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Lettura

Jean-Pierre Vernant, La morte negli occhi

L’antropologo Jean-Pierre Vernant illustra il significato della ‘bella morte’ ricercata dagli
eroi omerici in battaglia, unica garanzia di gloria e di sopravvivenza nella memoria dei
posteri.

Così come si presenta nell’epopea, in cui ha una collocazione di assoluta centralità, la


morte greca appare sconcertante. Essa ha infatti due volti tra loro contrastanti. Con il
primo si presenta in piena gloria, risplende come l’ideale cui il vero eroe ha votato la sua
esistenza; con il secondo incarna l’indicibile, l’insostenibile, si manifesta quale orrore
terrificante.
La morte, ideale della vita eroica. Come è possibile questo? Ascoltiamo Achille, il modello
dell’eroe, colui che l’Iliade presenta come «il migliore degli Achei», la perfetta eccellenza.
Due destini, egli spiega, gli sono stati offerti fin da principio: o una lunga esistenza nel
paese d’origine, nella pace del focolare e nell’assenza totale di gloria, o la «vita breve», la
«morte prematura», nel fiore della gioventù, sul campo di battaglia, ed una gloria eterna.
Rifiutando la vita lunga, e nel contempo votandosi alla guerra, alla grande impresa e alla
morte, l’eroe cerca di assicurarsi lo statuto di morto glorioso – di «morto di bella morte»
dicono i Greci – perché non vi è altro modo, per una creatura mortale, per inscrivere per
sempre il proprio nome, le proprie gesta, il corso della propria vita nella memoria dei
posteri. «Muor giovane chi è caro agli dei» proclama Menandro. Muore giovane, ma la
sua figura resta viva, nel fulgore di una giovinezza inalterabile, per l’intera serie delle
generazioni future. L’ideale eroico cui si ispira l’epopea costituisce così una delle risposte
elaborate dai Greci di fronte al problema del declino inesorabile delle forze,
dell’inarrestabile invecchiamento, della fatalità della morte. In questo senso, esiste
parallelismo o continuità tra il rituale greco delle esequie ed il canto epico. [...]
L’epopea va oltre; ad una piccola minoranza di eletti – che si distinguono così dalla
massa comune dei defunti, definiti come la folla dei «senza nome» – essa assicura grazie
alla celebrazione glorificante, ripetuta all’infinito, la continuità perenne del nome, della
forma, delle imprese compiute. In tal modo essa completa e corona il processo già
iniziato dai riti funebri: trasformare un individuo che ha cessato di esistere nella figura di
un personaggio la cui presenza, in quanto morto, è iscritta per sempre nell’esistenza del
gruppo.
Nel suo statuto di morto, l’eroe non è considerato come rappresentante di una stirpe
familiare, come anello nella catena continua delle generazioni, e nemmeno come titolare,
al vertice dell’edificio sociale, di una funzione regale o di un sacerdozio religioso. Nel
canto che celebra la sua gloria, sulla stele che fa da segnacolo alla sua tomba, egli figura
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come individuo, definito in se stesso dalle sue gesta; coincide, come defunto, con il corso
di vita che gli fu proprio e che, nel fiore degli anni, nel pieno della virilità, trova
compimento nella «bella morte» del combattente.
Esistere «individualmente» è per il Greco farsi e restare «memorabile»: all’anonimato,
all’oblio, alla scomparsa – alla morte dunque – si sfugge con la morte stessa, una morte
che, aprendoti l’accesso al canto glorificatore, ti rende più presente alla comunità, nella
tua condizione di eroe defunto, di quanto non lo siano i viventi a loro stessi.
Questo perdurare costante della presenza in seno al gruppo si deve principalmente
all’epopea, nella sua forma di poesia orale. Celebrando le imprese valorose degli eroi di
un tempo passato, essa funziona, per il mondo greco nel suo complesso, da memoria
collettiva.
[J.-P. Vernant, La morte negli occhi. Figure dell'Altro nell'antica Grecia, tr. it. di Caterina
Saletti, Bologna, Il Mulino 1987, pp. 9 ss.]

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