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lunedì 19 marzo 2018

Gli scherzi di un dio burlone



Odino era un dio bugiardo, l'abbiamo detto, ma non poteva certo competere in questo col perfido Loki, un autentico specialista in inganni, nonché padre di creature assolutamente spaventose. 
Come il lupo Fenrir, che divorerà lo stesso Odino nel fatale giorno del Ragnarok. O come il gran serpente drago JÇ«rmungandr, che si contorce eternamente nelle profondità dell'abisso mordendosi la coda tra le fauci. 
La più terribile era però la figlia, Hel. Odino per togliersela di torno la relegò nel mondo sotterraneo rendendola regina dei morti. Grata comunque di questa corona, Hel regalò a Odino due corvi, Huginn e Muninn. Divenuti i suoi fidati aiutanti, i due uccelli gli riferivano tutto ciò che avevano visto e udito.
Loki amava molto fare scherzi, così decise di partecipare ad un gioco che gli dei organizzavano ogni giorno. Tempo prima, presagendo la propria morte, il dio Baldr era corso a chiedere aiuto ai genitori. Odino scese da Hel e vide che in effetti tutto era pronto per accogliere il figlio tra i morti. La madre, Frigg, decise di opporsi a quel destino e radunò ogni creatura e oggetto intimando di giurare che mai avrebbe fatto male a Baldr. Gli dei, sapendolo, si divertivano a scagliare ogni sorta di cosa contro Baldr, che riceveva spavaldo i colpi inoffensivi.
Quel giorno Loki si avvicinò al dio cieco Hodr e gli disse che trovava una grande ingiustizia il fatto che non potesse divertirsi come gli altri.
"Lascia che ti aiuti io a prendere la mira con l'arco... ecco così... un po' più a destra... un po' più in alto... bene così, puoi scoccare la tua freccia."
Questa però altro non era che un rametto di vischio, datogli dallo stesso Loki, il quale ben sapeva che il vischio era l'unico essere a non aver prestato giuramento, perché Frigg l'aveva giudicato inoffensivo.
Fu così che Baldr venne trapassato da parte a parte e morì, tra lo sconcerto degli dei.

Così terminò il racconto che stavo facendo a Evelyn, la quale in cambio mi disse di aver visto una cosa molto strana nel folto del bosco...


giovedì 15 marzo 2018

L'albero della Conoscenza



Ce ne stavamo seduti sotto le fronde di un albero, intenti a consumare le merende prima che i nostri passi ritornassero a portarci su sentieri divergenti.
Ogni tanto Evelyn e io lanciavamo qualche briciola di pane agli uccellini che scendevano a becchettare nell'erba. Alcuni più timidi si tenevano a distanza, mentre altri più coraggiosi o sfrontati si avvicinavano per cogliere i bocconi più grossi. 
Quella scena non poteva non evocare il ricordo di Hänsel e Gretel, del loro obbligato inoltrarsi in un bosco pericoloso fino alla casa di marzapane costruita come una trappola per bambini affamati dalla strega cannibale. 

Del resto più ci si inoltra nel fitto della foresta più gli alberi sono antichi e le loro radici profonde. Nessuno di essi tuttavia ha rami alti e radici profonde quanto un frassino ricordato da un'antica leggenda norrena.
Ad esso si rivolse un viandante, cieco di un occhio, che viaggiava appoggiandosi a una lancia ed era seguito da due corvi. Un tipo ingannevole, di quelli capaci di giurare sul proprio anello, mentendo spudoratamente. Un tipo di quelli, insomma, a cui sarebbe meglio non aprire la porta, se vengono a bussare dopo il tramonto. Un tipo troppo pericoloso, tuttavia, per rifiutargli gli antichi doveri dell'ospitalità. 

Il viandante era pronto a tutto per conquistare il potere della Conoscenza. Così egli cercò il grande frassino, "Yggdrasill lo chiamano, alto tronco lambito d'acqua bianca di argilla" com'è scritto nella Profezia della Veggente.

"Io so, fui appeso all’albero esposto al vento
per nove notti intere, ferito da una lancia
e sacrificato ad Óðinn, a me stesso,
a quell’albero di cui nessuno sa
dove affondino le radici.
Non mi saziarono col pane né dissetarono coi corni,
guardai in basso, conobbi le rune,
le conobbi soffrendo, e poi caddi giù."

Così il Viandante, che altri non era se non lo stesso re degli dei del Valhalla, Odino, conquistò il potere delle Rune sacrificando sé stesso ad Odino.





mercoledì 20 maggio 2015

Viaggio al castello, tra diavoli e fantasmi: 2 - la torre

Molto tempo prima che si svolgesse la battaglia di Campaldino, a Poppi viveva una giovane e avvenente Contessa. Così almeno narra la leggenda, che ci ha tramandato anche il suo nome. La bella Matelda era andata in sposa, com’era usanza a quei tempi, a un uomo molto più vecchio di lei, un nobile della potente famiglia dei Guidi, il quale oltretutto era assente perché impegnato nelle Crociate. Così almeno aveva mandato a dire, ché la scusa delle Crociate era vecchia già a quei tempi.

Ad ogni modo Matelda si trovava sola a fronteggiare un nemico insidioso, i richiami della propria carne che, come in una famosa canzone, le facevano dire: “troppo giovane son io / e il nero è un triste colore”.

La giovane Contessa non era però donna da arrendersi a un destino avverso. La storia non dice se il marito all’atto della partenza avesse previdentemente cinto di una ferrea cintura di castità i suoi bianchi fianchi. Verosimilmente non lo fece, in quanto questa usanza è soprattutto una leggenda da storie umoristiche. Ma se pur il Guidi si decise a usare tale prudenza la donna dovette essere più astuta, trovando il modo di farsi fare una chiave di scorta da qualche fabbro.

Risolto quel problema Telda si mise alla ricerca di un sistema per placare il diavolo che le bruciava dentro. Lasciata da parte l’acqua santa, che non sembrava avere alcun potere, il suo sguardo fu attratto da un giovane menestrello, dalla dolce voce e dal bell’aspetto. Ovviamente non ci mise molto a farlo entrare nel proprio letto, tanto più che quello, lusingato e affascinato, intravedeva solo i vantaggi di essere sotto la protezione di una si bella e ricca nobildonna.

Giorno dopo giorno il giovane deliziava la sua Signora col sole e con la luna, finché esausto o forse essendogli venuto a noia quel tran tran o forse ancora sentendo la nostalgia della mamma, della partita a calcetto con gli amici e delle altre cose che agli uomini alla fine stanno a cuore e che per via della bella Contessa stava trascurando, le chiese il permesso di partire. Lo chiese per cortesia di ospite, ma anche perché si era accorto che tutte le porte erano ben serrate e non c’era modo di fuggire da quella torre attraverso le strette feritoie da cui a malapena poteva entrare la luce del sole.

Sulla bella fronte di Telda apparve una ruga di disappunto. Non solo il giovane voleva separarsi da lei, ma per il suo stesso mestiere di cantastorie non dava certo garanzia di essere persona capace di mantenere il massimo riserbo su quanto era accaduto dentro quelle mura.

Ad ogni modo, facendosi giurare che sarebbe presto tornato da lei, gli concesse il permesso di partire. E gli fece pure un bel dono, come pegno d’amore. Il giovane, felice, s’incamminò per la scala segreta che la bella Telda gli aveva detto di prendere per uscire non visto da alcuno. In cuor suo già pregustava il momento in cui avrebbe potuto trovarsi con gli amici all’osteria e davanti a un bicchiere di vino sbandierare le sue avventure amorose.

Proprio in quell’istante però una botola si aprì sotto i suoi piedi e il disgraziato, straziato dalla caduta e dalle lame affilate che sporgevano dalle pareti, precipitò in un buio sotterraneo, da cui inutilmente levò le sue ultime disperate invocazioni di aiuto.

A quel tempo i menestrelli andavano e venivano in continuazione e spesso sparivano da una parte per ricomparire da un’altra. Matelda aveva quindi messo a punto un metodo efficiente per coniugare le proprie voglie alla massima discrezione. E lo attuò senza sosta.

Fin troppo, perché i menestrelli giovani e belli non erano una risorsa senza limiti. Poi forse qualche sospetto nella categoria aveva cominciato a girare, dal momento che tutti quelli che dicevano di voler andare a Poppi non si vedevano più in giro.

Tilde però non poteva più fermarsi e così rivolse le sue attenzioni ai migliori giovani del paese, che cominciarono a scomparire misteriosamente. Ma il paese era piccolo e la gente cominciava a mormorare. Per questo, forse, o perché alla fine la Giustizia o il Diavolo ci mettono sempre il naso, qualcosa andò storto. 

Forse quella notte il giovane che si allontanava dalla Contessa scendendo la tragica scala aveva dei sospetti e stava all’erta. Forse il meccanismo s’inceppò. Certo è che la vittima designata si avvide della trappola e riuscì a fuggire. 

Il suo racconto riempì d’orrore la popolazione che diede l’assalto alla torre e trovò la conferma dei peggiori sospetti. Decine di scheletri giacevano nel sotterraneo e dalle orbite vuote sembravano ancora urlare la propria disperata richiesta di aiuto.

Lo sdegno di fronte a quel delitto si tramutò in cupo furore. La Contessa fu richiusa nella fortezza, che da allora assunse il triste nome di Torre dei Diavoli. E lì fu lasciata a morire di stenti.

Una leggenda dice che di notte il suo spirito inquieto si aggiri ancora tra quelle mura, cercando l’amore di qualche bel giovane…

Devo precisare che l'immagine di apertura si riferisce al Castello dei Conti Guidi, che fu edificato in epoca più tarda rispetto ai fatti tramandati attorno alla Contessa Matelda. La Torre dei Diavoli si trova da qualche parte alle mie spalle, più o meno quindi dove trascorsi la notte. Ovviamente non corsi alcun pericolo né ebbi alcuna strana avventura nell'albergo...





mercoledì 13 maggio 2015

Viaggio al castello, tra diavoli e fantasmi. 1 – la battaglia

Dante Alighieri davanti al castello di Poppi



Mi capita talora di dover viaggiare per lavoro. Fortunatamente nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di luoghi molto belli. Talora sono anche carichi di leggende e storie. Voglio raccontarvi dell’ultimo in cui sono stato…

Pochi giorni fa, provenendo dalle vallate tridentine e dalle calde spiagge della Trinacria, risalendo lo stivale dalla bella Puglia e scendendo dal montano Piemonte siamo calati da ogni direzione in un luogo carico di storia: Poppi, al centro del Casentino. Un luogo in cui i destini se non dell’Italia quanto meno della sua cultura furono decisi sul campo di battaglia. Era sabato quel giorno ed era l’undicesimo giorno del giugno 1289. 

La strada che ho percorso per arrivare a Poppi è la stessa su cui, il 2 giugno di quell’anno lontano, s’incamminarono le truppe guelfe di Firenze: il passo della Consuma. Una decisione pericolosa, perché la strada era impervia, che era stata suggerita dai guelfi fuggiti dalla nemica Arezzo, che bene conoscevano quella via. 

I due comandanti dei guelfi fiorentini erano Guillaume Bertrand de Durfort e Aimeric de Narbonne, due francesi e due autentici professionisti della guerra. Ricordiamoci i loro nomi e lasciamoli alla testa dell’esercito, composto da circa duemila cavalieri e diecimila fanti, mentre s’inerpicano sulle montagne.

Spostiamoci invece sull’altro fronte, dove i Ghibellini d’Arezzo furono presi di sorpresa da quella mossa e costretti a dar battaglia nel luogo scelto dagli avversari: la piana di Campaldino, proprio sotto il castello dei conti guidi a Poppi. A guidarli il Vescovo di Arezzo, Guglielmo degli Ubertini. La sua guida non era solo spirituale - possiamo immaginarci la benedizione impartita ai soldati - ma soprattutto militare. Guglielmo aveva un concetto proprio, ma molto comune all’epoca, di come si dovessero regolare le questioni. Ad esempio, per porre fine a un contrasto che si trascinava da troppo tempo col monastero di Camaldoli fece bastonare i monaci dai suoi soldati. E poiché la legge vietava agli uomini di Chiesa di spargere sangue sul campo di battaglia Guglielmo ci andava con una mazza con cui poteva spaccare teste senza versarne.

Il terreno scelto per lo scontro era favorevole ai Fiorentini, dal momento che gli Aretini, che avevano ricevuto rinforzi da parte di tutti i Ghibellini italiani, avrebbero dovuto caricare in salita. E così fecero. Buonconte da Montefeltro guidò l’attacco di 300 feditori a cavallo, preceduti da dodici “paladini”. L’effetto sui feditori guelfi fu disastroso. Quasi tutti vennero disarcionati, ma continuarono a combattere a piedi, mentre i ghibellini si incuneavano tra le file nemiche.

Tra i feditori a cavallo schierati da Firenze c’era anche un giovane di nome Dante Alighieri che anni dopo confessò di aver provato “temenza grande” in quel frangente. Fortunatamente per noi e per le sorti della letteratura sopravvisse. E come lui un altro poeta, lo scanzonato Cecco Angiolieri che pure si trovava a Campaldino tra i guelfi.

Le sorti della battaglia, fino a quel momento molto incerte, vennero decise da Corso Donati, capo della riserva di cavalleria guelfa. Uomo poco incline a rispettare le regole, senza aspettare il comando, irruppe nella battaglia di propria iniziativa, incuneandosi tra la cavalleria e la fanteria nemica.

A quel punto Guido Novello di Poppi, che comandava la riserva ghibellina, giudicando persa la giornata si ritirò nel proprio castello. La battaglia si trasformò così in una caccia, dove i fiorentini e i loro alleati cercarono di catturare quanti più prigionieri. Ne presero un migliaio, buona parte dei quali fu riscattata in moneta sonante. I più poveri, quelli per cui i parenti non erano in grado di pagare, morirono nelle carceri di Firenze. La caccia terminò solo quando un violento temporale si abbatté sulla piana di Campaldino. Secondo una tradizione spesso le battaglie più cruente erano seguite da violente tempeste.

La battaglia fu infatti molto sanguinosa per l’epoca. Sul campo caddero circa 2000 combattenti, di cui circa 1700 ghibellini. Anche i comandanti non furono risparmiati. Guillaume Bertrand de Durfort fu abbattuto da un quadrello di balestra mentre tentava di organizzare la controffensiva. Guglielmo degli Ubertini fu ucciso da un colpo di picca alla testa. Con lui cadde il suo parente Guglielmo Pazzo, che inutilmente aveva cercato di difenderlo. 

Aimeric de Narbonne fu ferito al volto, ma sopravvisse, nonostante una tradizione pretenda che il suo fantasma si aggiri ancora per la piana di Campaldino. Fu accolto con tutti gli onori e “Amerigo” divenne un nome tradizionale a Firenze. Tra i tanti che lo portarono ci fu il fiorentino Amerigo Vespucci da cui prese il nome il continente scoperto da Colombo: America.

Un mistero grande avvolse invece Buonconte da Montefeltro, che non fu trovato né tra i vivi né tra i morti e nessuno ebbe più notizia di lui. A dare una risposta fu proprio Dante Alighieri che nella battaglia era stato suo nemico e che nel suo viaggio ultraterreno lo incontrò in Purgatorio. "Forato ne la gola" e in fin di vita, una lacrimuccia gli era bastata a salvare la propria anima carica di nefasti peccati. Così il Diavolo, che contava di vincere facile, preso da un accesso d’ira s’era accanito sul suo corpo, facendolo straziare e scomparire nelle acque dell’Arno.

Ma i diavoli a Poppi pare siano di casa. Nella seconda parte vi parlerò di una malefica contessa il cui spettro sembra non trovi pace…





sabato 28 giugno 2014

La tomba di Dracula a Napoli?


Recentemente sono apparsi articoli sull'ipotesi di una possibile presenza della tomba di Dracula a Napoli. Pare infatti che abbia trascorso la sua giovinezza a Napoli Maria Balsa la figlia primogenita di Vlad III "Tepes" ("Impalatore"). Come è noto nel tracciare la figura di Dracula per il suo romanzo, Bram Stoker si ispirò al sanguinario principe valacco, soprannominato anche "Dracul", per via dell'appartenenza di suo padre all'Ordine del Drago.
Questo era nato come ordine cavalleresco per contrastare l’Islam e le eresie, ma si distinse tragicamente soprattutto per le feroci repressioni ai danni degli eretici ussiti. Tra i cavalieri che ne fecero parte vi fu il principe Vlad II di Valacchia che dall’Ordine trasse il cognome Dracul. 
Poiché la sepoltura di Vlad III non è mai stata identificata con certezza, qualcuno ha pensato di poterla collocare a Napoli, riconoscendo in uno stemma gentilizio i legami proprio con l'Ordine del Drago. E naturalmente già si preparano dei tour turistici sull’argomento vampiresco. C'è da chiedersi se il claim sarà "Vedi Napoli e non-muori"...

Per restare sull'argomento Dracula, ricordo che è stata pubblicata tempo fa una traduzione in dialetto lombardo occidentale del romanzo di Stoker.

Se invece volete riscoprire le origini del mito moderno del vampiro, potete approfondire in questo post il contributo che diede John Polidori alla sua nascita. Fa parte di una serie di racconti che ruotano attorno a Mary Shelley e alla genesi di Frankenstein.

mercoledì 6 novembre 2013

Fanno il deserto e lo chiamano pace

Questa è una storia che viene da un altro tempo e da un altro luogo. Una storia la cui eco ha attraversato i secoli ed è giunta fino a noi. 




Su una brulla montagna battuta dal vento che portava il nome di Monte Graupius si radunarono gli ultimi Caledoni liberi, relitti della sconfitta isola di Britannia. Davanti a loro stavano schierate le armate del più potente impero che sia mai sorto sotto il sole d’Europa. Alle loro spalle non c’era che la distesa fredda e tempestosa del Mare del Nord. Il più distinto per valore e nobiltà tra i diversi capi, colui che portava il nome di Calgaco, si fece avanti e tenne un discorso ai Caledoni, spronandoli alla resistenza.

«Ogni volta» gridò «ogni volta che penso alle cause della guerra e alla situazione in cui ci troviamo, nutro la grande speranza che questo giorno e la vostra unione siano per tutta la Britannia l'inizio della libertà. Perché per voi tutti che siete qui e che non sapete cosa significhi la servitù, non esiste altra terra oltre questa e neppure il mare è sicuro, da quando su di noi incombe la flotta romana. Per questa ragione, nel combattere, scelta gloriosa dei forti, troverà sicurezza anche il codardo. I nostri compagni che si sono battuti prima di adesso con diversa fortuna contro i romani avevano in noi l'ultima speranza di aiuto, perché noi, i più rinomati di tutta la Britannia avevamo persino gli occhi non contaminati dalla schiavitù.»
I Caledoni – i volti dipinti coi colori di guerra dei diversi clan – approvarono battendo le lance contro gli scudi.
«Noi» riprese «noi che siamo al limite estremo del mondo e della libertà, siamo stati fino a oggi protetti dall'isolamento e dall'oscurità del nome. Ora, tuttavia, si aprono i confini ultimi della Britannia e l'ignoto è un fascino. Ma dopo di noi non ci sono più altre tribù, ma soltanto scogli e onde e un flagello ancora peggiore, i romani, contro la cui prepotenza non servono come difesa neppure la sottomissione e l'umiltà.»
Aveva bene in mente la sorte degli altri Britanni, costretti alla schiavitù e oltraggiati nella proprietà, nel corpo e nell’onore. La sorte di Boudicca, la regina degli Iceni, derubata del suo regno, frustata e costretta a vedere l’oltraggio alle figlie; Boudicca che aveva guidato la sollevazione dei Britanni; Boudicca che era una donna alta e dall'aspetto terrificante, con gli occhi feroci e la voce aspra; Boudicca dalle chiome fulve che le ricadevano in gran massa sui fianchi e indossava invariabilmente una collana d'oro e una tunica variopinta, coperta da uno spesso mantello fermato da una spilla; Boudicca che, mentre parlava, teneva stretta una lancia che contribuiva a suscitare terrore in chiunque la guardasse; Boudicca, che aveva combattuto alla testa dei suoi ed era stata sconfitta ed uccisa con altri ottantamila.
«Razziatori del mondo» riprese «adesso che la loro sete di universale saccheggio ha reso esausta la terra, vanno a cercare anche in mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l'oriente né l'occidente possono saziare.»
Infine Calgaco il Caledone, colui che i Romani consideravano un barbaro, puntò l’indice contro la superpotenza che schierava le sue perfette macchine da guerra contro pastori e contadini. Il suo divenne il dito di quanti, in ogni tempo e in ogni luogo non hanno paura di condannare il cinismo della diplomazia al servizio della sete di conquista.
«Loro bramano possedere con uguale smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero. Infine, dove fanno il deserto, dicono che è la pace.»

Così parlò Calgaco il Caledone prima dell’ultima battaglia. Roma, ancora una volta, trionfò, ma le parole di Calgaco non vennero disperse dal vento dopo la disfatta. Alcuni anni più tardi Publio Cornelio Tacito le raccolse dal suocero, Gneo Giulio Agricola, il generale che aveva annientato l’ultima resistenza dei Caledoni, e le trascrisse nei suoi Annali, rendendole immortali.

L’immagine ritrae naturalmente William Wallace (1270 –1305) interpretato da Mel Gibson nel film Braveheart (1995). Wallace fu un condottiero scozzese che, oltre mille anni dopo Calgaco, guidò gli Scozzesi alla rivolta contro gli Inglesi.

sabato 22 giugno 2013

Divagazioni su alberi e selvatici


Oggi pomeriggio presso lo spazio AGLAIA ARTS AND CRAFTS in via Manfredi 11 a Omegna discuteremo con alcuni amici di selvatiche creature dei boschi. Niente a che vedere con la caccia, tengo a precisare, anche se alcune di queste creature sono effettivamente oggetto di una caccia scientifica tesa a dimostrarne l'esistenza.

Dallo Yeti al Popobawa, passando per il mito antichissimo di Enkidu, attraversando i terreni misteriosi e intriganti della leggenda e del folklore.


“DIVAGAZIONI SU ALBERI E SELVATICI” sarà una conferenza-racconto con Paolo Crosa Lenz, scrittore, membro del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna) e interventi di Massimo Bonini, esperto di dialetto locale, Igor Cavagliotti, dottore agronomo e forestale,  Andrea Del Duca, direttore dell’Ecomuseo Cusius che si terrà sabato 22 giugno alle ore 16 presso la sede della mostra.



La mostra

Titolo mostra: Alberi&selvatici
Opere di: Giovanni Crippa, Renato Luparia, Guido Omezzolli, Gregorio Piazza, Nadia Presotto, Roberto Ripamonti
Tecnica: scultura, pittura, fotografia
Luogo: AGLAIA ARTS AND CRAFTS via Manfredi 11, Omegna
Periodo: 15 giugno- 13 luglio 2013
Inaugurazione: sabato 15 giugno ore 17.30
Apertura: da giovedì a sabato dalle 16.30 alle 19.30 
Patrocinio: Comune di Omegna, Ecomuseo Cusius
Informazioni: 0323 62836- 349 3568546 – mail: laboratorigranerolo@lagodorta.net

La mostra riunisce espressioni artistiche diverse, accomunate però dalla trattazione di uno stesso tema. Due scultori (Crippa e Omezzolli), tre pittori (Piazza, Presotto e Ripamonti) e un fotografo (Renato Luparia)rappresentano e divagano su boschi, cortecce, “uomini selvatici”. La stele in gres si affianca allora alla tela bituminosa da cui spunta il volto amico di un folletto, il cerchio celtico evoca riti antichi, forse nei boschi intorno al lago, la radica diventa delicata espressione materica, le stampe propongono filari e maestosi alberi delle colline piemontesi.

martedì 3 aprile 2012

Domenica, maledetta domenica

Cosa c’è di più allegro e spensierato dei piedi dei bimbi che corrono ai lati delle strade? Ma se sotto i piedi dei bambini vi sono i pezzi di vetro di bottiglie incendiarie e ai lati della strada vi sono dei corpi sparsi come bambole rotte ecco che l’idillio si spezza e la tragedia irrompe sulla scena.
Alla fine degli anni Sessanta in un angolo di Irlanda sottoposto al governo inglese era cresciuta la tensione tra la popolazione di fede cattolica e quella protestante. Quest’ultima, discendente dei coloni inglesi, giunti un paio di secoli prima in Irlanda, costituiva la maggioranza e deteneva gran parte del potere, discriminando i cattolici.

Di fronte alle rivendicazioni della minoranza cattolica, parte della quale chiedeva la riunificazione dell’Irlanda del Nord (Ulster) con il resto dell’Irlanda, gruppi estremisti protestanti iniziarono ad attaccare le manifestazioni e le case della comunità cattolica. 
Sull’altro fronte la violenza andava ad ingrossare le fila dell’IRA l’esercito repubblicano clandestino che dava vita a vari atti di terrorismo. In tutto questo il governo inglese decise l’invio dell’esercito per ristabilire l’ordine.

Il 30 gennaio 1972 era domenica e i movimenti per i diritti civili dei cattolici organizzarono una manifestazione non autorizzata per protestare contro la nuova legge che consentiva l’arresto di chiunque a tempo indeterminato e senza processo.
Al 1º Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell'esercito britannico fu ordinato di disperdere la manifestazione. Cosa che i soldati fecero utilizzando l’armamento in dotazione. Spararono sulla folla disarmata uccidendo 13 persone e ferendone altrettante, una delle quali morì 4 mesi dopo.

Quella giornata passò alla storia come la “domenica di sangue”, segnando l’inizio di una fase ancora più crudele della guerra civile perché moltissimi furono i volontari che andarono ad arruolarsi nell’IRA dopo la strage e l’insabbiamento della vicenda da parte del governo inglese.
Una guerra che si è trascinata fino ad oggi, nonostante un netto miglioramento della situazione a seguito dell’accordo di pace del 1998. Una domenica di sangue che colpì molto un ragazzino di 11 anni figlio di madre protestante e padre cattolico. Che non riusciva a capacitarsi di come cattolici e protestanti non potessero vivere assieme, pur credendo tutti nel medesimo Dio dell’amore.

Quel ragazzino si chiamava Paul Hewson e nel 1976 avrebbe risposto ad un annuncio pubblicato sulla bacheca di una scuola di Dublino.
Il volantino cercava giovani musicisti per formare una band. Paul Hewson, con il nome di Bono Vox, entrò così a far parte degli U2, scrivendo, tra le tante canzoni, una dedicata proprio a quella maledetta domenica di sangue.

lunedì 2 aprile 2012

Rumore di piedi dietro di me

Questa è una delle Storie di Siamo in Onda, scritta per la trasmissione dall'autore di questo blog. Una storia ambientata lontano, in un altro continente, ma che ha come protagonista un emigrante, uno dei tanti che lasciarono il Cusio per cercare fortuna altrove. Un emigrante molto particolare, occorre dirlo subito, e abbastanza inquietante, a bene vedere. Buona lettura.





Per ascoltare l'audiostoria clicca su questo link



Ecco. L’ho sentito di nuovo! Un rumore dietro di me... Lo so, mi hai già detto più volte che non c’è nessuno! Il tuo guaio però è che ci senti male! È sempre stato così. Fin da piccolo io sentivo le voci, mentre tu non ci riuscivi.
E non è il tuo unico difetto. Non hai mai creduto in me e nei miei sogni. Quando ti ho proposto di venire in America per trovare l’oro mi hai risposto che quasi tutti quelli che lo cercano finiscono per perdere se stessi.
Alla fine però ti sei rassegnato, anche perché del resto nella casa sul lago non potevamo restare. Non dopo quello che è successo a quelle due ragazze. Lo so, hai sempre ragione, mi avevi detto di lasciarle stare, ma è acqua passata, ormai.
Comunque, sei venuto, è vero, ma ti sei messo d’accordo con tutta quella gente, per cercare di mettermi paura con quelle storie di indiani che ammazzano la gente e di quelle strane creature dei boschi, come il Sasquatch, l’Uomo Selvaggio dai grandi piedi.
Io sono andato avanti e tu sempre dietro a lamentarti, finché a furia di evocarli hai fatto arrivare davvero uno di questi mostri.
Ricordo che a parlarmene la prima volta fu quel vecchio al saloon, quello che raccontava di aver trovato una pepita gigantesca e di averla persa per sfuggire al Nascondidietro. Come ridevano quegli stupidi e gli davano del pazzo. Invece nei suoi occhi brillava la luce di chi ha la vista lunga.
Diceva che il Nascondidietro è velocissimo, così riesce sempre a starti alle spalle. Tu senti un rumore alle tue spalle, ti giri di scatto, ma lui… zac! si è già messo dietro di te. Fa sempre così con le sue vittime. Dapprima è lontano, ma giorno dopo giorno si avvicina in cerchi sempre più stretti, fino a quando riesce a morderle sul collo.
Ma io ho trovato il modo per impedire al Nascondidietro di succhiarci il sangue. Lo so, me l’avevi detto. Avremmo dovuto andarcene prima. Ma sono davvero stanco di doverti sempre dare ragione. E anche di averti sempre tra i piedi. Non mi dirai più nulla, finalmente, dopo che ti avrò infilato la testa dentro questo cappio. E il Nascondidietro resterà senza pranzo.

martedì 27 marzo 2012

Le vespe della musica


Dal Cinquecento l’Inghilterra diede vita a vari tentativi di colonizzazione del nord America. In molti casi l’esperimento riuscì. In altri fallì. È il caso della colonia dell’isola di Roanoke, la seconda fondata nel nord America (nel 1585), i cui 117 abitanti scomparvero misteriosamente nel 1590.
Ancora oggi non c’è certezza sulla loro sorte. Le teorie spaziano dalle guerre con gli indiani, alla siccità che avrebbe costretto i coloni a cercare rifugio altrove, fino a quelle romanzesche che ipotizzano maledizioni demoniache o attacchi di morti viventi contro la “colonia perduta”.

I discendenti dei coloni inglesi che nel Seicento diedero vita alla colonie americane vengono individuati con l’acronimo WASP (in inglese  significa “vespa”), che indica un individuo “White Anglo-Saxon Protestant” vale a dire un “Bianco Anglo-Sassone Protestante”.
I WASP costituiscono una sorta di aristocrazia americana, coi suoi rituali, passatempi, circoli esclusivi e formazione nelle migliori università. Cultura, buona educazione, legami familiari e religione sono gli elementi che hanno consentito ai WASP di detenere le chiavi del potere economico e politico.

Quando però a salire sul palco è una band che porta il nome di W.A.S.P.(coi punti tra le lettere) ci dobbiamo aspettare qualcosa di molto lontano dalla classica educazione WASP.
Quel che pensa Blackie Lawless, il leader incontrastato del gruppo, di un’esibizione live è molto chiaro: «Mi sono sempre annoiato a morte guardando band che salivano sul palco in t-shirts e jeans e stavano ferme per tutta la notte… Preferirei essere morto che stare sul palco in quel modo. Ciò che posso dire è che se pensate di aver già visto cose folli, dateci tempo e non crederete ai vostri occhi. »

Capelli lunghi, vestiti eccentrici, performance piene di allusioni sessuali e sangue finto per una musica energica che coniuga le sonorità del rock americano con la potenza della musica heavy metal inglese.
Il primo singolo dei W.A.S.P è “Animal (Fuck Like a Beast)”, una canzone così perversa e trasgressiva da scatenare la durissima reazione della P.M.R.C. (Parents Music Resource Center), che scatenò una guerra legale ed ideologica con la band che si trascinò a lungo.

L’origine del nome della band è misteriosa. Tra i fan è persino corsa la leggenda che W.A.S.P. significhi  "We Are Sexual Perverts" ("siamo maniaci sessuali").
Secondo il primo bassista Rik Fox il nome deriverebbe invece molto più semplicemente da una vespa, schiacciata sotto una foglia di un albero di avocado. Ma Blackie Lawless ha risposto negando, contro ogni evidenza, che Rik Fox abbia mai fatto parte dei W.A.S.P. 

W.A.S.P. - Wild child

martedì 13 marzo 2012

La danza del ragno




In una delle terre che anticamente portavano il nome di Enotria si coltiva un vitigno il cui nome è doppiamente nero.
Il nome viene infatti dal latino “niger” (“nero” in latino”) e “mavros” (“nero” in greco antico, diventato “maru” nel dialetto). Il Negroamaro (o Negramaro), un vitigno a bacca nera che viene coltivato soprattutto nel Salento, in Puglia.

In questa terra dalla storia antichissima esisteva una tradizione antica e misteriosa. Si riteneva infatti che il morso di un ragno velenoso e di grosse dimensioni che vive da quelle parti, la tarantola, potesse indurre una malattia simile all’epilessia ma diversa da questa, chiamata appunto tarantismo.
Per curarla i malati si recavano alla chiesa di San Paolo di Galatina dove venivano curati attraverso un particolare esorcismo musicale e utilizzando l’acqua di un pozzo. Da un lato la sua acqua serviva a curare i Tarantolati; dall’altro la sua presenza benefica ha sempre preservato i galatinesi dal contagio. La scelta di San Paolo è dovuta al fatto che negli Atti degli Apostoli si dice che fu morso da una vipera senza subire alcun danno dal veleno.

I tarantolati, oltre a bere l’acqua, cominciavano a danzare al ritmo di una musica ossessiva e indiavolata, la “pizzica”, lasciandosi andare a movimenti sempre più sfrenati. E se la musica cessava cominciavano a singhiozzare e disperarsi. Quando infine vomitavano nel pozzo l’esorcismo si considerava riuscito e i malati guariti.
Alcuni ritengono che il tarantismo, oggi scomparso, fosse una forma di isteria che colpiva soprattutto le giovani donne nubili nel caldo periodo estivo. Altri ipotizzano che potesse essere innescato dal morso di un ragno, ma non quello dell’innocua (di fatto) tarantola, ma quello della più pericolosa vedova nera mediterranea o malmignatta (Latrodectus tredecimguttatus). Studi recenti hanno ipotizzato tra l’altro che il ballo convulso possa favorire il rilascio di endorfine capaci di neutralizzare gli effetti del veleno di questo ragno.

La “pizzica”, come musica, è comunque sopravvissuta alla fine del tarantismo, dando vita ad una riscoperta delle tradizioni musicali salentine che ha portato a farle conoscere ad un pubblico non solo nazionale. In questo movimento vari artisti si sono fatti notare per la capacità di innovare la tradizione dando vita a sonorità moderne con radici molto antiche.
Tra questi i più famosi sono i Negramaro, che prendono il nome proprio dal vitigno, esplosi con il brano “Mentre tutto scorre”, presentato senza successo a Sanremo, ma che scalò subito le classifiche, grazie anche al fatto che il regista D’Alatri scelse varie canzoni per la colona sonora del film “La febbre” con Fabio Volo. Attualmente i Negramaro sono uno dei gruppi più apprezzati del panorama musicale italiano.

Negramaro – Sing-hiozzo

domenica 6 novembre 2011

Una storia preziosa




I diamanti sono conosciuti fin dall’antichità, quando erano considerati amuleti in grado di sciogliere gli incantesimi o rivelare la verità.
Per la loro durezza (in greco “adámas” significa “indistruttibile”) erano apprezzati anche come strumenti di incisione, mentre l’uso come gioielli era limitato dalla difficoltà di lavorare queste pietre. Per lungo tempo infatti i diamanti furono pietre opache. Solo dal XVII secolo venne messo a punto il metodo per tagliarli a brillante.


Per molti secoli l’unica fonte di estrazione dei diamanti fu l’India. Da qui lungo le rotte carovaniere venivano esportati nel resto del mondo. Era un viaggio lungo e difficile. Nel 1638 il gioielliere francese Jean-Baptiste Tavernier si recò in India e aprì al commercio mondiale le miniere di diamanti della mitica Golconda. Qui però s’imbatté anche in un diamante dalla fama sinistra.
È il famoso o famigerato diamante Hope. Si dice che fosse uno degli occhi di una statua della dea indù Sita e che Tavernier l’abbia strappato deturpando l’idolo. Forse a causa del sacrilegio si dice che il diamante abbia portato una tremenda sfortuna a chiunque l’abbia posseduto. I più famosi furono il re di Francia Luigi XVI e la moglie Maria Antonietta che finirono entrambi decapitati dai rivoluzionari francesi, ma l’elenco delle morti tragiche, dei suicidi e delle disgrazie economiche tra gli sfortunati possessori è davvero impressionante.


La Rivoluzione Francese compare anche nella storia di altri diamanti, questa volta piemontesi, non per l’origine ma per la collocazione su un oggetto di grande importanza per la storia piemontese.
Nel Settecento i Savoia, che avevano ricevuto il titolo di Re di Sardegna fecero realizzare una preziosa corona in oro, diamanti, pietre preziose e velluto rosso, sormontata da una croce di San Maurizio e decorata alla base a nodi di Savoia.


La corona fu utilizzata per l'incoronazione di Vittorio Amedeo III di Savoia nel 1773 e compare in tutti i quadri dei re successivi, ma solo come simbolo, in quanto il prezioso oggetto era scomparso. Dopo che i rivoluzionari francesi avevano giustiziato il re, la regina e molti aristocratici, le potenze europee avevano deciso di intervenire per soffocare la rivoluzione e ristabilire l’ordine. Anche i Piemontesi parteciparono all’impresa.
Sulla strada delle sue armate Vittorio Amedeo III incontrò però un giovane generale francese di origine corsa, un certo Napoleone Bonaparte. I Piemontesi furono duramente sconfitti, Torino fu occupata, il re morì di un colpo apoplettico e la corona fu rubata dai Francesi, che fusero l’oro e vendettero le singole pietre. La corona non venne ricostruita nemmeno dopo la caduta di Bonaparte e la Restaurazione. Così i successivi re di Sardegna si limitarono a farla dipingere come simbolo nei quadri che li raffiguravano.

Nell'immagine Vittorio Amedeo II con la corona del Regno di Sardegna.

domenica 30 ottobre 2011

Il signore delle mosche



Questa storia inizia su un’isola nell’oceano in cui precipita un aereo carico di ragazzi, in fuga da un imminente conflitto mondiale. Tutti gli adulti muoiono nell’impatto ed i ragazzi si ritrovano soli.
È l’inizio de “Il Signore delle mosche” il romanzo più famoso del Premio Nobel William Golding. Ai ragazzi, abbandonati a loro stessi, in quello che appare inizialmente come un vero paradiso terrestre, si manifesta un’inquietante presenza sotto forma di una testa di maiale ricoperta di mosche. È il Signore delle Mosche, come viene ribattezzata la bestia, e finirà per diffondere il male sull’isola fino alle estreme conseguenze.

Questa storia si collega ad un racconto molto più antico che risale a molti secoli prima. Nella Palestina dei tempi biblici esisteva veramente una divinità conosciuta come il Signore delle Mosche, adorata dai Cananei.
Per i Cananei era Baal Zebul, ovvero “il Principe Baal”, una divinità della guarigione e della fecondità. Agli orecchi degli Ebrei, loro nemici giurati, quel nome suonava però Baal Zebub, ovvero “Signore delle mosche”. E così Beelzebùl, il dio dei pagani, nella cultura ebraica e poi cristiana è diventato il “Principe dei demoni”.

Una presenza inquietante che compare sovente nei primi secoli del Cristianesimo, quando le divinità della declinante cultura pagana erano viste come altrettanti demoni. E che perdura ben oltre il Medioevo fino all’età moderna.
È anzi a partire dal Quattrocento che la caccia alle adoratrici di Belzebù, le streghe, si amplia. Nel 1487 viene pubblicato il “Malleus Maleficarum” (“Il martello delle streghe”) un testo che contiene una teoria farneticante sui rapporti tra le streghe e il demonio e che per gli inquisitori diventerà un vero e proprio copione di “confessioni” da estorcere mediante la tortura. 

La testimonianza del primo processo ad una strega è però più antico e viene, incredibilmente, proprio dal Lago d’Orta.
È il 1340 circa e il celebre giurista Bartolo di Sassoferrato viene interpellato dal Vescovo di Novara per avere un consiglio sulla pena da infliggere ad una donna di Orta, arrestata e processata con l’accusa di essere una strega. Il nome della donna ci è sconosciuto, così come la sua sorte, anche se alcuni pensano che la poveretta sia finita sul rogo.

Il Piemonte peraltro sembra particolarmente collegato alla figura del diavolo. E Torino in particolare ha una fama sinistra in questo senso.
Torino è considerato uno dei vertici del cosiddetto triangolo della magia nera. Si mormora addirittura che un tombino nel giardino al centro di Piazza Statuto non conduca al nodo centrale delle fogne cittadine, ma niente meno che alla Porta dell’Inferno.  

martedì 7 giugno 2011

Pericolose passerelle dei pirati


Nelle storie e nei film sui pirati non manca mai un momento carico di grande tensione. È la scena del trampolino, con il prigioniero (o la prigioniera) spinto su una tavola sospesa sull’oceano, con decine di sciabole sguainate alle spalle e squali affamati nelle acque sottostanti, in attesa di gustare il loro pranzo quotidiano.
Si tratta in realtà di un’invenzione moderna degli illustratori moderni. Le cronache dell’epoca e gli studi che descrissero il fenomeno della pirateria non fanno mai riferimento a questa pratica, benché si diffondano sulle molte atrocità compiute dai predoni del mare.

Nonostante questo, l’immagine degli sventurati costretti a questo fatale salto è entrata nell’immaginario collettivo e non può mancare in qualunque storia di pirati. E ciò vale anche quando i pirati sono alquanto surreali e, soprattutto, musicali.
Nel 1980 viene pubblicato l’album “Sono solo canzonette” di Edoardo Bennato, uno dei più grandi, (ma molti ritengono il più grande) rocker italiano. È il settimo della carriera di Bennato ed uno dei più fortunati. Il tema principale del disco è la lotta tra la ragione e la fantasia, rappresentata dal desiderio di volare e di restare bambini.

Come già aveva fatto per “Burattino senza fili” del 1977, ispirato alla fiaba di Pinocchio, Bennato è un concept album ispirato alla storia di un personaggio della letteratura per ragazzi, Peter Pan.
Peter Pan è un personaggio creato dallo scrittore scozzese James Matthew Barrie (1860-1937) nel 1902. Peter Pan è un bambino mai nato che si rifiuta di crescere e vive sull'Isola che non c'è, comandando la tribù dei Bimbi Smarriti. Grazie alla sua capacità di volare Peter Pan incontra talora i bambini del mondo reale.

“Seconda stella a destra questo è il cammino e poi dritto fino al mattino. Non ti puoi sbagliare perché quella è l'isola che non c'è”, così Bennato canta la strada per arrivare all’isola che non c’è.
L’isola, il cui nome inglese è Neverland, appare nelle menti dei bambini che dormono e in quelle degli adulti rimasti un po’ bambini. Non è un’isola noiosa, ma è bella, comoda e zeppa di avventure, essendo popolata da Sirene, Indiani, Fate, Gnomi e Pirati, comandati dal terribile Capitan Uncino, nemico giurato di Peter Pan, che gli ha tagliato la mano in duello dandola in pasto ad un coccodrillo, che da allora aspetta di gustare il resto.

Peter Pan compare in moltissime storie, non solo in quelle scritte da Barrie, che tra l’altro lasciò i diritti d’autore all'ospedale pediatrico Great Ormond Street Hospital.
Barrie era l'ottavo di nove figli. Fisicamente molto gracile, da piccolo cercava di conquistarsi le attenzioni dei fratelli raccontando loro delle storie. Quando un suo fratello quattordicenne morì tragicamente, subì un trauma profondo che lo avvicinò molto alla madre, con cui passava il tempo leggendo storie di avventura.

La storia di Peter Pan influenzò profondamente anche un altro cantante, Michael Jackson, di cui abbiamo parlato nella prima puntata della bottega del mistero.
Il cantante acquistò nel 1988 una grande tenuta di 1400 ettari nella contea di Santa Barbara, in California, trasformandola in un parco a tema dal nome Neverland Valley Ranch, ispirato al mondo di Peter Pan. Attorno ad essa circolarono tuttavia inquietanti storie, che ebbero anche conseguenze giudiziarie, finché fu venduta nel 2008, un anno prima della morte del cantante.

Edoardo Bennato, L’isola che non c’è

Da La bottega del mistero a Siamo in Onda su Puntradio del 4 giugno 2011

domenica 5 giugno 2011

Salti leggendari



Ci sono salti destinati ad entrare nella leggenda, quale che sia la sorte di chi, per temerarietà o disperazione, li ha compiuti. Racconta, ad esempio, lo scrittore Bruce Chatwin di aver visto in Patagonia la tomba di un cavallo, di nome El-Malacara, dedicatagli dal suo padrone, John Evans.
Il 14 marzo 1883, tornando dalla Cordigliera, John Evans e tre compagni furono inseguiti e attaccati da un gruppo di indios. Vedendo i suoi amici cadere uno dopo l’altro sotto le lance degli attaccanti, John Evans spronò disperatamente il suo cavallo. Ed El-Malacara saltò un crepaccio largo quasi otto metri portando in salvo entrambi e guadagnandosi l’eterna riconoscenza del suo padrone.

Un tragico salto è legato anche alla vicenda che vede protagonista una madre coraggiosa vissuta nel Cinquecento, almeno secondo una leggenda (in realtà una novella scritta da Giacomo Giovanetti) del
Lago d’Orta che trae spunto da una storia vera.
Nel 1529 il lago d’Orta fu invaso da una banda di mercenari guidati da un capitano napoletano di nome Cesare Maggio. Mentre tutti i paesi venivano saccheggiati, la popolazione con le poche cose preziose salvate trovava rifugio nell’inespugnabile castello che a quel tempo sorgeva sull’Isola di San Giulio.  Gli uomini invece, si nascondevano nei boschi e sulle montagne, armati e pronti a scatenare il contrattacco non appena fosse stato dato il segnale, suonando la campana della Torre di Buccione.
Ed è qui che entra in scena Maria Canavesa, rimasta vedova a seguito di un brutale saccheggio avvenuto l’anno precedente da parte di altri mercenari. Avendo perso tutto, tranne il figlio, Maria si offre come volontaria per suonare la campana.
Con un trucco, Maria riesce a distrarre i soldati e ad entrare nella torre. Qui suona la campana, chiamando a raccolta gli uomini in attesa. Che sciamano come api rabbiose dai loro rifugi e attaccano gli uomini del Maggio, sconfiggendoli e mettendoli in fuga.
Per Maria tuttavia l’epilogo è tragico, perché i soldati che presidiano la torre si accorgono dell’inganno e cominciano a salire le scale.
Questa è la parte più drammatica della storia. Vistasi senza scampo, temendo quello che quegli uomini avrebbero potuto fare a lei e al figlio, Maria decide di fare un ultimo drammatico salto, lanciandosi dalla torre col figlio tra le braccia.

C’è un’altra leggenda, a lieto fine stavolta, legata ad una famiglia con un bambino e ad un prodigioso salto. Questa volta si tratta niente meno che della Sacra Famiglia, che secondo la storia si trovò un giorno inseguita dagli ariani sulla piana di Cireggio, sopra Omegna.
Ad un certo punto, trovandosi i nemici alle spalle e un gran burrone davanti, Giuseppe prese in braccio Maria e il Bambino e con un gran salto superò la valle dello Strona, portando miracolosamente tutti e tre illesi dall’altra parte. Il salto fu così prodigioso che ancora oggi si conserverebbe un’impronta del piede del santo, impressa sulla roccia del Sasso Gambello. Un luogo caro, almeno ancora fino a pochi anni fa, alle famiglie che desideravano avere figli. 


Da La bottega del mistero a Siamo in Onda su Puntradio del 4 giugno 2011

lunedì 2 maggio 2011

Il mistero del lago scomparso




Per festeggiare insieme a voi il novecentesimo post di questo blog ospito molto volentieri il racconto di un amico, che ha voluto condividerlo con i lettori di questo blog.

Oscar Taufer è uno degli autori che collaborano con Puntoradio per le "Storie di Siamo in Onda", che vi ricordo sono liberamente scaricabili da questo link.

Quello che segue è un suo racconto, intitolato “Una vita sul lago” e ambientato sul Lago di Varese, che anche noi, dalla vetta del Mottarone, possiamo ammirare.
In coda Oscar stesso vi spiegherà in quale occasione è nato.



Una vita sul lago

La luna era alta sulla strada diretta alla spiaggia.
Distinguevo le fronde degli alberi, i profili delle case, le ringhiere e superata la curva, di fronte al vecchio mulino, mi accorsi che nei gesti che da sempre ripetevo ogni mattina, qualcosa non era al suo posto. 
In fondo alla via, vicino al lago, quattro sagome scure discutevano. Erano i miei amici, ostinati figli di un mestiere iniziato tanti anni prima. Pescatori, come me, che invece di preparare le barche perdevano tempo in chiacchiere. Ero lontano per udirne le voci ma la loro agitazione era evidente e non servì raggiungerli per comprendere cosa mi aveva disorientato. Mancava il nastro di luce che da sempre la luna srotola sull'acqua, per un motivo evidente e incredibile: l'acqua non c'era più, il lago era sparito.
Mai prima d'allora si era verificato qualcosa di simile. Il mistero del lago scomparso richiamò nella zona esperti in geologia, ingegneria, idraulica, scienze naturali. Ognuno analizzava il problema dal suo punto di vista ma la spiegazione non si trovava. Nessuno capiva dove fosse finita l'acqua. Dei torrenti che scendevano dal Campo dei Fiori non restavano che letti asciutti, e le chiuse di Bardello, ridotte a inutili lamiere, arginavano soltanto l'aria. Da lì al Lago Maggiore, al posto del fiume, si allungava una via di terra e sassi.
La pista ciclabile era stata transennata e le forze dell'ordine ne presidiavano ogni metro. Un anello di metallo e uniformi impediva ai curiosi di incamminarsi su quello che era stato il fondale. Le barche giacevano nelle darsene o con la chiglia affondata nel fango, in fondo ai tubi di scarico si accumulavano liquami dall'odore insopportabile, e una distesa di pesci morti ricopriva la conca vuota.
Per un'infinità di ragioni la scomparsa del lago era un evento disastroso, ma l'unica che per me valeva qualcosa era quella affettiva. Per il resto, il tempo avrebbe aggiustato le cose. La natura e le attività degli uomini si sarebbero adattate al cambiamento e le nuove generazioni avrebbero conosciuto il lago nei libri e nei racconti degli anziani. Ma per chi aveva vissuto con i piedi su una barca e una lenza in mano era come morire.
Ero al lido di Gavirate e mi sentii mancare. Pensavo all'isolino, divenuto terraferma e perduto, fissavo Biandronno, Cassinetta, Bodio, incredulo all'idea di poterci andare a piedi anche in estate, e non solo sul ghiaccio, come faceva mio nonno. Piansi, la testa iniziò a girare e sprofondai nel buio. 
Riaprii gli occhi, ancora nel buio. Sul display le quattro e mezza. Saltai giù dal letto e schizzai sul balcone così com'ero, mutande, canottiera e cuore in gola.
La luna era alta sulla strada diretta alla spiaggia e il suo nastro di luce illuminava il lago.
Mi affrettai, gli amici mi aspettavano.
        
Il racconto è stato scritto nel 2010, in occasione della quarta edizione della manifestazione “Abbracciamo il lago”, in cui migliaia di persone, mano nella mano per i 28,9 chilometri della pista ciclabile che circonda il lago di Varese, hanno dato vita a una lunghissima catena umana.
La storia è un omaggio alle persone conosciute su quel lago da bambino, quando ancora non sapevo che mi aveva stregato. 


Oscar Taufer

sabato 8 gennaio 2011

Via dall’ombelico del mondo


Mentre l’aereo decolla da Mataveri per portarmi lontano da Rapa Nui penso allo strano destino di quest’isola.

Ancora oggi l’Isola di Pasqua è la terra più isolata del mondo. La più vicina, 415 km a est, è l’isola Salas y Gómez, che è uno scoglio popolato solo dagli uccelli. Se volessimo trovare la più vicina terra abitata dovremmo fare un viaggio di 2,075 km fino all’isola di Pitcairn. Dove troveremmo, per altro, solo cinquanta persone, i discendenti di nove degli ammutinati della nave inglese Bounty, che nel 1790 vi trovarono rifugio assieme a sei uomini, undici donne e un bambino di Tahiti che, più o meno volontariamente, li avevano seguiti nella fuga. Nascostisi su quell’isola da tempo disabitata (alcuni secoli prima vi era stanziata una piccola comunità polinesiana, poi misteriosamente scomparsa nel nulla) trascorsero parecchi anni prima che la loro presenza fosse scoperta, portando, oltre ai contatti col resto del mondo anche il perdono della Corona inglese all’ultimo sopravvissuto degli ammutinati, John Adams, nel 1825.

martedì 4 gennaio 2011

L’ombra sulla spiaggia

Sono certo della sua presenza qui, sulla bianca spiaggia di Anakena, il luogo dove prese terra la canoa del leggendario Hotu Matu’a. Una notte il suo spirito era volato ad est e gli aveva mostrato un’isola bellissima e disabitata, di nome Mata ki te rangi, che significa “occhi che guardano il cielo”, spronandolo a lasciare la terra di Hiva per colonizzare la nuova patria. Lasciò la patria su canoe grandi come navi per inseguire quel sogno. Lo seguivano uomini e donne e bambini, che portavano con loro semi, galline e maiali. Ma il viaggio fu lungo, probabilmente più lungo del previsto, e quando raggiunsero, finalmente, la nuova terra i maiali erano finiti e non restava che qualche gallina da allevare.

mercoledì 2 giugno 2010

La leggenda del cioccolato


Narra la leggenda che un giorno il Serpente Piumato, il grande dio bianco che aveva insegnato agli uomini a costruire i templi e coltivare la terra, fu indotto con l’inganno a bere una pozione avvelenata. Egli cadde malato e, per cercare la guarigione, decise di partire per una terra lontana.
Prima di partire, però, volle lasciare agli uomini il suo ultimo dono. Egli regalò loro il cibo degli dei, dicendo che si chiamava "xocolatl" e insegnando come doveva essere coltivato.
Quindi, promettendo che un giorno sarebbe tornato, salì su una nave che lo condusse oltre l’orizzonte, verso il tramonto.
Quando fu scomparso alla loro vista, gli uomini in sua memoria coltivarono la pianta, traendone una bevanda amara che, arricchita col peperoncino, era il complemento dei loro pasti. Lo "xocolatl" dava energia e i guerrieri lo bevevano in abbondanza prima di scendere in battaglia.
Un giorno dal mare occidentale giunse una strana nave. Su di essa stava un uomo dalla pelle chiara, accompagnato da uomini alti e dalla fluente barba, con il corpo e la testa ricoperti da lucenti scaglie di serpente, su cui svettavano piume meravigliose.
Allora il Re pensò che la profezia si stesse compiendo e che il Serpente Piumato fosse ritornato. Così gli mandò in dono lo "xocolatl" e oro ed argento e gemme preziose, invitandolo a riprendere possesso del suo regno.
Cortès e i suoi guerrieri spagnoli riempirono subito i forzieri coi preziosi, ma apprezzarono molto anche lo "xocolatl", che però preferirono far bollire e bere caldo. Quindi, pieni di energia, marciarono su Mexico per conquistarlo e depredarlo dei suoi tesori.
Fu così che lo "xocolatl" giunse in Europa, assieme agli altri tesori delle Americhe.

La leggenda dell'origine del cioccolato è stata proposta nella Bottega del mistero il 24 ottobre scorso.

sabato 30 gennaio 2010

Scozia, 84 d.C.


Su una brulla montagna battuta dal vento che porta il nome di Monte Graupius si sono radunati gli ultimi Caledoni liberi, relitti della sconfitta isola di Britannia. Davanti a loro stanno schierate le armate del più potente impero che sia mai sorto sotto il sole d’Europa. Alle loro spalle non c’è che la distesa fredda e tempestosa del Mare del Nord. Il più distinto per valore e nobiltà tra i diversi capi, colui che porta il nome di Calgaco, tiene un discorso ai Caledoni, spronandoli alla resistenza...

Se volete saperne di più dovreteentrare nella Bottega del Mistero!

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.