
La minestrina più buona del mondo
Erano domeniche di primavera come questa, il primo sole caldo nel pomeriggio, il profumo intenso dei fiori appena sbocciati nell’aria, che poi diventava fredda e umida verso la sera. Ricordo la salita ripida che si inerpicava su per la collina, l’auto che procedeva lenta e con fatica nelle curve fino al parcheggio dietro l’edificio. Qualche volta la percorrevamo a piedi, dalle piazze del centro fino alla cima, e io dovevo camminare veloce e senza fiato per tenere il passo dei grandi. Poi si dovevano salire a piedi altri tre piani di scale per arrivare all’attico. Ma la vista dal loro terrazzo era impressionante, si potevano vedere tutti gli altri tetti dall’alto, le torri del castello, i campanili del duomo e delle altre chiese e tanto altro là in fondo, dove il cielo si confondeva con la pianura. Non guardavo mai giù però, sotto i miei piedi, dove stava l’ingresso del palazzo e la strada che mi aveva condotto fino a lì, soffrivo di vertigini e mi stringevo salda alla ringhiera di ferro.
Loro mi accoglievano sempre con enormi sorrisi, larghi abbracci e continue risate, proprio me, che ero abituata a stare silenziosa in un angolo. Mentre gli adulti chiacchieravano attorno al tavolo da pranzo, io mi sedevo sul tappeto del salotto e guardavo il grosso televisore a colori proprio davanti a me. Gli piacevano il teatro e l’opera lirica, io non ne capivo poi molto, ma sono convinta che se adesso mi incanto ad ascoltare quel Nessun dorma di Pavarotti è per merito loro, in qualche modo. Lei si appassionava anche per le soap opera e per le storie d’amore in generale. Mi prendeva in braccio e cominciava a raccontarmi con animosità di quando i miei genitori erano solo fidanzati e si incontravano proprio lì, in casa sua. Mio padre si schermiva e mia madre arrossiva. Io invece ascoltavo estasiata quegli zii così preziosi e un tempo che potevo conoscere solo grazie alla loro testimonianza. Erano nella mia vita ancora prima che io potessi incontrarli. Lui aveva una risata calda e contagiosa, rotonda e profonda quanto la sua enorme pancia. Era impossibile resistere allo scoppio improvviso della sua ilarità. Il suono ti avvolgeva e ti costringeva a ridere assieme a lui, magari senza saperne ancora il motivo. Non l’ho mai visto arrabbiato sul serio. Ogni problema si riduceva a una semplice inezia alla sua presenza, prima di affrontarlo con la giusta serenità. Portava con sé un borsello di pelle quando usciva, per il portafoglio, le chiavi e gli occhiali, e io bambina lo trovavo un po’ strano perché solo le donne andavano in giro con la borsa, no? Allora lui cominciava a parlare in falsetto come una vecchia signora e poi finiva col sbellicarsi come un matto. Leggeva il suo quotidiano e si dilettava con i cruciverba, aveva sempre appresso l’ultimo numero de La Settimana Enigmistica e qualche volta li compilavamo insieme. Io non sapevo mai le risposte, frequentavo ancora le elementari dopotutto, e lui esordiva con soluzioni irriverenti e assurde, prima di spiegarmi davvero quella corretta.
Insieme erano una coppia straordinaria, anche quando litigavano e non riuscivano a rimanere adirati se non per pochi secondi. Lui mangiava le brioches di nascosto al bar quando era da solo, anche se il dottore gliele aveva proibite per via della sua grossa pancia, però nonostante queste malefatte le sue analisi del sangue erano perfette. Lei era perennemente a dieta a tavola, lo sgridava spesso a causa della sua golosità, forse con un punta di invidia, ma le analisi sballate erano poi le sue. Non capivo molto di queste analisi, sapevo solo che erano importanti per la salute, che fossero in qualche modo connesse all’enorme risata dello zio? Forse ridere così, senza ragione, era davvero la soluzione per stare bene?
E poi in casa loro c’era la minestrina più buona del mondo. Mia madre lavorava sodo per ottenere un ottimo brodo di pollo fatto in casa, quello con tutti quei cerchiolini che cadono dentro il cucchiaio. Invece la zia usava il dado industriale comperato al supermercato, che chissà cosa ci mettevano dentro. Eppure la sua minestrina era eccezionale, ci doveva essere un ingrediente segreto che non le avevo ancora visto in cucina. Certo nel piatto caldo c’era anche il formaggino morbido, che si scioglieva e diventava una crema dolce. Per la verità, non so se il formaggino lo comperavano più per lo zio che per me.
Così, quando la domenica volgeva al tramonto e i miei genitori erano pronti per tornare a casa, io scalpitavo per rimanere lì, per quella minestrina tanto buona. Ma domandi c’è la scuola, deve alzarsi presto, opponevano i miei genitori. Ve la riportiamo noi subito dopo cena, sarà a letto al solito orario, rispondevano gli zii e io restavo lì con loro, nella piccola cucina colorata, con la tovaglia gialla e un piatto fondo in più.
Ho provato tante volte da grande a replicare quella minestrina, con lo stesso dado, lo stesso formaggino, le stesse stelline all’uovo. Ma niente, i miei tentativi non hanno mai avuto lo stesso sapore dell’originale. Cosa mancava alla formula, l’ho capito molto tempo dopo.
L’ingrediente segreto era la gioia. Ero la piccola bimba bionda che illuminava una loro domenica sera, di tanto in tanto. Di fronte alla loro camera da letto, si trovava una stanzetta molto bella, con un lettino in un angolo, una scrivania in legno al centro, un armadio a tutta parete dipinto con le rose e una piccola libreria bassa, sotto la finestra. Seduta sul lettino, una bambola in ceramica con un vestito antico mi osservava con malinconia.
Chi ci dorme qui? Nessuno… In quel “nessuno” e in quella bambola, come pure negli occhi lucidi della zia, si nascondevano parole che io bambina non potevo capire. Ma ora so. Quando diventi grande, non hai più bisogno di spiegazioni inutili.
Non c’è un briciolo di DNA in me di quelle persone meravigliose, non una singola particella di materia in comune, eppure mi hanno lasciato tantissimo, ancora vivo nei miei ricordi, immagini, suoni e odori che mi appartengono come un tesoro inestimabile. Compresa la vibrazione cristallina delle loro risate gioiose.
A zia Lella e zio Lello
perché so che ci siete, ancora

Comments (12)
Brunilde
Apr 05, 2026 at 6:09 PM ReplyMolto tenera la tua nostalgia. Il sapore dell infanzia,e delle cose perdute. Da tempo cerco di levarmela da dosso perché mi rende malinconica. Il passato non passa sedimenta e ci rende le persone che siamo. Ma adesso
ho voglia di futuro. Adesso vorrei essere io,quella che costruisce i ricordi. Per mia figlia, che non è mai adulta abbastanza. E per il nipotastro, che anche se non ha neppure una nanomolecola di DNA in comune con me, avrà comunque una nonna nei suoi vissuti di bambino e adolescente: e quella nonna sono io.
Barbara Businaro
Apr 07, 2026 at 3:27 PM ReplySe ancora oggi sono legata alle minestrine della sera lo devo alla zia Lella, così come invece il passato di verdura con la pasta ditali lisci (da noi in veneto “i subiotti”) mi ricorda mia nonna Rina, anche se lei la ricordo di più per il pollo arrosto e patate croccanti della domenica a pranzo, sulla cucina economica che riscaldava tutta la casa.
Tu fai bene a guardare al futuro, io non sempre ci riesco, per lo meno non nelle feste comandate, quando le assenze pesano.
Il tuo nipotastro è davvero molto fortunato e il DNA in fondo è sopravvalutato: ho avuto molto di più dagli zii di affetto, quelli che ti scelgono, che dai parenti veri e propri. 🙂
Giulia Mancini
Apr 05, 2026 at 8:48 PM ReplyMolto dolce questo racconto, il sapore unico e inimitabile di quella minestrina lo capisco benissimo, é in tutti i momenti di gioia dell’infanzia che non torneranno se non nei ricordi
Barbara Businaro
Apr 07, 2026 at 3:29 PM ReplyCerco di recuperare i momenti di gioia della mia infanzia, comprese queste minestrine, perché purtroppo rischiano di affondare dietro ai momenti bui. Non sono stata una bambina molto fortunata, ho ereditato una situazione famigliare pesante, e le zie mi riempivano di coccole proprio perché lo sapevano.
Sandra
Apr 06, 2026 at 11:00 AM ReplyEh sì, proprio un gran bel ricordo questo ritratto degli zii, tra minestrina e nostalgia.
Una coppia straordinaria che ha saputo andare oltre la mancanza di figli, chissà quanto ci hanno pianto, ma alla fine hanno imparato a spargere il loro amore e la loro gioia di vivere in ogni passo, gesto e piatto.
Grazie per averlo condiviso.
Barbara Businaro
Apr 07, 2026 at 3:36 PM ReplyErano una coppia molto impegnata nel sociale, facevano volontariato nella casa di riposo della città, con la Protezione civile e credo anche la Croce Rossa. Mi pare fossero anche nel Rotary Club, organizzando anche viaggi comunitari per persone in difficoltà. Quindi sì, ci hanno pianto sicuramente tanto se pure io bambina ho intravvisto quella sofferenza, ma hanno riversato quell’amore verso gli altri. Al loro funerale, in tempi diversi, c’era molta gente, erano conosciuti ovunque.
Marina
Apr 07, 2026 at 3:01 PM ReplyBello questo racconto! Le persone che sono state importanti nella nostra vita non si dimenticano mai, in più quello dell’ infanzia è un sapore tutto particolare, che ti rimane attaccato al palato per sempre.
Mi hai ricordato i pranzi in casa dei miei nonni con la salsa di pomodoro preparata da mia nonna, la faceva con i pelati, era dolcissima e aveva un profumo unico. Neanch’io sono mai riuscita a replicarla, pur con tutti gli accorgimenti suggeriti dalla ricetta! Momenti e ricordi preziosi: è bello raccontarli, significa farli rivivere.
Barbara Businaro
Apr 07, 2026 at 3:47 PM ReplyAnche mia nonna Rina faceva la salsa di pomodoro, con i pomodori che raccoglieva nel suo enorme orto. Ricordo quelle fine d’estate dove era tutto un sobbollire di pentoloni di pomodoro passato, poi sterilizzare i vasetti e metterli via per l’inverno. E si mangiava la pasta condita con il fondo delle pentole, che bontà unica!
Si potrebbe pensare che dell’infanzia ricordiamo solo sapori e profumi, ma no, la mia memoria è soprattutto fotografica, quindi in realtà ricordo di più i loro sorrisi.
IlVecchio
Apr 07, 2026 at 6:00 PM ReplyDolcissimo e delicato questo ricordo, tienilo stretto a te. Ne ho diversi, di natura differente, anche qualcuno culinario. Quel che fa sorridere è che poi, da vecchi, si torna proprio alle minestrine. : -)
Barbara Businaro
Apr 07, 2026 at 7:33 PM ReplyBeh, questo mi fa ben sperare. Magari quando sarò vecchia, le minestrine avranno lo stesso sapore della mia infanzia! 😀
Gloria
Apr 08, 2026 at 11:02 AM ReplyChe tenerezza…
Dei miei anni piccolina, io tengo stretti i libricini con le storie della buonanotte che mi leggeva mia nonna, perché abitavamo nella stessa casa ed era lei a seguirmi la sera, dopo cena. Il pigiama, i denti, sotto le coperte, una storia bella e la lucina vicino alla porta.
Barbara Businaro
Apr 08, 2026 at 6:25 PM ReplyPurtroppo le storie della buonanotte non le ho sentite leggere da nessuno, non mi era possibile né dai nonni né dagli zii per la distanza, e non erano ammesse dai miei genitori. Ho iniziato a raccontarmele da sola, a luce spenta, e immagino che la mia fantasia e la mia curiosità per le storie arrivi proprio da quel periodo. 🙂