WHAT IF?
IERI SIAMO saliti sulle colline che dividono il basso, ma veramente basso, canavese dal monferrato.
Occasione della gita: il matrimonio della mia sorellona. Pare che sia diventata una piacevole abitudine di famiglia quella di sposarsi nei prati con le braccia impegnate a sorreggere pupi e i miei stanno sviluppando una competenza non indifferente in “catering a sorpresa” (ce li invidiano in molti).
In ogni caso, scollinando su è giù (perdersi e d’obbligo in quelle zone) abbiamo potuto godere di un paesaggio ricchissimo di varietà quasi dimenticato in questi tre anni sdraiati nella Piana.
La si chiama così la zona in cui siamo, “La Piana”, insistendo ambiguamente sulla P e allargando molto le A, perché è quello che è, zero fronzoli o abbellimenti. Piana. Agricola. Industriale.
E osservando le colline, le possibilità di coltivi e la biodiversità (anche se segnata da forme agricole “pesanti”) mi sono ritrovato a ragionare in scala, come se io fossi un’enorme gigante e quello fosse un orto, un orto naturale, un orto sinergico… chiamatelo un po’ come vi pare basta che lo tocchiate il meno possibile.
Probabilmente con alcuni dei parassiti li presenti potrebbero funzionare anche le trappole a birra, anche se un bel centro commerciale o un out-let mi dicono facciano miracoli, poi si chiudono le porte e si deporta tutti ad un migliaio di miglia di distanza. Bisogna ammettere che molti sono comunque “insetti” benefici come un buffo signore che coltiva le patate e l’orto solo con l’ausilio di 20 faraone che lo seguono ovunque vada.
SULLE COLLINE, un po’ come nel mio sgangheratissimo orto, ogni calanca, ogni curva, ogni dosso o sommità fornisce un suo microambiente permettendomi di caotizzare (neologismo personale da caos) la coltivazione delle verdure. Il processo è sicuramente lungo, ma se seguito adeguatamente il risultato dovrebbe essere un micro-ecosistema bilanciato in cui ogni nicchia è spazio per caratteristiche diverse in un meccanismo di autocompensazione ed auto sostentamento.
UNA DELLE DOMANDE ricorrenti quando si parla di agricoltura naturale è “Ma perché per millenni si è arato e concimato se si poteva evitare?”. Su questo, come purtroppo su molte altre cose, ho una mia teoria.
Inizialmente qualcuno si accorse che i semi che aveva fatto cadere per terra crescevano più veloci vicino alla buca dove andavano a fare la cacca. In seguito si accorsero che lo stesso effetto si otteneva rompendo le zolle e permettendo all’aria di entrare nel terreno, ancora meglio se mentre si rompevano le zolle ci si metteva anche un po’ della suddetta cacca…
Inizialmente fu una rudimentale zappa, poi divenne un aratro, poi un trattore… una cacca trovata per caso, della cacca raccolta in giro, un allevamento di bestie cacatrici…
L’escalation pare evidente. Non è possibile supporre che l’agricoltura tradizionale abbia dovuto seguire quest’andamento evolutivo anche per star dietro ad un impoverimento progressivo del suolo dovuto alle sue stesse tecniche? Non è possibile supporre che se Turk, simpatico e socievole uomo delle caverne, avesse saputo del ciclo ossigeno-etilene, dello coefficiente di scambio cationico e avesse letto “Towards holistic agriculture” di R.W. Widdowson (Pergamon Press) forse le strade sarebbero state diverse?
Chiacchere al bancone