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lunedì 20 febbraio 2023

Anno nuovo, nuove sfide


Come preannunciato nell'ultimo post, dal primo del mese svolgo un nuovo lavoro.

Si tratta, in particolare, di una posizione che dovrebbe darmi una relativa tranquillità, almeno per i prossimi tre anni. Poi si vedrà.

Per essere assunto ho partecipato a un concorso che ha richiesto - giorno più giorno meno - una quindicina di giorni di preparazione. E devo dire che, considerando le mansioni, l'orario di lavoro, la durata del contratto e la retribuzione, ne è valsa assolutamente la pena.

Si è trattato, però, di un "Piano B": di quindici giorni di studio che hanno intervallato, in realtà, la preparazione per un altro concorso (che chiameremo, in maniera originale, "Piano A"), non solo di maggiore portata, ma - ciò che più conta - per un lavoro che potrebbe piacermi di più e che trovo per me più congeniale.

Per il Piano A ho investito tempo, denaro ed energie: ho studiato nei ritagli di tempo dal lavoro nello Studio legale (prima) e a tempo pieno, mattina e sera, in biblioteca (dopo aver interrotto la collaborazione con lo Studio). Mi sono iscritto a un corso di preparazione, le cui lezioni spesso e volentieri erano nel fine settimana (si trattava di un corso rivolto anche a studenti già lavoratori).

La settimana scorsa si è tenuta la prima prova di questo concorso, dal cui esito dipendeva l'accesso alle prove successive. Purtroppo non è andata bene, anche se si è trattato veramente di pochi punti di differenza tra me e coloro che ce l'hanno fatta. Il risultato, però, quello è rimasto: non ammesso.

Appena ho saputo il risultato - inutile dirlo - ho passato i primi cinque minuti a maledirmi per tutte le volte in cui ho avuto l'occasione di studiare e non l'ho colta, perché mi sono sentito stanco, triste o semplicemente pigro. A quelle due domande che mi avrebbero potuto far guadagnare punti in più per passare questo primo step.

Subito dopo, però, ho realizzato che non tutto era perduto. Anzi, a ben vedere: niente era perduto. Si tratta di uno studio che mi porterò appresso e reinvestirò nei concorsi successivi che si svolgeranno, come si del resto si è svolto (e anche rapidamente!) il concorso che ho di recente vinto. E che ora come ora, rimproverarmi è assolutamente inutile, soprattutto alla luce di tutto ciò che è successo negli ultimi mesi.

Si tratta, né più né meno, di esperienza che non potrà che farmi bene ed essermi di insegnamento, in vista delle nuove sfide che - quest'anno o in quelli venturi - affronterò.

Concorsisti, state all'erta:

la partita si è appena aperta.


Apertamente

Er Matassa

martedì 31 gennaio 2023

Wind of change, parte II


Caspita!
Caspita, ripeto. Il mio ultimo post qui sopra risale addirittura all'anno scorso, precisamente al momento in cui, acquisita consapevolezza di star cercando qualcosa di più nel lavoro e nella vita in generale, ho fatto i bagagli e me ne sono andato dallo Studio legale ove collaboravo da ormai quasi due anni.
Il tempo passa davvero in fretta, più e più volte mi ero ripromesso di scrivere qualcosa, eppure... Ma andiamo con ordine.

In questo periodo di pausa, diciamo così, dal lavoro, mi sono rimesso a studiare. Ho dedicato il mio tempo allo studio, ma anche ad altre cose altrettanto importanti. Il rapporto con Eureka - la mia ragazza -, ad esempio, che ne è uscito rinforzato e rinvigorito, così come quello con amici che ho ricominciato a frequentare e che nella frenesia lavorativa vedevo sempre più in fretta o di sfuggita. E tempo da dedicare a me stesso, per ascoltarmi e capire quello che mi piace fare, vedere, sentire, assaggiare, ora che finalmente sto imparando a farlo.

Poi ci sono state le prove concorsuali di diversi concorsi. Sono ancora in attesa dell'esito di alcune e altre ne dovrò ancora sostenere. Intanto, però, qualcosa si muove: ho vinto (inaspettatamente!) un concorso e domani, per la prima volta, indosserò - diciamo così - delle nuove vesti, diverse da quelle in cui finora - a volte quasi come su un nastro trasportatore - mi sono ritrovato. Certo, non è proprio quello a cui puntavo, ma è un primo passo e sono molto motivato e curioso di vedere quello che mi capiterà davanti.

Devo molto a Eureka, ma soprattutto ai miei genitori, per avermi sostenuto e motivato anche quando, ormai più di tre mesi fa, ho deciso di cambiare strada e l'ho comunicato loro. Soprattutto papà, che è stato molto, molto contento del fatto di mettermi in discussione e di cercare qualcosa che mi desse veramente soddisfazione.

Papà se n'è andato dal mondo che conosciamo alla fine dello scorso anno, inaspettatamente, improvvisamente, drammaticamente. Così, all'improvviso, un male incurabile se l'è portato via, senza chiedere permesso e senza alcun tipo di preavviso. Papà, che - per vicissitudini varie - non vedevo di persona da diverso tempo, ma che mi chiamava - puntuale - ogni giorno, per sapere come andassero le cose. 

La mancanza di un contatto reale (e non virtuale), e quotidiano con lui mi impediva ormai da tempo di scendere a un livello di intimità quale quello che - penso - dovrebbe connotare ciascun rapporto padre-figlio. Nel suo essere estroverso, papà celava in realtà una sua profondissima timidezza, frutto di un'infanzia infelice e problematica che si era lasciato alle spalle.

Era difficile, quindi, capire se e quando papà fosse realmente felice o triste rispetto a un evento o che gli raccontavo, perché condiva tutto con una giovialità contagiosa. Quando avevo deciso di cambiare lavoro e di mettermi a studiare, però, la voce a tratti rotta dalla commozione mi aveva fatto intendere che fosse davvero felice. E felice - nei termini in cui si può esserlo quando accadono cose del genere - lo sono anch'io, per il fatto che papà abbia fatto in tempo ad assistere a questo cambiamento.

Er Matassa


mercoledì 19 ottobre 2022

Prima di andarmene


 È tutto pronto, adesso.

Sulla mia scrivania di Studio, fino a un paio di giorni fa, campeggiavano aspiranti grattacieli di carte e scartoffie relative a pratiche accumulate in questi due anni di lavoro qui.

Altrettanti grattacieli (ne ho contati almeno un paio) erano stipati nell'armadio nella mia stanza, nascosti dalle ante e al riparo da sguardi indiscreti, affinché non fosse ulteriormente aggravato il turbamento già causato dalle carte presenti sul tavolo.

Il desktop del computer era un coacervo di icone, programmi e documenti scaricati e automaticamente salvati, alcuni - azzarderei a dire - forse anche mai aperti. La cronologia dei download risaliva alla prima volta in cui ho messo piede nella stanza dove ora mi trovo, meno di un anno fa. Evento che, a sua volta, aveva luogo a più di un anno di distanza dall'ingresso, per la prima volta, in questo Studio: prima ero precariamente presente in sala riunioni, sino a quando non si è deciso di liberare una stanza di alcune futilità ivi presenti (sulle quali forse mi soffermerò un'altra volta).

In due giorni ho fatto del mio meglio per "fare pulizia": in disparte le operazioni di cleaning informatico, relativamente agevoli (almeno fisicamente parlando), posso affermare con una certa disillusione di aver trascorso l'ultima giornata e mezza a strappare e triturare fogli e appunti in vista della mia imminente dipartita. Il che mi ha spinto a riflettere anzitutto sul fatto che, d'ora in poi, prima di stampare qualcosa ci penserò due volte (foreste tutte del mondo, sono in debito con voi); in secondo luogo, che i tentativi di Eureka di civilizzarmi regalandomi libri di Marie Kondo sono stati in buona parte fallimentari.

Certo, alla fine ho scoperto che il mio successore, con ogni probabilità, sarà qui già da domattina. E dunque era a maggior ragione necessario provvedere a lasciar tutto in ordine per un passaggio di consegne decente. La risistemazione però era qualcosa che avevo già in mente a prescindere. Quasi a voler suggellare il fatto di aver finalmente deciso di imboccare un'altra strada.

Mentre strappavo appunti, sentenze e atti giudiziari (il cui pulviscolo mi accompagnerà finché non tornerò a casa a farmi una doccia) pensavo all'ultima volta che me ne sono andato: ossia a quando ho lasciato il primo Studio, nel quale ho iniziato la pratica e poi proseguito la professione. A differenza di adesso, quella volta la decisione di andarmene non l'avevo presa io, ma mi era stata imposta dal titolare dello Studio.

Certo, non mi era stata data una deadline precisa. Certo, la notizia mi era stata comunicata anche con una certa delicatezza. Tuttavia, l'approssimarsi di un'altra scadenza concomitante mi aveva costretto a fare i bagagli in fretta e furia. E a lasciare incomplete molte cose, vuoi gli affari correnti di cui mi ero occupato, vuoi gli "averi" (atti, documenti, strumenti di cancelleria) che sono riuscito a recuperare solo molto tempo dopo. Un'incompletezza tangibile, probabilmente anche specchio di quella interiore.

Stavolta volevo fare qualcosa di diametralmente opposto. Sì, reso anche più facile dal fatto di esser stato in quest'altro Studio per meno tempo rispetto al primo; ma non per questo scontato. Di lasciare tutto in ordine, proprio come in ordine - Marie Kondo permettendo - penso di star rimettendo la mia vita, dando priorità alle cose che per me contano davvero e a quelle che mi voglio impegnare a ottenere.

Sono pronto, adesso.

 

Prontamente

Er Matassa

mercoledì 12 ottobre 2022

Uscire dal nastro trasportatore

 

Sin dai tempi del liceo ho un carissimo amico: uno di quelli che ti dice le cose in faccia, senza troppi complimenti, soprattutto se gli stai a cuore. Dotato sia di guanti di velluto, sia di parole che sanno essere ben sferzanti e graffianti, riesce sempre ad arrivare dritto al punto.

"A volte mi sembra che tu stia come su un nastro trasportatore, di quelli che vedi negli aeroporti, per le valigie. Che ti portano dove vogliono loro e tu non fai che assecondarli".

Il mio amico, prima di me, era arrivato a capire e a comprendere ciò che cercavo. Anzi, meglio: ciò che in realtà non stavo affatto cercando.

In principio era l'Università, l'Erasmus, la laurea, lo stage post lauream. Fin lì tutto ok. Poi, per quelle coincidenze che nella vita accadono una volta su mille, il praticantato in uno studio prestigioso, conosciuto tramite una collega e amica universitaria. Di lì il dottorato e di nuovo l'Università. Inizialmente ero davvero entusiasta, del tutto proiettato in una vita che mi era capitata tra le mani e che forse nemmeno ero consapevole di aver scelto: mi smazzavo da una parte all'altra, sempre guardando al mio boss (anzi: ai miei due boss, ciascuno per il proprio ambito, professionale e accademico) come a esempi da cui trarre insegnamenti per prendere sia il meglio, sia il peggio. E questo ok, è un bene. Purtroppo, però - e soprattutto - non mi ero mai chiesto se davvero volessi tutto ciò.

Di lì la (perenne) insoddisfazione, il senso di noia e di incompletezza, la procrastinazione, la distrazione, il mio non darmi ascolto. "Faccio questo e quest'altro. Nella vita voglio, anzi devo, essere questo e quest'altro", ripetevo a me stesso quasi obbligandomi e senza fare i conti con le mie inclinazioni e predisposizioni.

C'è un detto spagnolo che capita a fagiolo (tiè, pure la rima): "El hombre propone y Dios dispone". In breve significa che tu puoi farti tutti i progetti di vita che vuoi, ma poi è la vita che sceglie per te. Dove la vita non sono gli altri, non è il caso e non è nemmeno il Padreterno. O meglio, non sono solo loro.

La vita sei anche e soprattutto tu, anche quando non ti sei mai fatto domande, quando continui a sentirti inadeguato e quando ti chiedi il perché di tale sensazione. Quando continui a forzarti e a obbligarti a percorrere certi cammini, ma senza ascoltarti, senza capirti. Senza vedere veramente quello che ti piace e - soprattutto - senza cercarlo.

Poi arriva il Covid, la quarantena, i litigi a casa tra i miei e con i miei, la perdita dell'animale domestico che era ormai quasi un fratello, il fatto di dover lasciare il posto di lavoro e il dover rispettare scadenze e portare a termine adempimenti che iniziavo a sentire sempre più pesanti. Su consiglio di amici e di Eureka - la mia ragazza - decido di iniziare psicoterapia.

La psicoterapia è stata una delle cose migliori che potessi fare in questi ultimi due anni. Mi ha portato a dubitare di tutto ciò che davo per scontato e a dare importanza a fatti, relazioni, sensazioni e pensieri che prima ritenevo futili o insignificanti. Mi ha aiutato a darmi fiducia e a sostenermi nei momenti più difficili, a capire cosa mi faceva star bene e cosa no. Ma soprattutto, mi ha fatto capire che la cosa più importante che uno possa fare è ascoltarsi. Dar retta a sensazioni. Decidere - certo - non solo di pancia, ma anche di pancia e non solo con la testa. 

Non saprei dire come sono arrivato a questo punto. Il fatto è che una volta che impari ad ascoltarti arrivi lontano, anche dove non avresti mai pensato di arrivare. Dicono che non sai dove ti porterà la psicoterapia. È vero. Magari riaffronti problemi e sollevi situazioni scomode, riporti alla luce cose che avevi lasciato sotto il tappeto. Dubiti di cose delle quali mai avresti voluto dubitare.

L'imparare a sostenerti, d'altra parte, ti dà il coraggio di prendere decisioni scomode, ma che senti che possano far veramente bene. Impari a fidarti delle tue emozioni e sensazioni. Impari l'autenticità di certi sentimenti e la finzione, o la sufficienza, di altri. Impari a non accontentarti di situazioni "di comodo", nelle quali sul momento stai bene, ma sai, senti che non è quello che vuoi per te nel lungo periodo.

E allora ti dici: "Non sono più tanto giovane, ma nemmeno tanto vecchio ancora". Inizi a pensare in grande come mai hai pensato sinora, costretto in quel nastro trasportatore che la vita ti ha costruito. Ora, però, capisci che su quel nastro non sei condannato a restare. Del resto, chi lo ha detto che bisogna restare dove la vita ci ha portato? Chi ti impedisce di prendere un'altra strada?

Un distinguo, forse, è opportuno. Non rimpiango e non rinnego tutto quello che ho fatto sinora. Il nastro trasportatore, per rimanere in metafora, è servito a farmi crescere e ad acquisire esperienze, a stringere amicizie, a maturare. Tutto quanto della mia vita, fino a questo momento, mi è servito. Ora, però, è il momento che prenda io il timone. È il momento che sia io a scegliere e non lo faccia qualcun altro per me.

Così ho fatto qualcosa che solo un paio di anni fa non avrei mai pensato di poter fare. Qualcosa di molto incerto e molto scomodo, rischioso e sconveniente.

Sono uscito dal nastro trasportatore.

La settimana scorsa ho detto a Studio che me ne sarei andato alla fine di questo mese. E così sarà, alla ricerca di qualcosa che mi piaccia di più e per/dalla quale io mi senta più portato, appagato, ristorato, intrigato.

Mi sto preparando a qualcosa di più grande, di più bello, che sento possa fare per me. E chissà: magari andrà male o magari, una volta visto l'andazzo, tornerò a fare quello che facevo prima. Ma potrò dire di averlo scelto, allora, e di essermi messo alla prova in qualcos'altro, senza vivere una vita di rimpianti.

E sono felice.

 

Er Matassa

 

martedì 6 settembre 2022

Rimembranze di agosto e consapevolezze di settembre

Michelangelo, Lo Schiavo detto "Atlante"

È un bel po' che non scrivo nulla qua sopra. Più passa il tempo, poi, più è difficile riannodare le fila del discorso (meglio: dei tremila discorsi) lasciati in sospeso prima dell'estate. E diventa anche più difficile scrivere con una certa scioltezza, accidenti! Mi sono quindi detto: buttiamoci, scriviamo qualcosa anche se non abbiamo le idee ben chiare, ché sennò aspettare è solo peggio...

In un certo senso, è con lo stesso spirito che sto maturando di prendere una particolare decisione lavorativa: lo spirito, diciamo così, del "se non ora, quando?" di oraziana memoria. Penso però che ne parlerò più avanti in un altro post, magari provando a scrivere con maggior tranquillità. 

A proposito di tranquillità e di tempo trascorso, l'altro giorno ragionavamo con Eureka sul fatto che, da quando io e lei stiamo insieme, erano due anni che non riuscivamo a farci delle vacanze degne di questo nome. 

Ok, tralasciamo l'anno in cui - a causa della prova orale di un importante esame di abilitazione che avrei dovuto sostenere - ci siamo concessi, in totale, solo cinque giorni di mare. L'anno successivo, poi, è stato ancora più tosto, perché una deadline importante mi ha portato a trascorrere davanti al PC tutta l'estate (sempre per colpa mia e della mie scarse capacità organizzative, ahimè). E l'anno dopo ancora, vacanze praticamente ridotte a zero a causa dell'imminente trasloco!

A proposito di trasloco, la fatica era stata, ovviamente, ampiamente compensata dalla gioia di andare a convivere. Alla fine ce l'avevamo fatta: avevamo una casa tutta nostra (intendo in affitto, ça va sans dire...!) e giusto una settimana fa abbiamo festeggiato un anno di convivenza. Soprattutto nel corso di quest'anno, poi, ho capito quanto faccia bene ritagliarsi del tempo per sé, da dedicare alla celebrazione delle cose importanti (incluse le relative ricorrenze).

Tornando alle vacanze, dicevamo, siamo riusciti a ritagliarci qualche giorno in una località di mare molisana che - benché non troppo conosciuta - ci è piaciuta moltissimo. Non escludo, quindi, che ci ritorneremo in futuro. A questo periodo di mare ne è seguito un altro di villeggiatura toscana, tra casa dei miei e visite ad amici. Ebbene: se si eccettua un giorno di maltempo e un altro giorno in cui Eureka è stata preda di un terribile mal di pancia, tutto è andato a gonfie vele, anche nei rapporti con i miei e i suoi genitori (cosa peraltro tutt'altro che scontata, visti alcuni trascorsi turbolenti).

Qualche amico mi ha detto che erano diversi anni che non mi vedeva così abbronzato. "Andiamo bene allora", ho subito pensato, "ora stiamo a posto per altri x anni, chissà che altro accadrà di qui in avanti!".

Forse è necessario un chiarimento. Ho diverse cose in mente, ora, per il mio futuro, alle quali non avevo mai pensato. Anche se il cosa e soprattutto il quando sono ancora un po' incerti, vedo finalmente una direzione da seguire e un progetto che prende forma.

Progettualmente

Er Matassa

giovedì 14 luglio 2022

Festina lente

Festina lente.

Ossia, in latino, affrettati lentamente.

Sembra un ossimoro, ma in realtà rispecchia molto lo stato in cui mi sento da un po' di tempo e quello che sto facendo. Tutto, apparentemente, impercettibilmente, è immobile. Ma io sento di starmi muovendo in un'altra direzione, diversa da tutte quelle prese sinora.

Mi sono stufato di aspettare. Occorre - lentamente, ma inesorabilmente, muoversi, insieme a un pizzico di forza di volontà. E crederci.

EM





giovedì 12 maggio 2022

Lasciar andare

Esattamente una settimana fa ho mancato un appuntamento al quale mi avrebbe fatto molto piacere partecipare.
Si trattava di salutare una persona che negli ultimi anni ha ricoperto un posto importante nella mia vita, soprattutto (ma non solo) professionale.
Non sono riuscito ad andare, a causa di circostanze lavorative e impegni domestici che - guarda caso - si sono accavallati proprio nello stesso giorno.
Epperò, il senso di dispiacere per esser stato assente, quel giorno, è stato così forte che - lo giuro - non sono riuscito a concentrarmi su nient'altro.

Arriviamo allora a oggi pomeriggio, quando ho visto Amazzone (qualche aficionado del blog ricorderà che si tratta della mia psicoterapista) e le ho raccontato di questo fardello che mi portavo dietro da circa una settimana e del quale non riuscivo a liberarmi.
Con il suo aiuto, ho provato a immaginare quella persona seduta lì di fronte a me, nella stessa stanza, e a dirle tutto quello che avrei voluto nel corso di questi anni - anche dopo che ci siamo persi di vista, per dir così - e non sono riuscito a fare.

Pensavo che sarebbe stato un esercizio inutile e invece sono riuscito a esprimere e a buttare fuori ciò che tenevo riposto neanche io so dove. Ad azzeccare, una dopo l'altra, tutte le parole che avrei voluto dire, a prevenire le obiezioni che mi sarebbero state fatte, a uscirne forse un po' triste, ma soprattutto alleggerito (nell'immediato) e consapevole (dopo, a mente più fredda).
E sono riuscito a lasciar andare - oltre alla persona - anche le parole non dette, le recriminazioni a lungo serbate, le spiegazioni mai ricevute, le gratificazioni mai avute, la pazienza che non c'è stata.
Ora ciascuno libero per la sua strada, nel ricordo affettuoso, ma che non sarà più un macigno.

Macignatamente,

EM



giovedì 21 aprile 2022

Lo scopriremo solo vivendo: tre domande e una (sola) risposta

Il titolo di questo post è una risposta, per dir così, bonne à tout faire, capace di rispondere a diverse domande. Diciamo tre, per il momento.
 
1. La prima che mi viene in mente è: quand'è che avrò il tanto agognato aumento di stipendio?
Il capo mi ha detto che quest'anno sarà "un anno importante" per valutare la cosa. Come ho già scritto in passato, è una risposta che dice tutto e non dice nulla. Dice tutto, perché mi fa stare comunque col fiato sospeso, aspettando neanch'io so bene che cosa. Non dice nulla, perché non è dato al popolino sapere se quest'aumento ci sarà, a quanto ammonterà, e quando mai ciò accadrà. Della serie: poi vediamo, non ti preoccupare, aspetta e spera, Enrico stai sereno e giù di lì. Poi, però, si è visto che fine ha fatto Enrico...

2. Parlando di aspetta e spera, veniamo dunque alla seconda domanda: quando si terranno i concorsi pubblici ai quali Er Matassa, medio tempore e senza saper né leggere e né scrivere, si è iscritto?
Già, perché Er Matassa si è deciso a giungere a più miti consigli, alla luce delle risultanze di cui sopra e del fatto che magari gli piacerebbe costruire una famiglia con Eureka, andare a vivere in una casa tutta sua e del fatto che Roberto Carlino sarebbe senz'altro felice di tale proposito ("non vende sogni, ma solide realtà"). Tristemente, ma non meno consapevolmente, sta dunque disertando lentamente l'altro "binario" che avrebbe avuto piacere di coltivare, ossia quello della carriera universitaria, perché alla fine si è convinto che va bene percorrerlo per la gloria e, comunque, se sei disposto a investire tante, tante risorse sino a quarant'anni, per poi forse (e dico forse) riuscire a strutturarsi da qualche parte, a qualche ordinario piacendo. Parallelamente, Matassa sta iniziando a percorrere il binario dei concorsi pubblici: si è dunque iscritto a qualcuno di essi, le cui prove, però, al momento o non sono proprio in programma, oppure sono state rinviate. Di qui si ritorna alla domanda (e alla risposta) iniziale.

3. Veniamo ora alla terza e ultima domanda. La quale, se di certo è meno impegnativa delle prime due, di certo non è meno priva di un certo margine di rischio. Dopo aver trascorso le ultime settimane in quarantena a causa della positività di Er Matassa, questi ed Eureka hanno deciso di trascorrere il weekend lungo villeggiando da qualche parte. Eureka - le cui ricerche di un sito hanno dato esito negativo - ha dunque dato mandato a Matassa di trovare una stanza decente in un agriturismo decente in un paesino decente. Va da sé che alle plurime richieste di decenza e ai connessi odori di diludendo si somma l'inesperienza di Matassa nel compiere operazioni del genere. Così, quando nel corso di una ricerca su una nota piattaforma di ricerca di strutture ricettive ne è comparsa una in una località papabile, con foto stupende, recensioni molto positive e offerte dell'ultimo minuto, Matassa si è sentito un po' come un aspirante massone chiamato a compiere il famoso salto nel vuoto per entrare a far parte della confraternita. Anche alla domanda la stanza superfigherrima nel posto turbospaziale nel borgo stratosferico (Diego Fusaro scansate) che ho prenotato per il weekend sarà veramente quella in foto o ci hanno rifilato qualche sòla?, pertanto, la risposta non potrà che consistere nel titolo di questo post, a cui però, in caso di esito negativo (e sicuramente in misura maggiore rispetto agli altri quesiti), saranno legati il tentato omicidio da parte Eureka e la fuga di Matassa per la sopravvivenza.

Sopravviventemente

Er Matassa

P.S. Er Matassa sente il bisogno di ringraziare pubblicamente l'Autore della risposta in questione (suscettibile, si diceva ironicamente, di plurime applicazioni), anche al fine - questo niente affatto ironico - di onorarne la memoria.


mercoledì 20 ottobre 2021

Come la voce che ti insegue mentre leggi

Sono due giorni che Eureka torna a casa sull'orlo delle lacrime. Ieri, infine, è esplosa.

Troppo stress a lavoro, mi dice. Datori di lavoro che - ignari delle leggi della ..."fisica" (in senso lato) - la sommergono di compiti, senza però concederle abbastanza tempo per portarli a termine.

Lei, come me, è una perfezionista, e la vita dei perfezionisti è difficile. Niente è mai finito, tutto è perfettibile. Io provo a consolarla: a volte ci riesco, a volte no.

Lei lo sa benissimo, ma non le dico mai che anche io ho le mie scadenze e che queste, lentamente, mi stanno subissando. Il dividermi fra due mestieri (uno ahimè economicamente "imposto", l'altro agognato), del resto, non poteva portarmi altrove. "Almeno a te nel tempo di lavoro non ti chiedono di fare cose collaterali". Già, magari non sono le stesse persone a chiedermelo, ma altre, e nessuno capisce quanto ci voglia a fare tutto quanto. Certo, in questo guaio mi ci sono messo io: ma questo è un'altra storia...

Penso a tutto questo e mi ritrovo inevitabilmente a riflettere sul perfezionismo, sulla procrastinazione, sulle distrazioni. Tutte cose tra loro collegate, mi ha detto la mia psicoterapeuta Amazzone, la quale purtroppo non riesco più a incontrare da due settimane, vuoi per un sopravvenuto impegno di lavoro, vuoi per le dimissioni senza preavviso cortesemente rassegnate dal mio cellulare, che usavo normalmente come router wifi (ora, fortunatamente, me lo hanno riparato).


Spesso penso al perfezionismo come una rete, dalla quale vorrei fuggire senza riuscirci. Irretito è la parola giusta: mentre scrivo o faccio qualcosa mi sento sempre irretito. Mi viene in mente la voce interiore che ti insegue mentre leggi un libro, un giornale o qualsiasi altra cosa: tu leggi e, dentro di te, hai l'impressione di star perdendo qualcosa, di non afferrare tutto quello che c'è scritto, e vorresti sempre tornare indietro, all'inizio del capoverso, del paragrafo, del capitolo per vedere se effettivamente ti sei perso qualcosa. Sto cercando di non darle ascolto mentre leggo e forse ci sto riuscendo: "mi son perso qualcosa? Pazienza, vorrà dire che non era importante". 

Non dar retta alla stessa voce che ti insegue quando scrivi, anziché quando leggi, è invece molto più difficile. "Questo paragrafo avrei potuto scriverlo meglio?"; "quest'espressione qui sta bene?"; "avrei dovuto leggere anche quell'altro articolo?"; "ho già riletto tutto?". Sono solo alcune delle domande che mi faccio incessantemente mentre scrivo un atto, un parere, un articolo, una relazione o anche solo banalmente una mail o un sms. Poi ti chiedi perché sei incessantemente indietro rispetto alla vita (lavorativa e non solo).

Spero solo di riuscire a tenere botta e a uscirne bene. Per non esser trascinato nel baratro dello sconforto e dell'esaurimento. Per dar conforto a me stesso e a Eureka. Per il nostro lavoro e per la nostra convivenza.


Un po' (Di)speratamente

EM


giovedì 26 agosto 2021

Due mondi distinti

In vista della (tanto imminente, quanto meditata) convivenza stanno emergendo i diversi modi in cui Matassa, l'autore di questo spazio virtuale avviluppato, ed Eureka, la sua ragazza, affrontano i medesimi problemi. L'occasione - inutile dirlo - è rappresentata dai preparativi del trasloco.

Da una parte, ad esempio, c'è Eureka che, già all'indomani della sottoscrizione del contratto e a diversi giorni dal trasloco, aveva:

- anticipato le scadenze lavorative per potersi dedicare appieno ai preparativi domestici durante le ferie;

- radunato, lavato e imbustato tutto ciò che era da radunare, lavare e imbustare per poter essere portato nella casa nuova (vestiti, biancheria, cambi di stagione);

- suddiviso il così radunato/lavato/imbustato in sacchetti distinti per area della casa di destinazione (salotto/cucina, bagno, camera da letto; e sì, Matassa sapeva che si trattava pur sempre di un bilocale, ma paradossalmente è stato proprio l'ordine della sistemazione a dettargli interiormente un certo scompiglio...).


Dall'altra parte, poi, c'è Matassa, che a meno di una settimana dal trasloco:

- è rimasto con (non uno, ma) due articoli scientifici da chiudere entro la prima settimana di settembre (nella quale rientrerò anche a lavoro, ndr), i quali, non potendo essere affrontati subitaneamente, di ripiego sono andati a costituire il Leitmotiv mentale e il sottobosco di pensieri che accompagnano Matassa in ogni attività - dalla doccia alla pulizia degli armadi, passando per il montaggio di sedie e mobili di Ikea;

- non ha la più pallida idea né di come stabilire un ordine di priorità delle cose da portare con sé nella casa nuova, né - soprattutto - di dove tali cose siano, ammesso e nient'affatto concesso che la loro individuazione per priorità sia andata a buon fine;

- non rinvenendo le cose in parola e arrivando addirittura a dubitare della loro esistenza su questo mondo, figuriamoci se riesce a lavarsele, stirarsele e organizzarsele con criterio;

- ciononostante (i.e. nonostante i tentativi infruttuosi di riuscire dove nemmeno Indiana Jones potrebbe), la (vana) attività di ricerca (in senso sia scientifico, sia logistico) condotta da Matassa in questi giorni ha conferito alla sua stanza le fattezze di un locale sopravvissuto a una declinazione dell'uragano Henri particolarmente bellicosa, visto lo stato attuale di intollerabile disordine in cui essa versa (per fare un esempio, ancora Matassa non capisce come abbiano fatto i suoi calzini a finire appesi sul lampadario).


Senza infine considerare che - tanto per dire - Matassa è davvero curioso (per non dire molto spaventato) di vedere come questa e le altre differenze tra lui ed Eureka si compenetreranno, una volta iniziata la convivenza.

Ma alla fine pensa che, forse, è proprio questo che andava cercando. E non può che abbozzare un sorriso.


Er Matassa (che stasera, a proposito della convivenza, si sente un po' ibis redibis)




giovedì 22 luglio 2021

"Blocchi" di partenza (in tutti i sensi)

L'altro ieri mi sono svegliato dopo aver fatto un sogno un po' strano.

Mi trovavo nel bel mezzo di una gara di velocità atletica leggera, sulla corta, anzi cortissima distanza: saranno potuti essere 60 o 100 metri piani.


Lasciando correre sulla ferita riaperta già così sul mio trascorso giovanile da velocista e sui relativi infortuni, ricordo distintamente che nel sogno, al grido di "ai vostri posti!" dello starter, vado per posizionarmi sui blocchi di partenza, esattamente come avevo imparato a fare. Misurati e posizionati i blocchi utilizzando i piedi e le dita delle mani per le misure più corte, mi inchino, protendo le mani in avanti e fletto i piedi all'indietro, che si vanno a posizionare saldi sui blocchi. 

"Pronti!".

Sollevo il bacino, concentrato solo sul mio respiro e con lo sguardo fisso sul tartan dal caratteristico colore bordeaux, leggermente sbiadito.

Mi azzardo a vedere con la coda dell'occhio se anche i miei avversari si sono posizionati sui blocchi e... con mio grande stupore, vedo che come me aspettano sì il "Via!", ma... in piedi, come si usava fare prima che regolamentassero i blocchi di partenza e come, talvolta, avviene in certe gare (soprattutto le amichevoli o quelle di importanza più locale che altro).

"Ma come! Non è possib..."

"VIA!"

E fu così che Matassa si stava ancora rendendo conto che era l'unico posizionato sui blocchi di partenza, mentre gli altri atleti amatoriali già gli avevano dato una pista.

A niente gli valsero le proteste, anche sonore, all'esito della gara, sul fatto che il regolamento prevedesse tutt'altro.

Sconsolato, lasciò l'arena con le scarpe chiodate appese al collo, a lacci legati.

Cosa avrà mai voluto dire?


Oniricamente

Er Matassa

martedì 6 luglio 2021

Semafori e ragnatele

Ieri mi sono attardato innanzi un semaforo mentre tornavo a casa da una sessione di karate (che da poco abbiamo salvificamente potuto riprendere in presenza).

Mentre attendevo pazientemente che scattasse il verde, ho visto che la luce rossa emanata dal semaforo era curiosamente filtrata da una coltre di ragnatele nella quale non avrei assolutamente osato mettere la mano.

Scattato il verde, invece, nessuna ragnatela si era materializzata. E così sia per il semaforo che si trovava nel mio senso di marcia, sia per quello opposto (che però ammetto di aver visto solo fugacemente).

Prima di questo episodio avrei pensato l'esatto contrario, ossia che i ragni avrebbero preferito farsi la tana sotto la luce verde, che dovrebbe essere quella più duratura e - dunque - maggiormente propizia di vivande. Evidentemente mi sbagliavo...

Non so se vi sia una correlazione tra la tonalità rossa e il procacciamento di insetti, ma il proliferare di ragnatele solo lì mi ha fatto pensare. 

Quanti semafori verdi si incontrano nel corso della propria vita? Io di rossi ne ho sicuramente incontrati molti di più. Piazzati lì dalla famiglia, dai colleghi di lavoro e - last but not least - da me stesso, aspettando che arrivasse qualcuno o si verificasse chissà che cosa.

Mi sono spesso rimproverato di avere tanti freni, ripensamenti, remore. Senza pensare che spesso, paradossalmente, il semaforo rosso è il miglior via libera che uno può avere, se in mente ha, grosso modo, una direzione (della serie: "tutte le strade portano a Roma"...).

E così, prima di inabissarci in una strada senza uscita, fermarsi al semaforo giusto e prendere un'altra strada è stato salvifico. Così come è salvifico il semaforo rosso per la popolazione aracnide.

Ora, però, sento che sta arrivando il momento in cui occorre dar fondo a tutto quello che uno è capace di spendere, senza paura di aver dato o di aver dato troppo, e percorrere fino in fondo certi itinerari.


Movimentatamente

Er Matassa

sabato 26 giugno 2021

Pensieri di fine giugno sparsi al vento

Non scrivo qui da un mese esatto. E dire che di cose, nel frattempo, ne sono successe...

Non ho molto tempo, fra poco dovrò uscire e sicuramente non riuscirò a riorganizzare le idee e mettere in ordine tutto ciò che è accaduto nel mentre. Provo ad andare, diciamo così, per punti.

Il lavoro con Amazzone, la mia psicoterapeuta, prosegue tra alti e bassi ma - a suo dire - in maniera molto proficua. In effetti sento che qualcosa in me sta cambiando: alcune cose più velocemente, altre assai di meno. Spesso ho la sensazione di ritrovarmi al punto di partenza, ma mi basta riflettere anche solo per un secondo su quello di cui parliamo insieme per capire che non è così.

Dal punto di vista lavorativo procede tutto bene nel nuovo posto (ormai relativamente nuovo, beninteso, visto che sono più o meno quattro mesi che sto lì). Certo, c'è stata qualche sbavatura, ma niente di irrecuperabile. Imparo sempre di più ad accorgermi dei pro e dei contra rispetto al posto in cui mi trovavo prima (alla fine, tirando le somme, è da un po' più di un anno a questa parte che non sto più lì: il tempo fugge proprio!). Imparo anche però a capire quali sono le attività che, nel lavoro, riescono a entusiasmarmi di più. E anche questo penso sia un punto molto importante.

Dal punto di vista accademico, cerco di barcamenarmi come meglio posso. Purtroppo non ero, non sono, né sarò mai, ubiquo: mi spiace dover rinunciare a molte delle cose alle quali potrei prendere parte (altre, a dire il vero, non mi dispiace per niente saltarle, perché sono solo delle gran menate). Sono molto indietro su alcuni lavori che avrei dovuto consegnare tempo addietro e non mi è sufficiente lavorarci nei soli fine settimana, in cui tra l'altro sono gli unici giorni in cui ho la possibilità di stare con la mia ragazza. Cerco di ritagliarmi spazi a lavoro, ma sta diventando sempre più difficile, considerando anche che mi stanno iniziando a dare da fare sempre più cose.

Dal punto di vista sentimentale, con la mia ragazza, Eureka, in generale va molto bene. Anche qui ci sono alti e bassi e momenti di incomprensione, condivisione e solitudine. La difficoltà di vivere in due città diverse e riuscire a vedersi solo nei ritagli di tempo e nei weekend fa sì che parlare a quattr'occhi di cose importanti per noi - le nostre sensazioni, i progetti per il futuro, i problemi sul lavoro e a casa - sia molto difficile.

Ci piacerebbe andare a convivere. Ed è una decisione che, almeno a me personalmente, ha richiesto attesa, tempo e riflessione. Anche lei è stata molto titubante al riguardo, per motivi culturali e familiari, ma è arrivata a questa conclusione prima di me. Siamo, dunque, giunti a questa risposta, a questo proposito, ma non sappiamo ancora né quando, né come avverrà; speriamo entro l'anno. Di ciò (e delle avventure e dis-avventure che sicuramente saranno legate a tali vicende) mi piacerà sicuramente scrivere.


Dal punto di vista familiare, ci sono tanti momenti di alti e bassi con la mia famiglia (soprattutto con mia madre). Cose che ovviamente riguardano anche il rapporto con la mia ragazza. Quanto è difficile affermare il diritto a essere felici? Quanto è difficile far capire a qualcuno che la felicità è ciò che vogliamo noi e non ciò che qualcuno crede sia meglio per noi? Quanto è difficile far capire a qualcuno che a trent'anni vuoi cose diverse da quando ne avevi venti (anche venticinque, perché no?). Penso che tutte queste cose stiano venendo alla luce per via del rapporto con Amazzone e degli innumerevoli spunti di riflessione che da ciò si dischiudono.

Ho scritto di getto, sicuramente avrò detto qualcosa in modo contorto o sgrammaticato.

Ma sento che è proprio questo che mi serve: commettere degli esercizi di imperfezione, nella scrittura così come nella vita.


Imperfettamente

Er Matassa

venerdì 30 aprile 2021

Contro lo stigma sulla psicoterapia (con una breve premessa)

Come ho scritto qualche tempo fa, spesso in passato ho avuto il desiderio di aprire un blog anonimo e di mettere nero su bianco tutto ciò che mi passava per la testa in assoluta libertà, senza il timore dovuto al fatto che lo potessero leggere amici, familiari, colleghi, conoscenti e via dicendo. 

Un blog come questo su cui sto scrivendo, insomma, che non sponsorizzo e del quale non parlo con persone che mi conoscono, che pur potrebbero venirne a conoscenza per fatti indipendenti dalla mia volontà. Si tratta, però, di un rischio di cui devo essere consapevole: ché non tutto quello buttato in pasto all'Internet finisce nel dimenticatoio o, comunque, nelle mani di lettori che ci conoscono esclusivamente tramite la rete. Ciò che scrivo qui, ciò che ognuno di noi scrive sul web, è in fondo la proiezione di tutto ciò che gli accade nel mondo reale e che, anzi, sul mondo reale, in ultima analisi, potrebbe pur sempre avere degli effetti.

Detto ciò, mi sono reso conto che, per quanto io possa sentirmi più sicuro dietro lo schermo dell'anonimato, ci sono alcune cose che faccio comunque fatica a condividere. Che si tratti di eventi che mi sono accaduti nel corso della giornata o di riflessioni - spesso scaturite da questi - sui "massimi sistemi", mi sembra, nell'affrontarli qui, di mettermi magari eccessivamente a nudo e preferisco, allora, tenerli per me.

Da qui una prima considerazione (per molti forse scontata) per la quale l'anonimato, in realtà, è pur sempre relativo, perché dipende costantemente dalla nostra volontà di condividere le cose. In altre parole, se lo schermo dell'anonimato ci mette al riparo da certe conseguenze, siamo noi a decidere in ogni momento il confine tra cosa vogliamo mettere in comune e cosa no. Se non accettiamo questa premessa, per noi non basterebbero uno, dieci, cento blog anonimi, ciascuno chiuso dentro l'altro, come in una matrioska russa, nel quale decidiamo gradualmente, spazio dopo spazio, di scavare sempre più nelle profondità di noi stessi; ci sarà sempre qualcosa che avremmo qualche remora a condividere, per la quale l'ennesima barriera dell'anonimato non basterebbe.


Fatta questa premessa e acquisita consapevolezza del fatto che il limite tra ciò che - foss'anche nei confronti di sconosciuti - decidiamo di condividere e cosa no è sempre rimesso alla nostra sensibilità, ho deciso di scrivere, adesso, di qualche cosa di più, perché forse ne vale la pena.

Nell'ultimo post ho scritto di aver iniziato un percorso di introspezione. Questo percorso si chiama psicoterapia. Ho capito che ne avevo bisogno dopo averne parlato con molte persone a me vicine, che mi vedevano star molto male per qualcosa che neanch'io sapevo ben spiegare.

Non è stata affatto una decisione facile. Confesso che avevo molte, davvero troppe incertezze, dettate in parte forse anche dallo stigma sociale che affligge questo tipo di pratica e che ci induce a considerare deboli (o "complessate", come anche si suole dire) le persone che decidono di rivolgersi a degli specialisti del campo. La decisione è maturata dentro di me nel corso di diversi mesi, al termine dei quali sono giunto alla considerazione che, perché no, visto che peggio di così non poteva andare, valeva la pena di fare un tentativo.

Ora sto molto meglio.

Lungi da me voler tentare qualsiasi tipo di spiegazione tecnica o scientifica, sia chiaro: l'Internet è un luogo sin troppo ricco di informazioni, scritte da professionisti con piena cognizione di causa e che sanno descrivere assai meglio di me i benefici cui questo percorso conduce (qui e qui un esempio). Tenevo solamente a dire a chi - come me in passato - si sente costantemente stanco, insoddisfatto del lavoro, delle proprie relazioni o della vita in generale che quello è il segnale che ci si sta avvicinando al burnout personale. E a chi è in dubbio se rivolgersi o meno a uno psicoterapeuta consiglio senz'altro di farlo subito.

Io sto ancora praticando questo percorso, ma ho imparato e continuo a imparare tante cose. Ne scrivo qui alcune, le prime che mi passano per la mente.

Che nessuno di noi è in qualche modo "condannato" a sentirsi per sempre così come vive un determinato momento della sua vita. 

Che ogni piccolo cambiamento - anche solo il rendersi conto che in te e negli altri avvengono certi meccanismi e saperli "fotografare" - è un successo.

Che è vero che non si cambia dall'oggi al domani, ma è altrettanto vero che niente è dato per sempre e conta veramente ciò che facciamo qui e ora.

Che è giusto sentirsi responsabile non di tutto quello che succede, ma solo di ciò che è in nostro potere cambiare.

Che è giusto darci la possibilità di accettare che certe cose, in un determinato momento, non sappiamo farle perfettamente o non sappiamo farle e basta. Che possiamo accontentarci di come le sappiamo fare in quel momento. Che dobbiamo darmi il permesso di sbagliare e di non essere perfetti. È questa l'arma vincente in una società che ci vuole sempre più pronti, perfetti e perfezionisti, insieme alla spontaneità e la consapevolezza che, domani, andrà meglio.

Ecco, ho condiviso un po' più di me con chi - casualmente o periodicamente - si trova a passare da queste parti. Nel far questo, però - e nella speranza, magari, di riuscire ad aiutare qualcun altro - mi sento contento. E manco poco.

Spontaneamente

Er Matassa

domenica 25 aprile 2021

Un anno dopo

Ricordo aprile dell'anno scorso come un periodo terribile.

Dentro casa eravamo tutti (io, mia madre e il suo compagno) preda dell'esasperazione, costretti all'alternativa tra le quattro mura e il viaggio al supermercato. Di andare a spasso nel parco del quartiere, ovviamente, non se ne parlava: il quattro zampe di casa ci ha lasciato proprio alla vigilia del 25 aprile dell'anno scorso e l'atmosfera dettata dalla sua sofferenza non faceva che peggiorare le cose. Sembra ieri, eppure è già trascorso un anno. Impossibilitato a recarmi fisicamente a lavoro, la concentrazione che mi serviva per badare alle relative faccende era pari a zero e l'importante scadenza del dottorato, che si appropinquava sul fronte universitario, non faceva altro che mettermi ansia, nonostante fosse stata prorogata. Tutto ciò si ripercuoteva sulla relazione tra me ed Eureka, la mia ragazza (ho deciso credo qualche post fa di rinominarla così su questo spazio, perché spesso e volentieri ha idee geniali che salvano la giornata/la pagnotta/inserire variabile a piacere), costretti a sentirci per telefono o in videochiamata. Non un abbraccio, non un bacio, non una carezza, niente di niente. Anche le voci degli amici, al telefono, sembravano più metalliche e distanti e il sollievo che erano in grado di dare era assai poco.

Avrei dovuto aspettare l'inizio di maggio e la (sempre parziale) fine della prima ondata per tornare a lavoro e ritrovare un barlume di forza e volontà per concentrarmi. Avrei dovuto aspettare la fine di quel mese per sentirmi dire che, a causa delle condizioni ambientali, sul lavoro non ero e non facevo abbastanza. Infine, avrei dovuto aspettare l'inizio di giugno per prendere la decisione di allontanarmi definitivamente e dedicarmi a tempo pieno alla scrittura (o quasi, ché ovviamente vallo a dire al tutor di dottorato e al suo umore ballerino che vorresti dedicarti solo alla scrittura della tesi perché sei nella merda più totale e non puoi dedicarti a esami, lezioni, ricevimento, lavoro su progetti di contorno e su articoli commissionati da lui et similia).


Oggi ho un nuovo lavoro,  con un piede (ma chissà per quanto) ancora nell'università e ritmi di vita e abitudini in parte diversi rispetto a quelli di un anno fa, certo, forse meno flessibili, ma di sicuro più umanamente sopportabili. Ho iniziato anche un percorso di introspezione e questo mi ha portato a compiere scelte che forse mai avrei preso in considerazione tempo addietro. Sì, a volte mi sento un po' quello di sempre, e in effetti ovviamente sono sempre io, Er Matassa, non un'altra persona, ma in molte piccole cose (che poi, data la loro somma, tanto piccole non si rivelano) mi sento cresciuto, cambiato, più consapevole dei limiti e delle potenzialità miei e degli altri. Ho imparato a dire "no" a certe pretese altrui e a dedicare del tempo a me.

In un anno tante cose son cambiate e credo di poter dire che nell'anno a venire ne cambieranno molte altre. Intanto, però, osservo quanto sin qui percorso e me ne accontento.

Osservatamente

Er Matassa


lunedì 29 marzo 2021

Chi ci restituirà il tempo perduto?

Diverso tempo addietro, prima ancora dello scoppio della pandemia, incontrai un mio amico, trovandolo molto stanco. Questi mi disse che la notte precedente non era riuscito a dormire e, documentatosi, aveva scovato un articolo scientifico (o presunto tale) il quale affermava che in realtà, se ci si sveglia durante la notte e poi - per fortuna! - ci si riaddormenta, è come se in realtà il nostro fisico non beneficiasse di tutte le ore di sonno di cui complessivamente abbiamo goduto, ma solo di quelle trascorse dall'ultimo risveglio in poi. Detto in altre parole: le ore di sonno precedenti alla "levataccia" notturna, secondo una terminologia cara ai Cinque Stelle, sarebbero "ore-zero", non rilevanti ai fini del ristoro del corpo e della mente.

Fatte le dovute distinzioni, mi sembra che, durante la pandemia, ci troviamo più o meno in questo stato, anche se - in un certo senso - esattamente al contrario. Mi spiego meglio.

È inutile ricordare che, poco più di un anno fa, la pandemia travolse i ritmi e gli abitudini di ciascuno: il lockdown "duro" allora imposto fu - al pari del virus - qualcosa di sorprendente e senza precedenti. Nonostante il numero dei contagiati e dei morti (mi pare di ricordare) fosse destinato ad aumentare ancor di più a fine lockdown e durante l'estate, l'impetuosità e la contagiosità del virus hanno fatto irruenza come mai nessuna malattia prima d'ora nell'Italia postbellica, lasciando il mondo intero interdetto, senza parole e - soprattutto - senza difese che contemplassero qualcosa di diverso da mascherine, distanziamento e quarantena.

Sin qui tutto è noto. Come è altrettanto noto che, quando il virus sembrò (e sottolineo sembrò) aver allentato la propria morsa contagiosa e il Governo si pronunciò a favore della riapertura delle attività, l'atteggiamento precauzionale delle persone cadde in picchiata. Com'è naturale che sia, del resto. Anzi, forse ancora di più, alla luce dei (quasi) due mesi costretti dentro le mura di casa o poco più.

Prima di dire ciò che penso, e a scanso di qualsiasi equivoco ingenerabile da parole impresse su schermo (a maggior ragione in uno spazio virtuale come questo, senza alcun tipo di filtro o di controllo del contenuto che non sia quello che mi pongo io stesso), ci tengo a precisare di non negare né l'esistenza e la pericolosità del Covid-19, né l'efficacia e l'utilità del vaccino contro questa malattia. Ciò premesso, queste sono le mie impressioni.


Penso che che il ritornare alle ben note restrizioni relative alla circolazione e alle attività commerciali sia come svegliarsi durante la notte e non poter beneficiare del sonno perduto: ossia, fatte le dovute distinzioni, del periodo in cui, bene o male, tali restrizioni non v'erano o erano meno pervasive. In altre parole, il ritorno alla zona rossa induce a dimenticare che - seppur per un breve periodo di tempo, seppur in maniera più edulcorata rispetto al consueto - siamo potuti tornare a vivere una vita quasi normale. E penso che sia altrettanto normale che l'essere umano, nel segmento di tempo che va dall'inizio della pandemia al momento attuale, tenda - purtroppo - a ricordare con maggior enfasi ed evidenza il periodo peggiore, vale a dire in cui è rimasto costretto dentro casa rispetto al resto.

La domanda, a questo punto, è la seguente: chi ci restituirà il sonno - o meglio: il tempo e la libertà - perduto? Chi potrà ridarci la possibilità di vivere altrimenti quei momenti trascorsi dentro casa a scrutare così terribilmente, così spaventosamente dentro noi stessi, quando - purtroppo o per fortuna - non potevamo esser distratti dall'applauso al balcone, dal lievito madre per il pane, dalla didattica e dagli esami a distanza, dalle terribili notizie al telegiornale, dal sospetto dell'avvenuto contagio nei confronti dei nostri vicini di pianerottolo?

La risposta è semplice, a mio parere. Si tratta di tempo ormai perduto, che non avremo mai più. E le brevi parentesi di libertà, purtroppo, non equivalgono affatto al lungo sonno ristoratore che normalmente ci accompagna nella notte sino al risveglio. Ciò che ricordiamo, purtroppo, è solo l'ultima volta in cui ci siamo svegliati.

Penso, allora, anche questo, che per qualcuno sarà forse scontato: temo, però, non per tutti. Per un risveglio che sia degno di essere chiamato tale - ossia, uscendo di metafora, una fine definitiva del lockdown e delle restrizioni - ciascuno di noi deve fare del proprio meglio per stare attento e rispettare le regole. In casa, al lavoro, a scuola, ovunque. Con le persone che amiamo, con quelle con cui lavoriamo, con quelle cui ci piace confidare e scambiare impressioni. 

Solo così potremo definitivamente risvegliarci.


Assonnatamente

Er Matassa

domenica 1 novembre 2020

Un sandwich per agenda

Leggendo un recente post di Paola S., nel quale fanno la propria comparsa l'agendina dell'Autrice e il suo contenuto, ho pensato all'omologo taccuino del quale sono proprietario e che potrei chiamare, per i motivi che vedremo fra poco, "agenda sandwich".

Un chiarimento si rende necessario: nonostante non sappia rimanere indifferente a qualsiasi bontà gastronomica mi si pari innanzi - ivi inclusi i panini zozzi, con buona pace dei puristi della forchetta - il nome non ha nulla a che vedere con panini, hamburger et similia, ma attiene al contenuto e, anzi, all'aspetto che inevitabilmente assume la mia agendina al termine di ogni anno solare.

Della mia agendina cartacea, infatti, faccio gli utilizzi più vari (in termini di spazio e di impegni ivi annotati). Come sempre, la compro a fine anno per l'anno successivo e l'andamento del suo utilizzo può suddividersi, diciamo così, in tre fasi (o "strati", per restare in metafora).

A inizio anno compilo l'agendina e la utilizzo per segnarci soprattutto impegni di lavoro e appuntamenti.

Verso metà anno mi scordo di possedere un'agendina e mi segno le cose, magari, su Outlook e Google Calendar, applicazioni che spesso (e purtroppo!) ho direttamente a portata di mano, ossia sul cellulare o su desktop.

Verso il finire dell'anno - più o meno in questo periodo - riesumo l'agendina, stavolta, oltre agli impegni, inserendovi principalmente pensieri miei, libri letti e da leggere, film da vedere e frasi che mi hanno colpito.

Certo, potrei anche pensare che questa successione incarni una sorte di hegeliana triade dello spirito, nella quale sono raffigurati gli impegni, il rifiuto di essi e la sintesi tra questi due momenti. Di gran lunga, però, preferisco paragonare la mia agendina a una sorta di "panino" e pensare che, alla fine dell'anno, essa assomigli a una specie di sandwich "rovesciato", sol che se ne osservino i bordi delle pagine: usurate dall'utilizzo e scurite dall'inchiostro ai margini, limpide e ben delineate nel mezzo.

E proprio come quel che promette ogni anno di mettersi a dieta, ma continua inesorabilmente a posticipare il lunedì in cui essa avrà inizio, così alla fine di ogni anno, nonostante mi riprometta di non comprare l'agendina cartacea, finisco inevitabilmente con l'acquistarla, vendendo me stesso alla carta stampata, pur sapendo dentro di me che non potrà sfuggire alla regola del sandwich.

Affamatamente

Er Matassa




martedì 20 ottobre 2020

Anonimi e no

Prima di scrivere qui ho avuto un altro blog, sempre ospite di Blogger.

Si trattava di un passatempo nato quasi per gioco e vissuto nell'arco di circa sette anni, nel corso dei quali si era venuto a creare un legame - piacevole perché dialogico, insolito perché virtuale - con alcuni lettori. Si trattava, spesso e volentieri, di altri blogger, molti dei quali mi leggevano mentre mi trovavo a studiare all'estero, incuriositi dalle mie descrizioni di abitudini e costumi stranieri.

L'assenza di progettualità e il desiderio di interlocutori (ma probabilmente soprattutto quest'ultimo) erano tali che non avevo fatto mistero di chi fossi, di dove vivessi, di quale Università frequentassi; di quali fossero i miei hobby, i miei gusti, i miei progetti per il futuro. In un post dopo l'altro, tessera dopo tessera, era restituito al lettore attento l'esatto mosaico della mia identità. 

Lanciato il sasso, è stato impossibile nascondere la mano.

Una volta laureato, complici il lavoro e le amicizie dei colleghi anche sui social, ho iniziato a sentirmi "inibito", in un certo senso, in quello che scrivevo o, comunque, schiacciato dal fatto di doverne eventualmente rendere conto a qualcuno. Silenziosamente, dunque, ho chiuso bottega, pur continuando a seguire alcuni amici di tastiera in anonimo.

Proprio sull'anonimato mi vorrei soffermare un secondo.



Che il blog precedente non facesse mistero della mia identità l'ho già detto chiaramente. Nondimeno, di me non parlavo una tantum, ma poco a poco e progressivamente, a seconda di quanto mi trovavo a scrivere in un determinato momento. Di modo che, mentre all'inizio avrei potuto decidere, in teoria, se mantenere un "basso profilo" o meno, alla fine mi son trovato a imboccare la seconda strada. La cancellazione del blog ha portato con sé anche quella di molti post ai quali ero affezionato e che purtroppo, per l'andamento che avevano preso le pubblicazioni, era impossibile mantenere online.

Recentemente mi sono trovato innanzi un problema analogo. Su un noto social network avevo un profilo che lasciava intendere qualcosa di me, ma non tutto, in un limbo tra pubblicità e anonimato nel quale, anche nel vecchio blog, all'inizio mi sono crogiolato.

Alla luce dell'esperienza pregressa ho deciso, però, di prendere una direzione nettamente diversa, nel tentativo di distinguere chiaramente ciò che è destinato a rimanere anonimo da ciò che non lo è.

Anzitutto, ho arricchito dei dati mancanti il profilo esistente, rendendolo a tutti gli effetti riconoscibile e a me riconducibile. In secondo luogo, ho creato un secondo profilo anonimo, dedicato a riflessioni che, come questa, legano un più ampio respiro al fatto di poter rimanere parzialmente nell'ombra.

Spero in questo modo di riuscire a salvare ogni pensiero, sia quelli pubblicabili (per così dire) senza veli, sia quelli che, paradossalmente, meritano proprio di esser velati per esser compresi più in profondità.


Velatamente

Er Matassa





sabato 11 luglio 2020

Avere trent'anni nel 2020

"Del trentesimo anno non si parla mai. Dei ventenni, dei cinquantenni, degli anziani sì. Programmi TV, ribalte e discussioni politiche. Ma di chi arriva in quel punto della vita dove si tira la prima riga, si fanno scelte o si rinuncia  – un momento decisivo, un bivio nel cammino di tutti –, di questo non si occupa nessuno".

Questa l'introduzione del volume "In tempo di guerra" di Concita De Gregorio, edito da Einaudi nel 2019. Sfido chiunque a smentire le sue parole: i trent'anni, oggigiorno, rappresentano il limbo della vita. Altro che dantesco "mezzo del cammin di nostra vita". Oserei dire che nella "selva oscura", ai nostri giorni, ci si arriva ben prima dei trentacinque anni. Già, perché "dei trentenni non si sa niente. Invisibili alla politica, dipinti attraverso stereotipi, con un piede nel regno dei ragazzi e l’altro in quello degli adulti. Su un terreno troppo soggetto a smottamenti per non farci tremare le gambe, troppo instabile per non farci temere che possano essere sabbie mobili"(1).

Forse non v'è bisogno di aggiungere altro. È però il caso di sottolineare che sia il libro, sia l'articolo che lo recensisce risalgono al 2019. Il limbo che descrivono, pertanto, prescinde dalla pandemia e dalla conseguente emergenza sanitaria che ha colto tutti alla sprovvista, a seguito della quale di certo non esce un quadro più rasserenante.

Chi lo avrebbe detto che avrei atteso così lo scoccare dei trent'anni, per me ormai imminente? Penso alle parole della De Gregorio e le sento mie. Senza più un lavoro fisso, con una scadenza importante alle porte, per la quale sto tentando di scrivere qualcosa che abbia senso compiuto, lavorando chiuso in casa senza aria condizionata (tra i luoghi che sono stati chiusi per l'emergenza COVID-19, com'è noto, vi sono infatti anche le biblioteche e le sale studio). Ma soprattutto, senza alcuna certezza sul mio futuro e su quanto valga la pena spremersi le meningi in queste condizioni. Il tutto con la concentrazione pari a quella di un criceto(2), che fa sì che io sia perennemente in ritardo rispetto alle tempistiche che mi son dato.

Se faccio il paragone con il medesimo periodo dell'anno scorso, è giocoforza dire che stessi meglio. Avevo appena saputo di aver superato la prima prova di un esame importante e, dunque, subito acquistato l'occorrente per prepararmi al test successivo. Nel frattempo ero riuscito a chiedere una proroga per una scadenza allora imminente. Queste gioie erano condivise con la mia ragazza di allora, che frequentavo però da appena qualche mese.

A distanza di un anno, l'esame è stato superato, nel posto in cui lavoravo mi hanno invitato a cercare altrove, la proroga dei termini è finita e la scadenza allora rinviata è, stavolta, veramente imminente. Ragion per cui si prospetta un'estate tutt'altro che rilassante. 
Lei, la mia ragazza, con cui già è passato un anno insieme e con cui, salvi i normali alti e bassi, sto molto bene, è forse l'unica costante rimasta (se non altro quella più recente), famiglia, amici e arti marziali a parte.
Se io sono quello ingarbugliato, lei è quella che, alla fine, spesso e volentieri riesce a sciogliere i nodi. Giusto per rimanere in tema, se io sono Er Matassa, lei potrebbe chiamarsi, che so, Lisistrata. O Balsamo (3).   

I trent'anni ti sorprendono così, quando meno te lo aspetti, nel limbo che non ti aspettavi. C'è un punto della selva più oscuro e inesplorato degli altri. Nel dribbling tra scadenze e impegni, professionali o meno, i trenta entrano a gamba tesa, facendoti cadere e prendere un spavento.
L'importante è rialzarsi e riuscire a trovare un senso nella selva. E procedere, con le persone che ti vogliono bene, in quella direzione.

Er Matassa (con più capelli bianchi della scorsa settimana)

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(1) Come efficacemente si riporta in un articolo dell'Huffington Post a commento del libro in questione. 
(2) Ho tirato fuori dal cilindro il primo animale che mi è venuto in mente, ma effettivamente ignoro se i criceti siano animali provvisti di una qualche concentrazione. Ove così fosse, mi scuso con loro per l'equivoco.
(3) Forse meglio Lisistrata...