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sabato 28 aprile 2012

Il duca e la delfina

La mia delfina preferita, Maria Antonietta
Da sempre la Francia e l'Inghilterra sono in competizione. Per qualsiasi cosa: economia, letteratura, arte, e probabilmente se le danno di santa ragione pure negli spogliatoi dei campionati di curling.
Ma oggi noi metteremo insieme la Francia e l'Inghilterra. Nel piatto. E zitte tutt'e due.
Per la Francia, abbiamo le pommes dauphine. Si chiamano così perché sono dedicate alla delfina, che altri non è che la moglie dell'erede al trono di Francia: il delfino, appunto. 
Le patate dauphine sono una variante delle patate duchesse, con l'aggiunta di pasta choux all'impasto.
Bisogna lessare le patate e schiacciarle; poi si aggiungono sale, noce moscata, burro a tocchetti, uova e - volendo - Parmigiano. Le quantità devono essere regolate in modo tale che il risultato assomigli a un puré.
La pasta choux, invece, si fa così (a noi serve cruda, lasciate perdere la parte in cui la signora Giallozafferano spiega come cuocerla).



Unite il puré alla pasta choux; poi si possono fare sia dei bigné da cuocere in forno per 20 minuti a 190°, sia delle crocchettine da friggere in abbondante olio. 
Pommes dauphine, al forno e fritte
Il Duca di Wellington in un ritratto
di James Lonsdale del 1815:
indossa i "suoi" stivali
La parte inglese del pranzo è il filetto Wellington. Sì, come il duca di Wellington. Sì, quello che contribuì alla più grande sconfitta di Napoleone, nel 1815, che è diventata la sconfitta per antonomasia: Waterloo.
Si dice che il duca di Wellington (nato Arthur Wellesley) non fosse una buona forchetta, anzi, pare fosse proprio il tormento di molti cuochi che non ricevevano mai da lui alcuna soddisfazione. Ma un giorno gli fecero un filetto di manzo in crosta di pasta sfoglia con paté di funghi, prosciutto e senape inglese: quello sì, lo convinse. E il duca sembrava non voler mangiare altro. Un'altra leggenda, invece, racconta che il piatto - prima di essere fatto a fettine - assomigli molto a uno stivale Wellington. Sì, perché il duca ha dato il suo nome anche a degli stivali.
Sembra che il vecchio Arthur disse al suo calzolaio di fiducia di modificare i classici Hessian boots in voga al tempo. Il risultato fu un paio di stivali non molto adatti alla battaglia, ma perfetti come stivali da sera. Da allora quegli stivali portano il nome del duca.
Che sia per gli stivali, che sia perché non gli piaceva mangiare quasi niente, il filetto Wellington è diventato uno dei piatti forti della cucina inglese.
Si prende un filetto di manzo e lo si passa nell'olio d'oliva caldo, da tutti i lati, per sigillare la carne affinché resti tenera e non perda i suoi succhi. Poi si puliscono e si frullano i funghi; si passa la purea in padella senza aggiungere nulla, finché non perde tutta l'acqua.
Si stende un foglio di pellicola, lo si copre con uno strato di fette di prosciutto di Parma, ci si spalma su la purea di funghi e ci si poggia sopra la carne cosparsa di senape forte.
Si arrotola il tutto, lo si stringe bene nella pellicola, e lo si fa riposare una ventina di minuti in frigo.
Nel frattempo potete metter su un po' di musica. 


 

Dopo di che, si toglie la pellicola e si avvolge il filetto-prosciutto-purea nella pasta sfoglia, che cospargeremo poi con dell'uovo. Si cuoce, infine, in forno per una quarantina di minuti a 200 gradi. 

Uno che sul filetto Wellington (e non solo) la sa lunga è lui. 



Nota importante: IL MACELLAIO
Sembrerà ovvio, ma per il filetto Wellington è fondamentale il filetto.
Bisogna andare dal macellaio uno o due giorni prima e chiederglielo, affinché ce lo metta da parte, e non ci faccia trovare "Questo delizioso filetto a fettine, signorina", o non ci dica "Ma guardi che il lacerto è uguale". Perché no, signora mia, del filetto a fettine non me ne faccio niente e il lacerto non è affatto uguale. Se no si chiamava filetto.
La specie Macellaio è un concentrato dell'intera specie umana: ci sono alcuni buoni esemplari, ma tendenzialmente conviene non fidarsi mai troppo alla leggera.
Tu devi andare dal macellaio, guardarlo dritto in faccia e dirgli cosa vuoi. Anche se non lo sai veramente bene, tu devi fingere di saperne quanto lui, se no sei spacciato. E finisce che ti rifila 26 kg di fettine da fare panate. 


giovedì 12 aprile 2012

La Puglia migliore

La Puglia migliore. Uno slogan a effetto che si infila dritto dritto in testa come un tormentone da Carosello, tipo "Bianco che più bianco non si può" e "Se ti piace la frutta, mangiatela tutta". Il prodotto, però, non è un detersivo, né un elisir per le vostre merendine: è una regione intera. Con il suo sole, il mare, il suo vento, il suo cibo, il suo vino, la sua creatività e i suoi talenti.
Così è iniziato tutto, più o meno (qualcuno di voi è già lì col ditino-Flanders a dirmi che non è iniziata esattamente così; ma dobbiamo semplificare, non possiamo passare la giornata a fare l'esegesi della moda pugliese). E per un bel po' tutto quello che era pugliese è stato il massimo. Tutti in Puglia a fare le vacanze, a mangiare, sposarsi, ballare, lavorare, e a fare tutte le cose elencate nel Gioca Jouer.
Adesso si continua a parlare di Puglia, ma qualcosa sta cambiando.
Stavolta non lo so da dove sia iniziato tutto quanto. Figuriamoci se riesco a capire perché. Fatto sta che la gente impazzisce ancora per la Puglia, ma nel frattempo anche la Puglia sta in qualche modo impazzendo. E per questa pregressa relazione d'amore folle con la nostra regione, un po' tutti si sentono in diritto di giocarci, con le nostre sciagure, puntandoci addosso i riflettori e i ditini-Flanders già citati qualche riga più su.
Un po' come quando incontri un personaggio famoso per strada e inizi a parlargli come se foste amici, facendoti anche una forchettata di fatti suoi, criticando le sue scelte come se dovesse darti delle spiegazioni. Insomma, avete capito la sensazione.
È più o meno da un mese che l'immagine forse troppo patinata e un pelino campata in aria della Puglia è un po' incrinata. Puglia che - per quanto meraviglia delle meraviglie - è una regione stupenda come altre in Italia. Che so, il Molise, se soltanto esso esistesse davvero e non fosse una mistificazione di certe sette massoniche uzbeke.
Forse è iniziata più o meno con l'affaire Degennaro-Emiliano-cozze pelose. Il dileggio dell'Italia. Toh, il sindaco di Bari si fa corrompere da una chilata di cozze. Terùn. La vicenda era ovviamente molto più complessa di così, e non si trattava di corruzione, e le cose in cui andare a scavare non erano le vasche piene di pesce del sindaco, ma le tasche di altra gente. Però alla fine sui giornali ci siamo finiti perché il signor Sindaco a Natale aveva la vasca piena di pesce ricevuto in dono.
Poi però la botta è arrivata sul serio: è arrivato il calciovergogna.
Calciatori, scommettitori, "tifosi" (e le virgolette sono d'obbligo), vari professionisti, coinvolti in un giro di compravendita delle partite del Bari calcio. No, la vicenda non è più complessa di così. Si tratta di stronzi che fanno mercato sulle emozioni della gente.
E ogni giorno, i tifosi veri subiscono un nuovo colpo. Spunta Mister X, quello che passava i soldi per comprare il risultato del derby Bari-Lecce (per intenderci: il derby Bari-Lecce è sentito cinque-sei volte in più rispetto a un normale derby). Poi spunta Mister Y, un altro che maneggiava soldi e truccava partite. Poi spunterà sicuramente Mister Z.
Un calciatore è finito in carcere perché ha ammesso che durante quella partita, la partita per cui i Tifosi si sono fatti un fegato tanto, ha segnato un autogol di proposito, per fare in modo che il Lecce vincesse e lui potesse incassare quanto pattuito.
In tutto questo, come se non facesse già abbastanza schifo, ci sono anche degli ultras. Pare che alcuni di loro - fregandosene bellamente del calcio vero e proprio - siano coinvolti in questa losca compravendita. Secondo voi, un Tifoso vero, come si sente? Beh, io ne conosco un po', di Tifosi veri. Gente che - appunto - si fa un fegato tanto, gente che rinuncia al pranzo in famiglia quando Sky decide che il Bari deve giocare alle 12.30, anche se si muore di caldo. Gente che vive l'appuntamento col calcio come si vive una giornata di festa. Persone che ci credono sul serio, a quei colori, che seguono tutte le partite in casa e mettono da parte i soldi per le trasferte importanti, perché - dicono - la squadra ha bisogno di loro così come loro hanno bisogno della squadra. Già, ci spendono dei soldi. Non li guadagnano truccando i risultati, li spendono per andare a vedere uno spettacolo pensando che non sia tutto già scritto.
Ho parlato con loro, nei giorni caldi del calcioschifo. Si sentono tutti allo stesso modo, più o meno. Come quando la persona che ami ti tradisce.
"Qualcosa si è rotto", mi hanno detto alcuni. Una specie di indigestione, che richiede un periodo di disintossicazione. Per recuperare la fiducia e l'entusiasmo sinceri per poter stare con serenità sugli spalti a sudare o a puzzarsi di freddo.
"Una piccola consolazione però c'è; è come quando vedi la tua donna distratta, assente…e ti fai delle domande e pensi sia colpa tua. Poi ti accorgi che semplicemente ti metteva le corna, la stronza".
"Quando l'amore ti tradisce, tu non puoi comunque impedire al tuo cuore di amare ancora. E il Bari non è Masiello. Il Bari è il Bari".
È una questione d'amore, quindi. Ci provo sempre, a capire la passione per il pallone. Anche se la passione non ce l'ho, forse sto riuscendo a capirla un po' meglio.
La cosa che non capirò mai è il fuorigioco.


Grazie assai a Paolo, Micol, Corrado, Sergio (che prova anche a spiegarmi il fuorigioco da anni), Michele e Valerio per aver condiviso con me i loro pensieri.


sabato 25 febbraio 2012

Cara Blanche...

“Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti”, diceva Blanche Dubois in Un tram che si chiama desiderio.
Blanche non parla della bontà di chi invece ti conosce: perché se uno ti conosce, fa presto a essere buono o meno buono di conseguenza. La cosa che mi sconvolge, e che Blanche invece trova tanto naturale, è quando qualcuno che non ti ha mai visto in vita sua decide di essere buono proprio con te. Senza motivo.
Magari solo perché ha avuto un buon risveglio, o perché trova la tua faccia simpatica, o perché ha meno problemi di te. O perché ha molti più problemi di te.
Se davvero tutti gli sconosciuti fossero buoni, partirebbe un circolo virtuoso di bontà che gli Snorky siamo-tutti-amici-e-perciò-felici sembrerebbero degli hooligans.
La vita reale è un po' diversa, per quanto anch'essa contempli l'esistenza degli hooligans e degli Snorky.
Così finisce che un giorno l'autobus non passa all'orario previsto. E piove.

Ma tu incontri uno degli autisti d'autobus più gentili della storia, che ti raccatta disperata e gocciolante e in ritardo e ti accompagna fino alla fermata di un altro bus, quello che ti salverà la giornata. Si assicura che tu lo prenda e raccomanda la tua anima e le tue membra distrutte a un altro autista (ovviamente il secondo più gentile della storia) che farà in modo che nonostante tutto tu arrivi in ufficio in orario.
Ore dopo, tornando a casa, vedi che il bus sta arrivando alla ferm
ata prima di te, allora inizi a correre, con l'autobus alle tue spalle come la più classica delle esplosioni in un film di Tom Cruise. Ma lui ti vede e non rallenta (proprio come le esplosioni nei film di Tom Cruise; anzi, secondo me Tom Cruise fa esplodere la roba, ve lo dico), e tu corri, con le tue gambette troppo corte per tenere il passo di un autobus.
Ti supera persino un ciclista (cosa che a Tom Cruise non succederebbe mai). L'omino in bici però si gira verso di te e dice "Te lo faccio fermare?". Annuisci, incapace di emettere qualsiasi suono, dato che stai correndo da metri e metri e metri (molti di più di quelli che separano il letto di casa tua dal bagno, e quella è la distanza massima che sei abituata a correre). L'omino bussa sulla porta del bus, fa cenno all'autista come per dire "Guarda che qua c'è una disperata che deve salire o schioppa sul posto". E così l'omino in bici ti salva. Raccogli il fiato necessario per lanciargli un "Grazie!" e sali leggiadra come Oriella Dorella.
Tu mi dirai, Blanche, che da questa storia si evince che è vero che gli sconosciuti sono buoni. Io ti dirò che pure gli autisti dei bus che non sono passati/non mi avrebbero aspettata erano degli sconosciuti.
Sarà che tu sei donna di tram e io di bus, ma gli sconosciuti sono anche dei gran fetenti, Blanche. La bontà è distribuita a casaccio. Il bello è trovarla.

giovedì 22 dicembre 2011

Cose divertenti(!) che non farò mai più(?)

L'ho fatto. Non giriamoci troppo attorno: sono andata al cinema e ho visto "Vacanze di Natale a Cortina".
Sì.
Vederli in tv, i cinepanettoni, è un conto. Già fatto, già visto.
Ma almeno una volta nella vita bisognerebbe provare a vederli al cinema.
Quando uno è attratto dai ricami sull'orlo del baratro, c'è poco da fare. Tocca dargli un complice, e spingerlo giù.

"Salve…ho una prenotazione per…ehm…ecco, sì, un attimo…"Vacanze di Natale a Cortina", ecco."
"Controllo subito il codice della prenotazione…Adele, giusto?"
"Ehm…sì, sono io, sì…" - pausa - "Ieri però sono venuta a vedere "Le Idi di Marzo", eh."
Niente, non s'impressiona. Ieri era ieri, oggi è oggi. Mi dà i miei biglietti per il cinepanettone e mi augura buona serata.
Al cinema, la prima cosa da fare è spegnere il telefono. Lo sanno tutti.
"No! Che fai!", mi intima il Virgilio di questo mio Inferno di fascioli e cotiche.
Durante il cinepanettone il telefono non si spegne: lo sanno tutti.
Lo spengo comunque, non ce la posso fare.
E poi si spengono le luci, non tacciono le voci (figurati) e nel buio sento sussurrar: "Chiami', sta a chmenz'!" ("Guarda, sta iniziando!" in antico dialetto barese con lieve inflessione Klingon).

- La platea
Moltissimi gli adolescenti, tutti felicissimi di ballare ogni volta che la musica va avanti per più di due secondi. Tutti molto felici delle cadute sulla neve, e - ça va sans dire - in delirio per ogni "mortaccitua".
Mi accorgo che in sala ci sono anche dei bambini quando, dopo un serrato dialogo sullo schermo che si conclude con un "'Sto cornuto!", una vocina nel buio dice "Papà...?".
Durante il cinepanettone, il telefono non solo resta acceso, ma si usa. Se lo lasci acceso, è peccato non sfruttarlo. Che so, per chiamare qualcuno per fargli sentire una scena, o per mettersi d'accordo sulla serata, o magari per litigare sull'orario di rientro a casa.
In effetti non è stato fastidioso: sono riuscita a seguire comunque la trama.
Soffermiamovicisi.

- La trama
Corna, crisi, parvenu, mortaccitua, sedicenti vip, equivoci, stereotipi Nord-Sud.
Ah, poi a un certo punto c'è anche una parte in cui un magnate dell'industria rischia di mandare in rovina la nazione intera per via del suo attaccamento alle donne.
Pausa.
A proposito dello stereotipo Nord-Sud, invece, quest'eterna dicotomia è brillantemente riassunta in una scena.
Christian De Sica, romanissimo marito pseudo-cornuto in trasferta a Cortina, per sbaglio passa col suo suv su una pozzanghera, schizzando così il romanissimo Ricky Memphis, che lo apostrofa con un romanissimo "A CORNUTACCIO!".
De Sica si affaccia dal suv, ferito nell'onore di cornuto: "Ma limortaccitua!" (risate).
Memphis: "Ma che, sei de Roma?".
De Sica: "No, so' de Borzàno!".
A pensarci prima, io ci avrei fatto lo spot ministeriale per il centocinquantesimo dell'Unità d'Italia.

- Christian De Sica
A rischio di sembrare sua zia, lo dico: assomiglia sempre di più a suo padre. Mi dispiace sempre un po', vederlo in questo genere di film, ma queste sono considerazioni troppo personali. Va sottolineato, però, che anche nei varii "Vacanze di Natale a inserire località a scelta", non sfugge al suo dna. Il volto trasfigurato in un melodramma esagerato per ottenere un effetto comico: quella lì, quell'espressione lì, è proprio identica a quella di Vittorio. E Vittorio De Sica ha recitato anche (questo è vero, anche) in film che non erano molto più "elevati" di questo; corna, inciuci, uomini di una certa età che vanno dietro a ragazzine che potrebbero esser loro figlie: "Pane amore e…inserire companatico". Certo, non c'erano limortaccitua, il product placement (il primo marchio compare dopo 30 secondi netti dall'inizio dei titoli di testa) e tante altre cose. Ma quei film di pane amore e qualcosa venivano snobbati più o meno quanto oggi si snobba il panettone. Ogni epoca ha i suoi carboidrati da snobbare.

- I sedicenti vip
Meritano uno spazio a parte. Alfonso Signorini e Simona Ventura, in plasticati e gioiosissimi cameo di poche pose, per fortuna. Per un paio di secondi, però, va detto che Signorini quasi ci sta dentro. Recita se stesso, in fondo: come sempre.
Ma poi, la cena. La scena che vale tutto il film, tutto lo sforzo di dire alla cassiera del cinema "Sì, ho prenotato per vedere "Vacanze di Natale", perdincibacco!", è quella della cena in un prestigioso hotel di Cortina i cui commensali sono le contesse De Blanck - sì, madre e figlia - lo stilista mummia-di-se-stesso Renato Balestra, il principe-prezzemolino Carlo Giovannelli e lui, il maestro di cerimonie, Emanuele Filiberto. Stoico nel suo volersi riciclare in qualche ruolo, eccolo recitare con la verve e l'espressività di una tendina da doccia.
Ma, del resto, sappiamo tutti che la sua vera vocazione è il canto.
A tal proposito, e senza alcun motivo, prendiamoci una meritata pausa musicale gustandoci una sua vecchia esibizione.



La cena, dicevamo. Vedendo il principe Giovannelli "recitare" anche le virgole (un po' come una Cameriera Secca di sangue blu), la contessina Giada De Blanck che non riesce a recitare una stretta di mano, sbagliando i tempi come nella migliore festa delle medie; la De Blanck madre che allunga ogni vocale sperando di dare così più enfasi alle sue battute; Emanuele Filiberto che mentre recita non muove gli occhi; le ragazzine bionde sedute accanto a me che continuano a messaggiare con la suoneria a tutto spiano; i ragazzi seduti alle mie spalle che si aggiornano via internet sull'andamento della partita dell'Inter; beh, vedendo tutto questo, mentre la sala intera è nell'unico suo momento di silenzio, io scoppio a ridere. Fortissimo. Di gusto.

Quindi sì: andare a vedere il cinepanettone al cinema fa ridere.

sabato 1 ottobre 2011

"Che ci vuole?"

Attenzione: questo testo contiene solo una parte dello scenario reale. E per fortuna che è solo una parte.

"Lavoro di concetto": mansione di tipo intellettuale.
Vuol dire che se svolgi "lavoro di concetto" la tua fatica dà come prodotto sostanzialmente un'idea, che può avere diverse forme di realizzazione pratica (un manifesto, una campagna pubblicitaria, un calendario, un programma televisivo, radiofonico o uno show in piazza, una locandina, un video, una foto, un sito web, un evento, e così via). Ma è sostanzialmente l'idea che c'è alla base, il vero prodotto del tuo lavoro.
La cosa che veramente accomuna tutti i Lavoratori di Concetto è essersi sentiti dire almeno una volta la seguente frase: "…e che ci vuole…?".
E tante volte ti sei chiesto, Lavoratore di Concetto, perché - dopo aver lavorato alacremente su un'idea - il cliente di turno ti chieda di cambiare pressoché tutto quanto (su come ciò avvenga servirebbe un altro post), dicendoti "E sì, tanto che ci vuole?".
Bene, te lo dico io perché ti succede: perché tu non spacchi la legna, caro mio.

Albert Einstein ha detto: "La gente adora spaccare la legna. In quest'attività i risultati si vedono subito".
E' una frase molto utile anche a chi fa lavoro di concetto. Se tu fossi un boscaiolo, caro Lavoratore di Concetto, nessuno si sognerebbe mai di dirti "Che ci vuole?". Perché si vede; poche cose sono più tangibili di una bella sequoia. Una sequoia non dura trenta secondi, non si apre con un click del mouse, non si può appallottolare e buttare nel cestino, non si esaurisce in una serata. Una sequoia è graaaande! E se qualcuno vede una pila di ciocchi di sequoia alta otto metri, non può che esclamare "Accidenti, che faticaccia ha fatto il boscaiolo!". E una settimana di lavoro è più che spiegata e giustificata e apprezzata.
Ma tu, Lavoratore di Concetto, vai dal tuo cliente con il tuo bel tascapane Eastpak dentro cui metti un portatilino, un taccuino, una penna e una bottiglietta d'acqua. E parli. Parli e spieghi un'idea. Un'idea che spieghi in quindici minuti, anche se tu ci hai messo una settimana per fartela venire, prendendo appunti in autobus, al cinema, a letto, nella pausa pranzo, ovunque ti venisse un pezzetto di idea in mente. Scartandone mille, tenendone da parte una ventina, lavorandoci attorno fino ad ottenerne una che ti sembrasse buona e degna del lavoro che ti hanno assegnato.
Ma ci metti un quarto d'ora a dirla. E chi ti ascolta non vede sequoie. Chi ti ascolta, ti sente parlare un quarto d'ora e pensa che tutto sommato tu, in un quarto d'ora, possa concepire una cosa ancora più figa. Perché, tanto, che ci vuole?



P.s. A me i boscaioli stanno molto simpatici, comunque. E ho molto rispetto per il loro lavoro.

lunedì 25 luglio 2011

La colpa è tua, norvegese.

Oggi ne ho sentito parlare da più persone, in più contesti (un'analisi ben più sobria ed efficace di questa la trovate qui). Così alla fine ho ceduto e sono andata anche io a leggermi la colonna e mezzo che Vittorio Feltri ha dedicato alla strage in Norvegia.

Avrebbe potuto usare quello spazio per esprimere sincero cordoglio a una nazione devastata dallo sconcerto e dal dolore. O avrebbe potuto chiedere scusa per aver dato a casaccio la colpa ai musulmani in un bel titolone a nove colonne sull’onda – letteralmente – d’urto dell’accaduto. Il titolo colpisce, ha proprio quell’effetto da scuola elementare del tipo “Maestra, lo vedi, è lui che mi sputazza le palline di carta sul collo!”. Certo, avrebbe anche potuto scrivere che la colpa è dei musulmani sempre e comunque, perché sollevano questioni di integrazione e tolleranza che senza di loro non si porrebbero…

Avrebbe potuto usare quella colonna e mezzo, Feltri, anche per scrivere la sua lista della spesa: sarebbe stato sicuramente più adeguato e rispettoso di quello che ha scelto di fare oggi per riempire quello spazio. La sostanza è questa: un – grossolano – trattatello antropologico in cui torna continuamente una domanda, traducibile con “Com’è possibile che non gli abbiano spaccato il c. prima che ne facesse fuori 80?”.

Certo, continua Feltri, è facile scrivere queste cose seduto a una scrivania senza aver mai passato nulla di simile. Eppure lo faccio: com’è possibile che non gli abbiano spaccato il c. prima che ne facesse fuori 80? Eh? Non dovevano pensare a salvarsi, non dovevano fingersi morti o gettarsi in acqua per provare a scappare. Che, non lo sapete che in Norvegia l’acqua è fredda? Magari avevate pure appena mangiato. Sprovveduti. Vi dovevate mettere d’accordo e zompargli addosso, cretinetti. Che fa che quello sparava a vista: sparava, mica ti mangiava, norvegese! Tu gli zompavi addosso, e quello sicuramente cadeva e non ti menava un pugno nello stomaco, non ti sparava un colpo in testa, norvege’. State sempre con quei cellulari in mano, potevate twittare il fatto; bastava usare l’hashtag #cazzostannofacendounastrage e avreste avuto una perfetta organizzazione della controffensiva. Avete i mezzi e non li usate, norvege’.

La colpa è tua, ragazzino norvegese che vai a un campeggio per parlare di politica e discutere con altri ragazzini norvegesi dei vostri ideali e di come costruire un futuro migliore. La colpa è tua, che vedi un poliziotto in giro e non ti insospettisci (anche se effettivamente non sembrava un musulmano, quindi magari qui ti posso dare ragione, se non ti sei insospettito bene perché era biondo). La colpa è tua, ragazzino norvegese andato a sognare un futuro più giusto, la colpa è tua; che uno inizia a sparare nella folla e tu scappi.

martedì 15 marzo 2011

Il Livoroso, le Groupies e io.

Sapevamo che sarebbe stata dura, sapevamo che ci sarebbe stata tantissima gente e sapevamo anche che ci sarebbero state misure di sicurezza straordinarie.
La presentazione di un libro di Roberto Saviano in Feltrinelli non è esattamente uno showcase dei Dari, per quanto non è detto che quest’ultimo sia meno pericoloso.
“Ma ne vale la pena”, ho pensato. Conosco gli scritti di Saviano, ancor prima dei suoi monologhi televisivi, e ne ho molta stima. Basti questo, non è il luogo né il momento per aggiungere altro in proposito. Non è Saviano il punto, stavolta.

Arrivo davanti alla Feltrinelli attorno alle 18.40, l’incontro è previsto per le 21. Simona e io raccogliamo compostamente le nostre mascelle cascate a terra alla vista della coda già interminabile davanti alla libreria. Non tutti quelli che faranno la fila potranno entrare, gli altri potranno seguire la serata dall’esterno grazie al maxischermo.
La cosa bella di quando stai facendo la coda è il momento in cui ti volti indietro e vedi che c’è gente messa peggio. Allora decidi di fare la coda dando le spalle al tuo obiettivo e fronteggiando i poveri sfigati che sono arrivati più tardi.
Tra questi, Il Livoroso. Chiameremo così un uomo di mezza età arrivato con aria di sfida, che ha tempestato me e Simona di domande sulla serata, sull’organizzazione, sulle misure di sicurezza, sugli orari, per poi attaccare bottone anche con i fidanzatini accanto a noi, dicendo che a lui questo fenomeno non piace. Che Saviano non è niente di che, che questi eventi sono inutili. In soldoni, che le parole non servono, che attirare persone a leggere, ad informarsi, ad aprire in qualche modo gli occhi, è inutile. Tutto questo, ripetendo più volte “Io di lui so poco e niente, eh”. Insomma, Il Livoroso è il rappresentante perfetto di uno dei due più fastidiosi gruppi di persone che si formano quando si parla di Saviano: i detrattori a tutti i costi. Quelli che dicono male di Saviano solo perché gli piace dire male di qualcosa che sembra essere positivo, perché “c’è per forza qualcosa sotto”; o perché fa figo fare i cinici (anche quando il cinismo è a sé stante e non motivato da reale idiosincrasia o ironia); o perché vogliono provocare reazioni e discussioni senza che ve ne sia reale motivo.
Intanto, nella fila, Simona e io ci sentiamo pressate: ci spingono.
Sono loro, Le Groupies. “Cioè tiggiuro che se non mi fanno entrare io piango per tre giorni, te lo dico”. Una di loro l’ha detto davvero, non è fiction letteraria.
Le Groupies sono l’altro grande schieramento che si forma di fronte alla figura dell'autore campano. Sono l’opposto de Il Livoroso. Sono quelli che continuerebbero ad applaudire Saviano anche se tutt’a un tratto si mettesse ad ammazzare gattini. Quelli che ieri sera iniziavano ad applaudire ancor prima che lui riuscisse a finire un concetto.
Esempio: voleva dire la sua sulla manifestazione Se non ora, quando? di qualche settimana fa. Inizia la frase: “…scendere in piazza, per delle manifestazioni…manifestazioni come quella delle donne di qualche settimana fa…”
APPLAUSO.
E se avesse voluto dire “manifestazioni come quella delle donne di qualche settimana fa…mi fanno schifo”?
Non lo sapremo mai. Roberto, bontà sua, ha dovuto dirne bene perché ormai l’applauso stava pagato.
Cioè-tiggiuro-se-non-mi-fanno-entrare-piango-per-tre-giorni alla fine è riuscita ad entrare; spingendo, intrufolandosi ovunque nella fila…avvelenando qualcuno con fialette puzzolenti, forse.
Nel frattempo, Cappottino Bianco, altra femmina della specie Groupie, giace appollaiata sopra i libri per meglio vedere la sua preda, l’ignaro scrittore Saviano. Un uomo che parla di libri a una donna che li calpesta con le proprie chiappe.
Ma tra Groupie e Livoroso è emersa un’altra specie, meno facile da individuare, perché priva di urlante livore o idolatria. Il Fritto Misto. Persone che a vederle tutte assieme uno si chiede “ma perché?”, poi ci pensi e immagini che in qualche modo abbia senso. Dopo tutto, pure la paella è fatta con le cozze, i piselli e altra roba che difficilmente abbineresti certo di un successo. Ho pensato anche male, ho pensato che molti dei liceali presenti fossero costretti dai prof a essere lì, con qualche ricatto della serie “Domani parliamo di Saviano e non ti interrogo”. Ma poi ho parlato con una ragazzina di diciassette anni, che mi ha raccontato che stima Saviano per come scrive, ha letto i suoi libri ed è d’accordo con ciò che dice. E non la stavo interrogando, io.
Allora forse non tutti erano mandati dai prof.
Una volta fuori, mi sono confrontata coi miei amici, e non tutte le nostre considerazioni erano positive. Ci siamo detti che c'era anche tanta retorica, c’era la doverosa ruffianeria in stile “siete un pubblico meraviglioso…ehm…ehm…Springfield!” e c’era un congiuntivo sbagliato che mi ha fatto rabbrividire.
Il Fritto Misto è importante.

Ci sono anche persone che non sentono necessariamente il bisogno di scagliarsi contro qualcosa o qualcuno per mera moda, spirito di contraddizione, provocazione, cinismo o – peggio – invidia.
Persone che non sentono il bisogno di idolatrare qualcuno perché parla, perché le cose che dice sono
pericolose, perché “fa una vita di merda” e perché fa 10 milioni di spettatori in tv senza nemmeno spogliarsi.
Ci sono persone con una testa propria, in grado di dare la propria stima ad un autore, di riconoscerne il carisma, di starlo a sentire, ma anche di muovergli critiche, e capire quando esagera, quando è retorico, quando è lento, quando è ruffiano. “C’era bisogno che certe cose le dicesse Saviano, per dire che sono giuste?”. Certo che no. C’è differenza, infatti, tra dire “Questo è giusto perché l’ha detto Saviano” e “Saviano ha detto una cosa giusta”. La differenza, appunto, è usare la propria testa. Ascoltare, usare il cervello e poi valutare.
Cognizione di causa.

domenica 27 febbraio 2011

L'Inter e l'immortalità dell'anima


Credo sia necessaria una premessa. Non seguo il calcio, non capisco praticamente niente di calcio e il punto non è l’Inter.

L’Inter è soltanto la squadra con più tifosi tra le persone che conosco. Ed è una squadra che so che di recente ha vinto molti titoli, anzi, “tituli”.

Molte volte penso che sia vero quello che diceva Churchill: “Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”. Ma io a volte li invidio, i tifosi. I tifosi di cuore, quelli non virali e non violenti, quelli che ancora distinguono la differenza tra una guerra e una partita di calcio, ma per i quali una partita di calcio è più importante che per un tifoso medio.

Li invidio perché hanno qualcosa in cui credere, sempre.

I miei amici dell’Inter non sono tifosi normali. Sono proprio di quelli che distinguono la guerra da una partita di calcio, ma non sono tifosi “per sport”. Sono tifosi di cuore, di pancia. Amano la loro squadra e ci credono in modo inamovibile.

La politica non è una costante in cui credere. Se un politico non è più all’altezza di rappresentare i cittadini, non è automatico che lo si elimini dalla scena. Mentre, se un allenatore di calcio non è più all’altezza di portare una squadra a un certo livello, è quasi automatico che presto o tardi venga esonerato.

La religione, per molti, non è una costante in cui credere. Quando si prega, spesso lo si fa per comodo, in una sorta di richiesta infantile di un favore perché “ehi, tu sei Dio: non mi puoi mica negare ciò che ti sto chiedendo”, salvo poi dimenticarsi di Dio in tutti gli altri momenti. O ancora, quando succede qualcosa di brutto, spesso ci si trova a dire che Dio ci odia, probabilmente. Nel calcio è diverso: i miei amici sono devoti all’Inter anche quando non sta giocando e anche quando perde; e quando la loro vita va male, cercano conforto anche nelle prodezze di Eto’o, che possono migliorare una giornata difficile, anche se Eto’o non lo sa. Però Eto’o è tangibile, e una coppa alzata al cielo è un’iniezione di gioia pura tangibile.

E quando tutto attorno vacilla, quando la politica si sporca, i valori si sballano, o ci si guarda allo specchio e si vede quel filo di panza in più, o si notano i primi capelli bianchi, o una ragazza sbatte la porta e se ne va, i miei amici hanno sempre l’Inter.

E io li invidio. Perché loro hanno qualcosa di saldo che io non ho. Quando va bene, quando va male, è lì. E quando va bene è la loro più grande gioia, e quando va male è una rabbia unica, che però porta sempre la speranza che migliori, perché l’Inter è reale, è tangibile, è fedele.

venerdì 17 dicembre 2010

Forse non tutti sanno che...ogni tanto ci si inalbera

Conduco un programma che ha lo scopo di dare notizie insolite, "oltre la prima pagina", che possano - magari - sollevare il morale di chi ascolta la radio di prima mattina. Ma fingere non è il mio forte. E ogni tanto condivido le mie amarezze con chi mi ascolta. Che, per fortuna, ha ancora la forza di indignarsi assieme a me. Così è iniziata la puntata di oggi.

Qui si va"oltre la prima pagina"; ma quello che si trova in prima pagina è sempre più preoccupante, ma chi dovrebbe veicolare le informazioni non sembra farci sempre caso.

O forse sono io ad avere un concetto di “Notizia” diverso da quello che leggo sulle prime pagine.

Ieri a Trani si è rovesciato un tir carico di pasta. Per fortuna, solo tantissima paura: nessuno si è fatto veramente male.

Per molti tg – adesempioStudioAperto – la notizia era il simpatico e rocambolesco incidente.

Per me, al di là della dinamica dei fatti, la notizia è che la gente è accorsa sul luogo dell'incidente per portarsi a casa la pasta.

Mi ha terribilmente ricordato l’assalto ai forni di cui Manzoni scrive nei Promessi Sposi. “Ecco se c’è il pane”. Ecco se non c’è più la crisi.

Sempre in prima pagina si trovano ancora gli strascichi dei terribili scontri di Roma, avvenuti nei minuti successivi al voto di fiducia al Governo.

In prima pagina finisce il “Ragazzo con la pala”, simbolo – per quelle prime pagine – della lotta e della crisi.

Forse, come dicevo, sono io ad avere un concetto di “notizia” diverso, ma per me quel ragazzo è simbolo di una certa idiozia, che sia di destra o di sinistra non importa: perché l’idiota, come il prezzemolo, va su tutto.

Il “simbolo della protesta e della crisi” - quello che secondo me fa "Notizia" - è il ragazzo che scende in piazza, urla, cerca un dialogo, e si incazza quando gli è negato. È quello che non si sognerebbe mai di marciare a volto coperto lanciando sassi ai poliziotti.

Lo scriveva ieri Saviano su Repubblica: “Non copritevi, lasciatelo fare agli altri: sfilate con la luce in faccia e la schiena dritta. Si nasconde chi ha vergogna di quello che sta facendo, chi non è in grado di vedere il proprio futuro e non difende il proprio diritto allo studio, alla ricerca, al lavoro. Ma chi manifesta non si vergogna e non si nasconde, anzi fa l'esatto contrario. […]Se tutto si riduce alla solita guerra in strada, questo governo ha vinto ancora una volta.”

domenica 5 dicembre 2010

"Come staremmo bene qui, se noi fossimo altrove" [cit. G. Manganelli]

Questo post appartiene al passato. Ma i cattivi pensieri sono spesso a lunga conservazione, e tornano su – ciclicamente – come la peperonata. Non che sia tornato oggi. Ma torna, ogni tanto, mio malgrado.

E così arriva. Improvviso, ma neanche tanto.
Come un crampo dopo un lungo camminare, arriva il giorno in cui non sopporti praticamente più nessuno. Non trovi subito una buona ragione, semplicemente ne hai abbastanza.

Cominci a prenderla alla larga. Non sopporti più l’amica che ti ha tradito, l’amico che ti ha deluso.
Tutto questo, però, è ancora piuttosto tollerabile.
Inizi a sentirti spiazzato quando non sopporti più la suoneria dei messaggi del tuo cellulare, perché “oddio qualcuno potrebbe chiedermi di uscire”. Non sopporti più i loro sorrisi, i loro ritardi, i loro modi di fare, le loro domande e le loro risposte, i posti che frequentano, le cose che malamente nascondono, il loro cercarsi tra le righe di ogni cosa che dici e ogni cosa che scrivi, egocentrici. Il loro volersi ritrovare assieme come se ogni volta gli facesse davvero piacere. Bugiardi.

Non sopporti
più le loro lamentazioni, il loro straparlare senza fare nulla. “Oh, sai, se dipendesse da me…ma purtroppo…”. Una bellissima scusa che inizierai a prendere in prestito, un giorno o l’altro. E perché non oggi? “Oh, sai, se dipendesse da me…ma purtroppo…non ti sopporto più”.
Ne hai abbastanza dei loro tic, delle loro manie e delle paranoie che ti costringono a stare attento a come ti muovi. A stare attento a ognuno in modo diverso.
La costrizione è nemica della libertà. E se siamo nati per stare liberi, forse siamo nati per stare soli.
Già, non staresti meglio da solo?
Non dovresti fare buon viso a cattivo gioco, non dovresti metterti a letto ogni sera sperando di non sentire russare qualcuno al tuo fianco, non dovresti ricacciarti in gola un “vaffanculo” quando qualcuno ti mette una scarpa sporca di merda sulla testa.

Non staresti molto meglio se riducessi tutto ai minimi termini tipo “buongiorno buonasera grazie prego”?

Certo che staresti meglio, non berresti più il veleno che non è tuo, niente scuse, niente “scusa”, avresti addosso soltanto il tuo insostenibile peso.
Non preferiresti
non vederli più? Sapere se stanno bene, ogni tanto, magari da un giornale pubblicato apposta. E non doverci più avere a che fare.
Non preferiresti cliccare sulla “X” e chiudere tutte le finestre?

Perché mai accollarsi la fatica di comunicare se poi non si è compresi.
Lascia stare.
È faticoso sporgersi senza toccare nulla. Ed è faticoso non volerli toccare e poi ritrovarseli nello specchio.


Illustrazione: “I hate those f****** people”, di Giuseppe "Mis-BUG" Longo

lunedì 15 novembre 2010

Domenica è sempre domenica

“I don’t like mondays”…si fa presto a dire che il lunedì è brutto. Ci si deve alzare presto dopo un paio di giorni di sonno extra, si devono di nuovo affrontare il lavoro (o l’università) e tutte le grane quotidiane che sembrano sospese nel weekend. Quasi odiamo l’immagine di noi stessi che andiamo via dall’ufficio venerdì, tutti sorridenti. Diciamo a quell’immagine: “Che cacchio ridi! Ora devo fare io il lavoro che tu hai lasciato in sospeso venerdì!”.
“I don’t like mondays”: hai scoperto l’acqua calda, Bob.

Della domenica pomeriggio, invece, si parla poco.

Tutto scorre più o meno
tranquillamente fino a poco dopo il pranzo: d’altra parte, è un po’ difficile deprimersi davanti al ragù. Ma dopo, mentre Massimo Giletti sciorina una perla di buonismo a caso, Barbara D’Urso inarca le sopracciglia in una “v” rovesciata di michelangiolesca pietà catodica e Simona Ventura cerca di essere espressiva nonostante il botox, allora tutto lentamente cala. Indipendentemente dalla tv, tramonta il sole sul giubilo del weekend.
Se è stato tutto piacevole, allora di domenica pomeriggio arriv
a – spesso accompagnato dal sonoro “gong” di un’emicrania – il pensiero di ciò che c’è da fare l’indomani (e vorremmo proprio ucciderla, l’immagine di noi stessi che venerdì diciamo “ma sì, questo lo finisco lunedì”); la sensazione che si prova facendo i bagagli alla fine di una bella vacanza, ecco.
Se invece il weekend è andato male, iniziamo a deprimerci per tutto quello che è andato storto, per le cose che non siamo riusciti a fare e che ora è troppo tardi per fare: il tutto, spesso, accompagnato dal sonoro “gong” di un’emicrania.
Insomma, che sia andata bene o male, non c’è scampo da questa patina di tristezza e dal sonoro “gong” dell’emicrania.

Il rimuginare su quanto accaduto (nel bene e nel male) durante il weekend e i pensieri su tutto quello a cui abbiamo detto “ciao ciao” il venerdì, si mescolano in un pasticcio fatale, che toglie il buonumore.

Cerchiamo di far qualcosa comunque: cinema, birra, libri…ma continuiamo a pensare “non è come dovrebbe essere”.

Recenti studi hanno proposto soluzioni a questa piaga dell’umanità.
L’invenzione del “domedì”, una specie di area di decompressione tra la domenica e il lunedì, che permetta di non esser travolti dal pensiero della nuova settimana, in
modo che non ci si rovini la domenica.
O un sistema di letargo, che ci faccia andare a letto per la pennichella post-prandiale di domenica e ci faccia risvegliare senza preavviso il lunedì, costringendoci ad affrontare tutto di petto, senza aver modo di rattristarci prima.

O ancora un sistema di repliche. Di domenica pomeriggio si potrebbe replicare l’aria di leggerezza e buonumore del sabato.

In attesa che la scienza si occupi di questa serissima questione, non ci resta che stringere i denti e resistere fino al prossimo venerdì, magari lasciando un po’ meno cose da fare in sospeso, per amore di quell’io del lunedì, già tanto provato dalla patina di tristezza della domenica…e dal sonoro “gong” dell’emicrania, ovviamente.

sabato 23 ottobre 2010

Di cui uno macchiato

Non sono sicuramente la prima a parlarne e non sarò neppure l’ultima.
E poi, a mia difesa, dico che il caffè è stato usato come metafora di vita un po’ per tutte le occasioni.
Immaginate dunque il seguente scenario: A, B e C sono al bar. A e B vogliono ordinare un caffè, mentre C vuole un caffè macchiato.
Si fa l’ordinazione al barista e a quel punto vi si svela davanti il vero nocciolo dell’umana specie.
L’umanità si divide in due grandi categorie. Quelli che cercano di
prendere il meglio dalla vita, e quelli che sono un po’ meno esuberanti, ma ben più pragmatici.
Voi direte “come può tutto ciò rivelarsi ai nostri occhi mentre ordiniamo un caffè al bar?”
E ve lo dico io. Innanzitutto i caffè son tre e non uno. Statemi attenti.

E poi il senso si dipana all’atto dell’appuntar l’ordinazione da parte del barista.

Molti diranno: “Tre caffè, di cui uno macchiato.”

Altri però diranno: “Due caffè normali, più uno macchiato.

Sì, è una sottile parafrasi del
bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Ma è molto più precisa, come metafora di vita.

L’uomo di cui uno macchiato è una persona cauta, che valuta le cose con occhio pratico e mette da parte quanto più possibile per i periodi di magra (come avrete già intuito, più che somigliare solo al bicchiere mezzo vuoto, assomiglia anche alla storia della formica). Non è un pessimista di quelli deprimenti; semplicemente, ci va piano. Se state stabilendo una relazione con una persona di cui uno macchiato, la riconoscerete dal suo modo cauto di allungare un braccio per cingervi al cinema, o dalla sua titubanza prima di invitarvi a salire a casa sua per un drink. Se conoscete una persona di cui uno macchiato, probabilmente ha tra i suoi modi di dire preferiti “Meglio un uovo oggi che una gallina domani”. Non è tirchio, ma preferisce aspettare i saldi per comprare qualcosa che gli piace particolarmente.
Valuta la vita come un insieme di tre caffè, di cui uno macchiato. Ma i caffè son tre. Non ce ne saranno altri. Di quei tre caffè, il barista valuta che uno, uno solo di essi, è macchiato. E non c’è altro. Questo è quanto ti concede la vita, usalo con parsimonia.

L’uomo più uno macchiato, invece, è vagamente ottimista. È quello che userebbe “Always look on the bright side of life” come colonna sonora della propria vita. Sa benissimo come stanno le cose, attenzione: non è uno sprovveduto, né tantomeno un discendente di quell’odiosa Pollyanna che – per inciso – secondo me si drogava; non si spiegano tanto perenne ottimismo e felicità, se no. Ma non divaghiamo, torniamo all’uomo più uno macchiato. Non è uno sprovveduto, dicevo, sa benissimo come stanno le cose, però cerca di guardarle da una prospettiva più rosea. Magari è conscio di non guadagnare molti soldi, però se vede qualcosa che gli piace, la compra senza pensarci troppo. Ha le mani un po’ bucate, e tende a pensare che a tutto ci sia una soluzione. Se conoscete una persona più uno macchiato, probabilmente ha tra i suoi modi di dire preferiti “Solo alla morte non c’è rimedio”. Valuta la vita come un insieme di tre caffè, ma questo insieme lo scorpora, così gli sembra di avere di più. Sono tre, è vero. Ma due sono normali, in più ce n’è uno macchiato.

Ciascuno di noi può essere di cui uno macchiato un giorno e più uno macchiato il giorno dopo: si tratta solo di un modo di vedere la vita e affrontare le sue sfide quotidiane.

Di cui uno macchiato e più uno macchiato.

domenica 26 settembre 2010

Succede solo a Bari.

La città in cui vivo io ha carattere, e questo non è sempre un bene; per le città vale un po’ ciò che si dice a proposito delle persone: quando qualcuno ha carattere, si dice che ha un brutto carattere.
Ma ci sono delle volte in cui viene voglia di abbracciarla, questa città, o almeno di raccontarla a tutti.
Pensavo di aver toccato il picco di bizzarro stralcio di vita urbana un giorno, in attesa di un amico fuori da una banca. Due ragazzine, dell’apparente età di quindici anni, chiacchieravano delle loro disavventure amorose. Di quanto sia difficile dimenticare un ragazzo che proprio non ti si fila. Una ha ascoltato pazientemente lo sfogo dell’altra, finché questa non si è fermata in attesa della perla di saggezza finale della paziente ascoltatrice. Costei ha infine cercato di spiegare che a volte le persone ci segnano in modo indelebile, e non è possibile dimenticarle, anche se non hanno mai ricambiato le nostre attenzioni. Useremo “Nico” come nome di fantasia e dovete immaginare tutto questo proferito con marcato accento barese: “Vedi per esempio Nico? Quello non mi piscia e non mi caga, eppure resterà per sempre nel mio cuore!”.
“Non mi caga”, di solito così si dice. Ma l’insensibile Nico deve aver passato la misura di quanto si possa ignorare una povera ragazza. Che comunque lo porterà per sempre nel suo cuore.
Ma nuovi picchi di bizzarria urbana mi attendevano, anche se ancora non lo sapevo.
Qualche giorno fa ero alla fermata dell’autobus; accanto a me un pingue e vivace ragazzino, che sembrava parlare soltanto dialetto, accompagnato da un’imponente madre e un’altrettanto imponente zia, si stava sciacquando le mani con dell’acqua da una bottiglietta di plastica, incurante degli schizzi che volavano un po’ ovunque (anche addosso all’altra gente in attesa del bus). Svuotata la bottiglia, l’ha gettata a terra e ci ha palleggiato qualche secondo, dopo di che l’ha lasciata sul marciapiede.
Ho valutato lo scenario. “Se gli dico qualcosa, potrebbe picchiarmi…o potrebbero picchiarmi le due signore che lo accompagnano…”.
Ma mentre ancora stavo facendo i conti di quante ossa avrebbero potuto rompermi con un solo “AUE’!” ben assestato, mi sento proferire ad alta voce:
“Giovanotto? Guarda, c’è un cestino, lì…se butti la bottiglia nel cestino è meglio: questa città fa già abbastanza schifo…”
Ora mi picchia. Ora mi scaglia addosso le signore e mi fanno la festa.
Invece no. Lui non mi ha picchiata. Ha raccolto la bottiglia e si è incamminato verso il cestino che gli avevo indicato. Le imponenti signore mi hanno solo guardata e io mi sono affrettata a dire che probabilmente il bambino si era solo distratto, magari non intendeva sporcare di proposito. Le signore mi hanno sorriso.
Intanto il ragazzino, dopo aver adempiuto il suo gesto civile della serata, è tornato verso di me urlando: “Mo’, che iè adaver u fatt’: chessa città iè ‘na mmerd’!”*
Che si sia reso conto di quanto sia facile e civile, tenere in ordine la città? Che magari la prossima volta ci pensi due volte, prima di lasciare qualcosa a terra?
Non ho di certo salvato il mondo; ma mi sono sentita meglio, dopo questo episodio.
Soprattutto perché alla fine non mi ha menato nessuno.


Photo: Adele Meccariello - (C) 2010 All rights reserved


* “Accidenti, è proprio vero: questa città versa proprio in pessime condizioni igieniche!”

martedì 31 agosto 2010

L'estate sta finendo. L'involuzione anche.

L’autunno inizierà tra una ventina di giorni, ufficialmente.
Ma molte persone inizieranno proprio in questi giorni le loro ferie. “Mortacci, il periodo migliore!”. Ormai settembre è questo. Prima era l’inizio della fine, l’inizio della routine. Ora è mortacci-il-periodo-migliore.
Fa ancora caldo, ovviamente. Perché non esiste più la mezza stagione. Al punto tale che c’è chi prende il peggio possibile da tutte le stagioni e si prende il raffreddore e i colpi di calore nella stessa settimana (sì, stralci di vita reale).
Tuttavia, possiamo dire che il peggio è passato.
Non amo l’estate. Per il clima e per tutti i disguidi che ne conseguono (tra questi anche l’aumento esponenziale di tette e culi mostrati durante “Studio aperto”. E se pensate che occupano già tutto il “tg” anche nel resto dell’anno, immaginate bene come d’estate sia necessario fare edizioni straordinarie per aumentare la dose.).
Il disguido maggiore di tutti, però, è la capacità umana di cancellare con un colpo di spugna millenni e millenni di evoluzione.
Ogni anno rimango basita di fronte alla facilità con cui si dimentica tutto quello che faticosamente abbiamo raggiunto nei millenni e lo si mette da parte “per riposarsi”.
Riposarsi?! D’accordo, procediamo con ordine.
L’evoluzione è una serie di successive, progressive e ordinate trasformazioni
. In genere volte a migliorare rispetto allo status precedente.
Non capisco perché, tutto questo - d’estate - si svolge al contrario.
Involuzione.
Millenni per arrivare dalla caverna, alla capanna, alla baracca, alla casa piena di spifferi, fino all’appartamento refrigerato d’estate/riscaldato d’inverno, protetto dal sole e dall’afa.
La pratica estiva invece vuole che ci si privi del tetto sulla testa e ci si ripari al massimo sotto un ombrellone (che non mi pare avere montato un condizionatore). Si rinuncia al frigorifero, alla possibilità di essere lontani al massimo un metro e mezzo da una caterva di granite.
Si rinuncia alla possibilità di stare a mollo in acqua pulita e profumata, per stare invece a mollo in acqua salata e molto probabilmente arricchita di piscio altrui. Perché dimenticavo di aggiungere che si rinuncia anche alla comodità di avere una toilette vicina al massimo qualche metro. Tornando così allo stato pre-latrina dell’evoluzione.
Ci si atteggia a pesci. Quando invece ci abbiamo messo svariati mucchi di tempo a diventare creature terrestri.
Non siamo pesci. Siamo umani.
Gli umani vivono dentro le case (o almeno ci provano), si procurano strumenti quali frigorifero, condizionatore, granite, per fronteggiare meglio il caldo.
Io allora proprio non capisco il pane e frittata mangiato sotto l’ombrellone. L’insalata di pomodori morti (perché con 45 gradi all’ombra, anche nel miglior frigorifero Giostile, i pomodori prendono un’aria morta). Il mal di testa da sole, chiasso, vento.
I bambini che, lasciati allo stato brado, scavano tunnel e gridano. A turno. Gridano a turno in modo da assicurare la copertura di disturbo necessaria per l’intera giornata. “Ma sì, siamo al mare, lasciamoli giocare”. Siamo al mare, ma siamo in una sorta di accozzaglia di esseri umani che con il tempo e l’evoluzione abbiamo imparato a definire società…dando ad essa regole tipo, toh!, non far strillare i tuoi pargoli come aquilotti castrati.
Non capisco gli stabilimenti balneari senza wi-fi. Le persone che si rotolano al sole come fanno i wurstel durante le grigliate.
L’amplificarsi dei difetti che tutti ci portiamo dalla città. Chi strilla a casa sua, in spiaggia strilla più forte. Chi non ha rispetto per il lavoro altrui in ufficio, in spiaggia umilia chi cerca solo di vendergli una collana. Chi in città lascia scivolare il fazzolettino di carta dalle mani dopo averci messo dentro le sue belle pepite, in spiaggia dimentica accidentalmente i fogli di carta oleata dei panzerotti del pranzo.
È un mio limite; forse è un limite della mia personale evoluzione, non capire perché certi progressi vengano cancellati in nome del riposo
.
Io in spiaggia non mi riposo.

Io sono nel 2010.
E mi riposo quando posso sfruttare tutto quello che il secolo mi offre.

A cominciare dalle granite.
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