Il proprio posto

«Io lo so che tu non vorresti essere qui» diceva. «E d’altra parte, al momento non ho una valida alternativa, vedi?»
Fece qualche passo indietro come per mostrare meglio la situazione, con il giusto distacco.
«Di certo non posso metterti lì, dove stanno Andrea e Maurizio, Insomma, capisci bene che non hai nulla a che vedere con loro. E con questo non intendo sminuirti, dico solo che siete diversi. Anche loro non sono proprio uguali, eh. Però capisci, siamo lì. Ti trovi?»
Non ricevendo risposta continuò, come a scusarsi.
«Dove sta Elena, lì, non c’è più spazio. Ci sono già Matilde, Anna Maria, Erri e Antonio. Potresti dirmi che Antonio non c’entra niente ma sai, dopo la cosa del film… comunque se guardi bene sta un po’ al limite, sul confine, non troppo lontano da Gioconda, Isabel e Ernesto.» Un trio non del tutto ben assortito, ma aveva un suo perché.
Rimase in silenzio qualche secondo che sembrò effettivamente durare un’eternità, poi aggiunse «Lì un po’ di spazio c’è, però lo sai anche tu che lì ci stanno quelli… come dire…»
Brutti? Noiosi? Ripetitivi? Banali? Non c’era modo di uscirsene in modo politicamente corretto.
«Non mi sembra giusto farti finire proprio lì, non te lo meriti. Né mi riterrai così abietta da sistemarti da qualche parte solo per il colore della tua… dai, non farmele neanche dire queste cose, non si giudica un libro dalla copertina. Il resto è tutto pieno, lo vedi benissimo. Magari con un po’ di sacrificio potresti anche stare lì, dove sta Amélie, ma la conosciamo bene entrambi, è un tipino un po’ particolare, non credo che avreste niente da dirvi.»
Fece spazio delicatamente con la mano sinistra e rispose il libro tra altri due, lasciandolo con un buffetto sul dorso.
«E comunque non è mai definitivo, lo sai.»


Ci hai mai ripensato?

Ai tavoli anche i più timidi che non hanno voglia di ballare battono i piedi ritmicamente. Irresistibile.
Piano, basso, batteria – non riconosco tutti gli strumenti, c’è anche quella specie di violino ma molto grande. Contrabbasso? Violoncello? Non ricordo, forse semplicemente non lo so.
Si avvicina con quel sorriso che un po’ sa di sfida e un po’ sembra dire – lo so che lo vuoi.
Mi porge la mano divertito e io non so dirgli di no.
Dondoliamo un po’, mi fa girare e io barcollo, mi appoggio alla sua spalla.
Ci hai mai ripensato? – Mi dice, e io la sento bene la sua mano che mi stringe in vita, il pollice che si muove appena sfiorandomi un fianco.
[La sua mano, la sua bocca, quei pomeriggi rubati, rubati i baci, contro la parete e sulla scrivania e la voglia e il nascondersi, il mio imbarazzo, la sua sicurezza, qualche volta la mia sfrontatezza, ma più la sua. E ancora sfiorarsi di nascosto, attento ho sentito un rumore, tranquilla non c’è nessuno, trattieni il fiato, spegni la luce, e le sue mani, le sue mani, le sue mani, le stesse che ora sono sul mio fianco, che però ora è vestito e ora non siamo soli e sembra passata una vita. E la sua bocca, la sua bocca, la sua bocca che mi sorride e mi chiede se ci ho mai ripensato, ma certo che ci ho pensato, i primi mesi tutti i giorni, e poi di meno, e ora quasi mai, ma già lo so che da stasera nel letto ci penserò di nuovo e un po’ lo odio e un poco no.]
Ci hai mai ripensato? – Mi dice.
Qualche volta – Mento, e io la sento bene la sua mano che mi stringe in vita, il pollice che si muove appena sfiorandomi un fianco.
Il ritmo rallenta e io poggio appena le mie labbra sul suo viso, ruvido di barba come allora.
Ancora auguri – aggiungo e per una volta mi allontano io.
Ci ripenso solo un attimo per chiedere: l’hai scelta tu la musica, vero? – Accenna un sì sorridendo. Lo sapevo.

[Io ritorno al mio posto, lui ritorna al suo, vicino alla sposa, tavolo centrale, poi parte un lento. Questa canzone l’ha scelta lei, ne sono certa.]

Di coperte belle ai balconi e rami di ulivo (è primavera)

La domenica delle palme era per me primavera.
Sceglievo sempre un vestito bello, possibilmente a fiori, da indossare durante la processione in paese. Non era poi fondamentale che la primavera fosse arrivata davvero: a volte pioveva ma io la pioggia, quel giorno, la ignoravo.
Ricordo l’odore di incenso e i rami di ulivo – mi piaceva staccare dei pezzetti di corteccia e trovare il legno fresco sotto, di un pallido verde. Ricordo la melodia intonata dal parroco anziano – I fanciulli degli Ebrei agitavano i rami.
Ai balconi, coperte e lenzuola belle, per le strade un gran vociare. E mi piaceva poi in chiesa la lettura quella lunga, con tutte le parti recitate, e si nominava anche un asinello (probabilmente un asino e basta, asinello lo ricorda la bimba di allora). Per me la primavera comincia così.


Solo Rossella

Qualcosa non aveva funzionato, evidentemente, ma per lei era stato un vantaggio.
Non le sembrava possibile che nessuno, dal momento in cui si era presentata per il colloquio di lavoro senza aver inviato neanche un curriculum, le avesse chiesto un documento di identità.
Poi c’era stato il colpo di fortuna: l’impiegata che doveva formalizzare il contratto e mettere a posto tutta la parte burocratica era forse l’unica persona in città a non riconoscere il suo cognome. O magari aveva solo pensato a un caso di omonimia. Non poteva mica essere che una persona con quel cognome potesse cercare lavoro in quella azienda senza che nessuno sapesse niente. Li avrebbero avvertiti. Quanto meno, lo avrebbero detto a quelli delle risorse umane.
Un po’, si diceva, era stata brava anche lei a mantenere un basso profilo.
Abiti dai colori neutri che non attirassero l’attenzione.
Mani curate ma niente smalto.
Si era truccata – perché le dava sicurezza farlo – ma aveva passato quasi venti minuti a per un effetto che la ragazza del tutorial chiamava no-makeup makeup. Venti minuti buttati, potrebbe pensare qualcuno. Venti minuti per dedicarsi a se stessa, aveva pensato lei.
Non aveva l’aspetto con cui magari l’avevano vista in giro altre volte. Non aveva l’aspetto che si aspettavano da lei.
Finora era riuscita a presentarsi sempre come Rossella. Solo Rossella, cognome e nome.
Non poteva durare per molto: avrebbe dovuto firmare qualcosa, qualcuno avrebbe visto il suo cognome in qualche elenco del personale, ma per ora continuava a farsi chiamare così: Solo Rossella.
Cercò la sua scrivania, una tra le dodici anonime che erano presenti nell’open space e si sedette al suo posto.
Almeno, avrebbe potuto dire che fin lì lei, Solo Rossella, c’era arrivata da sola.

Non sono una scrittrice, figuriamoci uno scrittore

Ho creato una pagina Facebook per condividere quello che scrivo. Condividere con chi, ancora non lo so di preciso – perché immagino che se non si dice a nessuno che si ha un blog, difficilmente qualcuno ci capiti sopra per caso.
Comunque dicevo, ho creato questa pagina e Facebook mi ha chiesto di definire un ambito.
Eh.
Avevo visto su qualche altra pagina “blog personale” e speravo di cavarmela così, abbastanza accurato ma anche abbastanza vago da essere vero. E invece no, questa dicitura non c’è più o c’è e non riesco a trovarla, non lo so.
Mi propone altro, per esempio “Servizio di scrittura”, ma così sembra che io lo faccio per lavoro, che qualcuno mi chieda di scrivere e io lo faccia (magari anche dietro compenso) e invece no, nessuno mi ha chiesto di scrivere – figuriamoci – è che avevo dei pensieri che volevo mettere da qualche parte e ho deciso di metterli qui.
Poi è ovvio, mi fa piacere se qualcuno li leggi, altrimenti compravo un bel diario segreto, ma non mi aspetto che qualcuno li legga davvero, figuriamoci se penso che possa essere un servizio che offro.
Mi propone poi “autore” e “scrittore”. Ora, davvero era difficile inserire anche “autrice” e “scrittrice”?
Io non mi sento un’autrice o una scrittrice, penso però che se questa è l’opzione che si avvicina di più a quello che vorrei fare con questo blog, allora vorrei un’opzione al femminile.
E se poi mi si potesse aggiungere l’opzione “divagatrice”, preferirei. Non esiste, ma sarebbe più accurata.

[Sarebbe poi forse bello scrivere su richiesta, ma non tipo pubblicità o articoli, qualcosa di più romantico tipo lettere d’amore o d’amicizia, inventare favole, tipo arriva qualcuno che mi chiede: inventi una favola per mia figlia? Ci deve essere dentro una pattinatrice e un arcobaleno, e io la scrivo e gliela do. Sarebbe un bel lavoro, ma come al solito divago.]

Parole d’amore (o amor di parole)

Sono sempre un po’ combattuta quando qualcuno mi dice – sono solo parole.
Perché sì, probabilmente i fatti sono più importanti. Se dovessi scegliere tra un uomo che dice di amarmi e uno che me lo dimostra, sceglierei la seconda. Il punto è che però io vorrei non dover scegliere. Non vorrei dover scegliere.*
Le parole trasmettono l’odio, ma anche l’amore.
Non creano la realtà, ma la descrivono: non può valere lo stesso per i sentimenti?
Possono non essere sincere, ma è un problema delle parole o di chi le usa malamente?
La cura nella scelta delle parole (da dire e da non dire) può essere un atto d’amore.

*Qui c’è probabilmente una diversa sfumatura di significato, che cambia a seconda della posizione del “non”, ma non riesco a definirla, solo a malapena a coglierla.

Ho scritto queste parole dopo aver letto un post sulla pagina Facebook Sehnsucht. Lei poi parlava di altro io, come al solito, ho divagato. Potete trovare il suo post qui.

Tango metropolitano

Un abbraccio stretto, la mano di lui sulla schiena, quella di lei gli circondava il collo.
Un passo avanti, due indietro, uno avanti, uno ancora avanti: passi stretti e veloci, come a inseguir qualcosa, seguivano un ritmo insolito che era solo loro. Una scossa improvvisa, l’inciampo di lei ma quasi – quasi – diresti che è parte della coreografia. Lui sorride, lei ricambia, le labbra per un istante si sfiorano.
Qualche sguardo si posa su di loro, qualche sguardo si volge altrove, con discrezione non richiesta. Il treno si ferma, l’abbraccio si scioglie, è la loro fermata.
Sembrava una danza quel sostenersi a vicenda.