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venerdì 10 aprile 2026

2026 Horror Challenge: The Faculty (1998)

Questa settimana la Challenge Horror era a tema libero, per cui ho scelto The Faculty, diretto nel 1998 dal regista Robert Rodriguez


Trama: i professori di un liceo cominciano a comportarsi in maniera strana e alcuni studenti decidono di indagare...


Se vi state chiedendo perché, tra tutti gli horror usciti fino ad oggi, io abbia scelto proprio The Faculty, dovete sapere che, in occasione dell'uscita di Finché morte non ci separi 2, ho avuto modo di guardare alcune interviste al cast. In esse, si parlava spesso di "reunion" di The Faculty, poiché i due film condividono la presenza di Elijah Wood e Shawn Hatosy; pensandoci, mi ero resa conto di non avere mai guardato il film di Rodriguez, anche se è stato passato spesso in TV, quindi mi è sembrato il momento giusto per recuperarlo. The Faculty, come del resto molti horror dell'epoca, è figlio del successo clamoroso di Scream, al punto che alla sceneggiatura figura anche lo stesso Kevin Williamson, il quale ha rimaneggiato un soggetto già vecchio di qualche anno. Il focus del film, non a caso, è un gruppetto variegato di adolescenti, che si ritrovano a dover affrontare la minaccia di un'invasione aliena, e il mood di The Faculty è quello frizzante e citazionista del film di Craven, che concede un occhio indulgente ai suoi protagonisti e, in mezzo all'orrore, ne sottolinea le problematiche e l'unicità anche quando i ragazzi sono facilmente ascrivibili a un cliché "scolastico" ben preciso. Le fonti di ispirazione dichiarate di The Faculty sono (oltre a The Breakfast Club) La cosa e L'invasione degli ultracorpi, è ciò aumenta la sensazione di isolamento che è tipica degli adolescenti in questo genere di film. Solitamente, genitori ed insegnanti non sono di grande aiuto, per goffaggine retrograda o stronzaggine congenita; qui, addirittura, gli insegnanti sono i primi a diventare ospiti dei parassiti alieni, lasciando gli studenti in balia di una paranoia crescente che si alimenta del naturale contrasto "sociale" tra le due categorie. The Faculty porta avanti anche un discorso non banale sull'unicità dell'individuo e la sofferenza che essa comporta, soprattutto in un luogo come il liceo, dove essere diversi attira le attenzioni indesiderate e il disprezzo di chi invece è omologato. Per quanto ovviamente disgustosa, la possessione dei parassiti alieni consentirebbe di fare finalmente parte di un gruppo, di una mente aliena unica che cancellerebbe ogni timore di venire giudicati, dando così la possibilità di abbandonarsi liberamente alle proprie, reali inclinazioni, come dimostrano i cambiamenti di un paio di personaggi "posseduti". Questo è un discorso assai interessante, che magari si perde un po' in mezzo a fantasiosi metodi di rilevamento/eliminazione degli alieni e al dubbio di chi sia ancora umano e chi già posseduto, ma che comunque rende The Faculty meno sciocco di quanto appaia.


The Faculty
ha comunque l'indubbio pregio di essere molto divertente, in primis grazie alla regia frizzante di un Robert Rodriguez che, benché lontano dalle atmosfere delle sue opere più riuscite, riesce a destreggiarsi egregiamente, a suo agio tra citazionismo, momenti di vera tensione e parentesi più leggere, assai vicine a un certo tipo di commedia demenziale USA. Ciò che però nobilita The Faculty è un cast all star che, all'epoca, accontentava sia le vecchie carampane sia i giovanissimi e che, adesso, fa battere il cuore solo agli anziani nostalgici come me, pur essendo ancora validissimo. Anzi, la cosa divertente è vedere "come sono cresciuti" i ragazzini dell'epoca. Elijah Wood, per esempio, qui è tenerissimo e sfigato, pronto per quella rampa di (ri)lancio che sarebbe stato Il signore degli anelli e ben lontano daI ruoli weird che, negli ultimi anni, me lo hanno fatto amare ancora di più. Josh Hartnett, con quel taglio di capelli a metà tra studente scapestrato e Lloyd di Scemo e più scemo, è inguardabile, ma a ben vedere The Faculty è praticamente il "suo" film, visto che Zeke è il personaggio su cui vengono puntati i riflettori, capace di destreggiarsi tranquillamente tra performance action e ragionamenti degni di uno scienziato (l'unica cosa che non capisco è perché, sul finale, scelga di entrare nella squadra di football col cervello che si ritrova. Mah). Rimanendo in zona "giovani", Clea DuVall e Laura Harris sono semplicemente perfette e, la prima, si ritaglia un ruolo a dir poco iconico, ma siccome sono anziana il mio amore è andato tutto al cast degli adulti. Robert Patrick, Piper Laurie e Famke Jannsen sono spettacolari, e ai primi due basta un solo sguardo per far tremare le gambe a studenti e spettatori ogni volta che compaiono in una scena; la Janssen è, ovviamente, poco convincente nei panni della professoressa inibita, ma quando getta la maschera diventa una bomba sensuale e pericolosissima, con un apprezzabile, coloritissimo modo di rivolgersi agli studenti. Gli effetti speciali non hanno retto benissimo lo scorrere del tempo, è vero, ma il finale è ancora notevole sia per il design dell'alieno sia per la dinamicità delle sequenze che lo vedono protagonista, e tutto sommato anche la mancanza di gore viene compensata proprio dal piglio sbarazzino di Rodriguez. In definitiva, The Faculty non è un horror imprescindibile e non mi pento di avere aspettato così tanto per recuperarlo, ma è indubbiamente uno dei prodotti migliori di quegli anni zeppi di deboli emuli di Scream ed è perfetto per una serata all'insegna della nostalgia canaglia!


Del regista Robert Rodriguez ho già parlato QUI. Jordana Brewster (Delilah), Clea DuVall (Stokely), Laura Harris (Marybeth), Josh Hartnett (Zeke), Salma Hayek (Infermiera Harper), Famke Janssen (Miss Burke), Piper Laurie (Mrs. Olson), Christopher McDonald (Padre di Casey), Robert Patrick (Coach Willis) e Elijah Wood (Casey) li trovate invece ai rispettivi link. 


Nel cast figurano anche il rapper Usher, nei panni di Gabe, Summer Phoenix (sorella di River e Joaquin, nonché ex moglie di Casey Affleck, accreditata come "Fuck You Girl") e Danny Masterson (controverso protagonista della serie That '70s Show, condannato a 30 anni per stupro, qui interpreta uno dei due sballoni che chiedono droghe a Zeke). La parte di Delilah era stata scritta per Charisma Carpenter, che però ha rifiutato perché il personaggio era troppo simile alla sua Cordelia in Buffy the Vampire Slayer, e anche Sarah Michelle Gellar ha rinunciato a un ruolo nel film, così come Gillian Anderson, alla quale era stata offerta la parte di Valerie Drake. Se The Faculty vi fosse piaciuto recuperate La cosaTerrore dallo spazio profondo. ENJOY!

martedì 7 aprile 2026

Dolly (2025)

L'avevo bramato fin dall'ultimo ToHorror e finalmente sono riuscita a recuperare Dolly, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Rod Blackhurst e tratto dal suo corto Babygirl.


Trama: i due fidanzati Macy e Chase vanno a fare una gita in montagna e vengono attaccati da un inquietante essere mascherato da bambola...


Dovete sapere che Dolly lo puntavo da ben prima del ToHorror e, quando ho saputo che lo avrebbero programmato lì, mi sono messa a saltellare di gioia. Purtroppo, lo hanno messo allo stesso orario di Flush, altro film che volevo vedere assolutamente, quindi ho dovuto fare una scelta, tenendo conto sia delle possibilità di una futura distribuzione che delle inclinazioni del povero Bolluomo. Col senno di poi, scegliere Flush è stata la cosa migliore, anche perché è un film più originale e divertente di Dolly, meritevole di una visione all'interno di una sala affollata. L'opera di Rod Blackhurst, invece, è più derivativa, debitrice in primis delle atmosfere di Non aprite quella porta, sia per temi che per estetica. La trama è ridotta all'osso: due fidanzati, ad un passo dalla proposta di matrimonio con tanto di anello, vanno in gita nei boschi di montagna e lì vengono brutalmente attaccati da una persona gigantesca che indossa una maschera da bambola. In particolare, Macy diventa la nuova "bambina" di questo essere e viene trascinata all'interno di una casa in mezzo al bosco che ricorda tantissimo quella delle bambole, almeno all'esterno. L'interno è un mix di complementi d'arredo infantili, sporco e incuria, con alcuni dettagli da brivido che includono, ovviamente, bambole di qualsiasi foggia e fattura, teste mozzate, candele e stanze squallide che nascondono inquietanti segreti. Dolly è, in sostanza, il prolungamento della sequenza della cena in mezzo agli squilibrati in Non aprite quella porta e, in quanto tale, mette alla prova i nervi dello spettatore (senza però mai arrivare agli exploit gore di opere come quelle appartenenti, per esempio, alla New French Extremity); Macy si ritrova nelle mani di una creatura folle, portatrice di un amore materno distorto e passabile di trasformarsi in cieca violenza nel giro di un istante, sempre a un passo dal venire uccisa o mutilata qualora decidesse di sottrarsi alle umilianti prove di affetto filiale richieste dalla "mamma". Dietro a quest'ultimo personaggio, in realtà, c'è una storia di violenza e soprusi appena accennata, che potrebbe essere anche più interessante di ciò che Blackhurst ha deciso di raccontare e che si palesa non solo nel corso del film, con l'arrivo di una quarta persona, ma soprattutto in una scena post-credit grondante delizioso humour nero, caratteristica che purtroppo manca ad un film troppo deprimente nel suo prendersi sul serio. 


L'omaggio all'horror anni '70 si traduce in una messa in scena alla grindhouse, con l'utilizzo di pellicola 16 mm  e, quasi sicuramente, di una telecamera a mano, che conferiscono al film un'aspetto "sporco", rozzo, e dei colori bruciati sia nell'ambientazione notturna che diurna (ben poco rassicurante, anche perché la claustrofobia della casa in cui abita il "mostro" viene riproposta anche dal bosco che si chiude sui protagonisti senza lasciare loro via di scampo); inoltre, ad aumentare la sensazione di spaesamento, si aggiungono anche una divisione in brevi capitoli e alcune sequenze che oserei definire "sperimentali", che proiettano all'esterno il progressivo infrangersi della sanità mentale della protagonista, creando un interessante contrasto con uno stile, tutto sommato, realistico. Il fiore all'occhiello di Dolly è però, ovviamente, il killer titolare, non solo per il suo aspetto agghiacciante, riproposto in ogni parte del suo territorio da inquietanti bambole che sembrano voler spiare i poveri malcapitati, ma anche per la fisicità di Max the Impaler, wrestler transgender non binari* che offre un'interpretazione perfetta: Dolly non parla ma ogni suo gesto è orribilmente chiaro, così come sono tangibili la sua rabbia, la confusione, la follia che distorce il desiderio d'amore e la disperazione di ritrovarsi per le mani delle "bambole" rotte per sua stessa mano, vittime di raptus incontrollabili. E Dolly fa davvero paura, sia per il suo aspetto che per l'efferatezza dei suoi delitti, affidati ad un make-up prostetico disgustoso e ad una regia che non si sottrae ai dettagli più raccapriccianti e alle mutilazioni più dolorose, che mi hanno fatta saltare dalla poltrona in un paio di punti. Considerato che ho avuto qualche difficoltà a spegnere la luce per andare a dormire, e che ho deciso di aspettare il ritorno di Mirco prima di infilarmi nel letto, cosa che ormai non succede più così spesso, direi che Dolly ha avuto l'effetto sperato su di me, quindi non posso fare altro che consigliarlo, nell'attesa che Blackhurst decida se girare o meno un secondo capitolo, magari un prequel. Io spero davvero di sì!


Di Fabianne Therese (Macy), Ethan Suplee (Tobe) e Seann William Scott (Chase) ho parlato ai rispettivi link.

Rod Blackhurst è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Amanda Knox e i corti Night Swim e Babygirl. Anche produttore, montatore, direttore della fotografia, ha 46 anni. 


Se Dolly vi fosse piaciuto, recuperate Non aprite quella porta. ENJOY!

mercoledì 1 aprile 2026

Whistle - Il richiamo della morte (2026)

A febbraio è uscito, come al solito in pochissime sale, Whistle - Il richiamo della morte (Whistle), diretto dal regista Corin Hardy.


Trama: un gruppo di studenti entra in possesso di un fischietto azteco dotato del potere di evocare la morte...


Whistle
è stato distribuito, come purtroppo spesso accade con la Midnight Factory, in pochissime sale italiane, ed è stato massacrato dalla critica, il che, immagino, non ha invogliato la gente a recuperarlo. In realtà, Whistle è un horror adolescenziale dignitoso, che mescola suggestioni à la Talk to Me e l'immortale Final Destination, imbroccando anche un paio di idee molto azzeccate. La storia è abbastanza classica. Un gruppo di studenti entra in possesso di un oggetto maledetto, nella fattispecie il "sciguellu della morte" (come da me ribattezzato a beneficio di un Bolluomo incuriosito): soffiandoci dentro, il manufatto azteco emette un suono da spaccare i timpani che richiama letteralmente la morte per tutti coloro che hanno avuto la sventura di udirlo. L'aspetto divertente, passatemi il termine, della questione è che, in virtù del potere del fischietto, la morte arriva prima di quanto determinato dal destino, ma uccide mantenendo le modalità previste. Quindi, chi dovesse morire di vecchiaia si ritroverebbe decrepito, chi dovesse crepare a causa di un vaso di fiori caduto in testa si ritroverebbe col cranio spaccato e così via. Per il resto, il film segue un pattern abbastanza regolare. La potenziale final girl ha un rapporto molto ravvicinato con la morte per via di un tragico passato, ma né lei né gli altri personaggi hanno una personalità particolarmente spiccata e, salvo giusto per uno dei protagonisti che mi faceva una tenerezza enorme, non c'è grande coinvolgimento emotivo nell'attesa che uno di loro ci lasci le penne. Come spesso accade in questo genere di film, una volta che i protagonisti capiscono di essere nella bratta fino al collo, spunta il personaggio in grado di fornire un abbozzo di soluzione al problema, che come spesso accade non è semplice e prevede che la questione si ingarbugli ulteriormente, mettendo alla prova la tempra e l'intelligenza dei sopravvissuti. Insomma, Whistle non è tanto diverso dal 90% degli horror che guardiamo dall'età della ragione, quindi cos'è che lo differenzia dalla marea di prodottucoli di genere minori?


C'è, per esempio, che Corin Hardy sa il fatto suo. Il regista non aspetta lo jump scare, non si appoggia esclusivamente alle solite inquadrature in cui il personaggio centrale è a fuoco mentre alle sue spalle si muove "qualcosa" sfocato, sullo sfondo, ma crea delle sequenze dinamiche e molto varie, alcune anche molto belle a vedersi, come quella del labirinto. La natura stessa delle morti dei personaggi, inoltre, offre il fianco ad alcune soluzioni visive molto fantasiose e ad un paio di splatterate di tutto rispetto (una, in particolare, mi fa comunque dubitare del finale "lieto", ché insomma, gente da mandare in terapia ce ne sarebbe in abbondanza, e che il tutto non abbia una risonanza mediatica a livello mondiale dà da pensare!), realizzate ovviamente con una CGI che, per una volta, non è posticcia né invasiva, ma si amalgama abbastanza bene agli elementi reali della scena, senza contare che anche il design del fischietto, nonostante sia pacchianissimo, è notevole. Anche gli attori sono molto in parte. Daphne Keen e Sophie Nélisse sono due protagoniste dolci e verosimili, anche in virtù di una scrittura che, finalmente, offre al pubblico una coppia dello stesso sesso "normale", senza drammi né timori persecutori, e i comprimari fanno il loro, pur venendo etichettati in base ad una determinata tipologia di studente cinematografico (la bella della scuola, il jock stronzo, il nerd sfigato), alla quale si sottrae giusto Percy Hynes White che, "chissà perché", è perfetto per il ruolo di leppego inquietante. Completa il tutto la presenza di Nick Frost, che si vede poco ma è sempre, comunque una garanzia di gioia. Quindi, non vi starò a dire che Whistle è il capolavoro horror dell'anno, ma è un'opera dignitosa e perfetta per il pubblico a cui è rivolto, un horror che rispetta tutte le regole del genere ed è piacevolissimo da guardare. A volte, basta solo questo!


Del regista Corin Hardy ho già parlato QUI Sophie Nélisse (Ellie Gains) e Nick Frost (Mr. Craven) li trovate invece ai rispettivi link. 

Dafne Keen interpreta Chrys Willet. Spagnola, la ricordo per film come Logan - The Wolverine e Deadpool & Wolverine. Anche produttrice, ha 21 anni e due film in uscita. 


Percy Hynes White
interpreta Noah Haggerty. Americano, lo ricordo per film come My Old Ass e serie come 22.11.63, The Gifted e Mercoledì. Ha 25 anni e un film in uscita. 


Se Whistle - Il richiamo della morte vi fosse piaciuto, recuperate la serie Final Destination, Talk to Me e It Follows. ENJOY!

venerdì 27 marzo 2026

2026 Horror Challenge: La sposa di Chucky (1998)

Il tema della challenge settimanale è "Dead Meat Kill Counts". In soldoni, bisognava scegliere nell'elenco di film trattati dal canale youtube Dead Meat, nel corso della web series The Kill Count. Ho così riesumato La sposa di Chucky (Bride of Chucky) diretto nel 1998 dal regista Ronny Yu.


Trama: Tiffany, ex fidanzata del serial killer Charles Lee Ray, reinserisce l'anima dell'uomo all'interno di uno degli ultimi bambolotti "Tipo bello" rimasti. Riuniti, i due cominciano a seminare cadaveri...


All'inizio degli anni '90, la "vacca" del franchise Child's Play sembrava essere stata definitivamente munta, seppellita dalla seriosa lapide del terzo capitolo. Per fortuna, nel 1996 è arrivato Scream, che ha infuso nuova linfa nel genere horror, e ha spinto Don Mancini e David Kirschner a riprovarci, abbandonando il personaggio di Andy e prendendo un'altra via. Questa via si è rivelata, a mio modesto parere, una delle idee migliori della serie, perché ormai è difficile pensare a Chucky senza mettere in mezzo la bionda Tiffany. Pazza forse più di Charles Lee Ray, Tiffany è la perfetta metà della sua mela bacata ed è colei che lo richiama dalla morte in virtù di un amore infinito... purtroppo per lei, non ricambiato. Hell hath no fury like a woman scorned, parafrasando Congreve: tutto il casino che succede in La sposa di Chucky nasce dal fatto che quest'ultimo ha ben poche intenzioni di sposare Tiffany, men che meno di rispettarla, e il rapporto tra i due si regge giusto su momenti di temporanea passione e dal gusto condiviso per il sangue. Per il resto, Chucky e Tiffany sono la versione horror di Sandra e Raimondo, o di George e Mildred, se preferite, ed è così che Tiffany, presentata come procace fatalona bionda, diventa la stilosa bambolotta che tutti conosciamo. La presenza di Tiffany consegna definitivamente il franchise all'ambito della horror comedy e lei e Chucky diventano personaggi in grado di rendere inutili ed intercambiabili gli esseri umani che si ritrovano ad avere a che fare con loro, cosa che invece non succedeva col piccolo Andy. Stavolta, le vittime dei bambolotti sono due liceali che vogliono scappare di casa per coronare un sogno d'amore contrastato sia dallo zio di lei, l'epitome dello sbirro faccia di merda, che dalla mancanza di soldi di lui. Attorno ai due ragazzi innamorati cominciano a fioccare i cadaveri e la loro fuga d'amore si trasforma in una fuga da ricercati, con somma delizia di Chucky e Tiffany, anche se quest'ultima ha il cuore un po' più tenero e, soprattutto, invidia il legame fresco e sincero dei due ragazzi.


La sposa di Chucky
è una girandola di sangue e battute al fulmicotone che non ha neppure un momento di stanca, anche grazie alla regia ispirata di Ronny Yu, dinamica e perfetta per il pubblico di adolescenti a cui il film è rivolto. I dialoghi tra Chucky e Tiffany sono esilaranti e Tiffany apporta al franchise quella punta di kitsch a sfondo sessuale che rende il tutto più weird, senza mai sconfinare nel cringe (no, nemmeno durante la scena del rapporto tra bambolotti, giuro). Merito di una Jennifer Tilly divertente e divertita, all'apice della forma fisica e della bellezza, che si consacra anima e corpo ad un ruolo di cui è sempre stata innamorata, come dimostrano le sue performance nella recente e purtroppo cancellata serie Chucky; la Tilly è una ventata di vivacità e l'alchimia vocale con Brad Dourif è una delle cose più belle del film. L'altra cosa bellissima, ovviamente, è il design dei bambolotti. Chucky è diventato necessariamente più mostruoso e "punk", rappezzato a inizio film con punti metallici, ago e filo, ma è anche meno "finto" rispetto ai film precedenti. Sia Chucky che Tiffany, infatti, sembrano dei goblin maligni più che delle bambole, delle creature malaticce dagli occhi penetranti (il verde malato di Tiffany è allucinante), e il lavoro dei vari marionettisti è probabilmente il migliore visto nella serie fino a quel momento, soprattutto se si pensa che, all'epoca, non esisteva l'ausilio della CGI di cui hanno goduto gli ultimi film. La sposa di Chucky è un po' debole solo nel comparto attori. A parte le comparsate esplosive di Alexis Arquette e John Ritter, gli altri personaggi sono ben poco memorabili, in particolare i due ragazzi protagonisti, ulteriormente penalizzati da una storia d'amore talmente cheesy e campata in aria che è molto difficile temere per le loro vite. Per quanto mi riguarda, l'unica coppia degna del film, nonostante i loro alti e (molti) bassi è quella formata da Chucky e Tiffany, alla faccia del mancato lieto fine!   


Di Jennifer Tilly (Tiffany), Brad Dourif (voce di Chucky) e John Ritter (Sceriffo Warren Kincaid) ho già parlato ai rispettivi link.

Ronny Yu (vero nome Ronny Yu Yan-Tai) è il regista del film. Cinese, ha diretto film come Freddy vs Jason e un episodio della serie Fear Itself. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 76 anni.


Katherine Heigl
interpreta Jade. Americana, ha partecipato a film come Ma dov'è andata la mia bambina?, Trappola sulle montagne rocciose, Valentine - Appuntamento con la morte, Molto incinta e a serie quali Roswell e Grey's Anatomy. Anche produttrice, ha 47 anni. 


Alexis Arquette
interpreta David. Canadese, sorella di Rosanna, David e Patricia, ha partecipato a film come Buffy - L'ammazzavampiri, Pulp Fiction, A volte ritornano... ancora, Gli adoratori del male, e a serie quali Pappa e ciccia, Xena: Principessa guerriera e Friends. Anche produttrice, è morta nel 2016.  


Julia Stiles
aveva ottenuto la parte di Jade ma ha rinunciato per partecipare a 10 cose che odio di te. Gina Gershon, che aveva recitato in Bound: Torbido inganno assieme a Jennifer Tilly, era la seconda scelta per il ruolo di Tiffany ed è stata lei ad insistere perché la Tilly accettasse. Marilyn Manson, invece, ha rinunciato ad interpretare David, personaggio scritto apposta per lui. La sposa di Chucky segue, cronologicamente, La bambola assassina, La bambola assassina 2, La bambola assassina 3 e precede Il figlio di Chucky, La maledizione di Chucky, Il culto di Chucky e la compianta serie TV Chucky. Recuperate tutto e... ENJOY!

martedì 24 marzo 2026

Keeper - L'eletta (2025)

Nonostante fosse reperibile già da mesi, sono stata bravissima e ho aspettato la tardiva uscita italiana per andare al cinema e vedere Keeper - L'eletta (Keeper), diretto nel 2025 dal regista Osgood Perkins.


Trama: Liz e Malcom vanno nello chalet di lui per festeggiare l'anniversario, ma le cose cominciano ad andare male...


Probabilmente lo avrete già visto tutti questo Keeper ma, qualora ci fosse qualcuno che non solo ha fatto il bravo, ma vuole addirittura aspettare l'uscita in streaming, cercherò di non fare spoiler. Keeper rientra nell'abbondante e piuttosto recente filone di horror che hanno per tema una vita di coppia meno che idilliaca e dove, in qualche modo, uno dei due manipola l'altro, più o meno sottilmente. Nel caso di Keeper, Liz e Malcom stanno insieme da un anno, lei è una pittrice e lui un medico abbastanza danaroso. Per festeggiare l'anniversario, Malcom decide di portare Liz nel suo chalet in mezzo ai boschi, un luogo affascinante ma anche privo di privacy, in quanto l'edificio è un trionfo di legni e ampie vetrate. Che qualcosa non vada, Perkins e lo sceneggiatore Nick Lepard ce lo fanno intuire fin da subito, attraverso telefonate, gesti, sguardi e atteggiamenti che rivelano come l'idillio tra i due sia solo apparente. A parole, Malcom è dolcissimo, pieno di premure per colei che è "speciale", eppure Liz non riesce ad abbandonarsi totalmente alla fiducia verso qualcuno che, piano piano, ha già cominciato a "trasformarla". L'isolamento nello chalet non aiuta, così come non aiutano la visita del cugino di Malcom assieme alla bellissima "patata" del momento, né una misteriosa torta lasciata dalla donna delle pulizie che, nella scena più irritante del film, Malcom fa assaggiare a Liz con un atteggiamento passivo/aggressivo da manuale. Peggio ancora, la casa e i boschi che la circondano sono dotati di occhi, e qualcosa spia Liz con insistenza, qualcosa di radicato nella natura folk horror di Keeper e che richiama l'atmosfera delle opere precedenti di Perkins, malinconiche, misteriose e non del tutto lineari, per fortuna. Il mix di tutti questi elementi risulta meno che esplosivo, perché Keeper è un horror riflessivo, fatto di pause ben dosate e silenzi, dove il tempo si dilata fino ad assumere sfumature allucinatorie e la paranoia la fa da padrone ben più dei pochi, ben dosati jump scare. Eppure, proprio questo ritmo rallentato e l'incertezza che accompagna non tanto l'intreccio (quello è chiaro e forse persino didascalico direbbero i detrattori), quanto la lore che sta dietro alle vicende di Liz e Malcom, rendono Keeper molto affascinante.


Dedicandosi solo alla macchina da presa, Perkins mette in campo tutti i vezzi tipici del suo cinema, con quelle inquadrature soffocanti, dove i personaggi si trovano appena fuori dalle simmetrie perfette degli elementi geometrici, come se facessero già parte di un mondo "altro" o come se qualcosa li osservasse dai luoghi più impensabili. E la casa di Malcom è uno scenario perfetto perché i protagonisti si perdano in essa, impossibilitati a capire da dove arriverà la minaccia, se dalle ombre celate negli angoli acuti delle travi in legno oppure dalle enormi vetrate che fungono da sottile separazione da una natura esterna lussureggiante e, ovviamente, pericolosa, colma di segreti celati. Al di là dei pochi effetti speciali che, a onor del vero, non sono neppure così eccelsi (anche se il design delle creature mi ha fatto abbastanza impressione), sono proprio le inquadrature e le scenografie a trasmettere un senso di inquietudine costante, e la performance di Tatiana Maslany si carica di tutte queste sensazioni negative trattenendole nel disperato tentativo di razionalizzarle. La Maslany interpreta una donna equilibrata ma diffidente, che non si abbandona alla follia di una situazione allucinata e cerca, in qualche modo, di rimanere lucida e, probabilmente, di salvare qualcosa che era nato sbagliato già in partenza; poiché l'attrice è spesso da sola, la sua interpretazione regge l'intero film, mentre Rossif Sutherland lavora ancor più di sottrazione, mettendo a disagio lo spettatore fin dalla prima inquadratura, con quel mix di accondiscendenza e boria malamente dissimulata. Mi fa un po' strano che di Keeper siano state dette e scritte le peggio cose, quando è perfettamente coerente con la filmografia di Perkins. Per quanto mi riguarda, non è il suo lavoro migliore e mi è sembrato quasi un modo per "riposarsi" dopo due bombe come Longlegs e The Monkey, ma è comunque un horror dignitosissimo ed intelligente, che merita più di una visione.  


Del regista Osgood Perkins ho già parlato QUI mentre Rossif Sutherland, che interpreta Malcolm Westbridge, lo trovate QUA.

Tatiana Maslany interpreta Liz. Canadese, la ricordo per film come Licantropia apocalypse, The Messengers, La promessa dell'assassino, Le cronache dei morti viventi, The Monkey e serie quali She-Hulk: Attorney at Law; come doppiatrice ha lavorato in BoJack Horseman e Robot Chicken. Anche produttrice, ha 41 anni e due film in uscita, tra cui The Young People, il prossimo film di Perkins




venerdì 20 marzo 2026

2026 Horror Challenge: Alligator (1980)

Il tema della Horror Challenge della settimana era "rip-off de Lo Squalo". La scelta è caduta su Alligator, diretto nel 1980 dal regista Lewis Teague.


Trama: un cucciolo di alligatore viene gettato nelle fogne e, a causa dell'inquinamento scellerato di un laboratorio di ricerca, dopo qualche anno diventa un mostro gigante che comincia a fare scempio di esseri umani...


Aiuto. Tra Oscar e post più impellenti è passato un bel po' dalla visione di Alligator, speriamo di riuscire a portare a casa qualcosa di sensato. Allora, intanto Alligator era un film che, a meno di non essere incappata in un Effetto Mandela, veniva programmato spesso nelle TV italiane e, chissà, forse lo avevo anche già visto. Oppure, il fatto che io trovassi il tutto decisamente familiare potrebbe derivare in primis dalla struttura del film, assai simile a quella de Lo squalo o di Piranha, giusto per citarne un paio, oppure dalla leggenda metropolitana degli alligatori nelle fogne. Sia come sia, credevo che il film di Lewis Teague fosse una ciofeca, invece è un dignitoso prodotto di genere, nei limiti del budget e dell'epoca in cui è stato girato. Alligator è un eco-horror che, in primis, critica le politiche spregiudicate dei laboratori di ricerca, i quali alimentano ciò che vorrebbero cercare di combattere; in questo caso, si parla di steroidi per aumentare la dimensione degli animali da macello, che però generano inquinamento e morte, oltre ad essere portati avanti con metodi barbari e disgustosi. Oserei dire che è un alligatore che si morde la coda e, a tal proposito, mi è sembrato anche che ci fosse una critica all'inquietante usanza tutta americana di acquistare cuccioli di alligatore a mo' di souvenir, assai in voga un tempo ma ora, per fortuna, vietata. Anche perché che te ne fai di un alligatore, una volta raggiunta la dimensione anche solo di un cane, a rischio che ti sbrani? E' quello che devono aver pensato i genitori della piccola Robin, che in tempo zero glielo buttano nel gabinetto e tirano lo sciacquone. Purtroppo per gli altri cittadini, dopo qualche tempo il cucciolo, pompato dagli steroidi scaricati nelle fogne, non solo sopravvive, ma diventa un mostro grande quanto una Cadillac, il quale comincia a fare scempio di quanti siano abbastanza sconsiderati da avvicinarsi alla sua tana. A capo delle indagini viene messo David Madison, detective della omicidi  guardato con sospetto dai colleghi da quando il suo compagno di pattuglia era stato ucciso senza che lui potesse impedirlo. La nomea di visionario esaurito fa sì che, nel momento in cui David sopravvive a stento all'attacco dell'alligatore, nessuno gli creda, e ciò lo costringe ad allearsi con un'esperta di rettili per mettere fine alla minaccia zannuta, prima che il bodycount delle vittime salga sempre di più.


Come vedete, la trama del film ricalca quasi pedissequamente quella de Lo squalo, e molte delle inquadrature clou, per non parlare di alcuni stralci di colonna sonora, sono omaggi dichiarati all'opera di Spielberg. Alligator si distingue però da altri emuli per un umorismo abbastanza sopra le righe e un paio di protagonisti dotati di una personalità spiccata, in primis David Madison, interpretato da un Robert Forster ancora giovane ma già avviato verso un progressivo diradarsi della capigliatura, come sottolineato da dialoghi impietosi. Rozzo e spiccio, Madison non è un personaggio particolarmente gradevole, ma in qualche modo riesce a conquistare sia la bella di turno che il prestigio perduto, anche in virtù della demenza rara degli altri maschi alfa che gli vengono messi accanto (uno su tutti il "cacciatore bianco", beone e porco). A tal proposito, diciamo che le vittime dell'alligatore sono peggio del povero mostrone, il quale è abbastanza corretto da non divorare mai chi non se lo merita davvero e, a un certo punto, si imbarca in un godereccio "eat the rich" che non può non incontrare il plauso dello spettatore. Detto mostrone, e gli attacchi di cui si rende protagonista, purtroppo non sono proprio eccelsi. L'animatronic battezzato "Ramon" si rompeva spesso, quindi Lewis Teague è stato costretto ad ovviare riprendendolo da fermo, girandoci attorno, oppure (e purtroppo ormai sono sequenze che saltano all'occhio), utilizzando un alligatore di taglia normale lanciato su set in miniatura. Lungi dal considerarlo un difetto insormontabile, ormai mi ritrovo in quell'età per cui l'ingegno artigianale è uno degli aspetti più interessanti di un'opera, in grado di rendere dignitoso anche un b-movie dichiarato come questo, per cui devo dire che mi sono molto divertita guardando Alligator e non posso che consigliarlo, se vi piace il genere e non lo avete mai visto.



Del regista Lewis Teague ho già parlato QUI mentre Robert Forster, che interpreta David Madison, lo trovate QUA.


Sue Lyon
, la Lolita di Kubrick, compare nei panni della giornalista bionda, in quello che sarebbe stato il suo ultimo film prima del ritiro dalle scene. La regia di Alligator era stata offerta a Joe Dante, che però ha rifiutato, forse perché Piranha, da lui realizzato solo due anni prima, era molto simile; a tal proposito, se Alligator vi fosse piaciuto, vi consiglio il recupero di Piranha e Lo squalo, tenendo presente che esiste anche un seguito del film, Alligator II: The Mutation, che però non ho mai visto. ENJOY!

martedì 17 marzo 2026

La sposa! (2026)

Ho rischiato seriamente di non vederlo, ma alla fine sono riuscita ad andare al cinema per La sposa! (The Bride!) diretto e sceneggiato dalla regista Maggie Gyllenhaal.


Trama: il mostro di Frankenstein arriva nella Chicago degli anni '30 e chiede al Dr. Euphronious una compagna. I due disseppelliscono Ida, morta da poco, la quale torna in vita priva di memoria ma con un profondo, incontrollabile desiderio di ribellione...


Avevo "scorto" (sapete che non leggo le recensioni prima di avere scritto la mia) le peggio cose su La sposa!, film non particolarmente apprezzato neppure da chi l'horror lo conosce e lo ama, quindi ero convinta che sarei uscita dalla sala schifata. Invece, mi sono divertita tantissimo e, oserei dire, è uno dei film che ho apprezzato di più dall'inizio dell'anno. Nonostante questo, purtroppo, mi rendo conto che non saprei come parlarne, perché temo mi manchino le basi culturali, letterarie e cinematografiche per farne una disamina come si deve, quindi perdonatemi se il post sarà più banale e lacunoso del solito. La sposa! parte, ovviamente, dal romanzo Frankenstein di Mary Shelley, e si propone come una rilettura del capolavoro di James Whale, La sposa di Frankenstein (che, ahimé, non riguardo da almeno 20 anni, col risultato di essermi persa qualsiasi citazione presente in La sposa!). La sceneggiatura della Gyllenhaal è "metaletteraria" e metacinematografica, comincia infatti con un fitto dialogo tra la vera Mary Shelley e la protagonista del film, Ida, una donna figlia del suo tempo, colma di desiderio di rivalsa e ribellione, ma impossibilitata a manifestarlo per ovvi motivi. Il dialogo, in realtà, è più una possessione manifestata con una schizofrenia disperata che perdura per tutto il film, e che porta alla morte Ida nella sequenza iniziale. Dopodiché, arriva il mostro di Frankenstein (chiamato per comodità Frank), sopravvissuto fino agli anni '30 e arrivato a Chicago per incontrare una scienziata che si dice in grado di dargli una compagna. Fiaccato da anni di solitudine e disprezzo per se stesso, Frank non vive, bensì sopravvive, vittima di costanti attacchi di panico tenuti a bada dalle sale cinematografiche in cui il mostro si nasconde e sogna una vita e un amore da film. Quando Ida viene resuscitata da Frank ed Euphronious, la donna non ricorda nulla del suo passato. La sua è una mente divisa, abitata da una voce che non comprende, e che la spinge a "trovare il proprio nome", ad autodefinirsi, senza venire etichettata da nessuno. Il legame con Frank prende forma nel momento in cui la "sua" sposa riconosce in lui un reietto, un essere che deve a sua volta trovare il suo posto nel mondo, una creatura dalla mente spezzata; purtroppo per "la sposa", ribattezzata Penelope, la sua lotta per l'autodeterminazione passa attraverso il desiderio (magari ingenuo, dettato dalla paura) di Frank di plasmarne il passato con patetiche bugie, rendendolo avventuroso e splendente come quello dei film, in aperto contrasto con una realtà squallida e pericolosa. 


A fronte di quanto scritto finora, capisco molto bene l'eye roll dei feroci detrattori. La sposa! è un film "a tesi", urlato fin dal titolo, che ribadisce la necessità di una ribellione femminile, sottolinea in ogni scena la sacrosanta parità dei sessi (il Dr. Euphronious lamenta la stupidità barocca degli esperimenti di Frankenstein, la detective Malloy, pur dando dei punti ai suoi colleghi maschi, viene considerata una mera segretaria e trattata con condiscendenza) e fa della Sposa la portavoce di chi non può più esprimersi, un angelo vendicatore, la scintilla di una rivoluzione "punk". La metafora, però, è talmente di grana grossa e sfacciata da non risultare antipatica come la pseudo intellettualità di Barbie (che pure ho amato moltissimo), ed è espressa in maniera talmente barocca, per quanto riguarda la messa in scena e le interpretazioni, che il mio animo tamarro non ha potuto fare altro per commuoversi. Voi pensavate al femminismo e a Folie à Deux, io pensavo a Repo! the Genetic Opera e al gusto un po' kitsch che permea ogni sequenza di quello che, per me, è sempre stato un capolavoro di imperfezione. Imperfetto lo è anche questo La sposa!, lo riconosco senza problemi, anzi, è proprio un mostro rappezzato. Un po' horror, un po' noir, un po' musical, un po' bimbominchiata young adult, La sposa! è incredibilmente schizofrenico e sembra la riproposizione cinematografica della mente spezzata della protagonista, eppure non sono riuscita a non amarlo. Merito forse dell'interpretazione di una Jessie Buckley ormai lanciatissima, in grado di relegare sullo sfondo persino Christian Bale (che pure, poverino, ci mette del suo), o di un cast di comprimari dalla spiccata personalità, nel bene o nel male. O forse dei tanti momenti di poetic cinema, uno su tutti il forsennato numero musicale che spezza completamente il ritmo della narrazione trasformando le visioni di Frank in una realtà coinvolgente. O magari dei costumi favolosi, di quelle macchie nere allo stesso tempo stilose e ributtanti, delle scenografie sontuose o della colonna sonora particolare. Insomma, non so di preciso cosa sia stato, ma qualcosa ne La sposa! è entrato in perfetta risonanza col mio animo fiaccato da mille film tutti uguali, e sono uscita dal cinema soddisfatta come non mi succedeva da un po'... e, soprattutto, con la voglia di riguardarlo! 


Della regista e sceneggiatrice Maggie Gyllenhaal ho già parlato QUI. Jessie Buckley (Ida/La Sposa/Mary Shelley/Penelope Rogers), Christian Bale (Frank (Frankenstein)), Annette Bening (Dr. Euphronious), Penélope Cruz (Myrna Malloy), Peter Sarsgaard (Jake Wiles), Jake Gyllenhaal (Ronnie Reed) e John Magaro (Clyde) li trovate invece ai rispettivi link.
 

mercoledì 11 marzo 2026

2026 Horror Challenge - Ash: Cenere mortale (2025)

Il tema della challenge della settimana era "horror ambientati nello spazio". In watchlist avevo Ash: Cenere mortale (Ash), diretto nel 2025 dal regista Flying Lotus e ho colto l'occasione.


Trama: La scienziata Riya si sveglia sola all'interno di una nave spaziale, circondata da persone morte e senza alcuna memoria. A poco a poco, deve fare i conti con una terrificante realtà...


Mi sembra vagamente di ricordare che, ai tempi dell'uscita, Ash non fosse stato proprio accolto benissimo. Per quanto mi riguarda, l'ho trovato gradevole, fermo restando che non amo particolarmente gli horror ambientati nello spazio. Ash comincia con la più classica delle situazioni da horror sci-fi, ovvero la presenza di una stazione spaziale in cui è accaduta una sanguinosa tragedia. La vicenda viene raccontata attraverso gli occhi di una "narratrice inaffidabile", la scienziata Riya, che si sveglia all'inizio del film ferita, priva di memoria e circondata da cadaveri. Ciò che è accaduto prima, lo veniamo a sapere piano piano da una serie di flash allucinati che sconvolgono la protagonista, lampi di passato talmente slegati l'uno dall'altro, e inframmezzati da quelli che sembrerebbero essere sogni, che è difficile fare affidamento su di essi. L'unica cosa certa è che Riya e i suoi compagni erano in missione per trovare un pianeta abitabile con cui sostituire un pianeta Terra ormai al collasso, e che probabilmente erano riusciti nell'intento, nonostante l'aria al di fuori della stazione spaziale venga mostrata come in parte irrespirabile ed inquinata. L'unica altra certezza è che è accaduto qualcosa di molto violento, e che i compagni di Riya sono impazziti a turno, diventando incontrollabili, ma la vera causa verrà chiarita solo verso la fine del film. Per la maggior parte della sua durata, Ash racconta la ricerca della verità da parte di Riya, resa ancora più difficoltosa dalla necessità di lasciare la stazione spaziale e il pianeta in un tempo molto breve, pena la perdita di ossigeno e la conseguente morte; il limite temporale, assieme ai flash mnemonici e all'ambiente chiuso in cui si muove la protagonista, concorrono ad accumulare l'ansia, a rendere il film assai claustrofobico, e ovviamente spingono protagonista e spettatore a diffidare di tutti e di tutto. Lungi da me ricamare ulteriormente sulla trama per non incappare in spoiler: aggiungo solo che Ash, negli ultimi 20 minuti, sconfina nel body horror e sbarella parecchio, quindi merita affrontare una prima parte un po' più banale, che si appoggia ai soliti cliché dell'horror sci-fi.


Visivamente parlando, Ash sembra uscito dalla mente di Joe Begos. Il regista Flying Lotus, anche compositore della psichedelica colonna sonora e parte, come attore, del gruppo di scienziati, immerge la protagonista in un tripudio di luci rosse e blu, che talvolta si fondono per generare quel violetto malato che si intravvede nella locandina. Assieme all'abbondanza di ombre, questa bicromia crea un mondo confuso, allucinato ed opprimente, dove non è per nulla facile districarsi e fare chiarezza tra cosa è vero e cosa è falso. L'impressione è quella di un mondo in punto di morte, dove l'unica cosa vitale e vivace sono le macchine ad uso medico, dei robottini dalla vocetta da anime giapponese che effettuano le peggiori operazioni chirurgiche su soggetti perfettamente svegli. Pessima idea anche uscire all'esterno, dove la "cenere mortale" del titolo italiano vortica in maniera ipnotica, contribuendo al clima allucinato in cui vive Riya. A proposito della quale, Eiza González (talvolta accompagnata da Aaron Paul e dagli altri compagni nei flashback) regge da sola l'intero film, pur cambiando raramente espressione. Solitamente questo sarebbe un difetto ma, di fatto, Riya è condannata a procedere a tentoni, ad essere confusa e malaticcia, a ritrovarsi spesso senza qualcuno con cui interagire, quindi non è una cosa così disdicevole; inoltre, c'è da dire che la González è bellissima, e ha la cazzimma e il phisique du rol per prendere in mano il film al momento della svolta horror, che la vede impegnata a fare piazza pulita della mortale minaccia di cui ovviamente non vi parlerò nello specifico. Dignitosisismi anche gli effetti speciali, un giusto mix di effetti "pratici" ed elementi creati al computer, e veramente molto bello il design delle tute spaziali, eleganti ed aderenti, perfette per il fisico della González, la quale non avrebbe sfigurato all'interno di un Ghost in the Shell. Riassumendo, Ash non è un film imprescindibile, ma ci sono parecchie cose che lo rendono godibile e, poiché è compreso nell'abbonamento Prime Video, è una visione consigliabile. 
 

Di Eiza González, che interpreta Riya, ho già parlato QUI.

Flying Lotus (vero nome Steven Ellison) è il regista del film ed interpreta Davis. Americano, ha diretto il film Kuso e un episodio di V/H/S/ 99. Anche musicista, compositore, attore, sceneggiatore e produttore, ha 43 anni. 


Aaron Paul
interpreta Brion. Famoso per avere interpretato Jesse Pinkman nella serie Breaking Bad, ha partecipato a film come Mission: Impossible III, L'ultima casa a sinistra e ad altre serie quali Beverly Hills 90210, Melrose Place, Una famiglia del terzo tipo, X-Files, CSI, E.R., CSI: Miami, Veronica Mars, Criminal Minds, Bones, Ghost Whisperer e Better Call Saul; come doppiatore ha lavorato in I Simpson e Bojack Horseman. Americano, anche produttore, ha 47 anni e due film in uscita. 


Iko Uwais
, che interpreta Adhi, aveva partecipato a I mercen4ri - Expendables. Se Ash: Cenere mortale vi fosse piaciuto recuperate Punto di non ritorno, La cosa, Alien e Solaris. ENJOY!

venerdì 6 marzo 2026

Scream 7 (2026)

Come al solito, arrivo ultima alla festa ma sono riuscita finalmente a guardare Scream 7, diretto e co-sceneggiato dal regista Kevin Williamson. Niente spoiler, ovviamente. 


Trama: Sidney Prescott si è ormai rifatta una vita in un piccolo paesino, assieme alle figlie e al marito, ma un giorno qualcuno con la maschera di Ghostface torna a minacciarla...


Ormai lo avrete letto ovunque e lo saprete a memoria, quindi sarò breve. Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, a partire dal quinto capitolo della saga, avevano deciso di rinnovare il franchise, affiancando ai vecchi personaggi le sorelle Carpenter, Sam e Tara, con l'idea di farle diventare protagoniste assolute al compimento di una terza trilogia. Poi pare che Melissa Barrera, l'attrice che interpretava Sam, sia stata calcioruotata dai vertici della Spyglass per aver protestato contro il genocidio palestinese (oppure può essere che la casa di produzione abbia colto la palla al balzo per accontentare il fandom, a cui Sam è sempre stata invisa come personaggio); giustamente, una Jenna Ortega sulla cresta dell'onda ha mandato a fanculo la produzione approfittando dei lauti compensi Netflixiani e Burtoniani, e quando il potenziale nuovo regista Christopher Landon ha ricevuto minacce di morte nel caso avesse messo mano al settimo film, è rimasto solo Kevin Williamson. Tanti saluti, dunque, al character study di Sam, al suo lato oscuro, a tutte le suggestioni seminate dagli ex Radio Silence nel corso della loro gestione, a un percorso originale che, dialogando con le pellicole dirette da Wes Craven, ne riaggiornava i temi alla mentalità odierna, rimanendo sempre, deliziosamente, metacinematografici. L'unico modo per salvare la baracca è stata riempire di soldi Neve Campbell per farla tornare e rivolgersi a Kevin Williamson che, per chi non lo sapesse, è colui che ha scritto i primi due film e il quarto, rimanendo comunque legato al franchise in vesti di produttore. Di fronte ad un simile pasticcio produttivo, è accaduto l'inevitabile: l'operazione è stata condotta nel modo più banale e "vecchio" possibile, cavalcando l'onda di una nostalgia stantia e buttando tutto in caciara nel finale più brutto dell'intera saga. L'azione si sposta da Woodsboro (dov'è ambientato un inizio interessante e completamente fuorviante per chi si aspettava chissà cosa dalla trama) alla piccola cittadina dove Sidney ha deciso di lasciarsi alle spalle il passato assieme al marito e alle tre figlie. In realtà, due figlie vengono tolte subito dall'equazione e daffidate alla nonna, perché i riflettori si posano sul rapporto tra Sidney e la figlia adolescente Tatum, la quale viene tenuta all'oscuro dalla madre relativamente a tutto ciò che riguarda il suo traumatico passato. Tatum conosce Sidney solo attraverso la saga cinematografica Stab, che ne ha romanzato la vita, ed è frustrata perché crede che la madre la ritenga debole ed inaffidabile, bisognosa di protezione, ben diversa dall'adolescente cazzuta sopravvissuta ben cinque volte a Ghostface. 


La scelta di Sidney si rivela poco accorta in quanto, ad un certo punto, Ghostface torna e punta proprio Tatum e i suoi amici, in un costante gioco di rimandi (visivi, di sceneggiatura e persino di colonna sonora) ai film usciti negli anni '90 e diretti da Wes Craven. Il recente reboot non viene proprio spazzato sotto il tappeto, e l'assenza di Sidney dal sesto capitolo si rivela uno degli snodi fondamentali della trama, però è palese fin dall'inizio che ciò che importa a Williamson è stabilire l'eredità di Sidney, la sua unicità all'interno non solo della saga, ma del genere slasher tutto: i Ghostface sono andati e venuti, in una girandola di nomi e facce, l'unica costante è rimasta Sidney, persino quando ha deciso di mandare a stendere Gale, Sam e Tara, e lasciarle sole a New York, in balia dei nuovi killer. E questo è l'unico aspetto interessante di un film che aspira alla "modernità" tirando in ballo l'AI e i deep fake come mero escamotage narrativo, a mio avviso sfruttato in maniera poco accorta e raffazzonata, e che pur di non osare l'inosabile prende la rincorsa verso un finale frettoloso e, posso dire?, imbarazzante. Se dicessi che non mi sono divertita, mentirei, ma se Scream mi ha intrattenuta anche stavolta è solo perché il mio cervello è partito per la tangente infilando la gente più improbabile sotto la maschera di Ghostface (se volete, ne parliamo nei commenti). Fortunatamente, bisogna anche dire che Scream 7 gode di un paio di omicidi che se la giocano alla pari con i migliori della saga, uno in particolare molto fantasioso, e che Neve Campbell nei panni di Sidney continua a non perdere smalto. Scream 7 è la perfetta cartina al tornasole di come i volti nuovi sono sì bellini, ma tutti uguali e poco interessanti (in questo frangente, Jasmin Savoy Brown e Mason Gooding sono talmente svogliati che potrebbero anche non esserci e Isabel May non ha nemmeno un'oncia del carisma della sua madre cinematografica), e di come non tutti riescano ad invecchiare con grazia. La Campbell ce la fa, la Cox compensa diventando sempre più scoglionata e volgare (quindi adorabile), la saga invece sta diventando bolsa come il povero Skeet Ulrich, costretto a promuovere il film in lungo e in largo e a rilasciare improvvide interviste che fomentano solo il nervoso per ciò che poteva essere e invece è stato sacrificato al fandom e al Dio denaro. Scream 7 sta andando benissimo al box office internazionale, ma in tutta sincerità spero che a nessuno venga in mente di girare un ottavo film, a meno di non far tornare Sam, perché a me pare che ormai questa saga non abbia più nulla da dire. Staremo a vedere!


Di Neve Campbell (Sidney Evans), Courteney Cox (Gale Weathers), Joel McHale (Mark Evans), Mckenna Grace (Hannah Thurman) e Ethan Embry (Marco) ho parlato ai rispettivi link.

Kevin Williamson è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto anche Killing Mrs.Tingle. Anche produttore e attore, ha 61 anni. 


Jasmin Savoy Brown
e Mason Gooding tornano, rispettivamente, nei panni di Mindy e Chad. Celeste O'Connor, che interpreta Chloe Parker, era la Lucky di Ghostbusters: Legacy e Ghostbusters - Minaccia glaciale mentre Asa Germann, che interpreta Lucas Bowden, era nel cast di Gen V come Sam Riordan. Nelle intenzioni di Matt Bettinelli-Olpin Tyler Gillett, Patrick Dempsey sarebbe dovuto tornare nei panni del Detective Mark Kincaid, ma alla fine è stato creato un personaggio ex novo (con lo stesso nome e una professione simile ma vabbè, dai). Chi invece si è chiamato fuori dopo avere ricevuto minacce di morte a seguito del licenziamento di Melissa Barrera, pur non entrandoci nulla, povero cristo, è il regista Christopher Landon, che era stato raccomandato dallo stesso Williamson. Se siete arrivati al settimo film dovreste ormai saperlo, ma la saga di Scream si compone di Scream, Scream 2, Scream 3, Scream 4, Scream (2022) e Scream VI; se il genere vi piace, recuperateli e aggiungete anche Scream: la serie. ENJOY!


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