The screen door slams Mary's dress waves Like a vision she dances across the porch As the radio plays Roy Orbison singing for the lonely Hey that's me and I want you only
Perchè questa improvvisa nostalgia? Perchè un amico mi ha prestato il primo album di Matt Bianco e chi si ricordava che era così bello? Peraltro il vinile è registrato in modo stratosferico, le canzoni letteralmente danzano nell'aria della stanza!
Gira e rigira sul piatto, Brick by Brick è la terza canzone del lato A. Credo che gli Arctic Monkeys abbiano centrato con questo nuovo "Suck It and See", il loro miglior lavoro fino ad oggi, senz'altro il mio preferito.
Come una volta. Comprando praticamente solo vinile da un po' di tempo in qua il mood è ridiventato consueto. Le stesse sensazioni, e certi giorni l'ispirazione. Come oggi che ho comprato un album di un gruppo di cui nemmeno sospettavo l'esistenza, di cui non so che musica fanno, di cui non so niente. Eppure l'ho preso quel disco, l'ho preso solo perchè la copertina mi piaceva. Che tipo di musica fanno? Direi hard rock, con pesanti venature blues, e sì assomigliano ai Led Zeppelin almeno nella voce. Sembra di sentire un ringiovanito Plant che cavalca i bei e scatenati ritmi della band. Un giudizio sul disco mi riservo di darlo più avanti che adesso ho appena ascoltato il lato a e sono alla prima canzonde del lato. Grande impressione per ora. Rival Sons, ricordateveli e dedicate un ascolto se vi capita. Rock It!
Questa non è la recensione dell'ultimo di Vasco Rossi, uscito nei negozi oggi. A dir la verità non ho ancora ascoltato nemmeno una mezza canzone, e poi non ne sono nemmeno un grandissimo estimatore, o forse ne sono un estimatore atipico, apprezzando molto di più il Vasco maturo degli ultimi anni rispetto al Vasco giovane e pimpante di 30 anni fa. Ma a parte questa divagazione il senso del post, se un senso ce l'ha, è che se vi fosse un premio per la miglior copertina italiana, quest'immagine dell'ultimo album meriterebbe di vincerlo alla grande. Bellissima, emana profumo d'America, di grandi automobili, e poi quella camicia e cravatta che citano il Donald Fagen di The Nightfly. Chissà se la bellezza della foto anticipa il contenuto musicale, certo è che l'ultimo lavoro di Vasco meriterebbe l'acquisto d'obbligo in vinile anche solo per poterne godere la grande copertina.
Una metafora culinaria per uno dei miei album preferiti dei Floyd: Wish You Were Here. 5 canzoni in tutto per uno degli album più famosi e più di successo della storia della musica rock. Milioni di copie vendute, una straordinaria e surreale copertina, testi nostalgici, a tratti di alto lirismo e tutti dedicati al fondatore del gruppo: Syd Barrett. Penso che sia Syd quella foto della copertina interna e precisamente quel sacchetto di cellophane che corre tra i filari d'alberi trascinato non più dalla sua volontà ma dal vento che scompiglia i capelli. Un metafora culinaria dicevo: lo immagino come un enorme e succoso hamburger (mica uno di quelli di McDonald, eh) con Shine on You Crazy Diamond parte 1 e parte 2 a far da fette di pane, fragranti e croccanti, con Welcome To The Machine, Have a Cigar e Wish You Were Here a costituire l’imbottitura. Welcome To The Machine, inquietante, quasi sperimentale, algida che preannuncia i temi disperati di Animals citando Huxley e preparando l’avvento dei testi orwelliani di Animal Farm. Have a Cigar ovvero l’alienazione da successo, segue temporalmente e logicamente Money: i segni di saturazione e alienazione sono ormai evidentissimi. E poi c’è Wish You Were Here, il canto ed il suono di due amici per chi non c’è più. Loro stessi si sono persi tra le braccia di una creatura mostruosa, una macchina da soldi, lontani dalla sperimentazione, dal divertimento, perfetti ingranaggi dell show business. Quanta nostalgia in quelle parole:
How I wish, how I wish you were here. We're just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year, running over the same old ground. What have we found? The same old fears, wish you were here.
Canzone sempre fantastica, nonostante il tempo che passa. Ha dentro di sé una montagna di nostalgia vera, non costruita a tavolino. Può non piacere la canzone ma dentro c’è vita, c’è verità c’è vissuto.
La canzone che poi diede anche il titolo all'LP di Morgan è uno di quegli instant-hits che negli anni d'oro del jazz capitavano come poi nella musica rock. The Sidewinder al pari del serpente da cui prende il nome si muove e si svolge con sinuosità, trasversalmente, punzecchiando la testa, annidandosi per sempre nel cervello e non uscendone più, attaccandosi lì come un qualche tormentone estivo. Un pezzo con un ritmo che diventò negli anni successivi un pattern per decine e decine di Lps che cominciavano con un gran bel pezzo funkeggiante che serviva poi però solo a nascondere la pochezza di cui era poi composto il resto dell'album. Jazz hits, oggi qualcosa di sconosciuto e persino inconcepibile, ma al tempo, tra la fine degli anni 50 ed i primi 60 non era rarità anche se delle dimensioni di The Sidewinder, così su due piedi mi vengono in mente solo So What del divino Miles e Watermelon Man di Herbie Hancock. The Sidewinder fu anche il miglior album di Lee Morgan, non essendo più riuscito dopo a raggiungere quelle vette, avendo però mantenuto comunque una produzione più che buona. All'album, registrato il 21 dicembre 1963 da Rudy Van Gelder negli omonimi studi di Engelwood Cliffs, parteciparono Joe Henderson al sax tenore, Barry Harris piano, Bob Crenshaw basso e Billy Higgins batteria. Henderson è protagonista di alcuni assoli veramente rimarchevoli all'altezza di quelli di Morgan con un interplay da manuale tra tromba e sassofono. Il piano di Harrs scandisce il ritmo come un metronomo, ascoltate il lavoro che fa in The Sidewinder, perfettamente accompagnato dal duo basso batteria. La bellezza ed il successo del pezzo d'apertura oscurarono le altre canzoni, in realtà tutte meritevoli e di grande bellezza, in particolare Totem Pole (che avrebbe potuto benissimo essere un altro hit) e la finale Hocus Pocus. Se posso insistere vi consiglierei di procurarvi un qualche modo l'album (ora i Blue Note i trovano nei negozi e pochi euro) che questo è un disco che piace anche a chi non è appassionato di jazz.
Quando la musica ancora non correva su supporti digitali materiali quali i cd o percettivamente immateriali quali le memory stick, le foto di copertina, le copertine degli album erano parte imprescindibile dei dischi stessi, erano porzioni di musica. I migliori, i più apprezzati erano gli album che si aprivano a libretto, dentro potevano esserci testi, foto, o entrambi. Non era probabilmente solo il fascino del supporto vinilico, dischi con grandi copertine che facevano apprezzare maggiormente la musica ma anche, paradossalmente, la penuria di musica reperibile. Se non pagavi non potevi averla (vabbè d'accordo c'erano le musicassette e i registratori, ma non certo la facilità di schiacciare un pulsante e trovarsi intere discografie a disposizione). Ascoltare la musica era spesso totalizzante, vuoi che si avevano meno album a disposizione e quindi ogni nuovo acquisto veniva ascoltato, riascoltato, quasi consumandone i solchi, vuoi perchè ogni album era una scelta precisa a costruire un percorso, una discografia. Ricordiamoci che, per costruirisi una discoteca degna di questo nome, ci volevano anni se non una vita. Ogni pezzo aveva un suo senso, ricordava un periodo, una sensazione, una motivazione ed era un passo verso il successivo acquisto, verso il successivo delinearsi di un percorso che veniva costruendosi nel tempo e che rifletteva in toto la propria evoluzione e persino oserei dire personalità. Come simbolo delle copertine di quel periodo, ho scelto una copertina mancata: quella interna di Meddle. Quei quattro brutti ceffi dei Pink Floyd ancora giovanissimi, già affermati, ma ancora ad un passo di distanza dal successo mondiale. Quanto le ho fissate qulle foto segnaletiche ascoltando Echoes, One of these days, A pillow of winds, etc. Le immagini erano rare, non vi era inflazione di video, notizie, interviste, show televisivi, vi era ancora la possibilità di fantasticare. In realtà la fantasia vi è ancora oggi ma è molto più difficile esercitarla in un mondo che tende ad esibire tutto. Il pericolo dell'abbondanza odierna e della scelta è di farsi sfuggire i Pink Floyd d'oggi, i Rolling Stones o i Beatles e così via. Difficile scegliere una strada, costruire un percorso personale in mezzo a una miriade di strade già segnate e perfettamente asfaltate, difficile infine apprezzare appieno musica che si può ottenere senza alcun sforzo e a costo zero. L'abbondanza sembra distrarci, sembra difficile.
Ieri mattina alla fnac, stavo guardando gli I Pod e i lettori mp3 in generale, non che il mio non funzioni bene, ma così, li osservavo per una forma di consumismo voyeuristico, o se preferite cazzeggiavo guardando tra le novità. Vicino a me c'erano 3 ragazzini, due ragazze e un ragazzo, molto giovani, avranno avuto 15/16 anni. Guardavano i lettori mp3 e gli I Phone. Ad un certo punto una delle due ragazze ha esclamato vedendo un cd player "Ma li fanno ancora i cd? Incredibile." L'altra di rimando "Io ne ho uno a casa è di mio padre, e lo adoro, adoro come si apre dolcemente il cassettino, ha un fascino pazzesco". L'altra "Mai avuto uno, è roba di mille anni fa" a quel punto è intervenuto anche il ragazzo certificando la vetustosità dell'arnese "Mai avuto uno, solo mp3 suonano molto meglio". Mi sono allontanato un po' stranito da vecchio dinosauro giurassico. Ho pensato a come si consuma la musica oggi da parte di frotte di ragazzini e pure di adulti, e mi è venuto il dubbio che avendo sempre sù in tutte le situazioni le cuffiette in realtà consumino non musica in non luoghi. Se ci pensiamo il non luogo di Augè nel tempo si è sempre più allargato diventando praticamente totalizzante. I luoghi pubblici anche non commerciali non hanno praticamente più, almeno nelle città, la funzione di agorà, ma sono diventati realtà commerciali e funzionali al consumo perdendo le loro caratteristiche antropologiche. Luoghi antropologici sono rimaste solo le nostre case (forse) e un nostro spazio privato, intimo/ideale, più che oggettivamente reale. Ed allora che cosa meglio della musica come sottofondo, come non musica, per navigarli questi luoghi alieni e alienanti? Viene in mente il capolavoro di Brian Eno "Music for Airports", in cui la colonna sonora di un non luogo per eccellenza come un aeroporto diventava puro sottofondo alla solitudine ed all'alienazione. Oggi però ho come l'impressione si sia fatto un passo avanti in quest'entropia artistica in cui il mezzo di riproduzione musicale, quindi un oggetto, detti la qualità della musica e della sua fruizione prescindendo dalla musica stessa e riducendola tutta a puro sottofondo. Che si ascolti Mozart, Bach, I Pink Floyd, Steve Reich, I Pearl Jam, Dylan o Toto Cutugno tutto viene omogeneizzato consumato linearmente, senza intoppi e senza emozioni.
Come (quasi) tutti i sabato mattina rigiro tra gli scaffali, gli espositori i corridoi ingombri della Fnac. Cazzegio, penso, prendo su un cd, lo rimetto giù. Oggi sono dieci anni da che ha aperto la Fnac di Verona e c'è il 3x2 sui cd, sui dvd e sui libri, come al supermercato e se hai la tessera di socio ci sono anche i punti. Nel mio giravagare con lo spirito di un bambino in un negozio di giocattoli vengo riportato alla realtà da Alberto, un caro amico con cui si condividono tra le altre la passione per la musica e per il buon ascolto. Ci tiriamo fuori dalla folla che incessante passa e ci rifugiamo nel reparto indie. Parliamo e a fianco a noi appare un blogger che conosco e che frequanto nella rete ma che di persona non ho mai conosciuto. Meglio, credo di riconoscerlo da una foto del suo blog. Penso ma quello è JOYELLO, prende in mano un "Grinderman" si volta verso di me e Alberto e per un attimo penso "Adesso gli chiedo: ma tu non sei Joyello? Io sono silvano-31canzoni" sto quasi per farlo poi un imbarazzo adolescenziale mi ferma...perdo l'attimo penso ma se non lo fosse (Joyello) cosa ne penserebbe di un quarantenne che lo avvicina così: ciao sono silvano-31canzoni tu sei Joyello, vero? minimo se mi risponde "No" penserà che sia un mona.... In ogni caso te lo chiedo ora: eri tu? Io ero quello con i jeans, le reebok bianche, il giubbetto bianco, i capelli corti pepe e sale (dire che sto ingrigendo non mi sembra bello), alto e sopvrappeso...Eri tu? ciao.
P.S. poi non ho esagerato con gli acquisti e me ne sono uscito con i tre cd di prammatica: Wilco "The Album", un cofanetto di Cecil Taylor, e TheXX.
Il backstage fotografico della creazione di una della più belle e famose copertine della musica rock. Cliccate sull'immagine per ingrandirla, è abbastanza ben definita da poterci fare una stampa e magari incorniciarla.
1) For All We Know 2) Where Can I Go Without You 3) No Moon At All 4) One Day I’ll Fly Away 5) Intro – I’m Gonna Laugh You Right Out Of My Life 6) Body And Soul 7) Goodbye 8) Don’t Ever Leave Me
Due amici che non suonano insieme da 30 anni. Un reincontrarsi e provar a far musica, per nostalgia, per amore, perchè le parole non sono sufficienti e non vengono, non possono raccontare. Immagino sia avvenuto così l'incontro tra Charlie Haden e Keith Jarrett. In occasione dell'intervista per un film su Charlie i due suonano un paio di pezzi insieme nello studio casalingo di Jarrett. Nell'occasione dalle note sprizza una scintilla d'arte pura. Allora Jarrett invita Haden e moglie a casa sua per alcuni giorni. I due vanno in studio e cominciano a suonare, suonano da mattina a sera per quattro giorni, con nessuna idea di produrre un album ma solo per il piacere di suonare insieme in una ricerca della bellezza musicale pura del groove dell'interplay della grande musica. Alla 4 giorni di musica sono poi seguiti infiniti ascolti per cogliere i pezzi migliori, quelli che catturavano l'aria, l'essenza del loro incontro. Il risultato finale è questo splendido Jasmine, 8 canzoni tra standard classici e meno, nessuna velleità di produrre qualcosa di nuovo, uniti da una musicalità ed un intimismo che richiamano prepotentemente l'album “The Melody at Night with You” di un Jarrett in solo particolarmente ispirato del 1999.
Due maestri per una musica senza tempo che bypassa ogni steccato di genere, un trionfo di colori per ogni pubblico.
"Call your wife or husband or lover in late at night and sit down and listen. These are great love songs played by players who are trying, mostly, to keep the message intact. I hope you can hear it the way we did."
Holiday shopping just got a lot easier for the Bruce Springsteen devotees in your life. According to Rolling Stone, E Street Band guitarist Steve Van Zandt told a UK radio station that Christmas 2010 will see the long-awaited ‘Darkness on the Edge of Town’ reissue. “We’re doing a little bit of fixes on some ‘Darkness on the Edge of Town’ outtakes, which is going to be a really fun reissue coming for Christmas,” the guitarist said in the interview.
The big news for fans though is that the reissue of the classic 1978 album, which features such classics as ‘Badlands’ and ‘Prove It All Night,’ will include unreleased material. “We put 10 or so outtakes on the [1998] ‘Tracks’ box set and we [have since] found 10 more,” Van Zandt revealed. “I’m not sure how many we’ll put on there. We’ll go back and he might finish a lyric on one or two, or finish a harmony on one or two, but we’ll keep them intact pretty much.”
The follow-up to Springsteen’s breakthrough ‘Born to Run’ album, ‘Darkness’ is considered equal or even superior by some Springsteen aficionados. During the recording period, Springsteen was involved in legal battles with former manager Mike Appel and the fury and pent-up frustration of that period of inactivity can be heard throughout the anthemic feel of many of the songs off ‘Darkness.’ Many of the tracks are also fan concert favorites, with ‘Badlands’ often taking the closing spot during recent tours. by Steve Baltin, Spinner Music
Luca: Da quando è arrivato suona solo lui…è MOJO di Tom Petty…CAPOLAVORO DI UNA VITA!
Silvano: D’accordo. Capolavoro. Ai livelli di Damn The Torpedoes!
Luca: E già, ma al giorno d’oggi, DURA tirar fuori un gran bel mucchio di songs. Vuoi mai che lo spari un MUSE o chissàchi e tutti parlarne. Lo voglio anche in VINILE…lo voglio lo voglio lovogliooo!!!!
Sino a pochi giorni fa non ne sospettavo l'esistenza di questo gruppo giapponese che si chiama “Mono”. Li avessi intercettati per caso, probabilmente gli avrei pure negato un ascolto, bollandoli come uno degli infiniti gruppi post-rock-progressivi figli delle infinite etichette che propongono infinite musiche. Invece, per puro caso, un amico di vecchia data me li ha segnalati dicendomi che era da giorni che li ascoltava drogato e rapito dalla loro musica. Poiché il vecchio amico di musica ne mangia, e tanta, mi sono procurato il loro ultimo album di studio “Hymn To The Immortal Wind”. Già il titolo ha qualcosa di epico, misterioso, grandioso. Ascoltandolo poi si deve pure constatare che la musica è a sua volta altrettanto epica, misteriosa e grandiosa. Questi 4 ragazzi giapponesi raccontano e dipingono emozioni e impressioni senza mai usare parole ma solo la forza delle note. Il quartetto suona accompagnato da una grande orchestra e la perfetta fusione strumentale e gli arrangiamenti proposti fanno sì che quasi non si noti, sembrano infatti un normale quartetto rock. “Hymn To The Immortal Wind” è il loro quarto album, e le canzoni proposte pur strutturalmente simili nel loro sviluppo contengono delle ricche e funzionali (mai fini a se stesse) citazioni dal repertorio progressive/psichedelico anni 70 che funge da base per il successivo sviluppo orchestrale. E' un disco di impressioni, profondamente impregnato di romanticismo non di maniera, ma sincero e originale, lirico nei suoi appieno. Tra le tracce suggestioni più o meno velate e citazioni di Pink Floyd (quasi un plagio del Gilmour di Echoes, nella prima canzone Ashes of Snow) , Ennio Morricone, musica da film, colonne sonore immaginarie e immaginifiche, spunti su come ridare una nuova musica a Blade Runner, oppure ai film di Leone: è facile immaginare Clint Eastwood procedere con il poncho e il sigaro incollato alle labbra nella via polverosa di una cittadina del West verso il duello finale con il cattivo di turno. I Mono fanno una musica talmente aperta, talmente progressive che in un certo senso richiede una partecipazione artistica diretta al processo creativo anche all'ascoltatore, tanto che tutti potranno trovare infinite e personali suggestioni musicali e cinematografiche accese dal loro passionale rock. Gruppo che merita un ascolto approfondito – non vi deluderà.
Musica da guardare, si potrebbe dire. David Bowie non sarebbe mai diventato David Bowie senza Hunky Dory. Non lo so immaginare senza quella copertina. La musica da sola a volte non è sufficiente e forse nemmeno così bella. Ascoltiamo anche con gli occhi e questa è probabilmente la ragione per cui non riesco ad apprezzare, come meriterebbero, certi lp che solo ho sul lettore mp3 o su un anonimo cdr. Certo se sempre si è conosciuta la musica solo come immateriali files senza confezione, foto, carta patinata, libretti, questa sensazione di incompletezza non mancherà, anche se oggettivamente si fruirà di un'esperienza sensorialmente e cognitivamente impoverita.
Piove, piove, è il tema dominante di questo scorcio di primavera. E non accenna nemmeno a smettere. E allora che bello chiudersi in casa e spulciare vecchi dischi scegliendo quelli da ascoltare dalla copertina che magari richiami la pioggia, o il cielo grigio, o uno stato d'animo. Io il gioco l'ho iniziato, ora tocca a voi.
A Day Without Rain (arriverà prima o poi) di Enya scelto da Zefirina
Itsas ha suggerito una canzone "A Hard Rain's Gonna Fall" di Dylan, che per assonanza a sua volta ma mi ha ispirato l'album Hard Rain.
Capita, ogni tanto, di entrare in un negozio di dischi con nessuna idea. L'abitudine di frequentare questi luoghi in via d'estinzione è dura a morire in me e se ne andrà solo quando i luoghi stessi spariranno. Ieri mattina sono entrato alla locale Fnac, fatti i consueti giri tra gli scaffali ecco la scossa. Un album, un paio di copie solamente, di Ben Sidran nel reparto jazz ed un titolo invitante: Dylan Different. Mi piace il jazz, mi piace Dylan, ecco il disco. Dodici canzoni del rocker/poeta/scrittore/tutto di Duluth. L'idea di immaginare Dylan trattato alla pari dei grandi della musica americana degli anni trenta mi sembra cosa naturale. Un classico moderno ancora in attività. Un album jazz di standard, con un rocker al posto di musicisti quali Porter, Kern, Rodgers and Hammerstein, Gershwin, ecc. Sidran legge le canzoni in chiave jazz senza però stravolgerle, offrendone una lettura rispettosa ed insieme originale. Non teme di confrontarsi con alcune delle canzoni maggiori dello sterminato repertorio dylaniano: le interpreta e le fa sue, ne fa il suo canzoniere, il suo Dylan. Così tra i solchi ci si può gustare una Highway 61 Revisited che scivola in un elegante e sommesso blues che non perde mai swing, una Tangled Up in Blue sciorinata come uno scioglilingua scoppiettante e divertito. Anche la super inflazionata Knockin' on Heaven's Door ne esce rigenerata e perfettamente attuale. C'è pure una sorprendente e funkeggiante Subterranean Homesick Blues a testimoniare la bravura e sensibilità di Sidran. L'album si chiude con una grande Blowin' in The Wind, suonata come un valzer di locale notturno quando ormai tutti se ne sono andati e sulla pista solo una coppia avvinghiata ma senza più speranze nel futuro. Blowin in The Wind quasi 50 anni dopo ha perso ogni forza di denuncia, ed è diventata la cronaca della sconfitta e di tutte le disillusioni. Non più la chitarra a sostenere quella vecchia protest song, ma un pianoforte ricco d'amore e nostalgia.
Non si fosse capito, album caldamente consigliato. In una parola: bello.
Elenco dei brani: 1. Everything Is Broken, 2. Highway 61 Revisited, 3. Tangled Up in Blue, 4. Gonna Serve Somebody, 5. Rainy Day Woman #12 & 35, 6. Ballad of a Thin Man, 7. Maggie's Farm, 8. Knockin' on Heaven's Door, 9. Subterranean Homesick Blues, 10. On the Road Again, 11. All I Really Want to Do, 12. Blowin’ in the Wind. Musicisti: Ben Sidran (voce, piano Wurlitzer, Hammond B3, Fender Rhodes), Alberto Mallo (batteria e percussioni), Marcello Giuliani (basso acustico ed elettrico), Rodolhpe Burger (chitarra e voce), Bob Malach (sax tenore, flauto, clarinetto), Michael Leonhart (tromba, flugelhorn), Amy Helm (voce), Georgie Fame (voci e organo), Jorge Drexler (voce), Lenor Waiting & Luca (voci), Leo Sidran (chitarre, Hammond B3, piano koto).
A volte capita di camminare per strada e trovare nei propri pensieri un vecchio amico. Qualcuno che non si vedeva da anni. Un attimo di imbarazzo e poi fluiscono i ricordi e si sovrappongono, sgomitano uno contro l'altro per emergere. Emergono e sono ancora freschi giusto con un po' di nostalgia, l'ansia del tempo che passa il senso della fine che verrà prima o poi ma ora è meglio non pensarci. E così anche per la musica, almeno per certa musica. Album di anni fa che hai amato e che hai perso di vista. Poi in una pausa pranzo sei in un anonimo centro commerciale e così sfogliando un po' annoiato tra i ben 7 o 8 titoli in vinile che tengono nel grande magazzino ti imbatti nel vecchio amico. La copertina, le canzoni, le note sul retro le canzoni che raccontano di vite e di persone. Vita e morte, persone che non hanno conosciuto la libertà in vita, ma solo dolore, e le miserie del quotidiano uguali ad ogni latitudine ed in ogni tempo e che trovano occasione e coraggio da morte di raccontare la vita e gli amori e le ingiustizie. Prendi in mano l'album dimenticato con il suo cellophane ancora intatto lo guardi e ti ricordi di colori ed emozioni ed odori. Eh sì è stato un grande amore e sai che ancora lo è sapendo ascoltare. L'amico ha indossato per l'occasione il vestito da festa, un bel vinile arancione in versione limitata, lo prendi e te lo porti a casa come ai vecchi tempi.
Sul retro della copertina c'è un'intervista di Fernanda Pivano a Fabrizio De Andrè, ne trascrivo ora solo la prima domanda e relativa risposta.
Fernanda: Hai voglia di raccontarci come ti è venuto in mente di fare questo disco? Fabrizio: Spoon River l'ho letto da ragazzo, avrò avuto 18 anni. Mi era piaciuto, e non so perchè mi fosse piaciuto, forse perchè in questi personaggi ci trovavo qualcosa di me. Poi mi è capitato di rileggerlo, due anni fa, e mi sono reso conto che non era invecchiato per niente. Soprattutto mi ha colpito un fatto: nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte, invece, i personaggi di Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perchè non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare.Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare.
Ci sono da salvare almeno 10 album in chiusura del primo decennio del nuovo millennio? Ci si prova e allora: classifiche, classifiche, classifiche. Che bello, piccoli prontuari musicali fatti in casa con piccoli e grandi sforzi. Nel mio personale elenco mi son dato l'unica regola di non citare più di un album per artista. Per il resto libertà.
1)“69 love songs” dei Magnetic Fields che altri non sono se non il genio di Stephen Merritt accompagnato da un gruppo di validi musicisti che suonano quel poco che non suona direttamente lui. Un triplo cd con 23 canzoni cadauno. Una miniera di idee, accennate, svolte, un album che delizia il pubblico e che è una fonte d'ispirazione per musicisti di ogni genere. Il genio di Merritt non si preoccupa dell'iperproduzione; in un unico album ci sono così tante e così varie canzoni che potrebbero bastare per l'intera carriera di qualunque altro musicista. Il genio è una fonte d'acqua inesauribile. Volendo fargli una critica, propria questa gli si potrebbe fare: troppa carne al fuoco. Ma d'altro lato sarebbe ingenerosa a fronte di tanta inventiva e amore per la musica. Un amore che non stanca, posso assicurare che le sue canzoni rimangono vive e fresche anche dopo centinaia di ascolti. 2)“Pearl Jam – Live at the Gorge 05 – 06” - Pearl Jam. Questo sontuoso – esagerato - innamorato tributo al Rock and Roll, questo settuplo (si dice così 7 CD?) live dei Pearl Jam non è raccontabile con le parole. E' un atto d'amore per il rock, il loro personale tributo alla sua storia. Devastante, lirico, ruvido ...non ci sono aggettivi sufficienti. Dentro c'è una gran parte del loro repertorio originale e poi una serie di classici tra i quali il Neil Young di Rockin' in the free World e gli Who di Baba o Riley. Omaggi commossi e grintosi di Eddie Vedder a suoi due maestri. 3)Arriviamo al Boss del 2000. Qui la scelta si fa difficile. Avrei almeno tre album di Springsteen da mettere in fila. La regola stabilita (un solo album per artista) me lo impedisce. Però non è colpa mia se Springsteen ha fatto tre capolavori nel decennio: “The Rising”, l'iper sottovalutato “Devils and Dust” e le “Seeger Sessions”. Il mio cuore direbbe “The Rising” il miglior album con la E Street dai tempi di Born in The USA, ma l'album ha avuto tutto il successo che meritava e non ha certo bisogno di altri riconoscimenti, tanto meno del mio. La ragione allora direbbe “The Seeger Sessions”: un grande lavoro alla riscoperta del folk delle radici di uno dei grandi maestri Pete Seeger (l'altro è Woody Guthrie) che hanno ispirato sia Dylan, sia Springsteen. Anche questo album ha avuto i suoi riconoscimenti in ispecie di critica. Resta allora solo il brutto anatroccolo “Devils and Dust”. Proprio questo è l'album che scelgo. Un grande disco cantautorale d'altri tempi. Cupo, pessimista. Un Bruce adulto che qui arriva con il suo mood ad avvicinare ed affiancare il miglior Dylan. Musica d'autore americana al massimo livello. 4)“Trouble Bound” - The Blasters. Mentre scrivo dei fratelli Alvin e di Bazz, Bateman, e Taylor, guardo appoggiata qui in fianco al pc la bacchetta autografatami da Bateman dopo il concerto di Chiari nell'estate 2003. E che emozione, ancora oggi, averli visti dal vivo almeno una volta. Concerto indimenticabile. Inutile dire che ritrovo quell'energia intatta nel disco che ho scelto e che fu registrato nel 2002 dal vivo all'House of The Blues di Los Angeles. Procuratevelo e ascoltatelo. Pure R'n'R da parte di un gruppo di super musicisti che immeritatamente stanno fuori dai grandi giri dello starsystem. 5)“Twelve” - Patti Smith. Nei dieci non può mancare un album di cover. Ma quando l'interprete è Patti Smith parlare di cover nel senso classico perde ogni significato o forse lo assume. Siamo circondati in questi anni da tonnellate di album di cover, rifacimenti fatti senza alcun senso artistico o senza alcun senso del tutto. In Twelve Patti invece ci regala un vero reading poetico che spazia da Hendrix ai Stevie Wonder, dai Beatles ai Rolling Stones, da Paul Simon a Bob Dylan e ancora Tears For Fears, Neil Young, Jefferson Airplane, The Doors, Kurt Cobain, Allman Brothers. Può bastare? Una canzone su tutte? Provate ad ascltare la stupenda Changing Of The Guards del Maestro e poi vedete se non vi cambia il senso della giornata.
La settimana prossima gli altri cinque album (post troppo lungo).