Hieronim Bosch

17 Mar

Hieronim Bosch

     Il mio amico poeta Marek Baterowicz nella parte del libro Frammenti (2018), dedicata alle sue riflessioni sul Museo del Prado, scrive così del trittico Il giardino delle delizie di Hieronim Bosch: «Fra tanti maestri di tanti paesi stupiscono forse più di tutti i quadri di Hieronim Bosch, detto qui El Bosco, il quale nella seconda metà del quindicesimo secolo sembrerebbe un precursore del surrealismo! Ma si tratta solo di apparenze. Bosch fu ispirato dall’opera medievale La visione di Tungdal…Il pittore colpisce per l’apparente disordine delle allucinazioni, ma la concezione dell’insieme e il simbolismo delle scene sono ponderati. I singolari dipinti di Bosch turbano con la visione del paradiso come esasperato dall’inferno e minacciato dall’attacco di creature mostruose, intrappolate in strani marchingegni o conchiglie marine, assalite da enormi uccelli, insolite forme danzanti simili a strumenti musicali o strumenti di tortura. Figure nude volteggiano o sprofondano nell’abisso. Il titolo del trittico parla di delizie, ma in questo c’è il sarcasmo dell’artista, e i tormenti infernali ruotano con satanico rigore. Ciò che vediamo in Bosch si avvera forse oggi nelle manifestazioni non meno infernali della nostra epoca, lacerata dagli scoppi delle bombe e dagli attentati.

     Questo nostro mondo sta finendo in frantumi impregnati di sangue, e in corpi squarciati che il vento getta oltre i confini della vita”.

Andrzej Bursa

28 Lu

Andrzej Bursa

     Poeta, scrittore, drammaturgo e giornalista polacco, nacque a Cracovia il 21 marzo 1932. I genitori erano entrambi insegnanti e si separarono nel 1947. La madre era profondamente religiosa, mentre il padre era ateo e comunista convinto e per questo non andava d’accordo col figlio. Durante la guerra Bursa frequentò la scuola clandestina superiore e nel 1945 iniziò il liceo a Cracovia. Dopo il liceo si iscrisse alla Sezione di Giornalismo della Facoltà di Filosofia e Storia dell’Università Jaghellonica, ma dopo un mese passò alla Facoltà di Filologia, scegliendo come lingua il bulgaro. Nel 1955 lasciò gli studi per motivi economici. Nel 1952, a vent’anni, sposò Ludwika Szemioth, studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Cracovia. Nello stesso anno nacque il figlio Michał. A ottobre del 1956 fece apostasia, non solo come dichiarazione di ateismo, ma anche come protesta per la riconciliazione con la Chiesa, che poteva di nuovo esistere legalmente. Debuttò il 16 maggio 1954 con la poesia Una voce nella discussione sulla gioventù, pubblicata dalla rivista Vita letteraria. Nello stesso anno, per guadagnare qualcosa, accettò uno sterile lavoro come reporter presso la Gazzetta Polacca a Cracovia. Nel 1956 cominciò a collaborare col teatro di Tadeusz Kantor Cricot 2, (il quale mise in scena il suo dramma Karbumkuł, scritto con Jan Güntner) e col cabaret Piwnica pod Baranami, partecipando attivamente alla vita letteraria di Cracovia. Fu essenzialmente un individualista e non si legò a nessuno dei numerosi gruppi letterari allora esistenti.

     Le poesie di questo periodo costituiscono un’autocritica e un’accusa rivolta alla sua generazione per la sua fedeltà alle apparenze, al conformismo e al mascheramento. Il poeta rivela l’amaro atteggiamento dell’uomo che vive nel mondo del totalitarismo, oppresso dalla burocrazia, smarrito nella routine quotidiana, che assume lentamente il ruolo di vittima e al tempo stesso di carnefice. Smaschera le convinzioni letterarie e ideologiche, e per questo più volte è accusato di nichilismo e profanazione.

     La sua attività letteraria durò appena tre anni. In notevole misura la sua creazione è satura di rivolta, brutalità e cinismo. Nella sua produzione poetica possiamo distinguere tre gruppi di opere: poesie di rivolta, poesie in cui emergono le aspirazioni arcadiche irrealizzate, come ad esempio nel poema innovatore Luisa, considerato uno dei più bei componimenti poetici scritti in lingua polacca, paragonabile ai Fiori del Male di Baudelaire, e la lirica riflessiva, sorprendente per profondità di pensiero e maturità della forma.

     Stravagante, villlano, scontroso, non aveva molti amici. Con i suoi versi prendeva a calci tutto: le norme della vita sociale, le convenzioni, la moralità, la cortesia salottiera, il codice delle buone usanze, i valori fittizzi, i dogmi. Troviamo nelle sue poesie, e anche nella prosa l’ossessione della morte, della sofferenza e della malattia, ma anche delle offese che le persone si fanno a vicenda. Egli scorgeva il male esistente intorno e lo esprimeva con adeguati mezzi letterari. Nelle sue opere si può osservare la chiara esigenza di un rapporto col bene, esse descrivono idealmente la realtà in modo demistificatore e intransigente, e al tempo stesso sono sature di celato lirismo. Egli cerca duraturi valori umanistici e le verità sull’uomo e su se stesso. Nelle sue poesie troviamo parole volgari, ma anche una reale sensibilità e un’alta cultura della parola. Nei richiami alla grande letteratura possiamo sentire un’eco di tutte le sue letture.

      Bursa morì a Cracovia il 15 novembre 1957 all’età di 25 anni a causa di un vizio cardiaco congenito. Il critico e saggista Jan Marx nel suo libro Leggendari e Tragici scrive: «Negli ultimi due anni di vita Bursa scriveva febbrilmente, secondo il suo orologio biologico che segnava il breve tempo che lo separava dalla morte. Il poeta era geneticamente programmato per una vita breve. Il suo cuore era malato. Ma oltre al verdetto biologico aveva in sé anche la tristezza dell’essere che non ha molto in comune con la biologia e la fisiologia, ma è piuttosto una disposizione psichica, una struttura della sensibilità. Bursa è l’homme révolté in senso camusiano, ma anche nel senso contrapposto al filisteismo».

     Nel 1958 la casa editrice Wydawnictwo Literackie pubblicò il suo primo volume Poesie. Due anni dopo la morte gli fu assegnato il premio Novembre di Poesia per il libro-debutto più interessante. Dal 1967 ai giovani poeti e scrittori polacchi viene assegnato il Premio a lui intitolato, da parte dei critici letterari di Cracovia. Diverse sue poesie sono diventate testi di note canzoni.

Poesie di Andrzej Bursa tradotte da Paolo Statuti

Il coltello finnico

Avevo un coltello finnico lucente

con la scritta “Made in Finland”

Quando la sera calava sui colli in periferia

Negli intrecci il sangue pulsava

Potevo uccidere un bufalo con esso

Tagliare crepiti per il fuoco

E quando un denso fumo s’era già levato

Scolpire una testa di cane sul bastone

Finché una volta quando la notte era già scesa

Un fruscio estraneo risonò nel sangue

Allora volevo prendere il mio coltello

Quando davanti a me apparve la luna

Di sciocche labbra quindicenni

I baci tra i lillà bagnati

E si spense come candela il finnico coltello

In un cassetto si coprì di ruggine

Avevo un coltello finnico lucente

Avrei ucciso un bufalo con esso

Quando la sera giunge sui colli in periferia

Lo tiro fuori dal cassetto

Negli angolini degli intrecci la sera già

Già riluce come ribes sanguigno

Di soppiatto tolgo la ruggine al coltello

E lo ripongo tra le favole

Addio al cane

A un mio sussurro la grande testa si mosse.

Purtroppo, mio caro – la miseria.

Mi dispiace tanto, ma non ho soldi.

Devo venderti.

Non sarò più ai comandi dei tuoi vigili orecchi

Arrancando nel folto bosco.

Non ci sarà più il bosco,

Ci sarà il parco Jordan – pieno di fango.

Ah, come saltavi e facevi stramberie,

E pisciavi con la zampa trionfalmente alzata,

Spaventavi il vento con la bianca nappa della coda.

Ma pazienza, non c’è da mangiare.

Tu hai bisogno di abbuffarti, lo so.

Io devo penare per un centesimo,

Del resto in casa abbiamo un grave problema:

Hai già azzannato quattro postini.

Vieni, vieni qua, un luccichio selvaggio

Striscia furtivo nei tuoi occhi.

Se i miei amici tacessero così saggiamente,

Mi sentirei molto meglio.

Sdraiati pure adesso. Non vale la pena piangere.

Nella vita ci saranno ancora sofferenze peggiori.

Io amavo i nostri sentieri da scoprire

E il tuo pelo arruffato odorante di pioggia.

Autunno

Attraverso il parco dorato corre un cane peloso

Uno scoiattolo nasconde nelle foglie una noce dorata

Raccontami mogliettina mia

Delle trombe d’argento che chiamano nei querceti

Ottobre sbarca il lunario a stento

La giacchetta porporina non cela la miseria

Seduto in un’osteria a Nowy Sącz

Sorseggia la bionda birra a credito

E quando si berrà l’ultimo cappotto scapperà

Col vento getterà una foglia d’oro dalla finestra

Ah, racconta raccontami

Come l’oste abbindolato si rattristò

Viene l’inverno nel montone sul carro

I nostri paltò fodera con un ago acuminato

Passeremo le serate guardando il fuoco

Che rizza la rossa chioma.

*  *  *

Sono un ratto

peggio: un uomo

peggio: un Polacco

la mamma me l’hanno tormentata

la zia me l’hanno bruciata

il babbo me l’hanno perseguitato

Spegniti o luna

Con l’orsetto nelle manine il bambino dorme

La città tace come un mistero

Appostata dietro la finestra a tradimento

Spegniti spegniti o luna!

La luna d’argento costruisce ponti

La luna piange a lacrime verdi

La luna è solo per gli adulti

Copri la finestra copri la finestra mamma.

Dalle alte torri attraverso il fogliame

Sugli adulti si posa la luna

Il figlioletto ha soltanto tre anni

Ancora non può provare nostalgia.

Ci saranno ancora notti burrascose

Città argentate molta amarezza

Alzati mamma metti una coperta alla finestra

Spegniti spegniti o luna!

Pedate

In sostanza arrivò per ottenere qualcosa

ma già alla prima porta una pedata

sorrise

la pedata gli sembrò piuttosto ridicola

provò di nuovo

una pedata

decise di andare al piano di sopra

cadde di nuovo al pianterreno colpito da una pedata

si acquattò educatamente nel corridoio

una pedata

una pedata nel portone

sulla strada di nuovo una pedata

allora desiderò almeno una morte poetica

si gettò sotto un’automobile

e si prese una gran pedata dall’autista.

*  *  *

                               …tu conosci le mie mosse, io conosco le tue,

                                                                       sprechiamo tempo.

                                                                              Roger Vailland

Conosci bene tutte le mie mosse

vita mia

sai quando mi gratterò griderò mi agiterò

conosci l’ostinazione delle mie lotte

e l’esaurimento torpido privo di gusto e di senso

allora avveleni il mio sonno con visioni

per impedirmi un qualsiasi rifugio

conosco le tue dolcezze

che accolgo con zelante gratitudine

e dopo le quali mi tormenta il vomito

mi sono abituato alle tue crudeltà

ho imparato a ridere del mio cadavere

(conosci bene questa mia ultima mossa)

siamo annoiati di noi due vita mia

                                       mio nemico

Chissà quando hai messo scintille di dolore

nelle mie mascelle per rendermi difficile sbadigliare.

Amore

Però fa’ che non ci nasca un bambino

fa’ che non ci nasca un bambino

Questo poppante inesistente

è la pupilla nella testa del nostro amore

gli compreremo i corredini nelle farmacie

e nelle botteghe col tabacco

e con le cartoline di laghi e monti

in generale avremo cura di lui più che se esistesse

eppure

            …aaa

                    piange in modo isterico senza sosta

allora bisogna raccontargli una storiella

di precisi pizzicotti

che non fanno male

e non lasciano segni

allora si calma

non per molto

                        purtroppo.

La ciabatta

I bambini sono più cari degli adulti

gli animali sono più cari dei bambini

dici che ragionando in questo modo

dovrò giungere ad affermare

che la cosa più cara è il protozoo della ciabatta

e allora perché no

una ciabatta mi è più cara

di te figlio di puttana.

Un buonuomo

                    L’uomo rende omaggio più al bene che al male.

                                   Ma le condizioni non gli sono propizie.

                                                                        Bertold Brecht                        

Sul fiume con la canna da pesca

Si è seduto un buonuomo

Ha l’occhio azzurro d’una vecchia pecora

Il galleggiante vibra più silenzioso del cuore

Nello scorrere incessante

Dell’onda melmosa e oleosa

Benedetta onda che non torna

Egli è un buonuomo tranquillo

Quando aveva 17 anni

Bardato in vesti imperiali

Uccise sulle Alpi con un colpo in pancia

Un Giovane Italiano

Raggiante come David

Benedetta onda che non torna

Quando aveva 22 anni

Accoltellò un uomo

Spillò da lui un litro di sangue

Versò in se stesso 100 litri di vodka

Si trattava di una ragazza di gamba lunga

Che poi diventò sua moglie

Benedetta onda che non torna

Quando lui aveva 30 anni

Spaventata dalla miseria e imprecando

La moglie scappò

Con un motociclista dai capelli neri

Campione di parete della morte

A quindici metri da terra

Rotava in una parete verticale

Proprio da questa altezza

Precipitò Maria

Benedetta cento volte benedetta

L’onda che non torna

Dei vicini Ebrei

Trasformati poi in materia prima

Gli restò un cesto di vecchia biancheria

Dei figli: la mancanza di notizie

Della moglie: un soffice ciuffo dorato di capelli

Egli è un buonuomo

Con una blusa azzurra di cotone

Raggrinzito come un granchio

Senza più alcun desiderio

Guarda il galleggiante

Nell’onda oleosa

Nell’onda lenta che scorre

Egli è un buonuomo tranquillo

Oh sììììì…

Speranza

Se riusciremo in ciò che ci siamo proposti

e tutti i soli che abbiamo coltivato nei vasi

dei nostri colloqui riservati

e delle nostre menti provinciali

illumineranno un ampio orizzonte

e non dovremo dire che siamo dei geni

perché altri lo diranno per noi

e le aureole

aureole dorate

…eh fiato sprecato

Signori se riusciremo

Che sbronza porca puttana

Casanova

Giuseppe Casanova

che tu invidi tanto

non era affatto un riccone

e non era nemmeno molto forte

il suo tempo

conosceva molti uomini altrettanto belli

come lui

o più belli di lui

ma era gentile

tenero

galante

e conquistava sempre

a volte anche senza esserlo

avrebbe raggiunto lo stesso lo scopo

dunque fa’ come lui

conquista quanto vuoi

i cuori delle donne

e non scoraggiarti di fronte alle difficoltà

Comincia da tua moglie.

Attenzione un dramma

Uno squallido ometto

squallido come lunedì dopo domenica

squallido come un topo grigio in un campo grigio

liberamente selezionato

immagazzinato e venduto

all’ingrosso

nonché in circolazione al dettaglio

come uno dei dettagli

di un’enorme somma

di identici dettagli

dettaglio in realtà inutile

assai più inutile

della cifra sotto cui è indicato

s ‘ è  a c c e s o  d ‘ u n  g r a n d e  a m o r e.

L’ultimo barlume di speranza

Mi sono bevuto gli unici 10 oboli

mi è rimasto solo l’ultimo barlume di speranza

l’ho speso nel buffet

l’oste non si aspettava una così buona occasione

se ne intendeva quindi ha capito al volo

che non era un’arte qualunque

che non era la preoccupazione di un bracciante

né il calcolo di un mercante

né l’inquietudine di un erede

ma la speranza inesorabile e crudele

                                                    lussuosa       

                                                    di molti carati

                                                    aristocratica

la speranza di distruggere il mondo

e di creare stupidi giardini

oh come brilla a meraviglia nelle dita di questo idiota

il mio ultimo barlume di speranza.

Colloquio col poeta

Come rendere l’odore in poesia…

certamente non con un semplice nome

ma tutta la poesia deve odorare

anche la rima

e il ritmo

devono avere le temperature d’una radura di miele

e ogni sbalzo ritmico

qualcosa dell’alito d’una rosa

gettata sul giardino

conversavamo in perfetta simbiosi

fino al momento in cui dissi:

“per favore porta via quel secchio

puzza terribilmente di piscio”

forse ho mancato di garbo

ma non resistevo più.

Scena di balcone

Il chierico Giuseppe ha occhi scuri allegri

Sorella Chiara ha diciannove anni

Nel cortile del seminario un giorno di primavera

Giuseppe ha visto sorella Chiara dalla finestra

Buongiorno… buongiorno sorella Chiara

Ah mi ha spaventata chierico Giuseppe

Abbiamo un aprile molto caldo

Vero il sole riscalda che è un piacere

Il fiume rode la ruggine d’oro del canneto

Una nube saltellante aspetta presso il fiume

I cupi sentieri sono coperti di gelsomino Chiara

La stretta foglia del salice brilla d’argento Giuseppe…

Il chierico Giuseppe ha le spalle di un figlio del popolo

Sorella Chiara gli dona un sorriso

Ma in mezzo al cortile si è messo

A guardia un angelo con la spada fiammante

In tram

Salirono in modo scorretto

portando il dolore per il babbo

il conduttore non fiatò

occuparono mezza vettura

nessuno neanche borbottò

il dolore per il babbo

grande cosa

il dolore per il babbo

e ancora accennava la gente

il nostro dolore è fresco

signore le sporcherà il trench

il bianco trench

peccato

che si debba sporcare

di nostro dolore per il babbo

Amleto

Quando il gallo di latta canta la mattina

E la guardia notturna cambia i cavalli

Amleto osserva i ginocchi

Delle sue gambe ben tornite

Toltosi il soprabito conferma con piacere

La sodezza delle cosce e il rilievo del petto

Nella fortezza che puzza di cadavere fresco

Amleto civetta con la morte

La lama colpisce nel castello silenziosa

Cento orecchi ha ogni angolo vuoto

Quindi Amleto non volendo svegliare il diavolo

Senza voce ride davanti allo specchio

La funzione della poesia

La poesia non può essere staccata dalla vita

La poesia deve servire alla vita

La casalinga dovrebbe

togliere                   la polvere

portare fuori          i rifiuti

pulire                       sotto il letto

scuotere                  il tappeto

nutrire                     il bambino

fare                          la spesa

annaffiare               i fiori

accendere               la stufa

preparare                il pranzo

lavare                       le pentole

sciacquare               i bicchieri

lavare                       i pannolini

cucire                       i pantaloni

attaccare                 i bottoni

rammendare           i calzini

annotare                  le spese

e fare

ancora

migliaiadialtrecose

dicuinonho

idea

e poi la lettura dei grandi romantici

e a nanna…

Ai coetanei camaleonti

Strimpellanti con prudente cinismo

Passanti per buona moneta

Aspettando la manna dal cielo

Come si può pensare all’amor di patria

Noi neanche una sola donna

Sappiamo amare come si deve

Addestrati a meraviglia nella menzogna

Fingendoci ragazzi innocenti

Con un bagaglio tascabile di convinzioni

Noi non abbiamo più i volti

Noi abbiamo maschere di carta non volti

Camminiamo equilibrati e piccoli

Non disdegnando un buon pranzo

E quando il crepuscolo si rapprende in piombo

Passeggiamo sotto i lampioni

E i vecchi dischi con la fine del mondo

Facciamo girare col gesto degli apostoli

Jarosław Iwaszkiewicz: Jean Arthur Rimbaud

5 Lu

      Jean Arthur Rimbaud nacque il 20 ottobre 1854 a Charleville, piccola città nelle Ardenne francesi.

      L’aria di casa – la madre rigida e severa che governava dispoticamente la proprietà e la famiglia, l’ambiente borghese e provinciale non favorivano lo sviluppo spirituale di Arthur. Eppure il superamento della scolastica*, l’assimilazione del patrimonio letterario nazionale, i nuovi, decisi passi nella creazione – si verificarono nell’adolescente tredicenne come scosse elettriche.

      I giorni della guerra franco-prussiana troveranno nel giovane atteggiamenti risoluti. Le fughe a Parigi, malgrado la contrarietà materna, senza soldi, senza conoscenze. Gli scontri duri, aspri, spavaldi con tutto ciò che lo costringe alla sottomissione: con la madre, gli occupanti prussiani, la polizia, la direzione ferroviaria.

      Le tre fughe a Parigi, l’adesione agli ideali comunardi, si concludono con un fiasco: deve restare con la madre a Charleville, costretto dalla fame e dall’ordine sociale.

      Si ribella in uno scoppio di estasi poetica. – Nella cittadina natia, nell’autunno del 1871 a diciassette anni Arthur scrive un’opera di estatico rapimento – Il battello ebbro.

     Spedisce le sue poesie a Verlaine a Parigi. Verlaine è commosso e inebriato dal forte profumo e dall’alcol delle nuove poesie e lo chiama a Parigi. L’inverno, la primavera e l’estate del 1872 Rimbaud li trascorre col suo nuovo amico nella capitale. Qui hanno luogo i primi incontri con la letteratura del perbenismo. Disgusto. Rigetto. Disprezzo per tutto ciò che “scrive l’intricante Parigi”. “Che secolo di mani! – La mano da penna vale la mano da aratro”**. La nostalgia per gli orizzonti inesplorati, per l’universalità che si dissolve negli spazi di mondi infiniti. Rifiuta Parigi, paragonandola a un vecchio inutile soprabito. Qualche mese trascorso in Inghilterra e in Belgio con Verlaine, ancora la fede in una cosa sola – nell’Amore che il compagno gli racconta, il giuramento… Poi finisce anche questo. Quando dopo il famoso tentato omicidio di Verlaine*** (Bruxelles, agosto 1873), si convinse che anche quel periodo era stato illusione, egoismo mascherato, isterismo, apparenza, orrenda menzogna, come tutto ciò

*Intesa sia come contesto educativo formale del XIX secolo, sia come filosofia medievale (N.d.T.)

**Una stagione all’inferno (N.d.T.)

***A Bruxelles durante una lite Verlaine sparò a Rimbaud ferendolo (N.d.T.)

che aveva trovato in Europa – avviene la chiusura definitiva. La chiusura di ogni porta che conduce al mondo interiore. Cosa accadeva in esso nei seguenti lunghi, penosi, duri anni, nessuno lo sa.

     Sempre nel 1873, in autunno, nella piccola tenuta di famiglia a Roche, presso Charleville, Arthur bruciò nel camino le copie in suo possesso del suo primo libro Una stagione all’inferno*. Come afferma la famiglia, dalla sua stanza giungevano rumori di lotta e grida di dolore, mentre creava. Ma le bruciò in un profondo silenzio. Da allora non scrisse più niente.

     Soltanto lettere. Dure, aride frasi alla famiglia e agli amici di remoti vagabondaggi. Descrizioni di fatti puramente esteriori. Mai niente – neanche una parola – che possa tradire la vita spirituale, il lavoro sulla santità interiore che irradiava da lui allora, quando dopo lunghi viaggi, prevalentemente a piedi, in Europa, Asia, Africa, si stabilì ad Harar (in Etiopia), trovando lavoro in una ditta commerciale. Le lettere di quel tempo contengono soltanto calcoli, cifre, elenchi, quanto deve ancora risparmiare per tornare nel paese. Brucia lunghi undici anni (1880-1891) nella pazzesca calura africana. Contratta i prezzi coi mercanti, organizza carovane e le conduce lui stesso, instancabile, eternamente in movimento, sempre di corsa. Le lettere sono piene di notizie interessanti sul commercio. Articoli scientifici per la Società Geografica a Parigi. E interi elenchi di libri che chiede, e che dimostrano l’insaziabile fame dell’intelletto. Metallurgia, Idraulica, Lingue, Produzione delle candele, Medicina – teoria e pratica, tutto ha per lui uguale importanza, tutto vuole conoscere a fondo, imparare, capire.

      Non sappiamo molto del fuoco interiore che divorava lo spirito, come non sappiamo quale fuoco gli corrose il corpo – quale misteriosa malattia gli tolse l’uso di una gamba e di un braccio. Assai sofferente, nell’ultimo anno di vita visitò la patria e la famiglia. A Roche, con una gamba amputata, ordinò di attaccare il cavallo alla carrozzella e corse per i campi durante un temporale, sferzato dalla pioggia. Cosa avveniva allora nel cuore ardente che aveva creato la fiamma delle Illuminazioni  e che amava i fratelli neri?

      Forse ce lo potrebbero dire le visioni che lo assalivano quando come un martire si spegneva a Marsiglia, il 10 novembre 1891. Ci dice Isabella Rimbaud che egli vedeva colonne di smeraldi, piogge viola, angeli. Le visioni erano potenti e isolate. La sorella non le capiva e di esse non ci ha trasmesso niente. Jean Arthur Rimbaud morì con il suo più grande mistero nell’anima. Ha lasciato questo libro. Piuttosto un reliquiario religioso, non un’opera imponente, ma un

*Non potendo pagare il tipografo. Rimbaud abbandonò 500 copie in un magazzino a Bruxelles, ritrovate dal bibliofilo belga Léon Losseau nel 1901 (N.d.T.)

reliquiario capace di accendere una nuova vita in più di un cuore scosso dalla sua portata.

                                                                    II

     Paul Claudel nei suoi articoli parla di misticismo di Arthur Rimbaud.

     Misticismo tuttavia particolare, che non ha niente in comune col cattolicesimo teatrale di Verlaine o con la misteriosità del quasi misticismo di Maeterlinch.

     Rimbaud è stato tra i primissimi in Europa a trasferire le necessità metafisiche e spirituali dell’uomo dalle sfere astratte e ultraterrene alla vita quotidiana.

     La metafisica della vita, della vita intesa non come concetto, ma vissuta nel tempo, è l’essenza della rivoluzione poetica ed esistenziale di Rimbaud. La  metafisica vissuta della quotidianità è intesa come l’unico vero sbocco di un istinto religioso profondo.

     Il bisogno di sentire Dio e di frequentarlo ogni giorno ha lasciato gradualmente le chiese e i templi e ha occupato le piazze e le strade. Con l’urbanizzazione della vita intera avviene l’urbanizzazione della religione – la sua concentrazione nella vita quotidiana.

     Le nostalgie metafisiche di Rimbaud non potevano chiudersi nell’ambito  dei versetti della Chiesa Cattolica. È chiaro. Tuttavia esse non potevano neanche saziarsi dell’istrionismo dell’Arte “pura”, né potevano accontentarsi delle risposte della religione tradizionale. Il conflitto di Rimbaud col mondo artistico e il più illustre rappresentante di questo mondo – Verlaine, è la prova della colossale differenza esistente tra il mondo interiore del grande Rimbaud e la meschinità delle grandi glorie e celebrità effimere, o che durano anche un paio di secoli.

     La Parigi letteraria di quei tempi era soltanto “letteratura”, e lottava per la letteratura. La questione del vers libre o del nuovo ritmo, o delle nuove rime, era questione di vita e di morte. Verlaine creava i versi dalle tragedie della vita e faceva sfoggio di infelicità nelle Mes prisons. Per Rimbaud, oltre ai versi si trattava di qualcos’altro, di quella piccola aggiunta alle poesie, del loro sfondo, della loro intimità – del rapporto dell’autore con la vita e al tempo stesso dello scioglimento di tutti i legami con Dio, con l’Uomo, con la Società.

     Il disgregamento fu la semplice e naturale conseguenza. Il fatto che Rimbaud tacque e si ritirò dall’Europa con la fiamma non spenta di potenti nostalgie – con la mortale fedeltà a se stesso – fu soltanto fino alla tomba il rifiuto di un compromesso. La letteratura andò per la sua strada, non subendo la più lieve scalfittura, e il colosso del Battello ebbro iniziò il suo lungo doloroso viaggio alla ricerca della incarnazione delle sue aspirazioni religiose.

     La creazione di Rimbaud è satura di insondabile dolore per il mancato compimento di tutte le incarnazioni, di non appagamento di un “centesimo di fame”, di mancato trasferimento della metafisica nella realtà. Gradualmente egli respinge tutte le verità, accettandone alla fine una sola, il dolore della vita, come riscatto dalla menzogna della “letteratura”.

     Nelle poesie giovanili  subisce ancora le influenze artistiche, crede ancora  nella verità delle rime, quando già nelle Illuminazioni si abbandona con passione alla verità delle visioni. Le Illuminazioni – una visione enorme e sfrenata della realtà e la sublime costruzione di cose quotidiane, che gettano un’ombra sul “Mondo delle Idee” di Platone, la sua alterazione attraverso la necessità di una verità più essenziale e interiore, i voli pindarici che finiscono nel fosco inno di confessione di una nostalgia avvinta – in Una stagione all’inferno.

     Quest’ultima opera di Rimbaud – confessione piena di amarezza della fede dei precedenti periodi, dei rapimenti socio-letterari delle sue poesie, del venir meno della fiabesca fantasmagoria delle Illuminazioni, l’espiazione, le scuse e l’addio all’Europa – quella cameriera seduta trionfalmente sul divano del caffè – quell’Adieu pieno di dolore e di immenso silenzio. La professione di fede di un uomo che possiede “la verità in un’anima e in un corpo”, che si arrende alla vita.

      Queste tre tappe della sua strada umana – (della strada forse eternamente umana) sono segnate dai tre volumi della sua opera – il quarto dovrebbe riguardare la seconda metà della sua vita – contenere le sue lettere esotiche, dietro le quali, come dietro una maschera, si cela l’ultimo disgregamento e l’ultimo comandamento di Rimbaud-Uomo.

                                                              (Jean Arthur Rimbaud. Poesie. Vol. 1. Varsavia 1921)

(Trad. Paolo Statuti)

Stanisław Dygat (1914-1978)

30 Sty

Saturo di Poesia e un po’ stanco per averne tradotta tanta, mi sono riposato un po’ chiedendo ospitalità alla Prosa. Nella mia biblioteca ho ripescato una raccolta di racconti brevi del noto scrittore polacco Stanisław Dygat. Di lui anni fa ho già pubblicato nel mio blog il profilo Stanisław Dygat: Ironia e grottesco e il racconto L’0nomastico, tratto dalla raccolta Serate piovose. Oggi  presento ai miei lettori il racconto La vendetta del dipendente, della stessa raccolta, e due racconti tratti dal volume Campi Elisi: Il tempo avvicina, il tempo allontana e Cinquemila zloty.

La vendetta del dipendente

      Quando il direttore B. percorreva il corridoio e dava un’occhiata nelle stanze, gli impiegati abbassavano la testa dalla paura. – Oh! – si sentiva bisbigliare – questo nostro capo è un porco come ce ne sono pochi. Dobbiamo stare attenti a non irritarlo, perché è capace di farci la peggiore porcata. Oh! – Ma il direttore B. che sentiva personalmente quei bisbigli (oltre a quelli che gli riferivano i più zelanti), sorrideva soddisfatto:

– Mi rispettano, stanno attenti, eh sì, per mia fortuna so mantenere il mio prestigio.

Nessun impiegato si rivolgeva mai al direttore B. per chiedere qualcosa, perché temeva di indispettirlo con una parola imprudente, e perfino di ricordargli che esiste. Per questo, quando il modesto impiegato S., pressato dall’indigenza, disse che si recava dal direttore B. per chiedere un aumento, i colleghi pensarono che il poveretto fosse impazzito e cercarono in tutti i modi di dissuàderlo da quel disperato proposito. Ma lui, spinto dallo sconforto, mise in atto la sua intenzione.

Il direttore B. lo ascoltò tranquillo, mordicchiando uno stecchino e fissando la finestra. La fissò a lungo, poi quando S. cessò di parlare, rispose in modo sorprendente, con voce calma e assonnata, senza distogliere lo sguardo dalla finestra:

 – Lo sa lei adesso cosa dovrei fare io? Dovrei mollarle un paio di ceffoni e con l’aiuto dei piedi, sbatterla fuori a calci dal mio ufficio. Non lo faccio solo perché per un simile zero, per una simile assoluta nullità quale lei è, non voglio alzarmi dalla poltrona e distogliere lo sguardo dalla finestra.

– Ma signore – rispose a bassa voce S. – lei maltratta la mia umanità.

– Ah, lei la pensa così? – chiese il direttore B. Si alzò dalla poltrona e con un calcio scacciò S. dal suo ufficio.

Allora nella mente di S. la cui umanità era stata così crudelmente maltrattata, sorse l’idea di una raffinata vendetta.

– Beh? – chiesero i colleghi, quando egli tornò alla sua scrivania – ti ha dato  un bel calcio nel sedere quel porco?

– Macché – rispose S. con un affabile sorriso – al contrario. Ci siamo sbagliati sul suo conto. Credetemi, è una persona squisita.

Da quel giorno S. dovunque si trovasse e a chiunque incontrasse ripeteva:

– Ah, credetemi! Non c’è nessuno come il nostro direttore B. È una persona squisita, un’anima gentile.

Trascorso un po’ di tempo, quando il direttore percorreva il corridoio e dava un’occhiata nelle stanze, gli impiegati sorridevano e lo salutavano con un cenno della mano. – Oh – si sentiva bisbigliare – questo nostro capo è davvero un’anima gentile, una persona squisita. Ci abbraccerebbe tutti con piacere.

     Ma il direttore B. che sentiva personalmente quei bisbigli (oltre a quelli che gli riferivano i più zelanti), aveva cominciato a trascurare moglie e figli, e per lunghe ore girovagava senza meta per le strade, ricordando amaramente gli incanti della lontana infanzia e maledicendo le speranze deluse dell’età matura. Un giorno chiamò S. nel suo ufficio. Non mordicchiava uno stecchino e non fissava la finestra. Parlava sottovoce e a testa china:

– Caro signor Kazimierz, io penso che potremmo raggiungere un accordo. La smetta però di alimentare questa campagna diffamatoria nei miei confronti. Mi sembra perfino deplorevole denigrare in questo modo il proprio superiore e  minare il suo prestigio.

S. si spaparanzò sulla poltrona e si mise una sigaretta in bocca. Il direttore B. si alzò prontamente per accendergliela.

– L’aumento – bofonchiò S.

– Ma certo, certo, caro signor Kazimierz. L’aumento, anche la promozione, qualunque cosa lei voglia.

Conversarono ancora un po’ come due vecchi amici al caffè, poi il direttore B. accompagnò S. alla porta, salutandolo con un profondo inchino.

– Che voleva da te il nostro amato capo, quell’anima gentile? – chiesero a S. i colleghi, quando tornò alla sua scrivania.

– Non è affatto una persona squisita né tanto meno un’anima gentile. È un porco come pochi. Mi ha letteralmente insultato e mi ha buttato fuori a calci dal suo uffucio.

Da quel giorno S. dovunque si trovasse e a chiunque incontrasse ripeteva:

– Non esiste al mondo un porco come il nostro direttore. State attenti, è capace di qualunque porcata.

E così gli impiegati cominciarono di nuovo ad abbassare la testa alla vista del direttore B. e a bisbigliare:

– Ak, che porco, che porco!

Ma il direttore B. era ingrassato, aveva ripreso il suo colorito e sorrideva soddisfatto:

– Conquistare la stima e il rispetto della gente non è una cosa semplice. Bisogna saper lottare per la propria dignità e il proprio prestigio.

Il tempo avvicina, il tempo allontana

Edoardo a Sofia

Gentile Signora!

Anche a me sembra buffo e assurdo scriverLe inaspettatamente dopo quaranta, e forse anche cinquanta anni che non ci vediamo, ed evocare i fantasmi di questioni tanto remote, ma mi è difficile astenermi dal farlo. Siamo giunti a un punto del nostro soggiorno terreno, in cui è doveroso fare un po’ di  contabilità eterna, anziché occuparci di rendiconti temporali, eppure una irresistibile curiosità e la tenerezza per le proprie vicende vissute, costringe via via a tornare con la mente a certi frammenti di esse. I frammenti che riguardano Lei sono particolarmente vivi e chiari nei miei ricordi. A volte mi sembra che sia accaduto tutto soltanto ieri, che basti allungare la mano per percepire la forma delle cose di quel tempo, la morbidezza dei suoi capelli biondi, che basti chinarsi un po’ sulla poltrona, da cui ora è così difficile alzarsi, per scorgere il fascino dei Suoi occhi verdi. Ma la cosa più interessante è ciò che rappresenta la principale ragione di questa mia  lettera e che in un certo modo annulla la nostra relazione incompiuta e sprofondata nei flutti del tempo. Ebbene, soltanto in questi giorni – non so per quali sentieri tornando al passato – a un tratto ho scoperto il mistero che per tanti anni mi tormentava: il mistero della nostra separazione. Dal primo giorno, quando La vidi al ballo del Centro Commerciale, Lei mi rubò il cuore. Con me Lei era abbastanza amabile, facevamo lunghe passeggiate insieme, parlavano delle ultime novità poetiche e delle sublimità dell’anima nelle pastoie del corpo. E sentivo che, malgrado i capricci che non possono stupire in una figlia unica viziata, io non Le ero del tutto indifferente. Ed ecco che un certo giorno Lei mi invitò a casa sua. Sentivo che quella visita avrebbe deciso il nostro destino e accettai l’invito tremando per l’emozione e l’inquietudine, benché proprio quel giorno e a quell’ora mio fratello stava subendo una rischiosa operazione, ero molto preoccupato per la sua salute. Stavamo seduti a bere il tè, guardando un album di cartoline a colori e davanti a noi si preannunciava in forme reali il momento delle parole fatali. Ma, inquieto per la salute di mio fratello, mi alzai e dissi: “Mi consenta di fare un salto in clinica per sapere come sta mio fratello e torno subito.” Ma Lei, stiracchiandosi pigramente, rispose: “È già tardi e sono stanca, temo che al suo ritorno mi troverà quasi addormentata.” Uscii e da allora Lei non ha più voluto vedermi. Dopo un periodo di grande sofferenza e sconforto, lasciai la città, senza capire perché ero caduto così in disgrazia. E solo in questi giorni mi sono reso conto che, più forte dei sentimenti, era stata per Lei l’offesa per aver pensato a qualcun’altro mentre ero al Suo fianco, anche se si trattava della salute di mio fratello. Intricati sono i meandri lungo i quali vaga l’orgoglio femminile: bisognava vivere a lungo per scoprirli. Posso aggiungere che l’ho amata ancora per lunghi anni, anche dopo il mio matrimonio, e non fu un caso che mia moglie (morta, poveretta, due anni fa) si chiamasse Sofia. Spero che Lei vorrà replicare a questo mio remoto conto del passato. Bacio le mani.

                                                                                                          Edoardo

Sofia a Edoardo

Gentile Signore!

     La Sua lettera mi ha fatto non poco piacere e mi ha perfino commossa. Tuttavia devo correggere alcune inesattezze che si sono insinuate nella Sua memoria. La più importante è che la lettera non è indirizzata a me, ma a mia sorella Anna. Era lei  l’oggetto del Suo ardente amore, e dal fatto che io sono sua sorella risulta che non sono figlia unica, come Lei ha scritto. Anna, da quando L’aveva conosciuta, si confidava con me. Nutriva per Lei molta simpatia, ma nessun sentimento. Il Suo amore per lei la tormentava molto e quella sera Anna La invitò a casa sua per convincerLa onestamente della inutilità delle Sue intenzioni. Per lei non fu né facile, né piacevole. Approfittò della Sua improvvisa uscita per fingere di essersi offesa. Vede, caro Signore, l’orgoglio maschile cerca fino alla tarda età intricati meandri per spiegarsi gli insuccessi, e rifiuta le soluzioni più semplici. Per concludere vorrei ricordarLe che da quando Anna decise di rinunciare a incontrarLa, Lei mi visitava ogni giorno, per essere almeno vicino a sua sorella e sfogare con lei la sua tristezza. Io La consolavo come meglio potevo, e a volte Lei dimostrava anche di gradire il mio conforto. Poco dopo la Sua partenza mi sono sposata, più per necessità che per volontà.

La saluto e Le dico arrivederci nel giorno del giudizio divino.

                                                                                                           Sofia 

PS: Mio figlio si chiama Edoardo. Nella fotografia che Le allego Lei vede i suoi tratti che non dovrebbero risultarLe estranei.

Cinquemila zloty

La porta del bar si aprì di colpo: sulla soglia apparve un uomo alto di età media. Aveva il viso scarno e un naso così sottile e lungo, che un suo eventuale interlocutore, parlando con lui, avrebbe potuto ricevere quel naso in un occhio. L’uomo sbatté la porta dietro di sé; lo fece con tale forza da far tintinnare  l’insegna di latta rossa con una cornucopia semi cancellata, si aggiustò la cravatta, inghiottì nervosamente la saliva e subito a passi lunghi ed elastici si avviò sul marciapiede. Le lastre erano infiammate dal sole. Il cielo limpido e azzurro si stendeva come il telone di una bancarella da fiera, sopra i neri tetti deformati delle case, piccole, sporche e penose come i mendicanti intorno alla chiesa.

       Di nuovo la porta del bar si aprì. Senza chiuderla dietro di sé saltò al centro del marciapiede un piccolo ometto magro con la testa grande e rotonda come una zucca. Fece un passo a sinistra, si fermò, si guardò intorno, poi a passettini si diresse nella direzione opposta. L’uomo alto accelerò il passo. Cento metri dopo si trovarono appaiati. L’ometto pigolò:

      – Signore…

      L’uomo alto non si fermò. Proseguì col suo lungo elastico passo, infilò le mani nelle tasche della giacca fischiettando. L’ometto gli corse intorno come fa un cagnolino col suo padrone.

      – Signore, si fermi, signore, ma…

      – Levati dai piedi – grugnì l’altro tra i denti.

      L’ometto cercava di afferrare le maniche dell’uomo. Non badava a ciò che succedeva intorno: urtò un operaio che beveva al chiosco della gassosa, il bicchiere con un tintinnio si frantumò sul  marciapiede di pietra surriscaldato, l’operaio imprecò e riuscì a colpire con un calcio il sedere dell’ometto che ballava intorno alle maniche dell’uomo.

      – Signore, dammi i miei soldi…

      – Vattene.

      – Signore, come può? Lei mi ha truffato, io…

      – Levati dai piedi, te lo consiglio!

      – Signore, lei non ha coscienza, mi ha truffato, ma io…

      – Mi dai ai nervi…

      L’uomo rallentò alquanto il passo. L’ometto diminuì il ritmo delle sue evoluzioni intorno a lui, con una mano si massaggiava il sedere.

      – Allora mi ridia l’anello, e io le ridò i dieci…

      – No! Vattene!

      – Ma eravamo d’accordo per quindici…

      – Te lo dico per l’ultima volta: sparisci!

      – Lei doveva darmene quindici, e me ne ha ti solo dieci… Io devo averne quindici! La mia vita… Da questo la mia…

      L’uomo si fermò così bruscamente, che l’ometto volò via un paio di passi, frenò e scivolando mezzo metro, svolazzò in aria agitando le braccia. Si fermò e subito si rivolse all’uomo come a una preziosa cosa smarrita…

      – Signore, il mio den… la mia vi… il mio den…

      L’uomo afferrò l’ometto per i risvolti della giacca e lo sollevò, tanto che quello toccava a stento il suolo coi piedi. Cominciò a parlargli sottovoce e deciso:

      – Mi stia a sentire: per abitudine non sono un truffatore. L’ho ingannata, certo, non lo nego! Ma se fossi un truffatore vero, non ammetterei l’imbroglio. Ma non lo sono e per questo lo ammetto. E le dico quanto segue: a lei per qualcosa manca questo denaro e a me pure! Adesso c’è la guerra. Se ad esempio ci fosse una retata o qualcosa di simile, di sicuro non esiterei, per salvare me, a calpestare ad esempio lei. Bisogna lottare per la propria vita, come si può, e ringraziare Dio se si è più forti. Prima della guerra non la pensavo così, ma adesso è un’altra cosa… Ho agito generosamente dandole dieci, perché potevo anche non darle niente, e lei non mi avrebbe fatto ciò che mi farà ora. Prima della guerra non l’avrei considerata una buona azione, ma adesso è diverso… E ora, attenzione: vede quei due gendarmi? Là!

       – Li vedo, e allora?

       – Se lei non si toglie subito dai piedi la porto da loro e dirò che lei è un Ebreo.

       – No, no. Non lo faccia! Io non sono un Ebreo.

       – Lo so, ma loro mi libereranno di lei e prima che si chiarisca tutto e la lascino andare, può prenderle sul muso…

       – Ma i miei cinquemila…

       – Basta così! Lei mi ha proprio stufato!

       L’uomo afferrò l’ometto per la manica e cominciò a tirarlo verso i gendarmi.

       – Signore – pigolò a un tratto l’ometto. – Signore, lei non ha cuore… Signore mi lasci… io… lei non sa… io… io sono Ebreo!

       L’uomo si fermò, lasciò l’ometto fissandolo per un lungo istante. Nel suo sguardo c’erano odio, rimorso e riflessione.

       – Ah, tu – disse – tu cane rognoso, che ti venga un colpo…

       Tirò fuori dalla tasca un totolo di banconote spiegazzate e lo gettò ai suoi piedi.

       – Ecco i tuoi cinque e scappa, e non farti più vedere. A voi Ebrei non permettono di vivere tranquillamente. Prima della guerra ti avrei spaccato il muso per il solo fatto di essere un Ebreo… Ma adesso… adesso… è diverso.

        Con la mano fece un gesto come per dire “al diavolo”!, si girò e si allontanò in fretta.

Feliks Przysiecki

22 Sty

Feliks Przysiecki

Poeta e giornalista legato al gruppo Skamander. Nacque a Sypnie (Lituania) nel 1883. Trascorse l’infanzia a Leopoli, dove negli anni 1896-1899 frequentò il ginnasio. Seguì i corsi alla facoltà di filosofia dell’Università di Leopoli, senza però terminare gli studi. Dal 1918 fino alla morte fu relatore parlamentare del Corriere di Varsavia. Dopo il 1918 pubblicò le sue opere nelle riviste Pro Arte et Studio e Skamander. Przysiecki e gli Skamandriti strinsero subito amicizia. Avevano in comune soprattutto il modo di praticare la poesia. Kazimierz Wierzyński, che gli dedicò la poesia Serata con Przysiecki nella sua raccolta Passeri sul tetto (1921), ricordava: “Ancora sconosciuto, si trovò tra di noi subito a suo agio, accolto con amicizia e ammirazione. Tra noi era il meno giovane. Tuwim, Iwaszkiewicz ed io avevamo 25 anni, Słonimski 24, Lechoń 19, mentre Przysiecki quasi 40. Ma lui non vedeva alcuna differenza. Usava il linguaggio corrente, ciò che per noi era diventata una regola, cercava metafore ardite e nuove fino a quel momento, e anche questo era la nostra ambizione, e colmava ogni strofa di spontaneo sentimento, senza il quale anche a noi tutta la forma sembrava vuota”. Przysiecki si esibiva al cabaret Pod Pikadorem, recitando le sue poesie durante le serate poetiche degli Skamandriti. Una sua partecipazione al teatro di Łódź diventò leggendaria perché, come ricordava in seguito ancora Wierzyński: “All’improvviso andò via la corrente e il teatro restò al buio. Furono subito portate candele accese. Purtroppo però non aiutarono granché e dovevamo leggere le poesie quasi a tentoni. Solo Przysiecki ci guadagnò. Alto, scarmigliato, stava tra due fiammelle e recitava a memoria, il suo viso allungato assumeva tratti ornitologi, gesticolava con le braccia che nella semioscurità frullavano come ali. L’abito liso, la mancanza di un bottone, tutte le sue nostalgie non potevano avere una cornice migliore. Quella serata fu il suo più grande successo”.

Anche Julian Tuwim lo ricordava così: “Emanava da lui un’aura di leggenda. Era il poeta di una fiaba, come sono i principi delle fiabe, si comportava in un modo d’altri luoghi e d’altri tempi, sognante, fantasioso, di ballata. Provenendo da Leopoli era la personificazione della bohème galiziana. Portava un cappello nero con una larga falda, con altera bravura faceva il nodo alla cravatta accuratamente scelta. Abitava in tristi monocamere, perdeva le cose durante i traslochi, ma aveva ad esempio un numero incredibile di camicie che comprava senza sosta, dimenticando di portarle in lavanderia. Era stranamente elegante, usava calze nere da donna e una cinta con le giarrettiere”.

Non attribuiva molta importanza alla sua creazione poetica. Deve la pubblicazione della sua unica raccolta di poesie Il canto nelle tenebre (1921) a Kazimierz Wierzyński, il quale dové penare non poco per convincere l’autore e trovare le poesie da pubblicare.

Przysiecki morì di tisi il 20 ottobre 1935 nel sanatorio di  Otwock.

      Poesie di Feliks Przysiecki tradotte da Paolo Statuti

L’inizio di primavera

La tristezza s’annida nel cappotto liso,

Che sei solo lo dice il bottone mancante,

E nel buco della tua scarpa storta è inciso

Del tuo abbandono il romanzo stravagante.

La vita allude già dall’abito a brandelli

Alla sua vittoria sul cuore credulone,

E quando cammini, come benigni uccelli

T’inseguono gli occhi delle misere persone.

Perché del tuo cappello la falda sdrucita,

Della cravatta vecchia la bravura altera,

Mostra un veterano sconfitto nella vita,

Che vaga come un esule in terra straniera.

Ma per togliere alla vita il tuo triste fasto,

Che come perla nera brilla misterioso,

Ti lancia soprannomi beffardi e con astio

L’istinto dei meschini, sempre doloroso.

Allora il tuo orgoglio giovanile e restio

Impone al tuo vestito bellezze regali,

Degne d’un poeta condannato all’oblio,

E offeso da tante sentenze brutali.

Allora la luna sulle vetrate e sui tetti

Il fasto dei regali festini ti porge…

Oh, sì! Fiero all’indietro il cappello metti,

Ecco, la folla ti saluta con le torce.

E il vento impetuoso delle notti d’aprile,

Che ristora come tersa e fredda corrente,

In omaggio alla tua speranza giovanile

Già il parco riempie d’un inno travolgente.

Ed ecco di nuovo i tuoi pensieri sprecati,

E il profumo di vecchie ridenti stagioni,

Scritti ingialliti, in soffitta fogli bucati,

Che l’oblio ha strappato dalle tue azioni.

Nei solai malandati ritorni esitante,

Dove la luna tra le tendine tarlate

Ti apre dei ricordi il teatro sgargiante,

Dove il sussurro udivi delle donne amate.

      Verso sgraziato

La neve mi ha svegliato. Tutto è così vuoto,

Che sento come ogni cosa mi lascia.

La notte nera di nubi è un velo pietoso,

Che le luci sanguinanti delle strade fascia.

Ed ora, come icore di un’ulcera scoppiata

Stilla il terrore viscoso del sordo squallore,

Insinuatosi in me quand’ero giovane ancora,

Dalle terre perdute del mio primo amore.

Dunque lontano da me e dalla gente,

Imploro un giorno chiassoso, di luci una furia,

Sperando che con esse la mia fatica si svegli,

Mi riconcili col mondo e rimargini la paura.

Il timore d’essere solo mescola buio e silenzio,

Crea acido corrosivo e liquidi incantati

Che sviluppano astutamente i segreti clichè

Che un tempo colsero le tue colpe e i tuoi peccati.

La tua ombra sorge. La malvagia Fata morgana

L’infermità che abile cela una giornata affollata,

E aperta brucia la ferita purulenta, che forse

Solo dal coperchio della bara sarà rimarginata.

Erotico

Neri giardini di notte allora

Il vento faceva ondeggiare,

Perché, perché da me sei venuta,

E come mi hai potuto trovare?

Le tenere tenebre degli angoli vuoti,

Quando nella tristezza ti pensavo,

Mi placavano nelle ore tempestose,

Quando sulle scale i tuoi passi immaginavo.

Allora sentivo, in preda alla paura,

Qualcuno che cerca il nome sulla porta

E già con la mano sulla maniglia

Bussa, bussa fiduciosa e accorta…

Quando la dama dei cuori tristi, dissoluta,

I sogni di cose migliori bruciava,

Di notte sussurravano le tue labbra

Che il tuo cuore tutto mi perdonava.

E su di me piangevi silenziosa

Nelle notti autunnali e col tempo piovoso.

Quando nel cupo vuoto del fato

Il mio cuore si smarriva solo e timoroso.

Ballata

Nell’oscurità il cuore batte forte,

Da un angolo la paura è penetrata…

Che significa e a cosa mira

Questa strana e confusa ballata?

…In veli neri e corallini,

Appari fiera e sbiancata,

Come ballata di regio delitto,

Come ballata di lama avvelenata…

Niente toglierà il sangue dalle mani,

Da cui scorre una sanguinante trama…

Nel vecchio e deserto teatro

Era l’inizio della ballata strana.

Rubini rossi come brace

Girano coi soffi del vento…

I pesanti drappeggi del sipario

Tremano nel teatro deserto.

Parla piano… “Fatto… Sangue ovunque”…

Oh, Lady il sangue sul pugnale,

Come il ricordo dell’infelice Macbeth,

Affonda nella leggenda abissale!

Nel teatro vuoto la palida aurora

Prega sul crimine in raccoglimento,

Come in sogno, finendo la ballata,

Vai con la torcia che si sta spegnendo…

E ora dalla profondità il tuo viso

Pallido come opale risplende,

Nella tua nera corona i rubini

Brillano come carbone ardente.

Nel cuore che batte nell’oscurità,

La tua mano s’è insinuata.

Ah, colpisci!… A questo mira

La strana e confusa ballata.

La regina dei sogni

Da dietro gli iris blu, da un cespuglio di tuberose,

Di nuovo avvicinarti a me ti sento.

Ti avvolge in una rete fiorita il sognatore – sigaretta,

Non badando come irrita di tali ricordi il tormento.

Donna di bellezza seducente cinta dalla noia!

Rischiarato dalle stelle è il tuo fascino serale,

Attraverso l’illusione dei monti di cristallo,

Attira i bambini nel tuo palazzo spettrale!

Già nell’infanzia ci univa un rapporto peccaminoso,

Mi tentavi a incontrarti nella tua stanza segreta,

Insegnandomi a bere un narcotico liquore,

A rifugiarmi beatamente nelle tue vesti di seta.

Perché, come canti di spinette, incantano i ragazzi

Con un diletto velenoso i fruscii delle tue vesti,

Li sollevano lievi nei tuoi teneri amplessi,

Come formule magiche i tuoi provocanti gesti.

Ti avvicini abilmente alle vittime riluttanti,

Per mostrarti al momento giusto, vai a passi lenti,

Usando l’orrore della fantasia e il fascino del pensiero,

Finché finalmente realizzi i tuoi intenti.

O amante molesta! Bianchi sontuosi destrieri

Tirano le tue carrozze dorate nell’azzurrità,

In castelli di prodigi amorosi e orrore sensuale,

Tra le nuvole nelle strade di argentate città.

Per terre sottomarine dove brillano notturne stelle,

Attraverso harem turchi, caffè fiabeschi,

In un labirinto di cristallo, dove i lampioni si spengono,

I tuoi amanti nelle tremende locande adeschi.

Oh, conosce bene il folle terrore di perdersi,

Chi vaga libero nei tuoi prodigi travisanti,

Chi ama i sogni delicati e straordinari,

Le tue splendenti stranezze, i tuoi nonsensi eleganti.

Ma tu, Signora di raffinati lussi e di ricchezze,

Possiedi l’insolito fascino di un essere mondano,

Con cui ci attiri nei tuoi maliziosi inganni,

Carpendoci qualsiasi gioiello noi possediamo.

E ai ragazzi sognatori in segno di suprema grazia,

Porgi il tuo diario dove chiedi di lasciare

Poesie ingenuamente belle e ornarle di figure

Che un giovane pittore di solito brama fare.

Oh, Signora dei cuori solitari, condannati al vuoto,

Che nelle stanze da scapoli alle luce dei lampioni

Creano mondi di figure ritagliate da riviste illustrate

E in quei mondi sono celebri per grandi azioni!

Tu governi quei mondi! In essi come su una scena

Di cui hai preso la direzione e satanici onori,

Loro – attori di desideri armonizzano i loro sogni,

Creando nel febbrile sognare grandi capolavori.

E quando poi tornano alla realtà,

Alle lettere disperate trovate in soffitta,

Al loro “oggi”, da essi scritti in gioventù,

Hanno una sola risposta: della tristezza l’ombra afflitta.

E a volte dopo una notte insonne vieni al mattino,

Adorna di gioielli altrui, fingendo timore, soave;

Ti chini sull’amante pallido e in rovina

E scrivi col sangue sulla parete il tuo tremendo: Ave!…

Il poeta senza volto

Voi soltanto, pallidi principi sottomessi,

Tornando a casa quando la sera scende,

Lo vedete che guarda alle finestre e spaventa,

E vi fa segno che di lui non diciate niente…

La gente dei borghi lontani sa qualcosa di lui,

Ma da tempo fa di lui il racconto stesso:

È un poeta senza volto solo nel mondo,

Che ha perso il manoscritto e il suo riflesso.

Ma è chiaro che lo domina una forza segreta,

Perché, come talismani di una divinità rubati,

Un intreccio di eventi, come setta vendicativa,

Vuole togliere al suo cuore gli impulsi sfrenati.

Il sogno di una grande opera è solo il rifugio

Per desideri non raggiunti ed enormi piani,

Dove i sogni, tolti alla vita confidano agli istanti,

Come bambini deformati da tremendi zigani.

Ma perché, quando nella città piove per tre giorni,

E di notte tutti gli alberi stormiscono oltremodo,

Mi cerchi e a un tratto stai alla mia finestra,

Balbettandomi, come a te stessa, in febbrile modo.

Ah, è un’idea terribile e pazzesca, –

Non sono le mie lettere! Non sono i miei indumenti!

Io non sono te! No, non sono te, tu non sei me!

È solo lo scroscio della pioggia… È il fischio dei venti…

Ah, crepa, sparisci, vattene e porta via tutto!

Tu non mi dimostrerai alcunché,

Da solo troverò tutto, annullerò la rapina,

E scriverò un romanzo sconvolgente su di te…

Chi sono?

Sono come la vittima irrigidita nel terrore,

Abbracciata dal boia con un gesto che sgomenta –

Perché, come il continuo fruscio di un topo,

La domanda: “chi sono?” sempre mi spaventa…

È qualcuno che una volta si è presentato a me

E di sorda solitudine mi ha rivestito,

E così la dimenticata storia della mia esistenza

In una folle paura cerco semistordito.

Di notte mi aspetta dietro gli angoli di casa,

Per tormentarmi con un dialogo segreto –

E sa che i dialoghi non svelerò a nessuno,

Perché ha su di me un potere completo!

Dal buio della tristezza brillano i suoi occhi arcani,

Che colpiscono la fantasia come serpe velenoso,

E quando il suo bieco volto scompare un istante,

Il suo biglietto da visita mi porge premuroso.

Ha perfino stabilito segnali misteriosi

Con cui esprime il suo pensiero – beffatore,

E di notte da angoli vuoti tira fuori visioni

E, come un ragno, mi succhia i sogni del cuore.

Si annida nei miei libri, dentro l’orologio,

Mette la firma a versi ancora non ultimati,

Trapela nella stanza come un incubo,

E girovaga nel ricordo dei drammi da me recitati.

Ah, sulle strade delle città dalle fantasie nate,

Si unisce a me quando i miei passi sente –

Egli è l’epilogo di tutti i miei eventi

E l’enigmatica fonte di crudeli sentenze!…

Canzone

Sui selciati ancora luccica la pioggia,

Ma il crepuscolo è già pieno di stelle,

Così dolcemente frusciano oggi gli alberi,

Il vento scaccia dai nidi i pipistrelli.

Oh, va’ nel regno oscuro dei castagni,

Di chi ama i lampioni e le stelle dorate,

Che recita sullo sfondo dei recinti

La tristezza degli spersi, come me, tra le strade.

Forse sentirai nel loro strano frusciare

La trama di eventi e di scene attuali,

Perché anche se è già sera, non riesco a capire,

Che non siano un sogno, ma siano reali.

Dio stesso forse per qualche motivo in segreto

Mi ha inviato un dono con la sua calda mano,

Perché di qualcosa sublime e grande nel mondo

Parla dei tuoi baci l’ardore sovrumano.

Perché nella mia stanza, quando tremando,

Dei tuoi bianchi seni celavi l’incanto,

Perdevi nella polvere del pavimento

I rari gioielli del tuo felice pianto.

E adesso le stelle, il mio cuore, gli alberi,

I lampioni a gas, il lillà accanto,

Tutta la strada canta la grande canzone

Sul raro tesoro del tuo felice pianto.

Solitudine

Come figure strappate da un libro dimenticato,

Sono i pungenti ricordi dei miei fatti di gioventù.

Io sono la storia di un’ora smarrita,

Che il legame con l’intera esistenza non ha più.

Il cupo regno dell’ansia: la mia stanza nel cortile,

Cattivi aliti velenosi di una forza perniciosa,

Con una rete di ragni, di muffa e ruggine,

Come con tremendo lichene han coperto ogni cosa.

È così annerito il nome sulla mia porta. –

Si spezza l’ultimo filo che al mondo mi tiene unito,

E non vengo in mente proprio a nessuno,

Come se tutti il mio indirizzo avessero smarrito.

Con lettere, scartoffie, poesie che cerco ovunque,

E con fotografie ingiallite mi sforzo di provare

Che non erano soltanto leggende inventate,

Ma il romanzo più vero del mio vagabondare.

Vorrei ritrovare la mia vita nel vecchio ciarpame,

E così sogno i cordiali incontri avuti,

In strade lontane le stanze di anni orsono

E, chissà dove, i miei vecchi abiti a qualcuno venduti.

Così desidero scrivere a qualcuno della famiglia,

Salvarmi dal vuoto con l’intestazione: “Dolce amata”,

O fare febbrili seri progetti di matrimonio

Con la prima ragazza per caso incontrata.

…Finché di notte, con rimpianto rigirandomi nel letto,

Come con una torcia, nel bagliore dorato della sigaretta,

Entro nel sogno – una lacrima rotola nell’abisso,

E come magica gemma apre dei cieli la vetta…

E come con un motto magico e segreto,

La mia radiosa giovinezza che se n’è andata,

E s’è spenta col respiro sonoro dell’ispirazione,

Si ridesta nella profondità dell’opera sprecata.

Oh, ambizioni ferite! Oh, ribellione repressa!

Ancora pagherò con la gemma dei miei pianti amari,

Per portarvi troni trionfali in ciò che sognate,

E palazzi regali sulla riva di quieti mari.

Oh, accendete ai loro vetri magiche luci,

Si desti in loro una vita ampia e rumorosa,

Che invia i suoi segnali e attraverso la solitudine,

Insieme al buon saluto di gente un tempo preziosa.

Ah, queste fiabe s’intrecciano in un mirabile ordito,

Finché il mio sorriso in un’alba dorata si dissolve –

La sequela di tram, autovetture, autocarri

Il filo dei sogni regali sul lastrico ancora svolge…

Gesto

Quando la città, come nave elegante con gli alberi neri,

Nell’infinito stellare ti porta al suono del castagno frusciante,

Allora, o poeta, assai bene conosci quel segreto

Sussurro dei gesti: pensa… pensa un istante…

Poiché i gesti sono come i toni di un canto dimenticato

Che a volte ispira ancora pianoforti desueti,

Così a volte come estranee sono le tue mani,

Come chi da dietro una parete sussurra i tuoi segreti.

La tua vecchia esperienza ogni nuovo istante

Attira abilmente nella cabala del suo intrigo strampalato

E coi gesti, come lingua di segreti segnali,

Al tuo oggi parla a segni dal passato.

Stanotte nel vuoto delle strade un gesto mi ha messo,

Che scintilla come il lampo avventuroso delle spade,

E come toccante segnale da una distanza oscura

Risveglia dal sonno le notti un tempo tanto amate.

Quando il sangue dalle vene scorrere sembrava,

Da quelle ore serali, quando lei aspettavo,

E dall’estasi dell’amore rapito follemente, la vita,

Come banconota sgualcita, nel fuoco del suo corpo gettavo, –

Come una lettera lasciata nella tasca del cappotto,

Da cui tolgo i sigilli in modo febbrile, –

Tu, o gesto, mi sei rimasto e nella solitudine

Mi parli col fascino di un ricordo come monile.

Dunque guidami, o fedele ombra della mia amata,

Nei sordi, deserti palazzi del non parlare,

Di cui solo entrambi conosciamo i segreti chiostri,

Dove ancora vaga il suo triste sospirare!

Kazimierz Wierzyński (1894-1969)      da: Passeri sul tetto (1921)

Serata con Przysiecki

Quando con lui girovaghiamo per ore senza meta,

      E si ha voglia di tornare a casa solo a notte inoltrata,

Come due forestieri, nel foyer di un albergo

Ci nascondiamo accanto alla parete da tutti ignorata.

Come giocolieri di fantasia, all’oscuro di tutto,

Nella magia del caffè e nella nebbia del tabacco fumato,

Vogliamo spillare la nostra poesia dalla vita,

Ridicoli passeggeri attraverso l’ironia del fato.

Di Cook gli orari dei treni di polvere si coprono,

E la sala ronza intorno a noi come mistero,

Siamo una partenza improvvisa, un viaggio,

Una lettera con tanti timbri, un paese straniero.

O Lady sconosciuta, baronessa in tulle,

Ti dico addio con un dolce e triste sorriso!

Non ci incontreremo più in questo vestibolo.

A Parigi ci chiama un telegramma improvviso.

“La tristezza s’annida nel cappotto liso,

Che sei solo lo dice il bottone mancante,”

Facilmente salpiamo sulla sedia come in cabina,

E nell’oppio della fantasia il mondo ci è distante.

Emigriamo allora verso qualche altra vita,

Verso emisferi di nuovi globi, oceaniche distanze,

Come navi di latta che solcano il soffitto

Di vecchie cantine lungo ubriache stanze.

Robert Roždestvenskij (1932-1994)

5 Gru

Grazie, vita…

Grazie, vita, perché di nuovo il giorno viene,

Perché i bambini crescono e il grano s’indora.

Grazie, vita, per tutti coloro che io amo,

Che vivono in un mondo così vasto – ora.

Grazie, vita, per questa munifica età

Che ora mi ha dato molto, ora mi ha oppresso,

Per le tante tue strade, dove l’uomo,

Dopo aver tutto provato, diventa se stesso.

Grazie per essere un fiume senza sponde,

Per ogni grigio inverno e primavera fiorente,

Per tutti gli amici e tutti i nemici che ho –

Grazie, vita. Per tutto sono riconoscente!

Per le lacrime e per la felicità più vera,

E anche perché non mi hai compatito,

Per ogni momento in cui sono vivo ancora,

Ma non per quello in cui dirò: ho finito.

Grazie, vita, per essere tuo debitore,

Per la forza di ieri e per quella futura.

Per tutto ciò che ancora potrò fare,

Grazie, vita, con tutta la mia natura.

(Traduzione di Paolo Statuti)

Boris Slutskij

16 List

     Su consiglio della cara amica poetessa Julia Pikalova ho tradotto questa bella poesia di Boris Slutskij (1919-1986). E’ un sincero e chiaro invito a restare umani durante la guerra, ad avere compassione per il nemico sconfitto.

Una pupazza di neve gratis

Dell’Italia ho meritato la riconoscenza.

Della sua storia e della sua gente,

Della lingua e della letteratura.

L’ho data alla neve senza volere niente.

Il vagone trasportava i prigionieri

Sul Donets e sul Don catturati,

Sognanti una fine vicina,

Fanti affamati e assetati.

L’umanità sancita dalla legge

E dalle convenzioni non si applicava,

Da entrambe le parti era ignorata,

A quella grande guerra non si adattava.

No, si adattava. Il comandante

Del treno, un vile rettile dannato,

Voleva due anelli d’oro per un dare

Un secchio d’acqua al vagone sventurato.

Ma io vestivo l’uniforme coi galloni

E l’ardore che nasce dalla lettura

Dei libri di Čechov e Tolstoj,

In me non è scemato, ancora dura,

Dal fronte ero passato nelle retrovie

E come semplice soluzione

Una pupazza di neve gettai nel vagone.

Oh, quello sguardo degli Italiani

Di gratitudine e di angoscia pieno,

Che a lungo poi non mi lasciò dormire!

E la pupazza? – finita in pezzi in un baleno.

1968

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Il Cristo della chiesa di Kościelisko

22 Paźdź

    

A circa 15 minuti di autobus da Zakopane si trova la campagna di Kościelisko – un armonioso e suggestivo insieme di colli prospicienti i monti Tatra, di case di legno dal tetto spiovente, di mucche che assaporano l’erba succosa dei prati. Per certi aspetti sembra di trovarsi in Umbria – la stessa atmosfera di serenità, la stessa dolcezza dei pendii, lo stesso verde dei campi. Sulla cima di una delle alture spicca la sagoma elegante e leggera della chiesa di san Casimiro. È una costruzione in legno di modeste dimensioni, eretta nel 1914. Grosse travi, intervallate da piccole finestre con vetri policromi d’intensa tonalità e trasparenza, fasciano esternamente le pareti della chiesa, conferendole un aspetto di grande solidità. Sulla porta d’ingresso s’innalza il campanile, artisticamente disegnato e inserito nella struttura della costruzione. Entrando si prova subito una sensazione di pace e di sollievo spirituale, e si resta incantati dal delicato gioco di intagli, rilievi e fregi che adornano la volta e le pareti. Alla destra dell’altare maggiore si trova la cappella di san Francesco, dove si può ammirare un quadro a olio raffigurante Gesù Cristo in croce. È un quadro dipinto da un ignoto Italiano nel campo di concentramento di Auschwitz, utilizzando un pezzo di tavola usata per la costruzione delle baracche. I Tedeschi sfruttavano il talento dei prigionieri e l’artista italiano eseguiva ritratti e paesaggi per i funzionari del campo, in tal modo poteva disporre anche dei colori. Ogni giorno, al ritorno dal consueto disumano lavoro, egli dedicava il suo tempo a questo quadro, che fu la sua ultima opera.

     Fanno da sfondo alla croce, immersa in un’atmosfera di pesante grigiore: fili spinati, pali e torrette. La figura del Cristo sembra rammentare che il Dio-Uomo ha preso su di sé tutta la tristezza, tutto il tormento della vita del campo. Il corpo orribilmente consunto è fasciato con la ben nota stoffa a righe delle casacche dei prigionieri. Il volto, segnato dalla sofferenza e contratto dalla morte, suscita sgomento. Attorno alla corona di spine sul capo reclinato in avanti, si leggono le parole-lamento, traboccanti di dolore, come l’ultimo grido di un condannato: “Eli, eli, lama sabachthani”. Sulla croce, anziché la consueta scritta “Gesù Nazzareno, Re dei Giudei”, c’è un bianco triangolino con la lettera “P”, che è l’iniziale della parola tedesca “Polen”, cioè – Polacco, e una tavoletta col numero 25 milioni. È una cifra simbolica che allude al numero dei Polacchi allora viventi, dopo lo sterminio subito ad opera dei nazisti.

L’autore del quadro non visse fino alla liberazione, ma questo suo impressionante splendido lavoro, accuratamente nascosto sotto le assi del pavimento, quando l’artista era ancora in vita, dopo la sua morte fu gelosamente custodito da un suo compagno di prigionia, e si è quindi conservato. Le opere dello spirito umano hanno valore ultratemporale, ed anche questa dello sconosciuto artista italiano è sopravvissuta al suo autore. È sopravvissuta e continua a svolgere la sua funzione di monito, di esortazione, di invito alla concordia e all’amore. Non è affatto un caso che il quadro del pittore di Auschwitz, dopo molte peregrinazioni, sia finito proprio nella chiesetta di Kościelisko. Il curato di questa parrocchia, che era padre Adam Ziemba, ex prigioniero dei campi di concentramento di Auschwitz e Dachau, e autore del libro Una fetta di pane dedicato ai ricordi della prigionia, aveva ben diritto di avere quest’opera nella sua chiesa.

Se capiterete a Zakopane, recatevi a visitare la chiesa di Kościelisko. Davanti al quadro che ho descritto proverete anche voi un sentimento di gratitudine verso il nostro infelice connazionale, e “leggerete” il messaggio che egli ha voluto trasmetterci – l’eterna condanna di ogni crudeltà e ferocia e l’eterna vittoria dello spirito umano.

Juliusz Słowacki: Il mio testamento

20 Paźdź

Juliusz Słowacki

     Juliusz Słowacki è con Adam Mickiewicz, Zygmunt Krasiński e Cyprian Kamil Norwid, uno dei più grandi poeti romantici polacchi. Nacque il 4 settembre 1809 a Krzemieniec. Compì gli studi giuridici a Vilno e quindi si trasferì a Varsavia, dove lavorò per due anni presso il Ministero del Tesoro, e dove lo sorprese l’Insurrezione del 1830-1831, che egli salutò con alcune poesie patriottiche, tra cui il celebre Inno. Il soggiorno a Varsavia ebbe un’enorme importanza per lo sviluppo della creazione poetica di Słowacki. Qui, oltre alle liriche suddette, egli scrisse i suoi due primi drammi: Mindowe e Maria Stuart. Inoltre, tracce degli eventi legati all’Insurrezione di Novembre sono evidenti in molte sue opere posteriori, tra cui occorre almeno ricordare: Kordian, Anhelli e Lilla Weneda.

     Kordian, prima grande opera di Słowacki, è il dramma di un tipico eroe del secolo, che dopo sconfitte e delusioni cerca nella solitudine lo scopo della vita. Sulla vetta del Monte Bianco gli appare l’ombra del selvaggio Winkelried, che attirò sul proprio petto le lance del nemico, salvando così i compagni d’arme. La Polonia appare allora a Kordian come il Winkelried delle nazioni e vi ritorna per consacrarsi ad essa. Entra a far parte di un movimento clandestino, attenta senza riuscirvi alla vita dello zar, e per questo sarà condannato a morte.

     Il poema in prosa Anhelli, scritto da Słowacki in un convento del Libano e pubblicato a Parigi nel 1838, è il quadro profetico e disperato delle sofferenze dei connazionali e della missione espiatrice loro affidata. È la storia di un gruppo di esuli polacchi condannati dallo zar a ripopolare una squallida e deserta regione siberiana, e di Anhelli, giovane dal cuore nobile e puro che deve ricondurre in patria i suoi compagni. La narrazione è intessuta di scene tragiche e fantastiche. Il martirio della Polonia è presente in ogni momento. Il poema si chiude con la morte di Anhelli e la scomparsa della turba dei Polacchi, dilaniati dalle discordie che già li afflissero in patria e distrutti dalle sofferenze.

     Lilla Weneda è la tragedia della nazione dei Wenedi, popolo eroico e mite, vittima della forza bruta dei Lechiti, che secondo la leggenda avevano invaso anche lo stato polacco, abitato da una stirpe slava, organizzandolo politicamente e dando origine alla “szlachta”, cioè la nobiltà, diversa etnicamente dal popolo, quella “szlachta”che nel poema Il sepolcro di Agamennone Słowacki definisce “cranio volgare” che racchiude “l’anima angelica” del popolo polacco.

     I fatti legati all’Insurrezione generarono in notevole misura anche gli ideali espressi nella futura creazione del poeta. L’idea della rivoluzione diventerà ormai la principale idea di Słowacki, ed è significativo che, pur creando un proprio sistema mistico-filosofico, il poeta lo leghi agli ideali democratico-rivoluzionari. Da questa filosofia deriva la sua nota idea del Re  Spirito – l’ultimo grande poema di Słowacki e una delle più complesse e affascinanti opere della letteratura polacca, espressione del pensiero che esistono grandi spiriti che conducono il popolo lungo la via dello sviluppo e del progresso.

     Il noto critico e storico della letteratura Julian Krzyżanowski, nella sua introduzione alle Opere di Słowacki scrive che “il poeta fu ossessionato dalla Polonia”; a questo giudizio si può aggiungere che in misura altrettanto intensa egli fu ossessionato dalla fede nell’incessante progresso dell’umanità, nella necessità di trasformazioni rivoluzionarie e democratiche nel mondo, e su questo costruì la sua visione del futuro del mondo e del popolo polacco.

     Oltre che grandissimo poeta, Słowacki è considerato il più grande drammaturgo polacco. Assieme ai già citati drammi Lilla Weneda, Mindowe e Maria Stuart, vanno ricordati Balladyna – immerso in un’atmosfera poetica e irreale, forse la sua migliore tragedia, Mazepa – dedicato alle avventure dell’ultimo capo cosacco – una delle sue opere teatrali meglio riuscite e più spesso rappresentate, Fantazy, Il cranio d’oro – un quadro pieno di sorridente malinconia della vita dei Polacchi al tempo delle guerre svedesi, Padre Marco – figura che non conosce compromessi nel servizio di Dio, e in cui Słowacki ha visto il profeta di una Polonia popolare e cristiana, e Il sogno argenteo di Salomea. Per una triste ironia della sorte, il poeta non riuscì a vedere nessuno dei suoi drammi sulla scena. Va comunque detto che l’epoca in cui egli visse fu una delle più tristi nella vita del popolo polacco; nella Polonia asservita, suddivisa territorialmente, non c’era posto per il teatro nazionale. Le opere dei maggiori poeti, costretti all’emigrazione, circolavano nel paese di nascosto, accuratamente celate agli occhi delle autorità.

     Słowacki introdusse nel teatro concetti del tutto nuovi, che soltanto più tardi vennero apprezzati e sviluppati. I suoi drammi sono tuttora vivi, e lo dimostra il fatto che essi sono incessantemente rappresentati dai teatri di tutta la Polonia. È un’altra conferma dell’avverarsi delle sue parole profetiche, riguardanti del resto tutta la sua poesia: “Il futuro è mio! e mia sarà la vittoria oltre la tomba!” Egli infatti fu scarsamente compreso dai suoi contemporanei, e fu questa una delle più grandi amarezze della sua vita.

     Nel 1830, un anno prima di Chopin, Słowacki andò esule a Parigi, ove diede alle stampe i suoi primi versi e i canti dell’Insurrezione, il che gli precluse per sempre la possibilità di un ritorno in patria. Avvilito dall’incomprensione e messo in ombra dalla fama del grande compatriota Adam Mickiewicz, egli si trasferì in Svizzera, dove rimase fino al 1836. Forse per la prima volta il poeta solitario – benché non fosse affatto un misantropo – minacciato dalla tisi, si sente felice. Sono anni d’intensa creazione poetica, gli anni in cui nacque il poema In Svizzera, forse il più bello di Słowacki. Nel 1836 si reca in Italia e a Roma incontra Zygmunt Krasiński. Dopo qualche mese di soggiorno a Sorrento, s’imbarca con un gruppo di amici per un viaggio in Egitto, in Terra Santa, nel Libano e in Grecia, sulle orme di Byron e Lamartine. Un anno dopo tornava in Italia e si fermava soprattutto a Firenze, fino alla fine del 1838. A tale proposito vale la pena ricordare che nel 1959, in occasione dei festeggiamenti per il 150esimo anniversario della nascita del poeta, è stata posta una lapide a Roma in via del Babuino, dove si trova la casa in cui Słowacki dimorò per alcuni mesi nel 1836. Analoga cerimonia si svolse nel 1960 a Firenze, chiamata dal poeta “l’Atene italiana”, con la scoperta di una lapide in via della Scala, dove egli abitò negli anni 1837-38. Da Firenze si recò di nuovo a Parigi e vi restò per dieci anni.

     Nel 1841 pubblicò i primi cinque canti di Beniowski, poema epico in ottave che arricchisce di una nuova forma la letteratura polacca. È la storia di un avventuriero – Maurycy Beniowski – di origine ungherese che, deportato dai Russi, riesce a sollevare i Polacchi con lui prigionieri. Ma le vicebde romanzesche del poema passano in secondo piano di fronte alle digressioni – ricordi, confessioni, satire sferzanti, allusioni a persone e fatti del tempo, che costituiscono il vero scopo del poema, e che procurarono al poeta perfino una sfida a duello. In quest’opera il poeta rivela in modo sorprendente tutta la sua maestria nell’uso della lingua, per esprimere le situazioni e i sentimenti più delicati, e collega il suo programma politico alla sua poetica, formulando l’audace pensiero che nel futuro egli condurrà il popolo sulla via del progresso e la forza conduttrice sarà appunto la poesia, che darà la possibilità di esprimere tutto ciò che il popolo desidererà e chiederà: “…Il popolo mi seguirà! Quando vorrà amare – io gli darò la voce del cigno, per cantare il suo amore; quando vorrà imprecare – imprecherà attraverso me; quando vorrà ardere – io lo infiammerò”.

     Nel 1848 – anno della Primavera dei Popoli – il poeta tornò finalmente in patria per collaborare coi membri del governo nazionale che preparavano l’Insurrezione, e a Wrocław poté salutare per l’ultima volta la madre. Ma la gioia di questo sospirato incontro con l’unica persona al mondo che capiva tutti i palpiti dell’anima poetica del figlio, non può durare a lungo. Tra la madre e il figlio c’è la minacciosa figura di un gendarme prussiano che ben presto mette termine all’incontro. Słowacki trova nuovamente rifugio a Parigi, dove muore il 3 aprile 1849, lo stesso anno in cui morì Chopin.

     Nel giugno del 1927 le spoglie del poeta vennero traslate dal cimitero di Montmartre a Cracovia, e composte nel panteon polacco, vale a dire – nel castello del Wawel, accanto alle ceneri di Adam Mickiewicz.

     Di Słowacki Cyprian Kamil Norwid scrisse: “Kochanowski ha avuto un solo linguaggio, come lo hanno avuto Mickiewicz, Krasiński, Malczewski, Zalewski e tutti gli altri pilastri della parola nazionale, ma Juliusz Słowacki ha avuto tutti i linguaggi di tutti i secoli, dal linguaggio della Beata Vergine a quello dei libelli, dalle parole degli eroi a quelle della fanciulla che conserva nel suo accento il canto dell’usignolo”.

     Ecco nella mia traduzione una delle più note poesie di Słowacki:

Il mio testamento

Vivevo con voi, soffrivo e piangevo con voi.

Nessuno d’animo nobile m’era indifferente.

Oggi vi lascio e nell’ombra agli spiriti mi unisco,

E, come essendo felice – me ne vado tristemente.

Non ho lasciato qui alcun erede

Né per il mio liuto, né per il mio nome,

Il mio nome è passato come un lampo,

Come suono vuoto l’udrà  ogni generazione.

Ma voi che mi avete conosciuto, narrate

Che alla patria ho dato la mia giovinezza,

E che finché la nave lottava – ero al timone,

E quando è affondata – sono annegato con essa…

Ma un giorno – sulle tristi sorti assorto

Della povera patria – dirà ogni anima eletta,

Che la veste sul mio spirito non era elemosinata,

Ma dalla gloria dei miei avi era benedetta.

Che i miei amici si riuniscano di notte,

Nell’aloe il mio povero cuore bruciando,

E a colei che mi ha generato lo riportino –

Così il mondo ripaga le madri, le ceneri ridando…

Gli amici siedano davanti a un calice

E bevano al mio funerale o alla loro infelicità…

Se sarò spirito – mi mostrerò a loro,

Ma non andrò se Dio Il tormento mi toglierà…

Ma di grazia, i vivi non perdano la speranza

E siano un fulgido esempio per la nazione;

E se occorrerà, siano pronti a morire uno ad uno,

Come pietre con cui Dio erige un bastione…

Lascio qui un piccolo gruppo di amici

Che il mio fiero cuore hanno amato tanto;

Sì, ho svolto il severo duro servizio di Dio…

E ho voluto avere un feretro non rimpianto…

Chi altro senza il mondo degli applausi accetterà

Di andarsene…avere per il mondo una tale apatia?

Essere il timoniere di un battello colmo di spiriti,

E andarsene in silenzio come spirito che vola via?

Ma rimarrà dopo di me la forza ineluttabile

Che da vivo è per niente – solo la fronte adorna –

Ma dopo la morte vi schiaccia invisibile,

E da mangiatori di pane – in angeli vi trasforma.

1839-1840

Leon Schiller

17 Paźdź

Leon Schiller: L’ultimo romantico della scena polacca

     Nel 1907 morì l’uomo che aveva gettato le basi per la nuova vita teatrale polacca, cioè – Stanisław Wyspiański – forse l’unico artista completo nella storia del teatro. Solo lui infatti riuscì ad essere contemporaneamente drammaturgo, poeta, scenografo, regista, riformatore della tecnica teatrale, critico. Egli era convinto che il teatro non fosse semplicemente la somma e la risultante delle varie arti, ma un genere a sé di polifonia artistica, che presuppone nel regista capacità universali. Come scrittore, ma soprattutto come teorico dell’arte scenica, egli fu un continuatore dei poeti romantici polacchi, dei creatori dell’epoca d’oro del dramma nazionale. Egli vide rappresentati sui palcoscenici polacchi i suoi famosi drammi, tra cui ricordo: Le nozze, La notte di novembre, Achilleis, La scomunica, Il riscatto. Ogni sua opera, permeata di un profondo spirito patriottico-popolare, è un atto di coraggio disperato, un’acuta visione degli avvenimenti che egli visse e dei fatti storici del passato, trattati in modo innovatore, per quanto riguarda i mezzi artistici impiegati. Wyspiański tuttavia non riuscì mai a ottenere un posto di dirigente nel teatro e ad attuare in esso le proprie teorie. «Io vedo il mio teatro enorme, grandi spazi d’aria, lo riempiono gente e ombre» – scriveva Wyspiański nei tempi in cui la musica si legava al teatro solo attraverso il melodramma, e le stesse scene servivano contemporaneamente per molte opere di diverso genere. Solo tra le generazioni successive le opere di Wyspiański, le sue invenzioni, interpretazioni, i suoi concetti teatrali  trovarono degna accoglienza, grazie anche alla scoperta di nuove possibilità tecniche. Nel 1913 sorgeva infatti a Varsavia uno dei più moderni edifici teatrali europei, il Teatr Polski, per iniziativa di Arnold Szyfman, organizzatore di primo piano al quale si deve la costruzione e lo sviluppo di almeno 17 teatri.

     Fin dall’inizio del ventesimo secolo a Cracovia venivano rappresentate opere di Ibsen, Cechov, Maeterlinck. Venne inoltre introdotto nel teatro il repertorio romantico, per il quale si era battuto Wyspiański. La sua drammaturgia neoromantica e la sua poesia si rivelarono sorprendentemente attuali e necessarie. Sicché, quando comparve il regista che, conquistato dalle idee di Wyspiański e conscio dell’importanza della tradizione romantica, decise di realizzarle, il successo non poteva mancare.

     Si trattava di  Leon Schiller, illustre direttore di scena, pedagogo, organizzatore della vita teatrale ed esperto di storia del teatro. Nacque a Cracovia il 14 marzo 1887 e morì a Varsavia il 25 marzo 1954. Fu unico nel suo genere. Come Craig nel teatro inglese, Stanislavskij in  quello russo, Brecht in quello tedesco, Schiller iniziò la storia moderna del teatro polacco e la colmò di se stesso. Ebbe molti allievi, non ebbe imitatori. Allestiva spettacoli in cui tutto era unità: il palcoscenico, gli scenari, i costumi, la musica, gli attori, il movimento, i gesti e le parole pronunciate. Tale unità era frutto non solo dell’intuizione, dell’erudizione, ma anche di un faticoso lavoro. Fu un progressista in ogni campo: politico, sociale, artistico, filosofico, personale. Visse per il teatro, e non per la carriera, non per la celebrità o la posizione. Con la sua arte voleva contagiare tutti quelli che incontrava. Per lui il senso dell’arte era la sua funzione sociale.

     La vocazione di Schiller per il teatro si manifestò fin dagli anni di scuola. Nel 1906 conseguì il diploma di maturità a Cracovia e debuttò con una sua canzone nel cabaret letterario Il palloncino verde. In quel periodo conobbe Wyspiański.

     Dal 1906 al. 1907 studiò filosofia e polonistica all’Università Jaghellonica, esibendosi spesso nel cabaret di Arnold Szyfman – Scherzetti. Nel 1907 si reca a Parigi e si iscrive alla Sorbona. Collabora con Edward Gordon Craig e pubblica il suo primo lavoro teatrale sulla rivista di quest’ultimo – The Mask. Nel 1917 debuttò come regista al Teatr Polski con la Principessa Gigliola di Tadeusz Konczyński. Dal 1918 al 1921 è regista e responsabile letterario nello stesso teatro, diretto allora da Arnold Szyfman. Dopo il 1918 Schiller divenne il promotore di tutte le iniziative portate avanti in campo teatrale e riguardanti soprattutto i drammi di Wyspiański, nonché le opere dei suoi predecessori Mickiewicz, Słowacki e Krasiński. Dal 1922 al 1924 collabora con Juliusz Osterwa alla direzione e alla regia del teatro Reduta, fondato da Osterwa nel 1919. Tutto il lavoro, in questo ascetico complesso, era dedicato all’educazione dell’attore, secondo un metodo paragonabile a quello di Stanislavskij. La compagnia di Reduta, ricercando incessantemente il dialogo con il pubblico, viaggiava negli angoli più remoti della Polonia, rappresentando esclusivamente opere polacche, per lo più di giovani drammaturghi.

     Schiller realizzò le sue cose migliori a Varsavia dal 1924 al 1926 al teatro Bogusławski, così chiamato dal nome del fondatore del primo teatro stabile polacco, nel 1765, e autore tra l’altro della celebre commedia-vaudeville Cracoviani e Montanari. Schiller creò questo teatro assieme ad Aleksander Zelwerowicz e Wilam Horzyca. Fu questa una vera accademia d’arte, in cui Schiller riuscì ad armonizzare il radicalismo di sinistra con la poetica d’avanguardia. Quando il suo teatro venne chiuso, egli riuscì ancora a mettere in scena a Leopoli La tempesta di Shakespeare, e soprattutto Gli Avi di Mickiewicz, sottolineandone gli spunti storico-politici.

     Schiller era uno della sinistra, un democratico radicale, autore di rapprentazioni che prima della II guerra mondiale suscitarono scandali politici, come Grida, o Cina! di Tretiakov, L’opera da tre soldi di Brecht e Il principe Potjomkin di Miciński.

     Negli anni fino allo scoppio della II guerra mondiale operò prevalentemente a Leopoli, Łódź e Varsavia. Perseguitato dalla stampa fascistizzante, poco tempo dopo l’invasione nazista Schiller fu internato ad Auschwitz. Liberato, tornò a Varsavia, dove lavorò nel Consiglio Teatrale clandestino. Dopo la caduta del III Reich tornò nel suo teatro di Łódź, dove dette spettacoli indimenticabili, come Cracoviani e Montanari, La tempesta, e Celestina di De Rojas. Dal 1949 al 1950 fu  direttore del Teatr Polski. Dopo la rinuncia a tale incarico avvenuta nel 1951, Schiller trascorse gli ultimi anni della sua vita come direttore della Sezione Teatrale presso l’Istituto Statale dell’Arte. Il suo ultimo spettacolo nel teatro di prosa fu Il treno blindato di Ivanov, un classico del romanticismo rivoluzionario sovietico, e nel teatro lirico – Halka di Moniuszko.

     Schiller educò numerosi registi tra i migliori della Polonia moderna, come ad esempio Erwin Axer e Kazimierz Dejmek.

      Tymon Terlecki, critico letterario e teatrale, nel suo volume L’ultimo romantico della scena polacca, scrive:«Tutto ciò che toccava gli si gonfiava sotto le mani. In ogni questione, in ogni testo, in ogni impresa gli apparivano fondali risucchianti e lontane prospettive, tutto cresceva in lungo e in largo, in basso e in alto. Fu questo il primo indice del suo scostarsi dalla realtà – il più profondo tratto romantico. Schiller non capiva cosa fosse la moderazione. Ogni grande spettacolo da lui ideato superava le possibilità materiali, tecniche, esecutive, spesso era semplicemente superiore alle possibilità umane… Questo introverso fu al tempo stesso un uomo dall’istinto sociale continuamente inappagato. Sentiva la necessità di agire, di comunicare, di influire sulla realtà. Raccoglieva la gente attorno a sé, convinceva, pianificava, organizzava – naturalmente secondo il suo metro, che soltanto in pochi erano in grado di comprendere, e ancora meno – di realizzare. Per tutta la vita non voleva essere solo e dovette essere solo. Come ogni romantico».

                                                                                                         Paolo Statuti

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