Visualizzazione post con etichetta peter sarsgaard. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta peter sarsgaard. Mostra tutti i post

martedì 17 marzo 2026

La sposa! (2026)

Ho rischiato seriamente di non vederlo, ma alla fine sono riuscita ad andare al cinema per La sposa! (The Bride!) diretto e sceneggiato dalla regista Maggie Gyllenhaal.


Trama: il mostro di Frankenstein arriva nella Chicago degli anni '30 e chiede al Dr. Euphronious una compagna. I due disseppelliscono Ida, morta da poco, la quale torna in vita priva di memoria ma con un profondo, incontrollabile desiderio di ribellione...


Avevo "scorto" (sapete che non leggo le recensioni prima di avere scritto la mia) le peggio cose su La sposa!, film non particolarmente apprezzato neppure da chi l'horror lo conosce e lo ama, quindi ero convinta che sarei uscita dalla sala schifata. Invece, mi sono divertita tantissimo e, oserei dire, è uno dei film che ho apprezzato di più dall'inizio dell'anno. Nonostante questo, purtroppo, mi rendo conto che non saprei come parlarne, perché temo mi manchino le basi culturali, letterarie e cinematografiche per farne una disamina come si deve, quindi perdonatemi se il post sarà più banale e lacunoso del solito. La sposa! parte, ovviamente, dal romanzo Frankenstein di Mary Shelley, e si propone come una rilettura del capolavoro di James Whale, La sposa di Frankenstein (che, ahimé, non riguardo da almeno 20 anni, col risultato di essermi persa qualsiasi citazione presente in La sposa!). La sceneggiatura della Gyllenhaal è "metaletteraria" e metacinematografica, comincia infatti con un fitto dialogo tra la vera Mary Shelley e la protagonista del film, Ida, una donna figlia del suo tempo, colma di desiderio di rivalsa e ribellione, ma impossibilitata a manifestarlo per ovvi motivi. Il dialogo, in realtà, è più una possessione manifestata con una schizofrenia disperata che perdura per tutto il film, e che porta alla morte Ida nella sequenza iniziale. Dopodiché, arriva il mostro di Frankenstein (chiamato per comodità Frank), sopravvissuto fino agli anni '30 e arrivato a Chicago per incontrare una scienziata che si dice in grado di dargli una compagna. Fiaccato da anni di solitudine e disprezzo per se stesso, Frank non vive, bensì sopravvive, vittima di costanti attacchi di panico tenuti a bada dalle sale cinematografiche in cui il mostro si nasconde e sogna una vita e un amore da film. Quando Ida viene resuscitata da Frank ed Euphronious, la donna non ricorda nulla del suo passato. La sua è una mente divisa, abitata da una voce che non comprende, e che la spinge a "trovare il proprio nome", ad autodefinirsi, senza venire etichettata da nessuno. Il legame con Frank prende forma nel momento in cui la "sua" sposa riconosce in lui un reietto, un essere che deve a sua volta trovare il suo posto nel mondo, una creatura dalla mente spezzata; purtroppo per "la sposa", ribattezzata Penelope, la sua lotta per l'autodeterminazione passa attraverso il desiderio (magari ingenuo, dettato dalla paura) di Frank di plasmarne il passato con patetiche bugie, rendendolo avventuroso e splendente come quello dei film, in aperto contrasto con una realtà squallida e pericolosa. 


A fronte di quanto scritto finora, capisco molto bene l'eye roll dei feroci detrattori. La sposa! è un film "a tesi", urlato fin dal titolo, che ribadisce la necessità di una ribellione femminile, sottolinea in ogni scena la sacrosanta parità dei sessi (il Dr. Euphronious lamenta la stupidità barocca degli esperimenti di Frankenstein, la detective Malloy, pur dando dei punti ai suoi colleghi maschi, viene considerata una mera segretaria e trattata con condiscendenza) e fa della Sposa la portavoce di chi non può più esprimersi, un angelo vendicatore, la scintilla di una rivoluzione "punk". La metafora, però, è talmente di grana grossa e sfacciata da non risultare antipatica come la pseudo intellettualità di Barbie (che pure ho amato moltissimo), ed è espressa in maniera talmente barocca, per quanto riguarda la messa in scena e le interpretazioni, che il mio animo tamarro non ha potuto fare altro per commuoversi. Voi pensavate al femminismo e a Folie à Deux, io pensavo a Repo! the Genetic Opera e al gusto un po' kitsch che permea ogni sequenza di quello che, per me, è sempre stato un capolavoro di imperfezione. Imperfetto lo è anche questo La sposa!, lo riconosco senza problemi, anzi, è proprio un mostro rappezzato. Un po' horror, un po' noir, un po' musical, un po' bimbominchiata young adult, La sposa! è incredibilmente schizofrenico e sembra la riproposizione cinematografica della mente spezzata della protagonista, eppure non sono riuscita a non amarlo. Merito forse dell'interpretazione di una Jessie Buckley ormai lanciatissima, in grado di relegare sullo sfondo persino Christian Bale (che pure, poverino, ci mette del suo), o di un cast di comprimari dalla spiccata personalità, nel bene o nel male. O forse dei tanti momenti di poetic cinema, uno su tutti il forsennato numero musicale che spezza completamente il ritmo della narrazione trasformando le visioni di Frank in una realtà coinvolgente. O magari dei costumi favolosi, di quelle macchie nere allo stesso tempo stilose e ributtanti, delle scenografie sontuose o della colonna sonora particolare. Insomma, non so di preciso cosa sia stato, ma qualcosa ne La sposa! è entrato in perfetta risonanza col mio animo fiaccato da mille film tutti uguali, e sono uscita dal cinema soddisfatta come non mi succedeva da un po'... e, soprattutto, con la voglia di riguardarlo! 


Della regista e sceneggiatrice Maggie Gyllenhaal ho già parlato QUI. Jessie Buckley (Ida/La Sposa/Mary Shelley/Penelope Rogers), Christian Bale (Frank (Frankenstein)), Annette Bening (Dr. Euphronious), Penélope Cruz (Myrna Malloy), Peter Sarsgaard (Jake Wiles), Jake Gyllenhaal (Ronnie Reed) e John Magaro (Clyde) li trovate invece ai rispettivi link.
 

martedì 18 febbraio 2025

September 5 - La diretta che cambiò la storia (2024)

La settimana scorsa è uscito in Italia uno dei candidati alla Miglior sceneggiatura originale, ovvero September 5 - La diretta che cambiò la storia (September 5), diretto e co-sceneggiato nel 2024 dal regista Tim Fehlbaum.


Trama: durante i giochi olimpici di Monaco, del 1972, la troupe di ABC Sports si ritrova a dover raccontare in diretta l'attacco terroristico palestinese ai danni della squadra israeliana...


Probabilmente non avrei mai guardato September 5 se non fosse stato per la candidatura a miglior sceneggiatura originale. Per evitarvi di commettere il mio stesso errore, vi dico subito che September 5 è invece un film dignitoso e molto interessante, un thriller "da camera" tratto da una terribile (e, purtroppo, incredibilmente attuale) storia vera. L'attentato terroristico accorso durante le Olimpiadi di Monaco del 1972 era già il tema portante del film Munich, ma September 5 si concentra su ciò che accadde "dietro le quinte", all'interno del quartier generale di ABC Sports, quando la troupe incaricata di seguire gli eventi sportivi riuscì a raccontare in diretta, tramite una trasmissione entrata nella storia, la tragica vicenda degli undici ostaggi israeliani. L'aspetto interessante di September 5 è proprio l'idea di raccontare gli eventi da un punto di vista "esterno", attraverso una narrazione costruita, minuto dopo minuto, da informazioni raccolte in tempo reale, non perfette né attendibili. I giornalisti dell'emittente, tra cui un capo della sala di regia alla sua prima esperienza o quasi, si ritrovano combattuti tra emozioni umanissime come terrore, preoccupazione e tristezza, e il desiderio di portare a casa lo scoop della vita, destreggiandosi all'interno di un codice deontologico (tenendo in conto anche il rispetto degli spettatori e delle vittime coinvolte) che lascia ben poco margine ad errori o riflessioni. Il risultato sono 94 minuti di pura tensione, fatti di decisioni rapide, silenzi carichi di attesa, telefonate risolutive e angoscianti sguardi su una situazione esterna che si fa sempre più complessa, anche in virtù dell'importanza sempre più grande della TV e delle trasmissioni internazionali (il momento in cui la troupe si accorge che le riprese in diretta vengono viste anche dai terroristi è agghiacciante); la surreale trasformazione di una "banale" giornata di giochi olimpici in un incubo, con Berlino che torna ad essere una zona di guerra dopo trent'anni, è enfatizzata dalle immagini di archivio che, lungi dall'offrire allo spettatore un resoconto completo e chiaro della vicenda, mostrano squarci di (ir)realtà riprese dalle angolazioni più improbabili e filtrate dalla voce, calma e controllata, dell'anchorman di turno. A fronte di tutto ciò che accade fuori, il fatto che September 5 sia quasi interamente girato all'interno del quartier generale di ABC Sports rende la vicenda ancora più claustrofobica, nonché più interessante l'approfondimento psicologico dei personaggi.


September 5
è un film molto dialogato, la sceneggiatura introduce tantissimi argomenti, anche di ordine politico ed ideologico; visto in originale, è persino un po' difficile da seguire, anche perché i tecnici del suono hanno fatto un lavoro egregio, arricchendo le riprese ravvicinate dei vari punti della sala di controllo con conversazioni in sottofondo, trasmissioni di altre emittenti, telefonate e così via. Ciò nonostante, i vari protagonisti hanno modo di spiccare, ognuno in base ai loro ruoli, responsabilità e personalità, così come alcuni legami che intercorrono tra gli stessi, tra tensioni linguistico-razziali o, banalmente, legate alla gerarchia presente nella sala di regia. Fortunatamente, gli attori sono tutti molto bravi ed affiatati. Tra tutti, spicca John Magaro, nei panni del giovane produttore gettato nella mischia e costretto a prendere decisioni drastiche e tempestive, con tutti i dubbi derivati dalla sua inesperienza (nonché l'enorme onere/onore capitatogli tra capo e collo), punta di un triangolo di interpretazioni che è il cuore del film. Agli altri capi ci sono la favolosa Leonie Benesch, il nemico "tedesco" che diventa indispensabile ponte per superare la barriera linguistica, offrendo uno sguardo meno tecnico e più umano non solo sulla vicenda del film ma anche sulla tragedia che si svolge all'esterno, e il Marvin Bader di Ben Chaplin, la cui famiglia è stata distrutta dall'Olocausto e, probabilmente, più di ogni altro capisce quanto la trasmissione e gli eventi del 5 Settembre rischino di influenzare una situazione internazionale precaria. L'unico difetto di September 5, oltre al fatto che, come ho scritto su, rischia di sovraccaricare lo spettatore al punto da costringerlo a distogliere l'attenzione per sopravvivere all'abbondanza di informazioni, è forse la resa "transitoria" della storia che narra. Certo, il pubblico un minimo intelligente capisce da sé quanto un reportage come quello della ABC Sport abbia cambiato il modo di fare giornalismo in TV, e per il resto basterebbe aprire un libro di storia; tuttavia, forse, il film potrebbe risultare un po' superficiale per gli spettatori più esigenti, che potrebbero non apprezzare l'attenzione rivolta quasi esclusivamente all'effetto thriller e al montaggio serrato della pellicola. Io, che mi accontento di poco, l'ho apprezzato più di quanto credessi, quindi non posso fare altro che consigliarvelo, se lo trovate in sala!


Di Peter Sarsgaard (Roone Arledge), John Magaro (Geoffrey Mason) e Ben Chaplin (Marvin Bader) ho già parlato ai rispettivi link.

Tim Fehlbaum è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Svizzero, ha diretto film come The Colony e Apocalypse. Anche direttore della fotografia, produttore e attore, ha 43 anni.


Leonie Benesch
, che interpreta Marianne, era la protagonista del bellissimo La sala professori. Se September 5 - La diretta che cambiò la storia vi fosse piaciuto, recuperate Munich, The Post e Il caso Spotlight. ENJOY!

venerdì 8 aprile 2022

La figlia oscura (2021)

Apparso come una meteora il 31 dicembre su Netflix, dov'è rimasto solo per 24 ore, è uscito ieri al cinema La figlia oscura (The Lost Daughter), diretto e sceneggiato nel 2021 dalla regista Maggie Gyllenhaal a partire dal romanzo omonimo di Elena Ferrante.


Trama: Leda è una professoressa di lingue e traduttrice in vacanza in un'isola della Grecia. Lì, l'arrivo della giovane Nina e della sua famiglia scatena nella donna dolorosi ricordi...


Lungi da me voler fare la splendida, ma non sapevo affatto che La figlia oscura fosse stato tratto da un libro della Ferrante e mi è venuto da ridere quando, guardando il film, ho pensato "sembra uno spin-off de L'amica geniale" solo per poi scoprire che, effettivamente, l'autrice era la stessa. Lungi da me passare anche per esperta di Elena Ferrante, visto che ho letto solo la già citata quadrilogia de L'amica geniale, eppure il modo in cui l'autrice riesce a parlare di donne soffocate dalle convenzioni della società è facilmente riconoscibile e, oserei dire, unico. Come Lina e Lenù, anche Leda è una donna dal passato zeppo di dolore e rimpianto, a cui guarda, in età già matura, dopo l'incontro con la giovane Nina e la figlioletta Elena; giovane promessa della letteratura e della traduzione, Leda ha vissuto gli anni dell'affermazione professionale "schiacciata" dalla presenza di due bambine piccole e di un marito dal futuro promettente ma incerto quanto il suo, in un torbido miscuglio di amore per la famiglia e desiderio di essere libera e affermata senza essere limitata dal ruolo di madre e moglie. Da donna priva di figli e non ancora sposata, non posso che apprezzare il modo in cui la Ferrante (e in questo caso la Gyllenhaal, che ne accoglie il punto di vista riportandolo sullo schermo) tratteggia queste donne che vivono nella vergogna di avere desideri egoistici ai quali si abbandonano con un costante senso di colpa a pungolarle, dolorosamente consapevoli di quello che la società pretende da loro e straziate dall'innegabile sentimento di amore profondo e odio infastidito che alternativamente provano davanti alle creature che hanno messo al mondo; ipocritamente, penso ogni volta "ma guarda tu sta stronza", per poi sciogliermi in lacrime pensando "ma poveraccia, che vita orribile", presa dallo stesso dilemma sociale e morale di queste donne complicate e fragili, dalla psiche spesso appesa a un filo.


La figlia oscura
, a scanso di equivoci, è "solo questo". Nonostante il titolo inquietante, che evoca l'idea di un thriller psicologico, è la storia di una donna in vacanza che commette un solo, grande errore nel corso della stessa, un errore che la distanzia anche da chi vorrebbe la capisse, quella giovane mamma intrappolata da una famiglia che veglia su di lei e sulla sua bambina senza lasciarle un attimo di respiro. La regia evocativa della Gyllenhaal trasforma la rilassante vacanza nell'assolata Grecia in un angosciante limbo all'interno del quale passato e presente si fondono e la fragilità mentale si fa anche fisica, tra sprazzi di vicende che hanno ormai acquisito i contorni di un sogno (o un incubo) e una realtà "nemica", dove ogni cosa può essere fonte di fastidio, se non addirittura di pericolo; il montaggio di Affonso Gonçalves, già abituato a narrazioni simili, rende i passaggi tra presente e passato incredibilmente fluidi e naturali e, nonostante questo, riesce a trasmettere allo spettatore la stessa confusa inquietudine di cui è preda Leda. Il punto di forza de La figlia oscura, tuttavia, sono state per me le interpretazioni. Olivia Colman è da anni una certezza e ho amato tantissimo la fragilità che la sua Leda cerca di dissimulare con un atteggiamento consapevole e spavaldo, le sue chiacchiere "impanicate" e la sua profonda tristezza, ma la sorpresa del film è stata Jessie Buckley, che interpreta Leda da giovane conferendole quel fascino "scazzato" tipico dei personaggi della Ferrante, offrendo il ritratto di una donna carismatica ma dalle profonde insicurezze, capace di grandi gesti di affetto e anche di crudeltà inaudita (lo so, io che non ho figli dovrei stare zitta, ma davanti alla bambina che chiede semplicemente un bacino sul dito tagliato mentre la madre nemmeno la guarda, ho provato l'insana voglia di strozzare Leda). Come avrete capito, La figlia oscura è uno di quei slow burn psicologici in cui succede davvero poco o nulla e che chiede allo spettatore di lasciarsi trasportare dall'atmosfera; a me è piaciuto parecchio ma se non amate questo genere di film state lontani chilometri. 


Della regista e co-sceneggiatrice Maggie Gyllenhaal ho già parlato QUI. Olivia Colman (Leda), Dakota Johnson (Nina), Ed Harris (Lyle), Peter Sarsgaard (Professor Hardy) e Alba Rohrwacher (escursionista) li trovate invece ai rispettivi link.

Jessie Buckley interpreta Leda da giovane. Irlandese, ha partecipato a film come Judy, Sto pensando di finirla qui e a serie quali Chernobyl e Fargo. Anche cantante, ha 33 anni e due film in uscita. 


Oliver Jackson-Cohen interpreta Toni. Inglese, lo ricordo per film come The Raven, L'uomo invisibile e per le serie Hill House, The Haunting of Bly Manor. Ha 36 anni e due film in uscita. 





martedì 13 ottobre 2020

The Lie (2018)

Parliamo oggi del secondo film della serie Welcome to the Blumhouse, che potete trovare dal 6 ottobre su Amazon Prime Video, ovvero La bugia (The Lie), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dalla regista Veena Sud.


Trama: Kayla, figlia di genitori separati, si reca a un ritiro di danza classica in macchina col padre. Durante il tragitto, i due incrociano un'amica di Kayla, diretta allo stesso ritiro, e le danno un passaggio ma durante una sosta imprevista la ragazza scompare...

Alla fine della visione di The Lie mi verrebbe da chiedere a Jason Blum se la sua intenzione è quella di coglionare il pubblico. Onestamente, non so come sia nato questo progetto Welcome to the Blumhouse ma, visto il titolo, mi verrebbe da pensare che i quattro film di cui è composta la serie dovrebbero essere una vetrina della famosissima casa di produzione. Tenendo a mente questo, passi Black Box che è un thriller con risvolti alla Black Mirror sottilmente inquietante, ma The Lie sembrerebbe quasi un fondo di magazzino. Dico "quasi" perché il cast, così come la regia, sono di primo livello e tutti i coinvolti, in primis Joey King e Peter Sarsgaard (che pare essersi trasformato in una versione giovane di Jack Nicholson, solo più calma), offrono interpretazioni assai valide, ma già parliamo di un remake di un film tedesco che probabilmente conoscono in quattro, e poi The Lie è quasi più un dramma familiare che un thriller, dove per "dramma familiare" intendo "trio di deficienti che meriterebbero di morire male, soprattutto la figlia". The Lie è infatti uno schiaffo alla suspension of disbelief necessaria ad accettare il 90% degli horror o thriller, perché va bene UNA scelta cretina che mette in moto tutta la trama, ma per assistere a un'ora e mezza di scelte cretine motivate da un attaccamento familiare che rasenta il patetico e spesso raggiunge ragguardevoli livelli Mulino Bianco, allora guardo uno slasher anni '80 dove l'ignoranza e l'intrattenimento la fanno da padrone.

I personaggi di The Lie, ahiloro, sono tutti mediamente odiosi, inizialmente di quell'"odiosità" tipica di personaggi codificati nel più banale dei modi: c'è la figlia adolescente in piena tempesta di disagio emotivo, il padre che all'età di quasi 50 anni ancora non ha smesso di fare il musicista bohemien, la madre che è ovviamente una donna in carriera esigentissima con la figlia e disgustata dall'ex marito. Insomma, ci sarebbe tutto quello che serve per una bella Muccinata a base di pianti e strilli finali, il problema è che nel mezzo serve inserire anche un po' di thriller psicologico, e ciò comporta trasformare tre personaggi già odiosi di per sé in tre creature per le quali non riuscire a provare neppure un po' di empatia, non davanti a un twist nel pre-finale che a me ha fatto l'effetto di un Nelson che punta il dito urlando "Haa-haa!" e soprattutto NON davanti a un finale in cui ho sperato che The Lie diventasse il peggiore dei torture porn con annessa possibilità di infilarsi un visore 3D e avere l'illusione di partecipare alla mattanza per sfogarsi un po'. Peccato, soprattutto peccato perché ogni qualvolta The Lie minaccia di diventare davvero angosciante entra a gamba tesa il momento "tristezza casalinga" che affloscia ogni cosa e non bastano le belle immagini, fatte di luce, neve, vetri e ambienti spaziosi dove è impossibile nascondere e nascondersi, per arrivare ad apprezzare il secondo Welcome to the Blumhouse. Punto tutto sui prossimi due, che dovrebbero uscire proprio oggi, sperando di non rimanere delusissima da un'operazione che aspettavo con ansia. 

Di Peter Sarsgaard (Jay) ho già parlato QUI mentre Joey King (Kayla) la trovate QUA.

Veena Sud è la regista e co-sceneggiatrice del film. Canadese, ha diretto un altro lungometraggio, The Salton Sea. Anche produttrice, ha 53 anni.

The Lie è il remake di un film tedesco del 2015 inedito in Italia, We Monsters. Se il film vi fosse piaciuto recuperatelo, altrimenti anche no! ENJOY!

domenica 26 febbraio 2017

Jackie (2016)

L'ultimo film di cui vi parlerò prima che vengano assegnati gli Oscar (per chi fosse interessato, i post sugli altri arriveranno a ridosso delle rispettive uscite italiane) è Jackie, diretto nel 2016 dal regista Pablo Larraín e in concorso con tre nomination (Natalie Portman Migliore Attrice Protagonista, Migliori Costumi e Miglior Colonna Sonora Originale).


Trama: dopo la morte del presidente Kennedy, la moglie Jackie si ritrova a dover tenere in piedi la propria famiglia e ad onorare la memoria del marito senza crollare nel tentativo...


Di base, ritengo quello americano come uno dei popoli più stupidi sulla faccia del pianeta, giudizio che, se possibile, si è intensificato ancora di più dopo l'elezione di quella sorta di imbarazzante Gabibbo malvagio che risponde al nome di Donald Trump. Nonostante questo o forse, chissà, proprio per questo, la storia americana esercita su di me un fascino stranissimo, soprattutto per quel che riguarda il periodo turbolento precedente e successivo alla morte di John Fitzgerald Kennedy. Morto giovanissimo, all'età di 46 anni, questo giovane e sfortunato presidente è diventato nel tempo un mito, il simbolo di un'era, la versione buona del "quando c'era lui" e persino Stephen King (che lo definisce nel ciclo de La Torre Nera "l'ultimo Pistolero del mondo occidentale") è arrivato a chiedersi, nel romanzo 22.11.63, cosa sarebbe successo se JFK non fosse morto. Non ci è dato sapere cosa ne sarebbe stato dell'America e del mondo sotto la sua guida ma quel che è certo è che tra coloro che hanno contribuito a costruire il mito Kennedy c'è sicuramente la moglie Jackie, figura diventata nel tempo altrettanto "mitica" e protagonista del biopic di Pablo Larraín il quale, concentrandosi principalmente sull'intervista concessa dalla ex first lady al giornalista Theodore H. White una settimana dopo la morte del presidente, fa poca luce sulla vita privata di Jacqueline Lee Bouvier in quanto donna. Il punto di vista adottato nel film è infatti piuttosto quello di una neo-vedova, di una Ginevra che ha perso il suo Re Artù e cerca in tutti i modi di consegnarne il ricordo ai posteri tentando, allo stesso tempo, di non soccombere al dolore e proteggere sé stessa e i figli ancora piccoli non solo da eventuali attentati ma anche dall'indigenza e dagli sciacalli mediatici. Intelligente, piena di amore per le arti e la storia, Jackie è nata per essere più un membro di qualche famiglia reale europea piuttosto che la first lady americana; nonostante l'amore del popolo americano, la consacrazione ad icona della moda e l'impegno profuso nel trasformare la Casa Bianca in un museo dedicato alla storia americana, alla morte di Kennedy la donna è diventata per legge una semplice civile che da quel momento in poi avrebbe avuto poco tempo per portare via baracca e burattini dall'edificio presidenziale, lasciando così il posto al neo presidente Johnson e alla moglie.


Larraín racconta dunque questo momento assai delicato nella la vita della ex first lady mettendo sotto i riflettori il dolore per la morte di un marito "ingombrante" ma comunque molto amato (le immagini che mostrano Jackie subito dopo il tristemente famoso attentato a Dallas sono molto crude e fanno riflettere sull'incredibile forza d'animo di una donna che è stata letteralmente investita dalla materia cerebrale e dal sangue del suo compagno di vita), la rabbia, l'impotenza e la confusione di chi non ha più un appoggio spirituale e materiale e di chi non può prevedere un futuro che si prospetta terribilmente buio ed incerto, contestualizzando il tutto attraverso il racconto di un America e di un mondo costretti a cambiare nella maniera più drastica. Oltre a tutto ciò, viene sottolineata anche l'importanza mediatica di Jackie Kennedy non solo nella creazione del mito di Camelot (nome con cui gli americani sono arrivati nel tempo a definire la presidenza Kennedy) ma anche nel rendere in qualche modo più vicina al popolo un'istituzione come la Casa Bianca, mostrata per la prima volta in TV dalla stessa Jackie come fulcro della storia e della cultura americane, quindi un patrimonio nazionale e non solo dimora presidenziale. Inutile dire che l'intero film poggia sulla straordinaria interpretazione di una Natalie Portman che è riuscita a riportare in vita la sfortunata Jackie, impadronendosi di quell'accento mezzo americano, mezzo british e assolutamente posh che la caratterizzava, soprattutto nelle occasioni pubbliche (e che, intelligentemente, si riduce fino a scomparire quando viene mostrata la Jackie più intima ed emotivamente scossa), ma non solo; la fisicità, gli sguardi e i vezzi dell'attrice sono emozionanti sia quando la Portman è da sola, sia quando interagisce con gli altri (la sequenza in cui Jackie vaga per le stanze ubriaca e in lacrime, cambiando un vestito dopo l'altro, è magistrale ma vengono resi alla perfezione anche il rapporto con i figli e Bobby, con Johnson e persino col prete interpretato da John Hurt, Dio lo abbia in gloria sempre) e attorno a lei scenografi, costumisti e soprattutto il direttore della fotografia Stéphane Fontaine, responsabile della bellezza degli innumerevoli primi piani dell'attrice, hanno creato un perfetto scorcio di vita della first lady più amata dagli americani, tra dolorosa realtà e sognanti fantasie da musical.


Di Natalie Portman (Jackie Kennedy), Peter Sarsgaard (Bobby Kennedy), Greta Gerwig (Nancy Tuckerman), Billy Crudup (Il giornalista), John Hurt (Il prete), Richard E. Grant (Bill Walton), Beth Grant (Lady Bird Johnson) e John Carrol Lynch (Lyndon B Johnson) ho già parlato ai rispettivi link.

Pablo Larraín è il regista della pellicola. Cileno, ha diretto film come Tony Manero, No - I giorni dell'arcobaleno, Il club e Neruda. Anche produttore e sceneggiatore, ha 41 anni.


Inizialmente il film avrebbe dovuto girarlo Darren Aronofsky, con Rachel Weisz in qualità di protagonista, ma quando entrambi si sono ritirati dal progetto Aronofsky è rimasto solo come produttore. Diversamente dal solito, se Jackie vi fosse piaciuto non vi consiglio di recuperare altri film a tema, bensì il musical Camelot e il film TV A Tour of the White House, entrambi citati nella pellicola di Larraín. ENJOY!

domenica 18 ottobre 2015

Black Mass - L'ultimo gangster (2015)

Nonostante il post sia slittato per "colpa" di Suburra, durante la Festa del Cinema sono andata a vedere anche Black Mass - L'ultimo gangster (Black Mass), diretto dal regista Scott Cooper e tratto dal libro Black Mass: The True Story of an Unholy Alliance Between the FBI and the Irish Mob di Dick Lehr e Gerard O'Neill.


Trama: il boss della mala irlandese James "Whitey" Bulger comincia a lavorare come informatore dell'FBI, sfruttando questa posizione privilegiata per consolidare ed aumentare il suo potere come criminale...


Non è un mistero che io adori le pellicole di stampo "mafioso", soprattutto quelle che si concentrano sull'ascesa e la caduta delle famiglie criminali o di una banda di malviventi in particolare. E' quindi con un certo gusto che ho guardato Black Mass, zeppo di tutti quegli stilemi che adoro, nonostante fosse anche un po' superficiale e abbastanza derivativo, privo di quei tocchi di stile che avrebbero potuto renderlo non dico un capolavoro ma perlomeno un film memorabile. La pellicola di Scott si concentra sull'attività di James "Whitey" Bulger, figura di spicco realmente esistita all'interno della criminalità bostoniana, e sugli anni in cui il boss ha funto da informatore per l'FBI, desideroso di mettere le mani sui vertici della malavita italoamericana; gli sceneggiatori hanno scelto di concentrarsi molto sia sull'ambivalenza di Bulger, che passava in tempo zero dall'essere fine stratega a folle pronto ad uccidere al minimo sospetto di tradimento, sia sul marcio presente all'interno degli uffici federali, calcando la mano sul legame apparentemente indissolubile tra uomini nati nello stesso quartiere e cresciuti con gli stessi valori nonostante siano finiti dalle parti opposte della barricata. Questa parte della vita di Bulger viene ricostruita partendo dagli interrogatori dei suoi collaboratori storici, segmenti che introducono i punti salienti della vicenda come se Black Mass fosse una sorta di documentario, e il quadro generale che se ne ricava è quello tipico di un boss che, col tempo, è arrivato a perdere di vista la realtà sicura della malavita di  "quartiere" per calcare sentieri sempre più violenti, sanguinosi e ovviamente pericolosi, per quanto remunerativi; lo stesso, ovviamente, vale per l'agente dell'FBI John Connolly, la cui vita scorre in parallelo a quella di Bulger e che diventa sempre più corrotto mano a mano che il suo "protetto" nonché informatore si espande nell'attività criminale, con ovvie conseguenze.


A fronte quindi di una storia vera ed interessante, quello che manca a Black Mass sono un po' di personalità e "sentimento" che avrebbero potuto rendere la vicenda di Bulger molto più coinvolgente e memorabile. La regia di Scott Cooper non regala sequenze particolarmente d'impatto e la scelta di raccontare la storia come un mosaico di flashback introdotti da un interrogatorio ricorda molto la prima stagione di True Detective. Nel reparto attori andiamo invece molto meglio ma bisogna precisare un paio di cosette. Johnny Depp per la prima volta dopo anni offre un'interpretazione fortunatamente distante da quelle macchiette zeppe di smorfie a cui ci aveva abituati fin da La maledizione della prima luna ma, diciamo le cose come stanno, non porta a casa la performance del secolo e, di fatto, al posto suo avrebbe potuto esserci qualsiasi altro attore mediamente bravo o col phisique du role, Ray Liotta in primis. Molto meglio, almeno per quel che mi riguarda, Joel Edgerton alle prese con un personaggio scomodo e a costante rischio cliché, un Benedict Cumberbatch che finalmente ha trovato un ruolo che non lo facesse apparire un povero minus habens ai miei occhi e perfetto Rory Cochrane, l'unico personaggio negativo in grado di coinvolgermi un minimo, soprattutto verso il finale (nonostante il suo ruolo nella morte di Deborah Hassey sia stato romanzato per esigenze di copione, quindi sono stata colpita da una delle cose "false" raccontate nella pellicola). Molto interessanti, inoltre, i sempre graditi compendi informativi pre-titoli di coda, che "svelano" le condanne francamente discutibili (mi pare che Steve Flemmi si sia beccato l'ergastolo mentre John Martorano, che nel film viene dipinto praticamente come un serial killer, abbia fatto solo 14 anni...) dei coinvolti, e le vere immagini di repertorio che accompagnano i credits. In definitiva, se amate il genere biografico-mafioso, Black Mass è un film perfetto per passare una serata senza cedere alla noia neppure per un istante ma non aspettatevi un capolavoro.


Di Johnny Depp (James "Whitey" Bulger), Joel Edgerton (John Connolly), Benedict Cumberbatch (Billy Bulger), Kevin Bacon (Charles McGuire), Peter Sarsgaard (Brian Halloran), Rory Cochrane (Steve Flemmi), Corey Stoll (Fred Wyshak), Julianne Nicholson (Marianne Connolly) e Juno Temple (Deborah Hassey) ho già parlato ai rispettivi link.

Scott Cooper è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Crazy Heart e Out of the Furnace - Il fuoco della vendetta. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 45 anni.


Dakota Johnson interpreta Lindsey Cyr. Americana, ha partecipato a film come Pazzi in Alabama, The Social Network e, soprattuttamente, Cinquanta sfumature di grigio. Ha 26 anni e film in uscita tra cui, ossignoreuccidimi, il remake di Suspiria e ovviamente i seguiti di Cinquanta sfumature di grigio, dove la squinzia dovrebbe riprendere il ruolo di Anastasia Steele.


W. Earl Brown interpreta John Martorano. Americano, ha partecipato a film come Fuoco assassino, Nightmare - Nuovo incubo, Vampiro a Brooklyn, Scream - Chi urla muore, Tutti pazzi per Mary, Essere John Malkovich, Lost Souls - La profezia, Vanilla Sky, The Master, The Lone Ranger e a serie come La signora in giallo, Il mio amico Alf, Più forte ragazzi, Angel, Streghe, X-Files, Six Feet Under, Cold Case, CSI: Miami, Numb3rs, CSI - Scena del crimine, American Horror Story, Bates Motel, Grey's Anatomy e True Detective. Anche sceneggiatore e produttore, ha 52 anni e un film in uscita, inoltre dovrebbe interpretare lo sceriffo Hugo Root nel pilot di Preacher.


Inizialmente, avrebbe dovuto essere Guy Pearce ad impersonare James Bulger ma l'attore ha abbandonato il progetto e gli è subentrato Johnny Depp che, tra l'altro, per un po' a sua volta ha rinunciato al ruolo per questioni salariali. La povera Sienna Miller invece, che ha girato parecchie scene nei panni di Catherine Greig, storica fidanzata di Bulger, è rimasta vittima del montaggio che ha tagliato interamente la sua parte (altrimenti il film sarebbe durato più o meno tre ore). Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Quei bravi ragazzi, Casino, Donnie Brasco. ENJOY!

domenica 19 gennaio 2014

Bollalmanacco On Demand: L'inventore di favole (2003)

Sono sempre più contenta di aver creato il Bollalmanacco On Demand perché, grazie a voi, sto scoprendo film meravigliosi che magari da sola non avrei mai guardato. Oggi devo ringraziare di cuore il gentilissimo Rosario per aver richiesto L'inventore di favole (Shattered Glass), diretto nel 2003 dal regista Billy Ray e tratto dall'articolo Shattered Glass del giornalista Buzz Bissinger, pubblicato nel 1998 su Vanity Fair. Per la cronaca, il prossimo film On Demand sarà (ossignoresalvami!) Le notti proibite del Marchese De Sade. ENJOY!


Trama: Stephen Glass è un giovane giornalista pieno di stile ed umorismo che lavora per la prestigiosa rivista The New Republic. Il suo ultimo articolo, tuttavia, fa sorgere dei dubbi ai collaboratori di una rivista on line, che cominciano ad indagare... 


L'inventore di favole è dotato di un titolo italiano a dir poco ingannevole che, tuttavia, avvalla l'impressione iniziale che si ha di Stephen Glass, protagonista della pellicola. Fin dall'inizio, infatti, il film viene impostato come il racconto edificante (ovviamente fatto in prima persona) di un giornalista che non cerca lo scoop facile o il sensazionalismo a tutti i costi ma che invece, osservando la gente, carpendo quasi magicamente la personalità di chi gli sta davanti, riesce a confezionare per l'appunto favole, brillanti pezzi colmi di intelligenza ed umorismo, in grado di far ridere e riflettere allo stesso tempo. La magia e lo charme di Glass, uniti alla modestia che quasi sfocia nella ritrosia, non si riversano solo negli articoli che scrive ma lo rendono amato ed ammirato da amici, colleghi, insegnanti e, più in generale, tutti quelli che hanno a che fare con lui. Un'illusione perfetta non tanto diversa da quelle create dai protagonisti di American Hustle, un altro esempio di come la gente creda in quello che VUOLE credere, scartando tutto quello che potrebbe essere spiacevole anche davanti a prove grandi e pesanti come macigni. Mano a mano che il film prosegue, infatti, si assiste ad un lento ma inesorabile passaggio di testimone accompagnato da un cambio di prospettiva; il protagonista Stephen diventa uno squallido e triste truffatore mentre quello che all'inizio viene presentato come possibile nemesi si trasforma in un uomo giusto e tormentato, da macchia sullo sfondo a protagonista assoluto che, come un novello Don Chisciotte, cerca di combattere i mulini a vento incarnati dalla cecità di chi ancora crede nella purezza di Glass e non lo vede ancora shattered come nel titolo originale.


L'inventore di favole è un film ragionato, lento ma intrigante, sorretto da una trama da scoprire a poco a poco e interpretato da bravissimi attori. Il giovane Hayden Christensen subisce nel corso della pellicola una trasformazione quasi impercettibile ma perfetta, da brillante e timido giornalista a nerd disturbato e quasi inquietante, mentre tutti gli altri interpreti, soprattutto Peter Sarsgaard, Hank Azaria e Chloë Sevigny sono talmente perfetti per i loro ruoli da risultare credibili come se fossero persone vere. A proposito di "persone vere", se L'inventore di favole non fosse tratto da una storia realmente accaduta ci sarebbero da fare mille appunti sulla plausibilità della trama, perché la truffa di Stephen Glass è talmente plateale da sembrare il frutto delle idee di uno sceneggiatore facilone, invece questa volta la realtà ha superato la fantasia. Forse perché all'interno di un ufficio, all'interno del mondo del giornalismo, tutti devono essere un po' attori e un po' ruffiani ed è  molto facile parteggiare per l'ultimo arrivato, disponibile, col sorriso sulle labbra, carino e sempre pronto ad aiutare i colleghi, e cercare di favorirlo ignorando il normale protocollo. Così come è facile per uno studente prendere a modello il genio che "ce l'ha fatta" piuttosto che i "banali" artigiani del mestiere, che alla fine portano a casa la pagnotta riempiendo il giornale con i loro semplici articoli "di servizio". Eppure il mondo per fortuna va avanti grazie a persone oneste che, senza clamore e senza riconoscimento, fanno il loro mestiere anche a costo di risultare antipatici. E questo potrebbe essere un semplice fatto della vita su cui tutti dovremmo riflettere ogni tanto, prima di ricevere una tranvata in piena faccia come i protagonisti di questo intelligentissimo L'inventore di favole.



Di Peter Sarsgaard (Charles “Chuck” Lane), Rosario Dawson (Andy Fox), Hank Azaria (Michael Kelly) e Steve Zahn (Adam Penemberg) ho già parlato ai rispettivi link.

Billy Ray (vero nome William Ray) è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo film dietro la macchina da presa (il secondo e ultimo, per ora, è stato Breach – L’infiltrato). Americano, ha lavorato anche come produttore e attore.


Hayden Christensen interpreta Stephen Glass. Canadese, ha partecipato a film come Il seme della follia, Il giardino delle vergini suicide, Star Wars: Episodio II - L'attacco dei cloni, Star Wars: Episodio III - La vendetta dei Sith e alla serie Piccoli brividi. Anche produttore, ha 32 anni (condividiamo la data di nascita!) e tre film in uscita.


Chloë Sevigny (vero nome Chloë Stevens Sevigny) interpreta Caitlin Avey. Americana, la ricordo per film come Mosche da bar, Boys Don’t Cry, American Psycho, Broken Flowers e Zodiac, inoltre ha partecipato a serie come Will & Grace e American Horror Story. Anche produttrice e costumista, ha 39 anni e cinque film in uscita.


Melanie Lynskey interpreta Amy Brand. Neo zelandese, indimenticabile Pauline del meraviglioso Creature del cielo, ha partecipato ad altri film come Sospesi nel tempo, La leggenda di un amore: Cinderella, Le ragazze del Coyote Ugly, Rose Red, Cercasi amore per la fine del mondo, Noi siamo infinito e a serie come The L World, Dr. House e Due uomini e mezzo. Ha 36 anni e sei film in uscita.


La realizzazione del film è stata seguita anche dai veri Charles Lane e Michael Kelly (quest'ultimo in maniera assai riluttante in quanto la maggior parte degli articoli di Glass erano stati pubblicati quando lui era ancora direttore), mentre il vero Stephen Glass ha rifiutato qualsiasi coinvolgimento. Tra gli attori che invece, per un motivo o per l'altro, hanno rinunciato a partecipare al film segnalo Greg Kinnear, convocato per il ruolo di Charles Lane, e Maggie Gyllenhaal, alla quale era stata offerta la parte di Amy Brand. Per concludere, se L'inventore di favole vi fosse piaciuto, recuperate anche Prova a prendermi, Dentro la notizia e Tutti gli uomini del presidente.

venerdì 3 gennaio 2014

Orphan (2009)

Destino vuole, nei giorni di festa mi sono imbattuta in due thriller/horror dedicati alla figura del bambino malvagio. Il primo è stato Orphan, diretto nel 2009 dal regista Jaume Collet - Serra, il secondo è stato The Children, di cui parlerò nei prossimi giorni.


Trama: Kate e John, già genitori di due figli, decidono di adottarne una terza per superare il trauma causato dalla perdita della bambina che la donna portava in grembo. La decisione si rivelerà pessima, poiché la piccola orfana Esther nasconde un terribile segreto...


Vi dovesse capitare di guardare Orphan, assicuratevi innanzitutto che nessuno vi sveli il colpo di scena finale com'è sucesso a me più o meno due anni fa (grazie, Noruzza); nel caso succeda, uccidete l'incauto spoileratore, perché gran parte del valore della pellicola si basa proprio su quella scioccante quanto inaspettata rivelazione, sulla quale non indugerò oltre. Detto questo, Orhpan è un pregevolissimo ritorno a quel genere di film che andava di moda negli anni '80, quello della famiglia minacciata dall'interno da una persona insospettabile, degna della massima fiducia e in grado, ovviamente, di fuorviare tutti quelli che le stanno intorno tranne il/la protagonista, che passa quindi buona parte del film a beccarsi degli insulti o, peggio, a prendersi le colpe di tutte le malefatte del terribile killer di turno. Per me, film simili sono un'esperienza frustrante ma anche divertente; guardando Orphan ho riso per metà pellicola, incredula davanti alla deficienza del marito John o dell'ingenua passività della povera figlia Max e, ovviamente, più la trama proseguiva nelle inevitabili escalation della follia di Esther, più mi veniva ansia per la bravissima Vera Farmiga, assolutamente perfetta nei panni della madre segnata da mille e uno problemi personali (alcolismo, figlia sordomuta per colpa sua, aborto, marito fedifrago... ancora qualcosa??) e conseguentemente bollata a vita come persona indegna di fiducia e potenzialmente pazza.


Quello che riesce a differenziare Orphan da altri film di genere è però il clima di angoscia che il regista confeziona fin dalle prime sequenze; tutto quello che avverrà nella pellicola viene infatti prefigurato nello scioccante, sanguinosissimo incubo iniziale di Kate, dove la donna perde la bambina sotto gli occhi disinteressati del marito e dei medici. Questo è un pezzo di grande regia e montaggio, in grado di preparare lo spettatore e metterlo subito nel mood giusto per continuare la visione di Orphan che, per inciso, non toccherà più simili vette di gore ma, come nei migliori thriller, suggerirà la violenza fisica e indulgerà maggiormente in quella psicologica, racchiudendo tutta la tensione nell'ambiguo personaggio di Esther. Interpretata da una bravissima Isabelle Furhman dall'intrigante accento russo, l'orfana del titolo è un anacronistico, raffinato, compassato piccolo demonio che turba più per gli sguardi silenziosi che non per i banali escamotage di sceneggiatura utilizzati per accrescere i dubbi verso di lei (d'altronde, persino nella locandina è scritto "C'è qualcosa di sbagliato in Esther", quindi...); impressionante e fondamentale, inoltre, il lavoro dei responsabili del make-up e degli scenografi sul finale che, nonostante tutto, riesce a reggersi in piedi nonostante il tangibilissimo rischio di sconfinare nella baracconata e lascia in bocca un sapore amaro che si prolunga per tutti i bellissimi titoli di coda (realizzati come se li avesse fatti Esther). Di più non mi sento di dire su Orphan, guardatelo e godetevelo!


Di Vera Farmiga, che interpreta Kate, ho già parlato qui.

Jaume Collet - Serra è il regista della pellicola. Spagnolo, ha diretto anche La maschera di cera. Anche produttore, ha 39 anni e due film in uscita.


Peter Sarsgaard (vero nome John Peter Sarsgaard) interpreta John. Americano, ha partecipato a film come Dead Man Walking - Condannato a morte, La maschera di ferro, Boys Don't Cry, The Cell, The Skeleton Key, Innocenti bugie, Lanterna verde e Blue Jasmine. Anche produttore, ha 42 anni e due film in uscita.


Isabelle Fuhrman interpreta Esther. Americana, ha partecipato a film come Hunger Games e a serie come Ghost Whisperer; inoltre, ha lavorato come doppiatrice per le serie The Cleveland Show, Adventure Time e nella versione USA di La collina dei papaveri. Ha 16 anni e due film in uscita.


CCH Pounder (vero nome Carol Christine Hilaria Pounder) interpreta suor Abigail. Originaria della Guyana britannica, ha partecipato a film come L'onore dei Prizzi, Psycho IV, RoboCop 3, Sliver, Il cavaliere del male, Face/Off, Avatar, ShadowHunters - Città d'ossa e a serie come Miami Vice, Quell'uragano di papà, I Robinson, X-Files, E.R. - Medici in prima linea, Millenium, Oltre i limiti, Numb3rs, The Shield e Sons of Anarchy. Come doppiatrice, ha lavorato per le serie Biker Mice da Marte, Gargoyles e per il film Aladdin e il principe dei ladri. Ha 61 anni.


Jimmy Bennett (vero nome James Michael Bennett) interpreta Daniel. Americano, ha partecipato a film come Anchorman - La leggenda di Ron Burgundy, Polar Express, Amityville Horror, Un'impresa da Dio, Star Trek, Comic Movie e alle serie CSI- Scena del crimine e Una mamma per amica. Ha 17 anni e due film in uscita.


Il DVD del film contiene un paio di scene eliminate e un finale alternativo molto più ambiguo e negativo rispetto a quello della versione definitiva... ma ovviamente non posso essere più precisa onde evitare spoiler! Posso però dirvi, se Orphan vi fosse piaciuto, di guardare Omen - Il presagio, Chi è l'altro?, Il villaggio dei dannati, L'innocenza del diavolo e The Children. ENJOY!!

Se vuoi condividere l'articolo

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...