Feliks Przysiecki
Poeta e giornalista legato al gruppo Skamander. Nacque a Sypnie (Lituania) nel 1883. Trascorse l’infanzia a Leopoli, dove negli anni 1896-1899 frequentò il ginnasio. Seguì i corsi alla facoltà di filosofia dell’Università di Leopoli, senza però terminare gli studi. Dal 1918 fino alla morte fu relatore parlamentare del Corriere di Varsavia. Dopo il 1918 pubblicò le sue opere nelle riviste Pro Arte et Studio e Skamander. Przysiecki e gli Skamandriti strinsero subito amicizia. Avevano in comune soprattutto il modo di praticare la poesia. Kazimierz Wierzyński, che gli dedicò la poesia Serata con Przysiecki nella sua raccolta Passeri sul tetto (1921), ricordava: “Ancora sconosciuto, si trovò tra di noi subito a suo agio, accolto con amicizia e ammirazione. Tra noi era il meno giovane. Tuwim, Iwaszkiewicz ed io avevamo 25 anni, Słonimski 24, Lechoń 19, mentre Przysiecki quasi 40. Ma lui non vedeva alcuna differenza. Usava il linguaggio corrente, ciò che per noi era diventata una regola, cercava metafore ardite e nuove fino a quel momento, e anche questo era la nostra ambizione, e colmava ogni strofa di spontaneo sentimento, senza il quale anche a noi tutta la forma sembrava vuota”. Przysiecki si esibiva al cabaret Pod Pikadorem, recitando le sue poesie durante le serate poetiche degli Skamandriti. Una sua partecipazione al teatro di Łódź diventò leggendaria perché, come ricordava in seguito ancora Wierzyński: “All’improvviso andò via la corrente e il teatro restò al buio. Furono subito portate candele accese. Purtroppo però non aiutarono granché e dovevamo leggere le poesie quasi a tentoni. Solo Przysiecki ci guadagnò. Alto, scarmigliato, stava tra due fiammelle e recitava a memoria, il suo viso allungato assumeva tratti ornitologi, gesticolava con le braccia che nella semioscurità frullavano come ali. L’abito liso, la mancanza di un bottone, tutte le sue nostalgie non potevano avere una cornice migliore. Quella serata fu il suo più grande successo”.
Anche Julian Tuwim lo ricordava così: “Emanava da lui un’aura di leggenda. Era il poeta di una fiaba, come sono i principi delle fiabe, si comportava in un modo d’altri luoghi e d’altri tempi, sognante, fantasioso, di ballata. Provenendo da Leopoli era la personificazione della bohème galiziana. Portava un cappello nero con una larga falda, con altera bravura faceva il nodo alla cravatta accuratamente scelta. Abitava in tristi monocamere, perdeva le cose durante i traslochi, ma aveva ad esempio un numero incredibile di camicie che comprava senza sosta, dimenticando di portarle in lavanderia. Era stranamente elegante, usava calze nere da donna e una cinta con le giarrettiere”.
Non attribuiva molta importanza alla sua creazione poetica. Deve la pubblicazione della sua unica raccolta di poesie Il canto nelle tenebre (1921) a Kazimierz Wierzyński, il quale dové penare non poco per convincere l’autore e trovare le poesie da pubblicare.
Przysiecki morì di tisi il 20 ottobre 1935 nel sanatorio di Otwock.
Poesie di Feliks Przysiecki tradotte da Paolo Statuti
L’inizio di primavera
La tristezza s’annida nel cappotto liso,
Che sei solo lo dice il bottone mancante,
E nel buco della tua scarpa storta è inciso
Del tuo abbandono il romanzo stravagante.
La vita allude già dall’abito a brandelli
Alla sua vittoria sul cuore credulone,
E quando cammini, come benigni uccelli
T’inseguono gli occhi delle misere persone.
Perché del tuo cappello la falda sdrucita,
Della cravatta vecchia la bravura altera,
Mostra un veterano sconfitto nella vita,
Che vaga come un esule in terra straniera.
Ma per togliere alla vita il tuo triste fasto,
Che come perla nera brilla misterioso,
Ti lancia soprannomi beffardi e con astio
L’istinto dei meschini, sempre doloroso.
Allora il tuo orgoglio giovanile e restio
Impone al tuo vestito bellezze regali,
Degne d’un poeta condannato all’oblio,
E offeso da tante sentenze brutali.
Allora la luna sulle vetrate e sui tetti
Il fasto dei regali festini ti porge…
Oh, sì! Fiero all’indietro il cappello metti,
Ecco, la folla ti saluta con le torce.
E il vento impetuoso delle notti d’aprile,
Che ristora come tersa e fredda corrente,
In omaggio alla tua speranza giovanile
Già il parco riempie d’un inno travolgente.
Ed ecco di nuovo i tuoi pensieri sprecati,
E il profumo di vecchie ridenti stagioni,
Scritti ingialliti, in soffitta fogli bucati,
Che l’oblio ha strappato dalle tue azioni.
Nei solai malandati ritorni esitante,
Dove la luna tra le tendine tarlate
Ti apre dei ricordi il teatro sgargiante,
Dove il sussurro udivi delle donne amate.
Verso sgraziato
La neve mi ha svegliato. Tutto è così vuoto,
Che sento come ogni cosa mi lascia.
La notte nera di nubi è un velo pietoso,
Che le luci sanguinanti delle strade fascia.
Ed ora, come icore di un’ulcera scoppiata
Stilla il terrore viscoso del sordo squallore,
Insinuatosi in me quand’ero giovane ancora,
Dalle terre perdute del mio primo amore.
Dunque lontano da me e dalla gente,
Imploro un giorno chiassoso, di luci una furia,
Sperando che con esse la mia fatica si svegli,
Mi riconcili col mondo e rimargini la paura.
Il timore d’essere solo mescola buio e silenzio,
Crea acido corrosivo e liquidi incantati
Che sviluppano astutamente i segreti clichè
Che un tempo colsero le tue colpe e i tuoi peccati.
La tua ombra sorge. La malvagia Fata morgana
L’infermità che abile cela una giornata affollata,
E aperta brucia la ferita purulenta, che forse
Solo dal coperchio della bara sarà rimarginata.
Erotico
Neri giardini di notte allora
Il vento faceva ondeggiare,
Perché, perché da me sei venuta,
E come mi hai potuto trovare?
Le tenere tenebre degli angoli vuoti,
Quando nella tristezza ti pensavo,
Mi placavano nelle ore tempestose,
Quando sulle scale i tuoi passi immaginavo.
Allora sentivo, in preda alla paura,
Qualcuno che cerca il nome sulla porta
E già con la mano sulla maniglia
Bussa, bussa fiduciosa e accorta…
Quando la dama dei cuori tristi, dissoluta,
I sogni di cose migliori bruciava,
Di notte sussurravano le tue labbra
Che il tuo cuore tutto mi perdonava.
E su di me piangevi silenziosa
Nelle notti autunnali e col tempo piovoso.
Quando nel cupo vuoto del fato
Il mio cuore si smarriva solo e timoroso.
Ballata
Nell’oscurità il cuore batte forte,
Da un angolo la paura è penetrata…
Che significa e a cosa mira
Questa strana e confusa ballata?
…In veli neri e corallini,
Appari fiera e sbiancata,
Come ballata di regio delitto,
Come ballata di lama avvelenata…
Niente toglierà il sangue dalle mani,
Da cui scorre una sanguinante trama…
Nel vecchio e deserto teatro
Era l’inizio della ballata strana.
Rubini rossi come brace
Girano coi soffi del vento…
I pesanti drappeggi del sipario
Tremano nel teatro deserto.
Parla piano… “Fatto… Sangue ovunque”…
Oh, Lady il sangue sul pugnale,
Come il ricordo dell’infelice Macbeth,
Affonda nella leggenda abissale!
Nel teatro vuoto la palida aurora
Prega sul crimine in raccoglimento,
Come in sogno, finendo la ballata,
Vai con la torcia che si sta spegnendo…
E ora dalla profondità il tuo viso
Pallido come opale risplende,
Nella tua nera corona i rubini
Brillano come carbone ardente.
Nel cuore che batte nell’oscurità,
La tua mano s’è insinuata.
Ah, colpisci!… A questo mira
La strana e confusa ballata.
La regina dei sogni
Da dietro gli iris blu, da un cespuglio di tuberose,
Di nuovo avvicinarti a me ti sento.
Ti avvolge in una rete fiorita il sognatore – sigaretta,
Non badando come irrita di tali ricordi il tormento.
Donna di bellezza seducente cinta dalla noia!
Rischiarato dalle stelle è il tuo fascino serale,
Attraverso l’illusione dei monti di cristallo,
Attira i bambini nel tuo palazzo spettrale!
Già nell’infanzia ci univa un rapporto peccaminoso,
Mi tentavi a incontrarti nella tua stanza segreta,
Insegnandomi a bere un narcotico liquore,
A rifugiarmi beatamente nelle tue vesti di seta.
Perché, come canti di spinette, incantano i ragazzi
Con un diletto velenoso i fruscii delle tue vesti,
Li sollevano lievi nei tuoi teneri amplessi,
Come formule magiche i tuoi provocanti gesti.
Ti avvicini abilmente alle vittime riluttanti,
Per mostrarti al momento giusto, vai a passi lenti,
Usando l’orrore della fantasia e il fascino del pensiero,
Finché finalmente realizzi i tuoi intenti.
O amante molesta! Bianchi sontuosi destrieri
Tirano le tue carrozze dorate nell’azzurrità,
In castelli di prodigi amorosi e orrore sensuale,
Tra le nuvole nelle strade di argentate città.
Per terre sottomarine dove brillano notturne stelle,
Attraverso harem turchi, caffè fiabeschi,
In un labirinto di cristallo, dove i lampioni si spengono,
I tuoi amanti nelle tremende locande adeschi.
Oh, conosce bene il folle terrore di perdersi,
Chi vaga libero nei tuoi prodigi travisanti,
Chi ama i sogni delicati e straordinari,
Le tue splendenti stranezze, i tuoi nonsensi eleganti.
Ma tu, Signora di raffinati lussi e di ricchezze,
Possiedi l’insolito fascino di un essere mondano,
Con cui ci attiri nei tuoi maliziosi inganni,
Carpendoci qualsiasi gioiello noi possediamo.
E ai ragazzi sognatori in segno di suprema grazia,
Porgi il tuo diario dove chiedi di lasciare
Poesie ingenuamente belle e ornarle di figure
Che un giovane pittore di solito brama fare.
Oh, Signora dei cuori solitari, condannati al vuoto,
Che nelle stanze da scapoli alle luce dei lampioni
Creano mondi di figure ritagliate da riviste illustrate
E in quei mondi sono celebri per grandi azioni!
Tu governi quei mondi! In essi come su una scena
Di cui hai preso la direzione e satanici onori,
Loro – attori di desideri armonizzano i loro sogni,
Creando nel febbrile sognare grandi capolavori.
E quando poi tornano alla realtà,
Alle lettere disperate trovate in soffitta,
Al loro “oggi”, da essi scritti in gioventù,
Hanno una sola risposta: della tristezza l’ombra afflitta.
E a volte dopo una notte insonne vieni al mattino,
Adorna di gioielli altrui, fingendo timore, soave;
Ti chini sull’amante pallido e in rovina
E scrivi col sangue sulla parete il tuo tremendo: Ave!…
Il poeta senza volto
Voi soltanto, pallidi principi sottomessi,
Tornando a casa quando la sera scende,
Lo vedete che guarda alle finestre e spaventa,
E vi fa segno che di lui non diciate niente…
La gente dei borghi lontani sa qualcosa di lui,
Ma da tempo fa di lui il racconto stesso:
È un poeta senza volto solo nel mondo,
Che ha perso il manoscritto e il suo riflesso.
Ma è chiaro che lo domina una forza segreta,
Perché, come talismani di una divinità rubati,
Un intreccio di eventi, come setta vendicativa,
Vuole togliere al suo cuore gli impulsi sfrenati.
Il sogno di una grande opera è solo il rifugio
Per desideri non raggiunti ed enormi piani,
Dove i sogni, tolti alla vita confidano agli istanti,
Come bambini deformati da tremendi zigani.
Ma perché, quando nella città piove per tre giorni,
E di notte tutti gli alberi stormiscono oltremodo,
Mi cerchi e a un tratto stai alla mia finestra,
Balbettandomi, come a te stessa, in febbrile modo.
Ah, è un’idea terribile e pazzesca, –
Non sono le mie lettere! Non sono i miei indumenti!
Io non sono te! No, non sono te, tu non sei me!
È solo lo scroscio della pioggia… È il fischio dei venti…
Ah, crepa, sparisci, vattene e porta via tutto!
Tu non mi dimostrerai alcunché,
Da solo troverò tutto, annullerò la rapina,
E scriverò un romanzo sconvolgente su di te…
Chi sono?
Sono come la vittima irrigidita nel terrore,
Abbracciata dal boia con un gesto che sgomenta –
Perché, come il continuo fruscio di un topo,
La domanda: “chi sono?” sempre mi spaventa…
È qualcuno che una volta si è presentato a me
E di sorda solitudine mi ha rivestito,
E così la dimenticata storia della mia esistenza
In una folle paura cerco semistordito.
Di notte mi aspetta dietro gli angoli di casa,
Per tormentarmi con un dialogo segreto –
E sa che i dialoghi non svelerò a nessuno,
Perché ha su di me un potere completo!
Dal buio della tristezza brillano i suoi occhi arcani,
Che colpiscono la fantasia come serpe velenoso,
E quando il suo bieco volto scompare un istante,
Il suo biglietto da visita mi porge premuroso.
Ha perfino stabilito segnali misteriosi
Con cui esprime il suo pensiero – beffatore,
E di notte da angoli vuoti tira fuori visioni
E, come un ragno, mi succhia i sogni del cuore.
Si annida nei miei libri, dentro l’orologio,
Mette la firma a versi ancora non ultimati,
Trapela nella stanza come un incubo,
E girovaga nel ricordo dei drammi da me recitati.
Ah, sulle strade delle città dalle fantasie nate,
Si unisce a me quando i miei passi sente –
Egli è l’epilogo di tutti i miei eventi
E l’enigmatica fonte di crudeli sentenze!…
Canzone
Sui selciati ancora luccica la pioggia,
Ma il crepuscolo è già pieno di stelle,
Così dolcemente frusciano oggi gli alberi,
Il vento scaccia dai nidi i pipistrelli.
Oh, va’ nel regno oscuro dei castagni,
Di chi ama i lampioni e le stelle dorate,
Che recita sullo sfondo dei recinti
La tristezza degli spersi, come me, tra le strade.
Forse sentirai nel loro strano frusciare
La trama di eventi e di scene attuali,
Perché anche se è già sera, non riesco a capire,
Che non siano un sogno, ma siano reali.
Dio stesso forse per qualche motivo in segreto
Mi ha inviato un dono con la sua calda mano,
Perché di qualcosa sublime e grande nel mondo
Parla dei tuoi baci l’ardore sovrumano.
Perché nella mia stanza, quando tremando,
Dei tuoi bianchi seni celavi l’incanto,
Perdevi nella polvere del pavimento
I rari gioielli del tuo felice pianto.
E adesso le stelle, il mio cuore, gli alberi,
I lampioni a gas, il lillà accanto,
Tutta la strada canta la grande canzone
Sul raro tesoro del tuo felice pianto.
Solitudine
Come figure strappate da un libro dimenticato,
Sono i pungenti ricordi dei miei fatti di gioventù.
Io sono la storia di un’ora smarrita,
Che il legame con l’intera esistenza non ha più.
Il cupo regno dell’ansia: la mia stanza nel cortile,
Cattivi aliti velenosi di una forza perniciosa,
Con una rete di ragni, di muffa e ruggine,
Come con tremendo lichene han coperto ogni cosa.
È così annerito il nome sulla mia porta. –
Si spezza l’ultimo filo che al mondo mi tiene unito,
E non vengo in mente proprio a nessuno,
Come se tutti il mio indirizzo avessero smarrito.
Con lettere, scartoffie, poesie che cerco ovunque,
E con fotografie ingiallite mi sforzo di provare
Che non erano soltanto leggende inventate,
Ma il romanzo più vero del mio vagabondare.
Vorrei ritrovare la mia vita nel vecchio ciarpame,
E così sogno i cordiali incontri avuti,
In strade lontane le stanze di anni orsono
E, chissà dove, i miei vecchi abiti a qualcuno venduti.
Così desidero scrivere a qualcuno della famiglia,
Salvarmi dal vuoto con l’intestazione: “Dolce amata”,
O fare febbrili seri progetti di matrimonio
Con la prima ragazza per caso incontrata.
…Finché di notte, con rimpianto rigirandomi nel letto,
Come con una torcia, nel bagliore dorato della sigaretta,
Entro nel sogno – una lacrima rotola nell’abisso,
E come magica gemma apre dei cieli la vetta…
E come con un motto magico e segreto,
La mia radiosa giovinezza che se n’è andata,
E s’è spenta col respiro sonoro dell’ispirazione,
Si ridesta nella profondità dell’opera sprecata.
Oh, ambizioni ferite! Oh, ribellione repressa!
Ancora pagherò con la gemma dei miei pianti amari,
Per portarvi troni trionfali in ciò che sognate,
E palazzi regali sulla riva di quieti mari.
Oh, accendete ai loro vetri magiche luci,
Si desti in loro una vita ampia e rumorosa,
Che invia i suoi segnali e attraverso la solitudine,
Insieme al buon saluto di gente un tempo preziosa.
Ah, queste fiabe s’intrecciano in un mirabile ordito,
Finché il mio sorriso in un’alba dorata si dissolve –
La sequela di tram, autovetture, autocarri
Il filo dei sogni regali sul lastrico ancora svolge…
Gesto
Quando la città, come nave elegante con gli alberi neri,
Nell’infinito stellare ti porta al suono del castagno frusciante,
Allora, o poeta, assai bene conosci quel segreto
Sussurro dei gesti: pensa… pensa un istante…
Poiché i gesti sono come i toni di un canto dimenticato
Che a volte ispira ancora pianoforti desueti,
Così a volte come estranee sono le tue mani,
Come chi da dietro una parete sussurra i tuoi segreti.
La tua vecchia esperienza ogni nuovo istante
Attira abilmente nella cabala del suo intrigo strampalato
E coi gesti, come lingua di segreti segnali,
Al tuo oggi parla a segni dal passato.
Stanotte nel vuoto delle strade un gesto mi ha messo,
Che scintilla come il lampo avventuroso delle spade,
E come toccante segnale da una distanza oscura
Risveglia dal sonno le notti un tempo tanto amate.
Quando il sangue dalle vene scorrere sembrava,
Da quelle ore serali, quando lei aspettavo,
E dall’estasi dell’amore rapito follemente, la vita,
Come banconota sgualcita, nel fuoco del suo corpo gettavo, –
Come una lettera lasciata nella tasca del cappotto,
Da cui tolgo i sigilli in modo febbrile, –
Tu, o gesto, mi sei rimasto e nella solitudine
Mi parli col fascino di un ricordo come monile.
Dunque guidami, o fedele ombra della mia amata,
Nei sordi, deserti palazzi del non parlare,
Di cui solo entrambi conosciamo i segreti chiostri,
Dove ancora vaga il suo triste sospirare!
Kazimierz Wierzyński (1894-1969) da: Passeri sul tetto (1921)
Serata con Przysiecki
Quando con lui girovaghiamo per ore senza meta,
E si ha voglia di tornare a casa solo a notte inoltrata,
Come due forestieri, nel foyer di un albergo
Ci nascondiamo accanto alla parete da tutti ignorata.
Come giocolieri di fantasia, all’oscuro di tutto,
Nella magia del caffè e nella nebbia del tabacco fumato,
Vogliamo spillare la nostra poesia dalla vita,
Ridicoli passeggeri attraverso l’ironia del fato.
Di Cook gli orari dei treni di polvere si coprono,
E la sala ronza intorno a noi come mistero,
Siamo una partenza improvvisa, un viaggio,
Una lettera con tanti timbri, un paese straniero.
O Lady sconosciuta, baronessa in tulle,
Ti dico addio con un dolce e triste sorriso!
Non ci incontreremo più in questo vestibolo.
A Parigi ci chiama un telegramma improvviso.
“La tristezza s’annida nel cappotto liso,
Che sei solo lo dice il bottone mancante,”
Facilmente salpiamo sulla sedia come in cabina,
E nell’oppio della fantasia il mondo ci è distante.
Emigriamo allora verso qualche altra vita,
Verso emisferi di nuovi globi, oceaniche distanze,
Come navi di latta che solcano il soffitto
Di vecchie cantine lungo ubriache stanze.
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