Io e la transizione.
Mutuo questo post dal blog di Cristiano (mi perdoni per questo…) dopo una conversazione telefonica degna di una corsa ad ostacoli. Non uso spesso il telefono, ma per qualche recondita ragione, quando questo capita, improvvisamente, tutto ciò che apparentemente un secondo prima era “statico” si mette in moto causando danni (bimbi, gatti, cani, oggetti inanimati) regalandomi ulteriori motivi per non usare il telefono troppo spesso…
Dicevamo, Io e la transizione.
Ho conosciuto il movimento delle transition towns qualche anno fa, mentre studiavo il modo di fondare una mia nazione indipendente e battere moneta. (Della nazione avrebbero fatto parte: 2 adulti, 2 bambini, 6 gatti, 3 cani, 1 gallina, 2 galli e 2 anatre. Ma poi la volpe si è portata via una delle anatre… ). L’intento come secondo step era quello di mandare una delegazione di ambasciatori presso l’ottuagenaria vicina a contrattare una politica di scambi e baratti. Un Commonwealth delle zanzare e dei rospi…
Il tutto si arenò sull’inconciliabilità del mio ruolo di “monarca assoluto ma illuminato” e quello di Noemi come “capo dell’esecutivo e del governo delle masse dal volto umano” (lei, non le masse…).
Poi la fase di puro delirio ha lasciato il passo ad una forma leggermente più costruttiva, partorendo un progetto che, pur non essendo di reale di transizione, si avvia in quella direzione…
Perché ne parlo. Perché sabato ci sarà il primo incontro per buttare le basi applicative del progetto. (In realtà è la quarta volta che ci provo con modi e in luoghi diversi ma, come ormai tendo a credere, sono più ottuso che testardo…)
Il progetto è quello di una fattoria condivisa a cui partecipino diversi nuclei familiari della grande metropoli che fu degli Agnelli.
Per noi, il “crollo” della Fiat nel 94-95, fu un po’ un anticipo del peak oil.
Abbiamo la rete, abbiamo le competenze, manca uno spazio sufficientemente grande per tutti… ma ci stiamo lavorando su.
Il nostro unico capitale monetizzabile è un’ottusa pervicacia.
(il mio personale: un’innata incapacità a prendermi sul serio…)










Chiacchere al bancone