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martedì 15 aprile 2025

Opus (2025)

In qualche modo, pur con un po' di ritardo, sono riuscita a recuperare Opus, diretto e sceneggiato dal regista Mark Anthony Green.


Trama: Ariel, giovane apprendista giornalista, viene invitata assieme al capo e ad alcune celebrità nella magione isolata di Alfred Moretti, un famosissimo cantante pop ritiratosi da trent'anni e pronto a tornare con un nuovo disco...


Mi erano capitati davanti agli occhi diversi trailer di Opus, prima della sua uscita, e l'impressione che ne avevo tratto era che il film di Mark Anthony Green fosse una specie di horror a base di culti strampalati, con una bella dose di elementi grotteschi, tanto per gradire. La prima impressione è stata, in effetti, quella giusta, e francamente non capisco cosa si aspettasse la gente, che sta massacrando il film in parecchie recensioni. Mi rendo conto che la A24, che produce Opus, ci ha abituati più che bene, ma il film è una dignitosa opera prima che riprende un po' lo stile di alcuni grandi successi horror recenti, in primis Midsommar e The Menu. Opus segue le vicende di Ariel Ecton, giovane aspirante giornalista che non riesce a sfondare in quanto, per dirla nelle parole del suo migliore amico, è "troppo normale". Di estrazione sociale normale, senza grandi traumi o successi nell'infanzia e nell'adolescenza, senza problemi di sorta, Ariel non è abbastanza interessante da rendere tali i suoi articoli, o poter raccontare una storia avvincente. L'occasione, però, bussa alla porta quando, assieme allo spocchioso capo, viene invitata all'anteprima del nuovo disco di Alfred Moretti, una star del pop ritiratasi a vita privata da 30 anni. Il luogo dell'anteprima è un'isolata comune, dove Moretti vive assieme a un numero imprecisato di seguaci di un culto, i "livellisti", di cui anche lui fa parte. Le varie celebrities invitate assieme ad Ariel (un critico, una paparazza, un'influencer e una conduttrice televisiva) si lasciano conquistare con entusiasmo dai lussi della comune e dalla personalità sopra le righe di Moretti, mentre la ragazza comincia subito a notare parecchie cose che stonano, sia nel cantante che nel culto da lui professato. La trama di Opus è, effettivamente, derivativa e un po' pasticciata, perché vuole mettere troppa carne al fuoco, ma il concetto che (proprio per questo motivo) rischia di sfuggire allo spettatore disattento, non è banale. Il film sottolinea l'attrattiva dell'esclusività, la tendenza a mettere su un piedistallo celebrità mediocri scomodando parole come "genio" e "capolavoro", l'istinto tutto umano di sorvolare su parecchie cose, quando la superficialità si presenta infiocchettata e viene servita come un privilegio. Di fatto, Moretti è imbarazzante, le sue canzoni sono oscene e banali, le sue pose da star nascondono un vuoto cosmico che diviene ancora più evidente nel corso dell'agghiacciante finale. Eppure, il concetto di un mondo dominato dall'esclusività di presunti meriti artistici, da proteggere come la più preziosa delle reliquie e da tramandare a prescindere dal vuoto esistenziale che incarna, non è così peregrina e fa molta più paura del film in sé.


Da par suo, anche Opus è molto infiocchettato, anche se non è barocco e trash come lo stesso Moretti. Soprattutto la fotografia, la scenografia e i costumi sono incredibilmente curati (gli ultimi lo sono in maniera dichiarata, come del resto anche il make-up) e la cura del dettaglio è tale che non solo le opere d'arte che si vedono nella comune sono molto interessanti, ma lo spettacolo dei burattini che precede il climax del film è un incubo ad occhi aperti degno della migliore stop-motion horror. Ciò che colpisce di più all'interno di Opus, però, è un John Malkovich che da anni non era così weird ed istrionico, probabilmente dai tempi di Burn After Reading, ultimo baluardo prima di un decennio di ruoli minori in film dimenticabili. John Malkovich riesce a fare ridere a crepapelle per la noncuranza con cui si muove nei modi più ridicoli, cantando testi imbarazzanti persino per l'epoca in cui il personaggio era all'apice della gloria, per poi piombare, subito dopo, in quella freddezza pericolosa, vanagloriosa ed infantile che era la cifra stilistica dell'adorato Cyrus "The Virus" di Con Air. Non ho paura di dire che, senza John Malkovich, Opus sarebbe un fallimento abbastanza cocente, e non basterebbe la bravura innegabile di Ayo Edebiri, degno contraltare del viscido Moretti, ad innalzare il film, anche perché è difficile trovare un attore che mantenga eleganza nella follia (forse giusto Dan Stevens avrebbe potuto vestire i panni di Moretti, ma l'età non sarebbe stata credibile). Il resto del cast, a mio avviso, è un po'sprecato, soprattutto Amber Midthunder avrebbe potuto dare molte più gioie, ma d'altronde un maggiore approfondimento dei personaggi di contorno avrebbe tolto potenza allo scontro tra l'eccentrico Moretti e la "banale" Ariel. Ammetto quindi che mi sarei aspettata qualcosina di più da Opus, ma non è affatto un brutto film e, per quanto mi riguarda, merita di sicuro una visione, anche solo per godere di un John Malkovich in gran spolvero... soprattutto se, come me, da decenni "venerate la sua stella" e aspettavate un suo ritorno da mattatore.


Di John Malkovich (Alfred Moretti), Juliette Lewis (Clara Armstrong), Tony Hale (Soledad Yusef), Amber Midthunder (Belle) e Rosario Dawson (voce originale di Billie Holiday) ho già parlato ai rispettivi link.

Mark Anthony Green è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, è anche produttore.


Ayo Edebiri
interpreta Ariel Ecton. Americana, ha partecipato a film come How it Ends e a serie quali The Bear. Come doppiatrice ha lavorato in Tartarughe Ninja - Caos mutante e Inside Out 2. Anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 30 anni e due film in uscita, tra cui After the Hunt di Guadagnino.


Se Opus vi fosse piaciuto recuperate Blink Twice, The Menu, Midsommar e Get Out. ENJOY!

venerdì 25 agosto 2023

La casa dei fantasmi (2023)

Mercoledì ho fatto ciò che nessun cinefilo mi perdonerà mai, ovvero sono andata a vedere La casa dei fantasmi (Haunted Mansion), diretto dal regista Justin Simien, e ho saltato a pié pari Oppenheimer per vari motivi. Tranquilli, sono già stata punita!


Trama: Gabbie e il figlioletto sono costretti a chiedere aiuto ad un eterogeneo gruppo di presunti esperti del paranormale quando la loro nuova casa si rivela infestata...


Quando parlo di punizione, non è perché La casa dei fantasmi non mi sia piaciuto, quanto piuttosto perché, proprio in questi giorni di caldo record, la sala del cinema aveva un'aria condizionata ridottissima o forse addirittura non funzionante (il che mi porterà a tenere conto delle temperature domenica, per decidere se andare a vedere Oppenheimer questa settimana o la prossima, ché tre ore immersa nel sudore non le merito). Questo, lo ammetto, ha condizionato non poco la mia fruizione del film, tanto che, a metà del secondo tempo, devo essere praticamente svenuta per la pressione bassa perché ricordo pochissimo di tutto ciò che accade dopo la guest appearance di Winona Ryder e prima del ritorno di Ben e company alla magione. Mi è dispiaciuto abbastanza, perché La casa dei fantasmi, pur non essendo un capolavoro, è una di quelle pellicole all star e molto curate che regalano due ore di divertimento per tutta la famiglia e che potrebbero diventare il primo passo di un bambino/preteen all'interno del favoloso regno dell'horror. Remake (o reboot, fate voi) dell'omonimo film uscito nel 2003 e ugualmente ispirato a una delle più famose attrazioni di Disneyland, La casa dei fantasmi mette in scena la lotta di un gruppo di "esperti" del paranormale contro gli innumerevoli fantasmi che hanno infestato la casa di Gabbie e di suo figlio; come già accadeva in Ju-On, gli spettri non si limitano a perseguitare le persone nei confini della magione ma si accozzano alle loro vittime, seguendole, anche se queste ultime sono così intelligenti da fuggire, e ciò spiega perché i protagonisti del film non agiscono mossi da dabbenaggine o curiosità ma per mero spirito di autoconservazione che, con l'evoluzione della trama, si trasforma in sincera preoccupazione per i propri compagni. Il "cuore" del film è Ben Matthias, brillante fisico quantistico che, per vicende che verranno spiegate e non vi spoilero, si ritrova a fare da disillusa e misantropa guida turistica a New Orleans (splendida città purtroppo utilizzata solo per dare un vago tocco di colore). Attraverso lui, la pellicola veicola l'immancabile messaggio Disneyano di dialogo e crescita, inserendo all'interno di una trama molto avventurosa e, a modo suo, inquietante, un percorso di formazione capace di rendere quasi tutti i personaggi abbastanza tridimensionali, e non dei meri portatori di skills necessarie per sconfiggere il cattivone finale. In questo senso, il cast all star giova. Tolti Danny DeVito e Jamie Lee Curtis, abbastanza carismatici e amati da permettersi il ruolo di adorabili "strambi" di lusso, LaKeith Stanfield, Rosario Dawson, Owen Wilson e Tiffany Haddish si alternano con elegante equilibrio tra momenti di stupidera assoluta e serietà quasi commovente, palesando quanto si siano divertiti sul set senza mai prendere sottogamba un film che, a livello di profondità di trama, non brilla particolarmente.


E' evidente, infatti, che i realizzatori si siano concentrati principalmente sull'aspetto visivo della pellicola. Non conoscendo il film del 2003 (e non essendo mai stata a Disneyland!) non so quanti dei fantasmi, ambienti e trappole che costellano il film siano frutto della farina del sacco di Justin Simien e della sceneggiatrice Katie Dippold, ormai abbonata alle commedie con fantasmi, ma dal basso della mia ignoranza mi è sembrato sia stato fatto un lavorone. Avrei paura, sinceramente, di guardare un backstage e capire quanto della casa infestata sia effettivamente stato costruito in qualche studio o location da manovalanze esperte e quanto sia stato generato da computer mentre gli attori erano costretti a recitare davanti a un green screen ma, anche così, le scenografie mi sono piaciute moltissimo e lo stesso vale per i costumi non solo indossati dai fantasmi, ma anche per le mise di LaKeith Stanfield, Tiffany Haddish e quel trionfo messo addosso a Jamie Lee Curtis, che mi ha ricordato tantissimo gli abiti dell'adorato Grosso guaio a Chinatown. Mi sono sembrati buoni anche gli effetti speciali. Non ho avvertito il solito "mal di testa da CGI" nemmeno nelle scene in cui è stata utilizzata in modo più invasivo, specie quando si è trattato di rendere, almeno in parte, un'idea di altromondo, e l'unico appunto che faccio all'intera operazione è che manca un po' di coraggio nell'imbroccare scelte di sequenze, montaggio e make-up che siano davvero spaventosi o memorabili, considerato quanto erano terrificanti per noi bambini pellicole come Qualcosa di sinistro sta per accadere, Nel fantastico mondo di Oz, Gremlins o lo stesso Ghostbusters. Anche se molte recensioni lo stroncano e lo additano come prodotto pensato per venire programmato su Disney + , il mio consiglio è quello di andarlo a vedere comunque in sala con figli o nipoti, perché potrebbero divertirsi molto, soprattutto sarebbe carino se fosse la loro prima volta al cinema!  


Di LaKeith Stanfield (Ben Matthias), Rosario Dawson (Gabbie), Owen Wilson (Padre Kent), Danny DeVito (Bruce Davis), Tiffany Haddish (Harriet), Jamie Lee Curtis (Madame Leota), Jared Leto (Crump/Hatbox) e Winona Ryder (non accreditata, interpreta Pat) ho già parlato ai rispettivi link.

Justin Simien è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Dear White People e Bad Hair. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 40 anni.


Il film avrebbe dovuto essere prodotto e diretto da Guillermo del Toro, che alla fine non ha avuto a che fare col progetto, per motivi sconosciuti. Il film è il remake de La casa dei fantasmi con Eddie Murphy (che avrebbe voluto un compenso spropositato per un cameo, quindi è stato estromesso dal film di Simien) che, a dire il vero, non ho mai visto. Se avete curiosità, recuperatelo! ENJOY!

venerdì 15 giugno 2018

Lego Batman - Il film (2017)

E' rimasto a frollare per un po' di mesi ma finalmente sono riuscita anch'io a vedere Lego Batman - Il film (The LEGO Batman Movie), diretto nel 2017 dal regista Chris McKay.


Trama: dopo l'ennesimo piano andato a male e la consapevolezza che a Batman importa solo di sé stesso, il Joker concerta un altra impresa malvagia che rischia di distruggere Gotham City. Come se non bastasse, Batman si ritrova ad essere padre adottivo "per caso", mentre il suo ruolo di vigilante viene limitato dall'arrivo del nuovo commissario, Barbara Gordon...



Alzi la mano chi, una volta conclusa la visione di The LEGO Movie, ha sperato fortissimamente che arrivasse uno spin-off interamente dedicato al personaggio più adorabilmente stronzo ed arrogante del film, ovvero Batman. Credo che il tempo totale di presenza Batmaniana nella pellicola del 2014 non raggiungesse nemmeno la mezz'ora ma probabilmente è bastata la canzone cantata dal personaggio per convincere i produttori della necessità di mettere in cantiere Lego Batman - Il film e dare libero sfogo all'incarnazione del Cavaliere Oscuro più perfetta dai tempi di Batman - Il ritorno. Il Batman creato dalla LEGO è una fantastica parodia degli eroi dark, quelli che passano il 90% della loro esistenza persi a crogiolarsi nell'angst di un passato traumatico e l'altro 10% nell'autocelebrazione di sé, elementi fondamentali della personalità del protagonista che vengono ulteriormente esacerbati dall'enorme infantilità di Batman, reso qui come un bambino viziato, antipatico e peppia. L'intero film ruota sul rapporto tra Batman e il suo nemico di sempre, il Joker (scritto e rappresentato come le peggiori storie romantiche viste al cinema ma declinato in "odio" con risultati esilaranti), e sul terrore del protagonista di fronte alla possibilità di crearsi una famiglia o anche solo delle semplici amicizie, scelta di sceneggiatura necessaria per veicolare l'indispensabile messaggio positivo già presente in The LEGO Movie, messaggio che, a onor del vero, rischia di perdersi in una ridda di gag e citazioni pressoché infinita. I veri destinatari di Lego Batman - Il film non sono infatti i bambini ma tutti i fan dell'eroe DC (in ogni sua incarnazione, a partire dai telefilm camp anni '60, ampiamente citati) OPPURE tutti i nerd in grado di cogliere i millemila rimandi ad altri film, serie TV, fumetti che sinceramente non pensavo nemmeno potessero avere qualcosa a che fare col Cavaliere Oscuro. Avendo avuto accanto Mirco, durante la visione, posso assicurare che il Bolluomo ha riso ma non quanto ho fatto io e che parecchie delle gag più "specifiche" gli sono scivolate addosso come acqua, cosa che non era successa guardando The LEGO Movie, un film davvero adatto a tutti e più universalmente "meravigliosoooo".


La sensazione che ho provato io è quella di essermi trovata davanti una sorta di "special TV" non proprio cinematografico, una cosina breve per appassionati. Non che il film non mi sia piaciuto, anzi, e non dico neppure che Lego Batman - Il film sia qualitativamente inferiore al suo predecessore: nell'ora e quaranta di durata passano sullo schermo le cose più assurde che si possano costruire con i mattoncini e col potere dei "mastri costruttori", in primis un mecha pipistrello animato alla perfezione, senza contare che le scene d'azione sono forse anche più emozionanti e "caotiche" rispetto alla prima pellicola, con abbondanza di morte & distruzione in formato LEGO, soprattutto grazie alla presenza di un paio di giganteschi villain di tutto rispetto... però qualcosa è mancato, probabilmente dal punto di vista del sentimento. Partendo sempre da The LEGO Movie, a mio avviso il suo spin-off difetta del senso di magia che lo collegava paradossalmente alla realtà, l'elemento "umano" che faceva dei mattoncini più amati del mondo una componente fondamentale della crescita di un bambino e, in generale, della vita di una persona, veicolando forti emozioni come già accadeva con la trilogia di Toy Story. Qui abbiamo "solo" l'esempio di un gioco, un'avventura che si apre e si chiude a mo' di parentesi e che lascia il tempo che trova; un tempo esilarante, divertentissimo e sicuramente soddisfacente, ma anche "di nicchia", quasi il bimbo di The LEGO Movie fosse stato nuovamente chiuso fuori dalla stanza dei giochi lasciando il campo al papà nerd. Il che, lo ripeto, va benissimo per una serata all'insegna del divertimento sfrenato e della risata compulsiva, anche perché personalmente adoro il Batman della LEGO e tutti i riferimenti all'ambiguità sua e di Robin, ragazzo meraviglia perennemente smutandato e con un gusto tutto particolare per le hit gaye anni '80... e quanto può essere tenero il Joker con gli occhietti tristi, sconvolto nello scoprire che Batman non lo odia? Non è meravigliosoooo ma quasi, via!


Di Will Arnett (voce originale di Batman/Bruce Wayne), Michael Cera (Dick Grayson/Robin), Rosario Dawson (Batgirl/Barbara Gordon), Ralph Fiennes (Alfred Pennyworth), Zach Galifianakis (Joker), Billy Dee Williams (Due facce), Eddie Izzard (Voldemort), Seth Green (King Kong), Jemaine Clement (Sauron), Channing Tatum (Superman), Jonah Hill (Lanterna verde) e Ralph Garman (Reporter numero 2) ho già parlato ai rispettivi link.

Chris McKay è il regista della pellicola e doppia il pilota Bill. Americano, è al suo primo lungometraggio ma ha diretto episodi della serie Robot Chicken. E' anche produttore, tecnico degli effetti speciali, doppiatore, sceneggiatore e animatore.


Zoë Kravitz è la voce originale di Catwoman. Figlia di Lenny Kravitz e Lisa Bonet, la ricordo per film come X-Men - L'inizio, Mad Max: Fury Road e Animali fantastici e dove trovarli. Anche cantante, ha 30 anni e due film in uscita, tra cui Animali fantastici: I crimini di Grindelwald, dove interpreterà Leta Lestrange.


Tra i doppiatori originali figura anche il conduttore Conan O'Brien, che presta la voce all'Enigmista, e Mariah Carey, che doppia il Sindaco, mentre tra quelli italiani spiccano Claudio Santamaria nei panni di Batman e, ahinoi, Geppi Cucciari in quelli di Batgirl, a mio avviso terribile con quell'accento sardo. Billy Dee Williams, che doppia Due Facce, è stato l'Harvey Dent buono del primo Batman di Tim Burton e, se non fosse stato per l'arrivo di Joel Schumacher (e il conseguente casting di Tommy Lee Jones), avrebbe interpretato anche la versione malvagia del personaggio. Detto questo, se Lego Batman - Il film vi fosse piaciuto recuperate anche The LEGO Movie, di cui questo film è lo spin-off. ENJOY!


venerdì 6 ottobre 2017

Bollalmanacco On Demand: Kids (1995)

L'On Demand è vivo, viva l'On Demand! Giuro che non mi dimentico delle richieste che ogni tanto mi arrivano e la vostra lunga attesa prima o poi verrà ripagata, ve lo prometto! Oggi parlerò di un film chiesto da Kara Lafayette e amato anche da Cannibal Kid, quindi è con doppia ansia che ho guardato Kids, diretto nel 1995 dal regista Larry Clark. Il prossimo film On Demand dovrebbe ragionevolmente essere Cena tra amici. ENJOY!


Trama: Telly è un adolescente che adora deflorare vergini e passa il tempo a cazzeggiare, tra alcool e droghe, con l'amico Casper e altra varia umanità. Jenny è stata una delle "vittime" di Telly , col quale ha avuto il suo unico rapporto sessuale, e un giorno riceve una sconvolgente notizia che la porta a cercare il ragazzo per tutta la città...


Dai commenti al post di Doom Generation: "Un giorno dovrò parlarne anch'io, riesumando aneddoti della mia adolescenza, parallelamente a un altro tormentone di quel periodo (circa), cioè Kids. Solo che Kids faceva cagare, in effetti. Ah, ecco Bollastra! Segnati Kids! :3". Solo. Che. Kids. Faceva. Cagare. In. Effetti. Cioé, capite quanto mi vuole bene Kara Lafayette? Tanto quanto me ne vuole Obsidian con le sue richieste truci di horror inguardabili, probabilmente. E tutto perché io i film seri dedicati alla Generazione X debosciata degli anni '90 non li reggo, accetto solo le supercazzole nerd di Kevin Smith quando non si era ancora devastato la psiche con droghe più o meno pesanti. Vedere 'sti fattoni che deambulano sullo schermo, con 'sti abiti imbarazzanti, sporchi come il lume, brutti come il peccato, affondati nello squallore più impensabile mi fa salire la vecchia ottantenne e mi viene voglia di prenderli a bastonate imponendo loro di andare a lavorare con una vocetta querula e lamentosa. Però, chissà perché, Kids mi ha fatto simpatia fin da subito, probabilmente perché all'inizio sembra un film sciocchino dove i ragazzini parlano solo di sesso, con quella finta saccenza tipica di chi ha poco più di quindici anni e crede di avere già visto tutto; Telly, per esempio, è appena uscito dall'adolescenza (o forse è ancora lì...) e parla di deflorare vergini come un quarantenne, disgustato dalla qualità "inferiore" delle tipe che a quell'età ne hanno già visti di tutte le misure e pronto a ricercare la purezza per entrare nel mito e nei ricordi di chi è tanto scema da farsi intortare dalle belle parole di 'sto mostro ambulante, e lì per lì l'atmosfera mi ha ricordato un po' American Pie. I dialoghi sono realistici, probabilmente perché lo sceneggiatore Harmony Corine all'epoca era poco più vecchio dei protagonisti e il contrasto iniziale tra ciò che pensano i ragazzi e le ragazze del sesso mi ha riportato alla mente i discorsi scemi  che si facevano tra coetanee, tra chi era già più smaliziata ed esperta e chi invece si limitava ad ascoltare con rapita ed orripilata curiosità, magari prendendo appunti per il "grande momento", atteso con eguale aspettativa e paura. Questo però solo all'inizio, andando avanti Kids diventa un film squallido, triste e cupo, per quanto non disprezzabile.


I dialoghi iniziali, un inno alla sciocca goliardia adolescenziale, lasciano presto il posto ad una doccia fredda di terribile realtà che tocca in particolare Jenny, una delle "vittime" di Telly, e da quel momento l'aspetto giocoso della vita di questi adolescenti lascia il posto a tutto lo squallore dei quartieri "poveri" di una città ripresa con uno stile spoglio e realistico, quasi ci trovassimo davanti un documentario più che un'opera di fiction. La realtà di Telly e compagnia è quella di un branco di adolescenti lasciati in balia di loro stessi, con famiglie troppo numerose dove i genitori non possono o non vogliono controllare i figli e preferiscono lasciarli alle cure di fratelli o sorelle maggiori ancora bambini, pronti spesso a portarli sulla cattiva strada per pura noncuranza; la strada, i club e i luoghi abbandonati sono il punto di ritrovo di creature che letteralmente non hanno futuro alcuno, che possono solo parlare di cose terra terra ed ammazzarsi di droghe, alcool, furti, sesso e pestaggi, lasciando passare le giornate nel nulla cosmico dei propri istinti di base. L'unico personaggio che dimostra un minimo di profondità ed empatia verso il prossimo è Jenny ma la poveraccia è costretta a soccombere alla realtà che la circonda, mandando al diavolo i propri buoni propositi e le proprie paure nell'oblio di una pasticca regalata perché "per essere felici non bisogna pensare"... e cosa c'è di più ingannevolmente felice dell'ignoranza o dell'abbandonarsi alle situazioni senza provare a cambiarle? Mano a mano che il film prosegue, Kids diventa così incredibilmente malinconico ed angosciante e sotto i discorsi "da drogati" filtra un pessimismo soverchiante, enfatizzato dalle riprese di quei corpi seminudi e avvinghiati sul finale, o dei VERI poveri strepponi che ciondolano agli angoli delle strade bellamente ignari del fatto di essere stati immortalati per sempre su pellicola. Purtroppo l'ho visto fuori tempo massimo e le sensazioni che ha scatenato sono state principalmente di pena e disgusto, eppure, per quanto non rientrerà mai tra i miei cult, non posso dire che Kids mi sia dispiaciuto, anzi: ha spalancato un mondo su altre pellicole come Gummo, Bully, Ken Park e simili che allo stesso tempo temo ed amerei guardare, quindi... Grazie, Silly! (?)


Di Chloë Sevigny, che interpreta Jenny, ho già parlato QUI mentre Rosario Dawson, che interpreta Ruby, la trovate QUA.

Larry Clark è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Bully e Ken Park. Anche sceneggiatore, attore e produttore, ha 74 anni e un film in uscita.


Leo Fitzpatrick interpreta Telly. Americano, ha partecipato a film come Bully e a serie quali My Name is Earl. Ha 39 anni e un film in uscita.


Nel film compare lo sceneggiatore Harmony Corine, il ragazzo coi fondi di bottiglia per occhiali che regala la pasticca a Jenny; la Sevigny e Corine tra l'altro uscivano assieme all'epoca e l'attrice avrebbe dovuto avere un ruolo secondario benché il personaggio di Jenny fosse ispirato a lei. Nonostante lo stile documentaristico, infine, ogni scena del film era prevista nello script di Corine, l'unica cosa che è rimasta fuori è un flashback del passato di Casper in cui il ragazzino incappa nei genitori mentre fanno sesso sadomaso a volto coperto e, convinto stiano aggredendo la madre, uccide il padre con un coltello. Detto questo, se Kids vi fosse piaciuto recuperate Doom Generation, Mysterious Skin, Trainspotting e Thirteen - Tredici anni. ENJOY!

martedì 7 ottobre 2014

Sin City - Una donna per cui uccidere (2014)

Dopo un'attesa spasmodica sono finalmente riuscita a guardare Sin City - Una donna per cui uccidere (Sin City: A Dame to Kill For), diretto da Frank Miller e Robert Rodriguez, una pellicola che aspettavo praticamente dal 2005... e che ora vorrei non avere mai visto!


Trama: a Sin City si intrecciano le storie di Dwight, invischiato in una torbida storia dall'ex amante Ava, del giocatore d'azzardo Johnny e della spogliarellista Nancy, in cerca di vendetta dopo la morte del detective Hartigan...


Sono perplessa. Per non dire incavolata nera. Sin City, con tutte le sue imperfezioni, era un capolavoro di nerissima ironia, zeppo di personaggi indimenticabili interpretati da attori in stato di grazia, realizzato in un modo talmente particolare che ancora oggi certe scene rimangono indelebili nella memoria dello spettatore. Uno trepida quasi dieci anni per un sequel, aspettandosi ovviamente che, perlomeno tecnologicamente e visivamente parlando, riesca a superare il capostipite... e cosa si trova davanti? Una cazzatella vergognosa dove l'unica a salvarsi è un'incredibile, sensuale, bellissima Eva Green, protagonista tra l'altro di una delle uniche due storie tratte dai fumetti di Frank Miller visto che sia il segmento con Joseph Gordon-Levitt che quello con Jessica Alba sono stati scritti appositamente per il film, e si vede. La trama complessiva di Una donna per cui uccidere, infatti, è incredibilmente noiosa e sconclusionata, soprattutto per quel che riguarda la cronologia degli eventi, il personaggio di Marv (che nel primo Sin City era forse il migliore) viene troppo spesso utilizzato come tappabuchi o jolly e, diciamocelo, Roark non ha nemmeno la metà del carisma di un Bastardo Giallo o del terrificante Kevin. La colonna portante della pellicola, Una donna per cui uccidere, risulta molto bella su carta ma ormai ha 20 anni e appare incredibilmente ingenua se portata su schermo, soprattutto la sua atmosfera noir fa letteralmente a pugni con la messa in scena tamarra di Rodriguez e Miller, che preferiscono concentrarsi sulla furia omicida di Marv, sul corpo nudo della Green e sulla mattanza di Miho piuttosto che sull'atmosfera del racconto in sé (e fortunatamente hanno tolto di mezzo il greco o non so cosa ne sarebbe uscito fuori, una roba trashissima suppongo), mentre le altre tre storie lasciano lo spettatore con un enigmatico "e quindi..?" timidamente sussurrato a fior di labbra. Capisco il divertissement iniziale con Marv ma, sinceramente, l'autolesionismo di Joseph Gordon-Levitt e il tristissimo alcolismo di Nancy con tanto di ancor più triste fantasma "custode" mi hanno lasciata molto perplessa, come ho detto all'inizio.


Passando alla realizzazione, non capisco se sono invecchiata io e non sopporto più la fintissima resa del bianco/nero con inserti colorati (che nel primo Sin City mi aveva ipnotizzata) o se, effettivamente, allora questa tecnica era usata con criterio mentre adesso viene utilizzata ad mentula canis; ogni sequenza di Una donna per cui uccidere, infatti, mi è sembrata un attacco diretto alla vista e al buon gusto, con i personaggi che paiono quasi arrancare in quei fondali fintissimi mentre gli sprazzi di colore li fanno sembrare dei pessimi cosplayer. Sicuramente, il trucco di Marv è qualcosa di osceno, forse perché in questo capitolo mancano i cerotti bianchi che dissimulavano un pochino il quintale di lattice attaccato al viso di Mickey Rourke, ma anche gli inseguimenti su quattro e due ruote sono imbarazzanti (sul finale, la corsa in moto con Rourke e la Alba mi ha ricordato tantissimo le puntate di quei telefilm in cui i personaggi stanno fermi sulla macchina mentre alle loro spalle scorre un rullo con le immagini...) e, soprattutto, la "metamorfosi" di Dwight mi ha letteralmente uccisa dalle risate: santo cielo, davvero Clive Owen era così impegnato da non poter girare un paio di scene invece di mettere quella parrucchetta da nido di chiurlo in testa a Josh Brolin?? Già che siamo in tema, poi, parliamo degli attori, una tristezza più unica che rara. Come ho detto, si salva solo la favolosa Eva Green, malefica come poche, Joseph Gordon-Levitt è bravo e sempre bellino ma penalizzato da un personaggio inutile, il resto sarebbe da dimenticare... ma perché non infierire? Josh Brolin è un blocco di tufo e lo stesso vale per (Signore perdonami!!!) un Bruce Willis talmente sacrificato che avrebbero anche potuto non ingaggiarlo, Rosario Dawson è la parodia di sé stessa, Jessica Alba triste e molla come Mariottide (tranne quando strippa ma, anche lì, nel primo Sin City ha fatto di meglio), Dennis Haysbert nei panni di Manute, con quella facciotta, fa persino tenerezza (per sostituire il povero Michael Clarke Duncan non era meglio un altro attore?), Jamie Chung è pessima come nuova Miho e Jaime King non ne ha palesemente voglia e si vede. Avrei sperato nelle comparsate di Lady Gaga e Christopher Lloyd ma nemmeno quelle sono riuscite ad essere abbastanza incisive da tirarmi su il morale, quindi posso fare solo una cosa: pregare perché il flop al botteghino dissuada la premiata ditta Miller e Rodriguez dal girare altri film dedicati a Sin City. Machete Kills Again in Space posso sostenerlo, sorbirmi altre due ore di noir fasullo e pessima computer graphic anche no!


Dei registi Robert Rodriguez e Frank Miller (che compaiono anche nei panni di due barboni in TV) ho già parlato ai rispettivi link. Anche Mickey Rourke (Marv), Jessica Alba (Nancy), Josh Brolin (Dwight), Joseph Gordon-Levitt (Johnny), Rosario Dawson (Gail), Bruce Willis (Hartigan), Eva Green (Ava), Dennis Haysbert (Manute), Ray Liotta (Joey), Christopher Meloni (Mort), Jeremy Piven (Bob), Christopher Lloyd (Kroenig), Jaime King (Goldie/Wendy), Juno Temple (Sally), Marton Csokas (Damien Lord), Jamie Chung (Miho) e Alexa Vega (Gilda) potete trovarli nei vari post a loro dedicati.

Powers Boothe interpreta il senatore Roark. Americano, ha partecipato a film come Frailty - Nessuno è al sicuro, Sin City, The Avengers e a serie come 24. Ha 66 anni e film in uscita.


Johnny Depp avrebbe dovuto partecipare col ruolo di Johnny (e ancora prima con quello di Wallace, se Rodriguez e Miller avessero incluso nella sceneggiatura All'inferno e ritorno) ma ha rinunciato per impegni pregressi, mentre Salma Hayek, Rose McGowan, Angelina Jolie, Rachel Weisz, Michelle Williams, Helena Bonham Carter, Scarlett Johansson, Anne Hathaway e Jennifer Lawrence erano state tutte prese in considerazione per il ruolo di Ava. Finite le curiosità, aggiungo solo che se Sin City - Una donna per cui uccidere vi fosse piaciuto potete tranquillamente leggere le pregevolissime opere di Frank Miller e recuperare il primo, favoloso Sin City assieme a 300. ENJOY!






domenica 19 gennaio 2014

Bollalmanacco On Demand: L'inventore di favole (2003)

Sono sempre più contenta di aver creato il Bollalmanacco On Demand perché, grazie a voi, sto scoprendo film meravigliosi che magari da sola non avrei mai guardato. Oggi devo ringraziare di cuore il gentilissimo Rosario per aver richiesto L'inventore di favole (Shattered Glass), diretto nel 2003 dal regista Billy Ray e tratto dall'articolo Shattered Glass del giornalista Buzz Bissinger, pubblicato nel 1998 su Vanity Fair. Per la cronaca, il prossimo film On Demand sarà (ossignoresalvami!) Le notti proibite del Marchese De Sade. ENJOY!


Trama: Stephen Glass è un giovane giornalista pieno di stile ed umorismo che lavora per la prestigiosa rivista The New Republic. Il suo ultimo articolo, tuttavia, fa sorgere dei dubbi ai collaboratori di una rivista on line, che cominciano ad indagare... 


L'inventore di favole è dotato di un titolo italiano a dir poco ingannevole che, tuttavia, avvalla l'impressione iniziale che si ha di Stephen Glass, protagonista della pellicola. Fin dall'inizio, infatti, il film viene impostato come il racconto edificante (ovviamente fatto in prima persona) di un giornalista che non cerca lo scoop facile o il sensazionalismo a tutti i costi ma che invece, osservando la gente, carpendo quasi magicamente la personalità di chi gli sta davanti, riesce a confezionare per l'appunto favole, brillanti pezzi colmi di intelligenza ed umorismo, in grado di far ridere e riflettere allo stesso tempo. La magia e lo charme di Glass, uniti alla modestia che quasi sfocia nella ritrosia, non si riversano solo negli articoli che scrive ma lo rendono amato ed ammirato da amici, colleghi, insegnanti e, più in generale, tutti quelli che hanno a che fare con lui. Un'illusione perfetta non tanto diversa da quelle create dai protagonisti di American Hustle, un altro esempio di come la gente creda in quello che VUOLE credere, scartando tutto quello che potrebbe essere spiacevole anche davanti a prove grandi e pesanti come macigni. Mano a mano che il film prosegue, infatti, si assiste ad un lento ma inesorabile passaggio di testimone accompagnato da un cambio di prospettiva; il protagonista Stephen diventa uno squallido e triste truffatore mentre quello che all'inizio viene presentato come possibile nemesi si trasforma in un uomo giusto e tormentato, da macchia sullo sfondo a protagonista assoluto che, come un novello Don Chisciotte, cerca di combattere i mulini a vento incarnati dalla cecità di chi ancora crede nella purezza di Glass e non lo vede ancora shattered come nel titolo originale.


L'inventore di favole è un film ragionato, lento ma intrigante, sorretto da una trama da scoprire a poco a poco e interpretato da bravissimi attori. Il giovane Hayden Christensen subisce nel corso della pellicola una trasformazione quasi impercettibile ma perfetta, da brillante e timido giornalista a nerd disturbato e quasi inquietante, mentre tutti gli altri interpreti, soprattutto Peter Sarsgaard, Hank Azaria e Chloë Sevigny sono talmente perfetti per i loro ruoli da risultare credibili come se fossero persone vere. A proposito di "persone vere", se L'inventore di favole non fosse tratto da una storia realmente accaduta ci sarebbero da fare mille appunti sulla plausibilità della trama, perché la truffa di Stephen Glass è talmente plateale da sembrare il frutto delle idee di uno sceneggiatore facilone, invece questa volta la realtà ha superato la fantasia. Forse perché all'interno di un ufficio, all'interno del mondo del giornalismo, tutti devono essere un po' attori e un po' ruffiani ed è  molto facile parteggiare per l'ultimo arrivato, disponibile, col sorriso sulle labbra, carino e sempre pronto ad aiutare i colleghi, e cercare di favorirlo ignorando il normale protocollo. Così come è facile per uno studente prendere a modello il genio che "ce l'ha fatta" piuttosto che i "banali" artigiani del mestiere, che alla fine portano a casa la pagnotta riempiendo il giornale con i loro semplici articoli "di servizio". Eppure il mondo per fortuna va avanti grazie a persone oneste che, senza clamore e senza riconoscimento, fanno il loro mestiere anche a costo di risultare antipatici. E questo potrebbe essere un semplice fatto della vita su cui tutti dovremmo riflettere ogni tanto, prima di ricevere una tranvata in piena faccia come i protagonisti di questo intelligentissimo L'inventore di favole.



Di Peter Sarsgaard (Charles “Chuck” Lane), Rosario Dawson (Andy Fox), Hank Azaria (Michael Kelly) e Steve Zahn (Adam Penemberg) ho già parlato ai rispettivi link.

Billy Ray (vero nome William Ray) è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo film dietro la macchina da presa (il secondo e ultimo, per ora, è stato Breach – L’infiltrato). Americano, ha lavorato anche come produttore e attore.


Hayden Christensen interpreta Stephen Glass. Canadese, ha partecipato a film come Il seme della follia, Il giardino delle vergini suicide, Star Wars: Episodio II - L'attacco dei cloni, Star Wars: Episodio III - La vendetta dei Sith e alla serie Piccoli brividi. Anche produttore, ha 32 anni (condividiamo la data di nascita!) e tre film in uscita.


Chloë Sevigny (vero nome Chloë Stevens Sevigny) interpreta Caitlin Avey. Americana, la ricordo per film come Mosche da bar, Boys Don’t Cry, American Psycho, Broken Flowers e Zodiac, inoltre ha partecipato a serie come Will & Grace e American Horror Story. Anche produttrice e costumista, ha 39 anni e cinque film in uscita.


Melanie Lynskey interpreta Amy Brand. Neo zelandese, indimenticabile Pauline del meraviglioso Creature del cielo, ha partecipato ad altri film come Sospesi nel tempo, La leggenda di un amore: Cinderella, Le ragazze del Coyote Ugly, Rose Red, Cercasi amore per la fine del mondo, Noi siamo infinito e a serie come The L World, Dr. House e Due uomini e mezzo. Ha 36 anni e sei film in uscita.


La realizzazione del film è stata seguita anche dai veri Charles Lane e Michael Kelly (quest'ultimo in maniera assai riluttante in quanto la maggior parte degli articoli di Glass erano stati pubblicati quando lui era ancora direttore), mentre il vero Stephen Glass ha rifiutato qualsiasi coinvolgimento. Tra gli attori che invece, per un motivo o per l'altro, hanno rinunciato a partecipare al film segnalo Greg Kinnear, convocato per il ruolo di Charles Lane, e Maggie Gyllenhaal, alla quale era stata offerta la parte di Amy Brand. Per concludere, se L'inventore di favole vi fosse piaciuto, recuperate anche Prova a prendermi, Dentro la notizia e Tutti gli uomini del presidente.

martedì 17 settembre 2013

In Trance (2013)

Spinta dalle recensioni contrastanti lette qua e là ho deciso di recuperare In Trance (Trance), l'ultimo film del regista Danny Boyle. Si prega di notare come, nelle foto che corredano il post, compaia SOLO Vincent Cassel. Il mio giudizio finale sulla pellicola non è stato affatto influenzato dalla presenza di quest'uomo incredibilmente sexy. No, no, giuro.

 
Trama: Simon è un battitore d'aste dipendente dal gioco d'azzardo. Per far fronte ai mille debiti contratti si impegna ad aiutare Franck e la sua banda a rubare un quadro di Goya ma durante il furto viene colpito alla testa e dimentica il nascondiglio dell'opera. Per farlo ricordare, i membri della banda lo spingono ad andare da un'ipnotista... ma la cosa non sarà così semplice!!


Guardando In Trance (intitolarlo Trance ci faceva schifo..?) mi è tornato alla mente il bel La migliore offerta del nostrano Tornatore e mi è venuto da sorridere per come due storie allo stesso modo misteriose, intricate e legate al mondo del crimine e dell'arte, vengano portate su schermo con due stili completamente differenti. Da una parte abbiamo Tornatore e le sue atmosfere hitchcockiane, la lentezza con cui viene costruita la tensione, la ricercatezza delle sontuose scenografie, il riserbo del protagonista e l'aplomb con cui viene buttato lì l'inaspettato twist finale; dall'altra, abbiamo invece un Danny Boyle moderno, rutilante e rapido nello svolgimento delle prime sequenze che ci catapultano subito nel vivo dell'azione, che immerge i personaggi in un caleidoscopio acido di suoni, luci, colori e visioni, mettendo tanta di quella carne al fuoco che, a tratti, diventa persino difficile seguire la vicenda e che la conclude in modo così onirico che sembra quasi di trovarsi davanti a Vanilla Sky. E pur stordita da questo bailamme di roba, pur consapevole di aver visto un film meno che perfetto, devo dire che In Trance mi è piaciuto, anche se meno de La migliore offerta.


Il problema del film di Boyle (che, visivamente parlando, è confezionato in maniera più che magistrale) è la parte centrale della pellicola, che sembra non arrivare mai al sodo e aggiunge tanti di quegli elementi che alla fine lo spettatore scrolla le spalle e pensa "vabbé, capirò tutto alla fine, dai". Effettivamente, sul finale i conti tornano tutti, si capisce il motivo di alcune facilonerie inserite nella prima mezz'ora di film e anche buona parte del delirio che sta in mezzo, tuttavia quest'abbondanza di elementi rallenta parecchio il ritmo della pellicola e rischia di spazientire più di una volta. C'è da dire che anche la storia in sé risulta a tratti prevedibile, così come il twist finale, ma direi che questa volta i motivi del "colpevole" sono abbastanza desueti, per quanto condivisibili. Gli attori sicuramente ci credono e accettano anche di girare un paio di sequenze che sfiorano pericolosamente il livello del trash (mi riferisco ovviamente al momento in cui Rosario Dawson, diciamo, si pela la patata con tanto di suono di rasoio in sottofondo o quando Vincenzo Cassola si profonde in invettive da maledetto fronscese mentre guarda la partita...) ma per il resto portano tutti a casa una prova dignitosa: James McAvoy non rientra proprio tra i miei attori preferiti ma sicuramente è adattissimo al ruolo, Vincent Cassel lo supera brutalmente, ahilui, per quanto riguarda carisma, fascino e capacità di far venire alle spettatrici un folle desiderio di usargli violenza (sinceramente, la visione di In Trance vale anche solo ed esclusivamente per la sua presenza...) e, last but not least, Rosario Dawson se la tira un po' troppo da femme fatale ma quando smette di fingere fa persino tenerezza e risulta incredibilmente carina. Insomma, In Trance non sarà sicuramente il lavoro migliore di Danny Boyle ma come thriller merita almeno una visione senza troppe pretese!


Del regista Danny Boyle ho già parlato qui. James McAvoy (Simon), Vincent Cassel (Franck) e Rosario Dawson (Elizabeth) li trovate invece ai rispettivi link.

Parlando di incredibili fichi, pare che Michael Fassbender fosse stato scelto per il ruolo di Franck e che avesse dovuto rinunciare per altri impegni. Quelle dommage, ma se non altro noi donzelle ci siamo beccate Cassel e non l'altra eventuale scelta Colin Firth, affascinante sì ma ormai un po' troppo agé. Per quanto riguarda il ruolo di Elizabeth, invece, si erano fatti i nomi, tra gli altri, di Scarlett Johansson ed Eva Green. Lascio ai maschietti eventuali commenti in merito e mi limito a dirvi che In Trance è il remake di un film TV omonimo del 2001. Non saprei dirvi se sia il caso di recuperarlo o meno ma, se In Trance vi fosse piaciuto, consiglierei la visione di The Eternal Sunshine of the Spotless Mind e Memento. ENJOY!!

martedì 25 giugno 2013

Sin City (2005)

Estate, stagione di cinecomic. L'uomo d'acciaio, a breve il secondo capitolo di Kick-Ass, la conferma che Robert Downey Jr. ha firmato per The Avengers 2 e 3... insomma, tutto questo mi ha spinta a recuperare e rivedere il bellissimo Sin City, diretto nel 2005 da Robert Rodriguez, Frank Miller, Quentin Tarantino e tratto quasi pari pari dalle graphic novel dello stesso Miller.


Trama: storie diverse si intrecciano a Basin City, la città del peccato. L'ex galeotto Marv cerca di scoprire chi lo ha incastrato per l'omicidio dell'amata Goldie, il killer Dwight si ritrova invischiato nella guerra tra le prostitute della Città Vecchia e la mala, infine l'ex poliziotto Hartigan deve fare i conti col pericoloso e inquietante "Bastardo giallo"...


Sin City è uno dei più bei film tratti da un fumetto che siano mai stati girati, anche se in questo caso bisognerebbe parlare, letteralmente, di tavole in movimento. Non conosco infatti tutta la grandiosa opera Milleriana ma, per quel poco che ho letto di Sin City, ogni singola sequenza del film riprende con un'attenzione per i dettagli quasi certosina il suo corrispettivo cartaceo, dall'espressione del personaggio fino alla sua rappresentazione grafica (vestiti, pettinatura, accessori...), dai dialoghi fino agli sfondi, con davvero pochissime concessioni ad un eventuale adattamento: Sin City è uno di quei rari film in cui non si può dire "era meglio il fumetto", perché i cambiamenti sono talmente minimi che lamentarsene sarebbe a dir poco ridicolo. L'unica critica che può essere mossa alla pellicola è l'eccessiva "freddezza" conseguente al massiccio uso di effetti speciali e CG, indispensabili per ottenere la fedeltà praticamente assoluta all'opera di Miller e i caratteristici effetti cromatici che sono quelli che più colpiscono l'occhio e la memoria dello spettatore e che spezzano la monocromia di quello che, a tutti gli effetti, è un noir moderno. Abbiamo così un bastardo giallo che indossa il suo marciume e la sua corruzione come una seconda pelle, sangue bianco che sprizza dalle arterie, occhi verdi o azzurri che colpiscono per la loro incredibile bellezza, stilosissime scarpe rosse, macchie di colore che si integrano perfettamente alle altre immagini e che non creano quell'incredibile fastidio che avrebbe provocato quella rumenta di The Spirit, fallimentare assolo registico di un Miller ormai preso da manie di grandezza cinematografiche.


Grandissima, inoltre, la cura messa nel casting. Il make-up, come già ho avuto modo di dire, fa miracoli, soprattutto per quanto riguarda Mickey Rourke e lo scimmionesco Marv, ma bene o male si è cercato (come mostrato in maniera assai furba nei titoli di testa) di affidare ogni personaggio ad un attore che potesse incarnarlo alla perfezione e distaccarsi poco dall'immagine creata da Miller. I migliori sono un irriconoscibile Benicio Del Toro, protagonista di una delle sequenze più esilaranti e meglio riuscite della pellicola (e no, non lo dico perché c'è di mezzo la santa mano di Quentin ma perché la voce e la mimica di Benicio durante il confronto con Dwight sembrano quelle di Rockfeller) e l'inquietantissimo, glaciale Kevin di Elijah Wood, un personaggio che non sfigurerebbe affatto in un film horror, ma tutti gli altri attori hanno fatto un lavoro a dir poco egregio, a partire da chi si è beccato soltanto una piccola particina come Carla Cugino, fino ad arrivare ai grossi calibri come il mio amato Bruce Willis. Le storie di Basin City, un universo incentrato sulla depravazione, la corruzione, il sangue, la violenza e il sesso, si delineano sullo schermo come se la china avesse il potere di muoversi e riescono a farci piombare in un'atmosfera dal sapore retrò e pulp, con pochi (anti)eroi fuori dal tempo e un branco di assassini e criminali tra i più affascinanti, il tutto scandito dall'ipnotico score scritto a tre mani da Grahame Revell, John Debney e dallo stesso Robert Rodriguez. Insomma, un piccolo capolavoro che val sempre la pena recuperare e riguardare, tenendo a mente che le quattro storie utilizzate per girare il film (Il cliente ha sempre ragione, Un duro addio, Un'abbuffata di morte, Quel bastardo giallo) sono dei capolavori del fumetto e andrebbero lette a prescindere.


Dei registi Frank Miller (che interpreta anche il prete fatto fuori da Marv), Robert Rodriguez (che interpreta anche uno dei membri dello SWAT) e Quentin Tarantino ho parlato qui, qui e qui. Di Jessica Alba (Nancy Callahan), Rosario Dawson (Gale), Benicio Del Toro (Jackie Boy), Michael Clarke Duncan (Manute), Carla Cugino (Lucille), Josh Hartnett (L’uomo), Rutger Hauer (Cardinale Roark), Jaime King (Goldie/Wendy), Michael Madsen (Bob, ma all'inizio si era pensato a lui per Marv), Brittany Murphy (Shellie), Mickey Rourke (Marv), Bruce Willis (Hartigan), Elijah Wood (Kevin) ho parlato ai rispettivi link.

Clive Owen interpreta Dwight. Inglese, lo ricordo per film come Gosford Park, The Bourne Identity, l’indimenticabile corto Beat the Devil, King Arthur, Derailed – Attrazione letale, La pantera rosa ed Elizabeth: The Golden Age, inoltre ha partecipato alla serie Extras. Anche produttore, ha 49 anni e due film in uscita.  


Marley Shelton interpreta la Cliente. Americana, la ricordo per film come Gli intrighi del potere – Nixon, Pleasantville, Mai stata baciata, Grindhouse – A prova di morte, Planet Terror, A Perfect Getaway – Una perfetta via di fuga e Scream 4; inoltre, ha partecipato alla serie 8 sotto un tetto e doppiato un episodio di American Dad!.  Ha 39 anni.


Nick Stahl interpreta Roark Jr., il Bastardo Giallo. Americano, ha partecipato a film come L'uomo senza volto, Generazione perfetta, La sottile linea rossa, Terminator 3: Le macchine ribelli e a serie come Hercules e Locke & Key (il pilot, purtroppo mai andato in onda...). Anche produttore e scenografo, ha 34 anni e tre film in uscita.


Nei panni della giovanissima prostituta Becky i fan di Una mamma per amica riconosceranno sicuramente gli occhioni azzurri di Alexis Bledel, una delle Gilmore Girls del titolo originale. Passando alla solita rubrica del "chi non ce l'ha fatta", Adrien Brody ha provato ad avere la parte di Jackie Boy mentre l'impegnatissimo Johnny Depp era stata la prima scelta di Rodriguez per il personaggio; altri prescelti dal regista erano Christopher Walken e Wilelm Dafoe per il senatore Roark, Steve Buscemi per Junior versione Bastardo Giallo (sarebbe stato perfetto, mentre per la versione "bella" era stato scelto Di Caprio che ha rifiutato) e Michael Douglas per Hartigan (meglio Bruce!!). L'anno prossimo dovrebbe uscire, finalmente, il seguito di Sin City, Una donna per cui uccidere, sempre diretto da Rodriguez, con alcuni ritorni (Bruce Willis, Jessica Alba, Mickey Rourke, Rosario Dawson) e alcuni cambiamenti (Dennis Haysbert al posto del defunto Michael Clarke Duncan, Jamie Chung in quello di Devon Aoki, diventata da poco mamma). Nell'attesa che esca, se Sin City vi fosse piaciuto consiglio di vedere L'uomo che non c'era e Pulp Fiction. The Spirit è troppo brutto. ENJOY!!!

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