
La scomparsa delle sale d’attesa nelle stazioni ferroviarie é il titolo di un articolo pubblicato su Internazionale da Alessandro Calvi, il 4 aprile 2026.
“[le stazioni] hanno subito una trasformazione che ha portato in modo particolare quelle principali del paese a essere ridisegnate non tanto sulle necessità di chi viaggia quanto su quelle del cliente chiamato a consumare un prodotto. Sono diventate insomma dei centri commerciali.
All’originaria funzione di servizio pubblico se n’è quindi sovrapposta una nuova. E così, per esempio, mentre sono state riempite di negozi, bar, ristoranti e grandi magazzini, le sale d’aspetto semplicemente non esistono più.
Sono sparite, sostituite da cosiddette aree lounge, accessibili solo se si è in possesso di biglietti ferroviari particolari, generalmente i più cari, oppure con carte fedeltà o acquistando il servizio. L’unica alternativa per stare comodi è sedersi ai tavoli di uno dei tanti bar, pagando. Per tutti gli altri sono disponibili delle panchine. Ma sono poche e spesso collocate in atrii e corridoi.”
“<<La sala chiusa, isolata e monofunzionale, spesso percepita come luogo poco sicuro, si è trasformata in area aperta, attrezzata per la sosta, integrata con altri servizi, come la ristorazione>>, spiegano le Ferrovie dello stato. Inoltre, rispetto al passato, e in particolare con l’alta velocità, sono anche cambiati i tempi d’attesa, e ormai i viaggiatori arrivano spesso in stazione pochi minuti prima della partenza del proprio treno.
“L’unica, tra le grandi stazioni, che ancora possiede una sala d’attesa è quella di Bologna. “E meno male che c’è, oggi che in Italia si paga anche per la pipì”, scriveva Paolo Rumiz sulla Repubblica. Resta aperta fino alle 22, è calda, c’è perfino un’area attrezzata per i bambini. Ed è dedicata a Torquato Secci, fondatore dell’associazione dei familiari delle vittime della strage fascista che il 2 agosto 1980 provocò 85 morti e 200 feriti. La bomba era stata collocata in quella che all’epoca era la sala d’attesa. […] È difficile che qualcuno possa pensare di trasformare un luogo come questo nell’area lounge di qualche grande azienda o in un bar, com’è capitato altrove. Per la stessa ragione, però, questa sala resta un’eccezione, almeno tra le grandi stazioni.”
“Ma nelle centinaia di piccole stazioni gestite da remoto manca tutto il resto. Le biglietterie, per esempio. Alcune sembrano poco più che fermate d’autobus, come quella di Poggio Renatico, tra Ferrara e Bologna, luogo in cui si svolse l’episodio al quale s’ispirò Francesco Guccini per comporre La locomotiva, come ha raccontato lui stesso durante una puntata di Propaganda Live.”
“Ma gironzolando per le piccole stazioni spesso ci si ritrova in spazi deserti, quasi spettrali, che si rianimano per un momento solo al passaggio dei rari treni per i quali è prevista la sosta. Poi tornano ad assopirsi, spettatrici silenziose della vita che si svolge altrove”
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