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lunedì 20 ottobre 2025

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 20: The House of the Devil (2009)

Il tema della Nuovi Incubi Halloween Challenge di oggi era "Satanici". Ho quindi scelto The House of the Devil, diretto e sceneggiato nel 2009 dal regista Ti West.


Trama: disperata all'idea di non avere i soldi per pagare l'appartamento nuovo, la studentessa Samantha accetta un lavoro come babysitter nella villa del signor Ulman. La generosa offerta, però, è il preludio a una notte di orrore...


The House of the Devil
era uno dei pochissimi film di Ti West a mancarmi all'appello. Ne avevo sempre sentito parlare abbastanza bene, anche se probabilmente la fama del film era stata surclassata da The Innkeepers, che ha poi consacrato il regista a star dell'horror indipendente, quindi ho approfittato della Challenge per recuperarlo. The House of the Devil, in effetti, ha una struttura narrativa abbastanza simile a quella di The Innkeepers, anche se i personaggi non sono altrettanto ben caratterizzati. Si tratta di uno slow burn che, per la maggior parte della sua durata, introduce la protagonista, Samantha, e le crea attorno un'atmosfera di inquietudine pura, prima di far deflagrare l'orrore negli ultimi dieci minuti. Samantha è la classica studentessa squattrinata protagonista di centinaia di horror, che vorrebbe trovare un appartamento dove stare tranquilla ed evitare di avere a che fare con compagne di stanza moleste. Il bisogno di denaro, assieme alla volontà di essere indipendente da genitori e amiche più abbienti, è ciò che la spinge a rispondere all'annuncio di Mr. Ulman, il quale cerca una babysitter per una notte. Dopo averle tirato un pacco clamoroso, Mr. Ulman si rifà vivo con una fretta pazzesca, pronto a sborsare una cifra esorbitante per quattro ore di lavoro; nonostante le raccomandazioni dell'amica Megan, la palese stranezza dell'uomo, l'ondata di strani omicidi a sfondo satanico, l'arrivo di un'eclissi di luna totale, la scoperta che dovrà fare da babysitter non a un bimbo ma a un'anziana, Samantha accetta e, dopo un breve incontro con Ulman e la moglie, rimane tutta sola nella loro enorme casa. Sarà che da bambina ero terrorizzata all'idea di rimanere sola nel piccolo appartamento che dividevo coi miei, ma con me i film dove ai personaggi tocca lo stesso destino funzionano alla perfezione. Come accade ogni volta che rileggo La nonna di Stephen King, mi immedesimo totalmente in chi si sente a disagio all'interno di un ambiente che dovrebbe essere sicuro, eppure viene travolto da un terrore irrazionale; Ti West, in questo caso, è riuscito a ricreare magistralmente le atmosfere Kinghiane e a veicolare il disagio di una ragazza che, consapevole della presenza di un'altra persona sconosciuta e a rischio di sentirsi male in quanto anziana, tende i sensi al massimo dell'allerta e comincia a notare tutte le piccole magagne di una situazione già in partenza non troppo limpida. Mi rendo conto che molti potrebbero trovare molto noioso The House of the Devil proprio perché, per buona parte del suo metraggio, "prepara" la protagonista e gli spettatori allo shock finale (risultando, in alcuni punti, persino didascalico, vedi la questione della pizza, o i dialoghi tra Samantha e Megan), ma per quanto mi riguarda, la parte terrificante del film è proprio questa, mentre il resto è un "di più" anche un po' baracconesco e derivativo.


Sono molto felice anche di avere visto The House of the Devil dopo la recente trilogia realizzata dal regista. Purtroppo, dalla visione di The Innkeepers sono passati quattordici anni e, pur ricordando molto bene l'atmosfera generale, non rammento quasi nulla dello stile e della regia, mentre avendo ben freschi in mente sia X che MaXXXine, mi è sembrato di vedere in The House of the Devil un primo seme dei lavori migliori di Ti West. Girato in 16 mm, riproponendo inquadrature, zoomate, stacchi di montaggio (Ti West qui si è occupato anche di questo aspetto), titoli e sequenze tipiche degli horror anni '70-'80, il film è un omaggio nostalgico e rispettoso ma riesce a mantenere comunque una sua personalità, soprattutto perché non si tratta di una fredda riproposizione dei "vezzi" dell'epoca. Ti West li usa per raccontare la storia di una persona vera, preda di quegli sprazzi di stupidera e ingenuità che ce la rende ancora più vicina, e sfrutta i mezzi dell'epoca per consentire allo spettatore di creare un legame profondo con lei. Come ho scritto sopra, i momenti splatter contano fino a un certo punto, soprattutto alla fine. Abbondano, da un certo punto in poi, e sono persino disgustosi, talvolta inverosimili, ma impallidiscono di fronte alla mazzata inaspettata che colpisce a metà film, con tutta la banalità di un male che, dietro l'apparenza clueless, nasconde un agghiacciante disprezzo per la vita umana. The House of the Devil ha, come punti di forza, anche una location splendida (una villa che il regista trasforma nella più terrificante delle magioni gotiche, fatta di angoli morti, porte chiuse, luce soffusa che incrementa le ombre, riprese dall'esterno delle enormi vetrate, che sembrano fatte apposta per rendere Samantha ancora più vulnerabile) e vanta due attrici che si completano alla perfezione. Jocelin Donahue è fantastica nella sua interpretazione di Samantha, ma la scintilla che la rende ancora più vitale è la Megan di Greta Gerwig, ragazzaccia di buona famiglia nonché la migliore amica che tutti vorremmo avere. Il perché la dinamica tra le due funziona e accentua ancor più la tragica ineluttabilità di The House of the Devil, ve lo lascio scoprire da soli, consigliandovi di recuperare questo piccolo gioiellino firmato Ti West.


Del regista e sceneggiatore Ti West, anche montatore, ho già parlato QUIJocelin Donahue (Samantha), Tom Noonan (Mr. Ulman), Greta Gerwig (Megan), AJ Bowen (Victor Ulman) e Dee Wallace (la padrona di casa) li trovate invece ai rispettivi link.

Mary Woronov interpreta Mrs. Ulman. Americana, ha partecipato a film come Silent Night, Bloody Night, Anno 2000 - La corsa della morte, Eating Raoul, La notte della cometa, Terror Vision, Supermarket Horror, La vedova nera, Scene di lotta di classe a Beverly Hills, Dick Tracy, La casa del diavolo e a serie quali Charlie's Angels, Taxi, Cuore e batticuore, Supercar, La signora in giallo, Highlander, Otto sotto un tetto. Anche sceneggiatrice e regista, ha 82 anni e un film in uscita.


Se The House of the Devil vi fosse piaciuto recuperate The Innkeepers. ENJOY!

martedì 10 settembre 2024

MaXXXine (2024)

Finalmente. Quando ormai non ci speravo più, anch'io sono riuscita ad andare al cinema e vedere MaXXXine, diretto e sceneggiato dal regista Ti West.


Trama: anni dopo la terribile esperienza in Texas, Maxine Minx, sempre decisa a diventare una stella del cinema, ottiene una parte in un film horror. Qualcuno, però, è sulle sue tracce, pronto a rivangare il suo passato...


Ti West
ha concluso la sua trilogia, il suo progetto più ambizioso. Per quanto avessi adorato, all'epoca, X, mentirei se dicessi che avrei scommesso anche solo un'euro sulla riuscita dell'operazione. Credevo, erroneamente, che non si potesse fare meglio di così. Invece, il regista ci ha prima stupito con un racconto di frustrazioni e speranze tanto potente da farci provare pietà per quella che, a rigor di logica, avrebbe dovuto essere solo una disgustosa e rancorosa matta, infine ha concluso il percorso del personaggio Maxine Minx, inserendolo in un discorso più ampio legato al cinema di genere e alla società americana, senza una sola sbavatura. Maxine ha cominciato, in X, come potenziale stellina dell'hard dotata del "fattore X", quel qualcosa in grado di bucare lo schermo, riconducibile ad una cazzimma e una durezza interiore nate dalla ferma volontà di sfondare, a qualunque costo; in parallelo, West raccontava un'America ipocrita, che rinnegava in pubblico la fame di libertà sessuale stigmatizzando un'industria del porno mai stata così fiorente, e rivendicava la dignità di chi in quell'industria lavorava o creava legami familiari. Con MaXXXine, arriviamo agli anni '80 in cui le speranze di ricchezza e di progresso si scontravano con un clima di puro terrore, alimentato da un'amministrazione durissima e bigotta, pronta a creare nemici mediatici per ciò che più contava davvero, riassumibile con Patria, mamma, torta di mele. Negli anni del Satanic Panic e delle proteste contro horror, pornografia e persino giochi di ruolo, la realtà abilmente nascosta sotto il tappeto dell'ipocrisia puritana era fatta di squallidi localini a luci rosse, serial killer e quant'altro e questa sensazione di pericolo e "sporco" tangibile viene resa da Ti West ogni volta che Maxine esce di casa per andare a lavorare. Quanto alla protagonista, il tempo passato e il mancato successo non l'hanno resa meno determinata, anzi; ben consapevole della realtà che la circonda, dov'è un attimo venire uccise da un pazzo e dimenticate in un angolo di strada, Maxine è ben decisa a non lasciare che nulla disturbi la sua paziente ricerca di un'occasione giusta, e finalmente quest'ultima arriva con un ruolo all'interno di un film horror. L'amore di Ti West per la sua protagonista e per l'industria cinematografica è tangibile. La regista del film "La puritana II", le maestranze e il set diventano per Maxine l'unico punto fermo di un'esistenza minacciata da un caotico passato, e ogni azione "altruista" intrapresa da un personaggio al quale importa solo di se stesso (e, nonostante questo, impossibile da odiare) nasce proprio dal desiderio di non perdere in primis questo porto sicuro, oltre alla ovvia possibilità di diventare una star, finalmente. Di vivere la vita che Maxine merita.


Ovviamente, per raggiungere l'happy end, sempre che qualcosa di simile esista, Maxine dovrà passare per un'ordalia di morte e follia. Sono tanti i modelli a cui guarda Ti West, purtroppo per la sottoscritta è passato tuttavia tanto tempo da quando quegli stessi modelli mi sono passati sotto agli occhi. Perdonatemi, dunque, se non citerò Fulci e il suo Lo squartatore di New York, bensì i padri del Giallo all'italiana come Bava e Argento, "genitori" di killer senza volto e con le mani guantate, in grado di trasudare odio e perversione nonostante siano privi di un sembiante riconoscibile. Ma più del killer e del gusto di Ti West per delle morti ancora più splatter che nei film precedenti, mi ha colpita il modo in cui sono state rappresentate le sordide strade di una Los Angeles priva di patina nostalgica o glamour, con uno stile che mi ha ricordato moltissimo Cruising di Friedkin (anche se lì l'azione si svolgeva a New York); la fotografia di MaXXXine, fatta principalmente di ombre e cupe luci al neon, enfatizza ancora più la sensazione di pericolo imminente, di una città caotica e corrotta, dove gioventù e bellezza sopravvivono poco e male. Quanto a Mia Goth, sarebbe un delitto non parlarne. Mi riservo di farlo con più competenza quando avrò rivisto il film in lingua originale, perché al momento ho apprezzato maggiormente la sua interpretazione in Pearl, ma ormai direi che l'attrice ha centrato in pieno il personaggio titolare, portando a termine il non facile compito di spingere lo spettatore a fare il tifo per una "macchina da guerra" egoista e dalla morale ambigua. Anzi, sul finale a me è salito persino il magone per l'amarezza dello sguardo e delle espressioni di Mia Goth, specchio di un futuro incerto, sempre appeso a un filo, anche quando le cose parrebbero essersi risolte per il meglio (non ha aiutato la presenza, sui titoli di coda, della canzone Bette Davis Eyes, che mi spezza il cuore dal 2015). Il resto del cast non è meno interessante. Su tutti, ho apprezzato tantissimo l'inedito Kevin Bacon in versione detective laido e anche Elizabeth Debicki, con la sua algida eleganza, è perfetta come mentore di Maxine e motivatrice in grado di riportare il personaggio sulla "retta" via verso il successo. Sono sicura che MaXXXine meriterebbe ulteriori approfondimenti ma, come nel caso di Pearl, è un film che riuscirei a capire ed apprezzare di più a una seconda visione, quindi per ora mi fermo qui, ringraziando Ti West e Mia Goth per il bellissimo viaggio e per una delle trilogie migliori degli ultimi anni... nell'attesa che ci siano altre storie da raccontare!


Del regista e sceneggiatore Ti West ho già parlato QUI. Mia Goth (Maxine Minx), Elizabeth Debicki (Elizabeth Bender), Giancarlo Esposito (Teddy Night), Kevin Bacon (John Labat), Michelle Monaghan (Detective Williams), Bobby Cannavale (Detective Torres), Larry Fessenden (Guardia), e Lily Collins (Molly Bennett) li trovate invece ai rispettivi link. 

Sophie Thatcher interpreta la FX artist. Americana, ha partecipato a film come The Boogeyman e a serie quali The Exorcist e Yellowjackets. Anche produttrice, ha 24 anni e un film in uscita, Heretic.



Se MaXXXine vi fosse piaciuto, recuperate X - A Sexy Horror Story e Pearl. ENJOY!

mercoledì 21 dicembre 2022

Pearl (2022)

Ogni promessa è debito! Dopo X è stato distribuito anche Pearl, sempre diretto e co-sceneggiato da Ti West, e l'attesa è valsa la pena!


Trama: Pearl è una ragazza che, nell'attesa del ritorno del marito dalla guerra, vive in una fattoria con la severissima madre e il padre paraplegico. Pearl, però, desidera la fama e il successo e vorrebbe diventare ballerina...


Che inaspettato trionfo. Non ho altro modo di descrivere Pearl, un film che aspettavo fin dal brevissimo trailer visto alla fine di X, e che si è rivelato qualcosa di molto diverso dalla pellicola da cui è partito, benché altrettanto soddisfacente. Se X era sia un "omaggio" agli slasher di fine anni '70 sia una riflessione malinconica sulla libertà e la giovinezza, Pearl cambia totalmente registro ma mantiene il fil rouge del mito del successo e la frustrazione derivata dalla consapevolezza, non riconosciuta, di essere speciali e di poter aspirare a qualcosa di più. Lo fa, come da titolo, tornando ai tempi della prima guerra mondiale e raccontandoci la giovinezza di Pearl, l'anziana villainess del primo film. Fin dall'inizio, il dichiarato omaggio è ai film in technicolor degli anni '30, sia per quanto riguarda l'utilizzo delle palette all'interno della fotografia, sia per le inquadrature e le singole sequenze, che richiamano spesso e volentieri iconiche immagini di musical (non è un mistero che West abbia chiesto a Mia Goth di riguardare lo storico Mago di Oz) e, a chi è cresciuto a pane e Disney come la sottoscritta, i numeri musicali delle principesse con i loro amici animaletti, in particolare quello in cui una certa "bella" lamentava di quanto le andasse stretta la vita del paesino popolato da buzzurri francesi in cui era relegata. Per Pearl, non a caso vestita anche lei di azzurro, almeno all'inizio, è la stessa cosa: non tollera l'idea di rimanere a marcire nella fattoria di famiglia, non quando nella sua mente si susseguono immagini di successo e glamour, di una vita passata a danzare sullo schermo di un cinema, finalmente protagonista dei film tanto amati. Purtroppo per Pearl, al di là di tutto ciò che il destino potrebbe riservarle, la differenza sostanziale tra lei e le eroine dei musical è una natura oscura e psicotica, che la porta ad estremizzare le emozioni fino alle inevitabili conseguenze e a coltivare un insano gusto per il sangue, il che la rende, ovviamente, una bomba pronta ad esplodere. 


Nonostante ciò, Pearl è ben poco sanguinoso e horror, anche se ci sono un paio di scene dove l'utilizzo di armi bianche improprie si spreca. Il film è costruito, piuttosto, come un thriller psicologico, un gotico americano dove il sottilissimo filo della salute mentale della protagonista si tende fino a strapparsi, mentre lo spettatore (consapevole di quanto accaduto in X) da una parte teme per la vita di chiunque abbia la sventura di incrociare il cammino di Pearl, dall'altra non può fare a meno di provare pietà per questa ragazza con cui la vita non è stata proprio tenerissima. Merito, non sto neanche a dirlo, di Mia Goth. Sono anni che l'attrice porta a casa interpretazioni eccelse, eppure il pubblico ha cominciato ad aprire gli occhi solo dopo aver visto X. Meglio tardi che mai, certo, soprattutto perché quella in Pearl è la sua migliore interpretazione di sempre e ci sono già due sequenze destinate a diventare iconiche, tra le migliori di questo generoso 2022 horror. Una è il monologo rivelatore poco prima del finale, talmente intenso e sconvolgente che staccare gli occhi dallo schermo è dannatamente difficile (e sarà un problema anche rivedere, se mai uscirà, Pearl sul grande schermo doppiato, ché la Goth ha due polmoni in grado di rivaleggiare con quelli di Amanda Seyfried), l'altra è l'inquadratura di almeno tre minuti sulla quale scorrono i titoli di coda; considerato che al giovane Timothée Chalamet hanno offerto una candidatura all'Oscar per qualcosa di assai simile, sarebbe quantomeno irrispettoso non tenere in considerazione il doloroso, angosciantissimo sorriso di Mia Goth, con tutta la disperazione e la follia (per non parlare della professionalità) che racchiude. In generale, sarebbe quantomeno irrispettoso non pensare a Pearl quando cominceranno a fioccare premi cinematografici, ma la mia è una speranza ancora più risibile di quella della protagonista di questo film. Ma chissenefrega, l'importante è che guardiate e ammiriate l'ultimo film di Ti West, volendogli bene come merita, aspettando che la trilogia si chiuda ne 2023 con l'annunciato MaXXXine


Del regista e co-sceneggiatore Ti West ho già parlato QUI mentre Mia Goth, che interpreta Pearl ed è anche co-sceneggiatrice, la trovate QUA.


Se Pearl vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, X: A Sexy Horror Story. ENJOY!


venerdì 15 luglio 2022

X (2022)

Con un ritardo a dir poco imbarazzante rispetto al resto del mondo, con un titolo ancora più imbarazzante che non riporterò per verecondia, e in un periodo dei più infelici, è uscito ieri in tutta Italia X, l'ultimo film scritto e diretto dal regista Ti West. Mi permetto di fare SPOILER qui e là, tanto ormai chi era davvero interessato avrà già avuto modo di vedere X almeno dieci volte. 


Trama: nel 1979, una troupe si reca in una sperduta fattoria del Texas per girare un porno ma i vari membri del cast andranno incontro a un ben cupo destino...


Era dalla deludente visione di The Sacrament che davo per disperso Ti West, relegato alla realizzazione di episodi per serie horror pur importanti, come L'esorcista, Outcast o Them, tanto che non mi ero neppure accorta dell'uscita del suo ultimo lungometraggio, Nella valle della violenza. Questo X, invece, lo aspettavo con ansia, neanche tanto in virtù del nome alla regia, quanto per la presenza di due adorabili e bravissime attrici quali Mia Goth e Jenna Ortega, e l'attesa è stata ripagata con quello che, almeno per me e al momento, è l'horror più bello del 2022. Siccome ne avrete già letto da gente molto più competente di me più o meno ad aprile, quando X ha fatto il suo ingresso nelle case di tutti gli appassionati con un minimo di dimestichezza informatica, eviterei di soffermarmi sullo stile di West, che omaggia non solo quello dell'Hooper di Non aprite quella porta (primo termine di paragone, ovviamente) ma anche quello di Ford, che poco c'entra con l'horror ma che qui è assolutamente efficace, ed eviterei anche di sottolineare la cruda bellezza delle secchiate di sangue con cui vengono ricoperti corpi bellissimi e ammiccanti o l'efficacia di un make up in particolare, perché la messa in scena di X è talmente elegante che mi vergogno a parlarne. Mi asterrei anche dal fare apprezzamenti sulla bontà del cast, ma siccome un paio di interpretazioni sono funzionali alla particolarità di ciò che X vuole raccontare, qualche "nome" eccellente mi toccherà farlo per forza.


E dunque, cos'è X e perché mi è piaciuto così tanto? Beh, perché al di là dell'ovvia gradevolezza della mattanza e della sua natura di horror, racconta una storia talmente triste e malinconica da rendere tridimensionali persino i personaggi che si vedono per cinque minuti. X come X-Rated, X come il "fattore" che fa spiccare la giovane Maxine agli occhi dello scafato produttore porno Wayne, X come la generazione di giovani che vorrebbero giustamente tutto e subito, proprio in virtù della loro freschezza, forza e giovinezza, che anelano alla libertà di essere ciò che desiderano perché gli è dovuto (e non lo dico in senso negativo); l'inizio di X sembra quasi un'appendice di Boogie Nights e contiene in sé lo stesso ottimismo, non fosse per la presenza insistente di un predicatore televisivo che sembra invece uscito da The Sacrament, per l'appunto, e che prefigura un destino cupo per i protagonisti. Eppure, non sono il puritanesimo o la cieca fede religiosa le fonti di tutto il male che colpisce la troupe del film, quanto piuttosto l'invidia e il rimpianto che portano ad una folle disperazione e a un desiderio di possedere, in modo distorto, una scintilla di ciò che brillava fulgido in passato e che, col tempo, si è spento fino a lasciare solo ricordi polverosi. In tal senso, il doppio ruolo della grandiosa Mia Goth è semplicemente perfetto. Da una parte abbiamo Maxine, che ha avuto il coraggio di liberarsi dalle catene di una religione oppressiva e di vivere appieno la giovinezza, dall'altra abbiamo Pearl, graziata da doni simili eppure costretta a rinunciarvi e a vivere per sempre nel rimpianto, guardandosi appassire e consumarsi di desiderio; è ovvio che il nostro cuore vada alla prima, disgustati come siamo dalla pazzia e dalla bruttezza della seconda, eppure West ci dice che abbiamo davanti le due facce della stessa medaglia, e che, nonostante tutto, la disperazione che muove Pearl è comprensibile e, ahimé, inevitabile. D'altronde, quello è il ciclo della vita. 


La "donna che visse due volte" Mia Goth è il fulcro della pellicola, ma all'interno di X ci sono tante piccolissime perle di sceneggiatura, quell'accenno di una storia, di una personalità, capace di rendere umani i protagonisti e di spingerci a dispiacerci per loro. Il pianto di RJ, costretto a passare dall'ovattato mondo universitario a una realtà che non è come quella dei film, il cameratismo tra i membri anziani della troupe, distanti dalla natura di pervertiti che la società vorrebbe affibbiargli, la lenta presa di coscienza di Lorraine, strappatale in maniera crudele, la rivelazione su Maxine e persino i momenti di intimità tra Pearl e il marito, che sicuramente tantissimi troveranno trash e di cattivo gusto, sono tutti piccoli elementi necessari a fare di X un'opera sfaccettata e lontana da un semplice omaggio ai vecchi horror, o un esercizio di stile fine a se stesso. Che poi, ovviamente, quello che colpisce maggiormente l'occhio sia una cura quasi tarantiniana per il dettaglio vintage o la natura "furba" della colonna sonora, non sarò io a negarlo, tuttavia credo che non riconoscere a X la sua capacità di scavare a fondo e rimestare nel torbido di un terrore sociale che troppo spesso ci soffoca e ci porta a vivere la vita con ancora più angoscia del normale, sia a dir poco ingiusto. Se, per miracolo, non lo avete ancora visto e se, ancora più per miracolo, vi capitasse di trovarlo programmato al cinema, dategli una chance, non ve ne pentirete.  


Del regista e sceneggiatore Ti West ho già parlato QUI. Mia Goth (Maxine/Pearl) e Jenna Ortega (Lorraine) le trovate invece ai rispettivi link.

Martin Henderson interpreta Wayne. Neozelandese, ha partecipato a film come The Ring, The Strangers: Prey at Night e a serie quali Home and Away, Dr. House e Grey's Anatomy. Ha 48 anni. 


Quest'anno dovrebbe uscire anche Pearl, il prequel di X, scritto da Ti West durante un periodo di quarantena da Covid e realizzato una volta finite le riprese di X. Personalmente, non vedo l'ora che esca!! ENJOY!

martedì 3 giugno 2014

The Sacrament (2013)

Con la recensione di oggi si conclude il mio forsennato recupero horror post-vacanziero e, brutto da dire, mi tocca chiudere biasimando il regista Ti West e il suo The Sacrament, da lui diretto e sceneggiato nel 2013.


Trama: tre reporter di Vice si recano nella comunità denominata Eden Parish, dove si è ritirata la sorella di uno dei tre dopo essersi disintossicata. Apparentemente tutti gli abitanti della comunità vivono come se si trovassero in un paradiso in terra ma non tutto è quello che sembra...


Ti West, mi hai DIluso profondamente. Già me lo aspettavo dalle recensioni lette in giro per i vari blog ma ritenevo davvero che sarei stata immune dal diludendo e avrei fatto la voce fuori dal coro, forse in virtù di quell'Eli Roth che figura tra i produttori. Invece, si può dire? The Sacrament è una palla. Peggio, The Sacrament è di una banalità sconcertante. Ancor peggio, The Sacrament non comunica NIENTE, né una riflessione, né un senso di inquietudine, niente di niente. L'ultima pellicola di Ti West ha un finale già scritto in calce fin dall'inizio del film e la storia si trascina stancamente tra un "ma vah?? Non l'avrei mai detto..." dello spettatore e l'altro scodellando personaggi stereotipati, odiosi e molli come una figa molla. Non c'è possibilità di interessarsi alle sorti dei tre reporter come accadeva invece in The Innkeepers perché l'allegro trio di protagonisti è composto fondamentalmente da deficienti che hanno già pittato tutto il marciume che si nasconde dietro l'apparente perfezione della comunità e, nonostante questo, come dei beoti, attendono l'inevitabile destino quando avrebbero dovuto girare i tacchi e chiamare le autorità appena avvistate le guardie coi fucili automatici. La formula dello pseudo-documentario non riesce a rendere la cosa più realistica né a sconvolgerci con le interviste ai rincoglionitissimi membri della comunità perché, di fatto, non scatta nessun meccanismo in grado di farci provare pietà per queste pecore da macello, al limite un odio sconfinato il cui fulcro si concentra ovviamente sulle figure di Padre e della sorella scema del reporter ma si estende poi a tutta l'inenarrabile manica di cretini immortalata dal regista.


Hai voglia a far ripetere a tutti i personaggi di quanto sia carismatico Padre: ogni volta che Gene Jones, l'attore che lo interpreta, apre bocca fa cadere i maroni per le banalità che ne escono (conciato poi come un'incrocio tra il vecchio Elvis e un bolso poliziotto di provincia...), come se bastasse citare un paio di volte il vangelo con fare misterioso per acquisire un'improvvisa aura di irresistibile magnetismo. Quindi, basare buona parte della storia su un "santone" poco credibile è già un bel passo falso ma purtroppo non è solo questo a non andare nella pellicola. Per esempio, nonostante tutti gli horror visti mi ritengo una persona molto sensibile e, fidatevi, le inquadrature di Ti West sul finale di The Sacrament (indubbiamente l'aspetto più interessante del film, ulteriore conferma della bravura tecnica di uno dei pochi registi in grado di girare un mockumentary senza indurre nausea allo spettatore) avrebbero dovuto farmi sentire depressa, sporca e addolorata mentre invece continuavo a ripensare a tutto ciò che mi era stato detto e mostrato prima e a chiedermi il motivo per cui un film così zeppo di nulla avrebbe dovuto interessarmi. No, davvero, vorrei capire cos'abbia spinto Ti West a prestarsi a girare e, peggio, scrivere una simile belinata. La critica verso laGGente che si fa abbindolare dal primo venuto? Vabbé. La critica verso la società che spinge le persone a rivolgersi ai peggio imbonitori per la disperazione? Meh. La critica verso quei giornalisti che vogliono fare scoop a tutti i costi? Nah, non mi è sembrato. La voglia di girare l'ennesimo mockumentary sperando che gli spettatori avrebbero apprezzato un'altra delle tremilasettecento variazioni sul tema? Illuso. E illusa anche io che, per un attimo, ci avevo creduto. Adesso tocca aspettare al varco Eli Roth col suo The Green Inferno, sperando che non mi diluda anche lui!


Del regista e sceneggiatore Ti West ho già parlato qui. Joe Swanberg (Jake) e AJ Bowen (Sam) li trovate invece ai rispettivi link.

Anche Amy Seimetz, che interpreta Caroline, aveva già partecipato a You're Next come Joe Swanberg e AJ Bowen mentre Gene Jones che, come ho detto, interpreta Father, era il vecchio commesso che rischiava di venire fatto secco da Javier Bardem in Non è un paese per vecchi. ENJOY!

domenica 29 settembre 2013

You're Next (2011)

Anche se la recensione è slittata a causa della divinità di The World's End, martedì sono andata a vedere l'horror sulla bocca di tutti: You're Next, diretto nel 2011 dal regista Adam Wingard.


Trama: i membri di una famiglia si riuniscono per festeggiare l'anniversario di matrimonio dei genitori ma non sanno che, nei pressi della villa, si aggirano degli psicopatici mascherati che trasformeranno la festa in una mattanza...


Col tempo ho sviluppato una passione per i cialtroni (cosa che si evince anche dalle mie scelte in fatto di uomini, tra l'altro) o, per meglio dire, per quei registi che fanno un horror peso ma anche dannatamente divertente. Il mio amore per Eli Roth ormai è risaputo, Nicholas Lopéz mi ha conquistata col suo stupidissimo Aftershock e adesso spunta anche questo Adam Wingard che, assieme al collega sceneggiatore Simon Barret, aveva attirato la mia attenzione già con l'esilarante e beffardo Q is for Quack in The ABCs of Death. You're Next è un valido rappresentante di cotanta cialtroneria che, beninteso, non coincide con una manifesta incapacità o sciatteria registica, au contraire: più Severance che The Strangers, più Hatchet che La notte del giudizio, il film di Wingard non aggiunge assolutamente nulla di nuovo al genere horror e non vuole sicuramente fare critica sociale su nulla ma è reso vivace da personaggi grotteschi e stupidi (i dialoghi dei coinvolti fanno cadere le braccia e ridere per ore!), da un paio di twist inaspettati, da una colonna sonora che, da metà pellicola in poi, assomiglia tantissimo a quella dei film fulciani e da parecchie belle sequenze ed inquadrature che dimostrano come il regista ci sappia decisamente fare dietro la macchina da presa anche se, la prossima volta che deciderà di usare i flash di una macchina fotografica come effetto speciale, andrò personalmente a tagliargli le manine.


Ovviamente, a tutti i pregi di cui sopra, si aggiunge anche una buona dose di gore. You're Next afferma fin dall'inizio la sua natura di thriller/horror dove abbondano sangue e morti violente e riesce a sviare gli spettatori per parecchio tempo spacciandosi per banale slasher a base di tette e mortiammazzati; col prosieguo della storia la pellicola si evolve in modo inaspettato ma le scene d'impatto e gli effetti splatter (tra l'altro abbastanza realistici) non diminuiscono e acquistano anzi una valenza ancora maggiore. Gli omicidi più efferati vengono infatti compiuti da un personaggio... peculiare. Che, per la cronaca, ha popolato i miei incubi martedì notte, tanto che al mattino mi sono risvegliata letteralmente distrutta per il gran correre/uccidere/nascondersi onirico. E considerato quanti film simili vedo all'anno, impressionarmi in questo modo non è sicuramente cosa facile. Dunque, nonostante sicuramente You're Next non abbia le carte in regola per diventare l'horror che cambierà la vita degli appassionati, ho di che dichiararmi ampiamente soddisfatta del lavoro del mio nuovo amichetto Adam Wingard e sorridere davanti all'ennesima, bella sorpresa di quest'anno stranamente ricco di gioiellini sanguinolenti.


Di Ti West, che interpreta Tariq, ho già parlato qui.

Adam Wingard è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come A Horrible Way to Die, V/H/S, The ABCs of Death e V/H/S 2. Anche attore, sceneggiatore, produttore e compositore, ha 30 anni e un film in uscita.


Sharni Vinson interpreta Erin. Australiana, ha partecipato a film come Shark 3D, alla soap Home & Away e alle serie CSI: NY e Cold Case. Ha 30 anni.


AJ Bowen (vero nome Alfred C. Bowen Jr.) interpreta Crispian. Americano, ha partecipato a film come Creepshow III, Signal, The House of the Devil, Hatchet II e A Horrible Way to Die. Anche produttore, ha 36 anni e un film in uscita. 


Joe Swanberg interpreta Drake. Americano, ha partecipato a film come Cabin Fever 2: Spring Fever, A Horrible Way to Die e V/H/S. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 32 anni e tre film in uscita.


Sotto la maschera della tigre troviamo lo sceneggiatore Simon Barrett, mentre mamma Aubrey è interpretata da Barbara Crampton, veterana di horror/thriller anni '80 come Omicidio a luci rosse, Re-Animator o Terrore dall'ignoto. Se, infine, You're Next vi fosse piaciuto, recuperate La notte del giudizio, The Strangers e Funny Games. ENJOY!

domenica 14 aprile 2013

The ABCs of Death (2012)

Dopo averne parlato qui è normale che mi venisse voglia di vedere The ABCs of Death, film horror corale del 2012, diretto da 26 registi ai quali è stata assegnata una lettera dell'alfabeto per uno e un tema comune, ovvero parlare della morte a partire da quella lettera. Volete vedere cosa ne è uscito fuori? Ecco a voi le 26 mini-recensioni (trovate i miei corti preferiti in rosso!) e un breve commento finale sull'opera nel suo insieme. Seguono ovvi SPOILER.


A is for Apocalypse di Nacho Vigalondo (Spagnolo, classe 1971, regista di Extraterrestre)
Appetitoso. Il primo segmento introduce il “gioco” che caratterizzerà poi l’intero film, ovvero quello di fornire la chiave per l’interpretazione dei cortometraggi mettendo il loro titolo alla fine. La lettera A è un corto simpatico e particolare, leggermente penalizzato dalla pochezza degli effetti speciali e dall’approccio grottesco dei due attori.

B is for Bigfoot di Adrián García Bogliano (Spagnolo, classe 1980, regista di Habitaciones para turistas, Grité una noche, Sudor Frío e Penumbra).
Bellino! L’idea di costruire una storia horror basata sui bambini che non vogliono dormire è sempre vincente, così come quella di minacciarli con un fantomatico Uomo Nero (in questo caso lo Yeti e non il Bigfoot in effetti…). Rapido ed inquietante il twist finale, che rende il corto meno banale di quanto sembrasse di prim’acchito.

C is for Cycle di Ernesto Díaz Espinoza (Cileno, classe 1978, regista di Mirageman e Mandrill).
Curioso. Il corto sembrerebbe un omaggio agli episodi più inquietanti di Ai confini della realtà e mette i brividi nonostante la sua “semplicità”. Sicuramente è tra le lettere che mi sono piaciute di più.


D is for Dogfight di Marcel Sarmiento (Americano, co-regista di Dead Girl).
Doloroso e paradossalmente dolce. Particolare per il metodo di regia scelto, che mostra la vicenda attraverso la percezione rallentata ed intontita di un pugile suonatissimo, e anche per il modo di raccontare, attraverso le figure di una bimbetta e un cane, come i valori più puri (innocenza, amicizia e amore) possano venire pervertiti in un secondo da persone abiette e prive di scrupoli. Nei titoli di coda, comunque, si specifica che nessun animale è stato realmente maltrattato mentre per il bimbo non si può garantire. E andiamooo!!

E is for Exterminate di Angela Bettis (Americana, classe 1973, ha recitato in film come May, Carrie, The Woman e nell’episodio Sick Girl dei Masters of Horror).
EEEEEEEEEEKKKK!!! Angela, io ti adoro (alla fine dei titoli di coda ringrazi persino Lansdale!) ma sei una zoccola, l’ho detto. Episodio che ho visto solo per metà e che ha rischiato di farmi morire di schifo, tratto dal racconto breve The Spider and the Man di tale Brent Hanley, chiaro omaggio al già citato Sick Girl e debitore della più tremenda delle urban legend. Se, come me, aborrite ragni e insetti, saltate alla lettera successiva che è meglio (oddio, non lo so se è meglio…).

F is for Fart di Noboru Iguchi (Giapponese, classe 1969, regista di chicche come Machine Girl, Robogeisha, Zombie Ass e Dead Sushi).
Folle!! Totalmente folle. Dopo Zombie Ass ci mancava effettivamente la morte per scoreggia d’aMMore, che sia di Dio o dell’insegnante preferita. Effetti speciali ovviamente ridicoli, interpretazioni da avanspettacolo giapponese e risate a profusione garantiscono un livello trash quasi poetico.


G is for Gravity di Andrew Traucki (Australiano, regista di Black Water e The Reef).
Gran delusione. Interamente girato con videocamerina digitale portatile è poco chiaro e causa un principio di nausea allo spettatore. Probabilmente l’episodio peggiore del film. 

H is for Hydro-Electric Diffusion di Thomas Cappelen Malling (Norvegese, classe 1970, regista di Norwegian Ninja).
Ha visto i draghi questo!! Spacchiusissimo mix di computer graphic ed esseri umani travestiti da animali antropomorfi, ha un sapore retrò che ricorda tantissimo Iron Sky e una cattiveria che potrebbe andare a braccetto con i folli Ren & Stimpy. Sicuramente uno degli episodi più particolari ma anche meno “horror”.

I is for Ingrown di Jorge Michel Grau (Messicano, regista di We Are what We are).
Insostenibile. L’episodio più impegnato dell’intera pellicola e il più devastante, testimonia la “banalità” di un brutale ed immotivato omicidio ai danni di una donna, i cui ultimi, dolorosissimi istanti vengono impietosamente ripresi in ogni minimo dettaglio. Accompagnato da un terribile e triste messaggio durante i titoli di coda: Negli ultimi 10 anni, in Messico sono state uccise 2015 donne. 200 donne al mese. L’orrore NON è sullo schermo.


J is for Jidai-Geki di Yudai Yamaguchi (Giapponese, regista di Meatball Machine).
Japponotto. Durante un rituale di seppuku, il kaishakunin (ovvero la persona deputata a decapitare l'oggetto del rito) riesce a scorgere il lato più grottesco, terribile ed esilarante della morte. Un altro esempio di quanto l'orrore giapponese sia assai diverso dal nostro, simpatico soprattutto per il teatralissimo finale.

K  is for Klutz di Anders Morgenthaler (Danese, classe 1972, cartoonist conosciuto per le strip Wulffmorgenthaler e Dolph l’ippopotamo fascista).
Kazzatina divertente. Klutz, se non ho capito male, starebbe per stupido, goffo, ed effettivamente la protagonista del cartone animato tanto furba non è. E nemmeno il suo modo di morire è molto dignitoso. L'animazione del corto è gradevolissima e le risate non mancano.

L is for Libido di Timo Tjahjanto (Indonesiano, regista di uno degli episodi di V/H/S 2).
Laido. Un gioco al massacro dove i concorrenti sono costretti, letteralmente, ad ammazzarsi di pippe. Pur non condannando il porno, non tollero quando viene unito a cose terribili come la pedofilia o le menomazioni: alla vista del laido vecchiaccio che si eccita di fronte al povero bambino violentato (fortunatamente fuori dall'inquadratura) mi sono immedesimata così tanto nello schifo provato dal protagonista che quando ha vomitato sono dovuta correre in bagno preda dei conati. Timo Tjahjanto, col cuore, mavaffanculo vah. Ti meriteresti di subire il finale e la punizione dell'invasata con la motosega.


M is for Miscarriage di Ti West.
Maledetto. Altra cosa che non sopporto è vedere affrontato con leggerezza un tema come l'aborto. In perfetto stile West assistiamo ad un normale evento quotidiano che poi avrà risvolti imprevedibili e tristi. A prescindere dall'argomento trattato, il corto è comunque assai deludente.

N is for Nuptials di Banjong Pisanthanakun (Thailandese, regista di Shutter)
Nescio (Scemo, in ligure). Una bagatella condita da uno spruzzo di humor nero, messa lì giusto per alleggerire la pesantezza della Libido. Più un siparietto comico che un pezzo di antologia horror.

O is for Orgasm di Hélène Cattet e Bruno Forzani (Francesi, registi di Amer)
Originale. Regia ineccepibile e le immagini più belle dell'intero film. Forse un po' troppo autoriale per un film simile, ma l'idea della donna che emette bolle di sapone dalle labbra durante l'orgasmo è poetica da norire.


P is for Pressure di Simon Rumley (Inglese, classe 1970, regista di Little Deaths e The Living and the Dead).
Penoso. Nel senso che il senso di pena nel twist finale mi ha quasi ammazzata, facendomi piangere e portandomi ad invocare una bella punizione divina su Rumley, maledetto porco. E pensare che fino a quel momento Pressure era stato l'unico corto, assieme a quello di Grau, a dare una dimensione reale e dolorosa all'orrore quotidiano.

Q is for Quack di Adam Wingard (Americano, classe 1982, regista di A Horrible Way to Die, V/H/S e V/H/S 2).
Quest'uomo è un pazzo. Altro esempio di nerissimo umorismo, il corto si candida nella rosa dei migliori anche per la sua forte componente metacinematografica. Nei titoli di coda si scopre che il segmento è dedicato al protagonista, Mr. Quackers il papero, al quale si augura di trovare nella morte la pace che non ha avuto in vita.

R is for Removed di Srdjan Spasojevic (Serbo, classe 1976, regista di A Serbian Film).
Raccapricciante. Il segmento più disturbante e incomprensibile del film, probabile metafora della rovina del cinema in generale e dell'horror in particolare, ma potrei sbagliarmi. Il regista non si risparmia prolungati primi piani di bisturi che scavano pelle martoriata e disgustosi dettagli ospedalieri, ma richiama alla mente anche gli albori del cinema e i fratelli Lumière. Tutto sommato, molto interessante.


S is for Speed di Jake West (Inglese, classe 1972, regista di Evil Aliens e Doghouse)
Stilosissimo. Il corto offre una fotografia vividissima, due protagoniste che parrebbero uscite da un film di Rodriguez e dialoghi al fulmicotone. Sicuramente un po' banale, ma come metafora della battaglia condotta quotidianamente da un drogato all'ultimo stadio è parecchio azzeccata.

T is for Toilet di Lee Hardcastle (Inglese probabilmente, creatore, come dice il suo sito ufficiale, di corti in claymation non adatti ai bambini)
Tosto. Anche se girato con la tecnica della claymation, Toilet è una macellata che il 90% dei registi coinvolti nel progetto non riuscirebbero a concepire nemmeno nei loro sogni più perversi. Sicuramente mi ha messo parecchia paura e il finale è a dir poco geniale.

U is for Unearthed di Ben Wheatley (Inglese, classe 1972, regista di Kill List)
Un altro dei miei preferiti. Il corto è innovativo nel suo raccontare la vicenda dal punto di vista soggettivo del mostro (probabilmente un vampiro), consentendo così allo spettatore di immedesimarsi sia nella creatura braccata sia nei paesanotti che gli danno la caccia, scambiando continuamente i ruoli di preda e predatore.


V is for Vagitus di Kaare Andrews (Canadese, regista di Altitude e dell'imminente Cabin Fever: Patient Zero)
Very Good! Intanto, pur nella sua natura di corto non manca di effetti speciali e stunts che farebbero invidia a produzioni fantascientifiche ben più grandi e pretenziose. Inoltre, nella sua natura distopica è parecchio inquietante ed è l'unico di tutti i segmenti che meriterebbe di diventare un lungometraggio.

W is for WTF? di John Schnepp (Americano, co-creatore della serie animata Metalocalypse)
WTF, indeed!! E' la prima cosa che mi è venuta da dire alla fine di questo delirantissimo corto che mescola animazione, metacinema, fantasie nerd, effetti speciali da scuole medie, clown zombie, trichechi che devastano città, guerriere procaci e chi più ne ha più ne metta. Geniale, e lo dice una che normalmente DETESTA gli horror indipendenti fatti con due lire e pieni di assurdità gratuite. 

X is for XXL di Xavier Gens 
Xavierata. Decisamente per stomaci forti e splatterosissimo ma sicuramente un modo interessante di criticare il sistema che vorrebbe noi donne tutte perfette, bellissime e magrissime. Certo, piuttosto che arrivare agli estremi della protagonista del corto, sarebbe meglio non mangiare quella roba innominabile che tiene in frigo, ma tant'è.


Y is for Youngbuck di Jason Eisener (Canadese, regista di Hobo with a Shotgun)
Yuck. C'è una scena in questo corto che mi ha rivoltato lo stomaco, ma il montaggio, la fotografia e la colonna sonora sono splendidi. Inquietantissimo anche il laido protagonista.

Z is for Zetsumetsu di Yoshihiro Nishimura.
Zio cantante!, come direbbero gli Elii. The ABCs of Dead si conclude "in bellezza" con un delirio giapponese che cita a piene mani Il Dottor Stranamore e Arancia Meccanica di Kubrick, una spietata, per quanto semi-incomprensibile, critica al Giappone di oggi e alla pesante influenza americana nel mondo. Non esistono parole per descriverlo, bisognerebbe guardarlo e rimanere annichiliti davanti allo schermo.


In conclusione, due parole sul progetto in generale. L'idea di base è assai interessante ma, francamente, 26 corti sparati senza soluzione di continuità sono davvero troppi e anche un'amante dell'horror come la sottoscritta sente il bisogno di prendere un po' d'aria dopo qualche tempo (ho fatto una pausa a metà, ero davvero stordita). La qualità e il tenore dei corti, inoltre, sono troppo altalenanti e si passa dal lavoro dilettantesco al capolavoro, dalla pesantezza alla cazzatina, con un paio di opere che avrei fatto a meno di inserire in quella che, comunque, dovrebbe essere un'antologia horror. Sicuramente, The ABCs of Dead è un film imprescindibile per gli appassionati, tuttavia una maggiore uniformità e l'inserimento di meno segmenti, magari un po' più lunghi, lo avrebbe reso sicuramente migliore. Insomma, gli do la sufficienza ma "si poteva fare di più". Se il film vi fosse piaciuto vi consiglierei di cercare gli altri titoli diretti dai registi coinvolti (cosa che farò io) oppure guardare per intero Grindhouse con tutti i suoi geniali fake trailer e Creepshow. ENJOY!





domenica 5 febbraio 2012

The Innkeepers (2011)

Il bello di essere blogger è che si viene a conoscenza di film che, altrimenti, sarebbero molto probabilmente passati inosservati. Questo è sicuramente il caso del bellissimo The Innkeepers, diretto nel 2011 dal regista Ti West. Quindi, prima di cominciare la recensione, mi sento in dovere di ringraziare i “padroni” dei blog Il giorno degli zombi, Book and Negative e A rip in the fabric, in primis per avere scritto delle recensioni talmente interessanti ed entusiastiche su The Innkeepers da avermi fatto venire voglia di superare la mia atavica pigrizia e di sbattermi a cercarlo. E poi, come direbbe Maccio Capatonda, perché sono sicuramente dei blogger MEGLIO. Grazie!


Trama: ultimi giorni di attività dello storico hotel Yankee Pedlar Inn. Mentre gli ospiti si presentano col contagocce, i receptionist Claire e Luke cercano le prove dell’esistenza di fantasmi nell’edificio…


Dopo i doverosi ringraziamenti ai blogger, c’è un’altra persona che devo ringraziare, ed è il regista e sceneggiatore Ti West. Incurante delle leggi di mercato che vogliono gli horror moderni come delle stupide ed economiche sagre dello spavento facile, lui ha deciso infatti di girare un film lento, curato, ben diretto, ancor meglio recitato, che diventa horror solo negli ultimi dieci minuti. Un bel fangool di proporzioni cosmiche ad Oren Peli e alla sua franchise Paranormal Activity, insomma. Sì perché di base il “tema” è comunque quello della casa infestata e dei poveri pirla che decidono di immolarsi per testimoniare eventuali fenomeni paranormali. Solo che la cosa splendida di The Innkeepers è che lo spettatore si affeziona a questi poveri pirla, proprio come ogni lettore si affeziona ai personaggi dei libri di Stephen King, seguendo la massima “gente ordinaria in situazioni straordinarie”… inoltre, cosa assolutamente non scontata nell’attuale cinema di genere, il film non si limita a spaventare (come il viral video che Luke mostra a Claire…), ma RACCONTA una storia, catturando l’attenzione e la curiosità dello spettatore dall’inizio alla fine.


La bontà di The Innkeepers si può godere fin dall’inizio, con la bellissima colonna sonora che accompagna le immagini della Yankee Pedlar Inn, dalla costruzione fino ad oggi. Poi il film comincia, introdotto dal titolo del primo capitolo della storia (in totale sono tre, più l’epilogo)… e noi siamo già irrimediabilmente persi. Catturati dall’assoluta simpatia e verosimiglianza di Claire e Luke, che non sono stupide e vuote vittime sacrificali come quelle di Paranormal Activity, né fighetti arrapati come nella maggior parte dei film horror, ma due colleghi, due amici che cazzeggiano, parlano, si prendono in giro, palesano tic, desideri, simpatie ed antipatie come potrebbe fare chiunque nei loro panni, come tutti noi facciamo quotidianamente, in effetti. West non tralascia nulla e si concentra nel caratterizzare e rendere “viva” soprattutto Claire, con le sue smorfie, la sua incapacità di gettare un enorme saccone della spazzatura, il suo scazzo davanti alla barista che le racconta dei dubbi sul fidanzato, la sua delusione nell’essere trattata male dall’attrice di cui è una grande fan, e tanti altri piccoli dettagli che, in definitiva, costituiscono l’ossatura stessa del film e che sono portati su schermo con incredibile sensibilità dall’attrice Sara Paxton. E l’orrore, direte voi, quando arriva quindi e cosa c’entra?


L’orrore c’è. La paura incombe sui due poveri malcapitati, sugli altri ospiti dell’hotel e sullo spettatore, appena percepita, come una stonatura in una melodia oppure come un suono di sottofondo, che solo un potente microfono potrebbe captare. C’è la storia di Madeline O’Malley, che sarebbe morta in circostanze assai misteriose e il cui fantasma infesterebbe l’hotel, tanto che Luke giura di averlo visto; c’è un’attrice riscopertasi medium che dice a Claire, in buona sostanza, di farsi gli affari suoi e non andare a curiosare in cantina; c’è uno strano vecchietto che desidera a tutti i costi dormire nella vecchia Honeymoon Suite; infine, c’è un pianoforte che suona da solo. E questo è solo l’inizio, ovviamente, questi sono solo gli strumenti che vengono accordati prima della brevissima, intensa sinfonia finale, dove l’orrore vero, ineluttabile ed inarrestabile come il destino, esplode con l’infrangersi di un cristallo. Per poi aleggiare a lungo nelle menti e nei cuori degli spettatori, danzando a braccetto con una tristezza e un senso di perdita che raramente si provano alla fine di un horror. In due parole, The Innkeepers è un gioiello che difficilmente verrà “esposto” in Italia ma che merita di essere recensito da ogni blogger cinematografico che si rispetti. Chissà, forse per una volta il passaparola funzionerà e sarà il buon cinema a vincere.

Ti West è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come The House of the Devil e Cabin Fever 2 – Spring Fever. Anche attore e produttore, ha 32 anni e due film in uscita.


Sara Paxton interpreta Claire. Americana, ha partecipato a film come Bugiardo bugiardo, Aquamarine, Superhero – Il più dotato fra i supereroi, L’ultima casa a sinistra e Shark Night 3D, oltre a serie come Lizzie McGuire, CSI: Scena del crimine, CSI: Miami, Malcom, Will & Grace. Ha anche doppiato degli episodi di Spongebob Squarepants. Ha 24 anni e cinque film in uscita.


Pat Healy interpreta Luke. Americano, ha partecipato a film come Magnolia e Ghost World, oltre a serie come NYPD, Angel, CSI: Miami, Streghe, Six Feet Under, Cold Case, Senza traccia, CSI: Scena del crimine, Grey’s Anatomy e 24. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 41 anni.


Kelly McGillis interpreta Leanne. Americana, ha partecipato a film come Witness – Il testimone, Top Gun e Stakeland, oltre ad un episodio della serie Oltre i limiti. Anche produttrice, ha 55 anni e due film in uscita.


Aggiungo un ringraziamento anche al curatore del bellissimo blog Pensieri Cannibali, che ha pubblicato un’ancor più bella recensione dopo che io avevo già visto il film! Menzione d’onore, insomma. ENJOY!!

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