Ora cercano la sicurezza così che la violenza non freni la crescita". Avrebbe potuto spingersi ben oltre: il business della fornitura di "sicurezza" - in Israele e in tutto il mondo - è direttamente responsabile di gran parte della vertiginosa crescita economica di Israele in anni recenti. Non è esagerato affermare che l'industria della Guerra al Terrore ha salvato la traballante economia israeliana, così come il complesso del capitalismo dei disastri aveva contribuito a risanare i mercati azionari mondiali.
Ecco un piccolo campionario dell'estensione di questa industria:
• Una telefonata al dipartimento di polizia di New York sarà registrata e analizzata con tecnologie create dalla Nice Systems, un'azienda israeliana. La Nice monitora anche le comunicazioni per la polizia di Los Angeles e per la Time Warner, oltre a fornire telecamere per videosorveglianza al Ronald Reagan National Airport di Washington, e a dozzine di altri clienti di spicco.
• Le immagini riprese nella metropolitana di Londra sono registrate su telecamere a circuito chiuso Verint, di proprietà del gigante israeliano della tecnologia Comverse. Le apparecchiature di sorveglianza Verint sono usate anche dal dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, dal Dulles International Airport di Washington, al Campidoglio e nella metropolitana di Montreal. L'azienda può vantare clienti in oltre 50 Paesi, e inoltre collabora con giganti come Home Depot e Target, per tenere d'occhio i loro dipendenti.
• Gli impiegati comunali di Los Angeles e Columbus (Ohio) portano con sé delle "smart card"
elettroniche per l'identificazione personale, realizzate dall'israeliana SuperCom, che può vantare come presidente del proprio comitato consultivo l'ex direttore della Cia James Woolsey, Un Paese europeo (rimasto anonimo) ha scelto la SuperCom per un programma nazionale di documenti d'identità; un altro ha commissionato un progetto pilota per i "passaporti biometrici": due iniziative estremamente controverse.
• I firewalls delle reti informatiche di alcune tra le principali compagnie elettriche negli Stati Uniti sono opera del gigante israeliano Check Point, anche se le società hanno preferito mantenere l'anonimato. Secondo l'azienda, "l'89 per cento delle imprese nella classifica Fortune 500 usa soluzioni Check Point per la sicurezza".
• In occasione del Super Bowl 2007, tutti i dipendenti dell'aeroporto internazionale di Miami furono addestrati a identificare "persone cattive, non solo cose cattive" con una tecnica psicologica detta
"riconoscimento degli schemi comportamentali", sviluppata dall'azienda israeliana New Age Security Solutions.L'amministratore delegato della società è l'ex capo della sicurezza all'aeroporto Ben-Gurion di Israele. Altri aeroporti che in anni recenti hanno appaltato alla New Age l'addestramento dei dipendenti nel profiling dei passeggeri sono quello di Boston, San Francisco, Glasgow, Atene, Heathrow a Londra e molti altri. I lavoratori portuali nel delta del Niger, martoriato dalla guerra, sono stati addestrati dalla New Age, così come gli impiegati del ministero della Giustizia dei Paesi Bassi, gli uomini di guardia alla Statua della Libertà e gli agenti dell'Ufficio antiterrorismo del dipartimento di polizia di New York.' '
• Quando il ricco quartiere Audubon Place, a New Orleans, stabilì di aver bisogno di una propria forza di polizia, dopo l'uragano Katrina, assunse la società privata israeliana Instinctive Shooting International.
• Gli agenti in servizio presso le forze dell'ordine federali canadesi, la Royal Canadian Mounted Police, sono stati addestrati dall'International Security Instructors, un'azienda con sede in Virginia specializzata nell'addestramento di militari e forze dell'ordine. La società pubblicizza la sua
"esperienza acquisita sul campo in Israele", i suoi istruttori sono "veterani delle task force speciali israeliane, come [...] le Forze di difesa israeliane, le unità della polizia nazionale israeliana per l'antiterrorismo e i Servizi generali di sicurezza (GSS o "Shin Beit")". L'elenco di clienti prestigiosi comprende l'Fbi, l'esercito americano, il corpo dei Marines, i reparti speciali della marina americana e la polizia metropolitana di Londra.
• Nell'aprile 2007, agenti speciali per l'immigrazione che lavoravano per il dipartimento della Sicurezza interna americano presso il confine con il Messico si sottoposero a un addestramento intensivo della durata di otto giorni organizzato dal gruppo Golan. Il gruppo è stato fondato da ex ufficiali delle forze speciali israeliane, e vanta più di 3500 dipendenti in sette Paesi.
"Essenzialmente, uniformiamo le nostre procedure al modello di sicurezza israeliano" spiegò Thomas Pearson, capo delle operazioni dell'azienda; il corso verteva su tutti gli aspetti: dal combattimento corpo a corpo al tiro al bersaglio a "essere davvero intraprendenti con il proprio Suv". Il gruppo Golan, che oggi ha sede in Florida ma sfrutta ancora le origini israeliane per il proprio marketing, produce anche macchine per i raggi X, metal detector e fucili. Oltre a molti governi e celebrità, tra i suoi clienti ci sono la ExxonMobil, la Shell, la Texaco, la Levi's, la Sony, la Citigroup e la Pizza Hut.
• Quando a Buckingham Palace ci fu bisogno di un nuovo sistema di sicurezza, fu scelto un progetto della Magai, una delle due aziende israeliane più attive nella costruzione della "barriera di sicurezza" in Israele.
• Quando la Boeing avvierà la costruzione degli "steccati virtuali" da 2,5 miliardi di dollari progettati per i confini degli Stati Uniti con il Messico e il Canada - comprensivi di sensori elettronici, aerei radiocomandati, videosorveglianza e 1800 torri uno dei suoi partner principali sarà la Elbit. La Èlbit è l'altra azienda israeliana coinvolta nella costruzione del controverso muro di Israele, "il più grande progetto edilizio nella storia di Israele", anch'esso costato 2 miliardi di dollari. 
 Mentre sempre più Paesi si trasformano in fortezze (mura e recinzioni ipertecnologiche sono in costruzione sul confine tra India e Kashmir, Arabia Saudita e Iraq, Afghanistan e Pakistan), le "barriere di sicurezza" potrebbero rivelarsi il più grande di tutti i mercati dei disastri. È per questo che la Elbit e la Magai non temono la propaganda negativa che il muro di Israele attrae in tutto il mondo: anzi, la ritengono pubblicità gratuita. "La gente crede che noi siamo i soli ad avere esperienza nell'uso di queste attrezzature in situazioni reali" spiegò l'amministratore della Magai, Jacob Even-Ezra. La Elbit e la Magai hanno visto i propri titoli azionari più che raddoppiare di valore dopo l'11 settembre, un risultato comune a tutti i titoli della sicurezza interna israeliana. La Verint detta "l'antenata di tutti i sistemi di videosorveglianza" non realizzava alcun profitto prima dell'11 settembre, ma tra il 2002 e il 2006 il suo valore azionario è più che triplicato, grazie al boom della sorveglianza."
Gli straordinari risultati ottenuti dalle aziende israeliane nel settore della sicurezza interna sono ben noti a chi segue i mercati azionari; ma raramente se ne parla come di un fattore rilevante per la situazione politica della regione. Invece bisognerebbe parlarne. Non è un caso che la decisione dello Stato israeliano di mettere "l'antiterrorismo" al centro delle sue esportazioni abbia coinciso esattamente con il suo abbandono dei negoziati di pace, oltre a mostrare una chiara strategia di reinterpretazione del conflitto con i palestinesi non come battaglia contro un movimento nazionalista con obiettivi specifici (terra e diritti), ma piuttosto come parte di una Guerra al Terrore su scala globale: una guerra contro forze irragionevoli e fanatiche, votate solo alla distruzione.
L'economia non è affatto la motivazione primaria dell'escalation di brutalità nella regione dopo il 2001. Naturalmente, da ambo le parti non mancano le spinte alla violenza. Eppure, entro questo contesto così ostile alla pace, l'economia, in certi momenti, è stata una forza uguale e opposta, che ha spinto leader politici riluttanti a partecipare ai negoziati, com'è accaduto nei primi anni Novanta.
Il boom della sicurezza interna è riuscito a cambiare la direzione di quella pressione, creando un altro potente settore impegnato in continui atti di violenza.
Come è accaduto in altre frontiere della Scuola di Chicago, la rapida crescita di Israele dopo l'11 settembre è stata segnata da una repentina stratificazione della società, tra ricchi e poveri, all'interno dello Stato. L'intensificazione della sicurezza è stata accompagnata da un'ondata di privatizzazioni e tagli ai fondi per i programmi sociali che ha praticamente annichilito l'eredità economica del sionismo laburista, creando un'epidemia di diseguaglianze che Israele non aveva mai conosciuto.
Nel 2007, il 24,4 per cento degli israeliani viveva sotto la soglia di povertà, ed era povero il 35,2 per cento dei bambini: vent'anni prima era l'8 per cento. Sebbene i benefici derivanti dal boom non siano stati equamente distribuiti, sono stati così redditizi per una piccola fetta di israeliani, in particolare il potente segmento che è perfettamente integrato sia nell'esercito sia nel governo (con tutti i ben noti scandali di corruzione corporativista), che un incentivo cruciale per la pace è stato cancellato.
La svolta politica del settore economico israeliano è stata brusca. La prospettiva che attrae oggi la Borsa di Tel Aviv non è più quella di Israele come snodo regionale del commercio, ma piuttosto come una fortezza futuristica, in grado di sopravvivere anche in mezzo a nemici accaniti. Il nuovo atteggiamento era particolarmente evidente nell'estate del 2006, quando il governo israeliano trasformò quella che sarebbe dovuta essere un negoziato per lo scambio di prigionieri con Hezbollah in una guerra aperta. Le più grandi aziende di Israele non solo appoggiarono la guerra: la sponsorizzarono. Bank Leumi, la megabanca israeliana appena privatizzata, distribuì adesivi da attaccare al parafango delle auto con gli slogan "Saremo vittoriosi" e "Noi siamo forti", mentre, come scrisse all'epoca il giornalista Yitzhak Laof, "la guerra in corso è la prima a diventare un'opportunità di marketing per una delle nostre maggiori compagnie telefoniche, che la sta usando per un'enorme campagna promozionale".
Chiaramente, l'industria israeliana non ha più motivo di temere la guerra. A differenza del 1993, quando il conflitto era visto come ostacolo alla crescita, la Borsa di Tel Aviv era in rialzo nell'agosto 2006, durante la devastante guerra con il Libano. Nell'ultimo trimestre dell'anno, durante il quale si era verificata anche la sanguinosa escalation di violenza in Cisgiordania e a Gaza in seguito alle elezioni vinte da Hamas, l'economia complessiva di Israele crebbe addirittura dell'8 per cento: più di tre volte il tasso di crescita dell'economia degli Stati Uniti nello stesso periodo.
L'economia palestinese, intanto, subì nel 2006 una contrazione tra il 10 e il 15 per cento, con tassi di povertà vicini al 70 per cento.
Un mese dodo la dichiarazione da parte delle Nazioni Unite del cessate il fuoco tra Israele e gli Hezbollah, la Borsa di New York ospitò una conferenza speciale sugli investimenti in Israele. Più di duecento aziende israeliane, molte delle quali attive nel settore della sicurezza interna, parteciparono all'evento. In quel momento, in Libano, ogni attività economica si era praticamente fermata, e circa 140 fabbriche - produttrici di ogni genere di merce, dalle case prefabbricate ai farmaci al latte - erano state ridotte in macerie da bombe e missili israeliani. Incuranti dell'impatto della guerra, gli incontri di New York trasmettevano un messaggio di ottimismo: "Israele è aperto al pubblico,, lo è sempre stato" annunciò l'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Dan Gillerman, accogliendo i delegati al convegno.
Appena un decennio prima, questo genere di esuberanza guerrafondaia sarebbe stata inimmaginabile. Era stato Gillerman, in quanto direttore della Federazione delle camere di commercio israeliane, a spronare il Paese a cogliere la straordinaria opportunità di diventare "una Singapore del Medioriente". Ora era uno dei falchi più agguerriti di Israele, e spingeva per un'ulteriore escalation. Sulla Cnn, Gillerman disse che "sebbene possa essere politicamente scorretto, e forse anche falso, dire che tutti i musulmani sono terroristi, si dà il caso che sia verissimo che quasi tutti i terroristi sono musulmani. Dunque, questa non è solo la guerra di Israele. Questa è la guerra di tutto il mondo".
La ricetta per la guerra mondiale infinita è la stessa che l'amministrazione Bush aveva offerto come prospettiva di business al nascente complesso del capitalismo dei disastri dopo l'11 settembre. Non è una guerra che possa essere vinta da alcun Paese, ma il punto non è vincerla. Il punto è creare "sicurezza" all'interno di Stati-fortezze, e supportarla con eterne scaramucce al di fuori delle loro mura. In un certo senso, è lo stesso obiettivo che le agenzie di sicurezza private perseguono in Iraq: rendere sicuro il perimetro, proteggere il capo. Baghdad, New Orleans e Sandy Springs ci mostrano in anteprima un futuro fatto di recinzioni, costruito e gestito dal complesso del capitalismo dei disastri. È in Israele, però, che questo processo è allo stadio più avanzato: un intero Paese si è trasformato in una comunità recintata e fortificata, intorno alla quale gravitano gli esclusi, costretti per sempre a vivere nelle zone rosse. Questo è l'aspetto che assume una società quando ha perso l'incentivo economico alla pace ed è fortemente impegnata nel combattere e trarre profitto da una Guerra al Terrore infinita, che non può vincere. Una parte somiglia a Israele, l'altra somiglia a Gaza.
Il caso di Israele è estremo, ma il tipo di società che sta creando può non essere unico nel suo genere. Il complesso del capitalismo dei disastri si nutre di condizioni di conflitto logorante, di bassa intensità. Sembra essere questo l'esito ultimo in tutte le zone colpite dai disastri, da New Orleans all'Iraq. Nell'aprile 2007, i soldati americani iniziarono a implementare un piano per trasformare alcuni quartieri difficili di Baghdad in "comunità recintate", circondate da checkpoint e mura di cemento, e dove gli iracheni sarebbero stati controllati con tecnologie biometriche. "Saremo come i palestinesi" predisse un residente di Adhamiya, mentre il suo quartiere veniva chiuso dalla barriera. Quando sarà chiaro che Baghdad non diventerà mai Dubai, e New Orleans non sarà Disneyland, il piano B consiste nell'assestarsi su un'altra Colombia o Nigeria: una guerra senza fine, combattuta quasi solo da soldati e paramilitari privati, arginata quanto basta a tirar via dal suolo le risorse naturali, con l'aiuto di mercenari a guardia degli oleodotti, delle piattaforme petrolifere e delle riserve idriche.
È diventata un'abitudine paragonare i ghetti militarizzati di Gaza e della Cisgiordania, con i loro muri di cemento, il filo di ferro elettrificato e i checkpoint, al sistema dei hantustan in Sudafrica, per cui i neri erano tenuti nei ghetti e si chiedeva loro di mostrare un pass quando volevano uscirne. "Le leggi e le pratiche di Israele nei territori occupati palestinesi somigliano decisamente a certi aspetti dell'apartheid" dichiarò nel febbraio 2007 John Dugard, l'avvocato sudafricano che è il referente delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi. Le analogie sono inquietanti, ma ci sono anche differenze. I hantustan sudafricani erano essenzialmente campi di lavoro, un modo per tenere i lavoratori africani sotto stretta sorveglianza e controllo, così che lavorassero per pochi soldi nelle miniere. Ciò che Israele ha costruito è un sistema progettato per fare l'opposto: impedire alla gente di lavorare, una rete di stalle per milioni di persone etichettate come umanità in sovrappiù.
I palestinesi non sono l'unico popolo al mondo così etichettato: anche milioni di russi divennero di troppo nel loro stesso Paese, ed è per questo che così tanti di loro lasciarono le proprie case nella speranza di trovare un lavoro e una vita decente in Israele. Anche se i hantustan sono stati smantellati in Sudafrica, il 25 per cento della popolazione che vive in capanne nelle bidonville in rapida espansione costituisce comunque un surplus di popolazione per il nuovo Sudafrica neoliberista. Questo sbarazzarsi di una percentuale della popolazione compresa tra il 25 e il 60 per cento porta il marchio di fabbrica della crociata della Scuola di Chicago mi da quando i "villaggi della miseria" iniziarono a spuntare come funghi in tutto il Cono del Sud, negli anni Settanta. In Sudafrica, in Russia e a New Orleans, i ricchi innalzano mura intorno a sé. Israele ha fatto un passo avanti in questo processo di smaltimento: ha costruito mura attorno ai poveri pericolosi."
(Naomi Klein, "Shock Economy - L'ascesa del capitalismo dei disastri". 2007, pag. 497-506)


venerdì 9 gennaio 2015

Come si fa a non essere Charlie?


Di fronte ad un fatto come quello accaduto ieri a Parigi, il primo assalto terroristico di questo genere ad un giornale che io ricordi, è veramente difficile mantenere la lucidità necessaria per interpretarne il significato, tra lo stato di shock inevitabile e le varie gradazioni emotive tra rabbia, indignazione e paura che rischiano di farcela perdere del tutto. E' tuttavia paradossalmente proprio in quei primissimi momenti che, riuscendo a chiedersi semplicemente quale effetto è stato ottenuto, chi stiamo odiando di conseguenza e pensando a come ci sentiremo domani, si può sperare di non farci coinvolgere nel gioco del terrorismo e capirne le motivazioni e gli scopi.

I fatti. 

Un commando di tre terroristi fa irruzione nella sede del giornale satirico "Charlie Hebdo" mentre è in corso una riunione di redazione e apre il fuoco uccidendo almeno 12 persone e ferendone altre. Poi, durante la fuga, gli assassini uccidono a sangue freddo un altro poliziotto. 
A queste prime scarne informazioni si aggiunge presto, da parte dei media, una vera e propria trama affabulatoria dai contorni sospetti e che ricorda assai qualcosa di familiare.

Il frame. 

Innanzitutto ci viene detto che i terroristi erano islamici; lo si deduce dal fatto che abbiano gridato "Allah è grande!" durante l'assalto e abbiano dichiarato di voler vendicare l'onore del Profeta, irriso a sentir loro in alcune vignette pubblicate proprio su quel giornale.
Tutto ciò è credibile ma ciò che segue lo sarà sempre di meno. 
Non sono trascorse che poche ore dall'attentato e, nonostante i suoi autori abbiano agito a volto coperto, già emergono i nomi degli indiziati, ma bisognerebbe dire colpevoli, vista la sicurezza con la quale vengono additati all'opinione pubblica come tali. Addirittura, un sito israeliano, JSS, su imbeccata di un agente dei servizi francesi, dicono, pubblica nomi, cognomi, indirizzi, e mancano solo codici fiscali e gruppi sanguigni dei terroristi.
Viene pubblicata la fotografia del documento di identità di uno dei sospetti, dimenticato incredibilmente sul luogo del crimine. Chi è che non si porta dietro i propri documenti  - giammai quelli falsi - andando a fare un attentato? Ritorna in mente il miracoloso ritrovamento del documento intatto di Mohamed Atta tra le macerie delle due torri gemelle.
Insomma, questi erano noti a tutti i servizi, francesi e stranieri, attenzionati in tutti i modi, e nessuno è riuscito a fermarli in tempo. Come sempre. Addirittura oggi ci hanno raccontato che per tutta la giornata si sono susseguiti avvistamenti dei fuggiaschi, regolarmente riconosciuti da numerosi testimoni per il fatto di andare in giro "armati di tutto punto". Forse abbiamo visto troppi film, nei quali invece la prima cosa che fanno è gettare l'arma servita a compiere un delitto. La caccia all'uomo continua e la Francia intanto si è riempita di 88.000 agenti superaccessoriati, in una grande esercitazione di controllo poliziesco del territorio alla ricerca di tre assassini che, allo stesso tempo, compiono un'operazione militare impeccabile, alla Via Fani, per intenderci, e poi seminano documenti, impronte come dei pirla. Insomma lasciano troppe tracce, come ha fatto notare in un post il sempre acuto Gilad Atzmon, che ricorda anche ai francesi, ora piangenti sopra il cadavere della libertà di satira, il doppiopesismo riservato a quella del comico Dieudonné, marchiato invece come antisemita.

Naturalmente tutto questo, per i fautori dello sciacallettismo, è fantasia, visto che i complotti non esistono.
Permettetemi una interessante citazione dal noto testo massonico
"Perché definire "complotto" una razionale e cinica azione di potere volta a eliminare e talvolta a sterminare anche fisicamente i propri avversari? Con questo criterio, quante lotte umane per l'egemonia caratterizzate da doppio-triplogiochismi, occultamenti e dissimulazioni, dall'antichità fino ai nostri giorni, dovrebbero essere definite "cospirazioni"? Si potrà anche considerare ripugnante un simile modo di agire, ma esso rientra nella categoria ordinaria dei progetti umani a uso di chi fa parte di élite nazionali o sovranazionali, non in quella straordinaria e borderline dei complotti di cui vaneggiano e favoleggiano la gran parte dei dietrologisti." (pag. 172)

L'effetto.

Intanto sono riusciti a far spegnere la Tour Eiffel ed è una cosa clamorosa, visto che i vignettisti assassinati avevano affermato in passato che nessuna minaccia li avrebbe fatti desistere dal cessare di esprimere liberamente le loro opinioni. 
Appena dopo l'attentato abbiamo assistito alla reazione scomposta di politici che, reagendo pavlovianamente allo stimolo, si sono lasciati condurre docilmente nella trappola del razzismo, ovvero del tabu più fenomenale del politicamente corretto, per farvisi delegittimare meglio. Chi costruisce il frame attorno ad un atto terroristico sa benissimo che ci saranno politici che reagiranno nel modo esattamente previsto. Come Marine Le Pen - che almeno ha chiarito che la condanna dell'attentato deve essere diretta al fondamentalismo islamico e non all'Islam in generale - invocando però la pena di morte e in Italia Salvini, che continua imperterrito ad inveire, interpretando il ruolo assegnatogli del "leghista razzista". Dal manuale: "Come stanare gli xenofobi che si oppongono al progetto di ripopolamento kalergico dell'Europa auspicato dall'ONU". Nemmeno Farage è riuscito ad evitare il trappolone. Una tonnara, insomma.
Si dà però il caso che questi politici, oltre alla xenofobia, siano gli unici che si oppongono alla versione euro della shock economy. Come effetto collaterale dell'attentato, l'argomento euro ma soprattutto quello della deflazione in tutta l'eurozona, è finito nei trafiletti delle pagine interne e parecchi scroll in basso nelle versioni online.
Il terrorismo islamico è sempre un fenomenale specchio da puntare sugli occhi dell'opinione pubblica ed accecarla.

"Chi sto odiando adesso".

Sono stati gli islamici, dicono, ed io odio gli islamici per quello che hanno fatto. Oh, quanto li odio, cazzo! Chi non ha fatto la fantasia di sganciare, come ritorsione, un'atomica sulla Mecca ieri, alzi la mano. L'odio e la rabbia scorrono potenti in noi. L'ira, ma soprattutto la paura e lo shock ci farebbero quasi accettare quelle misure restrittive della libertà che sotto sotto stanno già pensando di imporci.  Come accadde dopo l'undici settembre quando, con una spolverata di antrace negli uffici dell'opposizione, i congressmen approvarono in tutta fretta il Patriot Act e gli americani furono meno liberi.

Che c'entra? Leggete la prosa del nostro fateprestista preferito:
"L'Occidente non si illuda che le libertà conquistate siano eterne e si ricordi che vanno riconquistate ogni giorno, senza cadere nella tentazione rozza di dividere il campo dei musulmani tra buoni e cattivi e senza solleticare e ingrassare populismi e spinte xenofobe vecchie e nuove. Risponda piuttosto con la ragione dell'Europa della sicurezza e dell'intelligence, l'allarme deve scattare in casa nostra e negli altri Paesi recidendo i ponti con le anime radicali e i loro sponsor arabi e musulmani. Risponda con gli Stati Uniti d'Europa e la forza politica del più grande mercato di consumo al mondo che decide finalmente di dire la sua non solo con la moneta unica ma anche con un esercito unico. Non si possono fare sconti e non vanno sottovalutati gli effetti di emulazione quando il metodo è sanguinario e il bersaglio diventa l'informazione, la libertà. (Roberto Napoletano - Il Sole 24 Ore
Propaganda élitista o etilista? Capito dove vogliono arrivare? Ormai sapete che gli Stati Uniti d'Europa sono un progetto di sottomissione di interi popoli ad un pensiero e ad un progetto imperialista ultranazionale che deve essere portato a termine nonostante gli scricchiolii dell'odiosa moneta unica, e proprio a causa di questi.
L'opzione salvataggio in extremis dell'euro potrebbe non escludere la violenza, anche in subappalto, a quanto pare.

Come ci sentiamo oggi.

Meno sicuri, timorosi che arrivino altri attentati nei punti chiave d'Europa, anche da noi in Italia, soprattutto quindi dove il sogno sta sgretolandosi più velocemente - e Parigi è un buon inizio - e cresce la critica ad un sistema criminale di gestione dell'economia che sta distruggendo la vita di intere generazioni. 
Tra le vittime dell'eccidio di Charlie Hebdo si è aggiunto oggi Bernard Maris, economista duramente critico dell'idolatria neoliberista, che scriveva sul giornale e a cui  Jacques Sapir dedica questo commovente ricordo
Non è un caso che tanti disegnatori, tra cui Ruben Oppenheimer e Philippe Geluck, abbiano usato oggi, per le loro vignette dedicate alla strage di Charlie, riferimenti all'11 settembre. In fondo questa guerra è iniziata allora, preceduta solo di un anno dalla dichiarazione affidata a quel manifesto "Rebuilding America's Defense" che auspicava un "evento catalizzatore" che potesse accelerare la costruzione di una perfetta macchina imperiale militare di dominio mondiale, oltre e forse perfino contro il Pentagono e le istituzioni militari convenzionali.
[…] il processo di trasformazione, anche se porterà ad un cambiamento rivoluzionario, sara’ verosimilmente un processo lungo, senza un qualche evento catastrofico e catalizzatore, come una nuova Pearl Harbour. […] (“Rebuilding America’s Defenses", 2000, pag. 51)
Macchina che, a quanto pare, dev'essere costruita anche in Europa, visto che, come scrive orizzonte48, uno studio della TNO “Sviluppo di una base tecnologica e industriale della Difesa europea”- finanziato dalla Commissione Europea  afferma: 
"Nel paragrafo 3.5.4 (pagg. 76-77) lo studio olandese ci ragguaglia sulle strategie comunicative per ottenere “l'accettazione sociale alle operazioni militari”(nell'originale viene pervicacemente usato “defence”) ; sembra che l'ossessivo progetto occidentale di creare pericoli a ogni piè sospinto sia quello che garantisca i risultati migliori.
Vi si legge, infatti, che l'accettazione sociale a operazioni di difesa potrebbe aumentare dall'accresciuta percezione di insicurezza o dalla retorica di una approvazione generale riguardo a successi in ambito militare; questi fattori porterebbero a un clima favorevole per un ulteriore rafforzamento del settore che consentirebbe budget più alti.
Viceversa se l'attuale giudizio critico dovesse aumentare, i politici potrebbero sentirsi sotto pressione e attenuare il loro impegno per le operazioni di difesa, riducendo così i bilanci e spostando l'attenzione alle operazioni umanitarie.
Assai inquietante è quello che si trova scritto poco più sotto, cito testualmente: “Se i cittadini sono scettici sulle operazioni di difesa, i bilanci sono destinati a contrarsi e il reclutamento di risorse umane diventerà più difficile. Comunque è chiaro che un nuovo attacco terroristico influenzerà fortemente l'approvazione dell'opinione pubblica per operazioni di sicurezza e difesa”.

A me pare lo stesso principio scritto dalla stessa manina. Attenti a coloro che domani si proporranno, trattati capestro alla mano, come nostri difensori dai cattivi islamici, per non dire cattivi russi e cinesi, offrendoci la privatizzazione della guerra a caro prezzo. Soprattutto a prezzo della libertà.



mercoledì 17 dicembre 2014

Traditori


Sapete come si leggono i giornali, anche quelli online come Repubblica.it? Dovete leggerli dal basso verso l'alto e dall'ultima alla prima pagina, se volete capire, nell'ordine: cosa vogliono che ignoriate, che invece sappiate e con che cosa vogliono distrarvi. I distrattori servono anche per indurvi a negligere fatti importanti che però in quel momento non devono attirare la vostra attenzione. Più in basso o nelle pagine interne possono anche trovarsi le notizie che apparentemente non sembrano importanti ma che, se le tenete d'occhio, potete giurare che di lì a qualche giorno acquisteranno maggiore evidenza e risaliranno verso l'alto.

In questi ultimi giorni, tra le notizie in secondo piano ma importantissime ce ne sono state due che hanno riguardato la libertà di informazione e di espressione.
Lunedì 15 dicembre Giulietto Chiesa, che si trovava in Estonia per una conferenza dal titolo "La Russia è nemica dell'Europa?", è stato inspiegabilmente tratto in arresto dalle autorità locali e notificato dell'esistenza di un decreto di espulsione del governo estone del quale però non si conosce ancora la motivazione. Una cosa inaudita per un paese cosiddetto europeo, e che non ha avuto certo sulla stampa il riscontro che avrebbe meritato, tranne quello di colleghi di specchiata onestà intellettuale come Marcello Foa. Chiesa, commentando il suo immotivato arresto nell'Estonia facente parte dell'UE, ha protestato che "questa non è certo l'Europa di Spinelli". Sicuro sicuro, Giulietto?

Come mai, più o meno contemporaneamente, in Spagna il governo Rajoy riusciva a far approvare dalla Camera, in attesa del passaggio al Senato, la cosiddetta "ley mordaza" una legge di sicurezza pubblica particolarmente restrittiva, una sorta di Patriot Act che, secondo i critici, potrebbe rappresentare un ritorno ad un clima da dittatura? Non dicevamo giusto nel post precedente che coloro che si sono incaricati di subprimizzare intere nazioni cancellandone le costituzioni democratiche, ritenevano la Spagna troppo legata a contraddizioni del periodo post-franchista?
Cosa sta succedendo veramente in Europa? Forse possiamo capirlo analizzando la giornata di ieri, 16 dicembre dal punto di vista dell'azione della propaganda mediatica.

Dite la verità, dei dieci comandamenti ve ne è rimasto impresso solo uno: quello del "non rubare". E scommetto che dell'esegesi piddina della Legge spalmata su due lunghissime e narcolettiche serate televisive condotte dal catechista più pagato al mondo ricordate solo che il Signore quel comandamento lo scrisse espressamente in italiano. 
Bene, era proprio quello il messaggio e l'avete recepito. Irrorazione di autorazzismo completata. Ricordiamo che un senso di vomito è perfettamente normale. Ringraziamo il born again Benigni e i nostri comunisti preferiti per la collaborazione.

Passiamo oltre. Sempre della giornata di ieri, cosa ricordate d'altro? La strage dei bambini in Pakistan, certo. Dice che andavano a scovarli classe per classe. Come a Columbine. Come sull'Isola di Utoya e prima ancora a Beslan. Già, Beslan.
Ignobile attentato terroristico, vero. Avete però soprattutto ascoltato in tutti i TG l'aspirante fratello gridare in Parlamento contro i grillini che l'avevano esortato a "pensare piuttosto ai bambini italiani", anche se pare che nessuno l'abbia detto veramente. Come nell'esperimento di psicologia della testimonianza "del cane lupo", che tutti hanno visto ma che non è mai esistito, l'importante non è la causa ma l'effetto, cioè quello che ha potuto gridare il boy scout attraverso la televisione nei nostri salotti, prima che un altro toscano in vena di predicozzi vi pontificasse a caro prezzo: "Come si fa a dire: "pensa ai bambini italiani!!""
Giusto, i bambini italiani contano zero, come quelli greci. Che si sappia in giro. Altro messaggio arrivato e download completato. Un parlamentare del M5S, in piena illuminazione, ha fatto il salto della quaglia dichiarando nefasta l'uscita dall'euro e l'alleanza con Farage del Movimento. Boy scouting in diretta e nessuna denuncia di scilipotismo sui media, ci mancherebbe.

Andiamo ancora avanti. Non ricordate proprio altro di questa intensa giornata?
Strano, perché ieri è scattata l'offensiva della nuova Operazione Barbarossa, l'attacco alla Russia. L'Impero colpisce ancora secondo il motto "Yes we can (do whatever we want)". Niente divisioni corazzate ma solo una perfetta manovra concentrica di speculazione finanziaria a colpire non solo il rublo ma l'intera economia russa. Lo vedete nel box qui sotto di Repubblica.it, all'inizio collocato a fondo pagina e man mano risalito nella giornata.
Quel "i russi iniziano ad avere paura" sottolineato è tutto un programma.


Visto che ricompare lo spread, che conosciamo bene, dovremmo essere ormai allenati a riconoscere dal fetore i Blitzkrieg del potere finanziario, eppure l'attacco di ieri ve l'hanno venduto ancora una volta come qualcosa di simile ad un castigo divino, la prova che gli dei non amano il presidente Putin, la Madre Russia, la sua moneta (sovrana) e la sua indipendenza. Non sono mancate le stoccate sugli oligarchi maialoni e mafiosi puniti dall'azione di mercati antropomorfi inesistenti, come proiezione del delirio psicopatico degli ordoliberisti.
Ovviamente c'è stato chi si è detto lieto, a differenza della Russia e del suo rubletto, di far parte dell'eurozona e di essere così protetto dalle tempeste finanziarie. 

Riassumendo: nel giorno in cui i talebani riconquistano le prime pagine con una strage particolarmente ripugnante in Pakistan e all'indomani dell'attacco terroristico in Australia ( se no che terrorismo globale e che guerra trentennale al terrorismo è?), una sconvolgente ondata speculativa si abbatte sulla Russia, facendo diventare prove i numerosi indizi che suggeriscono che siamo leggerissimamente in guerra. Siamo nel senso dell'entità europea volgarmente chiamata UE in guerra con la Russia di Putin. Si comincia a capire un po' il perché dell'arresto di Giulietto Chiesa?

Facciamo un passo indietro. Domenica 7 dicembre, Sant'Ambroeus. Matteo Salvini è ospite di Lucia Annunziata per una lunga intervista, che vi propongo integralmente.



Lucia incalza Matteo (il Matteo cattivo, non quello buono) da vera giornalista d'assalto, pone domande scomode come "Lei è fascista o no? Sa, è un dibbbattito interessante". E' per la storia della Le Pen, ovviamente. Poi arriva la domanda sulla recente visita di Salvini a Mosca e qui Lucia tira fuori l'interrogante da prigione del popolo che è in lei.
Perché Salvini è andato a Mosca? Per difendere l'export e il made in Italy ma Lucia ne fa una questione assai più grave:

"Andare a Mosca è qualche cosa che qualcuno potrebbe dichiarare tradimento dell'interesse nazionale."

(Qui c'è un parametro illogico. Visto che Annunziata, essendo antifascista, sicuramente rigetta il nazionalismo nel senso di quello italiano, di quale interesse nazionale sta parlando? Io un'ipotesi l'avrei ma non la dico.)
Il concetto viene confermato alla fine dell'intervista:
"Questa storia sulla Russia la considero un filo da traditori".

Domanda: quand'è che si viene considerati traditori visitando un paese straniero? Quando con questo paese straniero si è in guerra.
Siamo quindi proprio in guerra con la Russia? E quando, di grazia, sarebbe stata dichiarata? E' perché siamo in guerra che Chiesa è stato arrestato per il fatto di voler parlare dei rapporti tra Europa e Russia in un paese della UE? 
Subdolamente, questo articolo di Repubblica sembra suggerirlo. Chiesa non ha fatto nulla, si è solo permesso di criticare l'Occidente, ovvero lo schieramento del quale fa parte, in tempo di guerra.
Settant'anni di pace assicurata dall'Europa e non sentirli.




mercoledì 16 luglio 2014

"Su Israele, l'Ucraina e la Verità" di John Pilger


Capita a volte di leggere qualcosa di epico. Uno scritto particolarmente felice che riassume tutto ciò che ci sarebbe da dire e che soprattutto si vorrebbe leggere sui giornali ed ascoltare nei notiziari sugli argomenti di attualità che non siano i fottuti Mondiali di Calcio vinti dai soliti crucchi, gli occhioni manga della ministra, le riforme, il chiscopachi estivo, l'addio di Conte, quisquilie atte a nascondere l'iniezione letale che sta per essere praticata alla democrazia italiana grazie ai maledetti piddini. 

Non è un caso che un articolo omerico come questo di John Pilger, che riprendo tradotto in italiano grazie al sempre mai abbastanza ringraziabile "Voci dall'Estero", provenga da un autore australiano e non italiano. Gli italiani, parafrasando un Gaber da censura, sono troppo invischiati nei propri sfaceli, non reagiscono più se non a comando, salivando come i cani di Pavlov in risposta alla stimolazione propagandistica. Assomigliano sempre di più ai loro ministri e ministre dalle espressioni lobotomizzate, dai cervellini rossi fritti e marinati nella catatonia.

Di quante cose gravi ci sarebbe da discutere in questi giorni. Discutere però, se non ancora proibito, è quanto meno sconsigliato. Meglio il generatore automatico di risposte predigerite e rigurgitate. 
L'Ucraina? Paga il suo tenere per Putin, l'amico di e quindi cattivo perché nemico soprattutto di quegli altri. 
Gaza e i suoi già duecento morti per i tre poveri ragazzi israeliani assassinati, non si saprà mai da chi perché questo è il mondo dove il terrorismo non rivendica più i suoi delitti e "chi è stato" è sempre di più un dettaglio? Se muoiono i palestinesi è solo colpa dei palestinesi e se non sei ancora completamente e sociopaticamente indifferente al tremendo filmato dell'uomo aggrappato in obitorio al cadaverino del figlioletto con la testa spaccata in due, significa che bisogna lavorarci ancora un po'.
Gaza? Ma scherzi, ricicliamo il vecchio pezzo lacrimogeno sul dramma speculare, anche se obiettivamente improponibile come confronto, degli insediamenti dei coloni sottoposti alla minaccia dei Qassam, che in confronto ai droni e agli esplosivi DIME sono bott a mur. 

Tutto deve essere ricondotto al principio del "si sono dati fuoco da soli" tanto caro a fogliacci per fortuna in coma dépassé come l'Unità, su cui lo spettro di Gramsci sta giustamente danzando e festeggiando, tifando per il duo-cougar Ferrari-Santanché affinché se ne aggiudichi in affidamento le ceneri. 

Vi lascio a Pilger, God bless him.


"Su Israele, l'Ucraina e la Verità" di John Pilger — 11 luglio 2014 da CounterPunch

L'altra sera ho visto 1984 di George Orwell rappresentato sul palcoscenico, a Londra. Nonostante abbia fortemente bisogno di un'interpretazione contemporanea, l'avvertimento lanciato da Orwell riguardo al futuro è stato rappresentato come un oggetto d'epoca: remoto, non minaccioso, quasi rassicurante. È come se Edward Snowden non avesse rivelato nulla, come se il Grande Fratello non fosse oggi uno spione digitale e Orwell stesso non avesse mai detto: "Per essere corrotti dal totalitarismo non è necessario vivere in un paese totalitario."
Acclamata dai critici, questa sapiente rappresentazione ha dato la misura del nostro tempo culturale e politico. Quando si sono riaccese le luci, le persone stavano già uscendo. Sono sembrati impassibili, o forse avevano altre cose per la testa. "Che delirio," ha detto una giovane donna mentre accendeva il cellulare.

Mentre le società avanzate diventano de-politicizzate, i cambiamenti sono tanto sottili quanto spettacolari. Nei discorsi quotidiani, il linguaggio politico si capovolge, come Orwell profetizzava in 1984. La parola "democrazia" è un artificio retorico. La pace è "perpetua guerra". "Globale" significa imperiale. Il concetto di "riforme", un tempo pieno di speranza, oggi significa regressione, perfino distruzione. "Austerità" è l'imposizione del capitalismo estremo sui poveri e i doni del socialismo dati ai ricchi: un sistema ingegnoso nel quale la maggioranza copre il debito di pochi.

Nelle arti, l'ostilità all'espressione della verità nella politica è un articolo della fede borghese. "Il periodo rosso di Picasso," diceva un titolo dell'Observer, "e perché la politica non fa buona arte." Considerate che questo era in un giornale che promuoveva il bagno di sangue in Iraq come una crociata liberal. L'opposizione di Picasso al fascismo durante tutta la sua vita è solo una nota a margine, proprio come il radicalismo di Orwell è svanito nel premio letterario che si è appropriato del suo nome.
Alcuni anni fa Terry Eagleton, allora professore di letteratura inglese all'Università di Manchester, aveva calcolato che "per la prima volta da due secoli a questa parte, non c'è poeta, drammaturgo o romanziere britannico che sia pronto a mettere in questione i fondamenti del modo di vivere occidentale." Non c'è uno Schelly che parli per i poveri, un Blake per i sogni utopistici un Byron che maledica la corruzione della classe dominante, un Thomas Carlyle o un John Ruskin che rivelino il disastro morale del capitalismo. William Morris, Oscar Wilde, HG Wells, George Bernand Shaw, non hanno degli equivalenti oggi. Harold Pinter è stato l'ultimo a sollevare la propria voce. Tra le voci insistenti del consumismo femminista, nessuna fa eco a Virginia Woolpiklpf, che aveva descritto "le arti di dominazione sulle persone ... del potere, dell'omicidio, dell'acquisizione di terre e di capitale".

Al National Theatre una nuova commedia, "Gran Bretagna", fa satira sullo scandalo delle intercettazioni telefoniche che ha visto processati e condannati dei giornalisti, tra cui un ex editore delle Rupert Murdoch's News del World. Descritta come una "farsa con le zanne [che] mette l'intera cultura incestuosa [dei media] sul banco degli imputati e la sottopone ad una ridicolaggine spietata", il bersaglio della commedia sono i personaggi "beatamente divertenti" del tabloid della stampa britannica. È cosa buona e giusta, e molto familiare. Che dire dei media non-tabloid che si considerano credibili e rispettabili, e tuttavia svolgono un ruolo parallelo come braccio del potere dello stato e delle corporazione, come ad esempio nella promozione di guerre illegali?

L'inchiesta di Leveson sulle intercettazioni telefoniche ha accennato a questo tema innominabile. Tony Blair ne stava dando dimostrazione, lamentandosi con Sua Maestà del fastidio che i tabloid davano a sua moglie, quando è stato interrotto da una voce proveniente dalla tribuna del pubblico. David Lawley-Wakelin, un produttore cinematografico, ha chiesto che Blair fosse arrestato e processato per crimini di guerra. Ci fu una lunga pausa: lo shock della verità. Il signor Leveson balzò in piedi e ordinò che colui che diceva la verità fosse mandato fuori, e si scusò con il criminale di guerra. Lawley-Wakelin finì sotto processo, Blair rimase libero.

I complici di lungo corso di Blair sono più rispettabili degli intercettatori delle telefonate. Quando la presentatrice della BBC, Kirsty Wark, lo intervistò per il decimo anniversario dell'invasione dell'Iraq, gli concesse un momento che egli poteva solo sognare; gli permise di soffermarsi sulla "difficile" decisione presa per l'Iraq invece che chiedergli conto del suo crimine epico. Ciò ha rievocato la processione di giornalisti della BBC che nel 2003 dichiaravano che Blair poteva sentirsi "vendicato", e la successiva "fondamentale" serie della BBC, "Gli Anni di Blair", per la quale David Aaronovitch fu scelto come scrittore, presentatore e intervistatore. Da servitore di Murdoch che ha fatto campagna a sostegno dell'attacco militare in Iraq, Libia e Siria, Aaronovitch ha saputo adulare sapientemente.

Fin dall'invasione dell'Iraq – esempio di atto di aggressione non provocata che un giudice di Norimberga, Robert Jackson, ha definito "il supremo crimine interazionale, che differisce da altri crimini di guerra per il fatto che contiene in se stesso la somma di tutti i mali" – Blair e il suo portavoce e principale complice, Alastair Campbell, hanno ricevuto abbondante spazio sul Guardian per poter riabilitare la propria reputazione. Descritto come una "star" del partito laburista, Campbell ha cercato le simpatie dei lettori usando la propria depressione e facendo mostra del suo interesse per la tirannia militare egiziana, sebbene questo non rientri nei suoi attuali compiti di consigliere di Blair.

Ora che l'Iraq è smembrato, a seguito dell'invasione di Blair e Bush, il titolo del Guardian dichiara: "Rovesciare Saddam è stato giusto, ma lo abbiamo fatto troppo presto". Questo capitava in concomitanza con un articolo in primo piano, il 13 giugno, di un ex funzionario di Blair, John McTernan, che tra l'altro era al servizio del dittatore iracheno installato dalla CIA, Iyad Allawi. Nel chiedere una ripetizione dell'invasione di un paese che il suo precedente padrone ha contribuito a distruggere, non ha fatto per nulla riferimento alla morte di almeno 700.000 persone, all'esodo di quattro milioni di rifugiati e al tumulto di sètte in un paese che precedentemente andava fiero della sua tolleranza di costumi.

"Blair incarna la corruzione e la guerra," ha scritto un cronista radicale del Guardian, Seumas Milne, in un focoso pezzo del 3 luglio. Questo è noto al mestiere come un "bilanciamento". Il giorno seguente, la rivista ha pubblicizzato a tutta pagina un bombardiere Americal Stealth. Sulla minacciosa fotografia del bombardiere c'erano le parole: "F-35. Grande per la Gran Bretagna". Quest'altra incarnazione di "corruzione e guerra" costerà al contribuente britannico 1,3 miliardi di sterline, dopo che il suo modello F- precedente ha massacrato un po' di persone in giro per il mondo in via di sviluppo.

In un villaggio dell'Afghanistan, abitato dai più poveri tra i poveri, ho filmato Orifa, in ginocchio sulle tombe di suo marito, Gul Ahmed, un tessitore di tappeti, di altri sette membri della famiglia tra cui sei bambini, e di due bambini che erano stati uccisi nella casa a fianco. Una bomba "di precisione" da 500 libbre è caduta dritta sulla loro casa di fango, pietre e paglia, lasciando un cratere largo 15 metri. Lockheed Martin, il costruttore dell'aereo, ha avuto l'onore di aver trovato posto nella pubblicità del Guardian.

L'ex Segretario di Stato e aspirante Presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton, è stata di recente all'Ora delle Donne sulla BBC, la quintessenza della rispettabilità mediatica. La presentatrice, Jenni Murray, ha presentato la Clinton come un faro della realizzazione femminile. Non ha ricordato ai suoi ascoltatori l'assurdità detta dalla Clinton secondo cui l'Afghanistan è stato invaso per "liberare" le donne come Orifa. Non ha chiesto nulla alla Clinton sulla campagna di terrore condotta dalla sua amministrazione, che usa i droni per uccidere donne, uomini e bambini. Non ha fatto menzione della vana minaccia della Clinton, formulata mentre faceva campagna per essere il primo presidente donna, di "eliminare" l'Iran, e nulla a proposito del suo sostegno alla campagna illegale di intercettazione di massa e alla caccia agli informatori.

La Murray ha fatto giusto una domanda da dito sulle labbra. Ha chiesto se la Clinton ha perdonato Monica Lewinsky per aver avuto una relazione con suo marito. "Il perdono è una scelta," ha detto la Clinton, "per me è assolutamente la scelta giusta." Questo ha riportato alla mente gli anni '90, gli anni consumati dallo "scandalo" Lewinsky. Il Presidente Bill Clinton stava allora invadendo Haiti, e bombardando i Balcani, l'Africa e l'Iraq. Stava anche distruggendo le vite dei bambini iracheni; l'Unicef riportò la morte di mezzo milione di bambini iracheni di meno di cinque anni, come risultato dell'embargo imposto dagli USA e dalla Gran Bretagna.

I bambini sono spariti dai media, proprio come le vittime delle invasioni sostenute e promosse da Hillary Clinton – in Afghanistan, Iraq, Yemen, Somalia – sono sparite dai media. Murray non ne ha fatto cenno. Una fotografia di lei e della sua distinta ospite, raggiante, è apparsa sul sito web della BBC.

In politica come nel giornalismo e nell'arte, sembra che il dissenso inizialmente tollerato nel "mainstream" sia regredito a dissidenza: un metaforico clandestino. Quando ho iniziato la carriera nel britannico Fleet Street, negli anni '60, era accettabile criticare il potere occidentale come una forza predatoria. Leggete i celebri resoconti di James Cameron sull'esplosione della bomba ad idrogeno sull'atollo Bikini, sulla barbarica guerra di Corea e sui bombardamenti americani nel Vietnam del Nord. La grande illusione di oggi è quella di essere nell'epoca dell'informazione quando, in realtà, siamo in un'epoca in cui l'incessante propaganda corporativa è insidiosa, contagiosa, efficace e liberale.

Nel suo saggio del 1859 Sulla Libertà, al quale i moderni liberali tributano i loro omaggi, John Stuart Mill scriveva: "Il dispotismo è un legittimo metodo di governo quando si ha a che fare coi barbari, purché la finalità sia il loro miglioramento, e i mezzi siano giustificati dall'efficace raggiungimento di quella finalità." I "barbari" erano grandi porzioni dell'umanità la cui "implicita obbedienza" era pretesa. "È un mito bello e comodo che i liberali siano pacifisti e i conservatori siano guerrafondai," ha scritto lo storico Hywel Williams nel 2001, "ma l'imperialismo alla maniera dei liberali può essere più pericoloso a causa della sua natura priva di limiti precisi: la sua convinzione di rappresentare una forma di vita superiore." Aveva in mente il discorso di Blair, nel quale l'allora primo ministro prometteva di "rimettere ordine nel mondo intorno a noi" secondo i suoi "valori morali".

Richard Falk, rispettata autorità di diritto internazionale e Relatore Speciale dell'ONU in Palestina, una volta descrisse uno "schermo di immagini positive dei valori occidentali e dell'innocenza, autolegittimato e a senso unico, raffigurato come sotto minaccia per legittimare una campagna di illimitata violenza politica." Esso è "così ampiamente accettato da risultare pressoché inattaccabile".

La clientela e i sostenitori premiano i guardiani. Su Radio 4 della BBC, Razia Iqbal ha intervistato Toni Morrison, Premio Nobel afro-americano. La Morrison si chiedeva perché la gente fosse “così arrabbiata” con Barack Obama, il quale è così “cool” e vuole costruire una “economia forte e un’assistenza sanitaria”. La Morrison è stata orgogliosa di aver parlato al telefono con il suo eroe, che aveva letto uno dei suoi libri e l’aveva invitata alla sua inaugurazione.

Né lei né la sua intervistatrice hanno menzionato le sette guerre di Obama, inclusa la campagna di terrore coi droni, nella quale intere famiglie, i loro soccorritori e chi era in lutto per loro, sono stati assassinati. Quel che sembrava contare era che un uomo di colore “bravo a parlare” è riuscito ad arrivare ai vertici del potere. Nei Dannati della Terra, Frantz Fanon scrisse che la “missione storica” dei colonizzati era quella di servire come “linea di trasmissione” per coloro che comandavano e opprimevano. Nell’era moderna, l’impiego delle differenze etniche nel sistema di potere e di propaganda occidentale è considerato essenziale. Obama incarna esattamente questo, sebbene sia stato il governo di George W. Bush – la sua cricca guerrafondaia – il più multietnico della storia presidenziale.

Mentre la città irachena di Mosul cadeva nelle mani degli jihadisti dell’ISIS, Obama diceva che “Gli americani hanno fatto enormi investimenti e sacrifici per dare agli iracheni l’opportunità di inseguire un destino migliore.” Quanto è “cool” questa bugia? Quanto è stato “bravo a parlare” Obama nel discorso all’accademia militare West Point il 28 maggio? Facendo il suo discorso sulle “condizioni del mondo” alla cerimonia di laurea di quelli che “prenderanno la leadership dell’America” nel mondo, Obama ha detto “Gli Stati Uniti useranno la forza militare, unilateralmente se necessario, quando i nostri interessi fondamentali lo richiederanno. Le opinioni internazionali sono importanti, ma l’America non dovrà mai chiedere il permesso...”

Ripudiando la legge internazionale e i diritti delle nazioni indipendenti, il presidente americano si appella ad una divinità sulla base del potere della sua “indispensabile nazione”. È un ben noto messaggio di impunità imperiale, sebbene sempre rassicurante da sentire. Evocando l’ascesa del fascismo negli anni ’30, Obama ha detto “Credo nell’eccezionalità dell’America con ogni fibra del mio essere.” Lo storico Norman Pollack a scritto: “Per quelli che marciano col passo dell’oca, rimpiazzate la militarizzazione apparentemente più innocua dell’intera cultura. E per il leader altisonante abbiamo il riformatore mancato, spensieratamente all’opera, che pianifica ed esegue omicidi, sorridendo tutto il tempo.”

In febbraio gli USA hanno imbastito uno dei loro “coloriti” colpi di stato contro un governo eletto in Ucraina, sfruttando le sincere proteste contro la corruzione a Kiev. Il consigliere di Obama per la sicurezza nazionale, Victoria Nuland, ha scelto personalmente il leader di un “governo provvisorio”. Lo ha soprannominato “Yat”. Il vicepresidente Joe Biden è andato a Kiev, così come il direttore della CIA John Brennan. Le truppe d’assalto per il loro colpo di stato erano fascisti ucraini.

Per la prima volta dal 1945, un partito neo-nazista e apertamente anti-semita controlla i punti chiave del potere statale in una capitale europea. Nessun leader dell’Europa occidentale ha condannato questo risveglio del fascismo nella zona di confine nella quale i nazisti di Hitler uccisero milioni di russi. Essi avevano il supporto dell’Esercito di Insurrezione Ucraino (UPA), responsabile del massacro di ebrei e russi, chiamato “vermin”. L’UPA è l’ispiratore storico dell’odierno partito Svoboda e del suo associato Settore Destro. Il leader di Svoboda, Oleh Tyahnybok ha chiesto la purga della “mafia russo-ebraica” e di “altra feccia” tra cui gay, femministe, e gente di sinistra.

Fin dal collasso dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno circondato la Russia di basi militari, aerei da guerra nucleari e missili, come parte del progetto di allargamento della Nato. Rinnegando la promessa fatta al presidente sovietico Mikhail Gorbachev nel 1990, secondo cui la Nato non si sarebbe espansa “di un solo centimetro verso est”, la Nato ha, in realtà, occupato militarmente l’est Europa. Nel Caucaso ex-sovietico, l’espansione della Nato costituisce il più grande sviluppo militare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Un piano di azione per l’appartenenza alla Nato è il regalo di Washington fatto al regime di Kiev. In agosto l’Operazione Tridente Rapido porterà truppe americane e britanniche sul confine russo dell’Ucraina, e il piano Brezza di Mare spedirà navi da guerra statunitense entro il raggio visivo dei porti russi. Immaginate la reazione se questi atti di provocazione o intimidazione fossero fatti sui confini americani.

Nel reclamare la Crimea, che Nikita Kruschev separò illegalmente dalla Russia nel 1954, i russi si sono difesi come fanno da almeno un secolo. Più del 90 percento della popolazione della Crimea ha votato per il ritorno del territorio nella Russia. La Crimea è la sede della Flotta del Mar Nero, e la sua perdita sarebbe fatale per la Marina Russa e sarebbe un premio per la Nato. In un modo che ha confuso i falchi a Washington e a Kiev, Vladimir Putin ha ritirato le truppe dal confine ucraino e sollecitato i russi residenti nell’Ucraina dell’est ad abbandonare il loro separatismo.

Tutto ciò è stato capovolto alla maniera orwelliana, e in occidente si è parlato di “minaccia russa”. Hillary Clinton ha paragonato Putin a Hitler. Senza ironia, i commentatori tedeschi di destra hanno fatto lo stesso. Nei media, i neo-nazisti ucraini vengono presentati come “nazionalisti” o “ultra-nazionalisti”. Ciò che temono è che Putin stia abilmente cercando una soluzione diplomatica e possa avere successo. Il 27 di giugno, per reagire all’ultimo atto accomodante di Putin – la sua richiesta al parlamento russo di abrogare la legislazione che gli dava il potere di intervenire a nome dei russi residenti in Ucraina – il Segretario di Stato John Kerry ha mandato un altro dei suoi ultimatum. La Russia doveva “agire entro le prossime ore, letteralmente” per far terminare la rivolta nell’est dell’Ucraina. Nonostante Kerry sia ampiamente riconosciuto come un pagliaccio, il vero scopo di questi “avvertimenti” è quello di conferire alla Russia lo status di pariah, e di sopprimere le notizie sulla guerra che il regime di Kiev sta facendo contro la sua stessa gente.

Un terzo della popolazione ucraina parla Russo ed è bilingue. Da tempo stanno cercando di ottenere una federazione democratica che rifletta le diversità etniche in Ucraina e sia al contempo autonoma e indipendente da Mosca. Molti non sono né “separatisti” né “ribelli”, ma solo cittadini che vogliono vivere in sicurezza nel proprio paese. Il separatismo è la reazione agli attacchi che la giunta militare di Kiev sta svolgendo contro di loro; attacchi che hanno provocato l’esodo di circa 110.000 persone (secondo le stime ONU) attraverso il confine verso la Russia. Tipicamente si tratta di donne e bambini traumatizzati.

Come i bambini iracheni sotto embargo e le donne e ragazze “liberate” dell’Afghanistan, terrorizzati dai signori della guerra della CIA, questi gruppi etnici dell’Ucraina sono spariti dai media occidentali, le sofferenze e le atrocità commesse contro di loro vengono minimizzate o taciute. Nei media mainstream occidentali manca il senso della proporzione degli attacchi svolti dal regime. Questo non è privo di antecedenti. Rileggendo l’eccellente “La Prima Vittima: il corrispondente di guerra come eroe, propagandista e creatore di miti”, di Phillip Knightley, rinnovo la mia ammirazione per Morgan Philips Price, del Manchester Guardian, l’unico reporter occidentale rimasto in Russia durante la rivoluzione del 1917, che ha riportato la verità su una disastrosa invasione degli alleati occidentali. Imparziale e coraggioso, Philips Price è stato l’unico a rompere ciò che Knightley definiva un “silenzio oscuro” anti-russo nell’Occidente.

Il 2 maggio di quest’anno, a Odessa, 41 russi sono stati bruciati vivi nella sede dei sindacati, con la polizia che stava davanti a loro. Ci sono delle orribili riprese a dimostrarlo. Il leader del Settore Destro, Dmytro Yarosh, si è riferito al massacro come a “un altro giorno luminoso nella storia della nostra nazione”. Nei media americani e britannici questa è stata descritta come una “fosca tragedia” risultata dagli “scontri” tra i “nazionalisti” (neo-nazisti) e i “separatisti” (persone che raccoglievano firme per un referendum per l’Ucraina federale). Il New York Times ha seppellito la cosa, cassando come propaganda russa gli avvertimenti riguardo le politiche fasciste e anti-semite condotte dai nuovi clienti di Washington. Il Wall Street Journal ha maledetto le vittime – “Il micidiale incendio in Ucraina è stato probabilmente acceso dai ribelli, dice il governo”. Obama si è congratulato con la giunta militare per la sua “moderazione”.

Il 28 giugno il Guardian ha dedicato la maggior parte di una pagina alle dichiarazioni del “presidente” del regime di Kiev, l’oligarca Petro Poroshenko. Di nuovo si applica la regola dell’inversione orwelliana. Non c’è stato un colpo militare, non c’è una guerra contro le minoranze in Ucraina, e i russi sono da incolpare per qualsiasi cosa. “Vogliamo modernizzare la nazione,” ha detto Poroshenko. “Vogliamo introdurre la libertà, la democrazia e i valori europei. Qualcuno non vuole questo. Qualcuno è contro di noi per questo.”

Nel suo resoconto, il reporter del Guardian, Luke Harding, non mette alla prova queste dichiarazioni, né menziona le atrocità di Odessa, o gli attacchi aerei e di artiglieria fatti dal regime su aree residenziali, o l’uccisione e il rapimento di giornalisti, o il bombardamento di un giornale dell’opposizione, o la minaccia di “liberare l’Ucraina dallo sporco e dai parassiti”. I nemici sono “ribelli”, “militanti”, “insorti”, “terroristi”, e fantocci del Cremlino. Ripensate alle storie dei fantasmi di Vietnam, Cile, Est Timor, sud-Africa, Iraq. Notate le stesse etichette. La Palestina è la calamita di questo perenne inganno. L’11 luglio, a seguito dell’ultima azione israeliana, un massacro a Gaza armato dagli americani – sono morte 80 persone tra cui 6 bambini in una sola famiglia – un generale israeliano ha scritto nel Guardian, sotto al titolo, “Una necessaria dimostrazione di forza”.

Negli anni ’70 incontrai Leni Riefenstahl, e le chiesi dei film che glorificavano il nazismo. Usando in modo rivoluzionario la telecamera e le tecniche di illuminazione, Leni aveva prodotto una forma di documentario che aveva ipnotizzato i tedeschi. È stato il suo “Trionfo della Volontà” che ha presumibilmente dato il lancio al maleficio di Hitler. Le ho domandato della propaganda nelle società che si ritengono superiori. Lei replicò che i “messaggi” nei suoi film non dipendevano da “ordini dall’alto”, ma dal “vuoto sottomesso” della popolazione tedesca. “Ciò includeva anche la borghesia liberale ed istruita?” le chiesi. “Chiunque,” rispose, “e, naturalmente, anche gli intellettuali.”



John Pilger è autore di Freedom Next Time. Tutti i suoi documentari possono essere visti gratuitamente sul suo sito web http://www.johnpilger.com/

sabato 17 maggio 2014

Il Manifesto del Partito Collaborazionista

Volantini delle Brigate Euriste Argento che si trovano nelle sale di attesa dei patronati in tempi di dichiarazione dei redditi. Materiale sovversivo che può cadere nelle mani dei nostri babbi e mamme, nonni e nonne. Notate come non sia neppure necessario nominare il PD.

C'è uno SPI che si aggira per l'Europa....










Com'è che dicono?

"Il ruolo del sindacato europeo è essenziale per contrastare derive di tipo populistico e/o nazionalistico che rischiano di ributtarci indietro: affossare l'euro oggi vorrebbe dire uccidere l'Europa, ma anche determinare una situazione tipo Argentina, con i titoli di stato svalutati di almeno il 30%, i tassi di interesse alle stelle, banche fallite, redditi falcidiati... poveri più poveri, ricchi più ricchi."

Pagherete caro, pagherete tutto. Terroristi di merda.

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